Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2026

Quel che non si sa su El Sayed e i DSA, i Socialisti d’America

Capire quel che avviene dentro gli Stati Uniti, in mezzo al clamore agitato da Trump con la sua valanga di tweet, dazi, bombe o minacce, è un po’ complicato.

Peggiorano consapevolmente la situazione quegli editorialisti tuttologi che dai giornali mainstream appestano l’aria nel tentativo di “spiegarci” perché l’America ha sempre ragione, anche se il suo attuale POTUS (President of the United States) sembra da ricovero urgente. Ma in fondo meglio “Lui” che la non più tanto piccola pattuglia dei “Socialisti d’America”.

Abbiamo provato più volte a dar conto di quanto avviene sia nella società che negli scontri elettorali, e qualcuno ha persino storto il naso come se facessimo una gratuita “concessione di credibilità” a questa molto variegata galassia di “sinistra socialdemocratica”, più o meno radicale.

Abbiamo persino varato il concetto semi-ironico di “socialisti con caratteristiche americane” – parafrasando il tormentone serissimo del “socialismo con caratteristiche cinesi” presente in ogni comunicato del PCC – per marcare allo stesso tempo una differenza che sconsigli scopiazzature (tipo “la sinistra riparta da Mamdani”) e un’attenzione onesta per quel che si sta muovendo.

L’inviato della Rai, Nico Piro, erede di una tradizione che risale a Lucio Manisco (l’esatto contrario dei vari Claudio Pagliara, insomma), ci dà in un suo substack un quadro molto preciso e ovviamente mosso della situazione, non lesinando dis-apprezzamenti per certi “colleghi” con bretelle o senza.

Buona lettura.

*****

Quello dei DSA (i socialisti democratici d’America) non è un partito ma un movimento politico collocato all’interno del partito Democratico. Esiste dagli anni ’80, ha avuto grande visibilità nel 2016 con la corsa di Bernie Sanders verso la candidatura alla Casa Bianca, boicottata apertamente dal partito a favore di Hillary Clinton (con i noti risultati).

Di recente si è parlato dei “socialisti” per vittorie come quella di New York, con Mamdani sindaco, o di El Sayed nelle primarie del Michigan. Un fenomeno che sta crescendo nonostante l’opposizione spesso feroce della stampa americana.

Si va da FoxNews che ormai dedica buona parte del suo palinsesto all’“invasione dei comunisti” (roba da far impallidire il maccartismo) ai giornali liberal, in primis il New York Times, in perenne critica dei suoi esponenti (nel caso di Platner dalla critica si è passato all’analisi, cm per cm, del suo passato… ma questa è un’altra storia).

Lo stato di salute del Partito Democratico

Il partito Democratico è allo sbando, non si è mai ripreso dalla sconfitta del 2024. Non ha una linea e non è più nemmeno una “macchina elettorale” come da tradizione visto che non riesce nemmeno a pagare i suoi debiti. Del presidente del DNC, il partito “centrale”, Ken Martin, si è parlato perché ha tirato un telefono addosso ad un collaboratore in uno scatto d’ira, perché non ha approvato una mozione per rifiutare i soldi (spesso provenienti da donatori repubblicani) della potente lobby pro-Israele, Aipac. Senza considerare che è anche accusato di aver omesso una parte chiave della relazione sui motivi della sconfitta del 2024 (Martin smentisce quasi tutto).

Vale la pena citare un articolo del Washington Post sul fenomeno, in corso in alcuni Stati (Nebraska, Idaho e South Dakota), dove i candidati democratici si ritirano per lasciare spazio a candidati indipendenti perché questi avrebbero più possibilità di sconfiggere nel collegio senatoriale i repubblicani e ciò contribuirebbe al ribaltamento delle maggioranze in Camera e Senato (vero obiettivo per i dem delle imminenti elezioni di medio termine). Non è però una semplice ed arguta scelta tattica: “marchio tossico“ quello democratico – dicono diversi analisti.
The decision to drop out to help independents demonstrates the growing toxicity of the Democratic Party’s brand in many states, according to strategists of both parties
The Washington Post 15 agosto 2026
I Democratic Socialist of America

I DSA questo vuoto lo stanno colmando con l’organizzazione per gruppi etnici, religiosi, per competenze, per comitati trasversali; mutuando quel modello che i nostri partiti popolari di un tempo praticavano ampiamente prima di “americanizzarsi” a favore dell’organizzazione liquida...

I DSA mobilitano volontari ma soprattutto donatori individuali, cioè singole persone che con piccole, piccolissime, cifre riescono a coprire le spese elettorali. Questa è una straordinaria rivoluzione nel panorama politico americano, dove tra legislazione e sentenze della Corte Suprema, a dominare sono i mega-donors (vedi Musk e i 270 milioni donati a Trump), super-PACs vari, cioè lobby, tipo AIPAC (American Israel Political Action Committee). Per fare un esempio (ovvio) se un singolo soggetto copre anche il 50% della campagna di un politico ha molta più leva sulle sue scelte rispetto a tanti “piccoli” sostenitori.

Alexandria Ocasio Cortez, la parlamentare newyorkese considerata l’erede di Sanders e possibile candidata alle primarie per le presidenziali, è la congress member che ha raccolto più fondi in assoluto, nel 2018 il 62% dei suoi fondi arrivavano da donatori individuali contro l’8% di media degli altri parlamentari.

Mamdani ha visto la sua campagna elettorale (senza considerare le primarie) finanziate da oltre 26mila singoli donatori, con una media di 90mila dollari, mentre il suo comitato di transizione (post elezione quindi) ha raccolto 3,8 milioni da 12mila donatori (De Blasio e Adams, suoi predecessori, avevano avuto circa 800 donatori ciascuno). Entrambi sono numeri da record.

I DSA stanno parlando alla base storica del partito Democratico: lavoratori, poveri e quella classe media che oggi è in fortissima sofferenza in un Paese dove al sogno americano (lavora tanto e potrai ottenere quello che vuoi) credono sempre meno persone. Parlano delle esigenze delle persone, di esigenze vita quotidiana, non di superiorità morale dei Democratici sui Repubblicani, mediata da diritti civili ed etica (spesso cosmetica come quando si parla di pace). Insomma addio allo stile Harris (ascoltate il suo concession speech a Trump per capire cosa intendo) che è una versione manierista della retorica obamiana.

Una delle colonne portanti dei DSA sono i giovani laureati che si sono coperti di debiti per studiare e che ora guadagnano molto meno di quanto previsto e necessario.

Il radicamento dei DSA è favorito dal contesto storico-sociale. Il loro messaggio parla al sentimento popolare. Gli Usa sono sempre più la società delle diseguaglianze, dei ricchissimi, dove fare la spesa è diventato l’equivalente di una puntata di American Ninja Warrior, andare a ristorante un lusso, comprare casa un sogno da allucinogeni, dare ai propri figli qualcosa di più di quanto ricevuto dai propri genitori un trip in acido
Parole chiave come la richiesta “Medicare for all” cioè un servizio sanitario universale fuori dalla logica delle assicurazioni (compresa l’ormai smantellata Obamacare che dentro quel sistema stava). O come lo slogan “affordability”, che da New York ha conquistato il resto d’America, un Paese oppresso dal costo della vita. Non a caso la parola “accessibilità” Trump la detesta e se ne prende gioco ogni volta che può, perché è LA promessa che ha tradito, lui che aveva vinto le presidenziali anche contestando il costo della vita “di Biden” e parlando di prezzi ridotti alla metà appena sarebbe entrato alla Casa Bianca.

In un acidulo articolo del The Atlantic si invocava, in maniera dittatorialmente dotta, il precedente dei laburisti per invocare l’espulsione dei DSA dai democratici, preferendo quindi lasciarlo nell’attuale stato catatonico nella mani di personaggi come l’highlander Chuck Schumer. In quello stesso articolo, quindi in un contesto non di certo favorevole, si ricordava il vantaggio dei DSA rispetto ai candidati democratici, uscenti.
Democratic socialists enjoy a net favorability of 17 points among Democratic voters nationwide, compared with just 4 points for Democratic members of Congress (DSA is The Parasite – The Atlantic 21 luglio 2026
Abdul El Sayed

Diversi gli elementi di contesto che mancano per capirne la vittoria e il suo valore. Non è un immigrato, è un cittadino americano, appartiene alla storica comunità arabo-americana che si è insediata in Michigan negli anni ‘20 su spinta della Ford.

Dearborne, sobborgo di Detroit, è la “capitale” degli arabo americani, una cittadina storicamente democratica trasformatasi nel 2024 nel luogo della “rivolta” politica contro Biden ed Harris per le omissioni (e le dichiarazioni vergognose come quelle sui numeri dei morti) della crisi a Gaza. Tale fu la rabbia e l’indignazione degli arabo-americani che lì, incredibilmente, a vincere fu Trump cioè il presidente che, con il muslim ban, aveva messo molte famiglie della zona in condizioni di non vedere i parenti impossibilitati a viaggiare negli Usa.

A Dearborne è nato il movimento degli “uncommitted” (una sorta di non allineati) che avevano chiesto la parola alla convention Democratica del 2024 e se la videro negare
A Detroit ci sono già politici mussulmani eletti, su tutte la parlamentare di origini palestinesi Rashida Talib.

Il tema di Israele, dell’appoggio incondizionato dei democratici, del silenzio sul genocidio, è stato centrale in queste primarie. Lo è in generale per i DSA (mentre sta spaccando i Maga al grido di “Israel First or America First”?)

Centrale è stato il ruolo dell’AIPAC per trasformare queste nelle primarie democratiche senatoriali più care della storia: oltre 90 milioni di dollari, 70 dei quali per la Haley Stevens.

Seppur con un margine ridotto, El Sayed ha battuto una uscente cioè una congressista in carica (fatto raro) strafinanziata.

Tra le altre cose è stata trattata con ironia la sua scelta, da laureato in medicina, di rinunciare a fare il medico per diventare invece un dirigente sanitario, perché (come molti affermarono in Italia negli anni del 68) ritiene che non sia il caso di curare i singoli se è la società che li fa ammalare. Un’affermazione che forse è più vera che mai negli Stati Uniti, il Paese più ricco del mondo, ma che ha: l’aspettativa di vita più bassa (di 3,7 anni) rispetto a Paesi in simile condizione economica rispetto ai quali però spende molto di più per la sanità (5000/7000 euro in più per persona) una mortalità infantile molto alta (5,6 su 1000) 32mo su 38 Paesi OSCE una mortalità prevenibile molto alta (217 contro 145 su 100.000 dei Paesi OSCE ). 

Insomma, prendetelo pure in giro El Sayed, ma sa di cosa parla quando denuncia il sistema come origine della malattia.
“Trump non è solo tanto pazzo da sapere che esista il Wisconsin. È così pazzo da andarci” Michael Moore nel suo show di Broadway
Alle primarie per la Camera l’ondata dei DSA non ha spazzato solo New York, la Pennsylvania, il Colorado e il Michigan ma anche il Maine e il Wisconsin. Cito questi due casi da parte perchè lì è andata diversamente, per diversi motivi. Con somma gioia e profondo sollievo della stampa liberal.

In Maine a stravincere le primarie (con oltre il 72%) è stato Graham Platner, allevatore di ostriche, ex-Marine, reduce dell’Iraq, vittima della PTSD (la sindrome post traumatica che è epidemica negli Usa e contribuisce ad un alto numero di suicidi tra i veterani) a lungo alcolista proprio per fare i conti con gli incubi di guerra. Platner ha un’oratoria straordinaria, da lui ho sentito il più potente discorso contro le guerre americane e il complesso industrial militare. Su Platner si è riversata la stampa liberal (se Fox ci sguazza, i “riformisti” detestano i DSA) rovistandone nel passato. Il NYT ha tirato fuori un articolo che l’ha dipinto come un molestatore sulla base solo di indizi, poi lo scoop di Politico (con una sua ex che denunciava di essere stata stuprata) e il ritiro a favore di Troy Jackson, contro il quale è cominciata una campagna analoga “per aver lanciato una bottiglietta d’acqua” durante una riunione nel parlamento dello stato (bottle gate.Preciso che Platner è un personaggio a rischio per la sua storia (The Nation fa a pezzi il sistema “casting” di selezione dei democratici per i candidati) e che è giusto che di fronte a quelle accuse si sia ritirato ma contro di lui c’è stato un accanimento feroce, dal tatuaggio nazista ai post su Reddit di una vita fa.Il personaggio che aveva vinto la candidatura e poi le primarie, alla fine, ha divorato il politico.

In Wisconsin, i sondaggi davano in ampio vantaggio la Hong dei DSA nelle primarie governatoriali. La sua sconfitta è stata accolta con un boato dalla stampa liberal, come l’inizio della fine dell’onda dei socialdemocratici. Anche in questo caso mancano elementi fondamentali di valutazione. Ne aggiungo alcuni: 1) che in uno stato come il Wisconsin una DSA arrivi ad un passo dalla vittoria è significativo e clamoroso; 2) la Hong non aveva soldi in cassa non ha fatto spot televisivi; 3) la Hong è stata massacrata per un suo post del passato per l’abolizione della festa del Ringraziamento (che è oggettivamente legale al genocidio e al colonialismo alle radici d’America ma insomma il tema andava trattato in altro modo, con spazi diversi rispetto ad un tweet); 4) la partecipazione è stata straordinaria con oltre 300mila elettori

La Hong ha perso per soli 3700 voti (circa). Questo ridotto margine è improvvisamente scomparso dalle analisi anche se un analogo ridotto margine (circa 14mila voti) con cui El Sayed aveva vinto sulla Stevens ha riempito dibattiti per giorni sui media Usa

I paralleli con l’Italia e la narrazione italica dei DSA

La narrazione dei giornali liberal Usa è molto simile a quella di certi opionionisti di presunta sinistra e americanologi nostrani, sono talmente contrari a qualunque cosa di sinistra respiri, si muova, faccia cose, guardi al popolo e non alla ZTL che la criticano con odio, rancore, spirito caricaturale nonostante non ci siano alternative. Preferiscono Trump/Meloni al governo forever.

Giornali liberal ed establishment democratico. In questo trovo perfetta la sintesi da The Nation: Establishment Democrats are embracing loserdom.

Americanologi col tricolore

Molti “americanologi” d’Italia sono riconoscibili per tre caratteristiche:
  • assolvere sempre gli Usa, trovare sempre un colpevole individuale (in questa stagione: Trump) pur di salvare il sistema (il capitalismo selvaggio e finanziarizzato) che è di per sé intoccabile;
  • proiettare le vicende americane su quelle italiane per creare delle attinenze che spesso non esistono, ma che sono utili a ribadire come il “nostro modello” debbano essere gli Usa;
  • usare le vicende Usa per “interferire” su quelle italiane, cercando incastri con il dibattito in corso a seconda della fase politica.
Su almeno tre giornaloni italiani la vicenda dei DSA, a ridosso delle primarie del Michigan, è stata caricaturizzata, ridotta a populismo (Mamdami si ispira a Gramsci, quindi pure lui era popolista se ne desume) oppure descritta come un favore ai repubblicani perché “Certo signora mia! I DSA vincono le primarie ma perderanno le elezioni!”.

In questi giudizi viene completamente ignorato il fallimento dei democratici liberal-liberisti per cui tifano loro (equivalente dei nostri magnifici “riformisti”), da Hillary Clinton a Kamala Harris. Dall’altra parte dei dem, rispetto ai DSA, non c’è esattamente Maradona.

Verrebbe da dire che FoxNews nella sua campagna contro il “communismo a stelle e strisce” almeno non ha pretese intellettuali.
Gli americanologi d’Italia, con tale sgangherata narrazione, evidentemente puntano a sovrapporre quello che accade negli Usa con il dibattito italiano sul campo progressista unendosi al coro di quelli che demonizzano i 5 stelle, attaccano Schlein, hanno dimenticato il fallimento della formula Letta, detestano le politiche di sinistra per poveri e lavoratori (il reddito di cittadinanza che fa chiudere i ristoranti per mancanza di camerieri!), non vogliono il campo largo quindi in ultima istanza voglio o non sono particolarmente dispiaciuti del conferma a palazzo Chigi delle destre.
L’altra assurdità della narrazione impostasi sui media italiani è il fatto che sposta tutta l’attenzione sui democratici, sulle divisioni, sulla deriva a sinistra (“Signora mia, i communisti così!”, alla Brega) ignorando, omettendo, cancellando il fatto che il mondo MAGA è semplicemente in pezzi con Alex Jones e Tucker Carlson che voltano le spalle e apertamente disconoscono Trump, la Heritage Foundation crolla, l’influencer Laura Loomer diventata “portavoce” di Azov negli Usa e attacca l’ex capo del controterrorismo Joe Kent (dimessosi in opposizione alla guerra in Iran dopo la nomina di Trump) definendolo “marito di m…” quando sua moglie è stata uccisa dall’ISIS in una missione all’estero.

Nemmeno una citazione su tutto questo.

Infine l’attinenza tra Italia e Usa più singolare viene incarnata da John Fetterman, ex-astro nascente dei democratici, gigante buono della Pennsylvania, da sindaco di successo nel riscatto di una città a parlamentare famoso per la felpa con il cappuccio sulla quale a volte indossa persino la cravatta.

La sua specialità è diventata la difesa ad oltranza di Israele (Netanyahu gli ha regalato persino un pager d’argento come quello dell’attacco terrorista in Libano) e l’eterna critica ai democratici, dai quali ormai prende spesso le distanze in occasione di voti cruciali (arresto immigrati, fine della guerra in Iran, sanzioni alla corte penale internazionale, armi ad Israele).

Fetterman è la proiezione Usa di quell’unicum italiano per cui c’è un pezzo di opposizione che fa opposizione all’opposizione.

Almeno Fetterman non cerca un seggio dai repubblicani. Ha deciso che, per ora, la sua permanenza al Congresso è finita.

Fonte

27/03/2022

Guerra in Ucraina - In USA più analisi realistiche che da noi

A differenza dei media italiani, completamente assoggettati alla propaganda di guerra proveniente dagli Stati Uniti, vari media americani mantengono una linea indipendente e critica sull’informazione del conflitto ucraino, dando voce alle diverse opinioni all’interno del panorama politico, sociale ed economico degli Stati Uniti.

Questi media tra cui si annoverano il Washington Post, The New York Times e il New York Post, possono proporre una informazione indipendente dalla Casa Bianca e dal Pentagono grazie al Primo Emendamento della Costituzione che garantisce la libertà di religione, espressione, libertà di stampa e diritto di petizione.

A differenza dell’articolo 21 della Costituzione italiana, il Primo Emendamento è una legge superiore a qualsiasi decreto o legge che impedisce al Congresso e al Presidente degli Stati Uniti di applicare anche la più minima e sottile limitazione della stampa o il diritto dei cittadini di parlare liberamente e di esprime le loro idee anche sui media locali, nazionale e sulle piattaforme social.

Questo permette una buona pluralità dell’informazione anche in tempo di guerra.

Il New York Post, ha deciso di pubblicare la dichiarazione sulla guerra in Ucraina fatta dal D.S.A. – Democratic Socialist of America (Partito Social Democratico Americano) che il Faro di Roma propone qui la traduzione in italiano.

Tra i membri del D.S.A. vi sono il senatore democratico Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, oltre a vari altri senatori democratici.

Nel comunicato i Socialisti Democratici d’America hanno accusato “l’espansione imperialista” degli Stati Uniti e della NATO che, a loro avviso, avrebbero contribuito a innescare l’invasione russa dell’Ucraina e chiedono alla Casa Bianca di ritirare le truppe NATO e di porre fine all’espansionismo imperialista che ha posto le basi per questo conflitto.

A differenza della propaganda ideologica europea (e italiana in primis) sulla fine dello scontro di classe e delle dinamiche del capitalismo, negli Stati Uniti, Paese capitalista per eccellenza, i termini “scontro di classe”, “sfruttamento”, “capitalismo”, “oligarchia finanziaria”, “imperialismo”, hanno mantenuto tutta la loro validità e attualità e vengono usati come parametro per analizzare la politica interna ed estera americana.

Le dichiarazioni del D.S.A., diffuse anche da altri media americani, hanno provocato un terremoto politico all’interno del Partito Democratico.

L’ex membro del Congresso democratico di Staten Island, e veterano militare, Max Rose ha dichiarato in un tweet: “Sono profondamente preoccupato per la dichiarazione della D.S.A. che invita gli Stati Uniti a lasciare unilateralmente la NATO nel mezzo di un livello di aggressione russa sul continente europeo che non abbiamo più visto dalla Seconda guerra mondiale. Ora è il momento di raddoppiare le nostre alleanze, in particolare la NATO, per inviare aiuti economici e militari all’Ucraina e punire in modo completo la Russia con sanzioni paralizzanti e senza precedenti”.

Tom Suozzi, un democratico in corsa per il governatore, ha twittato in risposta: “Ben detto, @MaxRose4NY! Mi oppongo categoricamente alla dichiarazione della D.S.A. che invita gli Stati Uniti a lasciare la NATO. Dobbiamo sostenere la NATO, stare con l’Ucraina e opporci al bullismo di Putin”.

Il comunicato dei Socialisti Democratici d’America ha il merito di evidenziare che negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, non vi è un pensiero unico e totalitario sulla crisi e sul conflitto ucraino.

Ha inoltre evidenziato il pericoloso fanatismo dei falchi della guerra che si annidano all’interno della Casa Bianca e del Pentagono che vogliono a tutti i costi uno scontro totale con la Russia in cui, guarda caso, il teatro di guerra è nuovamente l’Europa a distanza di 83 anni dall’invasione nazista della Polonia.

Una presa di posizione equilibrata e realistica in quanto non si sono risparmiate le condanne sulla decisione di Putin di invadere l’Ucraina.

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Statements On Russia’s Invasion of Ukraine – Democratic Socialist of America

I Socialisti Democratici d’America condannano l’invasione russa dell’Ucraina e chiedono l’attivazione immediata della diplomazia e la riduzione dell’escalation per risolvere questa crisi. Siamo solidali con le classi lavoratrici di Ucraina e Russia che senza dubbio sopporteranno il peso maggiore di questa guerra, e con i manifestanti contro la guerra in entrambi i paesi e nel mondo che chiedono una soluzione diplomatica.

Questa escalation estrema e asimmetrica è un atto illegale ai sensi della Carta delle Nazioni Unite e minaccia gravemente i mezzi di sussistenza e il benessere dei popoli della classe operaia in Ucraina, Russia e in tutta la regione. Sollecitiamo un cessate il fuoco immediato e il ritiro totale delle forze russe dall’Ucraina.

Non c’è soluzione attraverso la guerra o un ulteriore intervento. Questa crisi richiede un’immediata risposta internazionale contro la guerra che richieda una riduzione dell’escalation, la cooperazione internazionale e l’opposizione a misure coercitive unilaterali, militarizzazione e altre forme di rischio economico e militare che non faranno altro che esacerbare il bilancio umano di questo conflitto.

La DSA riafferma il nostro appello affinché gli Stati Uniti si ritirino dalla NATO e pongano fine all’espansionismo imperialista che ha posto le basi per questo conflitto. Chiediamo agli attivisti contro la guerra negli Stati Uniti e in tutto il mondo di opporsi a violente escalation, chiedere una soluzione diplomatica duratura e sottolineare la necessità cruciale di accettare tutti i rifugiati derivanti da questa crisi.

Gran parte dei prossimi dieci anni stanno diventando visibili attraverso questo attacco. Mentre i fallimenti dell’ordine neoliberista sono chiari a tutti, la classe dirigente sta cercando di costruire un nuovo mondo, attraverso una transizione distopica fondata sul militarismo, l’imperialismo e la guerra. I socialisti hanno il dovere di costruire un’alternativa.

Fonte

10/03/2022

I socialisti e la storia: dal “né aderire né sabotare” all’adesione dell’Ucraina a UE e NATO

Sono capitato per caso sul sito web di “Avanti on Line” che, a quanto pare, si dichiara in continuità col “Quotidiano socialista dal 1896”. Scorrendo i vari titoli – ormai, qualunque rivista o quotidiano si sfogli, il tema è a senso unico – mi sono soffermato su un intervento firmato Salvatore Sechi, Ordinario di Storia Contemporanea.

Avevo una mezza intenzione di lasciar perdere già alle prime righe, leggendo di «Marc Immaro (del Corriere della Sera)» – quattro inesattezze su sei parole è un bel record – ma poi la curiosità ha prevalso. Dopotutto, il pezzo è firmato da un Ordinario di Storia Contemporanea; così ordinario da scrivere che «solo nel 1924 l’Armata Rossa venne bloccata alle porte di Varsavia»: chissà cosa ne pensano i suoi allievi!

Ma, procediamo. Si parte col dire – una nota è doverosa: sintassi, punteggiatura, sviste, ripetizioni sono tutte nell’originale… – che da una ventina d’anni, al Cremlino, costituirebbe «una lettura non furtiva» l’opuscolo pubblicato da «Uno degli intellettuali socialisti tedeschi più rispettati, Karl Kautsky, nel 1920» (pardon: ci risulta che fosse il 1919; ma sorvoliamo) in cui quello pronosticava «l’iter della conquista bolscevica del potere in Russia», vale a dire «Terrorismo e comunismo».

Ora, lasciamo da parte – non è né il luogo, né tantomeno il momento: qui si parla d’altro – la questione su chi abbia dato il via al terrore nella Russia sovietica, già fin dal 1918, e anche la questione della dittatura e della “democrazia”, che per Kautsky non significavano altro se non il rifiuto della presa del potere da parte del proletariato per via rivoluzionaria, a favore della “via democratica”, cioè il puro passaggio di mano, pacifico, della macchina statale borghese “già pronta”, senza la sua Zerstörung marxiana.

Il prof. Sechi sembra voler dire che settanta anni di potere sovietico in Russia non siano stati altro che una scia di terrore, che si prolunga sino a oggi, con gli «stessi dilemmi, paure, traumi della storia della storia russa». Dilemmi che, «dopo gli zar, Lenin, Stalin, Gorbaciov ed Eltsin sono stati ripresi da un premier spietato e crudele sino alla barbarie, Vladimir Putin».

E infatti, obiettivo del prof. Sechi (ma crediamo sia in buona compagnia; purtroppo, pur con motivazioni opposte, con una parte non secondaria del “patriottismo russo” italiano) sembra essere quello di “dimostrare” che esista una linea storica pressoché ininterrotta che unisce zarismo, bolscevismo, potere borghese in Russia, fino al “pan-nazionalismo” putiniano, portato ora alle estreme conseguenze con l’intervento militare in Ucraina.

E il “terrorismo” di Putin, con «decine di giornalisti e di uomini politici che sono stati avvelenati dal polonio distribuito dai suoi mercenari», par voler dire il prof. Sechi, differirebbe solo nella forma sia dal terrore rosso cui i bolscevichi furono costretti a ricorrere di fronte all’aperto terrorismo con cui socialisti-rivoluzionari e costituzionali-democratici stavano aprendo la strada all’intervento dei 14 paesi stranieri (che comunque si verificò), sia dal “terrore staliniano”, che da decenni costituisce la tiritera di quanti, beffandosene della storia, si aggrappano alle leggende.

Una delle quali, per restare in tema di Ucraina, rilanciata anche in questi giorni, è quella del “Golodomor” (in ucraino “Holodomor”). Ma anche su questo, sorvoliamo.

Ecco dunque che, in perfetta “continuità” col terrore bolscevico – e col ribrezzo che ha sempre provocato nei socialisti, da Kautsky al prof. Sechi – oggi, con «l’invasione dell’Ucraina si compie uno sterminio e un bagno di sangue annunciati».

E questo, perché «Putin non ha rinunciato al sogno di una grande Russia, una Russia imperiale, riverita e temuta nel mondo. Gli zar da Pietro il Grande in poi hanno cercato di realizzare questo obiettivo». Ma solo «Quando Lenin, Stalin e compagni sono arrivati al potere, il comunismo è stato percepito come un pericolo di contagio (solo nel 1924 l’Armata rossa venne bloccata alle porte di Varsavia)». Era il 1920, professore; suvvia, un po’ di storia.

Poi, dice l’Ordinario, a partire «dal 1917 i grandi paesi occidentali, con spedizioni armate, hanno cercato di contenere» quel contagio. C’era anche l’Italia, professore, tra quei «grandi paesi occidentali», sia nel 1919, sia nel 1941: vorrebbe che ci tornasse ancora?

È venuta quindi la guerra, e con la vittoria sovietica (prof. Sechi, è anche Lei tra quelli che dicono che le 58 divisioni tedesche sconfitte a ovest dagli Alleati furono quelle determinanti nella fine del Terzo Reich, mentre la disfatta delle oltre 230 divisioni hitleriane da parte dell’Esercito Rosso non serviva ad altro che a permettere «all’Urss di circondarsi di un esteso bottino di guerra (e no) costituita dai paesi aderenti (Cecoslovacchia, Polonia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Germania orientale)» al Patto di Varsavia.

Ma, «Nel 1989 col naufragio dell’Urss…. col venir meno di questa estesa cintura di sicurezza c’è stato un indebolimento del sistema di garanzie per prevenire i pericoli (più inventato che reali) provenienti dall’Occidente che Mosca aveva eretto per non sentirsi una vittima a rischio, prossima futura».

Certo, come no! I pericoli erano e sono così poco «(più inventato che reali)», che la Rai (la Rai, prof. Sechi, non il Corriere) per dovere di ignorarli e farli ignorare ai telespettatori, si è premunita di silenziare uno dei suoi corrispondenti con più esperienza e meno prosopopea propagandistica.

A questo punto, è doveroso dire che, in effetti, il prof. Sechi sembra voler accennare, a suo modo, a un tentativo di districare la questione dell’espansione della NATO a est.

Non lo fa, certamente, con la sintesi e la chiarezza del – a quanto pare, a lui sconosciuto – «Marc Immaro (del Corriere della Sera)» e anzi ci racconta che «mai lo schieramento occidentale ha tentato di aggredire la Russia e i pochi alleati a lei rimasti fedeli. Ciò malgrado, Putin ha voluto fare un passo avanti, passando per ferro e per fuoco, l’Ucraina… con i bagni di sangue e gli infami massacri di bambini, vecchi, disabili, famiglie sparse per campagne ed auto-strade».

Prof. Sechi, non è che per caso abbia fatto un po’ di confusione e abbia riassunto in una riga quello che gli abitanti del Donbass hanno subito e stanno subendo a opera delle bande neo-naziste ucraine le quali, dal 2014, dopo aver imposto con la loro “marcia su Kiev” e il terrorismo a majdan Nezaležnosti, un regime golpista sostenuto da USA, UE e NATO, hanno poi imperversato per otto anni nelle campagne e nei villaggi delle Repubbliche popolari?

È un dubbio che ci viene e che addirittura l’ONU ha confermato, parlando di quasi 15.000 morti, tra cui moltissimi civili, con bambini e donne, proprio in Donbass.

Questo però non significa, continua l’Ordinario, che Putin voglia «vendicarsi e punire il popolo ucraino»; vuol dire piuttosto che punti a «restituire alla Russia un ruolo di grande potenza, circondarla di una cortina di ferro imperiale e potere trattare gli Stati e i paesi occidentali da pari a pari».

In queste ultime affermazioni c’è qualcosa di vero. Il prof. Sechi tace però sullo sviluppo del capitalismo russo che, dopo la fine dell’URSS ha preso a “germogliare” nelle ex Repubbliche sovietiche, dapprima con caratteri banditeschi e mafiosi, anche sulle ceneri del PCUS, e che ha ricevuto una certa stabilità col finire degli anni ’90, è andato sempre più consolidandosi, fino a entrare in concorrenza con quei capitali mondiali che, alla ricerca di nuovi mercati e fonti di materie prime, avevano brigato per spartirsi le ricchezze dell’Unione Sovietica.

Un capitalismo russo che oggi ha senza dubbio necessità di espandere le proprie sfere, anche territoriali – ebbene, a questo capitalismo, il prof. Sechi non riserba nemmeno una parola. Anzi, per lui è tutto un continuum, dallo zar, a Lenin, a Gorbačëv, a Putin: tutto nel paradigma di una “madre Russia”; in questo, tra l’altro, differenziandosi poco dallo stesso Putin, il quale però cancella la “parentesi” sovietica, estranea, secondo lui, al popolo russo.

Il prof. Sechi ignora il moderno capitalismo russo, e cade anzi nella retorica tele-giornalistica più becera, con la trita novella dell’Ucraina che «sta per essere rasa al suolo dai carri armati e dai missili dell’esercito sovietico. Per evitarlo occorre porre fine alle finzioni dell’invio di armi e all’ipocrisia sulla capacità (nel breve periodo) delle sanzioni di sfibrare far accasciare la popolazione sovietica».

Esercito “sovietico”? popolazione “sovietica”? È una svista dovuta all’euforia interventista, prof. Sechi?

Professore, Lei, quale Ordinario di storia, sa certamente che, delle oltre 230 divisioni che nel giugno 1941 aggredirono l’URSS (le suggeriamo una verità che può tornarLe utile nelle Sue lezioni di storia: quella era l’Unione Sovietica; oggi di sovietico c’è solo la Sua immaginazione), una cinquantina almeno erano costituite da volontari (per quanto riguarda paesi come Italia, Ungheria, Romania, Finlandia, purtroppo i più furono costretti a partire dai rispettivi governi fascisti o reazionari e non andarono certo volontari) da pressoché tutti i paesi europei, anche da quelli che ufficialmente facevano parte della coalizione anti-hitleriana.

Prof. Sechi, vorrebbe forse che quella coalizione si ripetesse oggi, contro la Russia capitalista?

A giudicare dalle Sue parole, sembrerebbe di sì; come interpretare altrimenti la frase «Di fronte allo straordinario, prodigioso spirito di sacrificio di un piccolo popolo si deve avere il coraggio di dire la verità: cioè che non è possibile arrestarne la demolizione, se non ci sarà una correzione radicale nella strategia di Usa, Unione europea e Nato.

Debbono confessare chiaro e tondo che essi sono le vittime privilegiate della politica aggressiva di Putin. Il che dovrebbe dare luogo ad un immediato passo successivo: proclamare l’adesione dell’Ucraina alla comunità (politica e militare) europea…

Possibile che Bruxelles non possa, nel giro di un’ora, formalizzare, per arginare uno spargimento di sangue innocente, l’immissione dell’Ucraina nell’ordinamento civile e militare dell’Europa e della Nato?

Quando ciò avvenisse, Putin si renderebbe conto di dovere fare i conti non con la povera e meravigliosa resistenza ucraina, ma con Stati che dispongono di oltre 4.500 missili a testata nucleare».

Il finale è da tregenda, e lo risparmiamo ai lettori che hanno avuto la pazienza di seguirci fin qui.

Importante è lo spirito che anima le riscritture storiche, tanto del prof. Sechi, quanto dei troppi che, come lui, chiamano oggi alla crociata contro la Russia, come se si trattasse di rinnovare il tentativo, intrapreso sin dal 1917 dai «grandi paesi occidentali, con spedizioni armate», di cercare «di contenere» il contagio del bolscevismo.

Da chi è sempre venuto, nella storia, e da chi proviene anche oggi il pericolo di guerra? Se lo ricorda, prof. Sechi, cosa diceva al proposito «Uno degli intellettuali socialisti tedeschi più rispettati, Karl Kautsky», non nel 1920, ma un paio di decenni prima, quando «era ancora marxista» (Lenin)?

E poi dicono che l’Università è il luogo del ragionamento critico, della ricerca della oggettività, della comprensione tra culture…

Puttanate! O, quantomeno, questo è quello che vien da pensare a leggere certi appelli all’arruolamento dell’Ucraina e funesto “armiamoci e …”.

Fonte

02/03/2019

1919-2019: i cento anni dell’Internazionale Comunista


Dal 2 al 6 marzo 1919 si svolse a Mosca il primo Congresso del Comintern, in un momento di crescita del movimento rivoluzionario mondiale e di generale entusiasmo per la nuova organizzazione, tanto che il secondo Congresso, un anno dopo, con le famose 21 condizioni, ritenne necessario porre un freno all’adesione di quei partiti socialisti ancora impregnati di opportunismo.

Dopo il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, nel 2017; dopo il bicentenario della nascita di Karl Marx, nel 2018; i comunisti celebrano quest’anno i cento anni di quella Conferenza comunista internazionale, apertasi il 2 marzo 1919 a Mosca, che il 4 marzo proclamò la fondazione dell’Internazionale Comunista e si trasformò nel primo Congresso del Comintern.

L’atmosfera in cui si tenne l’incontro era di generale entusiasmo, per la crescita del movimento rivoluzionario mondiale; tutti gli interventi in quel primo Congresso, conclusosi il 6 marzo, esprimevano la certezza che in molti paesi europei si sarebbe presto arrivati alla rivoluzione proletaria. Il delegato del giovane Partito comunista tedesco, Hugo Eberlein, disse che non era “lontano il tempo in cui il proletariato tedesco porterà la rivoluzione alla sua vittoriosa conclusione”. Il rappresentante ungherese concluse: “possiamo già ora predire che il Comunismo in Ungheria rivestirà un ruolo decisivo”. Molti delegati si dichiararono convinti che “l’idea di collaborazione con la borghesia è già praticamente spenta all’interno del movimento operaio e il proletariato sempre più decisamente volta le spalle ai capi social-riformisti”.

In effetti, nonostante la sanguinosa repressione della rivoluzione a Berlino, nel gennaio precedente, a opera del governo socialdemocratico, con il massacro di centinaia di operai e dei capi del movimento spartachista, col feroce assassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, poi di Leo Jogiches e di tanti altri capi comunisti negli eccidi di marzo, la situazione europea infondeva entusiasmo: di lì a poco sarebbero state proclamate Repubbliche sovietiche in Ungheria, Baviera, Slovacchia, poi però soffocate nel sangue, al pari delle rivoluzioni tedesca e finlandese.

Anche in campo riformista si cercava di riallacciare i legami internazionali. Tra i partiti socialisti restii ai tentativi di rianimare la morta II Internazionale o di trovare “terze vie” (Internazionale “due e mezzo”) alcuni chiesero l’adesione all’IC. Tra il 1° e il 2° Congresso, i partiti socialisti di Francia, Italia, Germania, Norvegia e altri avevano rotto con l’Internazionale di Berna, orientandosi verso Mosca. Si trattava di partiti centristi, diretti da elementi di destra e ciò dettò la necessità di adottare le famose 21 condizioni per l’ammissione all’IC, approvate dal 2° Congresso nel 1920, tra cui le principali erano il riconoscimento della dittatura del proletariato, espulsione dal partito di riformisti e centristi, centralismo democratico.

La degenerazione della II Internazionale

Lenin e i bolscevichi russi denunciavano da molti anni la degenerazione della II Internazionale e allo scoppio della prima guerra mondiale, col vergognoso atteggiamento dei principali capi riformisti, avevano cominciato a parlare della necessità della fondazione di una nuova Internazionale, comunista. Il 1° novembre 1914, Lenin scriveva sul Sotzialdemocrat, organo del Partito bolscevico: “la maggioranza dei capi dell’attuale II Internazionale socialista … hanno tradito il socialismo votando i crediti di guerra, ripetendo le parole d’ordine scioviniste (“patriottiche”) della borghesia dei “loro” paesi, giustificando e difendendo la guerra, partecipando ai ministeri borghesi … Il fallimento della II Internazionale è il fallimento dell’opportunismo, che si è sviluppato sul terreno delle particolarità del periodo storico trascorso (cosiddetto “pacifico”) … Oggi non si può costituire un’effettiva unione internazionale dei lavoratori senza rompere decisamente con l’opportunismo… Alla III Internazionale spetta il compito di organizzare le forze del proletariato … per la guerra civile contro la borghesia di tutti i paesi, per il potere politico, per la vittoria del socialismo!”.

Alcuni embrioni della futura III Internazionale erano spuntati prima del 1914. Nonostante i partiti socialisti fossero ridotti ad appendici governative, di fronte alla prospettiva della guerra, al VII Congresso di Stoccarda della II Internazionale nel 1907 e a quello straordinario di Basilea nel 1912 si erano levate voci contro la guerra. Il manifesto di Basilea dichiarava che “i lavoratori gridano ai governi un ammonimento che è una sfida: osate di proclamare la guerra e noi reagiremo con tutti i mezzi. Se dobbiamo morire, non moriremo uccidendo i nostri fratelli, ma ci sacrificheremo per la causa della emancipazione operaia, cercando di rovesciare per sempre il dominio della borghesia”. La coscienza dell’irriformabilità della II Internazionale e dell’impellenza della creazione di una nuova Internazionale si faceva strada, e non solo tra i dirigenti bolscevichi.

Nella corrispondenza con Aleksandr Shliapnikov dell’ottobre 1914, Lenin scriveva che “Nostro compito oggi è la lotta inflessibile e aperta contro l’opportunismo internazionale e coloro che lo coprono (Kautsky)… E’ sbagliata la parola d’ordine della “pace”: la parola d’ordine deve essere quella della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile”. Un mese dopo, in “La guerra e la socialdemocrazia russa”, lanciava l’appello a trasformare la guerra imperialista in guerra civile, accolto sprezzantemente dai vertici social-sciovinisti e dagli opportunisti alla Kautsky. A essi rispose Rosa Luxemburg, rinfacciando a Kautsky di aver trasfigurato l’appello del Manifesto dei Comunisti, trasformandolo in “Proletari di tutti i paesi unitevi in tempo di pace e prendetevi reciprocamente alla gola in tempo di guerra”.

Nel 1915, alla Conferenza di Zimmerwald, si crearono una destra e una sinistra e quest’ultima, disse Lenin, costituiva “un primo passo verso la III Internazionale; un timido e incoerente passo verso la scissione dall’opportunismo”. Un anno dopo, a Kienthal, ancora “un modesto passo in avanti – in sostanza si segna il passo” (Lenin): la destra di Zimmerwald era ancora per la conciliazione coi social-sciovinisti e respingeva l’idea di una III Internazionale. Ne “Il programma militare della rivoluzione”, Lenin scriveva che “La lotta contro l’imperialismo, se non è strettamente collegata alla lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota o un inganno. Uno dei principali difetti di Zimmerwald e di Kienthal, una delle cause fondamentali del possibile fiasco di questi germi della III Internazionale, consiste appunto nel fatto che la questione della lotta contro l’opportunismo non è stata, non dico, risolta nel senso della necessità di rompere con gli opportunisti, ma neppure posta apertamente”.

Nella primavera del ’15 scriveva ad Aleksandra Kollontaj: “Come si può “riconoscere” la lotta di classe senza capire che è inevitabile che in dati momenti essa si trasformi in guerra civile?”; e nel dicembre 1916, rivolto a Ines Armand: “Bisogna saper combinare la lotta per la democrazia con la lotta per la rivoluzione socialista, subordinando la prima alla seconda”.

In numerose opere di quel periodo, Lenin continuò a denunciare l’opportunismo e il social-sciovinismo, delineando al contempo le basi ideologiche della nuova Internazionale. “La difesa della collaborazione delle classi” scriveva Lenin, “il ripudio dell’idea della rivoluzione socialista e dei metodi rivoluzionari di lotta … la trasformazione in feticcio della legalità borghese, la rinuncia al punto di vista di classe e alla lotta di classe … queste sono le basi ideologiche dell’opportunismo”.

Verso l’Internazionale Comunista

Ancora rivolto alla Kollontaj, nel marzo del ’17 Lenin scriveva: “E’ chiaro che “Zimmerwald” è fallita … La maggioranza di Zimmerwald è costituita da Turati e C, Kautsky e Ledebour, Merrheim: tutti costoro sono passati sulla posizione del socialpacifismo, condannato così solennemente (e così sterilmente!) a Kienthal… Il “centro” di Zimmerwald poi è Robert Grimm, il quale il 7 gennaio 1917 si è alleato con i socialpatrioti della Svizzera per la lotta contro la sinistra!”. In quell’anno, tra le famose “Tesi di Aprile”, scriveva: “Rinnovare l’Internazionale. Prendere l’iniziativa della creazione di una Internazionale rivoluzionaria contro i social-sciovinisti e contro il “centro”; la VII Conferenza del POSDR(b), poi, impegnava il Partito a prendere l’iniziativa di creare una Terza Internazionale.

Nell’agosto successivo, rivolto all’Ufficio estero del CC, scriveva: “Considero la partecipazione alla conferenza di Stoccolma e a qualsiasi altra insieme coi ministri (e farabutti) Cernov, Tsereteli, Skobelev, un vero e proprio tradimento … tutta questa “semi”-socialsciovinistica Commissione di Zimmerwald, che dipende dagli italiani e dai ledebouriani, i quali desiderano l’”unità” coi socialsciovinisti, è la più deleteria delle istituzioni…. Noi commettiamo il più grave degli errori … mandare per le lunghe o differire la convocazione di una conferenza della sinistra per la fondazione della III Internazionale …. I bolscevichi, la socialdemocrazia polacca, gli olandesi, la Arbeiterpolitik, il Demain: ecco un nucleo già sufficiente. Ad esso si aggiungeranno di certo… una parte dei danesi…. una parte dei giovani svedesi… una parte dei bulgari, i sinistri dell’Austria, una parte degli amici di Loriot in Francia, una parte dei sinistri in Svizzera e in Italia e poi gli elementi… del movimento anglo-mericano”.

Nel gennaio 1918, una conferenza di partiti e gruppi socialisti, indetta a Pietroburgo dal Partito bolscevico, decise la convocazione della conferenza internazionale. Un ulteriore stimolo venne dalla fondazione, nella seconda metà del 1918, di partiti comunisti in Austria, Polonia, Ungheria, Finlandia, Lettonia, Argentina. La situazione suscitava entusiasmo, ma ciò che più mancava, come osservava Lenin, era il fattore soggettivo: l’organizzazione internazionale dei comunisti avrebbe aiutato a superare quella carenza.

A conclusione dell’articolo pubblicato sulla Pravda del 11 ottobre 1918, dal titolo “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” (dato il procrastinarsi dei tempi della pubblicazione dell’omonima opera e l’urgenza di smascherare le calunnie al potere sovietico lanciate da Kautsky che, nonostante tutto, godeva ancora di una certa influenza, Lenin aveva sintetizzato il contenuto del libro in un articolo di giornale) Lenin scriveva che “La più grande disgrazia e il maggior pericolo per l’Europa è il fatto che qui non c’è un partito rivoluzionario. Ci sono partiti di traditori, del tipo degli Scheideman, Renaudel, Henderson, Webb e Co, oppure degli spiriti servili del tipo di Kautsky. Non c’è un partito rivoluzionario…. [questa è] una grande disgrazia e un grande pericolo. Per questo, è necessario smascherare in ogni modo i rinnegati del tipo di Kautsky, sostenendo i gruppi rivoluzionari dei proletari effettivamente internazionalisti, che ci sono in tutti i paesi. Il proletariato volterà presto le spalle ai traditori e ai rinnegati e seguirà quei gruppi, formerà da essi i propri capi”.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, dopo l’urgenza di far fronte alla guerra civile e arginare i primi interventi di truppe straniere, a Mosca si tornò a mettere al centro la creazione della nuova Internazionale. Due fattori convinsero i bolscevichi che la situazione fosse matura per la creazione della Terza Internazionale. Il primo, fu la fondazione, a dicembre 1918, del Partito comunista in Germania, considerata il cuore del movimento rivoluzionario in Europa; il secondo, a febbraio 1919, fu il congresso socialdemocratico di Berna, che condannava la Rivoluzione d’Ottobre e ribadiva l’ostilità alla rivoluzione socialista.

Il 1° Congresso dell’IC

Si giunse così alla fondazione dell’Internazionale Comunista, le cui prime deliberazioni, per la sostanza stessa della propria nascita, in lotta con l’opportunismo socialdemocratico, si incentrarono sulla denuncia del tradimento dei principi del socialismo scientifico da parte della vecchia II Internazionale. Ciò si riflesse nei principali documenti adottati al Congresso.

Contro le formule opportunistiche che consideravano la repubblica parlamentare borghese come la migliore delle repubbliche e ponevano lo Stato “al di sopra delle classi”; contro i centristi socialdemocratici che parlavano di “democrazia pura”, o di “democrazia in generale”, contrapposta al potere proletario della Russia sovietica, i comunisti consideravano urgente smascherare tali concezioni riformiste, che idealizzavano la democrazia borghese. “Il punto di vista democratico-formale” scriveva Lenin, è proprio “il punto di vista del democratico borghese, il quale non riconosce che gli interessi del proletariato e della lotta di classe proletaria stanno al di sopra”. E ancora: “La democrazia è una delle forme dello stato borghese, difesa da tutti i traditori dell’autentico socialismo, che si trovano ora alla testa del socialismo ufficiale e che sostengono che la democrazia contraddice la dittatura del proletariato”.

L’assassinio di Liebknecht, Luxemburg e di centinaia di operai tedeschi, costituiva una tragica prova del cinismo della democrazia borghese. Il Congresso dichiarò che non esiste alcuna “democrazia pura”, che rispecchia un’unica “volontà popolare”, dato che nella società divisa in classi e nello stato di classe non può esserci una volontà unica. Già nel 1916 Lenin aveva scritto che “la democrazia è anch’essa una forma di stato, che dovrà scomparire allorché scomparirà lo stato” e che “la democrazia è anch’essa il dominio di “una parte della popolazione sull’altra”, "è anch’essa uno stato”.

Avrebbe poi ribadito il concetto al VIII Congresso del Partito bolscevico, nel marzo 1919: “Oggi vediamo che molti ex-marxisti – ad esempio, in campo menscevico – sostengono che nel periodo della battaglia decisiva tra proletariato e borghesia possa regnare la democrazia in generale”.

In quel periodo di ascesa del movimento rivoluzionario, in cui era all’ordine del giorno l’abbattimento del capitalismo, il congresso fondativo dell’IC non poteva non porre come centrale la questione della conquista del potere da parte del proletariato, la questione della forma statale del potere proletario. Contro le litanie opportuniste sulla “democrazia pura”, seguendo i concetti del Manifesto di Marx e Engels, secondo cui la borghesia non lascia volontariamente il potere, il Congresso fece propri i concetti leninisti su democrazia e dittatura.

“La cosa più importante, ora” aveva scritto Lenin un anno prima, “è dire addio a quel pregiudizio intellettuale borghese, secondo cui dirigere lo Stato possono solo speciali funzionari, interamente dipendenti dal capitale”; al contrario, la strada verso la “progressiva liquidazione dello Stato” passa per “il sistematico coinvolgimento di un numero sempre maggiore di cittadini al diretto e quotidiano adempimento della propria parte di onere alla direzione dello Stato”.

Lo Stato proletario

All’inizio degli anni ’90 del XIX secolo Friedrich Engels aveva detto che “… l’unica istituzione che il proletariato trova pronta dopo la propria vittoria, è proprio lo Stato. Per la verità, questo Stato necessita di cambiamenti molto significativi, prima di poter adempiere alle sue nuove funzioni”. Ora, stravolgendo il pensiero di Engels, gli opportunisti sostenevano che egli proponesse non di distruggere il vecchio Stato, ma solo di cambiarne le funzioni. In realtà, Engels polemizzava con gli anarchici, secondo i quali il primo atto della rivoluzione socialista sarebbe stato la liquidazione di ogni Stato, anche dello Stato proletario.

Dopo la Comune di Parigi, sia Engels che Marx avevano sempre parlato di “spezzare”, “eliminare”, “tagliare”, “liquidare” lo Stato borghese, quale macchina per l’oppressione della classe operaia, e sostituirlo con il nuovo Stato proletario. Il primo Congresso dell’IC ritenne fondamentale chiarire che l’instaurazione del potere proletario equivale a eliminare, spezzare la macchina statale borghese e creare una struttura statale nuova, che in Russia si era concretizzata nei Soviet, definiti da Gramsci “forma immortale di organizzazione della società” e che avevano cominciato a diffondersi in numerosi paesi europei, quali embrioni di un nuovo potere.

La “rivoluzione è un’autentica rivoluzione e non vuota e gonfiata retorica demagogica” scriveva Gramsci nell’estate 1919, “solo quando si incarna in uno stato di un tipo determinato, allorché diviene sistema organizzato di potere… La rivoluzione proletaria è tale solo quando dà vita a uno stato di tipo nuovo – lo stato proletario – e si incarna in esso … Lo Stato socialista non può incarnarsi nelle istituzioni dello Stato capitalista, ma è una creazione fondamentalmente nuova rispetto ad esse … La formula “conquista dello Stato” deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato, generato dalla esperienza associativa della classe proletaria, e sostituzione di esso allo Stato democratico-parlamentare”.

Un tratto importantissimo del potere proletario consiste nella sua funzione di repressione della resistenza delle classi sfruttatrici e nella costruzione del socialismo. L’essenza della questione, aveva già scritto Lenin, è “se si conserva la vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e interamente impregnata di routine e immobilismo) o se essa venga distrutta e sostituita con una nuova”.

Nel 1917, in “Stato e rivoluzione”, scriveva che “L’opportunismo non conduce il riconoscimento della lotta di classe per l’appunto fino al momento principale, fino al periodo del passaggio dal capitalismo al comunismo, fino al periodo dell’abbattimento della borghesia e della sua piena liquidazione. Di fatto, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un accanimento senza precedenti, in forme quanto mai aspre e, conseguentemente, anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia)”. Uno Stato che, in Russia, si esprimeva nei Soviet degli operai dei soldati e dei contadini.

Il “passaggio dal capitalismo al comunismo” produrrà un’immensa “varietà di forme politiche” nei diversi paesi, scriveva Lenin, “ma la essenza sarà inevitabilmente una: la dittatura del proletariato”. E Gramsci, su L’Ordine Nuovo: “L’essenziale fatto della rivoluzione russa è l’instaurazione di un tipo nuovo di Stato: lo Stato dei Consigli”; poi, nel luglio 1919, continuava: “Aderire alla Internazionale comunista significa aderire alla concezione dello Stato soviettista e ripudiare ogni residuo della ideologia democratica, anche nel seno della attuale organizzazione del movimento socialista e proletario”.

E a novembre, pensando all’Italia, scriveva: “Gli operai e i contadini d’avanguardia … hanno indicato al Partito la via della presa del potere, la via del governo, la cui base costituzionale non sia il parlamento eletto a suffragio universale, sia dagli sfruttati che dagli sfruttatori, bensì il sistema dei Consigli degli operai e dei contadini, che incarnino sia il governo del potere industriale, sia quello del potere politico, che servano quale strumento per la rimozione dei capitalisti dal processo di produzione e per la privazione del loro ruolo di classe dominante in tutti gli organismi nazionali di gestione centralizzata dell’attività economica del paese”.

I documenti del 1° Congresso dell’IC

Il 4 marzo 1919 il Congresso approva la Piattaforma dell’IC. In essa si dice che, date le crescenti contraddizioni del sistema capitalista, l’umanità “è minacciata di completo annientamento” e vi è “una sola forza che può salvarla, ed è il proletariato”. La “conquista del potere politico da parte del proletariato significa la liquidazione del potere politico della borghesia”, con “il suo esercito, la sua polizia, i suoi giudici e direttori di carcere, i suoi preti, funzionari”. E ciò “non significa soltanto un cambiamento della compagine ministeriale, ma l’annientamento dell’apparato statale del nemico, il disarmo della borghesia, degli ufficiali controrivoluzionari, delle guardie bianche e l’armamento del proletariato, dei soldati rivoluzionari, della guardia rossa operaia; la destituzione di tutti i giudici borghesi e l’insediamento di tribunali proletari; l’abolizione del dominio dei funzionari statali reazionari e la creazione di nuovi organi d’amministrazione proletari. La vittoria del proletariato sta nel distruggere l’organizzazione del potere avversario e nell’organizzazione del potere proletario”.

Si afferma quindi che, “come ogni Stato, lo Stato proletario è un apparato coercitivo … diretto contro i nemici della classe operaia … per spezzare e rendere impossibile la resistenza degli sfruttatori”. Di contro, “la democrazia borghese, non è niente altro che la dittatura mascherata della borghesia. La tanto esaltata “volontà collettiva del popolo” non esiste più di quanto esista il popolo come un tutto unico. Di fatto le masse e le loro organizzazioni sono totalmente estromesse dall’effettiva amministrazione statale. Nel sistema sovietico l’amministrazione passa per le organizzazioni di massa, e tramite loro per le masse stesse, poiché i soviet accostano un numero sempre crescente di lavoratori all’amministrazione statale”.

Il nuovo Stato proletario, si afferma nella Piattaforma, espropria la borghesia e socializza la produzione; condizione della vittoria, è però la “rottura non solo coi diretti lacchè del capitale e i boia della rivoluzione comunista, ruolo ricoperto dalla destra socialdemocratica, ma anche la separazione dal “centro” (kautskyani) che nel momento decisivo abbandona il proletariato e flirta coi suoi nemici dichiarati”. E’ maturo il tempo, si afferma, per la lotta del proletariato internazionale per il potere, per la dittatura del proletariato, che deve spezzare la resistenza della borghesia e assicurare il passaggio al socialismo. “La dittatura del proletariato è la lotta di classe del proletariato che ha vinto e ha preso nelle proprie mani il potere politico contro la borghesia vinta, ma non ancora liquidata”.

Il Congresso approva poi le 22 Tesi di Lenin su “Democrazia borghese e dittatura del proletariato”, in cui vengono sviluppati i concetti già esposti in "Stato e rivoluzione" e "La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky". Vi si illustra il carattere limitato, di classe, della democrazia borghese e la necessità storica della sua sostituzione con la dittatura del proletariato: “In nessun paese capitalistico esiste la “democrazia in generale”, ma esiste soltanto la democrazia borghese”. Si denuncia il ruolo della socialdemocrazia, che usa ipocritamente le formule di “democrazia pura”, “democrazia in generale” e “dittatura in generale”, senza specificare di quale classe e contro quale classe, per calunniare lo Stato sovietico, lottare in generale contro la rivoluzione proletaria e difendere, di fatto, la borghesia.

Il potere sovietico, dice Lenin, è la forma statale concreta, scoperta dalle masse stesse, della dittatura del proletariato. La storia insegna che nessuna classe oppressa è mai giunta al dominio, senza attraversare un periodo di dittatura, cioè di conquista del potere politico e di repressione violenta della più disperata e più rabbiosa resistenza degli sfruttatori, che non arretrano dinanzi a nessun delitto. La borghesia, continua Lenin, il cui dominio è difeso oggi dai socialisti che parlano contro la “dittatura in generale” e si spolmonano per la “democrazia in generale”, ha conquistato il potere nei paesi progrediti a prezzo di “una serie di insurrezioni, guerre civili, repressione violenta di re, feudatari, proprietari di schiavi e dei loro tentativi di restaurazione. I socialisti di tutti i paesi … hanno illustrato al popolo migliaia e milioni di volte il carattere di classe di queste rivoluzioni borghesi, di questa dittatura borghese. Perciò, l’odierna difesa della democrazia borghese sotto forma di “democrazia in generale” e le odierne urla e grida contro la dittatura del proletariato sotto forma di urla contro la “dittatura in generale”, rappresentano un aperto tradimento del socialismo, il passaggio di fatto dalla parte della borghesia… Tutti i socialisti, illustrando il carattere di classe della civiltà borghese, della democrazia borghese, del parlamentarismo borghese, hanno interpretato l’idea che già Marx e Engels, con maggior precisione scientifica, avevano espresso con le parole secondo cui la repubblica borghese più democratica non è altro che una macchina per la repressione della classe operaia da parte della borghesia, della massa dei lavoratori da parte di un pugno di capitalisti”.

Parlando dello Stato proletario, Lenin afferma che l’essenza del potere sovietico consiste nel fatto che “il costante e unico fondamento di tutto il potere statale, di tutto l’apparato statale è l’organizzazione di massa proprio di quelle classi che erano oppresse dal capitalismo, cioè operai e semi-proletari… Proprio quelle masse che, anche nelle repubbliche borghesi più democratiche, pur avendo per legge uguali diritti, di fatto, con mille mezzi e trucchi, erano escluse dalla partecipazione alla vita politica e dal godimento dei diritti e libertà democratiche, partecipano ora in permanenza e immancabilmente, e in modo decisivo, alla gestione democratica dello stato”.

Del resto, in "Stato e rivoluzione", aveva già scritto che “la rivoluzione deve consistere non nel fatto che una nuova classe comandi, diriga per mezzo della vecchia macchina statale, ma nel fatto che essa spezzi quella macchina e comandi, diriga con una nuova macchina”. E nel dicembre del 1919, a proposito di Assemblea costituente e Dittatura del proletariato, scriverà: “Pieni di pregiudizi piccolo-borghesi, avendo dimenticato la cosa più importante dell’insegnamento di Marx sullo Stato, i signori “socialisti” della II Internazionale guardano al potere statale come a qualcosa di sacro, un idolo oppure la risultante di elezioni formali, l’assoluto della “democrazia conseguente”.

Nel “Manifesto dell’IC al proletariato di tutto il mondo” si afferma infine che “Settantadue anni fa, il Partito Comunista annunciò al mondo il proprio programma sotto forma di “Manifesto”. Già allora il comunismo, appena apparso sull’arena della lotta, fu circondato dalle vessazioni, menzogne, odio e persecuzioni delle classi possidenti. L’epoca dell’ultima decisiva lotta è giunta più tardi di quanto si attendessero e sperassero gli apostoli della rivoluzione sociale. Ma essa è giunta. Noi comunisti, rappresentanti del proletariato rivoluzionario di diversi paesi d’Europa, America e Asia, riuniti nella Mosca sovietica, ci sentiamo e ci riconosciamo quali successori e dirigenti di quella causa, il cui programma era stato proclamato 72 anni fa. Il nostro compito consiste nel generalizzare l’esperienza rivoluzionaria della classe operaia, epurare il movimento dall’opportunismo e dal social-patriottismo, unire gli sforzi di tutti i partiti veramente rivoluzionari del proletariato mondiale e con ciò facilitare e accelerare la vittoria della rivoluzione comunista in tutto il mondo”.

Oltre a Piattaforma, Tesi e Manifesto, tra i principali documenti del Congresso ci furono le Risoluzioni su: Atteggiamento verso le correnti “socialiste” e la conferenza di Berna, Terrore bianco, Coinvolgimento delle operaie alla lotta per il socialismo; le Tesi sulla situazione internazionale e la politica dell’Intesa; l’Appello agli operai di tutti i paesi.

Nel luglio 1919, in risposta a un intervento del leader del Partito operaio indipendente britannico, Ramsay MacDonald, a proposito della fondazione dell’IC e della rottura con l’Internazionale gialla di Berna, Lenin scrive che con persone quali MacDonald, “tipico rappresentante della II Internazionale, degno compagno d’armi di Scheidemann e Kautsky, di Vandervelde e Branting e compagnia bella”… la scissione è necessaria e inevitabile, perché non si può compiere la rivoluzione socialista a fianco di coloro che difendono la causa della borghesia. … Noi consideriamo l’Internazionale di Berna, nel suo complesso, un’Internazionale gialla, di traditori e di rinnegati, perché tutta la sua politica è una “concessione” alla borghesia. Ramsay MacDonald sa bene che abbiamo costituito la III Internazionale e abbiamo rotto incondizionatamente con la Il, poiché ci siamo convinti della sua irrimediabilità, della sua incorreggibilità, del suo ruolo di serva dell’imperialismo, di conduttrice dell’influenza borghese… nel movimento operaio. … L’Internazionale “di Berna” è … un’organizzazione di agenti dell’imperialismo internazionale, che agiscono all’interno del movimento operaio. Per vincere effettivamente l’opportunismo, che ha condotto alla fine ignominiosa della II Internazionale, per aiutare di fatto la rivoluzione … bisogna: fare tutta l’agitazione e la propaganda dal punto di vista della rivoluzione, in opposizione al riformismo… Nessuno dei partiti dell’Internazionale “di Berna” soddisfa questa esigenza. Nessuno dimostra anche solo d’aver capito che in tutta l’agitazione e propaganda bisogna spiegare la differenza tra riforme e rivoluzione, bisogna educare incessantemente alla rivoluzione (…)”.

“…esiste una sola Internazionale di fatto ed esistono due uffici, due burocrazie dell’Internazionale operaia: uno a Mosca, un altro a Berna”, scriveva Gramsci nel giugno 1919; “uno, vicino, che non riscuote nessun prestigio, che non gode nessuna autorità, larva evanescente che passeggia l’Europa occidentale col passaporto vidimato e timbrato dai governi capitalistici. L’altro, lontano, comunicante coi suoi aderenti, saltuariamente, con senzafilo lacunosi e mal tradotti; ma vivo nelle coscienze, attivo ed operante come tutte le energie storiche che scaturiscono dalla necessità sociale. L’internazionale operaia è una sola, l’Internazionale comunista rivoluzionaria”.

A cento anni di distanza, oggi che il posto dei social-sciovinisti a difesa degli interessi della “propria” borghesia e del “proprio” Stato è occupato dai liberal-reazionari del PD e il ruolo di centro-conciliatore è rivestito dalle loro appendici della “sinistra” sakharoviana, è compito dei comunisti dar vita a una organizzazione strutturata su base marxista-leninista, radicata tra i reparti d’avanguardia della classe operaia, che smascheri i reggicoda “democratici” di capitalisti e banchieri, per giungere a spezzare, frantumare il loro apparato statale, sulla strada della dittatura del proletariato e del socialismo.

* pubblicato anche sul n.1/2019 di nuova unità

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08/10/2018

Socialism, what else? Le elezioni nord-americane e la variante socialista

Il 6 novembre si svolgeranno le elezioni mid-term negli Stati Uniti.

Sono un test importante per l’amministrazione Trump in vista delle presidenziali del 2020.

Questa tornata elettorale è generalmente sfavorevole all’amministrazione in carica, e risultano un test per capire la capacità di tenuta del consenso attorno a come ha operato il Presidente ed il suo staff.

Può cambiare infatti il profilo della Camera di cui 435 membri saranno “rinnovati” completamente, come avviene ogni due anni, e del Senato in cui cambieranno 35 membri, cioè quel terzo che viene eletto sempre ogni due anni.

Il partito Democratico può sperare di riprendere i 23 seggi che gli mancano per avere il controllo della Camera, mentre al Senato le elezioni potrebbero portare ad un controllo “totale” dei repubblicani considerando che i senatori repubblicani uscenti sono solo 9 contro i 26 democratici, che devono però fare i conti con 10 stati dove Trump ha vinto “a mani basse” nelle precedenti elezioni presidenziali.

Già dalle “primarie” del Partito Repubblicano, Trump si è speso non poco per sostenere i suoi candidati nei vari collegi nei differenti stati in cui si voterà, mentre per i democratici questo appuntamento elettorale è vitale per comprendere le chances per battere Orange Man alle presidenziali che si svolgeranno tra due anni.

Potremmo considerare le elezioni nord-americane “business as usual” tra due competitor che ridefiniscono i rapporti di forza tra le varie componenti dentro l’establishment a Stelle e a Strisce, se l’ascesa dei candidati sostenuti dai DSA, che hanno sfidato, e talvolta vinto, alle primarie del Partito Democratico, pezzi dei corporate democrats, non fosse avvenuta in continuità con la sfida lanciata da Bernie Sanders ad Hillary Clinton alle primarie per le elezioni presidenziali.

A queste elezioni si aggiungono quelle di governatore di alcuni importanti stati in cui candidati democratici sostenuti dai DSA sfidano i repubblicani dopo avere vinto le primarie.

Sembrano lontani i tempi in cui un commentatore chiosava in questo modo l’effetto spiazzante del “vecchietto” del Vermont: candidarsi alla carica di Presidente degli Stati Uniti definendosi socialista è come chiedere di lavorare a scuola dichiarandosi pedofilo.

*****

La parabola delle primarie “vincenti” ed in generale della sfida elettorale dei DSA va dalla “inaspettata” vittoria della ventottenne Alexandria Ocasio Cortez, il 26 giugno di quest’anno, nel 14° Distretto di New York per la Camera a quella della ventisettene di Julia Salazar in un altro distretto della Grande Mela per il Senato.

Come ogni osservatore minimamente attento alla politica nord-americana sa, a New York le vere elezioni sono le primarie democratiche, e quindi sia per Alexandria che per Julia ci sono ottime chances di essere elette.

È interessante osservare che mentre la Cortez è stata ignorata – fino alla vittoria – dai media mainstream, la Salazar è stata sottoposta ad una sistematica campagna di disinformazione (bashing per usare un termine più appropriato), segno che non essendo riusciti a neutralizzare lo sviluppo dei DSA e delle tematiche che portano avanti con la censura, i corporate media sono ricorsi ai ben oliati mezzi del linciaggio giornalistico.

Questi mezzi non hanno riscosso successo, perché il consenso rispetto alle tematiche portate avanti è stato più impattante del discredito che voleva produrre la macchina del fango.

Ma come si diceva poc’anzi i DSA sono un fenomeno “esteso” a livello nazionale ed in rapida crescita, mentre le loro campagne sono già in grado d’impattare il discorso politico mainstream.

Come avevamo riportato in un articolo che faceva la panoramica delle vari sfide elettorali dopo la vittoria della Cortez a metà agosto, in cui erano impegnati i DSA, citando Theo Anderson del “In these times” le elezioni: “hanno dato una risposta netta alla narrazione di Trump e sono servite per smentire l’affermazione che politiche di sinistra non possono vincere nel Midwest”.

Avevamo brevemente parlato delle varie campagne dei DSA nei contributi precedenti: dal controllo dei prezzi degli affitti, all’assistenza medica gratuita familiare, dall’introduzione di lavori federali per colmare la disoccupazione, alla riforma radicale del sistema penale, soffermandoci in particolare sull’abolizione dell’agenzia di sicurezza incaricata di “deportare” i migranti.

La recente notizia dell’innalzamento del salario minimo a 15 dollari, da parte di Amazon per i suoi operai, è stata generalmente data senza approfondire cosa stesse dietro questa importante vittoria – che non era una “concessione” del management dell'azienda leader negli acquisti online – nascondendo che tale richiesta è una dei punti di forza delle varie campagne che stanno portando avanti i socialisti americani, insieme al diritto ad organizzarsi sindacalmente e rafforzare l’attività sindacale.

E proprio il tasso di sindacalizzazione dei millenials che sta invertendo una tendenza, specie in quei settori sviluppatisi con le più o meno recenti trasformazioni capitalistiche, come la ristorazione di massa o i settori della “new economy”.

Ad un anno dal movimento “#MeToo”, pochi ricordano che furono proprio le lavoratrici di McDonald’s ad aprire la breccia, denunciano le violenze sessuali subite al lavoro e chiedendo che l’azienda si responsabilizzasse rispetto a questo fenomeno; mettendo anche in evidenza l’apparente contraddizione tra un’organizzazione scientifica del lavoro in grado di controllare capillarmente e nei dettagli l’opera dei loro sottoposti, ma incapace di prevenire i continui abusi sessuali sui propri dipendenti.

La vibrante campagna #BelieveSurvivors ha preso come spunto la mobilitazione contro Kavanaugh, per portare alla luce la questione della violenza sessuale come un problema strutturalmente connesso con il sistema del capitalismo nord-americano.

*****

Lo stile di lavoro e l’approccio dei DSA è chiarito in maniera molto netta in una recente intervista alla direttrice nazionale Maria Svart, attivista di “lungo corso”, realizzata da Mike Pesca per Slate, di cui riportiamo alcuni stralci piuttosto significativi.

Prima di tutto l’espansione numerica e l’ingrossarsi delle file degli attivisti:

“Nel 2015, quando abbiamo avuto la nostra convention nazionale e abbiamo avuto 125 persone, siamo rimasti entusiasti. Le riunioni del DSA erano molto più piccole di adesso. Il DSA di New York City ha ora più di 4.000 membri e centinaia di persone partecipano alle riunioni generali. Nel 2011, potevamo contare su 20 persone per venire ad una riunione”.

Il rapporto dei DSA con il partito democratico e il ruolo che hanno le elezioni:

“DSA ha un piede nel Partito Democratico e un piede fuori dal Partito Democratico. Non vediamo le elezioni come una questione di purezza politica; le consideriamo come una questione di strategia e tattica, e sappiamo che il sistema politico è truccato contro chiunque oltre ai democratici e ai repubblicani. Quindi, piuttosto che oliare il sistema, stiamo facendo degli esperimenti.”

Cosa intendono per “socialismo democratico”:

“Crediamo che le persone dovrebbero avere la capacità di vivere una vita dignitosa e che è possibile nel paese più ricco della storia del mondo. Il socialismo democratico è l’idea che facciamo funzionare l’economia, e quindi dovremmo anche controllarla. Dovremmo possedere e controllare i nostri luoghi di lavoro. Dovremmo effettivamente avere un reale controllo democratico sulle decisioni di investimento pubblico. Altri aspetti della nostra società dovrebbero essere gestiti democraticamente. ... I dipendenti dovrebbero possedere i luoghi di lavoro. Perché non dovremmo avere una voce su come gestiamo le cose? Quindi, se avessimo un sindacato, potremmo dire: “Ci paghi circa il 10 percento di ciò che produciamo. Vogliamo il 20 percento”. “Con il socialismo, diremmo: In realtà, dovremmo gestire il negozio di biciclette. Dovremmo possedere il negozio di biciclette. Noi facciamo il lavoro. Sappiamo come funziona. Dovremmo essere effettivamente noi a controllarlo”. “Quando parlo di investimenti pubblici, ci sono alcune cose che non dovrebbero essere lasciate al mercato e devono essere controllate democraticamente”.

“Nazionalizzate?”, chiede il giornalista.

“Esattamente”, risponde l’intervistata.

Rispetto ai leader – e qui la risposta è molto interessante, perché aiuta a capire la differenza tra la “rappresentazione pubblica” e ciò che c’è dietro – e la cifra di una scelta:

“Sono la versione più moderata di ciò che noi, in quanto organizzazione, pensiamo come socialismo democratico, ma rispetto al sistema politico americano, sono iper-estrema sinistra. Uno dei ruoli dei socialisti democratici è riportare il dibattito politico dove deve essere, perché i repubblicani – e sono stati aiutati dai democratici nel corso degli anni – hanno tirato e tirato e trascinato il dibattito verso l’estrema destra, al punto in cui anche le idee socialdemocratiche di base erano demodé. E’ incredibilmente importante come Ocasio-Cortez prende di petto – in modo molto simile a quello di Bernie Sanders – questo luogo comune capitalista neoliberale, secondo cui il mercato era una soluzione a tutti i problemi. Mostra che un altro mondo è possibile. Parla con un linguaggio visionario che giunge a milioni di persone nello stesso modo di Bernie Sanders. Cioè, in un paese dove, come ho detto, viene fatta bere con il latte materno questa idea che la competizione senza fine tra noi è l’unico modo in cui possiamo vivere, l’isolamento senza fine l’uno dall’altro e la solitudine. Non c’è alternativa. Questo è incredibilmente importante.”

E sul ruolo dell’organizzazione rispetto alla percezione del blocco sociale:

“Crediamo veramente nelle persone e crediamo veramente che molte persone in questo paese siano molto più insoddisfatte dello status quo di quanto si possa pensare dal modo in cui i media mainstream, anche i liberal e i progressisti, ne parlano. Non siamo preoccupati, perché in realtà crediamo che molte persone sappiano che qualcosa è terribilmente sbagliato. Sanno che stiamo andando fuori dal selciato. Sanno che ci sono alcuni vincitori e un sacco di perdenti nella nostra economia. Se si approcciano ad una serie di idee politiche che aiutano a cristallizzare il perché questo sta accadendo, allora va bene, ed è effettivamente una buona cosa, e questo è il ruolo di un’organizzazione socialista, introdurre idee che sono state estromesse dalla discussione mainstream”

*****

I DSA stanno creando un movimento politico di massa che tiene insieme una dimensione mainstream, di cui la rappresentazione plastica è la copertina di Vanity Fair con Alexandria Ocasio Cortez, contenuti radicali per un Paese che è la culla del neo-liberismo, e una tensione militante e una pratica “di strada” attraverso campagne mirate che aggredisce le contraddizioni interconnesse di classe, razza e genere del sistema nord-americano.

La forza politica nel Vecchio Continente che forse ha maggiormente valorizzato questa esperienza è stata “Momentum”, l’organizzazione di base che sostiene la leadership di Corbyn nel Labour e che ha invitato i DSA, tra cui Julia Salazar, al più grande festival politico in Gran Bretagna che si è tenuto in contemporanea al congresso del Labour quest’anno a Liverpool.

Occorre ricordare che furono tre statunitensi coloro che ci hanno fornito la cifra per comprendere tre degli avvenimenti storici più importanti del Novecento popolarizzandoli ad un grande pubblico: John Reed scrisse “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, Edgar Show – che era un giornalista progressista – “Stella Rossa sulla Cina” e E.Hemingway, che era un grande scrittore schierato, “Per chi suona la Campana?”.

Il socialismo negli States non è nato ieri: siamo veramente sicuri che non ha niente da insegnarci?

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24/05/2018

1915: l’Italia (ri)va in guerra

Stanno per compiersi i 100 anni della “Vittoria Mutilata” e sicuramente ci si appresta a ricordare, con grande sfoggio di retorica, “L’Italia di Vittorio Veneto”.

In questi giorni, invece,ricorrono i 103 anni dalle “radiose giornate di maggio” e dell’ingresso dell’Italia nella “inutile strage” come la definì Benedetto XV.

In 3 anni e mezzo circa di guerra su di un fronte di 420 km all’Italia sacrificarono la vita 650.000 soldati e 1.000.000 furono feriti: la più grande concentrazione di spargimento di sangue tra tutti i fronti del conflitto.

Un massacro determinato, prima di tutto, dalla tattica del Comando Italiano che considerava i soldati di fanteria, asserragliati in una assurda guerra di trincea e in gran parte contadini meridionali analfabeti, come pura carne da macello.

Questi fatti debbono essere ricordati, così come devono essere tenute sempre presenti le incancellabili responsabilità di Casa Savoia che poi si macchierà anche dei crimini del fascismo e della responsabilità di aver condotto l’Italia in un altro conflitto mondiale in alleanza con il nazismo e nel quale furono coinvolte come mai prima d’allora le popolazioni civili e il suolo italiano fu invaso da eserciti di invasione.

Inoltre deve essere sottolineato sempre come la scelta di trascinare il nostro popolo nella tragedia fu attuata attraverso un colpo di stato che vide protagonista all’epoca quella che si autodefiniva “classe politica liberale”.

Dunque il 24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.

L’Italia non era obbligata a entrare in guerra dagli stessi trattati internazionali sottoscritti fin dal 1882 con la Triplice Alleanza.

Infatti il fatto che l’Austria non avesse consultata l’Italia prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.

Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.

E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).

Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.

Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.

Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.

C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.

La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.

Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.

I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.

Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.

Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.

I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.

Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.

Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.

De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.

Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.

Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.

Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste, educati come erano stati nella violenza e nell’idea della sopraffazione dei subalterni che aveva rappresentato la caratteristica più evidente dei rapporti gerarchici vigenti nell’esercito italiano dove si erano verificati fenomeni di decimazione della truppa in caso di insubordinazione.

D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:

“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.

Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.

Un abbaglio colossale.

Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).

Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto. Una posizione originale, di grande coraggio, rispetto al cedimento che, nell’estate precedente, aveva caratterizzato la posizione della socialdemocrazia tedesca e del partito socialista francese che avevano votato i crediti di guerra cedendo di fatto alla spinta nazionalista.

Il Partito Socialista italiano poi fu l’unico partito socialista occidentale a partecipare ufficialmente alle conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), dove si cercò di trovare una posizione comune dei socialisti europei riguardo la guerra. A Zimmerwald passò come risoluzione un documento di Trockij per una pace senza annessioni. Non vi furono conseguenze organizzative rilevanti, ma l’ala bolscevica poté farsi conoscere e riconoscere a livello internazionale portando una posizione di intreccio tra pace e rivoluzione che poi avrebbe rappresentato la base della rivoluzione in Russia.

Tornando a riprendere il filo del nostro discorso non rimane che da rammentare che il 24 Maggio 1915 l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria.

Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando, come abbiamo già ricordato, sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.

I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.

Così come nel Paese si sviluppò un sentimento di vera e propria “estraneità” e di rivendicazione culminata nelle eroiche giornate della “rivolta del pane” dell’agosto 1917 in cui furono protagoniste soprattutto le donne.

Una lezione della storia, da non dimenticare mai.

Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel di un tumultuoso dopoguerra mentre stava cambiando la mappa politica del mondo, la resistenza delle masse operaie e popolari sarebbe stata travolta e si sarebbe aperta la via alla dittatura fascista.

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02/05/2018

La cura del linguaggio. “Sinistra”

Pensare significa usare parole che corrispondono socialmente e storicamente a oggetti, eventi, fenomeni, per analizzare queste “cose” ed eventualmente decidere come interagire con esse. Se si usano parole sbagliate – fuori tempo o fuori luogo, che non corrispondono più o affatto ad un certo oggetto – ne deriva che la nostra “analisi” sarà deficitaria, in modo più o meno serio; e dunque che la nostra capacità di interagire con “le cose” sarà compromessa.

Insomma: decideremo di fare azioni attendendoci determinati risultati e verremo “sorpresi” da conseguenze assolutamente impreviste.

Nulla come la parola “sinistra” risulta ormai consumato, svuotato, irritante. Non solo e non tanto alle orecchie di chi si sente radicalmente alternativo al sistema dominante, quanto alle sterminate folle che costituiscono da sempre il “blocco sociale” che un tempo trovava nella “sinistra” il proprio referente politico.

In realtà questa parola ha un’origine banalmente geografico-istituzionale: i primi eletti in liste anarchiche, socialiste, comuniste, un po’ in tutto il mondo, presero a sedersi nei Parlamenti o nei consigli locali sugli scranni posti alla sinistra della presidenza. Per opposizione ai rappresentanti del capitale, che sedevano normalmente a destra. Di qui la convenzione di definire “sinistra” qualsiasi formazione politica avesse come base sociale i lavoratori e i poveri, presentando un programma di miglioramento delle loro condizioni; dalla più timida delle “riforme” alla più radicale delle rivoluzioni.

Di qui anche l’abitudine a istituire una sorta di “continuità” non troppo contraddittoria tra una formazione e l’altra, dalla più moderata alla più radicale, anche a dispetto dei numerosi episodi storici in cui “riformisti” e rivoluzionari si sono affrontati armi in pugno. Fatti che avrebbero dovuto impedire per sempre di etichettare con lo stesso sintagma visioni politiche e prassi sociali di fatto opposte (l’esempio più famoso resta legato alla prima guerra mondiale, con i socialisti di tutti i paesi che votano i crediti di guerra, schierandosi a difesa della classe dominante nazionale, mentre i comunisti davano vita a una nuova Internazionale rivoluzionaria).

Nel secondo dopoguerra, un po’ ovunque, si riprese a definire con lo stesso termine, “sinistra”, entrambi i campi – e l’articolata matassa delle formazioni intermedie tra le estreme – seppellendo, senza dirlo, le vecchie e sanguinose contrapposizioni. Sembrava una cosa intelligente, che permetteva di “allargare il campo” orizzontalmente – più partiti nello stesso contenitore – mentre con il radicamento sociale si cercava di allargarlo “al popolo”.

Naturalmente, la dinamica “diplomatica” tra partiti geograficamente “contigui” prese lentamente il sopravvento, limando le asperità programmatiche, ideali, concettuali per non compromettere una sempre possibile – e quasi mai raggiunta – “unità a sinistra”.

Col tempo, gli slittamenti progressivi da una posizione radicale a una assai più accomodante (dal comunismo alla socialdemocrazia, detta con le parole d’allora) poterono essere presentati come prese d’atto dei “cambiamenti”, cui si rispondeva adeguando una impostazione senza tuttavia esser identificati come “traditori” di quella antica.

Dopo la caduta del Muro e dell’Urss (1989 e 1991) sotto la parola “sinistra” avvennero velocissime giravolte – particolarmente drastica quella del Pci italiano, approdato al liberalismo senza neppure una discussione interna – che alla fine hanno prodotto un panorama completamente diverso. L’unico elemento di continuità erano i nomi e le facce (in Italia, D’Alema, Veltroni, Fassino, Napolitano, Bersani, ecc).

Programmi politici e referente sociale erano invece completamente diversi; ma sul piano elettorale mantenere quella continuità assicurava lo sfruttamento di un bacino elettorale pari, storicamente, a circa il 40% dei votanti.

Naturalmente, con il cambiamento di referente sociale cambia anche la “carta dei valori” che identifica “la sinistra”. Via le vecchie garanzie sociali per lavoratori et similia, dentro le “libertà civili”. Oggi dovremmo aver tutti compreso che le prime sono una forma di redistribuzione della ricchezza prodotta tra le varie classi sociali, mentre le seconde sono semplicemente l’accettazione non contraddittoria (ossia non più perseguita penalmente) di comportamenti individuali che non intaccano minimamente né “il sistema”, né la distribuzione del reddito.

E arriviamo all’oggi. Dopo che la scalata renziana al Pd che ha scalzato anche la “continuità delle facce”, costringendo i vecchi tromboni neoliberisti ad andarsene; dopo che la “sinistra radicale” si è frammentata in cento pezzettini rigorosamente incompatibili fra loro fino al giorno prima delle elezioni (e solo per il tempo delle elezioni), quale senso può mai avere la parola “sinistra”?

Solo uno: confondere le idee. In questo momento, infatti, nel parlamento italiano questa definizione spetterebbe al Pd (vedi l’orrido elenco qui di fianco), con sulla schiena LeU (per quante settimane ancora “unita”?), e in parte persino al Movimento Cinque Stelle. Se non altro per opposizione al centrodestra. Già Scalfari, glottologo ufficiale di tutte le operazioni politiche sballate, li definisce tali.

Una singolare ironia della storia, per una formazione cresciuta ripetendo di essere “né di destra né di sinistra”.

Conclusione. E’ vietato usare quella parola, anche nelle nostre discussioni private. E’ ottundente, istupidente, ridicola, deviante. Obbliga ad accompagnarla con una lunga serie di aggettivi altrettanto insignificanti (specie tra i non addetti ai lavori) e non qualificanti alcunché. Per esempio: una persona di media informazione – che si abbevera ai tg e a qualche quotidiano mainstream – è costretta a barcamenarsi tra messaggi che definiscono “di sinistra” sia la riforma Fornero, sia la richiesta della sua abolizione, l’introduzione del Jobs Act e la richiesta di ripristinare la non licenziabilità (art. 18), partecipare a tutte le missioni militari Nato e l’obiettivo di uscire da questa alleanza, la riforma contro-costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016 e la battaglia per affossarla, ecc.

E’ insomma diventato un termine-segnale che impedisce di identificare con chiarezza il fossato che divide interessi popolari e interessi capitalistici, sfruttati e sfruttatori...

Se proprio occorre autodefinirsi in modo “inclusivo” – oltre, insomma, la classica e quasi intimistica qualifica di comunisti – ci si identifichi almeno indicando la o le classi da cui proveniamo e con cui stiamo lottando per rovesciare tutto.

Potere al Popolo, in questo senso, ha fatto un passo nella giusta direzione. Vi sembra un po’ troppo lungo? Beh, per chi è nostalgico delle sigle asciutte stile anni ‘70, si può suggerire una sintesi... Chessò, PotAp.

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