Ci sarà ancora tanto da capire e su cui riflettere, ma alcune prime considerazioni sintetiche sul voto in Gran Bretagna mi sento proprio di farle, anche alla luce del diluvio di sciocchezze in malafede che dilaga nei mass media ed in politica:
1) Nel voto prima di tutto ha vinto la Brexit, che tutti i commentatori ufficiali già davano per spacciata.
Il programma di nazionalizzazioni e eguaglianza sociale di Corbyn oggi non è passato non solo per la sua radicalità, ma perché una parte della classe operaia, messa di fronte al bivio, ha preferito la scelta immediata della Brexit. Anche perché il Labour non ha avuto il coraggio di chiarire che il suo programma è incompatibile con le regole UE e quindi ne ha indebolito la credibilità.
Alla campagna politica e di stampa contro il Labour troppo radicale chiedo: come mai i liberali ultrà del Remain hanno perso anch’essi e i laburisti hanno di nuovo ceduto elettorato operaio a favore della Brexit ?
2) Il voto in GB conferma che questa Unione Europea è costruita su una ideologia liberista che domina le posizioni, sia di chi vuole restarci sia di chi vuole uscirne. La sinistra sociale e di classe è considerata egualmente nemica da entrambe queste posizioni e deve prenderne atto.
La sinistra alla Blair, che oggi Renzi vorrebbe riproporre, semplicemente si sostituisce alla destra adottandone il programma economico e sociale. Essa quindi alleva la destra. Johnson è un prodotto di Blair, come Salvini è un prodotto di Monti e Prodi.
Nessuna sinistra che voglia restare tale, potrà affermarsi nella UE senza costruire e diffondere una propria critica-rottura di massa con la globalizzazione liberista e i trattati europei suoi strumenti. Non bisogna confondere la solidarietà internazionale tra gli sfruttati con l’Erasmus.
3) Sono più di trent’anni che in Europa tutti i governi senza distinzione fanno politiche liberiste, di privatizzazione, di mercato. Queste politiche non hanno solo smantellato diritti e conquiste sociali, costruito diseguaglianze e accumulazioni di ricchezze vergognose, ma hanno anche distrutto cultura e senso comune.
Il pensiero progressista e socialista delle masse popolari europee è stato frantumato e stravolto e l’ideologia della paura, della guerra tra i poveri, della rassegnazione rabbiosa al potere e alla ricchezza è dilagata.
La destra populista e reazionaria ha raccolto questa ideologia e ne sta facendo uno strumento per prendere il potere e continuare con il liberismo. Contro di essa si oppone uno schieramento liberale che sul piano delle politiche economiche non è alternativo alla destra, ma che ne rifiuta solo gli aspetti più sfacciatamente fascisti.
In questa dialettica tra forze egualmente sostenitrici del capitalismo, il socialismo riformatore di Corbyn , ma anche di Sanders e Melenchon, non può affermarsi senza una dura e lunga marcia di cambiamenti sociali, politici e culturali. Nel breve tempo ogni progetto di vero cambiamento sociale deve scontare e partire dalla consapevolezza di essere minoranza.
4) Anche se oggi sono minoranza, la lotta contro l’oppressione di sesso di razza e di classe, la riconversione ecologica della economia, il socialismo, sono il solo programma giusto per una umanità ed un ambiente devastati dallo sfruttamento per profitto del capitalismo. Sono gli interessi e il programma di fatto della maggioranza, ma nella politica oggi sono minoranza.
Le sconfitte elettorali in sistemi politici truccati e dominati dal denaro, non possono dunque essere ragioni per rinunciare a costruire e ad affermare questo programma, che ricompare nel presente in ogni lotta sociale, ambientale, civile, in ogni presa di coscienza personale e collettiva.
Per questo non bisogna tornare al passato della sinistra neoliberale, ma andare avanti nel costruire il socialismo del ventunesimo secolo. Mi auguro che Jeremy Corbyn non molli e continui assieme ai giovani militanti di Momentum, che sono stati la vera novità, destinata a durare, di questa campagna elettorale britannica.
5) Infine una considerazione sui ridicoli maestri di sinistra di casa nostra.
Il Manifesto del Labour prevede: vaste nazionalizzazioni, sanità, scuola, università pubbliche gratuite, tasse ai ricchi, controllo sui capitali, riconversione ecologica delle produzioni, riduzione dell’impegno NATO e taglio al nucleare, sostegno ai palestinesi.
Quando in Italia un partito con questo programma prenderà il 32% (i voti della Lega), si potranno dar lezioni a Corbyn.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2019
Gran Bretagna - La posta in gioco delle elezioni politiche
Il 29 ottobre l’opzione di una “snap election” nel Regno Unito è divenuta realtà.
L’estensione dell’Articolo 50 al 31 gennaio confermata dall’Unione Europea, cioè lo slittamento della dead line per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione e quindi l’allontanamento dell’ipotesi di una “no-deal Brexit”, cioè di una uscita del Regno Unito senza accordo, ha portato il leader laburista Jeremy Corbyn, durante l'incontro del governo ombra del Labour, ad affermare di essere pronto per le elezioni anticipate, come ipotizzate da Boris Johnson.
“Lanceremo la più ambiziosa e radicale campagna per una cambiamento reale che il nostro Paese abbai mai visto” ha dichiarato Corbyn.
In un discorso parlamentare che farà la storia del Paese, il leader del Labour ha detto di essere pronto alle elezioni:
“C’è una alternativa all’austerity, c’è una alternativa alla diseguaglianza, c’è una alternativa agli amorevoli accordi con Donald Trump, c’è una alternativa di un governo che investe in tutte le parti del Paese, un governo che è determinato a porre fine alle ingiustizie nella nostra società, ed un governo che è determinato a dare ai nostri giovani un senso di speranza nella loro società piuttosto che prospettargli l’indebitamento e la mancanza di sicurezza di un impiego per il futuro. Che è tristemente tutto ciò che il governo Conservatore e la sua coalizione con i Liberal Democratici ha portato. Sono assolutamente pronto ad uscire e dare questo messaggio in qualsiasi elezione in ogni momento in cui sarà fissata”.
Il Labour e Momentum: una gioiosa macchina da guerra
La macchina elettorale del partito – a cui aderiscono mezzo milione di britannici – si è subito messa in moto per una campagna “porta a porta” a cui l’associazione Momentum darà il suo fondamentale contributo, come fece nelle elezioni politiche del 2017, grazie al quale venne sottratta la maggioranza parlamentare a Theresa May, costretta ad una alleanza con gli Unionisti dell’Ulster.
L’alternativa per Momentum – come ha comunicato in un breve messaggio video di raccolta fondi e di “reclutamento” di volontari già il 29 ottobre – è tra “la transizione socialista con Jeremy Corbyn o il disastro capitalistico con Boris Johnson”.
La risorsa fondamentale dalla quale attingere per queste elezioni è il “Potere Popolare” (People Power).
La mobilitazione dei volontari disposti a fare una “campagna di strada”, sui social e per telefono, per strappare alcuni collegi “periferici” in bilico all’interno di un sistema elettorale caratterizzato dall’uninominale secco è l’arma segreta del Labour contro la pioggia di soldi che useranno i Conservatori in quella che si annuncia come una vera e propri battaglia.
Un piano minuziosamente articolato ma che necessita delle donazioni pari a 50.000 pounds in due giorni che permetta ad una formazione di “campaigners” su tutto il territorio britannico di battere le strade per il successo laburista, è la premessa dell’articolato piano di Momentum fatto proprio dal partito.
Intanto, in 48 ore – come riporta il “The London Economic” – più di 80.000 cittadini tra i 18-34 anni si sono iscritti ai registri elettorali, come mostrano i dati governativi, in particolare coloro che hanno meno di 25 anni hanno raggiunto le 46.100 registrazioni.
Come scritto da “The Guardian” il 31 Ottobre, un terzo dei cittadini registrati – 316.264 in totale – ha meno di 25 anni; un elettorato “sedotto” dalle proposte radicali di Corbyn alle ultime elezioni del 2017, a cui mancano secondo Willie Sullivan – citato dal quotidiano britannico – 9,4 milioni di persone all’appello.
La data ultima per l’iscrizione nei registri elettorali è il 26 novembre, il Labour cerca di spingere in tal senso, perché uno dei settori cui vuole arrivare è proprio quello di coloro che non si sono sentiti rappresentati dalle varie opzioni in un quadro piuttosto fluttuante, come dimostrano le recenti elezioni europee, storicamente caratterizzate da un bipolarismo quasi perfetto andato sempre più scardinandosi.
Nel “Plan to win”, documento stilato da Momentum per la campagna elettorale in corso, è detto esplicitamente che alcuni seggi sono stati vinti o persi per meno di un migliaio di voti, e 11 tra questi per meno di un centinaio, quelli che vengono definiti “marginal seats”, come Chingford, Woodford Green, Mansfield e Southampton Itchen.
“Qui è dove dobbiamo focalizzare la nostra potenza di fuoco”, dice il documento riferendosi ai marginal seats. E subito dopo:
“Abbiamo calcolato che in 150 collegi marginali nel Paese, ci sono all’incirca 2 milioni di porte da battere nelle sei settimane del periodo elettorale. Il numero di porte che una persona può battere in un giorno dipende da vari fattori, ma stimiamo che in media un singolo può battere 50 porte al giorno. Questo significa abbiamo bisogno di oltre 5.000 persone impiegate 8 ore al giorno”.
I mesi scorsi sono stati spesi per organizzare l’infrastruttura in grado di dare vita a una “organizzazione diffusa” (distributed organising) mutuata dalle esperienze di Bernie Sanders negli Stati Uniti.
Il Brexit Party e la possibile alleanza con i Tories
Insieme alla quantità di coloro che si iscriveranno alle liste elettorali, alla capacità di mobilitazione popolare del Labour contro le ingenti risorse economiche dei Tories – nel 2017 hanno speso sui social un milione e duecento mila pounds in “pubblicità negativa” contro Jeremy Corbyn – un altro fattore decisivo sarà l’alleanza o meno dei Conservatori con il Brexit Party di Nigel Farage, uscito di fatto vincitore dalle recenti elezioni europee con il 31,6% delle preferenze contro il 9,1% dei Tories.
Questo tipo di apparentamento è stato fortemente caldeggiato da Donald Trump.
Farage ha posto a Boris Johnson, come condizione, di lasciar decadere l’ipotesi d’accordo faticosamente trovata con Bruxelles – definendola “semplicemente non è la Brexit” – e gli ha dato tempo per decidere fino al 14 novembre.
Da parte sua “BJ” ha per ora rifiutato l’ipotesi di accordo e vuole capitalizzare i voti di coloro che si sono espressi per il “leave”.
In caso di mancato accordo tra il Brexit Party e i Tories, Farage si appresta a contendere i seggi sia ai conservatori sia ai laburisti.
La strategia di Farage consiste in un divorzio che lasci libera la Gran Bretagna di stipulare accordi di libero-scambio secondo i principi del WTO – come nel caso canadese – senza perpetuare l’allineamento ai regolamenti europei, slegata da vincoli politici, dando all’UE tempo fino al 1 luglio per accettarlo.
Donald Trump non ha fatto segreto della sua preferenza per uno sganciamento della Gran Bretagna dall’UE “senza accordo” e la stipula di un accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e USA.
La partita doppia delle elezioni britanniche
La posta in gioco delle elezioni è quindi doppia. Da un lato l’opzione secca tra il proseguimento delle politiche neo-liberiste fatte proprie – per prima in Europa – da Margareth Thatcher e di fatto sussunte dal “New Labour” di Tony Blair, oppure la rottura con queste e l’approvazione di un programma di riforme radicali che renderebbero comunque i provvedimenti laburisti “incompatibili” con la gabbia dell’Unione Europea, al di là della posizione che assumerà il partito nei confronti di Bruxelles in caso di vittoria, e quindi anche al di là della possibilità di indire un nuovo referendum sulla Brexit...
L’altra opzione secca è sulla collocazione geo-politica della Gran Bretagna; se questa sarà ancora di più agganciata alla politica estera di Washington per come si è concretizzata durante l’amministrazione Trump – su una serie di dossier che vanno dall’America Latina alla questione palestinese, all’atteggiamento rispetto all’Iran alla guerra in Yemen (il Regno Unito è uno dei maggiori fornitori di armamenti all’Arabia Saudita) – oppure una rottura netta con questo orientamento, per promuovere un atteggiamento che colga maggiormente le opportunità di relazioni del mondo multipolare, in particolare rispetto alla Cina, che è già un partner economico rilevante della Gran Bretagna.
Per la coerenza con tutto il suo percorso politico “internazionalista”, favorevole alla Rivoluzione Bolivariana in America Latina e marcatamente filo-palestinese, nonché contrario alla guerra in Yemen, Jeremy Corbyn è visto con il fumo negli occhi non solo dalla Casa Bianca ma anche da tutta l’oligarchia europea.
The Guardian riporta, sabato 2 novembre, che secondo gli esperti “un governo guidato da Corbyn è visto come una minaccia molto più grande alla salute e alla qualità della vita del più ricco 1% della popolazione britannica che quella costituita dalla Brexit.”
All’upper class britannica spaventa l’idea dell’introduzione di una tassazione progressiva...
I “bad boss”, i “greedy banker” e gli altri ultra-ricchi presi di mira da Corbyn promettono addirittura di lasciare il Paese in caso di vittoria del Labour, spaventati da un programma che, oltre a varie forme di tassazione progressiva, promette di introdurre la giornata lavorativa di 4 giorni, per promuovere la coniugazione di riduzione di orario e piena occupazione; e poi di dare il 10% delle azioni delle grandi aziende agli impiegati, impedire ad ogni costo la privatizzazione del sistema sanitario nazionale (NHS), ri-nazionalizzare settori strategici come per esempio le ferrovie, avere una politica abitativa adeguata ai bisogni della popolazione, bandire il “fracking” petrolifero e avviare una seria transizione ecologica complessiva con lo sviluppo di una “green industrial revolution”, ecc.
Per concludere, le elezioni in Gran Bretagna hanno una posta in gioco elevatissima e vanno seguite con grande attenzione, perché possono portare potenzialmente ad una rottura con l’ordine neoliberale e filo-imperialista di cui il paese, dall’avvento della Lady di Ferro, si è fatto interprete, e possono portare al governo una forza politica – attraverso un processo di mobilitazione popolare elettorale – con un programma radicale, rompendo così quella “catena” in un uno dei suoi punti storicamente più solidi.
Per la “sinistra radicale” si potrebbe realizzare pienamente quel corso politico iniziato il 12 settembre del 2015, con la sorprendente elezione di un “outsider” come Corbyn a leader del Labour – la più longeva e ancora vitale espressione politica del movimento dei lavoratori in Europa – e seppellire definitivamente l’eredità del criminale di guerra di Tony Blair, che ha ispirato la metamorfosi di tutte le socialdemocrazie continentali.
In generale, come mostrano degli interessanti sondaggi citati in un articolo di James Meadway apparso su Jacobin (“by embracing its radical program labour can win”), la percezione sociale di ciò che sia il capitalismo ed il socialismo è radicalmente cambiata in UK, di fatto polverizzando l’egemonia dei valori neoliberali almeno rispetto alle nazionalizzazioni: “Sulle nazionalizzazioni il supporto è schiacciante: 83 per cento vuole l’acqua rinazionalizzata, il 77 per cento vuole che l’elettricità passi nuovamente in mano pubblica, 76 pensa lo stesso per le ferrovie”.
Che sia giunto il momento per un inversione di rotta anche nel Vecchio Continente? Senz’altro l’esito delle elezioni britanniche potrà fornire una risposta...
Fonte
Tutto molto bello ed espresso con fin troppa enfasi quando si parla del Labour di Corbyn e di Momentum. Resta il fatto che il convitato di pietra nella vita politica della Gran Bretagna è la Brexit e il modo in cui gestirla. Se Corbyn e il partito di cui è segretario non scioglieranno questo nodo, teorizzando una Brexit a sinistra, i conservatori incalliti e gli speculatori politici alla Farage continueranno a determinare la direzione politica del paese.
L’estensione dell’Articolo 50 al 31 gennaio confermata dall’Unione Europea, cioè lo slittamento della dead line per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione e quindi l’allontanamento dell’ipotesi di una “no-deal Brexit”, cioè di una uscita del Regno Unito senza accordo, ha portato il leader laburista Jeremy Corbyn, durante l'incontro del governo ombra del Labour, ad affermare di essere pronto per le elezioni anticipate, come ipotizzate da Boris Johnson.
“Lanceremo la più ambiziosa e radicale campagna per una cambiamento reale che il nostro Paese abbai mai visto” ha dichiarato Corbyn.
In un discorso parlamentare che farà la storia del Paese, il leader del Labour ha detto di essere pronto alle elezioni:
“C’è una alternativa all’austerity, c’è una alternativa alla diseguaglianza, c’è una alternativa agli amorevoli accordi con Donald Trump, c’è una alternativa di un governo che investe in tutte le parti del Paese, un governo che è determinato a porre fine alle ingiustizie nella nostra società, ed un governo che è determinato a dare ai nostri giovani un senso di speranza nella loro società piuttosto che prospettargli l’indebitamento e la mancanza di sicurezza di un impiego per il futuro. Che è tristemente tutto ciò che il governo Conservatore e la sua coalizione con i Liberal Democratici ha portato. Sono assolutamente pronto ad uscire e dare questo messaggio in qualsiasi elezione in ogni momento in cui sarà fissata”.
Il Labour e Momentum: una gioiosa macchina da guerra
La macchina elettorale del partito – a cui aderiscono mezzo milione di britannici – si è subito messa in moto per una campagna “porta a porta” a cui l’associazione Momentum darà il suo fondamentale contributo, come fece nelle elezioni politiche del 2017, grazie al quale venne sottratta la maggioranza parlamentare a Theresa May, costretta ad una alleanza con gli Unionisti dell’Ulster.
L’alternativa per Momentum – come ha comunicato in un breve messaggio video di raccolta fondi e di “reclutamento” di volontari già il 29 ottobre – è tra “la transizione socialista con Jeremy Corbyn o il disastro capitalistico con Boris Johnson”.
La risorsa fondamentale dalla quale attingere per queste elezioni è il “Potere Popolare” (People Power).
La mobilitazione dei volontari disposti a fare una “campagna di strada”, sui social e per telefono, per strappare alcuni collegi “periferici” in bilico all’interno di un sistema elettorale caratterizzato dall’uninominale secco è l’arma segreta del Labour contro la pioggia di soldi che useranno i Conservatori in quella che si annuncia come una vera e propri battaglia.
Un piano minuziosamente articolato ma che necessita delle donazioni pari a 50.000 pounds in due giorni che permetta ad una formazione di “campaigners” su tutto il territorio britannico di battere le strade per il successo laburista, è la premessa dell’articolato piano di Momentum fatto proprio dal partito.
Intanto, in 48 ore – come riporta il “The London Economic” – più di 80.000 cittadini tra i 18-34 anni si sono iscritti ai registri elettorali, come mostrano i dati governativi, in particolare coloro che hanno meno di 25 anni hanno raggiunto le 46.100 registrazioni.
Come scritto da “The Guardian” il 31 Ottobre, un terzo dei cittadini registrati – 316.264 in totale – ha meno di 25 anni; un elettorato “sedotto” dalle proposte radicali di Corbyn alle ultime elezioni del 2017, a cui mancano secondo Willie Sullivan – citato dal quotidiano britannico – 9,4 milioni di persone all’appello.
La data ultima per l’iscrizione nei registri elettorali è il 26 novembre, il Labour cerca di spingere in tal senso, perché uno dei settori cui vuole arrivare è proprio quello di coloro che non si sono sentiti rappresentati dalle varie opzioni in un quadro piuttosto fluttuante, come dimostrano le recenti elezioni europee, storicamente caratterizzate da un bipolarismo quasi perfetto andato sempre più scardinandosi.
Nel “Plan to win”, documento stilato da Momentum per la campagna elettorale in corso, è detto esplicitamente che alcuni seggi sono stati vinti o persi per meno di un migliaio di voti, e 11 tra questi per meno di un centinaio, quelli che vengono definiti “marginal seats”, come Chingford, Woodford Green, Mansfield e Southampton Itchen.
“Qui è dove dobbiamo focalizzare la nostra potenza di fuoco”, dice il documento riferendosi ai marginal seats. E subito dopo:
“Abbiamo calcolato che in 150 collegi marginali nel Paese, ci sono all’incirca 2 milioni di porte da battere nelle sei settimane del periodo elettorale. Il numero di porte che una persona può battere in un giorno dipende da vari fattori, ma stimiamo che in media un singolo può battere 50 porte al giorno. Questo significa abbiamo bisogno di oltre 5.000 persone impiegate 8 ore al giorno”.
I mesi scorsi sono stati spesi per organizzare l’infrastruttura in grado di dare vita a una “organizzazione diffusa” (distributed organising) mutuata dalle esperienze di Bernie Sanders negli Stati Uniti.
Il Brexit Party e la possibile alleanza con i Tories
Insieme alla quantità di coloro che si iscriveranno alle liste elettorali, alla capacità di mobilitazione popolare del Labour contro le ingenti risorse economiche dei Tories – nel 2017 hanno speso sui social un milione e duecento mila pounds in “pubblicità negativa” contro Jeremy Corbyn – un altro fattore decisivo sarà l’alleanza o meno dei Conservatori con il Brexit Party di Nigel Farage, uscito di fatto vincitore dalle recenti elezioni europee con il 31,6% delle preferenze contro il 9,1% dei Tories.
Questo tipo di apparentamento è stato fortemente caldeggiato da Donald Trump.
Farage ha posto a Boris Johnson, come condizione, di lasciar decadere l’ipotesi d’accordo faticosamente trovata con Bruxelles – definendola “semplicemente non è la Brexit” – e gli ha dato tempo per decidere fino al 14 novembre.
Da parte sua “BJ” ha per ora rifiutato l’ipotesi di accordo e vuole capitalizzare i voti di coloro che si sono espressi per il “leave”.
In caso di mancato accordo tra il Brexit Party e i Tories, Farage si appresta a contendere i seggi sia ai conservatori sia ai laburisti.
La strategia di Farage consiste in un divorzio che lasci libera la Gran Bretagna di stipulare accordi di libero-scambio secondo i principi del WTO – come nel caso canadese – senza perpetuare l’allineamento ai regolamenti europei, slegata da vincoli politici, dando all’UE tempo fino al 1 luglio per accettarlo.
Donald Trump non ha fatto segreto della sua preferenza per uno sganciamento della Gran Bretagna dall’UE “senza accordo” e la stipula di un accordo di libero scambio tra Gran Bretagna e USA.
La partita doppia delle elezioni britanniche
La posta in gioco delle elezioni è quindi doppia. Da un lato l’opzione secca tra il proseguimento delle politiche neo-liberiste fatte proprie – per prima in Europa – da Margareth Thatcher e di fatto sussunte dal “New Labour” di Tony Blair, oppure la rottura con queste e l’approvazione di un programma di riforme radicali che renderebbero comunque i provvedimenti laburisti “incompatibili” con la gabbia dell’Unione Europea, al di là della posizione che assumerà il partito nei confronti di Bruxelles in caso di vittoria, e quindi anche al di là della possibilità di indire un nuovo referendum sulla Brexit...
L’altra opzione secca è sulla collocazione geo-politica della Gran Bretagna; se questa sarà ancora di più agganciata alla politica estera di Washington per come si è concretizzata durante l’amministrazione Trump – su una serie di dossier che vanno dall’America Latina alla questione palestinese, all’atteggiamento rispetto all’Iran alla guerra in Yemen (il Regno Unito è uno dei maggiori fornitori di armamenti all’Arabia Saudita) – oppure una rottura netta con questo orientamento, per promuovere un atteggiamento che colga maggiormente le opportunità di relazioni del mondo multipolare, in particolare rispetto alla Cina, che è già un partner economico rilevante della Gran Bretagna.
Per la coerenza con tutto il suo percorso politico “internazionalista”, favorevole alla Rivoluzione Bolivariana in America Latina e marcatamente filo-palestinese, nonché contrario alla guerra in Yemen, Jeremy Corbyn è visto con il fumo negli occhi non solo dalla Casa Bianca ma anche da tutta l’oligarchia europea.
The Guardian riporta, sabato 2 novembre, che secondo gli esperti “un governo guidato da Corbyn è visto come una minaccia molto più grande alla salute e alla qualità della vita del più ricco 1% della popolazione britannica che quella costituita dalla Brexit.”
All’upper class britannica spaventa l’idea dell’introduzione di una tassazione progressiva...
I “bad boss”, i “greedy banker” e gli altri ultra-ricchi presi di mira da Corbyn promettono addirittura di lasciare il Paese in caso di vittoria del Labour, spaventati da un programma che, oltre a varie forme di tassazione progressiva, promette di introdurre la giornata lavorativa di 4 giorni, per promuovere la coniugazione di riduzione di orario e piena occupazione; e poi di dare il 10% delle azioni delle grandi aziende agli impiegati, impedire ad ogni costo la privatizzazione del sistema sanitario nazionale (NHS), ri-nazionalizzare settori strategici come per esempio le ferrovie, avere una politica abitativa adeguata ai bisogni della popolazione, bandire il “fracking” petrolifero e avviare una seria transizione ecologica complessiva con lo sviluppo di una “green industrial revolution”, ecc.
Per concludere, le elezioni in Gran Bretagna hanno una posta in gioco elevatissima e vanno seguite con grande attenzione, perché possono portare potenzialmente ad una rottura con l’ordine neoliberale e filo-imperialista di cui il paese, dall’avvento della Lady di Ferro, si è fatto interprete, e possono portare al governo una forza politica – attraverso un processo di mobilitazione popolare elettorale – con un programma radicale, rompendo così quella “catena” in un uno dei suoi punti storicamente più solidi.
Per la “sinistra radicale” si potrebbe realizzare pienamente quel corso politico iniziato il 12 settembre del 2015, con la sorprendente elezione di un “outsider” come Corbyn a leader del Labour – la più longeva e ancora vitale espressione politica del movimento dei lavoratori in Europa – e seppellire definitivamente l’eredità del criminale di guerra di Tony Blair, che ha ispirato la metamorfosi di tutte le socialdemocrazie continentali.
In generale, come mostrano degli interessanti sondaggi citati in un articolo di James Meadway apparso su Jacobin (“by embracing its radical program labour can win”), la percezione sociale di ciò che sia il capitalismo ed il socialismo è radicalmente cambiata in UK, di fatto polverizzando l’egemonia dei valori neoliberali almeno rispetto alle nazionalizzazioni: “Sulle nazionalizzazioni il supporto è schiacciante: 83 per cento vuole l’acqua rinazionalizzata, il 77 per cento vuole che l’elettricità passi nuovamente in mano pubblica, 76 pensa lo stesso per le ferrovie”.
Che sia giunto il momento per un inversione di rotta anche nel Vecchio Continente? Senz’altro l’esito delle elezioni britanniche potrà fornire una risposta...
Fonte
Tutto molto bello ed espresso con fin troppa enfasi quando si parla del Labour di Corbyn e di Momentum. Resta il fatto che il convitato di pietra nella vita politica della Gran Bretagna è la Brexit e il modo in cui gestirla. Se Corbyn e il partito di cui è segretario non scioglieranno questo nodo, teorizzando una Brexit a sinistra, i conservatori incalliti e gli speculatori politici alla Farage continueranno a determinare la direzione politica del paese.
08/10/2018
Socialism, what else? Le elezioni nord-americane e la variante socialista
Il 6 novembre si svolgeranno le elezioni mid-term negli Stati Uniti.
Sono un test importante per l’amministrazione Trump in vista delle presidenziali del 2020.
Questa tornata elettorale è generalmente sfavorevole all’amministrazione in carica, e risultano un test per capire la capacità di tenuta del consenso attorno a come ha operato il Presidente ed il suo staff.
Può cambiare infatti il profilo della Camera di cui 435 membri saranno “rinnovati” completamente, come avviene ogni due anni, e del Senato in cui cambieranno 35 membri, cioè quel terzo che viene eletto sempre ogni due anni.
Il partito Democratico può sperare di riprendere i 23 seggi che gli mancano per avere il controllo della Camera, mentre al Senato le elezioni potrebbero portare ad un controllo “totale” dei repubblicani considerando che i senatori repubblicani uscenti sono solo 9 contro i 26 democratici, che devono però fare i conti con 10 stati dove Trump ha vinto “a mani basse” nelle precedenti elezioni presidenziali.
Già dalle “primarie” del Partito Repubblicano, Trump si è speso non poco per sostenere i suoi candidati nei vari collegi nei differenti stati in cui si voterà, mentre per i democratici questo appuntamento elettorale è vitale per comprendere le chances per battere Orange Man alle presidenziali che si svolgeranno tra due anni.
Potremmo considerare le elezioni nord-americane “business as usual” tra due competitor che ridefiniscono i rapporti di forza tra le varie componenti dentro l’establishment a Stelle e a Strisce, se l’ascesa dei candidati sostenuti dai DSA, che hanno sfidato, e talvolta vinto, alle primarie del Partito Democratico, pezzi dei corporate democrats, non fosse avvenuta in continuità con la sfida lanciata da Bernie Sanders ad Hillary Clinton alle primarie per le elezioni presidenziali.
A queste elezioni si aggiungono quelle di governatore di alcuni importanti stati in cui candidati democratici sostenuti dai DSA sfidano i repubblicani dopo avere vinto le primarie.
Sembrano lontani i tempi in cui un commentatore chiosava in questo modo l’effetto spiazzante del “vecchietto” del Vermont: candidarsi alla carica di Presidente degli Stati Uniti definendosi socialista è come chiedere di lavorare a scuola dichiarandosi pedofilo.
La parabola delle primarie “vincenti” ed in generale della sfida elettorale dei DSA va dalla “inaspettata” vittoria della ventottenne Alexandria Ocasio Cortez, il 26 giugno di quest’anno, nel 14° Distretto di New York per la Camera a quella della ventisettene di Julia Salazar in un altro distretto della Grande Mela per il Senato.
Come ogni osservatore minimamente attento alla politica nord-americana sa, a New York le vere elezioni sono le primarie democratiche, e quindi sia per Alexandria che per Julia ci sono ottime chances di essere elette.
È interessante osservare che mentre la Cortez è stata ignorata – fino alla vittoria – dai media mainstream, la Salazar è stata sottoposta ad una sistematica campagna di disinformazione (bashing per usare un termine più appropriato), segno che non essendo riusciti a neutralizzare lo sviluppo dei DSA e delle tematiche che portano avanti con la censura, i corporate media sono ricorsi ai ben oliati mezzi del linciaggio giornalistico.
Questi mezzi non hanno riscosso successo, perché il consenso rispetto alle tematiche portate avanti è stato più impattante del discredito che voleva produrre la macchina del fango.
Ma come si diceva poc’anzi i DSA sono un fenomeno “esteso” a livello nazionale ed in rapida crescita, mentre le loro campagne sono già in grado d’impattare il discorso politico mainstream.
Come avevamo riportato in un articolo che faceva la panoramica delle vari sfide elettorali dopo la vittoria della Cortez a metà agosto, in cui erano impegnati i DSA, citando Theo Anderson del “In these times” le elezioni: “hanno dato una risposta netta alla narrazione di Trump e sono servite per smentire l’affermazione che politiche di sinistra non possono vincere nel Midwest”.
Avevamo brevemente parlato delle varie campagne dei DSA nei contributi precedenti: dal controllo dei prezzi degli affitti, all’assistenza medica gratuita familiare, dall’introduzione di lavori federali per colmare la disoccupazione, alla riforma radicale del sistema penale, soffermandoci in particolare sull’abolizione dell’agenzia di sicurezza incaricata di “deportare” i migranti.
La recente notizia dell’innalzamento del salario minimo a 15 dollari, da parte di Amazon per i suoi operai, è stata generalmente data senza approfondire cosa stesse dietro questa importante vittoria – che non era una “concessione” del management dell'azienda leader negli acquisti online – nascondendo che tale richiesta è una dei punti di forza delle varie campagne che stanno portando avanti i socialisti americani, insieme al diritto ad organizzarsi sindacalmente e rafforzare l’attività sindacale.
E proprio il tasso di sindacalizzazione dei millenials che sta invertendo una tendenza, specie in quei settori sviluppatisi con le più o meno recenti trasformazioni capitalistiche, come la ristorazione di massa o i settori della “new economy”.
Ad un anno dal movimento “#MeToo”, pochi ricordano che furono proprio le lavoratrici di McDonald’s ad aprire la breccia, denunciano le violenze sessuali subite al lavoro e chiedendo che l’azienda si responsabilizzasse rispetto a questo fenomeno; mettendo anche in evidenza l’apparente contraddizione tra un’organizzazione scientifica del lavoro in grado di controllare capillarmente e nei dettagli l’opera dei loro sottoposti, ma incapace di prevenire i continui abusi sessuali sui propri dipendenti.
La vibrante campagna #BelieveSurvivors ha preso come spunto la mobilitazione contro Kavanaugh, per portare alla luce la questione della violenza sessuale come un problema strutturalmente connesso con il sistema del capitalismo nord-americano.
Lo stile di lavoro e l’approccio dei DSA è chiarito in maniera molto netta in una recente intervista alla direttrice nazionale Maria Svart, attivista di “lungo corso”, realizzata da Mike Pesca per Slate, di cui riportiamo alcuni stralci piuttosto significativi.
Prima di tutto l’espansione numerica e l’ingrossarsi delle file degli attivisti:
“Nel 2015, quando abbiamo avuto la nostra convention nazionale e abbiamo avuto 125 persone, siamo rimasti entusiasti. Le riunioni del DSA erano molto più piccole di adesso. Il DSA di New York City ha ora più di 4.000 membri e centinaia di persone partecipano alle riunioni generali. Nel 2011, potevamo contare su 20 persone per venire ad una riunione”.
Il rapporto dei DSA con il partito democratico e il ruolo che hanno le elezioni:
“DSA ha un piede nel Partito Democratico e un piede fuori dal Partito Democratico. Non vediamo le elezioni come una questione di purezza politica; le consideriamo come una questione di strategia e tattica, e sappiamo che il sistema politico è truccato contro chiunque oltre ai democratici e ai repubblicani. Quindi, piuttosto che oliare il sistema, stiamo facendo degli esperimenti.”
Cosa intendono per “socialismo democratico”:
“Crediamo che le persone dovrebbero avere la capacità di vivere una vita dignitosa e che è possibile nel paese più ricco della storia del mondo. Il socialismo democratico è l’idea che facciamo funzionare l’economia, e quindi dovremmo anche controllarla. Dovremmo possedere e controllare i nostri luoghi di lavoro. Dovremmo effettivamente avere un reale controllo democratico sulle decisioni di investimento pubblico. Altri aspetti della nostra società dovrebbero essere gestiti democraticamente. ... I dipendenti dovrebbero possedere i luoghi di lavoro. Perché non dovremmo avere una voce su come gestiamo le cose? Quindi, se avessimo un sindacato, potremmo dire: “Ci paghi circa il 10 percento di ciò che produciamo. Vogliamo il 20 percento”. “Con il socialismo, diremmo: In realtà, dovremmo gestire il negozio di biciclette. Dovremmo possedere il negozio di biciclette. Noi facciamo il lavoro. Sappiamo come funziona. Dovremmo essere effettivamente noi a controllarlo”. “Quando parlo di investimenti pubblici, ci sono alcune cose che non dovrebbero essere lasciate al mercato e devono essere controllate democraticamente”.
“Nazionalizzate?”, chiede il giornalista.
“Esattamente”, risponde l’intervistata.
Rispetto ai leader – e qui la risposta è molto interessante, perché aiuta a capire la differenza tra la “rappresentazione pubblica” e ciò che c’è dietro – e la cifra di una scelta:
“Sono la versione più moderata di ciò che noi, in quanto organizzazione, pensiamo come socialismo democratico, ma rispetto al sistema politico americano, sono iper-estrema sinistra. Uno dei ruoli dei socialisti democratici è riportare il dibattito politico dove deve essere, perché i repubblicani – e sono stati aiutati dai democratici nel corso degli anni – hanno tirato e tirato e trascinato il dibattito verso l’estrema destra, al punto in cui anche le idee socialdemocratiche di base erano demodé. E’ incredibilmente importante come Ocasio-Cortez prende di petto – in modo molto simile a quello di Bernie Sanders – questo luogo comune capitalista neoliberale, secondo cui il mercato era una soluzione a tutti i problemi. Mostra che un altro mondo è possibile. Parla con un linguaggio visionario che giunge a milioni di persone nello stesso modo di Bernie Sanders. Cioè, in un paese dove, come ho detto, viene fatta bere con il latte materno questa idea che la competizione senza fine tra noi è l’unico modo in cui possiamo vivere, l’isolamento senza fine l’uno dall’altro e la solitudine. Non c’è alternativa. Questo è incredibilmente importante.”
E sul ruolo dell’organizzazione rispetto alla percezione del blocco sociale:
“Crediamo veramente nelle persone e crediamo veramente che molte persone in questo paese siano molto più insoddisfatte dello status quo di quanto si possa pensare dal modo in cui i media mainstream, anche i liberal e i progressisti, ne parlano. Non siamo preoccupati, perché in realtà crediamo che molte persone sappiano che qualcosa è terribilmente sbagliato. Sanno che stiamo andando fuori dal selciato. Sanno che ci sono alcuni vincitori e un sacco di perdenti nella nostra economia. Se si approcciano ad una serie di idee politiche che aiutano a cristallizzare il perché questo sta accadendo, allora va bene, ed è effettivamente una buona cosa, e questo è il ruolo di un’organizzazione socialista, introdurre idee che sono state estromesse dalla discussione mainstream”
I DSA stanno creando un movimento politico di massa che tiene insieme una dimensione mainstream, di cui la rappresentazione plastica è la copertina di Vanity Fair con Alexandria Ocasio Cortez, contenuti radicali per un Paese che è la culla del neo-liberismo, e una tensione militante e una pratica “di strada” attraverso campagne mirate che aggredisce le contraddizioni interconnesse di classe, razza e genere del sistema nord-americano.
La forza politica nel Vecchio Continente che forse ha maggiormente valorizzato questa esperienza è stata “Momentum”, l’organizzazione di base che sostiene la leadership di Corbyn nel Labour e che ha invitato i DSA, tra cui Julia Salazar, al più grande festival politico in Gran Bretagna che si è tenuto in contemporanea al congresso del Labour quest’anno a Liverpool.
Occorre ricordare che furono tre statunitensi coloro che ci hanno fornito la cifra per comprendere tre degli avvenimenti storici più importanti del Novecento popolarizzandoli ad un grande pubblico: John Reed scrisse “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Edgar Show – che era un giornalista progressista – “Stella Rossa sulla Cina” e E.Hemingway, che era un grande scrittore schierato, “Per chi suona la Campana?”.
Il socialismo negli States non è nato ieri: siamo veramente sicuri che non ha niente da insegnarci?
Fonte
Sono un test importante per l’amministrazione Trump in vista delle presidenziali del 2020.
Questa tornata elettorale è generalmente sfavorevole all’amministrazione in carica, e risultano un test per capire la capacità di tenuta del consenso attorno a come ha operato il Presidente ed il suo staff.
Può cambiare infatti il profilo della Camera di cui 435 membri saranno “rinnovati” completamente, come avviene ogni due anni, e del Senato in cui cambieranno 35 membri, cioè quel terzo che viene eletto sempre ogni due anni.
Il partito Democratico può sperare di riprendere i 23 seggi che gli mancano per avere il controllo della Camera, mentre al Senato le elezioni potrebbero portare ad un controllo “totale” dei repubblicani considerando che i senatori repubblicani uscenti sono solo 9 contro i 26 democratici, che devono però fare i conti con 10 stati dove Trump ha vinto “a mani basse” nelle precedenti elezioni presidenziali.
Già dalle “primarie” del Partito Repubblicano, Trump si è speso non poco per sostenere i suoi candidati nei vari collegi nei differenti stati in cui si voterà, mentre per i democratici questo appuntamento elettorale è vitale per comprendere le chances per battere Orange Man alle presidenziali che si svolgeranno tra due anni.
Potremmo considerare le elezioni nord-americane “business as usual” tra due competitor che ridefiniscono i rapporti di forza tra le varie componenti dentro l’establishment a Stelle e a Strisce, se l’ascesa dei candidati sostenuti dai DSA, che hanno sfidato, e talvolta vinto, alle primarie del Partito Democratico, pezzi dei corporate democrats, non fosse avvenuta in continuità con la sfida lanciata da Bernie Sanders ad Hillary Clinton alle primarie per le elezioni presidenziali.
A queste elezioni si aggiungono quelle di governatore di alcuni importanti stati in cui candidati democratici sostenuti dai DSA sfidano i repubblicani dopo avere vinto le primarie.
Sembrano lontani i tempi in cui un commentatore chiosava in questo modo l’effetto spiazzante del “vecchietto” del Vermont: candidarsi alla carica di Presidente degli Stati Uniti definendosi socialista è come chiedere di lavorare a scuola dichiarandosi pedofilo.
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La parabola delle primarie “vincenti” ed in generale della sfida elettorale dei DSA va dalla “inaspettata” vittoria della ventottenne Alexandria Ocasio Cortez, il 26 giugno di quest’anno, nel 14° Distretto di New York per la Camera a quella della ventisettene di Julia Salazar in un altro distretto della Grande Mela per il Senato.
Come ogni osservatore minimamente attento alla politica nord-americana sa, a New York le vere elezioni sono le primarie democratiche, e quindi sia per Alexandria che per Julia ci sono ottime chances di essere elette.
È interessante osservare che mentre la Cortez è stata ignorata – fino alla vittoria – dai media mainstream, la Salazar è stata sottoposta ad una sistematica campagna di disinformazione (bashing per usare un termine più appropriato), segno che non essendo riusciti a neutralizzare lo sviluppo dei DSA e delle tematiche che portano avanti con la censura, i corporate media sono ricorsi ai ben oliati mezzi del linciaggio giornalistico.
Questi mezzi non hanno riscosso successo, perché il consenso rispetto alle tematiche portate avanti è stato più impattante del discredito che voleva produrre la macchina del fango.
Ma come si diceva poc’anzi i DSA sono un fenomeno “esteso” a livello nazionale ed in rapida crescita, mentre le loro campagne sono già in grado d’impattare il discorso politico mainstream.
Come avevamo riportato in un articolo che faceva la panoramica delle vari sfide elettorali dopo la vittoria della Cortez a metà agosto, in cui erano impegnati i DSA, citando Theo Anderson del “In these times” le elezioni: “hanno dato una risposta netta alla narrazione di Trump e sono servite per smentire l’affermazione che politiche di sinistra non possono vincere nel Midwest”.
Avevamo brevemente parlato delle varie campagne dei DSA nei contributi precedenti: dal controllo dei prezzi degli affitti, all’assistenza medica gratuita familiare, dall’introduzione di lavori federali per colmare la disoccupazione, alla riforma radicale del sistema penale, soffermandoci in particolare sull’abolizione dell’agenzia di sicurezza incaricata di “deportare” i migranti.
La recente notizia dell’innalzamento del salario minimo a 15 dollari, da parte di Amazon per i suoi operai, è stata generalmente data senza approfondire cosa stesse dietro questa importante vittoria – che non era una “concessione” del management dell'azienda leader negli acquisti online – nascondendo che tale richiesta è una dei punti di forza delle varie campagne che stanno portando avanti i socialisti americani, insieme al diritto ad organizzarsi sindacalmente e rafforzare l’attività sindacale.
E proprio il tasso di sindacalizzazione dei millenials che sta invertendo una tendenza, specie in quei settori sviluppatisi con le più o meno recenti trasformazioni capitalistiche, come la ristorazione di massa o i settori della “new economy”.
Ad un anno dal movimento “#MeToo”, pochi ricordano che furono proprio le lavoratrici di McDonald’s ad aprire la breccia, denunciano le violenze sessuali subite al lavoro e chiedendo che l’azienda si responsabilizzasse rispetto a questo fenomeno; mettendo anche in evidenza l’apparente contraddizione tra un’organizzazione scientifica del lavoro in grado di controllare capillarmente e nei dettagli l’opera dei loro sottoposti, ma incapace di prevenire i continui abusi sessuali sui propri dipendenti.
La vibrante campagna #BelieveSurvivors ha preso come spunto la mobilitazione contro Kavanaugh, per portare alla luce la questione della violenza sessuale come un problema strutturalmente connesso con il sistema del capitalismo nord-americano.
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Lo stile di lavoro e l’approccio dei DSA è chiarito in maniera molto netta in una recente intervista alla direttrice nazionale Maria Svart, attivista di “lungo corso”, realizzata da Mike Pesca per Slate, di cui riportiamo alcuni stralci piuttosto significativi.
Prima di tutto l’espansione numerica e l’ingrossarsi delle file degli attivisti:
“Nel 2015, quando abbiamo avuto la nostra convention nazionale e abbiamo avuto 125 persone, siamo rimasti entusiasti. Le riunioni del DSA erano molto più piccole di adesso. Il DSA di New York City ha ora più di 4.000 membri e centinaia di persone partecipano alle riunioni generali. Nel 2011, potevamo contare su 20 persone per venire ad una riunione”.
Il rapporto dei DSA con il partito democratico e il ruolo che hanno le elezioni:
“DSA ha un piede nel Partito Democratico e un piede fuori dal Partito Democratico. Non vediamo le elezioni come una questione di purezza politica; le consideriamo come una questione di strategia e tattica, e sappiamo che il sistema politico è truccato contro chiunque oltre ai democratici e ai repubblicani. Quindi, piuttosto che oliare il sistema, stiamo facendo degli esperimenti.”
Cosa intendono per “socialismo democratico”:
“Crediamo che le persone dovrebbero avere la capacità di vivere una vita dignitosa e che è possibile nel paese più ricco della storia del mondo. Il socialismo democratico è l’idea che facciamo funzionare l’economia, e quindi dovremmo anche controllarla. Dovremmo possedere e controllare i nostri luoghi di lavoro. Dovremmo effettivamente avere un reale controllo democratico sulle decisioni di investimento pubblico. Altri aspetti della nostra società dovrebbero essere gestiti democraticamente. ... I dipendenti dovrebbero possedere i luoghi di lavoro. Perché non dovremmo avere una voce su come gestiamo le cose? Quindi, se avessimo un sindacato, potremmo dire: “Ci paghi circa il 10 percento di ciò che produciamo. Vogliamo il 20 percento”. “Con il socialismo, diremmo: In realtà, dovremmo gestire il negozio di biciclette. Dovremmo possedere il negozio di biciclette. Noi facciamo il lavoro. Sappiamo come funziona. Dovremmo essere effettivamente noi a controllarlo”. “Quando parlo di investimenti pubblici, ci sono alcune cose che non dovrebbero essere lasciate al mercato e devono essere controllate democraticamente”.
“Nazionalizzate?”, chiede il giornalista.
“Esattamente”, risponde l’intervistata.
Rispetto ai leader – e qui la risposta è molto interessante, perché aiuta a capire la differenza tra la “rappresentazione pubblica” e ciò che c’è dietro – e la cifra di una scelta:
“Sono la versione più moderata di ciò che noi, in quanto organizzazione, pensiamo come socialismo democratico, ma rispetto al sistema politico americano, sono iper-estrema sinistra. Uno dei ruoli dei socialisti democratici è riportare il dibattito politico dove deve essere, perché i repubblicani – e sono stati aiutati dai democratici nel corso degli anni – hanno tirato e tirato e trascinato il dibattito verso l’estrema destra, al punto in cui anche le idee socialdemocratiche di base erano demodé. E’ incredibilmente importante come Ocasio-Cortez prende di petto – in modo molto simile a quello di Bernie Sanders – questo luogo comune capitalista neoliberale, secondo cui il mercato era una soluzione a tutti i problemi. Mostra che un altro mondo è possibile. Parla con un linguaggio visionario che giunge a milioni di persone nello stesso modo di Bernie Sanders. Cioè, in un paese dove, come ho detto, viene fatta bere con il latte materno questa idea che la competizione senza fine tra noi è l’unico modo in cui possiamo vivere, l’isolamento senza fine l’uno dall’altro e la solitudine. Non c’è alternativa. Questo è incredibilmente importante.”
E sul ruolo dell’organizzazione rispetto alla percezione del blocco sociale:
“Crediamo veramente nelle persone e crediamo veramente che molte persone in questo paese siano molto più insoddisfatte dello status quo di quanto si possa pensare dal modo in cui i media mainstream, anche i liberal e i progressisti, ne parlano. Non siamo preoccupati, perché in realtà crediamo che molte persone sappiano che qualcosa è terribilmente sbagliato. Sanno che stiamo andando fuori dal selciato. Sanno che ci sono alcuni vincitori e un sacco di perdenti nella nostra economia. Se si approcciano ad una serie di idee politiche che aiutano a cristallizzare il perché questo sta accadendo, allora va bene, ed è effettivamente una buona cosa, e questo è il ruolo di un’organizzazione socialista, introdurre idee che sono state estromesse dalla discussione mainstream”
*****
I DSA stanno creando un movimento politico di massa che tiene insieme una dimensione mainstream, di cui la rappresentazione plastica è la copertina di Vanity Fair con Alexandria Ocasio Cortez, contenuti radicali per un Paese che è la culla del neo-liberismo, e una tensione militante e una pratica “di strada” attraverso campagne mirate che aggredisce le contraddizioni interconnesse di classe, razza e genere del sistema nord-americano.
La forza politica nel Vecchio Continente che forse ha maggiormente valorizzato questa esperienza è stata “Momentum”, l’organizzazione di base che sostiene la leadership di Corbyn nel Labour e che ha invitato i DSA, tra cui Julia Salazar, al più grande festival politico in Gran Bretagna che si è tenuto in contemporanea al congresso del Labour quest’anno a Liverpool.
Occorre ricordare che furono tre statunitensi coloro che ci hanno fornito la cifra per comprendere tre degli avvenimenti storici più importanti del Novecento popolarizzandoli ad un grande pubblico: John Reed scrisse “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Edgar Show – che era un giornalista progressista – “Stella Rossa sulla Cina” e E.Hemingway, che era un grande scrittore schierato, “Per chi suona la Campana?”.
Il socialismo negli States non è nato ieri: siamo veramente sicuri che non ha niente da insegnarci?
Fonte
26/09/2018
La strana coppia Mélenchon/Corbyn
Jean Luc Mèlenchon è stato invitato a “The World Transformed”, uno dei festival politici più grandi organizzati in Gran Bretagna negli ultimi decenni.
Il festival è collaterale al Congresso del Labour, che quest’anno si svolge in questi giorni a Liverpool, ed è stato creato da Momentum nel 2016.
Questo evento ha visto lo scorso anno la partecipazione di 5.000 persone.
Momentum è l’organizzazione di base che sostiene il nuovo leader laburista Jeremy Corbyn, creata nel 2015 poche settimane dopo l'ascesa alla guida della formazione politica britannica e che ha avuto un ruolo chiave nelle ultime elezioni legislative.
“The World Transformed” è uno spazio di incontro e di dibattito dal ricco programma, e un altrettanto corposo spettro di argomenti trattati.
La cifra dell’evento la danno le parole di Fergal O’Dwyer, organizzatore del TWT, che ha dichiarato:
È interessante leggere ciò che scrive Angus Satow, organizzatore del TWT, nella presentazione che spiega le ragioni di questo invito:
È il prestigioso giornale marxista “Jacobine Magazine” che analizza le ragioni per cui – al di là di alcuni articoli critici abbastanza inconsistenti pubblicati “a sinistra” in Gran Bretagna – si dovrebbe dare il benvenuto a Mélenchon.
Scrive David Broder, dopo avere decostruito alcune delle accuse mosse al leader di FI, sintetizzando alcune linee guida della sua politica, ed avere ricordato che il 40% dei mussulmani francesi ha votato per lui e più del 50% degli aderenti alla CGT:
“Tutta l’Europa è in crisi”, ha dichiarato al quotidiano Libération, ed è importante, a sinistra, “per ricreare questi legami, dobbiamo conoscerci e, per forza, uno di noi riuscirà ad ottenere una vittoria alle elezioni generali”. Immagina la creazione di un vasto think tank tra i partiti coi movimenti della sinistra del mondo. “La mia pratica personale è più latina e spagnola, prima, non avevamo scambi con il mondo anglosassone. Stiamo appena iniziando la nostra storia con Corbyn.”
Jean Luc Mélenchon e Jeremy Corbyn hanno molto in comune.
Innanzi tutto l’età: entrambi hanno superato abbondantemente i sessanta e si avviano verso i settanta, ma entrambi hanno avuto un discreto successo tra le fasce più giovanili dei rispettivi elettorati – come il loro “omologo” statunitense Bernie Sanders, rendendo i millenials nuovamente protagonisti della politica.
Le ragioni di questo appeal stanno in un programma politico-sociale avanzato; mentre il programma della France Insoumise è relativamente più conosciuto e reperibile in italiano (“L’avvenire in comune”), quello del Labour è meno noto.
Il programma che sta per uscire dal Congresso di Liverpool, che si svolge in questi giorni, prevede tra l’altro: la ri-nazionalizzazione delle ferrovie e del settore energetico come delle poste, tasse sugli “immobili secondari” per finanziare gli alloggi per i senza casa, l’obbligo per le imprese con più di 250 impiegati di riservare un terzo dei consigli di amministrazione ai dipendenti, una forma di “azionariato popolare” attraverso il trasferimento forzato del 10% delle più grandi imprese nazionali ai dipendenti...
Aditya Chakrabortty, su The Guardian, si chiede se qualcuno ha notato che il Labour ha appena dichiarato la “guerra di classe”, sì usa proprio il termine class war per definire le politiche laburiste...
Il giornalista, che non lesina critica al caustico consigliere economico di Jeremy Corbyn, John McDonnell, e alla sua politica economica, traccia comunque un quadro impietoso della situazione della workig class anglosassone causata da un “eccesso di libera impresa”.
Torniamo alla strana coppia.
Entrambi sono due “pellacce” che vengono da esperienze “di minoranza” nei propri ranghi, ma non hanno smesso di perseguire una politica “radicale” divenuta sempre più mainstream nei rispettivi Paesi.
La comune passione per le lotte dei popoli latino-americani del Sud-America gli dà un idioma comune con cui potersi parlare: lo spagnolo, frutto anche dell’ispirazione che hanno tratto dalla Rivoluzione Bolivariana nelle sue varie declinazioni continentali.
Entrambi sono stati oggetto, e lo sono tuttora, del linciaggio mediatico da parte dei media internazionali, cioè dei grandi gruppi della comunicazione che dominano il mercato: il partito unico dell’informazione e le sue propaggini nella sinistra “liberal”.
Le critiche alla politica israeliana da parte di Corbyn gli sono costate le accuse di antisemitismo, piattamente riprese anche dalla stampa nostrana.
Il documentario di Gilles Perret sulla campagna del leader di France Insoumise alle ultime presidenziali dello scorso anno, “L’insoumise”, oltre a regalarci un ritratto di Mélenchon, ci fa tastare con mano la vera e propria “macchina del fango” che si è attivata contemporaneamente alla sua crescita nei sondaggi, nel mentre girava la Francia in lungo in largo, proiettando un suo discorso attraverso un ologramma in città differenti da dove si svolgeva il comizio.
Man mano che sempre più persone, in particolare giovani, si stringevano a lui, cresceva il bashing mediatico e le narrazioni tossiche, cosa che è avvenuta anche con Corbyn, le cui copertine dedicategli in fase elettorale da alcuni tabloid rimangono un capolavoro di fake news da ammannire al popolo...
I sondaggi d’Oltralpe ormai vedono l’indice di gradimento di Macron al di sotto di un quinto, mentre Mélénchon sembra essere il leader più apprezzato dai francesi. Nella “perfida Albione”, sebbene la gestione della Brexit da parte del governo conservatore di Theresa May sia molto criticata nei sondaggi, c’è invece un testa a testa, in una situazione di forte instabilità dovuta all’empasse nelle trattative sull’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Al vertice di Salisburgo, la May ha incassato un “no” unanime alla sua proposta, risultato di una mediazione in patria con l’ala più oltranzista che propugna una hard brexit, che non ha però annichilito le voci contrarie a quel tipo d’accordo nel partito conservatore.
Il prossimo consiglio europeo del 18 ottobre è un’altra tappa per vedere come procederanno le trattative, per ora ferme, con una UE che mostra compatta una intransigenza nei confronti della leader dei conservatori, che va ripetendo da tempo che “nessun accordo è meglio di un pessimo accordo”.
I tories si avvicinano al loro Congresso di questo fine settimana, un appuntamento pieno di incognite. La Brexit sarà al centro delle discussioni così come in parte lo è stata per i laburisti in questi giorni.
La settimana prossima potremmo dare un quadro più dettagliato di come le due formazioni si stanno muovendo verso quel 29 marzo che segnerà o un divorzio “consensuale” tra UE e Gran Bretagna – con un periodo di transizione che finirà il 31 dicembre del 2020, in cui verranno applicate le regole dell’Unione – o un “no deal” dagli scenari geopolitici difficilmente prevedibili.
In ogni caso, sia se si andasse ad elezioni anticipate, sia si riuscisse a fare celebrare un “secondo referendum” (come vorrebbe una parte trasversale del Labour), anche la crisi politica britannica ha triturato i precedenti attori politici: quelli che avevano guidato il processo di integrazione europea...
Fonte
Il festival è collaterale al Congresso del Labour, che quest’anno si svolge in questi giorni a Liverpool, ed è stato creato da Momentum nel 2016.
Questo evento ha visto lo scorso anno la partecipazione di 5.000 persone.
Momentum è l’organizzazione di base che sostiene il nuovo leader laburista Jeremy Corbyn, creata nel 2015 poche settimane dopo l'ascesa alla guida della formazione politica britannica e che ha avuto un ruolo chiave nelle ultime elezioni legislative.
“The World Transformed” è uno spazio di incontro e di dibattito dal ricco programma, e un altrettanto corposo spettro di argomenti trattati.
La cifra dell’evento la danno le parole di Fergal O’Dwyer, organizzatore del TWT, che ha dichiarato:
“Gli ultimi due anni hanno mostrato che c’è sete in Gran Bretagna per un diverso tipo di politica e una nuova società, che strappa il potere dall’establishment e lo mette nelle mani dei più. Con il doppio della capacità e centinaia di altri relatori e sessioni, The World Transformed 2018 sarà il più grande festival politico nel Regno Unito da decenni e discuterà le nuove politiche socialiste che potrebbero confluire nel prossimo manifesto. Quest’anno ci concentreremo su come costruiamo il socialismo dal basso e su come formiamo gli attivisti per portare ora cambiamenti concreti nelle comunità. TWT2018 vedrà anche il nostro movimento diventare globale, con relatori e attivisti provenienti da tutto il mondo per imparare gli uni dagli altri e forgiare un nuovo internazionalismo socialista”.È in questa cornice che si è tenuto il discorso di Mélenchon, e sempre nella stessa città portuale l’incontro con il leader del Labour.
È interessante leggere ciò che scrive Angus Satow, organizzatore del TWT, nella presentazione che spiega le ragioni di questo invito:
“Il veterano socialista apparirà al fianco del membro del gabinetto ombra laburista Jon Trickett in uno degli atti principali del nostro festival di quattro giorni di politica, arte e musica che è diventato un pilastro della conferenza del partito. I paragoni abbondano tra Mélenchon e Jeremy Corbyn. Dopo l’ondata di Corbyn alle elezioni del 2017, una rivista francese definì il leader laburista un “Mélenchon britannico”. Entrambi sono, naturalmente, uomini bianchi di una certa età che guidano una sinistra in ripresa nei loro rispettivi paesi. Sono compagni di socialismo navigati e controcorrente – entrambi sono emarginati mentre il neoliberismo si impadronisce dei loro partiti, con Corbyn che emerge dalle ceneri nel 2015, e Mélenchon che lascia il Partito Socialista (PS) nel 2008 per formare una nuova sinistra, ora in ascesa. Ma la vera ragione dell’invito di Mélenchon a TWT non è perché questo è il marchio di Corbyn 2.0. No, è per lo stesso motivo per cui TWT sta innanzitutto avvenendo: come parte di un progetto socialista democratico per spostare il potere verso le persone. La verità fondamentale sui successi dei due uomini è che non si tratta di loro. Si tratta di ciò che loro, e TWT, rappresentano: la sinistra che si impadronisce del futuro.”Diciamo, una visione prospettica ad ampio raggio che ha poco a che fare con i dibattiti correnti nella Sinistra nostrana...
È il prestigioso giornale marxista “Jacobine Magazine” che analizza le ragioni per cui – al di là di alcuni articoli critici abbastanza inconsistenti pubblicati “a sinistra” in Gran Bretagna – si dovrebbe dare il benvenuto a Mélenchon.
Scrive David Broder, dopo avere decostruito alcune delle accuse mosse al leader di FI, sintetizzando alcune linee guida della sua politica, ed avere ricordato che il 40% dei mussulmani francesi ha votato per lui e più del 50% degli aderenti alla CGT:
“Mélenchon dovrebbe essere esaminato attentamente per i suoi fallimenti proprio come chiunque altro. Ma è meschino e un poco sciocco giudicare France Insoumise, o il suo leader, assemblando una serie di citazioni decontestualizzate ed emettere dichiarazioni di colpevolezza con associazioni traballanti. Jeremy Corbyn non era soggetto a una tale campagna, solo due settimane fa? Non sono d’accordo con tutto ciò che dice Jean-Luc (o Jeremy). Ma una politica solidaristica parte dal futuro che vogliamo costruire in comune.”Vista la sua importanza, in un contributo successivo analizzeremo in dettaglio il suo discorso che, insieme all’incontro con il leader del Labour, delinea una strategia da lui apertamente annunciata di un consesso internazionale che vada oltre i perimetri continentali ed un inizio di confronto con il mondo anglosassone:
“Tutta l’Europa è in crisi”, ha dichiarato al quotidiano Libération, ed è importante, a sinistra, “per ricreare questi legami, dobbiamo conoscerci e, per forza, uno di noi riuscirà ad ottenere una vittoria alle elezioni generali”. Immagina la creazione di un vasto think tank tra i partiti coi movimenti della sinistra del mondo. “La mia pratica personale è più latina e spagnola, prima, non avevamo scambi con il mondo anglosassone. Stiamo appena iniziando la nostra storia con Corbyn.”
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Jean Luc Mélenchon e Jeremy Corbyn hanno molto in comune.
Innanzi tutto l’età: entrambi hanno superato abbondantemente i sessanta e si avviano verso i settanta, ma entrambi hanno avuto un discreto successo tra le fasce più giovanili dei rispettivi elettorati – come il loro “omologo” statunitense Bernie Sanders, rendendo i millenials nuovamente protagonisti della politica.
Le ragioni di questo appeal stanno in un programma politico-sociale avanzato; mentre il programma della France Insoumise è relativamente più conosciuto e reperibile in italiano (“L’avvenire in comune”), quello del Labour è meno noto.
Il programma che sta per uscire dal Congresso di Liverpool, che si svolge in questi giorni, prevede tra l’altro: la ri-nazionalizzazione delle ferrovie e del settore energetico come delle poste, tasse sugli “immobili secondari” per finanziare gli alloggi per i senza casa, l’obbligo per le imprese con più di 250 impiegati di riservare un terzo dei consigli di amministrazione ai dipendenti, una forma di “azionariato popolare” attraverso il trasferimento forzato del 10% delle più grandi imprese nazionali ai dipendenti...
Aditya Chakrabortty, su The Guardian, si chiede se qualcuno ha notato che il Labour ha appena dichiarato la “guerra di classe”, sì usa proprio il termine class war per definire le politiche laburiste...
Il giornalista, che non lesina critica al caustico consigliere economico di Jeremy Corbyn, John McDonnell, e alla sua politica economica, traccia comunque un quadro impietoso della situazione della workig class anglosassone causata da un “eccesso di libera impresa”.
“Per decenni, gli inglesi hanno praticato un lasseiz-faire che consente ai grandi investitori di comprare qualsiasi attività che gradiscono e fare ciò che vogliono. Quell’atteggiamento ha permesso a Philip Green di spogliare le ossa di BHS, a Kraft di atterrire Cadbury e Thames Water ad essere preda di un consorzio di investitori internazionali. I frutti di tutta questa carneficina sono confluiti in un solo gruppo: gli azionisti. Nel 2015, il capo economista della Bank of England, Andy Haldane, ha tracciato ciò che è accaduto alla quota di reddito nazionale dei lavoratori nel lungo periodo. Ha scoperto che il lavoro ha avuto fette sempre più piccole della torta: dal 70% negli anni ’70 al 55% ora. Secondo i suoi calcoli, gli impiegati ottengono proporzionalmente meno ora di quanto ottenevano all’inizio della rivoluzione industriale, negli anni settanta del '700. Se i salari degli operai fossero stati mantenuti in linea con l’aumento della loro produttività dal 1990, il lavoratore medio sarebbe oggi più ricco del 20%. Oppure potrebbero avere un weekend di tre giorni tutto l’anno e comunque essere pagato lo stesso.”Non stupisce che nel Paese che in Europa, per primo, ha conosciuto l’applicazione delle ricette liberiste grazie alla Thatcher, e lo svuotamento tra le file laburiste di ogni istanza progressista con la parabola del “New Labour” di Tony Blair, abbia votato prima per uscire dalla UE e poi per il Labour di Corbyn, che ora è “testa a testa” nei sondaggi con il 35% delle preferenze di voto in una non escludibile ipotesi di elezione anticipata a novembre...
Torniamo alla strana coppia.
Entrambi sono due “pellacce” che vengono da esperienze “di minoranza” nei propri ranghi, ma non hanno smesso di perseguire una politica “radicale” divenuta sempre più mainstream nei rispettivi Paesi.
La comune passione per le lotte dei popoli latino-americani del Sud-America gli dà un idioma comune con cui potersi parlare: lo spagnolo, frutto anche dell’ispirazione che hanno tratto dalla Rivoluzione Bolivariana nelle sue varie declinazioni continentali.
Entrambi sono stati oggetto, e lo sono tuttora, del linciaggio mediatico da parte dei media internazionali, cioè dei grandi gruppi della comunicazione che dominano il mercato: il partito unico dell’informazione e le sue propaggini nella sinistra “liberal”.
Le critiche alla politica israeliana da parte di Corbyn gli sono costate le accuse di antisemitismo, piattamente riprese anche dalla stampa nostrana.
Il documentario di Gilles Perret sulla campagna del leader di France Insoumise alle ultime presidenziali dello scorso anno, “L’insoumise”, oltre a regalarci un ritratto di Mélenchon, ci fa tastare con mano la vera e propria “macchina del fango” che si è attivata contemporaneamente alla sua crescita nei sondaggi, nel mentre girava la Francia in lungo in largo, proiettando un suo discorso attraverso un ologramma in città differenti da dove si svolgeva il comizio.
Man mano che sempre più persone, in particolare giovani, si stringevano a lui, cresceva il bashing mediatico e le narrazioni tossiche, cosa che è avvenuta anche con Corbyn, le cui copertine dedicategli in fase elettorale da alcuni tabloid rimangono un capolavoro di fake news da ammannire al popolo...
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I sondaggi d’Oltralpe ormai vedono l’indice di gradimento di Macron al di sotto di un quinto, mentre Mélénchon sembra essere il leader più apprezzato dai francesi. Nella “perfida Albione”, sebbene la gestione della Brexit da parte del governo conservatore di Theresa May sia molto criticata nei sondaggi, c’è invece un testa a testa, in una situazione di forte instabilità dovuta all’empasse nelle trattative sull’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Al vertice di Salisburgo, la May ha incassato un “no” unanime alla sua proposta, risultato di una mediazione in patria con l’ala più oltranzista che propugna una hard brexit, che non ha però annichilito le voci contrarie a quel tipo d’accordo nel partito conservatore.
Il prossimo consiglio europeo del 18 ottobre è un’altra tappa per vedere come procederanno le trattative, per ora ferme, con una UE che mostra compatta una intransigenza nei confronti della leader dei conservatori, che va ripetendo da tempo che “nessun accordo è meglio di un pessimo accordo”.
I tories si avvicinano al loro Congresso di questo fine settimana, un appuntamento pieno di incognite. La Brexit sarà al centro delle discussioni così come in parte lo è stata per i laburisti in questi giorni.
La settimana prossima potremmo dare un quadro più dettagliato di come le due formazioni si stanno muovendo verso quel 29 marzo che segnerà o un divorzio “consensuale” tra UE e Gran Bretagna – con un periodo di transizione che finirà il 31 dicembre del 2020, in cui verranno applicate le regole dell’Unione – o un “no deal” dagli scenari geopolitici difficilmente prevedibili.
In ogni caso, sia se si andasse ad elezioni anticipate, sia si riuscisse a fare celebrare un “secondo referendum” (come vorrebbe una parte trasversale del Labour), anche la crisi politica britannica ha triturato i precedenti attori politici: quelli che avevano guidato il processo di integrazione europea...
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15/01/2018
É arrivato il nostro Momentum!
Momentum è il movimento di base che dal 2015 sostiene Jeremy Corbyn e ha contribuito in modo decisivo ai suoi successi. In gran parte sono giovani. Il loro segreto? L’uso smart della rete, e un linguaggio che parla ai disillusi. Una delegazione della lista Potere al popolo è sbarcata a Londra per incontrarli e condividere le proprie esperienze “parallele”.
Birkenhead è una città di quasi centomila abitanti, posta proprio di fronte a Liverpool. Ma, a differenza della vicina metropoli, Birkenhead non ha avuto né i Beatles né una squadra di calcio famosa in tutto il mondo. Tranmere rovers F.c., il nome della squadra di football locale, dice probabilmente qualcosa solo agli appassionati di calcio inglese. E anche il festival musicale che si tiene in città, il Wirral live, non ha il richiamo di altri ben più rinomati.
Ciononostante, proprio al Prenton Park, lo stadio della squadra di casa, è nato uno dei cori più “virali” della campagna di Jeremy Corbyn. Maggio 2017, c’è il festival di musica. Corbyn esce sul palco, malgrado i suoi collaboratori lo abbiano sconsigliato. Temono fischi e un effetto boomerang.
Corbyn insiste e «il suo coraggio paga», come ci racconta Lewis Bassett, trentenne organizzatore di Momentum a Lambeth e Southwark (Londra). «A Birkhenhead – prosegue Lewis – è stato scritto un piccolo pezzo di storia del Labour». Mentre Jeremy Corbyn si avvia a concludere il suo breve discorso, infatti, nasce il coro che avrebbe poi caratterizzato tutta la campagna elettorale. Quel «oh, Jeremy Corbyn» che dopo qualche settimana in migliaia e migliaia avrebbero gridato a Glastonbury. Altro festival, altro successo.
Ma chi è che canta il coro, che acclama Corbyn come fosse una rockstar, a Birkenhead come a Glastonbury, a Islington come nel resto del Regno Unito? In grande maggioranza sono giovani, fino a poco tempo fa completamente disillusi. Della politica non ne volevano sapere nulla. Gli anni del “blairismo” prima – di quella third way che in Italia in tanti si ostinano a voler presentare come novità politica – e dei governi Tories (conservatori) poi, avevano contribuito ad allontanare percentuali sempre più ampie di popolazione dalla partecipazione politica.
«Entusiasmo» è la parola che, per farci capire cosa si sia generato in questi ultimi anni in Inghilterra, utilizza Laura Parker. L’abbiamo incontrata alla Soas (School of oriental and african studies), storica università londinese, teatro negli ultimi anni anche delle mobilitazioni (spesso vincenti) del personale universitario e dei cleaners, gli addetti alle pulizie degli edifici. Laura, 47 anni e coordinatrice nazionale di Momentum, sabato 6 gennaio ha partecipato al primo incontro al di fuori del Belpaese di Potere al popolo, il movimento politico italiano nato meno di un mese fa a partire dalla proposta dell’Ex opg Je so’ pazzo di Napoli e oggi in corsa per raccogliere le firme necessarie alla presentazione della candidatura alle prossime elezioni parlamentari. E in un Paese come l’Italia, in cui si parla addirittura di un possibile tasso di astensionismo giovanile al 70%, la straordinaria mobilitazione politica dei giovani inglesi non può lasciare indifferenti. Momentum ne è stato un attore fondamentale, riuscendo in pochissimi mesi a costruire una struttura di 31mila membri e circa 200mila sostenitori, in gran parte, per l’appunto, giovani. «L’austerity di questi anni ha colpito pesantemente le ultime generazioni – ci racconta –. Sono aumentate le tasse universitarie, sono stati ridotti i “benefits”, sono stati inventati contratti di lavoro sempre peggiori. E in più se sei giovane la “colpa” ricade sempre su di te. Vieni continuamente sminuito e ridicolizzato».
Istintivamente, vengono in mente i vari epiteti con cui i giovani sono stati appellati nel nostro Paese: «sfigati», «choosy», «bamboccioni». E quando emigrano “tanto meglio”, «perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi» (Poletti dixit). «Con Corbyn qualcosa cambia – continua intanto Laura –. Lo capisci subito quando lo senti parlare. Non ci sono formalità inutili, si sente un’autenticità fino ad ora quasi sconosciuta.
Che non è espediente retorico, ma deriva dalla coerenza che Jeremy ha mantenuto in tutta la sua vita. Si è sempre opposto alle peggiori misure dei governi labouristi, dalla guerra in Iraq ai tagli ai servizi pubblici, passando per le riforme del mercato del lavoro. E per i giovani – ma non solo per loro – tutto ciò si traduce in credibilità. È così che centinaia di volontari hanno partecipato alla campagna elettorale, mettendo a disposizione il proprio tempo libero senza null’altro in cambio che un senso di appartenenza ad una collettività che sta cercando di trasformare il Paese ». Il successo nel coinvolgimento giovanile è ancor più significativo se si pensa che Momentum e Corbyn hanno dovuto affrontare media ostili, che inizialmente hanno negato quasi ogni spazio, poi hanno cominciato a trasmettere l’idea di un progetto che, se vincente, avrebbe portato alla fine del Labour prima e del Paese poi.
Di fronte al muro eretto dai media mainstream, Momentum ha deciso di investire le proprie forze per arrivare su quei canali che i giovani utilizzano di più: i social network. «La nostra campagna sui social è stata incredibile. Abbiamo utilizzato innanzitutto un linguaggio che fosse comprensibile, facendo uso di un diverso ventaglio di mezzi espressivi. Ad esempio con le campagne #Grime- 4Corbyn e Rize up Uk, frutto del coinvolgimento di artisti, musicisti, cantanti, che avevano un pubblico cui non saremmo arrivati altrimenti. Siamo riusciti a comunicare a milioni e milioni di persone. I video di Momentum sono diventati virali, al punto che un utente su tre di Facebook Uk ne ha visto almeno uno.
E si tratta di una comunicazione seria e divertente allo stesso tempo. Basta con messaggi pesanti e noiosi. Si possono fare le cose in un altro modo e la nostra campagna sui social network ne è la dimostrazione. Senza dimenticare l’altro pilastro: il porta a porta, il contatto diretto con la popolazione, basato su un lavoro pregresso di raccolta dati, così da avere un quadro chiaro delle persone con cui si va a parlare».
Non è sorprendente quindi che il quotidiano Independent poche settimane fa, parlando proprio dei movimenti politici nascenti in Italia, citasse Momentum e Corbyn tra i modelli di riferimento.
Se l’obiettivo è una politica che trasformi l’esistente, «una rottura reale», per usare le parole di Laura, allora gli spunti che vengono dalla Gran Bretagna non possono essere ignorati.
Giuliano Granato per Left
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04/01/2018
Potere al Popolo non è il Labour di Corbyn, ma c’è qualcosa da imparare
La giornalista/attivista Rosa Gilbert, autrice dell’articolo su Potere al Popolo pubblicato da The Indipendent (pubblicato anche sul nostro giornale), risponde all’intervento di Vincenzo Morvillo uscito su Contropiano alcuni giorni fa.
Per rispondere alla polemica sull’associazione di Potere al Popolo con Momentum e la campagna pro Corbyn all’interno del partito laburista vorrei prima di tutto spiegare perché questo era necessario. I media del Regno Unito versano in pessime condizioni, il loro modello di finanziamento non funziona. Nonostante i risultati delle elezioni del giugno 2017, dove c’è stata una crescita delle posizioni più radicali nel partito laburista, ad oggi, non ne viene dato risalto nei principali media. Dunque è estremamente difficile trovare un editore che pubblichi dei contenuti radicalmente di sinistra, nel Regno Uniti come altrove. Ma ci sono anche alcuni editori che rompono questo schema, questo è il caso dell’Indipendent. Tuttavia, come altre testate giornalistiche on-line il loro guadagno si concretizza attraverso un cospicuo numero di click o pagine visitate nei relativi siti. Si incoraggia così la pubblicazione di articoli che siano in grado di generare “traffico”, un semplice articolo su uno sconosciuto movimento in Italia non era così appetibile e ho dovuto fare in modo che lo diventasse. Inoltre i media mainstream inglesi non vedono di buon occhio le voci pro-Corbyn, anche se gli articoli che lo menzionano tendono ad essere molto condivisi, come in questo caso, dove ci sono state più di 6000 condivisioni quando normalmente la maggior parte degli articoli nella sezione “Opinioni” raggiunge al più le 100 condivisioni.
Il senso della mia argomentazione non era cosa Potere al Popolo stesse cercando o dovrebbe cercare di emulare dalla piattaforma politica di Corbyn ma semplicemente come gli attivisti sono stati ispirati dal successo di Momentum, coalizione di movimenti sociali divenuti una forza egemonica nelle politiche del Regno Unito.
Comunque, il rifiuto del “Corbinismo” e delle sue proposte economiche tacciate così di riformismo, io credo sia, una visione miope. E’ infatti importante capire il contesto di riferimento e il guadagno reale per la sinistra del Regno Unito con tutte le differenze del caso anche dal resto dell’Europa.
E’ un dato di fatto che a differenza della Grecia, il “Corbynismo” non è stato sperimentato in un governo ma ci sono delle indicazioni su come può funzionare e su come il movimento che lo ha portato al potere abbia un impatto diretto sulle future politiche di governo.
Uno dei nodi cruciali è la Brexit, che sotto la leadership di Corbyn ha creato una grande divisione e confusione fra le classi dominanti inglesi e internazionali. Questo si evince dai contraddittori comunicati rilasciati dall’IMF e da Tony Blair (che crede che sia più importante stoppare la Brexit che un governo Labour) e alcuni dirigenti del partito conservatore che hanno detto di preferire un premierato di Corbyn a una Brexit gestita dalla destra. L’appoggio da parte dell’IMF in questa situazione non è la prova delle proposte economiche di Corbyn come continuazione dello status-quo, infatti John McDonnel ha pianificato delle misure nel caso ci fosse fuga di capitali o per difendersi dalla istituzioni internazionali che cercassero di sovvertire un risultato elettorale favorevole a Corbyn come a un suo governo.
L’uscita vittoriosa dalle elezioni di giugno 2017 mostrano che Momentum e il partito laburista sono le più forti compagini socialiste ed anti-imperialiste nell’Europa Occidentale, ma le tensioni fra i riformisti socialdemocratici e i socialisti radicali all’interno del partito sull’opporsi o meno alle istituzioni internazionali, come alla NATO , sono una battaglia quotidiana e un prezzo da pagare. Nell’ottobre del 2017, Young Labour fino ad adesso una delle ali più conservatrici del partito, a una conferenza sulle politiche del partito ha votato per l’uscita del Regno Unito dalla NATO. Questo non è stato ufficialmente adottato dal partito e una delle voci più autorevoli come, Owen Jones, si è sempre dichiarato per rimanere nella NATO, ma è chiaro che esiste un movimento per politiche estere socialiste (pacifiste), non ultimo infatti che il leader del partito ha una storia che lo lega ai movimenti contro la NATO e al Partito Comunista (inglese). Il Labour Party si sta inoltre muovendo verso politiche economiche molto più radicali delle economie miste sostenute dai partiti (anticomunisti) socialdemocratici nel ventesimo secolo. E’ stato promesso non solo di rinazionalizzare un numero di industrie ma, che in generale il processo produttivo sia sottoposto a modelli alternativi di gestione controllati direttamente dai lavoratori, una proposta con il nome “Alternative Models of Ownership”.
Non c’è dubbio che i movimenti dal basso che hanno contribuito alla crescita del partito (aggiungendo almeno 400.000 membri negli ultimi due anni) non siano semplicemente un elemento di supporto nella campagna elettorale, ma un vero elemento di controllo nella guida del partito. Una delle più importanti proposte del programma laburista di quest’anno è stata l’abolizione (non solo la riduzione) delle tasse universitarie, segno dell’influenza decisiva del movimento studentesco nella compagna per eleggere Corbyn come leader e in Momentum. Infatti la debolezza maggiore per Corbyn è che ancora la destra del suo partito controlla lo strato parlamentare, ma questo lo rende ancora di più dipendente dai movimenti che lo sostengono. Tutto ciò, però, rimane ancora nell’ambito delle speculazioni politiche di potenziali scenari. E’ più utile capire i cambiamenti materiali che hanno preso luogo grazie ai movimenti e a Momentum o indipendentemente attraverso il Partito Labourista e la campagna elettorale. E’ giusto che i socialisti spendano tempo ed energie nella costruzione e sostegno di movimenti su singoli problemi e istanze creando campagne ad hoc se questo riguarda il diritto alla casa o i diritti dei lavoratori, come contro il Jobs Act in Italia, e ancora contro le politiche dell’unione europea, ma la futilità e la mancanza di potere che abbiamo sperimentato nel Regno Unito con i governi di destra è fondamentalmente cambiata solo con l’ascesa di Corbyn a leader. Il suo supporto per numerosi movimenti e campagne ha fatto pressione sul governo e mitigato alcune delle peggiori politiche governative, dalle tasse per gli studenti universitari, ai benefits come sui diritti dei migranti.
Chiaramente una “migliore-austerità” non è una panacea ma aiuta a rompere il dogma neo-liberale che l’austerità è necessaria, e ciò incoraggia più persone a sostenere il Labour Party, rendendosi conto che l’austerità inflitta è una scelta politica. Significativo in questo è il fatto che il Labour Party sostiene gli scioperi e le lotte dei lavoratori delle ferrovie RMT, una lotta che rappresenta la congiuntura fra privatizzazione, massimizzazione del profitto e incremento del rischio per la pubblica utenza esponendo la popolazione alla seria minaccia del capitalismo che sottrae benessere alle persone attraverso la sua necessità perpetua di accumulare profitto. Ancora questo può essere visto dialetticamente come la visibilità che il Partito laburista è in grado di dare allo sciopero sostenendolo a livello nazionale, facendo così riflettere la gente sulla vera natura del capitalismo e incoraggiando le persone a supportare i lavoratori in lotta. Questo impegno con “politiche riformiste” ha creato una forza politica molto più potente di una feticizzazione delle lotte dei lavoratori che vede ogni tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni come un tradimento, e che offusca il passaggio dalle lotte al potere, oppure un riformismo socialdemocratico basato su istituzioni di potere. È questa necessità di una transizione oltre le lotte puramente monotematiche, che era uno scopo alla base dei partiti comunisti in tutta Europa.
R. Palme Dutt, leader comunista britannico, scrisse nel 1922 "Ciò che unirà i lavoratori non è la lotta economica. La lotta economica divide: riguarda lavoratori diversi in tempi diversi... Ciò che abbiamo di più simile a una campagna unitaria è l’offensiva dei padroni negli ultimi due anni: ma anche questa offensiva ha mantenuto diversi lavoratori separati. La lotta economica non potrà mai unire i lavoratori... l’unica causa che riguarda tutti i lavoratori e che può unirli in nome di un interesse comune è la lotta politica, la lotta politica per il potere della classe lavoratrice in quanto classe. Solo una causa politica può unire i lavoratori... e dato che solo la lotta politica della classe lavoratrice in quanto classe può unire i lavoratori, la forza unificatrice del movimento operaio può solo essere il partito della classe lavoratrice.”
La domanda cruciale è come costruire una contro-egemonia di sinistra e di successo usando movimenti sociali, partiti, sindacati. Ciò non avviene attestandosi su linee dogmatiche ma costruendo movimenti che coinvolgano le persone, che siano in grado di vedere il successo come una possibilità concreta, ma allo stesso tempo di capire la necessità di progredire radicalizzandosi. Questo processo è dialettico. Se la sinistra diventa troppo autoreferenziale, rischia di essere più una sottocultura che un movimento politico, non avrà sostegno e i suoi insuccessi dissuaderanno le persone dal coinvolgimento. Ci deve anche essere una capacità di spiegare sia i successi che i fallimenti. I movimenti si galvanizzano e possono sembrare enormi ma spesso non raggiungono il loro obiettivo politico. I fallimenti, però, possono a loro volta condurre alla costruzione di progetti a lungo termine per avere successo, cioè perdere la battaglia ma vincere la guerra. E ci sono diversi modi per misurare il successo, in Gran Bretagna la nazionalizzazione è sostenuta da un partito politico e ha un sostegno pubblico di massa; le idee di Karl Marx sono associate alla leadership dell’attuale Partito laburista, e l’idea di uscire dalla NATO è diventata una vera possibilità. Queste bisogna vederle come piccole vittorie. C’è una tendenza a vedere questo gioco a somma zero tra annacquare idee radicali per impegnarsi con istituzioni democratiche e mantenere una linea purista lontano dall’impegno della politica dominate. Questa è una posizione di estrema sinistra denunciata da Lenin. Invece, il punto è rendere le idee radicali accettabili e popolari fra il grande pubblico, qualcosa che richiede un lungo percorso e impegno a tutti i livelli della società.
Fonte
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Per rispondere alla polemica sull’associazione di Potere al Popolo con Momentum e la campagna pro Corbyn all’interno del partito laburista vorrei prima di tutto spiegare perché questo era necessario. I media del Regno Unito versano in pessime condizioni, il loro modello di finanziamento non funziona. Nonostante i risultati delle elezioni del giugno 2017, dove c’è stata una crescita delle posizioni più radicali nel partito laburista, ad oggi, non ne viene dato risalto nei principali media. Dunque è estremamente difficile trovare un editore che pubblichi dei contenuti radicalmente di sinistra, nel Regno Uniti come altrove. Ma ci sono anche alcuni editori che rompono questo schema, questo è il caso dell’Indipendent. Tuttavia, come altre testate giornalistiche on-line il loro guadagno si concretizza attraverso un cospicuo numero di click o pagine visitate nei relativi siti. Si incoraggia così la pubblicazione di articoli che siano in grado di generare “traffico”, un semplice articolo su uno sconosciuto movimento in Italia non era così appetibile e ho dovuto fare in modo che lo diventasse. Inoltre i media mainstream inglesi non vedono di buon occhio le voci pro-Corbyn, anche se gli articoli che lo menzionano tendono ad essere molto condivisi, come in questo caso, dove ci sono state più di 6000 condivisioni quando normalmente la maggior parte degli articoli nella sezione “Opinioni” raggiunge al più le 100 condivisioni.
Il senso della mia argomentazione non era cosa Potere al Popolo stesse cercando o dovrebbe cercare di emulare dalla piattaforma politica di Corbyn ma semplicemente come gli attivisti sono stati ispirati dal successo di Momentum, coalizione di movimenti sociali divenuti una forza egemonica nelle politiche del Regno Unito.
Comunque, il rifiuto del “Corbinismo” e delle sue proposte economiche tacciate così di riformismo, io credo sia, una visione miope. E’ infatti importante capire il contesto di riferimento e il guadagno reale per la sinistra del Regno Unito con tutte le differenze del caso anche dal resto dell’Europa.
E’ un dato di fatto che a differenza della Grecia, il “Corbynismo” non è stato sperimentato in un governo ma ci sono delle indicazioni su come può funzionare e su come il movimento che lo ha portato al potere abbia un impatto diretto sulle future politiche di governo.
Uno dei nodi cruciali è la Brexit, che sotto la leadership di Corbyn ha creato una grande divisione e confusione fra le classi dominanti inglesi e internazionali. Questo si evince dai contraddittori comunicati rilasciati dall’IMF e da Tony Blair (che crede che sia più importante stoppare la Brexit che un governo Labour) e alcuni dirigenti del partito conservatore che hanno detto di preferire un premierato di Corbyn a una Brexit gestita dalla destra. L’appoggio da parte dell’IMF in questa situazione non è la prova delle proposte economiche di Corbyn come continuazione dello status-quo, infatti John McDonnel ha pianificato delle misure nel caso ci fosse fuga di capitali o per difendersi dalla istituzioni internazionali che cercassero di sovvertire un risultato elettorale favorevole a Corbyn come a un suo governo.
L’uscita vittoriosa dalle elezioni di giugno 2017 mostrano che Momentum e il partito laburista sono le più forti compagini socialiste ed anti-imperialiste nell’Europa Occidentale, ma le tensioni fra i riformisti socialdemocratici e i socialisti radicali all’interno del partito sull’opporsi o meno alle istituzioni internazionali, come alla NATO , sono una battaglia quotidiana e un prezzo da pagare. Nell’ottobre del 2017, Young Labour fino ad adesso una delle ali più conservatrici del partito, a una conferenza sulle politiche del partito ha votato per l’uscita del Regno Unito dalla NATO. Questo non è stato ufficialmente adottato dal partito e una delle voci più autorevoli come, Owen Jones, si è sempre dichiarato per rimanere nella NATO, ma è chiaro che esiste un movimento per politiche estere socialiste (pacifiste), non ultimo infatti che il leader del partito ha una storia che lo lega ai movimenti contro la NATO e al Partito Comunista (inglese). Il Labour Party si sta inoltre muovendo verso politiche economiche molto più radicali delle economie miste sostenute dai partiti (anticomunisti) socialdemocratici nel ventesimo secolo. E’ stato promesso non solo di rinazionalizzare un numero di industrie ma, che in generale il processo produttivo sia sottoposto a modelli alternativi di gestione controllati direttamente dai lavoratori, una proposta con il nome “Alternative Models of Ownership”.
Non c’è dubbio che i movimenti dal basso che hanno contribuito alla crescita del partito (aggiungendo almeno 400.000 membri negli ultimi due anni) non siano semplicemente un elemento di supporto nella campagna elettorale, ma un vero elemento di controllo nella guida del partito. Una delle più importanti proposte del programma laburista di quest’anno è stata l’abolizione (non solo la riduzione) delle tasse universitarie, segno dell’influenza decisiva del movimento studentesco nella compagna per eleggere Corbyn come leader e in Momentum. Infatti la debolezza maggiore per Corbyn è che ancora la destra del suo partito controlla lo strato parlamentare, ma questo lo rende ancora di più dipendente dai movimenti che lo sostengono. Tutto ciò, però, rimane ancora nell’ambito delle speculazioni politiche di potenziali scenari. E’ più utile capire i cambiamenti materiali che hanno preso luogo grazie ai movimenti e a Momentum o indipendentemente attraverso il Partito Labourista e la campagna elettorale. E’ giusto che i socialisti spendano tempo ed energie nella costruzione e sostegno di movimenti su singoli problemi e istanze creando campagne ad hoc se questo riguarda il diritto alla casa o i diritti dei lavoratori, come contro il Jobs Act in Italia, e ancora contro le politiche dell’unione europea, ma la futilità e la mancanza di potere che abbiamo sperimentato nel Regno Unito con i governi di destra è fondamentalmente cambiata solo con l’ascesa di Corbyn a leader. Il suo supporto per numerosi movimenti e campagne ha fatto pressione sul governo e mitigato alcune delle peggiori politiche governative, dalle tasse per gli studenti universitari, ai benefits come sui diritti dei migranti.
Chiaramente una “migliore-austerità” non è una panacea ma aiuta a rompere il dogma neo-liberale che l’austerità è necessaria, e ciò incoraggia più persone a sostenere il Labour Party, rendendosi conto che l’austerità inflitta è una scelta politica. Significativo in questo è il fatto che il Labour Party sostiene gli scioperi e le lotte dei lavoratori delle ferrovie RMT, una lotta che rappresenta la congiuntura fra privatizzazione, massimizzazione del profitto e incremento del rischio per la pubblica utenza esponendo la popolazione alla seria minaccia del capitalismo che sottrae benessere alle persone attraverso la sua necessità perpetua di accumulare profitto. Ancora questo può essere visto dialetticamente come la visibilità che il Partito laburista è in grado di dare allo sciopero sostenendolo a livello nazionale, facendo così riflettere la gente sulla vera natura del capitalismo e incoraggiando le persone a supportare i lavoratori in lotta. Questo impegno con “politiche riformiste” ha creato una forza politica molto più potente di una feticizzazione delle lotte dei lavoratori che vede ogni tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni come un tradimento, e che offusca il passaggio dalle lotte al potere, oppure un riformismo socialdemocratico basato su istituzioni di potere. È questa necessità di una transizione oltre le lotte puramente monotematiche, che era uno scopo alla base dei partiti comunisti in tutta Europa.
R. Palme Dutt, leader comunista britannico, scrisse nel 1922 "Ciò che unirà i lavoratori non è la lotta economica. La lotta economica divide: riguarda lavoratori diversi in tempi diversi... Ciò che abbiamo di più simile a una campagna unitaria è l’offensiva dei padroni negli ultimi due anni: ma anche questa offensiva ha mantenuto diversi lavoratori separati. La lotta economica non potrà mai unire i lavoratori... l’unica causa che riguarda tutti i lavoratori e che può unirli in nome di un interesse comune è la lotta politica, la lotta politica per il potere della classe lavoratrice in quanto classe. Solo una causa politica può unire i lavoratori... e dato che solo la lotta politica della classe lavoratrice in quanto classe può unire i lavoratori, la forza unificatrice del movimento operaio può solo essere il partito della classe lavoratrice.”
La domanda cruciale è come costruire una contro-egemonia di sinistra e di successo usando movimenti sociali, partiti, sindacati. Ciò non avviene attestandosi su linee dogmatiche ma costruendo movimenti che coinvolgano le persone, che siano in grado di vedere il successo come una possibilità concreta, ma allo stesso tempo di capire la necessità di progredire radicalizzandosi. Questo processo è dialettico. Se la sinistra diventa troppo autoreferenziale, rischia di essere più una sottocultura che un movimento politico, non avrà sostegno e i suoi insuccessi dissuaderanno le persone dal coinvolgimento. Ci deve anche essere una capacità di spiegare sia i successi che i fallimenti. I movimenti si galvanizzano e possono sembrare enormi ma spesso non raggiungono il loro obiettivo politico. I fallimenti, però, possono a loro volta condurre alla costruzione di progetti a lungo termine per avere successo, cioè perdere la battaglia ma vincere la guerra. E ci sono diversi modi per misurare il successo, in Gran Bretagna la nazionalizzazione è sostenuta da un partito politico e ha un sostegno pubblico di massa; le idee di Karl Marx sono associate alla leadership dell’attuale Partito laburista, e l’idea di uscire dalla NATO è diventata una vera possibilità. Queste bisogna vederle come piccole vittorie. C’è una tendenza a vedere questo gioco a somma zero tra annacquare idee radicali per impegnarsi con istituzioni democratiche e mantenere una linea purista lontano dall’impegno della politica dominate. Questa è una posizione di estrema sinistra denunciata da Lenin. Invece, il punto è rendere le idee radicali accettabili e popolari fra il grande pubblico, qualcosa che richiede un lungo percorso e impegno a tutti i livelli della società.
Fonte
02/01/2018
Per un dibattito intellettualmente proficuo su Potere al Popolo
Contropiano, ospitando il punto di vista del compagno Morvillo circa Potere al Popolo, ha provato a dare il via alla possibilità di costruire un dibattito intellettualmente proficuo e politicamente costruttivo circa la lista popolare in gestazione, lanciata dai compagni napoletani dell'ex OPG Je So Pazzo.
Vincenzo, prendendo il via da uno tra i primi articoli su stampa straniera che ha descritto oltreconfine ciò che si sta strutturando nel nostro paese al fine di consentire ai ceti popolari di ritrovare e soprattutto riconoscersi in una nuova piattaforma di rappresentanza politica, rigetta senza troppi giri di parole l'associazione matematica che, secondo la giornalista dell'Indipendent, vorrebbe Potere al Popolo come equivalente a Momentum di Corbyn, Podemos di Iglesias e La France Insoumise di Melenchon.
Il cardine dell'esposizione di Vincenzo, se non abbiamo frainteso le sue parole, è relativo al fatto che le tre formazioni citate sono essenzialmente e con sfumature diverse delle riedizioni delle forze socialdemocratiche che nel secondo dopoguerra hanno domato e diretto le forze proletarie, segnatamente operaie, nel corso di quei "30 anni gloriosi" del capitalismo occidentale profondamente caratterizzati dalle politiche keynesiane, in altre parole una sorta di capitalismo di Stato.
Pur concordando con l'assunto di base – la differenza tra Potere al Popolo e le altre compagini – fatichiamo maggiormente a identificare l'effettiva linea rossa in quello che potremmo definire un mero anti-liberismo che caratterizzerebbe le tre formazioni citate, contrapposto a un più robusto e strategico anti-capitalismo che dovrebbe innervare con maggior vigore la lista popolare che si vorrebbe portare alla competizione elettorale del prossimo 4 marzo.
Capiamoci, noi non ci consideriamo comunisti "sbiaditi", quindi secondo chi scrive l'orizzonte delle cose – non "naturale" come credevano i socialisti che traghettarono le masse europee nel fango e nei massacri delle trincee un secolo fa – è necessariamente quello del superamento del modo di produzione capitalista. Tuttavia siamo consci del fatto e pensiamo se ne possa convenire, che il passaggio dal capitalismo finanziario internazionalizzato odierno a un modo di produzione socialista, sia più arduo da realizzare a "strappo" piuttosto che attraverso una gradualità di passaggi che possono attingere anche dalle esperienze keynesiane di un passato, ormai, sempre meno recente.
I motivi sono presto detti e stanno tutti nelle condizioni sociali che sono radicalmente differenti da quelle realtà storiche in cui in cui gli strappi sono stati tentati e, seguendo percorsi diversi, non sono morti in culla.
Per essere più chiari in Italia e in tutto l'Occidente, non crediamo esistano le condizioni economiche e sociali che resero fattibili le collettivizzazioni e l'industrializzazione forzata di Stalin, o l'implementazione del "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng Xiaoping, giusto per citare un paio di stravolgimenti copernicani che sconvolsero – in modi certamente differenti – le esistenze di milioni di sovietici e cinesi.
Dal basso della nostra parziale conoscenza delle due forze politiche, pensiamo che le considerazioni appena enunciate possano essere allargate anche a Momentum e La France Insoumise che pur non declamando nei rispettivi programmi la rottura irrevocabile con l'attuale assetto economico, presentano comunque degli aspetti di discontinuità notevole rispetto alle sinistre liberali degli ultimi decenni.
Un Corbyn che, nella patria della privatizzazione, reclama le nazionalizzazioni strategiche, non si genuflette davanti ai sionisti e rivendica l'avversione alla deterrenza nucleare britannica nonostante lo stato maggiore di sua maestà evochi il golpe militare nel caso in cui qualcuno provi a mettere le mani sui Trident della corona, non è affatto cosa da poco.
Egualmente, non è cosa da poco trovare in Melenchon un dirigente della sinistra francese in rotta col socialismo imperiale che da sempre caratterizza ogni genere di progressista transalpino per cui le masse oltreconfine, segnatamente quelle in terra d'Africa, sono considerate di second'ordine quando non alla stregua di materia prima. Ma soprattutto è dirompente che una forza di sinistra come France Insoumise rivendichi apertamente la necessità di rompere la UE e costruire un'unione euro-mediterranea nuova, basata su principi antitetici a quelli sostenuti col coltello tra i denti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte.
Su questo argomento, è vero, Podemos e Momentum manifestano decisamente più ambiguità, probabilmente irrecuperabili nel caso degli spagnoli – la vicenda catalana pensiamo lo abbia manifestato in modo piuttosto chiaro – forse più incerte per Corbyn, verso cui crediamo possa spendersi ancora una sorta di "benefico del dubbio" determinato dalle specificità del rapporto britannico con l'UE e delle contraddizioni in seno al Labour, che ai tempi del referendum sulla Brexit viveva uno dei picchi della guerra per bande tra gruppi dirigenti innescata dalla prima vittoria di Corbyn alla primarie del partito.
Date tutte queste considerazioni crediamo comunque che su una questione specifica, per altro sollevata anche da Vincenzo, i compagni più scettici e diffidenti possano trovare convergenza con quanti, in queste settimane, si stanno impegnando nella strutturazione di Potere al Popolo: passare dalle parole, dagli slogan elettorali, ai fatti.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la militanza dei compagni abituati a stare nelle contraddizioni materiali prodotte dal mondo in cui ci è toccato vivere, ma anche di tutti quei compagni più avvezzi, o maggiormente portati, alla militanza intellettuale.
Potere al Popolo va indirizzata a un radicalismo nella prassi e nella teoria che sia oggettivo e non strumentale ma per farlo è necessario starci dentro a prescindere che sia con le braccia o con la penna. Osservare lo sviluppo della lista dall'esterno, pur con tutta la simpatia del mondo, questa volta non è sufficiente.
Per questo crediamo che il compagno Morvillo vada ringraziato per la sua critica e ci auguriamo che una parte sempre più ampia d'intellettualità di sinistra scelga di confrontarsi costruttivamente con Potere al Popolo; perchè il popolo, per non perdersi nella sola radicalità del proprio ventre – che possiamo volentieri lasciare al M5S – necessita d'intellettuali rinnovatamente organici alle proprie istanze.
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Vincenzo, prendendo il via da uno tra i primi articoli su stampa straniera che ha descritto oltreconfine ciò che si sta strutturando nel nostro paese al fine di consentire ai ceti popolari di ritrovare e soprattutto riconoscersi in una nuova piattaforma di rappresentanza politica, rigetta senza troppi giri di parole l'associazione matematica che, secondo la giornalista dell'Indipendent, vorrebbe Potere al Popolo come equivalente a Momentum di Corbyn, Podemos di Iglesias e La France Insoumise di Melenchon.
Il cardine dell'esposizione di Vincenzo, se non abbiamo frainteso le sue parole, è relativo al fatto che le tre formazioni citate sono essenzialmente e con sfumature diverse delle riedizioni delle forze socialdemocratiche che nel secondo dopoguerra hanno domato e diretto le forze proletarie, segnatamente operaie, nel corso di quei "30 anni gloriosi" del capitalismo occidentale profondamente caratterizzati dalle politiche keynesiane, in altre parole una sorta di capitalismo di Stato.
Pur concordando con l'assunto di base – la differenza tra Potere al Popolo e le altre compagini – fatichiamo maggiormente a identificare l'effettiva linea rossa in quello che potremmo definire un mero anti-liberismo che caratterizzerebbe le tre formazioni citate, contrapposto a un più robusto e strategico anti-capitalismo che dovrebbe innervare con maggior vigore la lista popolare che si vorrebbe portare alla competizione elettorale del prossimo 4 marzo.
Capiamoci, noi non ci consideriamo comunisti "sbiaditi", quindi secondo chi scrive l'orizzonte delle cose – non "naturale" come credevano i socialisti che traghettarono le masse europee nel fango e nei massacri delle trincee un secolo fa – è necessariamente quello del superamento del modo di produzione capitalista. Tuttavia siamo consci del fatto e pensiamo se ne possa convenire, che il passaggio dal capitalismo finanziario internazionalizzato odierno a un modo di produzione socialista, sia più arduo da realizzare a "strappo" piuttosto che attraverso una gradualità di passaggi che possono attingere anche dalle esperienze keynesiane di un passato, ormai, sempre meno recente.
I motivi sono presto detti e stanno tutti nelle condizioni sociali che sono radicalmente differenti da quelle realtà storiche in cui in cui gli strappi sono stati tentati e, seguendo percorsi diversi, non sono morti in culla.
Per essere più chiari in Italia e in tutto l'Occidente, non crediamo esistano le condizioni economiche e sociali che resero fattibili le collettivizzazioni e l'industrializzazione forzata di Stalin, o l'implementazione del "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng Xiaoping, giusto per citare un paio di stravolgimenti copernicani che sconvolsero – in modi certamente differenti – le esistenze di milioni di sovietici e cinesi.
Dal basso della nostra parziale conoscenza delle due forze politiche, pensiamo che le considerazioni appena enunciate possano essere allargate anche a Momentum e La France Insoumise che pur non declamando nei rispettivi programmi la rottura irrevocabile con l'attuale assetto economico, presentano comunque degli aspetti di discontinuità notevole rispetto alle sinistre liberali degli ultimi decenni.
Un Corbyn che, nella patria della privatizzazione, reclama le nazionalizzazioni strategiche, non si genuflette davanti ai sionisti e rivendica l'avversione alla deterrenza nucleare britannica nonostante lo stato maggiore di sua maestà evochi il golpe militare nel caso in cui qualcuno provi a mettere le mani sui Trident della corona, non è affatto cosa da poco.
Egualmente, non è cosa da poco trovare in Melenchon un dirigente della sinistra francese in rotta col socialismo imperiale che da sempre caratterizza ogni genere di progressista transalpino per cui le masse oltreconfine, segnatamente quelle in terra d'Africa, sono considerate di second'ordine quando non alla stregua di materia prima. Ma soprattutto è dirompente che una forza di sinistra come France Insoumise rivendichi apertamente la necessità di rompere la UE e costruire un'unione euro-mediterranea nuova, basata su principi antitetici a quelli sostenuti col coltello tra i denti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte.
Su questo argomento, è vero, Podemos e Momentum manifestano decisamente più ambiguità, probabilmente irrecuperabili nel caso degli spagnoli – la vicenda catalana pensiamo lo abbia manifestato in modo piuttosto chiaro – forse più incerte per Corbyn, verso cui crediamo possa spendersi ancora una sorta di "benefico del dubbio" determinato dalle specificità del rapporto britannico con l'UE e delle contraddizioni in seno al Labour, che ai tempi del referendum sulla Brexit viveva uno dei picchi della guerra per bande tra gruppi dirigenti innescata dalla prima vittoria di Corbyn alla primarie del partito.
Date tutte queste considerazioni crediamo comunque che su una questione specifica, per altro sollevata anche da Vincenzo, i compagni più scettici e diffidenti possano trovare convergenza con quanti, in queste settimane, si stanno impegnando nella strutturazione di Potere al Popolo: passare dalle parole, dagli slogan elettorali, ai fatti.
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la militanza dei compagni abituati a stare nelle contraddizioni materiali prodotte dal mondo in cui ci è toccato vivere, ma anche di tutti quei compagni più avvezzi, o maggiormente portati, alla militanza intellettuale.
Potere al Popolo va indirizzata a un radicalismo nella prassi e nella teoria che sia oggettivo e non strumentale ma per farlo è necessario starci dentro a prescindere che sia con le braccia o con la penna. Osservare lo sviluppo della lista dall'esterno, pur con tutta la simpatia del mondo, questa volta non è sufficiente.
Per questo crediamo che il compagno Morvillo vada ringraziato per la sua critica e ci auguriamo che una parte sempre più ampia d'intellettualità di sinistra scelga di confrontarsi costruttivamente con Potere al Popolo; perchè il popolo, per non perdersi nella sola radicalità del proprio ventre – che possiamo volentieri lasciare al M5S – necessita d'intellettuali rinnovatamente organici alle proprie istanze.
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29/12/2017
Potere al Popolo come Momentum di Corbyn: un’equazione da rigettare
Due giorni or sono, a firma di Rosa Gilbert, è uscito, sul britannico The Indipendent, un pezzo in cui si afferma che l’unica sinistra, in Italia, è rappresentata da Potere al Popolo, procedendo poi in un paragone, quello con Momentum di Jeremy Corbyn, non certo lusinghiero per un movimento che voglia fare della lotta radicale, al Capitale e alle sue molteplici e velenose ramificazioni, il perno cardine della sua stessa esistenza politica.
Capisco, allora, che possa far piacere leggere su un Tabloid come The Indipendent – in un articolo che, sicuramente, fa impallidire i nostri media mainstream per obiettività e analisi della situazione sul campo in Italia – di Potere al Popolo, di Je so’ pazzo e dell’ex Opg, dell’Usb e dei centri sociali, e nello specifico di Napoli, quale epicentro da cui nasce quest’innovativa proposta politica; pur tuttavia, non penso ci sia da rallegrarsi se lo stesso The Indipendent propone un’equazione, seppur procedendo per sommi capi, tra Potere al Popolo e Momentum di Corbyn. E tanto meno c’è da gioire se quell’equivalenza pone, come ulteriori termini di paragone, il Podemos spagnolo di Iglesias – la battaglia per l’indipendentismo catalano ne ha evidenziato tutte le fragilità sul piano dell’auspicabile rottura con l’Ue e lo Stato monarchico-franchista castigliano – o Insoumise di Melenchon, in Francia.
Non va dimenticato, infatti, che, se tanto il movimento spagnolo quanto quello francese risultano compatibilisti rispetto alla cultura produttiva e borsistico-mercantile del capitalismo dominante, anche Momentum e la cosiddetta Corbynomics non sono da meno. Accusata, in Inghilterra, di proporre ricette di estrema sinistra e di stampo marxiano, l’economia corbiniana è, invece, nulla di più di un pacchetto di proposte “riformiste” – come sostenuto dallo stesso Corbyn – seppur orientate nel senso di quella socialdemocrazia, conciliatrice degli opposti interessi di classe, che, oramai, è essa stessa divenuta un miraggio nel panorama oscurato dalla dittatura del pensiero neoliberista. Un riformismo di matrice socialdemocratica, dunque, il cui perno è una sorta di quantitative easing – sul modello adottato dalla Bce di Mario Draghi – ma a vantaggio del popolo. Un programma economico rivolto sia a finanziare investimenti in infrastrutture pubbliche sia a cittadini e lavoratori e sostenuto da economisti di sinistra della scuola keynesiana – e qui ravviserei l’intoppo per una forza che si dichiara comunista e radicale – tra cui Steve Keen e David Blanchflower, i quali hanno fatto pubblicare sul Guardian un appello nel quale si afferma che l’«accusa, ampiamente diffusa nei confronti di Jeremy Corbyn e dei suoi simpatizzanti, consiste nell’essersi fatti promotori di una politica economica di estrema sinistra. Ciò non trova però fondamento nelle dichiarazioni e nelle politiche sostenute dal candidato. La sua opposizione rispetto alle politiche di austerità è coerente con quanto il pensiero economico prevalente afferma, e lo è persino con quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale». Quello stesso Fondo Monetario Internazionale insomma, che, insieme alla Bce, all’Ue e alla Banca Mondiale compone quella Troika alla quale si devono le misure di austerità che hanno prodotto e stanno producendo la macelleria sociale e il progressivo impoverimento dei paesi europei – ma anche altrove la situazione è la medesima – speculando, con le banche d’affari e le Multinazionali, su quel debito pubblico divenuto ormai un capestro cui impiccare i popoli di mezzo pianeta. Stiamo parlando, in sostanza, di quella cosiddetta “economia del debito” contro cui si ergeva, pagando con la morte il suo dissenso, Thomas Sankarà, allora presidente del Burkina Faso. Troika ed economia del debito – Fiscal Compact in testa – che dovrebbero essere i principali obiettivi strategici contro cui scagliarsi da parte di forze anticapitaliste, e contro cui, difatti, i principali ispiratori di Potere al Popolo si sono scagliati da tempo.
Ma alle parole di sfida dovranno, come sempre, seguire i fatti. Altrimenti, si rischia di fare la fine di Tsipras e Syriza in Grecia: proclami altisonanti, e poi testa china di fronte al ricatto dei comitati d’affare europei e dei creditori mondiali
In quest’ottica, quindi, mi pare evidente che parallelismi come quelli proposti dall’Indipendent debbano essere rifiutati categoricamente. Marcare la differenza sul versante delle lotte – se si preferisce, più teoricamente, sul versante della Lotta di Classe – dovrebbe essere prioritario, se si vuole scongiurare il rischio, non proprio trascurabile, che la percezione nei blocchi sociali di riferimento si riduca ad una semplice alleanza a scopi elettoralistici, imbevuta di astrazioni concettuali e parole vacue, simboliche e fortemente evocatrici, ma prive di corrispondenze nella realtà.
E proprio questi sono i dubbi – oltre alla precedente esperienza del Brancaccio – che mi assalgono sin dalla creazione di Potere al Popolo e che mi hanno portato alla decisione di non sostenere attivamente la lista, pur guardandola con favore e percependola come un embrione promettente di una politica in discontinuità rispetto alle fallimentari esperienze del passato. Un embrione che, voglio sinceramente augurarmelo, nel corso del suo processo evolutivo – al di là delle elezioni, che continuo da decenni a considerare, oramai, una roulette truccata, i cui croupier sono, inequivocabilmente, servi dei poteri finanziari – possa spazzare definitivamente le esperienze legate tanto al consociativismo di un centro sinistra lontano milioni di anni luce dalla realtà del paese, quanto alle derive autoreferenziali della sedicente sinistra radicale, incapace, da tempo, di cogliere la tragedia sociale che va consumandosi sulla pelle di coloro che dovrebbero rappresentare, pur nella loro composita conformazione, la classe ed il blocco sociale di riferimento. Un embrione che sia vieppiù capace di tracciare una linea di demarcazione tra fittizi organismi verticistici, costruiti in laboratorio e a freddo, utili esclusivamente al riciclaggio di una classe dirigente prona agli interessi della finanza globale e smaniosa di accumulare una pur minima quantità di potere e denaro per sé stessa, e possibili, speriamo concrete, realizzazioni di forze sul campo, capaci di rompere, finalmente senza alcun compromesso, con quella che si configura, oramai da tempo, come la Dittatura Mondiale Neoliberista. Una versione, insomma, riveduta e corretta in senso peggiorativo, dello Stato Imperialista delle Multinazionali. La priorità rimane infatti, almeno per il sottoscritto, il No all’Unione Europea, il No all’Euro, il No alla Nato. E soprattutto, il No gridato al pagamento del Debito. Senza questa determinazione e questi No, che comportano, mi rendo conto, non pochi rischi in termini di un possibile ed eventuale spargimento di sangue – è bene chiarirlo subito, senza ipocrisie e senza nascondersi la crudele verità, adoperando come paravento la Democrazia e il Pacifismo – non si uscirà mai dalla condanna a morte emessa, nei confronti dei ceti più deboli, delle periferie del mondo e dei popoli del sud, da quelle élite finanziarie che hanno a cuore solo i loro interessi e la cui sentenza viene eseguita, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente, da boia in giacca e cravatta, seduti nei consigli di amministrazione o su poltrone presidenziali o su parlamentari scranni da deputato. Il sangue scorre lo stesso, dilazionato e per procura. E malgrado elezioni libere e democratiche.
Al di là di questi conclusivi accenti pessimistici, faccio però, comunque, i miei migliori auguri a tutte le compagne e i compagni che stanno donando forza, energie, nervi alla lista Potete al Popolo. Sperando di essere smentito con i fatti e non solo con le parole.
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Capisco, allora, che possa far piacere leggere su un Tabloid come The Indipendent – in un articolo che, sicuramente, fa impallidire i nostri media mainstream per obiettività e analisi della situazione sul campo in Italia – di Potere al Popolo, di Je so’ pazzo e dell’ex Opg, dell’Usb e dei centri sociali, e nello specifico di Napoli, quale epicentro da cui nasce quest’innovativa proposta politica; pur tuttavia, non penso ci sia da rallegrarsi se lo stesso The Indipendent propone un’equazione, seppur procedendo per sommi capi, tra Potere al Popolo e Momentum di Corbyn. E tanto meno c’è da gioire se quell’equivalenza pone, come ulteriori termini di paragone, il Podemos spagnolo di Iglesias – la battaglia per l’indipendentismo catalano ne ha evidenziato tutte le fragilità sul piano dell’auspicabile rottura con l’Ue e lo Stato monarchico-franchista castigliano – o Insoumise di Melenchon, in Francia.
Non va dimenticato, infatti, che, se tanto il movimento spagnolo quanto quello francese risultano compatibilisti rispetto alla cultura produttiva e borsistico-mercantile del capitalismo dominante, anche Momentum e la cosiddetta Corbynomics non sono da meno. Accusata, in Inghilterra, di proporre ricette di estrema sinistra e di stampo marxiano, l’economia corbiniana è, invece, nulla di più di un pacchetto di proposte “riformiste” – come sostenuto dallo stesso Corbyn – seppur orientate nel senso di quella socialdemocrazia, conciliatrice degli opposti interessi di classe, che, oramai, è essa stessa divenuta un miraggio nel panorama oscurato dalla dittatura del pensiero neoliberista. Un riformismo di matrice socialdemocratica, dunque, il cui perno è una sorta di quantitative easing – sul modello adottato dalla Bce di Mario Draghi – ma a vantaggio del popolo. Un programma economico rivolto sia a finanziare investimenti in infrastrutture pubbliche sia a cittadini e lavoratori e sostenuto da economisti di sinistra della scuola keynesiana – e qui ravviserei l’intoppo per una forza che si dichiara comunista e radicale – tra cui Steve Keen e David Blanchflower, i quali hanno fatto pubblicare sul Guardian un appello nel quale si afferma che l’«accusa, ampiamente diffusa nei confronti di Jeremy Corbyn e dei suoi simpatizzanti, consiste nell’essersi fatti promotori di una politica economica di estrema sinistra. Ciò non trova però fondamento nelle dichiarazioni e nelle politiche sostenute dal candidato. La sua opposizione rispetto alle politiche di austerità è coerente con quanto il pensiero economico prevalente afferma, e lo è persino con quanto sostenuto dal Fondo Monetario Internazionale». Quello stesso Fondo Monetario Internazionale insomma, che, insieme alla Bce, all’Ue e alla Banca Mondiale compone quella Troika alla quale si devono le misure di austerità che hanno prodotto e stanno producendo la macelleria sociale e il progressivo impoverimento dei paesi europei – ma anche altrove la situazione è la medesima – speculando, con le banche d’affari e le Multinazionali, su quel debito pubblico divenuto ormai un capestro cui impiccare i popoli di mezzo pianeta. Stiamo parlando, in sostanza, di quella cosiddetta “economia del debito” contro cui si ergeva, pagando con la morte il suo dissenso, Thomas Sankarà, allora presidente del Burkina Faso. Troika ed economia del debito – Fiscal Compact in testa – che dovrebbero essere i principali obiettivi strategici contro cui scagliarsi da parte di forze anticapitaliste, e contro cui, difatti, i principali ispiratori di Potere al Popolo si sono scagliati da tempo.
Ma alle parole di sfida dovranno, come sempre, seguire i fatti. Altrimenti, si rischia di fare la fine di Tsipras e Syriza in Grecia: proclami altisonanti, e poi testa china di fronte al ricatto dei comitati d’affare europei e dei creditori mondiali
In quest’ottica, quindi, mi pare evidente che parallelismi come quelli proposti dall’Indipendent debbano essere rifiutati categoricamente. Marcare la differenza sul versante delle lotte – se si preferisce, più teoricamente, sul versante della Lotta di Classe – dovrebbe essere prioritario, se si vuole scongiurare il rischio, non proprio trascurabile, che la percezione nei blocchi sociali di riferimento si riduca ad una semplice alleanza a scopi elettoralistici, imbevuta di astrazioni concettuali e parole vacue, simboliche e fortemente evocatrici, ma prive di corrispondenze nella realtà.
E proprio questi sono i dubbi – oltre alla precedente esperienza del Brancaccio – che mi assalgono sin dalla creazione di Potere al Popolo e che mi hanno portato alla decisione di non sostenere attivamente la lista, pur guardandola con favore e percependola come un embrione promettente di una politica in discontinuità rispetto alle fallimentari esperienze del passato. Un embrione che, voglio sinceramente augurarmelo, nel corso del suo processo evolutivo – al di là delle elezioni, che continuo da decenni a considerare, oramai, una roulette truccata, i cui croupier sono, inequivocabilmente, servi dei poteri finanziari – possa spazzare definitivamente le esperienze legate tanto al consociativismo di un centro sinistra lontano milioni di anni luce dalla realtà del paese, quanto alle derive autoreferenziali della sedicente sinistra radicale, incapace, da tempo, di cogliere la tragedia sociale che va consumandosi sulla pelle di coloro che dovrebbero rappresentare, pur nella loro composita conformazione, la classe ed il blocco sociale di riferimento. Un embrione che sia vieppiù capace di tracciare una linea di demarcazione tra fittizi organismi verticistici, costruiti in laboratorio e a freddo, utili esclusivamente al riciclaggio di una classe dirigente prona agli interessi della finanza globale e smaniosa di accumulare una pur minima quantità di potere e denaro per sé stessa, e possibili, speriamo concrete, realizzazioni di forze sul campo, capaci di rompere, finalmente senza alcun compromesso, con quella che si configura, oramai da tempo, come la Dittatura Mondiale Neoliberista. Una versione, insomma, riveduta e corretta in senso peggiorativo, dello Stato Imperialista delle Multinazionali. La priorità rimane infatti, almeno per il sottoscritto, il No all’Unione Europea, il No all’Euro, il No alla Nato. E soprattutto, il No gridato al pagamento del Debito. Senza questa determinazione e questi No, che comportano, mi rendo conto, non pochi rischi in termini di un possibile ed eventuale spargimento di sangue – è bene chiarirlo subito, senza ipocrisie e senza nascondersi la crudele verità, adoperando come paravento la Democrazia e il Pacifismo – non si uscirà mai dalla condanna a morte emessa, nei confronti dei ceti più deboli, delle periferie del mondo e dei popoli del sud, da quelle élite finanziarie che hanno a cuore solo i loro interessi e la cui sentenza viene eseguita, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente, da boia in giacca e cravatta, seduti nei consigli di amministrazione o su poltrone presidenziali o su parlamentari scranni da deputato. Il sangue scorre lo stesso, dilazionato e per procura. E malgrado elezioni libere e democratiche.
Al di là di questi conclusivi accenti pessimistici, faccio però, comunque, i miei migliori auguri a tutte le compagne e i compagni che stanno donando forza, energie, nervi alla lista Potete al Popolo. Sperando di essere smentito con i fatti e non solo con le parole.
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