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15/09/2024
28/04/2024
25 aprile/4. Mussolini voleva scappare? Chiediamolo ai nazisti...
di Massimo Zucchetti
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Quando durante la sosta alla prefettura di Como, riuscii a mettermi in contatto telefonico con un aiutante dell’ambasciatore Rahn che si trovava al consolato tedesco di Milano e gli chiesi istruzioni, temendo un tentativo di fuga di Mussolini in Svizzera, la risposta che ricevetti fu: “Qui non c’è più nessuno, non so cosa dirle. Agisca come meglio crede e se Karl Heinz tenta di fuggire, lo uccida”.Mussolini, davanti ai mitra puntati dei tedeschi, convinse ancora Birzer a far abbassare i mitra ai suoi ed a seguirlo verso Menaggio, teoricamente in direzione Merano e poi Brennero: in realtà, come vedremo, con un ultimo guizzo in direzione Grandola, Albogasio e la Svizzera.
Karl Heinz era il nome in “codice” usato da noi tedeschi per riferirci a Mussolini. Dopo la telefonata al consolato mi recai dal comandante del presidio militare tedesco di Como e gli dissi: “Signor Ortskommandant, sono qui col duce e temo che voglia tagliare la corda. Che cosa mi consiglia di fare?”
Mi rispose: “Io ho a disposizione trenta uomini, e lei quanti ne ha?” “Una trentina anch’io”, precisai. “Bene – osservò il capitano – allora insieme abbiamo sessanta uomini e siamo abbastanza forti per trattenerlo. Lo faccia prigioniero!”
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
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| Figura 3. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer, pubblicata in due puntate (1.3.81 e 3.3.81) sul quotidiano veronese “L’Arena”. |
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Fu a Como che incominciai a capirlo. Per recarsi in Valtellina, da Milano, non si passa da Como, e tanto meno si sceglie la via occidentale del lago.Nella scorta di Mussolini – dal 26 aprile – era presente anche il Capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor dei servizi segreti di sicurezza delle SS). Kisnat in una sua intervista del 1968 al giornale “Epoca”(3) (Fig. 4), riferisce un particolare riguardante l’arresto dei gerarchi Buffarini Guidi e Tarchi; Kisnat asserisce che Mussolini gli disse, a Grandola:
Ma i miei dubbi aumentarono quando Mussolini tentò di partire da Como a mia insaputa, alle 4.40 del 26 aprile. Perché voleva andarsene senza la sua scorta tedesca, da lui tante volte elogiata? E tutti sanno che glielo impedii con i mitra dei miei uomini puntati.
A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio-Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine?
Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi, partiamo subito per Merano”.
«Li ho mandati io a trattare con le autorità di confine la possibilità di passare in Svizzera col mio seguito... ma ora ciò non è più possibile. Partiremo domani, presto, per Merano».Da queste testimonianze, e da un semplice sguardo ad una cartina geografica, si può quindi capire il motivo della fuga di Mussolini.
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| Figura 4: Intervista a Otto Kisnat del 1968. Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935 |
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
“Alle ore 13 circa fecero ritorno i parlamentari e il comandante Pedro ci comunicò che il comando di Chiavenna aveva deciso di lasciar passare i tedeschi, armati, senza fare uso delle armi; nessun italiano però doveva passare con la colonna stessa e per cui noi dovevamo visitare tutte le macchine per tale scopo. Per cui fu deciso di far proseguire la colonna fino a Dongo dove ebbe luogo la visita a tutti gli automezzi”
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| Figura 6. Musso (CO), punto esatto dove la colonna tedesca con Mussolini e i gerarchi venne bloccata dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, la mattina presto del 27 aprile. |
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della FlaK di consegnare a Mussolini cappotto ed elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani.Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della Finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri: viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.
Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il duce di ascoltare il mio consiglio. Così Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della FlaK e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna.
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
26/07/2023
Il 25 luglio dell’Ucraina golpista. La “frustrazione” di Zelenski
Ognuno racconta le guerre a modo suo e le “interpreta” sulla base del proprio ruolo nella tragedia e della personale immedesimazione in qualche personaggio della commedia.
Qui, però, non si tratta di far paragoni “storici” – che, tra l’altro, come disse Stalin a quel corrispondente straniero che lo paragonava a Ivan IV, rispose che «tutti i paragoni storici sono quantomeno arbitrari» – ma semplicemente di constatare, nel 80° della caduta del fascismo, come anche in questo caso sia stata decisiva la guerra sul fronte orientale.
Decisiva, perché lo sbarco alleato in Sicilia, cui si fa solitamente risalire l’origine del 25 luglio, non fu che una conseguenza delle vittorie sovietiche di luglio-agosto 1943. Sin dal 1942, infatti, Winston Churchill aveva dichiarato a chiare lettere che Mosca non poteva aspettarsi l’apertura di un secondo fronte in Europa occidentale prima del 1944: come poi avvenne nel giugno di quell’anno.
Per Londra e Washington, lo sbarco in Sicilia fu quasi una scelta obbligata: la battaglia di Kursk, protrattasi dal 5 luglio al 23 agosto 1943 e che, forse più ancora di Stalingrado, decise le sorti dell’invasione nazifascista in URSS, costrinse gli “alleati” ad accelerare i piani di invasione, pena il sorpasso sovietico verso la Germania.
E, in tema di “paragoni”, nel corso dei circa due mesi di scontri a ridosso del saliente che aveva al centro Kursk e ai vertici settentrionale e meridionale Orël e Belgorod, vi furono impegnati, da parte sovietica e tedesca, oltre 4 milioni di uomini, quasi 70.000 pezzi d’artiglieria, poco meno di 1.550 carri armati e semoventi e quasi 12.000 aerei.
All’intera operazione in Sicilia, tra luglio e agosto ’43, presero parte 250.000 uomini del 8° Armata britannica e circa 230.000 della 7° Armata USA. A Kursk e dintorni, la Wehrmacht perse 30 Divisioni, di cui 7 corazzate, oltre 500.000 uomini, 1.500 carri armati e artiglierie d’attacco, oltre 3.700 aerei e 3.000 cannoni. Le perdite sovietiche ammontarono a più di 250.000 morti e circa 601.000 feriti.
È dunque in questo scenario che va collocata la decisione “alleata” di anticipare in qualche modo, al 1943, il proprio ingresso in Europa occidentale.
Tra febbraio e giugno, l’Esercito Rosso aveva compiuto un’avanzata piuttosto sostenuta e gli anglo-americani non intendevano lasciare oltre l’iniziativa in mano sovietica. Dunque, anche nel caso della Sicilia e, in pratica, della caduta di Mussolini, la guerra sul fronte orientale fu decisiva.
È bene ricordare questi passaggi, pur se apparentemente slegati, quando si fanno più insistenti e più diversificate le voci su un potenziale epilogo “badogliano” del nazigolpista-capo ucraino.
Che a ovest l’immagine di Vladimir Zelenskij sia di molto appannata negli ultimi tempi e, in patria, si affilino i coltelli tra i suoi successori, è cosa ormai detta e ridetta.
Come Mussolini, di fronte alle ripetute sconfitte dei propri generali e alle pesanti recriminazioni che gli arrivavano dall’“alleato” nazista, appariva quasi disarmato nei confronti della fronda interna, così oggi – a parere dell’ex consigliere del Pentagono, Douglas McGregor – Vladimir Zelenskij appare «frustrato», per una situazione dell’esercito ucraino che sembra disperata, con un morale delle truppe mai così basso come oggi.
Uno Zelenskij che, a detta di McGregor, appare «furioso, arrabbiato, scoraggiato». Secondo McGregor, è tempo di cessare gli invii di soldi e armi con cui Kiev viene tenuta artificialmente in piedi dal “sostegno” USA e urge invece cominciare colloqui per la soluzione del conflitto.
Ma non è tutto. Sulla polacca Mysl Polska, il pubblicista ceco Roman Blaško elenca quelli che, a suo parere, sono i sette principali errori di Zelenskij – a partire dalla sua pretesa di presentarsi come figura influente in casa e all’estero – e che, con molta probabilità, metteranno fine alla sua “carriera” presidenziale e ne decreteranno una fine tragica.
Il primo errore del nazigolpista-capo è quello di presentarsi come militare, quando non ha né gradi, né formazione: in ogni occasione, anche negli incontri internazionali, si veste come un capo militare, così che l’aspetto e il comportamento sono percepiti dai “partner occidentali” in modo derisorio e offensivo.
Zelenskij ha permesso che lo si trasformasse in un presidente “salariato”: solo formalmente svolge tale ruolo, ma tutto è deciso a Washington e Londra. Non è mai riuscito a diventare un vero politico; miliardi sul conto in banca e contatti coi leader mondiali gli hanno annebbiato la mente.
Zelenskij è convinto di avere il mondo alle spalle e di non dover quindi accettare negoziati di pace: non capisce che l’obiettivo occidentale non è aiutare l’Ucraina, ma realizzare i propri interessi.
Ha fatto di tutto per far fallire i rapporti esteri; ha rifiutato le iniziative di pace di Xi Jinping ed è persino riuscito a rimproverargli di non esser venuto in Ucraina: un modo sicuro di diventare l’ultima pedina sulla scacchiera politica.
Ha avventatamente dimenticato che il sostegno dell’elettorato non è eterno: anche quegli ucraini che lo avevano votato, sperando nella fine della guerra civile, oggi gli si oppongono. Zelenskij è riuscito a far rivoltare contro di sé letteralmente tutti gli strati sociali, compresi militari e credenti.
Zelenskij, afferma Roman Blaško, nella sintesi curata in lingua russa da Vladimir Karasëv per NewsFront, avrebbe dovuto imparare da Bashar al-Assad, che ha iniziato a costruire nuovi insediamenti civili in zone sicure, al riparo dagli attacchi di Daesh: mentre Assad fa affidamento sul proprio popolo, Zelenskij ha semplicemente congedato gli ucraini.
Milioni di persone hanno lasciato il paese per non farvi ritorno; chi rimane si nasconde alla mobilitazione; i mobilitati muoiono o rimangono feriti.
Zelenskij sa bene che la rimozione di Janukovic fu illegale, che Majdan fu illegale e, di conseguenza, tutti i successivi eventi sono de facto illegali; ma non ha né la forza politica, né la volontà di riportare l’Ucraina al suo status legale “premajdan”.
Blaško conclude dicendosi convinto che tali errori condurranno Zelenskij a una tragica fine; e ciò avverrà sullo sfondo del rafforzamento dell’economia americana a spese della popolazione ucraina ed europea, coinvolta nel conflitto militare.
I paragoni sono sempre abbastanza arbitrari, certo. Ma ricordare che qualcun altro, prima di Zelenskij, si atteggiava a grande capo militare, si agghindava di conseguenza, prendeva a prestito la storia romana (nell’Ucraina majdanista, sembra che tutto lo scibile umano abbia avuto origine a Kiev), obbediva ciecamente agli “alleati” e infine, dopo essersi messo contro la borghesia che lo aveva portato al potere, condusse il paese a esser distrutto dalle bombe di altri “Alleati”, può ben rinfrescare qualche coscienza.
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Qui, però, non si tratta di far paragoni “storici” – che, tra l’altro, come disse Stalin a quel corrispondente straniero che lo paragonava a Ivan IV, rispose che «tutti i paragoni storici sono quantomeno arbitrari» – ma semplicemente di constatare, nel 80° della caduta del fascismo, come anche in questo caso sia stata decisiva la guerra sul fronte orientale.
Decisiva, perché lo sbarco alleato in Sicilia, cui si fa solitamente risalire l’origine del 25 luglio, non fu che una conseguenza delle vittorie sovietiche di luglio-agosto 1943. Sin dal 1942, infatti, Winston Churchill aveva dichiarato a chiare lettere che Mosca non poteva aspettarsi l’apertura di un secondo fronte in Europa occidentale prima del 1944: come poi avvenne nel giugno di quell’anno.
Per Londra e Washington, lo sbarco in Sicilia fu quasi una scelta obbligata: la battaglia di Kursk, protrattasi dal 5 luglio al 23 agosto 1943 e che, forse più ancora di Stalingrado, decise le sorti dell’invasione nazifascista in URSS, costrinse gli “alleati” ad accelerare i piani di invasione, pena il sorpasso sovietico verso la Germania.
E, in tema di “paragoni”, nel corso dei circa due mesi di scontri a ridosso del saliente che aveva al centro Kursk e ai vertici settentrionale e meridionale Orël e Belgorod, vi furono impegnati, da parte sovietica e tedesca, oltre 4 milioni di uomini, quasi 70.000 pezzi d’artiglieria, poco meno di 1.550 carri armati e semoventi e quasi 12.000 aerei.
All’intera operazione in Sicilia, tra luglio e agosto ’43, presero parte 250.000 uomini del 8° Armata britannica e circa 230.000 della 7° Armata USA. A Kursk e dintorni, la Wehrmacht perse 30 Divisioni, di cui 7 corazzate, oltre 500.000 uomini, 1.500 carri armati e artiglierie d’attacco, oltre 3.700 aerei e 3.000 cannoni. Le perdite sovietiche ammontarono a più di 250.000 morti e circa 601.000 feriti.
È dunque in questo scenario che va collocata la decisione “alleata” di anticipare in qualche modo, al 1943, il proprio ingresso in Europa occidentale.
Tra febbraio e giugno, l’Esercito Rosso aveva compiuto un’avanzata piuttosto sostenuta e gli anglo-americani non intendevano lasciare oltre l’iniziativa in mano sovietica. Dunque, anche nel caso della Sicilia e, in pratica, della caduta di Mussolini, la guerra sul fronte orientale fu decisiva.
È bene ricordare questi passaggi, pur se apparentemente slegati, quando si fanno più insistenti e più diversificate le voci su un potenziale epilogo “badogliano” del nazigolpista-capo ucraino.
Che a ovest l’immagine di Vladimir Zelenskij sia di molto appannata negli ultimi tempi e, in patria, si affilino i coltelli tra i suoi successori, è cosa ormai detta e ridetta.
Come Mussolini, di fronte alle ripetute sconfitte dei propri generali e alle pesanti recriminazioni che gli arrivavano dall’“alleato” nazista, appariva quasi disarmato nei confronti della fronda interna, così oggi – a parere dell’ex consigliere del Pentagono, Douglas McGregor – Vladimir Zelenskij appare «frustrato», per una situazione dell’esercito ucraino che sembra disperata, con un morale delle truppe mai così basso come oggi.
Uno Zelenskij che, a detta di McGregor, appare «furioso, arrabbiato, scoraggiato». Secondo McGregor, è tempo di cessare gli invii di soldi e armi con cui Kiev viene tenuta artificialmente in piedi dal “sostegno” USA e urge invece cominciare colloqui per la soluzione del conflitto.
Ma non è tutto. Sulla polacca Mysl Polska, il pubblicista ceco Roman Blaško elenca quelli che, a suo parere, sono i sette principali errori di Zelenskij – a partire dalla sua pretesa di presentarsi come figura influente in casa e all’estero – e che, con molta probabilità, metteranno fine alla sua “carriera” presidenziale e ne decreteranno una fine tragica.
Il primo errore del nazigolpista-capo è quello di presentarsi come militare, quando non ha né gradi, né formazione: in ogni occasione, anche negli incontri internazionali, si veste come un capo militare, così che l’aspetto e il comportamento sono percepiti dai “partner occidentali” in modo derisorio e offensivo.
Zelenskij ha permesso che lo si trasformasse in un presidente “salariato”: solo formalmente svolge tale ruolo, ma tutto è deciso a Washington e Londra. Non è mai riuscito a diventare un vero politico; miliardi sul conto in banca e contatti coi leader mondiali gli hanno annebbiato la mente.
Zelenskij è convinto di avere il mondo alle spalle e di non dover quindi accettare negoziati di pace: non capisce che l’obiettivo occidentale non è aiutare l’Ucraina, ma realizzare i propri interessi.
Ha fatto di tutto per far fallire i rapporti esteri; ha rifiutato le iniziative di pace di Xi Jinping ed è persino riuscito a rimproverargli di non esser venuto in Ucraina: un modo sicuro di diventare l’ultima pedina sulla scacchiera politica.
Ha avventatamente dimenticato che il sostegno dell’elettorato non è eterno: anche quegli ucraini che lo avevano votato, sperando nella fine della guerra civile, oggi gli si oppongono. Zelenskij è riuscito a far rivoltare contro di sé letteralmente tutti gli strati sociali, compresi militari e credenti.
Zelenskij, afferma Roman Blaško, nella sintesi curata in lingua russa da Vladimir Karasëv per NewsFront, avrebbe dovuto imparare da Bashar al-Assad, che ha iniziato a costruire nuovi insediamenti civili in zone sicure, al riparo dagli attacchi di Daesh: mentre Assad fa affidamento sul proprio popolo, Zelenskij ha semplicemente congedato gli ucraini.
Milioni di persone hanno lasciato il paese per non farvi ritorno; chi rimane si nasconde alla mobilitazione; i mobilitati muoiono o rimangono feriti.
Zelenskij sa bene che la rimozione di Janukovic fu illegale, che Majdan fu illegale e, di conseguenza, tutti i successivi eventi sono de facto illegali; ma non ha né la forza politica, né la volontà di riportare l’Ucraina al suo status legale “premajdan”.
Blaško conclude dicendosi convinto che tali errori condurranno Zelenskij a una tragica fine; e ciò avverrà sullo sfondo del rafforzamento dell’economia americana a spese della popolazione ucraina ed europea, coinvolta nel conflitto militare.
I paragoni sono sempre abbastanza arbitrari, certo. Ma ricordare che qualcun altro, prima di Zelenskij, si atteggiava a grande capo militare, si agghindava di conseguenza, prendeva a prestito la storia romana (nell’Ucraina majdanista, sembra che tutto lo scibile umano abbia avuto origine a Kiev), obbediva ciecamente agli “alleati” e infine, dopo essersi messo contro la borghesia che lo aveva portato al potere, condusse il paese a esser distrutto dalle bombe di altri “Alleati”, può ben rinfrescare qualche coscienza.
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09/03/2022
Ieri, oggi (e domani?)
di Mauro Baldrati
Non si creda che durante il ventennio il regime fascista fosse un organismo omogeneo, pervaso da esaltazione e adorazione per il Duce sul cavallo bianco, come vagheggiava Sofia Loren in Una giornata particolare. O meglio, nell’immaginario popolare era certamente diffusa questa riduzione comica del Potere, ma la ragnatela che avvolgeva il paese con la sua trama demagogica e la sua violenza, copriva un nido di vipere, un branco di belve fameliche in guerra tra loro. C’erano rivalità tra i gerarchi, guerre intestine, calunnie, maldicenze. La corruzione dilagava e trascinava con sé i complotti, gli scandali, le richieste di epurazioni e di confino. Mussolini lo sapeva. Sapeva tutto. Ogni giorno riceveva memoriali, denunce delle malefatte dei vari podestà o federali. Leggeva, sottolineava con le immancabili matite rosse e blu a punta grossa, e taceva. E non agiva. Lui non agiva. Qualcun altro doveva svolgere il lavoro sporco. Quando, dopo la marcia su Roma e il colpo di stato, iniziò la massiccia opera di burocratizzazione “totalitaria e integrale del regime fascista”, il suo primo pensiero fu di cacciare dalle leve del potere la masnada di trafficanti, ma soprattutto i teppisti, i picchiatori e gli assassini, esseri ignoranti e bestiali di cui non aveva più bisogno. Anzi, rappresentavano un intralcio per il suo progetto di un regime assoluto, privo di opposizione e senza la decadenza plutocratica della democrazia liberale. Li aveva usati, esaltati coi suoi comizi incendiari dove incitava alla violenza “giovane” e alla devastazione “chirurgica”, mentre sottobanco tramava coi detestati borghesi liberali e persino coi socialisti per far entrare i neonati fascisti in quella cloaca di esseri “stracchi e putrefatti” che era il Parlamento. Ma ora che il Potere era conquistato c’era bisogno di pragmatismo, di obbedienza cieca e religiosa (“il fascismo è una ideologia, è una fede”). Per cui i barbari squadristi, gente che aveva solo l’istinto di appiccare il fuoco, di ammazzare e di stuprare, andavano tolti di mezzo. Lo stesso fece Hitler in Germania con le SA. Per un periodo iniziale infatti i nazisti tedeschi replicavano le azioni dei maestri italiani, e Hitler considerava Mussolini il suo Vate. Luchino visconti ne La caduta degli dei ha rappresentato magistralmente quegli eventi, col crescendo dell’orgia omosessuale delle SA, fino all’irruzione delle SS che li sterminarono tutti. Così nel 1926 Mussolini nominò un suo fedelissimo alla guida del Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati, col compito di ripulirlo dalle mele marce, dagli squadristi, dai ladroni e dai ladri di polli. E Turati, uomo di cieca fede, agiva “devotamente”, epurando senza pietà. Cacciò dal partito decine di migliaia di iscritti e funzionari, alcuni mandandoli al confino, qualcuno in prigione, altri nella triste palude del dimenticatoio.
Intanto Mussolini, un anno dopo, creò l’OVRA, la polizia segreta copiata, pare, dalla Čeka sovietica, col compito di reprimere ogni attività antifascista. Ma non solo. L’OVRA sorvegliava anche i potenti, le “Eccellenze”, i gerarchi, i sindaci, i prefetti, raccogliendo dati, delazioni, spiandone i comportamenti e archiviandone i vizi. E ancora una volta il copione fu copiato. Edgar Hoover col suo FBI agiva allo stesso modo. Spiava i presidenti, i ministri, i potenti industriali, fotografando orge, tradimenti, omosessualità, pedofilia, ogni genere di bassezza in contrasto con la morale puritana. Questo enorme archivio della perversione gli servì per restare al potere per quasi quarant’anni, intoccabile, poiché teneva sotto ricatto i maggiorenti d’America. E qui, come il regista Visconti, il maggior narratore di quel periodo e di quelle azioni è stato uno scrittore, James Ellroy, il cantore della depravazione politica (si legga soprattutto American Tabloid).
Ma non durò. Turati non durò. La sua azione di incorruttibile epuratore scatenò la furia del sottobosco, fece insorgere i gerarchi infastiditi dalla violazione dei loro segreti. Soprattutto il feroce Roberto Farinacci, l’idolo dei duri, ex capo squadrista, difensore dei killer di Matteotti, che continuò a deridere e a insultare, chiamandolo “il maiale” anche dopo il ritrovamento del corpo straziato. Iniziò una campagna denigratoria, sfruttando soprattutto le cosiddette devianze sessuali di Turati, puntualmente registrate dall’OVRA. Questo è un appunto riservato di Arturo Bocchini, lo spietato capo dell’OVRA, per Mussolini del 17 gennaio 1930:
L’On Lando Ferretti mi ha riferito che la Baronessa D’Avanzo gli aveva confidato che S.E. Turati è un pervertito sessuale. Infatti durante l’erotismo con la Davanzo egli si faceva cacare sullo stomaco e pisciare in bocca non solo ma che nel corso del coito non faceva che chiamare uomini, evidentemente suoi amanti, e fra gli altri l’On. Garelli di Vicenza.
Uomini come amanti, abuso di cocaina, addirittura stupri di bambine, questa montagna di fango mandò in rovina Turati, che non fu mai più ricevuto dal Duce, lui che era stato il suo funzionario più vicino e più ascoltato. Turati, disperato, cercò di difendersi, supplicando tutti i suoi contatti di intercedere presso Mussolini perché lo ricevesse e lo ascoltasse, ma invano. Mussolini in realtà leggeva, sapeva, ma come sempre non agiva. Questo il passo di un colloquio col giornalista Yvon de Begnac, il suo biografo:
Voi mi dite che Turati fu sommerso dalla calunnia, e che la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall’uomo di Cremona (Farinacci ndr) ai suoi danni. Anche io sono convinto dell’innocenza di Turati. Ma, in Italia, quando la voce pubblica , comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile fare per renderla inoperante.
Quando la voce pubblica colpisce. Mussolini conosceva alla perfezione la potenza di fuoco dei media, la forza distruttrice della calunnia. Turati, colpevole o innocente che fosse, era bruciato. Fu addirittura mandato in una casa di cura psichiatrica.
E oggi? Qualcuno dice che la storia si ripete, ma il sospetto è che invece sia sempre la stessa storia. Infatti i nipotini di quei gerarchi e di quegli squadristi sembrano degli studiosi attenti di quel periodo, del quale importano le intuizioni e le azioni. Al bisogno i loro giornali più estremi, quelli del brand Farinacci, usano la maldicenza e la calunnia senza esitare. Ma non solo. È in atto una mutazione dell’informazione in propaganda che lascia attoniti e spaventati. Sembra che quel coro antico di voci morte provenienti da un passato dimenticato navighi verso la menzogna del presente, lo attraversi e punti verso la tragedia del futuro. Senza bisogno di vere e proprie epurazioni, o di arresti, ogni voce discorde da quella ufficiale viene accuratamente emarginata. Si sta creando anche una sorta di censura interna, per cui chi potrebbe parlare preferisce tacere. Da almeno due anni va avanti questa situazione. L’elemento scatenante è stata la pandemia, dove chiunque si permetteva di eccepire sull’azione del governo veniva duramente accusato e persino minacciato. E ora la situazione, se possibile, si è ulteriormente aggravata con la guerra in Ucraina. Il governo di quel paese, da più parti denunciato come corrotto e illiberale, è diventato un baluardo di democrazia. Mentre tutto ciò che è russo è il Male Assoluto. Anche gli atleti, gli scrittori, i musicisti. Ogni dubbio sull’opportunità di inviare armi e soldati in Ucraina, anche con la premessa di essere contrari alla guerra e all’invasione, viene immediatamente stigmatizzato come atteggiamento pro-Putin, il nuovo demone. È una minoranza che lo impone, attraverso il controllo dei principali media (dai sondaggi risulta che il 55.3% della popolazione è in disaccordo con le scelte interventiste del governo), ma l’opposizione è già al confino, anche se in casa propria. In quanto alla sorveglianza più o meno segreta, i metodi si sono affinati. L’OVRA si è parcellizzata, sciolta allo stato liquido come il miele nel tè. Gioacchino Toni, su questo sito, ha pubblicato una ricognizione sulle nuove metodologie del controllo, qui la serie di articoli.
Intanto il Potere sa, il Potere tace. E il Potere non agisce dove non conviene, proprio come Mussolini. No alla guerra, ma non a tutte le guerre. Sì ai profughi, ma non a tutti i profughi. No ai dittatori, ma non a tutti i dittatori. No alla corruzione, ma la corruzione continua a dilagare, vedi le punte dell’iceberg dei cantieri del PNRR. L’Italia non è più all’avanguardia su diverse attività, l’arte, la musica, la manifattura, ma su un aspetto non ha rivali: nella malapolitica e nella malainformazione non ci batte nessuno.
(I documenti citati sono riportati da Antonio Scurati in M, L’uomo della provvidenza – Le foto: 1 Augusto Turati, 2 Roberto Farinacci)
Fonte
Non si creda che durante il ventennio il regime fascista fosse un organismo omogeneo, pervaso da esaltazione e adorazione per il Duce sul cavallo bianco, come vagheggiava Sofia Loren in Una giornata particolare. O meglio, nell’immaginario popolare era certamente diffusa questa riduzione comica del Potere, ma la ragnatela che avvolgeva il paese con la sua trama demagogica e la sua violenza, copriva un nido di vipere, un branco di belve fameliche in guerra tra loro. C’erano rivalità tra i gerarchi, guerre intestine, calunnie, maldicenze. La corruzione dilagava e trascinava con sé i complotti, gli scandali, le richieste di epurazioni e di confino. Mussolini lo sapeva. Sapeva tutto. Ogni giorno riceveva memoriali, denunce delle malefatte dei vari podestà o federali. Leggeva, sottolineava con le immancabili matite rosse e blu a punta grossa, e taceva. E non agiva. Lui non agiva. Qualcun altro doveva svolgere il lavoro sporco. Quando, dopo la marcia su Roma e il colpo di stato, iniziò la massiccia opera di burocratizzazione “totalitaria e integrale del regime fascista”, il suo primo pensiero fu di cacciare dalle leve del potere la masnada di trafficanti, ma soprattutto i teppisti, i picchiatori e gli assassini, esseri ignoranti e bestiali di cui non aveva più bisogno. Anzi, rappresentavano un intralcio per il suo progetto di un regime assoluto, privo di opposizione e senza la decadenza plutocratica della democrazia liberale. Li aveva usati, esaltati coi suoi comizi incendiari dove incitava alla violenza “giovane” e alla devastazione “chirurgica”, mentre sottobanco tramava coi detestati borghesi liberali e persino coi socialisti per far entrare i neonati fascisti in quella cloaca di esseri “stracchi e putrefatti” che era il Parlamento. Ma ora che il Potere era conquistato c’era bisogno di pragmatismo, di obbedienza cieca e religiosa (“il fascismo è una ideologia, è una fede”). Per cui i barbari squadristi, gente che aveva solo l’istinto di appiccare il fuoco, di ammazzare e di stuprare, andavano tolti di mezzo. Lo stesso fece Hitler in Germania con le SA. Per un periodo iniziale infatti i nazisti tedeschi replicavano le azioni dei maestri italiani, e Hitler considerava Mussolini il suo Vate. Luchino visconti ne La caduta degli dei ha rappresentato magistralmente quegli eventi, col crescendo dell’orgia omosessuale delle SA, fino all’irruzione delle SS che li sterminarono tutti. Così nel 1926 Mussolini nominò un suo fedelissimo alla guida del Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati, col compito di ripulirlo dalle mele marce, dagli squadristi, dai ladroni e dai ladri di polli. E Turati, uomo di cieca fede, agiva “devotamente”, epurando senza pietà. Cacciò dal partito decine di migliaia di iscritti e funzionari, alcuni mandandoli al confino, qualcuno in prigione, altri nella triste palude del dimenticatoio.
Intanto Mussolini, un anno dopo, creò l’OVRA, la polizia segreta copiata, pare, dalla Čeka sovietica, col compito di reprimere ogni attività antifascista. Ma non solo. L’OVRA sorvegliava anche i potenti, le “Eccellenze”, i gerarchi, i sindaci, i prefetti, raccogliendo dati, delazioni, spiandone i comportamenti e archiviandone i vizi. E ancora una volta il copione fu copiato. Edgar Hoover col suo FBI agiva allo stesso modo. Spiava i presidenti, i ministri, i potenti industriali, fotografando orge, tradimenti, omosessualità, pedofilia, ogni genere di bassezza in contrasto con la morale puritana. Questo enorme archivio della perversione gli servì per restare al potere per quasi quarant’anni, intoccabile, poiché teneva sotto ricatto i maggiorenti d’America. E qui, come il regista Visconti, il maggior narratore di quel periodo e di quelle azioni è stato uno scrittore, James Ellroy, il cantore della depravazione politica (si legga soprattutto American Tabloid).
Ma non durò. Turati non durò. La sua azione di incorruttibile epuratore scatenò la furia del sottobosco, fece insorgere i gerarchi infastiditi dalla violazione dei loro segreti. Soprattutto il feroce Roberto Farinacci, l’idolo dei duri, ex capo squadrista, difensore dei killer di Matteotti, che continuò a deridere e a insultare, chiamandolo “il maiale” anche dopo il ritrovamento del corpo straziato. Iniziò una campagna denigratoria, sfruttando soprattutto le cosiddette devianze sessuali di Turati, puntualmente registrate dall’OVRA. Questo è un appunto riservato di Arturo Bocchini, lo spietato capo dell’OVRA, per Mussolini del 17 gennaio 1930:
L’On Lando Ferretti mi ha riferito che la Baronessa D’Avanzo gli aveva confidato che S.E. Turati è un pervertito sessuale. Infatti durante l’erotismo con la Davanzo egli si faceva cacare sullo stomaco e pisciare in bocca non solo ma che nel corso del coito non faceva che chiamare uomini, evidentemente suoi amanti, e fra gli altri l’On. Garelli di Vicenza.
Uomini come amanti, abuso di cocaina, addirittura stupri di bambine, questa montagna di fango mandò in rovina Turati, che non fu mai più ricevuto dal Duce, lui che era stato il suo funzionario più vicino e più ascoltato. Turati, disperato, cercò di difendersi, supplicando tutti i suoi contatti di intercedere presso Mussolini perché lo ricevesse e lo ascoltasse, ma invano. Mussolini in realtà leggeva, sapeva, ma come sempre non agiva. Questo il passo di un colloquio col giornalista Yvon de Begnac, il suo biografo:
Voi mi dite che Turati fu sommerso dalla calunnia, e che la sua omosessualità fu una fosca favola inventata dall’uomo di Cremona (Farinacci ndr) ai suoi danni. Anche io sono convinto dell’innocenza di Turati. Ma, in Italia, quando la voce pubblica , comunque organizzata, colpisce, nulla è possibile fare per renderla inoperante.
Quando la voce pubblica colpisce. Mussolini conosceva alla perfezione la potenza di fuoco dei media, la forza distruttrice della calunnia. Turati, colpevole o innocente che fosse, era bruciato. Fu addirittura mandato in una casa di cura psichiatrica.
E oggi? Qualcuno dice che la storia si ripete, ma il sospetto è che invece sia sempre la stessa storia. Infatti i nipotini di quei gerarchi e di quegli squadristi sembrano degli studiosi attenti di quel periodo, del quale importano le intuizioni e le azioni. Al bisogno i loro giornali più estremi, quelli del brand Farinacci, usano la maldicenza e la calunnia senza esitare. Ma non solo. È in atto una mutazione dell’informazione in propaganda che lascia attoniti e spaventati. Sembra che quel coro antico di voci morte provenienti da un passato dimenticato navighi verso la menzogna del presente, lo attraversi e punti verso la tragedia del futuro. Senza bisogno di vere e proprie epurazioni, o di arresti, ogni voce discorde da quella ufficiale viene accuratamente emarginata. Si sta creando anche una sorta di censura interna, per cui chi potrebbe parlare preferisce tacere. Da almeno due anni va avanti questa situazione. L’elemento scatenante è stata la pandemia, dove chiunque si permetteva di eccepire sull’azione del governo veniva duramente accusato e persino minacciato. E ora la situazione, se possibile, si è ulteriormente aggravata con la guerra in Ucraina. Il governo di quel paese, da più parti denunciato come corrotto e illiberale, è diventato un baluardo di democrazia. Mentre tutto ciò che è russo è il Male Assoluto. Anche gli atleti, gli scrittori, i musicisti. Ogni dubbio sull’opportunità di inviare armi e soldati in Ucraina, anche con la premessa di essere contrari alla guerra e all’invasione, viene immediatamente stigmatizzato come atteggiamento pro-Putin, il nuovo demone. È una minoranza che lo impone, attraverso il controllo dei principali media (dai sondaggi risulta che il 55.3% della popolazione è in disaccordo con le scelte interventiste del governo), ma l’opposizione è già al confino, anche se in casa propria. In quanto alla sorveglianza più o meno segreta, i metodi si sono affinati. L’OVRA si è parcellizzata, sciolta allo stato liquido come il miele nel tè. Gioacchino Toni, su questo sito, ha pubblicato una ricognizione sulle nuove metodologie del controllo, qui la serie di articoli.
Intanto il Potere sa, il Potere tace. E il Potere non agisce dove non conviene, proprio come Mussolini. No alla guerra, ma non a tutte le guerre. Sì ai profughi, ma non a tutti i profughi. No ai dittatori, ma non a tutti i dittatori. No alla corruzione, ma la corruzione continua a dilagare, vedi le punte dell’iceberg dei cantieri del PNRR. L’Italia non è più all’avanguardia su diverse attività, l’arte, la musica, la manifattura, ma su un aspetto non ha rivali: nella malapolitica e nella malainformazione non ci batte nessuno.
(I documenti citati sono riportati da Antonio Scurati in M, L’uomo della provvidenza – Le foto: 1 Augusto Turati, 2 Roberto Farinacci)
Fonte
25/11/2020
La via populista al totalitarismo
di Gioacchino Toni
«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui riflettono anche gli autori del testo che, attraverso il confronto tra Trump e Mussolini evidenziano elementi utili alla lettura delle nuove forme di potere che contraddistinguono una contemporaneità ormai espansa sul web e da questo ridefinita.
Sebbene il paragone tra le due figure proposto dagli autori appaia a volte un po’ azzardato ed altre estendibile anche a personalità politiche meno discusse, tale confronto ha il merito di evidenziare alcune analogie tra i primi decenni del Novecento e quelli del nuovo millennio. In entrambi i peridi storici, sostengono Camaiti Hostert e Cicchino, la crisi e il diffuso senso di disorientamento determinato dai cambiamenti si danno in un contesto di affermazione di nuovi poteri con l’annessa proliferazione di populismi e relativa individuazione di carpi espiatori contro cui indirizzare il malessere diffuso. Insieme all’angoscia suscitata dal crollo di vecchie certezze, come spesso accade, fanno capolino sulla scena “uomini forti” che promettono protezione da quegli stessi cambiamenti di cui in realtà sono essi stessi il prodotto.
Elementi di affinità tra il clima politico che apre il secolo scorso e quello che caratterizza l’inizio del nuovo millennio non mancano nemmeno restando all’interno del solo ambito americano. Se in apertura di Novecento gli Stati Uniti si prodigano in un inasprimento delle leggi sull’emigrazione, agitano un primo spauracchio del comunismo, e presentano fenomeni populisti, analogamente il periodo che precede il successo elettorale di Trump mostra una crescente ostilità nei confronti dell’immigrazione, sopratutto tra le classi lavoratrici bianche, e un ritorno sulla scena del populismo.
Jan-Werner Müller definisce il populismo come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico»[1].
Il web sembra oggi poter offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale. I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali. Scrive a tal proposito Alessandro Dal Lago che «questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»[2].
Tra i motivi del consenso che Trump ha saputo conquistare tra l’elettorato bianco popolare vi è sicuramente la sua promessa di salvaguardare i posti di lavoro dall’invasione degli immigrati, proponendosi come argine di conservazione di certezze in via di dissoluzione. Il successo di Trump non è stato cancellato nemmeno dalla recente vittoria di Biden, a differenza di quello che avevano previsto tanti spocchiosi “osservatori”, che guardano agli Stati Uniti dalle finestre degli hotel delle grandi città o dai talk show televisivi, incapaci di comprendere come, in questo ultimo caso, più che il triste spettacolo in sé occorra analizzare gli occhi di chi lo osserva.
La demonizzazione degli immigrati, il disprezzo per le istituzioni democratiche a cui ama ricorrere Trump, uniti al narcisismo, all’agire d’impulso, allo scaricare chiunque lo offuschi o lo contraddica, all’abilità nello sfruttare i mass media, al ricorso ad affermazioni infondate e al presentarsi come un messia in grado di “salvare” il suo paese tanto dai nemici esterni quanto dall’establishment di casa, richiamano fenomeni dittatoriali degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.
Ripreso dagli autori del volume, Alan Badiou[3], nello spiegare il successo trumpiano nel momento storico presente, ritiene debbano essere presi in considerazione soprattutto: l’assolutismo globalizzato del capitalismo, la crisi della politica delle élite borghesi, il generalizzato stato confusionale e di frustrazione e l’assenza di una strategia alternativa. Da ciò deriverebbe quel diffuso convincimento circa l’immodificabilità di uno status quo caratterizzato da un’estrema concertazione della ricchezza, dall’impossibilità di garantire la sopravvivenza a quanti la cercano migrando: in sostanza la persuasione della mancanza di un’alternativa alla distruzione generalizzata operata del capitalismo globalizzato.
Clarence Page, editorialista del “Chicago Tribune”, ha messo in relazione la messa in onda della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story del 2016 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla casa bianca, sostenendo che in entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento[6].
La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e la ricerca del consenso può essere ottenuta ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social network una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo. Tutto sommato è così che funziona un reality show, e con esso buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea, e questo può essere un meccanismo replicabile in una campagna votata alla ricerca del consenso.
L’affarista Trump si è mostrato indubbiamente abile nell’imbastire una narrativa capace di accaparrarsi consenso attraverso forme di intrattenimento.
Al di là della brutalità trumpiana descritta dal volume, occorrere chiedersi se esista una modalità sostanzialmente diversa di utilizzare i social all’interno di un sistema tecnologico-mediatico sempre più indirizzato a sorvegliare e indirizzare i comportamenti degli esseri umani come ha descritto Shoshana Zuboff[9]. I metodi “più gentili” di usare i media e i social degli Obama, dei Clinton e dei Biden sono forse nella sostanza meno falsi e demagogici?
A proposito del ricorso ai Big data da parte della politica contemporanea, gli autori riprendendo le analisi di Eitan D. Hersh[10] ricordano come oggi si ricorra all’analisi dei dati tanto per indirizzare gli elettori quanto per costruire su di essi una retorica che strizza l’occhio alla pancia popolare. Indubbiamente, a differenza del passato, questa pancia può ora essere indagata in maniera molto più approfondita grazie a quell’ammontare dei dati raccolti dai colossi del web.
L’ambizione a quel “totalitarismo perfetto” a cui fa cenno il sociologo Ferrarotti nell’intervista – citata in apertura di questo scritto – sembra propria di un intero sistema capace, da sempre, di indossare tanto la maschera anti-establishment di personaggi sguaiati e sanguigni, quanto quella presentabile di politici più posati e controllati. Quella esplicitamente populista, verrebbe da dire, sembrerebbe essere una delle vie che mirano al totalitarismo (più o meno perfetto).
Note:
1) Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano, 2017.
2) Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, p. 22. Qua su “Carmilla”.
3) A. Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2019.
4) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 14.
5) Ivi, pp. 16-17.
6) C. Page, What the O.J. Simpson trial and Donald Trump have in common, “Chicago Tribune”, 18 marzo 2016.
7) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto, op. cit., p. 47.
8) Ivi, pp. 56-57.
9) S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Qua su “Carmilla”.
10) E. D. Hersh, Hacking the Electorate: How Campaigns Perceive Voters, Cambridge University Press, Cambridge,2015.
Fonte
«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui riflettono anche gli autori del testo che, attraverso il confronto tra Trump e Mussolini evidenziano elementi utili alla lettura delle nuove forme di potere che contraddistinguono una contemporaneità ormai espansa sul web e da questo ridefinita.
Sebbene il paragone tra le due figure proposto dagli autori appaia a volte un po’ azzardato ed altre estendibile anche a personalità politiche meno discusse, tale confronto ha il merito di evidenziare alcune analogie tra i primi decenni del Novecento e quelli del nuovo millennio. In entrambi i peridi storici, sostengono Camaiti Hostert e Cicchino, la crisi e il diffuso senso di disorientamento determinato dai cambiamenti si danno in un contesto di affermazione di nuovi poteri con l’annessa proliferazione di populismi e relativa individuazione di carpi espiatori contro cui indirizzare il malessere diffuso. Insieme all’angoscia suscitata dal crollo di vecchie certezze, come spesso accade, fanno capolino sulla scena “uomini forti” che promettono protezione da quegli stessi cambiamenti di cui in realtà sono essi stessi il prodotto.
Elementi di affinità tra il clima politico che apre il secolo scorso e quello che caratterizza l’inizio del nuovo millennio non mancano nemmeno restando all’interno del solo ambito americano. Se in apertura di Novecento gli Stati Uniti si prodigano in un inasprimento delle leggi sull’emigrazione, agitano un primo spauracchio del comunismo, e presentano fenomeni populisti, analogamente il periodo che precede il successo elettorale di Trump mostra una crescente ostilità nei confronti dell’immigrazione, sopratutto tra le classi lavoratrici bianche, e un ritorno sulla scena del populismo.
Jan-Werner Müller definisce il populismo come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico»[1].
Il web sembra oggi poter offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale. I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali. Scrive a tal proposito Alessandro Dal Lago che «questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»[2].
Tra i motivi del consenso che Trump ha saputo conquistare tra l’elettorato bianco popolare vi è sicuramente la sua promessa di salvaguardare i posti di lavoro dall’invasione degli immigrati, proponendosi come argine di conservazione di certezze in via di dissoluzione. Il successo di Trump non è stato cancellato nemmeno dalla recente vittoria di Biden, a differenza di quello che avevano previsto tanti spocchiosi “osservatori”, che guardano agli Stati Uniti dalle finestre degli hotel delle grandi città o dai talk show televisivi, incapaci di comprendere come, in questo ultimo caso, più che il triste spettacolo in sé occorra analizzare gli occhi di chi lo osserva.
La demonizzazione degli immigrati, il disprezzo per le istituzioni democratiche a cui ama ricorrere Trump, uniti al narcisismo, all’agire d’impulso, allo scaricare chiunque lo offuschi o lo contraddica, all’abilità nello sfruttare i mass media, al ricorso ad affermazioni infondate e al presentarsi come un messia in grado di “salvare” il suo paese tanto dai nemici esterni quanto dall’establishment di casa, richiamano fenomeni dittatoriali degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.
Ripreso dagli autori del volume, Alan Badiou[3], nello spiegare il successo trumpiano nel momento storico presente, ritiene debbano essere presi in considerazione soprattutto: l’assolutismo globalizzato del capitalismo, la crisi della politica delle élite borghesi, il generalizzato stato confusionale e di frustrazione e l’assenza di una strategia alternativa. Da ciò deriverebbe quel diffuso convincimento circa l’immodificabilità di uno status quo caratterizzato da un’estrema concertazione della ricchezza, dall’impossibilità di garantire la sopravvivenza a quanti la cercano migrando: in sostanza la persuasione della mancanza di un’alternativa alla distruzione generalizzata operata del capitalismo globalizzato.
Da ciò deriva che le élite politiche vengono irrimediabilmente compromesse e perdono il controllo. Così proliferano ovunque, nell’ambito delle democrazie occidentali, politici che costituiscono una “esteriorità interna”. Usano linguaggi violenti, demagogici e contraddittori con il fine di creare flussi di emotività che si coagulano in unità artificiali. La gente nei momenti di crisi viene infatti magnetizzata da promesse irrazionali e spesso irrealizzabili che a volte si basano su un passato mitico e impossibile da recuperare. Nasce così quello che Badiou definisce il “fascismo democratico” che contrabbanda per nuove, vecchie idee come il nazionalismo, il razzismo, il colonialismo, il sessismo e le coagula in un pastiche dove vecchio e nuovo coesistono senza criteri razionali. A differenza del fascismo vero però, quello nuovo non ha un antagonista fisico come il comunismo e non ha neanche specifiche organizzazioni che si costruiscono attorno al capo. È comunque un fenomeno interno al sistema dominante che per Badiou si concentra sulla sacralità della proprietà privata[4].Ad indurre gli autori di Trump e moschetto a mettere a confronto il figlio di un ricchissimo immobiliarista americano con il figlio di un fabbro romagnolo, personaggi che hanno conquistato il potere politico a quasi un secolo di distanza e in due contesti inevitabilmente diversi, è il fatto che lo statunitense sembra avere visto nell’italiano il modello a cui ispirarsi.
Estremi lontani vicinissimi. Mussolini. Trump. Due vincoli nella storia. Letti come contemporanei, con lo stesso filo emotivo. Entrambi uomini di inizio. Primi del novecento Roma. Primi anni duemila Washington. Motori ambedue di violenza, diretta del sangue l’uno, e indiretta verbale di incitazione alla prevaricazione l’altro. Scalcinate file di marciatori nel film del ’22 per Benito, stadi assiepati di folla votante per Donald. Volti, sorrisi, occhi, mani, corpi urlanti, adoranti. Sono uomini o solo pedine di una gigantesca partita di scacchi? I primi marciano contro l’intera classe liberale e socialista italiana responsabile della “vittoria mutilata”. I secondi contro l’establishment democratico di uno stato in crisi che mina gli interessi del popolo statunitense. Di qua i sopravvissuti della Grande Guerra. Di là coloro passati per la tragedia dell’11 settembre 2001, un vulnus irreversibile che qualcuno ha detto essere ancora più profondo di quello della Seconda guerra mondiale[5].Gli anni Venti del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio sono accomunati da un’analoga incapacità da parte della politica tradizionale di rapportarsi con i bisogni sociali emergenti derivati dal senso di insicurezza determinato dalla disoccupazione, dalla precarietà lavorativa e dall’instabilità sociale. Secondo gli autori si possono trovare analogie tra la retorica della “vittoria mutilata” utilizzata nell’Italia degli anni Venti e l’abilità con cui il trumpismo ha saputo far breccia nell’immaginario sfruttando la crisi della “rust belt”, delle vecchie industrie con annessa dequalificazione della mano d’opera specializzata.
Clarence Page, editorialista del “Chicago Tribune”, ha messo in relazione la messa in onda della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story del 2016 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla casa bianca, sostenendo che in entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento[6].
La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e la ricerca del consenso può essere ottenuta ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social network una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo. Tutto sommato è così che funziona un reality show, e con esso buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea, e questo può essere un meccanismo replicabile in una campagna votata alla ricerca del consenso.
L’affarista Trump si è mostrato indubbiamente abile nell’imbastire una narrativa capace di accaparrarsi consenso attraverso forme di intrattenimento.
Se i fascisti per innalzare il muro contro il pericolo bolscevico bruciano bandiere rosse e camere del lavoro, Trump ed i suoi trumpieri innalzano la dura retorica anti islamica ed anti ispanica al suono di: “Impediremo ai musulmani di entrare negli Stati Uniti” e “Costruiremo un muro con il Messico”, precisando che quest’ultimo lo dovrà pagare il governo messicano. Simile a Mussolini la diffidenza di Trump nei confronti dei politici di professione, dell’establishment: hanno ridotto il paese in condizioni disgraziate. I liberal, quelli che rispettano la political correctness, hanno interdetto un paese che non riconosce più se stesso, tanto ha paura di dire o fare cose sbagliate, secondo Trump. E non tratta meglio il partito repubblicano per cui dovrebbe candidarsi: i suoi membri, inetti! E proclama: “Finalmente, la maggioranza silenziosa è tornata ed avrà la sua voce: me!”[7].Agli slogan di successo di Barack Obama “Hope” e “Yes we can”, Trump ha risposto con il suo “Make America great again”, ottenendo le simpatie di tanti elettori americani che si sentono trascurati, se non addirittura abbandonati dall’establishment del Partito democratico. Trump ricorre a una violenza verbale insolita per un candidato alle presidenziali, parole che non mancano di incitare alla violenza fisica ed i media, anche quando intendono metterlo alla berlina o accusarlo, nei fatti finiscono per fare da grancassa a tutte le sue dichiarazioni.
Si fanno promesse che si sa già non potranno essere mantenute, solo per rassicurare un bacino elettorale sicuro di niente, ma solo di essere stato trascurato da tutte le altre forze politiche. Ad esso ci si rivolge cercando di creare processi identificativi inesistenti, facendo credere di essere parte della massa, seppure in entrambi i casi i due leader politici facciano parte di un’élite che niente ha a che vedere con i derelitti e i poveri.[8]
Al di là della brutalità trumpiana descritta dal volume, occorrere chiedersi se esista una modalità sostanzialmente diversa di utilizzare i social all’interno di un sistema tecnologico-mediatico sempre più indirizzato a sorvegliare e indirizzare i comportamenti degli esseri umani come ha descritto Shoshana Zuboff[9]. I metodi “più gentili” di usare i media e i social degli Obama, dei Clinton e dei Biden sono forse nella sostanza meno falsi e demagogici?
A proposito del ricorso ai Big data da parte della politica contemporanea, gli autori riprendendo le analisi di Eitan D. Hersh[10] ricordano come oggi si ricorra all’analisi dei dati tanto per indirizzare gli elettori quanto per costruire su di essi una retorica che strizza l’occhio alla pancia popolare. Indubbiamente, a differenza del passato, questa pancia può ora essere indagata in maniera molto più approfondita grazie a quell’ammontare dei dati raccolti dai colossi del web.
L’ambizione a quel “totalitarismo perfetto” a cui fa cenno il sociologo Ferrarotti nell’intervista – citata in apertura di questo scritto – sembra propria di un intero sistema capace, da sempre, di indossare tanto la maschera anti-establishment di personaggi sguaiati e sanguigni, quanto quella presentabile di politici più posati e controllati. Quella esplicitamente populista, verrebbe da dire, sembrerebbe essere una delle vie che mirano al totalitarismo (più o meno perfetto).
Note:
1) Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano, 2017.
2) Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, p. 22. Qua su “Carmilla”.
3) A. Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2019.
4) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 14.
5) Ivi, pp. 16-17.
6) C. Page, What the O.J. Simpson trial and Donald Trump have in common, “Chicago Tribune”, 18 marzo 2016.
7) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto, op. cit., p. 47.
8) Ivi, pp. 56-57.
9) S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Qua su “Carmilla”.
10) E. D. Hersh, Hacking the Electorate: How Campaigns Perceive Voters, Cambridge University Press, Cambridge,2015.
Fonte
04/11/2019
4 novembre 1918
Si celebra, ogni anno, il 4 novembre 1918, la data di conclusione per l’Italia della Prima guerra mondiale. Doverosamente, si tengono ovunque commemorazioni dei 600.000 caduti, prevalentemente giovani vite spezzate dal conflitto. Tuttavia, bisogna anche ricordare le motivazioni profonde della partecipazione alla Grande guerra e le sue conseguenze. Le guerre non avvengono per prescrizione divina.
*****
L’avvento del XX secolo era stato salutato con fiducia. Ma nel 1914 la guerra mondiale irrompeva a frantumare il contesto di ottimismo delineato, fra l’altro, dalla cultura filosofica positivistica. Ben presto il conflitto assumeva i connotati di una ‘inutile strage’, secondo la definizione che ne diede il Pontefice Benedetto XV. Il mondo, già sotto tensione per via della competizione coloniale, aveva ripiegato verso il nazionalismo, consolidando la tendenza già manifestatasi nei decenni precedenti.
L’Europa vedeva due gruppi di potenze rivali. La guerra diveniva così il modo attraverso cui misurare i rapporti di forza, dal cui esito sarebbe scaturito un altro ordine internazionale. Le popolazioni dei Paesi europei aderirono entusiasticamente alle dichiarazioni di guerra rese agli avversari da parte dei propri governanti, in una sorta di abbraccio collettivo alla nazione. (Con parziali eccezioni nei movimenti socialisti; secondo alcuni si trattava solo di un conflitto intercapitalistico).
*****
Quando l’Impero Austro-ungarico inviò l’ultimatum alla Serbia – nel luglio del 1914 – il Regno d’Italia si trovava impegnato nella Triplice alleanza. (Il trattato che, fin dal 1882, legava Italia, Austria e Germania). Nel giro di pochi giorni, come si sa, la situazione precipitò in un vortice di dichiarazioni di guerra. Da una parte gli Imperi centrali (austro-ungarico, tedesco e turco), dall’altra Francia, Gran Bretagna e Russia zarista. A quel punto si pose il dilemma, per il governo italiano, se agire nel rispetto della Triplice alleanza o se ‘denunciarla’.
Per i suoi fautori, la guerra conto l’Austria veniva vista come prosecuzione e completamento dell’epopea risorgimentale. L’obiettivo era terminare l’unificazione nazionale, con l’annessione delle terre irredente popolate da genti di lingua italiana. Combattere al fianco degli austriaci – che detenevano Trento e Trieste – appariva un tradimento dello spirito patriottico proprio della tradizione risorgimentale.
In quel momento, comunque, i sostenitori dell’ingresso nel conflitto non prevalsero. Giovanni Giolitti si era dimesso dalla carica di Presidente del Consiglio all’inizio del 1914 ma poteva controllare la maggioranza della Camera. Egli – il quale non era certo animato da visioni di gloria, tanto da avere ‘subìto’ la spedizione in Libia del 1911/1912 – era dell’avviso che fosse meglio assumere una posizione neutralista.
Gli era succeduto Antonio Salandra, più ambizioso sul piano militare. Ma nonostante l’Italia potesse tecnicamente considerarsi libera rispetto alla Triplice alleanza – dato che l’Austria aveva disatteso i suoi obblighi di informare l’alleato circa l’aggressione alla Serbia e, in quel frangente, non aveva offerto i previsti ‘compensi’ – nel luglio 1914 il governo optò per la neutralità.
Tuttavia, qualcosa si muoveva. Il ministro degli esteri, Sidney Sonnino, non nascose l’opportunità di compiere dei passi nella direzione di un’espansione del Regno d’Italia verso la zona dalmata della costa adriatica. Inoltre, nel dicembre 1914 egli puntava ancora ad ottenere i ‘compensi’ dovuti all’Italia sulla base del trattato della Triplice alleanza. Magari la cessione di Trento e Trieste come ‘dono’ per la non belligeranza favorevole all’Austria. Tuttavia, l’Imperatore Francesco Giuseppe – che aveva avviato la guerra per timore delle spinte nazionalistiche disgregatrici dell’Impero austro-ungarico – non poteva accondiscendere.
La prospettiva di entrare nel conflitto contro l’Austria guadagnava terreno. L’intervento avrebbe sanzionato il rango di potenza dell’Italia; se poi la guerra avesse destabilizzato l’equilibrio europeo, cosa avrebbe guadagnato il Paese da un nuovo assetto internazionale alle cui trattative non avrebbe avuto parte in causa?
Francia e Gran Bretagna avevano più da offrire rispetto agli Imperi centrali. Anche perchè non avrebbero avuto da scapitare riguardo ai guadagni italiani.
*****
Le suggestioni della frontiera alpina ‘naturale’, il controllo dell’Adriatico, il ritorno alla madrepatria delle popolazioni italiane di stanza nei territori sotto governo straniero. E quindi il nazionalismo, l’irredentismo, il futurismo.
La guerra veniva sempre più vista quale fonte di “purificazione morale”, di liberazione da un passato di rovine, di ringiovanimento del Paese, di promettente dinamismo, perfino di ispirazione artistica.
I socialisti si spaccarono sul tema dell’ingresso in guerra. Benito Mussolini, passato al fronte guerrafondaio, fondò un suo giornale (il Popolo d’Italia) e fu espulso dal partito.
Nel febbraio del 1915 Salandra diede il via ai contatti diplomatici con la Gran Bretagna. Le probabilità di vittoria dell’Intesa prendevano corpo. La Russia guadagnava posizioni nei Carpazi. E così, il 26 aprile si giunse alla firma del Patto di Londra. Tuttavia, soltanto dopo – il 4 maggio – l’Italia recedette ufficialmente dalla Triplice alleanza. Salandra e Sonnino fecero tutto in autonomia, ignorando il Parlamento e persino lo Stato maggiore delle forze armate.
Il già ministro del Tesoro e dell’Industria, Francesco Saverio Nitti, definì l’accordo di Londra – con il quale Salandra faceva scendere il Paese in guerra – un ‘monumento alla follia’. In effetti, avere dapprima a lungo tergiversato e avere poi repentinamente cambiato fronte, non costituiva un particolare punto d’onore per l’Italia (un aspetto che avrà un suo peso al tavolo della pace).
Infine, la piazza. Nel maggio del 1915 lo schieramento interventista fomentò numerosi disordini. La sua propaganda era guidata da studenti universitari e intellettuali, che sostennero la politica di Salandra. I moti, sempre più accesi, erano creati artificiosamente e si scagliavano contro la volontà dichiarata della maggioranza parlamentare.
Dalla Francia – dove si trovava per sfuggire ai creditori – venne richiamato Gabriele D’Annunzio, che subito si diede ad infiammare l’opinione pubblica con orazioni nel segno di un violento patriottismo. La guerra venne da egli declamata come la più feconda “matrice di bellezza e di virtù” mai apparsa sulla terra.
Così, salì la febbre in favore dell’intervento. Ormai, anche il Re, Vittorio Emanuele III, era impegnato nei confronti del fronte interventista. E anche il Parlamento finì per cedere. Il 23 maggio venne dichiarata guerra all’Austria. (Peraltro, alla sola Austria e non anche alla Germania). Il Paese si era abbandonato all’isteria nazionalistica dilagante.
*****
Nonostante la vittoria, le conseguenze della guerra furono tutt’altro che rosee. Le ambizioni italiane non vennero pienamente soddisfatte dalle condizioni di pace stipulate nel 1919. Il trattato di Saint-Germain con l’Austria del settembre 1919 riconosceva la cessione all’Italia del Trentino, dell’Alto Adige, dell’Istria e dell’Alto Bacino dell’Isonzo, ma non veniva incontro alle altre pretese territoriali relative alla Dalmazia e, soprattutto, a Fiume (il che darà luogo al noto spirito di revanscismo della ‘vittoria mutilata’ e allo strascico del colpo di mano attuato a Fiume da D’Annunzio).
Forse, il capo del governo Vittorio Emanuele Orlando, avrebbe potuto pensare di adattare alle circostanze le sue rivendicazioni e di preparare l’opinione pubblica alla necessità di ridimensionarle.
Inoltre, il Paese uscì dalle ostilità belliche prostrato dall’immane sforzo sostenuto e segnato da nuove fratture sociali.
Più che per ragioni generali di giustizia e libertà dei popoli, l’Italia era entrata in guerra perchè aspirante al ruolo di potenza nazionale espansionistica.
Ma dal nazionalismo esasperato sarebbero poi derivati, in aggiunta al già salato conto economico e sociale della Grande guerra, i dolori della Seconda guerra mondiale. Come la tragedia del fronte orientale, concatenazione della fascista italianizzazione forzata dei popoli slavi dell’Istria e della costa adriatica già contesa.
Soprattutto, dall’impresa bellica uscì in frantumi e irrimediabilmente screditato lo stato liberale. Una fucina per la generazione delle condizioni favorevoli per l’approdo del Paese alla dittatura fascista.
Fu infatti relativamente agevole, in seguito, il superamento del regime parlamentare, già messo in secondo piano durante i prodromi del conflitto e presentato come un luogo di intralcianti lungaggini politiche.
Nell’imminenza della guerra, Giolitti aveva paventato che “quella la quale poteva apparire una facile e attraente impresa espansionistica, avrebbe potuto rivelarsi il primo passo verso una rivoluzione interna”. E aveva fatto presente che lo stesso risultato – in termini di incrementi geografici – si sarebbe magari potuto ottenere sul piano diplomatico.
Mussolini, che era stato particolarmente attivo nella campagna pro bellica, nel 1915 aveva tratto vanto dal fatto che il popolo fosse stato trascinato alla guerra da una minoranza. “Una minoranza dinamica può avere la meglio sulla massa inerte e disimpegnata”, aveva detto. La storia ebbe a ripetersi nel 1922, con il capo del Fascismo nel ruolo del protagonista.
Fonte
31/10/2019
I fascisti e il 4 novembre
Da molti anni le organizzazioni post-fasciste e neo-fasciste stanno dedicando grandi sforzi alle celebrazioni del 4 Novembre, giorno in cui in Italia si festeggia la vittoria nella Prima Guerra Mondiale. Ciò potrebbe apparire coerente con la retorica nazionalista dei fascisti, ma stride pesantemente con la storia. A differenza di quanto oggi si racconti, il Fascismo tradì le conquiste ottenute con la Prima Guerra Mondiale. Si tratta di una vicenda oscurata dal revisionismo, ma su cui vale la pena soffermarsi: tanto per riaffermare la verità, quanto per contrastare operazioni politiche reazionarie.
Con la vittoria nella Prima Guerra Mondiale l’Italia poté annettere diversi territori dell’ormai disciolto Impero Austro-Ungarico, arrivando a definire dei confini grosso modo analoghi a quelli attuali, più dei territori che ora sono rispettivamente parte di Slovenia e Croazia.
In Italia nel 1922 Mussolini prese il potere, mentre in Germania Hitler lo ottenne nel 1933. Nel farneticante disegno politico di Hitler era prevista la costruzione della “Grande Germania” o “Terzo Reich” che tra gli altri includesse i territori di quello che era stato l’Impero Austro-Ungarico. Cioè, nel programma del Capo del Governo tedesco era prevista l’annessione di territori facenti parte dell’Italia. Normalmente ciò basterebbe a congelare qualsiasi rapporto diplomatico, invece Mussolini decise di stringere un’alleanza con Hitler. Dal 1936 si cominciò ad utilizzare la locuzione “Asse Roma-Berlino”, Mussolini si mise così a dare forma all’intesa con chi voleva impossessarsi di una parte d’Italia.
Il progetto di “Grande Germania” si iniziò a concretizzare nel 1938 con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria.
Il 22 maggio 1939 Italia e Germania siglarono il “Patto d’Acciaio” che oltre ai noti aspetti militari, prevedeva il rispetto dei confini: ma ciò era esplicitato solo nel preambolo (oltretutto con una formula molto vaga) e non tra i punti del trattato. Quel riferimento serviva solo a “gettare fumo negli occhi” dell’opinione pubblica italiana, Mussolini sapeva che la Germania non sarebbe stata vincolata al rispetto dei confini e che sicuramente non lo avrebbe fatto. Eppure Mussolini decise di siglare il Patto segnando il destino dell’Italia.
Il primo settembre del 1939 la Germania invase la Polonia dando il via alla Seconda Guerra Mondiale. L’Italia si schierò a fianco della Germania, ma le cose non andarono come prevedevano le forze dell’Asse: ci si ritrovò nella palese impossibilità di vincere o di uscire dignitosamente dal conflitto. Mussolini si era cacciato in un vicolo cieco, la guerra mieteva vittime e portava distruzione, era ormai improcrastinabile un cambiamento.
Su impulso del Re, il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini che venne arrestato, il nuovo capo del Governo fu Pietro Badoglio che firmò l’armistizio entrato in vigore l’8 settembre del 1943. Il giorno dopo il Re e Badoglio scapparono da Roma per rifugiarsi nel sud Italia sotto la protezione degli anglo-americani. Pochi giorni dopo, il 12 settembre del 1943, un commando tedesco liberò Mussolini (che era detenuto sul Gran Sasso) e lo portò in Austria per poi incontrare Hitler. Da quell’incontro nacque la Repubblica Sociale Italiana (RSI), un governo fantoccio del centro-nord Italia affidato a Mussolini, ma in cui di fatto comandavano i tedeschi.
C’è la convinzione diffusa che la RSI governasse su tutta l’Italia settentrionale, ma non è affatto così: Mussolini cedette alla Germania alcune aree nella parte nord-orientale del Paese. Si trattava dei territori ottenuti con la Prima Guerra Mondiale, quelli che facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico e che Hitler voleva riannettere al Reich. I territori in questione erano: il Friuli-Venezia Giulia con Istria e Dalmazia, una porzione di Veneto e il Trentino-Alto Adige. Questi territori divennero parte del Terzo Reich con il nome di “Zona d’Operazioni Litorale Adriatico” (OZAK) e “Zona d’Operazioni Prealpi” (OZAV).
Mussolini svendette alla Germania tutti i morti e le sofferenze della Prima Guerra Mondiale.
I revisionisti preferiscono omettere questa pagina della storia italiana, per loro non parlarne è il modo migliore per evitare il deflagrare delle contraddizioni. Quando li si costringe ad affrontare la questione si trincerano dietro una argomentazione apparentemente valida ma in realtà assolutamente falsa: che le cessioni territoriali del nord Italia al Terzo Reich erano una dolorosa necessità imposta dai mutamenti nei rapporti di forza determinatisi dopo la caduta del Fascismo e l’8 settembre. Ciò non è assolutamente vero, si tratta di una menzogna con cui i fascisti nascondono le proprie responsabilità.
La RSI era uno “Stato fantoccio” messo in piedi da Hitler per poter gestire i territori dell’Italia centro-settentrionale, lo afferma lo stesso Mussolini in un promemoria datato 8 ottobre del 1943. I fascisti e i revisionisti mentono quando sostengono che a seguito della sudditanza della RSI alla Germania non ci si sarebbe potuti opporre alle cessioni territoriali imposte dai tedeschi, infatti il Fascismo aveva già da anni previsto di cedere alla Germania alcuni territori, in particolare quelli che dopo la Prima Guerra Mondiale erano stati annessi a scapito dell’Impero Austro-Ungarico.
Nel 1941 (cioè, ancora in una fase in cui si credeva di poter vincere la Guerra) Benito Mussolini disse: “l’Europa sarà dominata dalla Germania. Gli stati vinti saranno vere e proprie colonie. Gli stati associati saranno province confederate. Tra queste, la più importante è l’Italia. Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa”.
La frase è riportata nei diari di Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri e genero del Duce. Questa frase riassume adeguatamente i rapporti di forza che intercorrevano tra Germania e Italia (cioè la sudditanza di Mussolini ad Hitler) e già da sola sarebbe sufficiente a smontare tutta la retorica nazionalista fascista. Emerge con chiarezza che il Fascismo storico in realtà non aveva minimamente a cuore la Patria e accettava la totale subalternità alla Germania.
Ma quel che rileva in merito alla questione del Confine Orientale è che almeno già dal 1941 Mussolini era pronto a cedere ai tedeschi i territori ottenuti con la Prima Guerra Mondiale: cosa che avvenne due anni più tardi al momento di fondare la RSI. Quindi la cessione di Trieste alla Germania era già preventivata dal Fascismo e determinata dai rapporti in essere tra Hitler e Mussolini e non (come vuol far credere la propaganda reazionaria) una contingenza dettata dagli sviluppi bellici successivi alla caduta del Fascismo e alla creazione della Repubblica Sociale Italiana.
Per quel che riguarda il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto, la questione era molto più complessa, in quanto Hitler aveva manifestato l’intenzione (tutta da dimostrare come reale) di lasciare quei territori all’Italia e di trasferirne le popolazioni di lingua tedesca nelle regioni conquistate lungo il Fronte Orientale, progetto noto come “Grande Opzione”. Tuttavia il Terzo Reich aveva fin da principio avuto una condotta ambigua nel Tirolo meridionale.
In realtà, il Terzo Reich voleva annettere tutti i territori dell’Impero Austro-Ungarico persi con la Prima Guerra Mondiale, il Fascismo ne era cosciente e accettò di cederli in cambio di qualche remota colonia. Oltre alla questione puramente geografica, ce ne era pure una etnica: venivano ceduti ai tedeschi anche dei territori abitati da italiani a fronte di colonie con cui l’Italia non aveva alcun legame. Quindi il tradimento dei fascisti era sia verso l’Italia che veniva menomata, sia verso i combattenti e in particolar modo i caduti della Prima Guerra Mondiale che per ottenere quei territori avevano dato anche la vita, sia verso gli italiani che vivevano in quelle terre.
Per queste ragioni (e non solo) il Fascismo non era un movimento patriottico, ma fatto da laidi opportunisti che oggi definiremo “vendipatria”.
I fascisti che celebrano la giornata del 4 Novembre, anniversario della vittoria nella Prima Guerra Mondiale, fanno una becera operazione revisionista. Il Fascismo storico si ammantava di una parvenza nazionalista totalmente fasulla, era un regime fantoccio che svendette la Patria.
Non si può lasciare che i movimenti neo-fascisti vadano raccontando fandonie cercando di far passare il Fascismo per quello che non era. Oggi i neo-fascisti tornano a rappresentare il Fascismo attraverso l’immagine costruita dalla propaganda di regime, ma la storia ci ha dimostrato che le cose non stavano affatto come venivano raccontate.
Tra innumerevoli contraddizioni i neo-fascisti cercano di ripulire l’immagine del Fascismo per renderlo più appetibile alle nuove generazioni. Bisogna costantemente riaffermare che il Fascismo non era solo violenza e sopraffazione (aspetti che purtroppo attirano molti giovani), ma anche codardia, meschinità e falsità.
P.S.
Trattando di fascisti e Prima Guerra Mondiale si deve necessariamente menzionare anche un altro evento. Il 12 dicembre 1969 si inaugurò in Italia la cosiddetta “Strategia della tensione”, quella data è indissolubilmente legata alla strage di piazza Fontana a Milano, dove una bomba collocata dai fascisti fece 17 morti e 88 feriti. L’obiettivo era quello di far cadere la responsabilità dell’attentato su gruppi anarchici o comunisti (oggi si direbbe “false flag operation”) al fine di giustificare una feroce repressione. Tuttavia, sebbene molti non lo sappiano, quel giorno esplosero altri quattro ordigni collocati dai fascisti, questi ultimi fecero solo feriti o danni materiali: uno in piazza della Scala a Milano, uno in via Veneto a Roma e due all’Altare della Patria a Roma.
A prescinder da ogni giudizio sul monumento (anche estetico) e della retorica che rappresenta, quel luogo è il principale sacrario di guerra italiano, la tomba del Milite Ignoto, un soldato scelto a caso, di cui non si conosce l’identità, che incarna tutto il popolo italiano. Il Milite Ignoto fu tumulato il 4 novembre 1921 e da allora in quel giorno le massime autorità dello Stato si recano a rendergli omaggio. Il Milite Ignoto sta a ricordare il prezzo della Vittoria e rendendogli omaggio si ringraziano tutti i combattenti. Piazzare delle bombe su quella tomba oltre che meschino è un profondo sprezzo dei valori che quel sacrario rappresenta. Solo i fascisti ne sono stati capaci.
Il fatto che dopo quell’attentato il 4 novembre dei fascisti si rechino ad omaggiare il Milite Ignoto è una farsa oltraggiosa.
Fonte
Con la vittoria nella Prima Guerra Mondiale l’Italia poté annettere diversi territori dell’ormai disciolto Impero Austro-Ungarico, arrivando a definire dei confini grosso modo analoghi a quelli attuali, più dei territori che ora sono rispettivamente parte di Slovenia e Croazia.
In Italia nel 1922 Mussolini prese il potere, mentre in Germania Hitler lo ottenne nel 1933. Nel farneticante disegno politico di Hitler era prevista la costruzione della “Grande Germania” o “Terzo Reich” che tra gli altri includesse i territori di quello che era stato l’Impero Austro-Ungarico. Cioè, nel programma del Capo del Governo tedesco era prevista l’annessione di territori facenti parte dell’Italia. Normalmente ciò basterebbe a congelare qualsiasi rapporto diplomatico, invece Mussolini decise di stringere un’alleanza con Hitler. Dal 1936 si cominciò ad utilizzare la locuzione “Asse Roma-Berlino”, Mussolini si mise così a dare forma all’intesa con chi voleva impossessarsi di una parte d’Italia.
Il progetto di “Grande Germania” si iniziò a concretizzare nel 1938 con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria.
Il 22 maggio 1939 Italia e Germania siglarono il “Patto d’Acciaio” che oltre ai noti aspetti militari, prevedeva il rispetto dei confini: ma ciò era esplicitato solo nel preambolo (oltretutto con una formula molto vaga) e non tra i punti del trattato. Quel riferimento serviva solo a “gettare fumo negli occhi” dell’opinione pubblica italiana, Mussolini sapeva che la Germania non sarebbe stata vincolata al rispetto dei confini e che sicuramente non lo avrebbe fatto. Eppure Mussolini decise di siglare il Patto segnando il destino dell’Italia.
Il primo settembre del 1939 la Germania invase la Polonia dando il via alla Seconda Guerra Mondiale. L’Italia si schierò a fianco della Germania, ma le cose non andarono come prevedevano le forze dell’Asse: ci si ritrovò nella palese impossibilità di vincere o di uscire dignitosamente dal conflitto. Mussolini si era cacciato in un vicolo cieco, la guerra mieteva vittime e portava distruzione, era ormai improcrastinabile un cambiamento.
Su impulso del Re, il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini che venne arrestato, il nuovo capo del Governo fu Pietro Badoglio che firmò l’armistizio entrato in vigore l’8 settembre del 1943. Il giorno dopo il Re e Badoglio scapparono da Roma per rifugiarsi nel sud Italia sotto la protezione degli anglo-americani. Pochi giorni dopo, il 12 settembre del 1943, un commando tedesco liberò Mussolini (che era detenuto sul Gran Sasso) e lo portò in Austria per poi incontrare Hitler. Da quell’incontro nacque la Repubblica Sociale Italiana (RSI), un governo fantoccio del centro-nord Italia affidato a Mussolini, ma in cui di fatto comandavano i tedeschi.
C’è la convinzione diffusa che la RSI governasse su tutta l’Italia settentrionale, ma non è affatto così: Mussolini cedette alla Germania alcune aree nella parte nord-orientale del Paese. Si trattava dei territori ottenuti con la Prima Guerra Mondiale, quelli che facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico e che Hitler voleva riannettere al Reich. I territori in questione erano: il Friuli-Venezia Giulia con Istria e Dalmazia, una porzione di Veneto e il Trentino-Alto Adige. Questi territori divennero parte del Terzo Reich con il nome di “Zona d’Operazioni Litorale Adriatico” (OZAK) e “Zona d’Operazioni Prealpi” (OZAV).
Mussolini svendette alla Germania tutti i morti e le sofferenze della Prima Guerra Mondiale.
I revisionisti preferiscono omettere questa pagina della storia italiana, per loro non parlarne è il modo migliore per evitare il deflagrare delle contraddizioni. Quando li si costringe ad affrontare la questione si trincerano dietro una argomentazione apparentemente valida ma in realtà assolutamente falsa: che le cessioni territoriali del nord Italia al Terzo Reich erano una dolorosa necessità imposta dai mutamenti nei rapporti di forza determinatisi dopo la caduta del Fascismo e l’8 settembre. Ciò non è assolutamente vero, si tratta di una menzogna con cui i fascisti nascondono le proprie responsabilità.
La RSI era uno “Stato fantoccio” messo in piedi da Hitler per poter gestire i territori dell’Italia centro-settentrionale, lo afferma lo stesso Mussolini in un promemoria datato 8 ottobre del 1943. I fascisti e i revisionisti mentono quando sostengono che a seguito della sudditanza della RSI alla Germania non ci si sarebbe potuti opporre alle cessioni territoriali imposte dai tedeschi, infatti il Fascismo aveva già da anni previsto di cedere alla Germania alcuni territori, in particolare quelli che dopo la Prima Guerra Mondiale erano stati annessi a scapito dell’Impero Austro-Ungarico.
Nel 1941 (cioè, ancora in una fase in cui si credeva di poter vincere la Guerra) Benito Mussolini disse: “l’Europa sarà dominata dalla Germania. Gli stati vinti saranno vere e proprie colonie. Gli stati associati saranno province confederate. Tra queste, la più importante è l’Italia. Bisogna accettare questo stato di cose perché ogni tentativo di reazione ci farebbe declassare dalla condizione di provincia confederata a quella ben peggiore di colonia. Anche se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa”.
La frase è riportata nei diari di Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri e genero del Duce. Questa frase riassume adeguatamente i rapporti di forza che intercorrevano tra Germania e Italia (cioè la sudditanza di Mussolini ad Hitler) e già da sola sarebbe sufficiente a smontare tutta la retorica nazionalista fascista. Emerge con chiarezza che il Fascismo storico in realtà non aveva minimamente a cuore la Patria e accettava la totale subalternità alla Germania.
Ma quel che rileva in merito alla questione del Confine Orientale è che almeno già dal 1941 Mussolini era pronto a cedere ai tedeschi i territori ottenuti con la Prima Guerra Mondiale: cosa che avvenne due anni più tardi al momento di fondare la RSI. Quindi la cessione di Trieste alla Germania era già preventivata dal Fascismo e determinata dai rapporti in essere tra Hitler e Mussolini e non (come vuol far credere la propaganda reazionaria) una contingenza dettata dagli sviluppi bellici successivi alla caduta del Fascismo e alla creazione della Repubblica Sociale Italiana.
Per quel che riguarda il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto, la questione era molto più complessa, in quanto Hitler aveva manifestato l’intenzione (tutta da dimostrare come reale) di lasciare quei territori all’Italia e di trasferirne le popolazioni di lingua tedesca nelle regioni conquistate lungo il Fronte Orientale, progetto noto come “Grande Opzione”. Tuttavia il Terzo Reich aveva fin da principio avuto una condotta ambigua nel Tirolo meridionale.
In realtà, il Terzo Reich voleva annettere tutti i territori dell’Impero Austro-Ungarico persi con la Prima Guerra Mondiale, il Fascismo ne era cosciente e accettò di cederli in cambio di qualche remota colonia. Oltre alla questione puramente geografica, ce ne era pure una etnica: venivano ceduti ai tedeschi anche dei territori abitati da italiani a fronte di colonie con cui l’Italia non aveva alcun legame. Quindi il tradimento dei fascisti era sia verso l’Italia che veniva menomata, sia verso i combattenti e in particolar modo i caduti della Prima Guerra Mondiale che per ottenere quei territori avevano dato anche la vita, sia verso gli italiani che vivevano in quelle terre.
Per queste ragioni (e non solo) il Fascismo non era un movimento patriottico, ma fatto da laidi opportunisti che oggi definiremo “vendipatria”.
I fascisti che celebrano la giornata del 4 Novembre, anniversario della vittoria nella Prima Guerra Mondiale, fanno una becera operazione revisionista. Il Fascismo storico si ammantava di una parvenza nazionalista totalmente fasulla, era un regime fantoccio che svendette la Patria.
Non si può lasciare che i movimenti neo-fascisti vadano raccontando fandonie cercando di far passare il Fascismo per quello che non era. Oggi i neo-fascisti tornano a rappresentare il Fascismo attraverso l’immagine costruita dalla propaganda di regime, ma la storia ci ha dimostrato che le cose non stavano affatto come venivano raccontate.
Tra innumerevoli contraddizioni i neo-fascisti cercano di ripulire l’immagine del Fascismo per renderlo più appetibile alle nuove generazioni. Bisogna costantemente riaffermare che il Fascismo non era solo violenza e sopraffazione (aspetti che purtroppo attirano molti giovani), ma anche codardia, meschinità e falsità.
P.S.
Trattando di fascisti e Prima Guerra Mondiale si deve necessariamente menzionare anche un altro evento. Il 12 dicembre 1969 si inaugurò in Italia la cosiddetta “Strategia della tensione”, quella data è indissolubilmente legata alla strage di piazza Fontana a Milano, dove una bomba collocata dai fascisti fece 17 morti e 88 feriti. L’obiettivo era quello di far cadere la responsabilità dell’attentato su gruppi anarchici o comunisti (oggi si direbbe “false flag operation”) al fine di giustificare una feroce repressione. Tuttavia, sebbene molti non lo sappiano, quel giorno esplosero altri quattro ordigni collocati dai fascisti, questi ultimi fecero solo feriti o danni materiali: uno in piazza della Scala a Milano, uno in via Veneto a Roma e due all’Altare della Patria a Roma.
A prescinder da ogni giudizio sul monumento (anche estetico) e della retorica che rappresenta, quel luogo è il principale sacrario di guerra italiano, la tomba del Milite Ignoto, un soldato scelto a caso, di cui non si conosce l’identità, che incarna tutto il popolo italiano. Il Milite Ignoto fu tumulato il 4 novembre 1921 e da allora in quel giorno le massime autorità dello Stato si recano a rendergli omaggio. Il Milite Ignoto sta a ricordare il prezzo della Vittoria e rendendogli omaggio si ringraziano tutti i combattenti. Piazzare delle bombe su quella tomba oltre che meschino è un profondo sprezzo dei valori che quel sacrario rappresenta. Solo i fascisti ne sono stati capaci.
Il fatto che dopo quell’attentato il 4 novembre dei fascisti si rechino ad omaggiare il Milite Ignoto è una farsa oltraggiosa.
Fonte
25/07/2019
25 luglio 1943 - Il crepuscolo del Duce
Nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò a maggioranza assoluta un ordine del giorno che imponeva a Benito Mussolini di rimettere i suoi poteri al Re e rinunciare al comando supremo delle forze armate, con la finalità di ripristinare – sotto qualche aspetto – lo Statuto Albertino.
L’avventura bellica dell’Italia, alla quale il Duce aveva opportunisticamente voluto dare inizio nel giugno del 1940, quando le armate dell’alleato tedesco si trovavano ormai alle porte di Parigi, si stava via via rivelando una disfatta. (‘Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative‘, aveva detto il 26 maggio 1940).
A El Alamein, il 23 ottobre 1942 era stata definitivamente persa la guerra d’Africa. La ritirata dalla Russia – nel gennaio 1943 – era stata un’ecatombe. Le forze armate degli Alleati angloamericani erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio e i bombardamenti delle città andavano crescendo di intensità.
Fra la popolazione, sempre più stremata dalla guerra e dalle ristrettezze economiche, crescevano il malcontento – manifestato anche con scioperi nelle fabbriche di Milano e Torino – ed il distacco nei confronti del Regime. Nonostante il tentativo operato da Mussolini di offrire un mutamento di immagine del Regime con un rinnovamento della compagine di governo, l’insoddisfazione nel paese veniva ormai colta persino nelle gerarchie interne all’apparato fascista. Lo stesso Re, Vittorio Emanuele III, cominciava a divisare piani per tentare di modificare il corso degli eventi.
La mossa preferenziale da compiere appariva, ormai, la liquidazione di Mussolini. A gennaio Roosevelt e Churchill si erano incontrati a Casablanca e dal quel vertice avevano fatto intendere che un’eventuale resa da parte di una paese dell’Asse non sarebbe in alcun modo stata trattata con capi fascisti.
Come altre volte era accaduto nel corso della storia degli umani eventi, si mise all’opera un processo di eterogenesi dei fini. Nell’intento di promuovere una campagna di galvanizzazione degli italiani, il Duce chiese ai più noti maggiorenti del partito un impegno a tenere ovunque comizi propagandistici. Incontrò però, da parte di questi, una seria opposizione.
Le critiche dei gerarchi si appuntarono soprattutto sul fatto che Mussolini aveva, negli ultimi anni, oltremodo accentrato su di sé il potere. Scattò così l’occasione per chiedere al capo del Regime la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (il quale non veniva consultato dal 1939). Mussolini, trovatosi alle strette, il 20 luglio acconsentì.
A partire dal 1925 il Regime fascista aveva progressivamente abolito il regime parlamentare, che aveva retto il regno d’Italia fin dalla sua costituzione nel 1861 (sulla base dello Statuto del regno di Sardegna). Inversamente, aveva acquisito sempre maggiore importanza il Gran Consiglio del Fascismo, istituito il 15 dicembre del 1922.
Il Gran Consiglio del Fascismo era un organo di rilevanza costituzionale. Era formato da tutti i principali gerarchi fascisti ed era deputato a esprimere pareri su numerose questioni di carattere costituzionale – come le attribuzioni del governo e la composizione delle camere – e perfino su questioni riguardanti i poteri e le prerogative della Corona. Ufficialmente, teneva anche una lista di potenziali ‘candidati’ alla Presidenza del Consiglio (da sottoporre al Sovrano).
Era stata la Legge n. 2693 del 9 dicembre 1928 a fissare le attribuzioni del Gran Consiglio, erigendolo a ‘organo supremo’ e chiamandolo al coordinamento delle attività del Regime. Le adunanze venivano convocate e presiedute dal Capo del governo.
La ‘costituzionalizzazione’ del supremo organo, con il suo bagaglio di attribuzioni ‘invasive’ del campo monarchico – in particolare nella successione al trono e nella nomina del capo dell’esecutivo – venne vista come lo spostamento, a favore del Duce, dell’equilibrio di forze all’interno della diarchia ‘Capo del Fascismo – Casa Regnante’.
Tuttavia, restava aperta la possibilità che il Gran Consiglio si ponesse in posizione antagonistica nei confronti del governo. La sconsolante condizione in cui Mussolini aveva messo il paese sortì l’effetto di rendere concreta quella possibilità e, parallelamente, di provocare – dopo un quindicennio di anonimato – la risoluzione del Re di dare il benservito al Duce.
Dino Grandi, fra i fondatori del Fascismo e già ministro di Mussolini, aveva predisposto un ordine del giorno mirato al ‘ritorno allo Statuto Albertino’ – con la riappropriazione, da parte degli organi costituzionali, delle funzioni loro destinate – e al conferimento al Re del comando supremo delle Forze armate. L’ordine del giorno era circolato fra i gerarchi fascisti nei giorni precedenti alla convocazione del supremo consesso. Mussolini stesso, il giorno 22, era stato messo al corrente del contenuto.
Alle 17:15 del 24 luglio Mussolini entrò nella ‘Sala del pappagallo’ di Palazzo Venezia. Il Gran Consiglio era al completo dei suoi 28 membri. Come di rito, fu lui ad aprire la riunione. Espose ai presenti una lunga relazione. In sostanza, addossò il deludente andamento delle operazioni militari ai generali dello Stato Maggiore e sottolineò la necessità di proseguire la guerra al fianco della Germania. Si dichiarò disponibile a rinnovare – con ‘un giro di vite’ – i vertici militari incaricati di condurre la guerra e la stessa struttura di governo.
Dopo vari interventi e la presentazione di altri ordini del giorno – peraltro accomunati dal riconoscimento della necessità di cambiamenti nel governo e dalla restituzione al Monarca della gestione delle forze militari – fu il turno di Dino Grandi. Questi, nel pronunciare l’attacco più duro che in vent’anni di regime si fosse mai udito, ribadì la necessità che fosse Vittorio Emanuele III ad assumere l’iniziativa politica ed il comando delle forze armate. Pretese, con la frase ‘si esce solo dopo che il mio ordine del giorno sarà stato messo ai voti‘, la prosecuzione della seduta anche dopo un tentativo di Mussolini di rinviare la stessa al giorno dopo.
L’ordine del giorno Grandi ebbe la maggioranza assoluta: 19 voti a favore – fra cui quello del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano – uno astenuto, otto contrari. Alle 2:40 il Duce ‘sfiduciato’ chiuse la seduta. Pare che abbia detto: ‘con questo voto avete provocato la crisi del regime‘.
I resoconti della drammatica riunione narrano di un’autodifesa – tutto sommato – blanda e rassegnata da parte del Duce. È stato ipotizzato che tale contegno rivelasse il fine di un discarico, circa le responsabilità della resa al nemico, in capo ai firmatari dell’ordine del giorno redatto da Grandi.
Altre ipotesi contemplano la possibilità che il Capo del Fascismo fosse fiducioso di riuscire a trovare un accomodamento con il Sovrano (avuto riguardo, in particolare, alla remissione a quest’ultimo della gestione delle Forze armate deliberata dal Gran Consiglio).
Egli non si aspettava di certo che, il giorno seguente, sarebbe stato arrestato.
Come lo stesso Mussolini declamò da Radio Monaco qualche giorno dopo essere stato liberato da un commando tedesco sul Gran Sasso (operazione datata 12 settembre del ’43), il colloquio avuto con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia era durato meno di venti minuti. Il Re, che della notte precedente sapeva già tutto, gli aveva aspramente rinfacciato che il Paese andava a rotoli e gli aveva comunicato di averlo rimpiazzato al vertice del governo. Il nuovo Presidente del Consiglio era il maresciallo Pietro Badoglio.
Fatto salire su un’ambulanza da due carabinieri mentre si trovava ancora all’interno della residenza reale – con grave disdoro della Regina Elena – il destituito Duce venne tradotto in una caserma romana. Cinque ore dopo, il vincitore di Addis Abeba pronunciò al giornale radio la famosa frase sibillina: ‘la guerra continua‘. (Poi, l’8 di settembre sarebbe stata annunciata la firma dell’armistizio con le Forze alleate a cui avrebbe fatto seguito la ‘fuga’ a Brindisi della famiglia reale).
Nonostante Benito Mussolini fosse stato formalmente insediato a reggere la Repubblica di Salò, la fase discendente della sua parabola proseguiva. Egli stesso, nella sua corrispondenza con Claretta Petacci dalla sua ‘prigione’ sul Lago di Garda, giunse a definirsi ‘un fantoccio grottesco’. (Non poteva prendere alcuna decisione senza il benestare dei nazisti, che – fra l’altro – lo controllavano a vista).
Dopo un processo farsesco, dei 19 dissidenti che la notte del 24 luglio avevano appoggiato l’ordine del giorno di Dino Grandi, 6 vennero fucilati il giorno 11 gennaio del ’44 a Verona. (I restanti non furono trovati, mentre Tullio Cianetti, che aveva ritrattato il suo voto la mattina del 25 luglio, fu risparmiato). Fra di essi vi fu anche Galeazzo Ciano, il marito di Edda, la figlia primogenita di Mussolini. Si trattò di un episodio di vendetta tanto veemente quanto inutile. La Repubblica di Salò si distinse soltanto per la sua cruenza e per il suo spirito repressivo.
Il 25 aprile del ’45 presso l’Arcivescovado di Milano, alla presenza del Cardinale Schuster, Mussolini ricevette da parte di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia la richiesta di resa incondizionata. Disse ai presenti che si sarebbe recato a parlarne con i tedeschi e avrebbe fatto ritorno dopo un’ora. Invece lasciò Milano.
Il Duce venne catturato il giorno seguente – da una divisione Partigiana – mentre tentava di risalire il Lago di Como approfittando di una colonna di automezzi tedesca diretta verso il confine. Giustiziato a Giulino di Mezzegra, il cadavere venne esibito – insieme a quelli di Claretta Petacci e di vari gerarchi della Repubblica sociale – il 28 aprile in Piazzale Loreto a Milano.
Il 25 e il 26 luglio del 1943 la gente aveva manifestato la caduta del Regime fascista con scene di giubilo. Ma purtroppo, come detto, il corso degli eventi che avrebbe portato alla pace e alla fondazione dello stato democratico dovette essere ancora lungo e punteggiato di tragedie (con la ferale occupazione nazista, il sanguinario Regime collaborazionista di Salò, la guerra di liberazione).
Le stesse dalle quali poté, tuttavia, emergere una coscienza civile e politica di massa. Qualcosa della quale oggi, pur effettuati i doverosi distinguo, si sente nuovamente la mancanza.
Fonte
L’avventura bellica dell’Italia, alla quale il Duce aveva opportunisticamente voluto dare inizio nel giugno del 1940, quando le armate dell’alleato tedesco si trovavano ormai alle porte di Parigi, si stava via via rivelando una disfatta. (‘Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative‘, aveva detto il 26 maggio 1940).
A El Alamein, il 23 ottobre 1942 era stata definitivamente persa la guerra d’Africa. La ritirata dalla Russia – nel gennaio 1943 – era stata un’ecatombe. Le forze armate degli Alleati angloamericani erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio e i bombardamenti delle città andavano crescendo di intensità.
Fra la popolazione, sempre più stremata dalla guerra e dalle ristrettezze economiche, crescevano il malcontento – manifestato anche con scioperi nelle fabbriche di Milano e Torino – ed il distacco nei confronti del Regime. Nonostante il tentativo operato da Mussolini di offrire un mutamento di immagine del Regime con un rinnovamento della compagine di governo, l’insoddisfazione nel paese veniva ormai colta persino nelle gerarchie interne all’apparato fascista. Lo stesso Re, Vittorio Emanuele III, cominciava a divisare piani per tentare di modificare il corso degli eventi.
La mossa preferenziale da compiere appariva, ormai, la liquidazione di Mussolini. A gennaio Roosevelt e Churchill si erano incontrati a Casablanca e dal quel vertice avevano fatto intendere che un’eventuale resa da parte di una paese dell’Asse non sarebbe in alcun modo stata trattata con capi fascisti.
Come altre volte era accaduto nel corso della storia degli umani eventi, si mise all’opera un processo di eterogenesi dei fini. Nell’intento di promuovere una campagna di galvanizzazione degli italiani, il Duce chiese ai più noti maggiorenti del partito un impegno a tenere ovunque comizi propagandistici. Incontrò però, da parte di questi, una seria opposizione.
Le critiche dei gerarchi si appuntarono soprattutto sul fatto che Mussolini aveva, negli ultimi anni, oltremodo accentrato su di sé il potere. Scattò così l’occasione per chiedere al capo del Regime la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (il quale non veniva consultato dal 1939). Mussolini, trovatosi alle strette, il 20 luglio acconsentì.
A partire dal 1925 il Regime fascista aveva progressivamente abolito il regime parlamentare, che aveva retto il regno d’Italia fin dalla sua costituzione nel 1861 (sulla base dello Statuto del regno di Sardegna). Inversamente, aveva acquisito sempre maggiore importanza il Gran Consiglio del Fascismo, istituito il 15 dicembre del 1922.
Il Gran Consiglio del Fascismo era un organo di rilevanza costituzionale. Era formato da tutti i principali gerarchi fascisti ed era deputato a esprimere pareri su numerose questioni di carattere costituzionale – come le attribuzioni del governo e la composizione delle camere – e perfino su questioni riguardanti i poteri e le prerogative della Corona. Ufficialmente, teneva anche una lista di potenziali ‘candidati’ alla Presidenza del Consiglio (da sottoporre al Sovrano).
Era stata la Legge n. 2693 del 9 dicembre 1928 a fissare le attribuzioni del Gran Consiglio, erigendolo a ‘organo supremo’ e chiamandolo al coordinamento delle attività del Regime. Le adunanze venivano convocate e presiedute dal Capo del governo.
La ‘costituzionalizzazione’ del supremo organo, con il suo bagaglio di attribuzioni ‘invasive’ del campo monarchico – in particolare nella successione al trono e nella nomina del capo dell’esecutivo – venne vista come lo spostamento, a favore del Duce, dell’equilibrio di forze all’interno della diarchia ‘Capo del Fascismo – Casa Regnante’.
Tuttavia, restava aperta la possibilità che il Gran Consiglio si ponesse in posizione antagonistica nei confronti del governo. La sconsolante condizione in cui Mussolini aveva messo il paese sortì l’effetto di rendere concreta quella possibilità e, parallelamente, di provocare – dopo un quindicennio di anonimato – la risoluzione del Re di dare il benservito al Duce.
Dino Grandi, fra i fondatori del Fascismo e già ministro di Mussolini, aveva predisposto un ordine del giorno mirato al ‘ritorno allo Statuto Albertino’ – con la riappropriazione, da parte degli organi costituzionali, delle funzioni loro destinate – e al conferimento al Re del comando supremo delle Forze armate. L’ordine del giorno era circolato fra i gerarchi fascisti nei giorni precedenti alla convocazione del supremo consesso. Mussolini stesso, il giorno 22, era stato messo al corrente del contenuto.
Alle 17:15 del 24 luglio Mussolini entrò nella ‘Sala del pappagallo’ di Palazzo Venezia. Il Gran Consiglio era al completo dei suoi 28 membri. Come di rito, fu lui ad aprire la riunione. Espose ai presenti una lunga relazione. In sostanza, addossò il deludente andamento delle operazioni militari ai generali dello Stato Maggiore e sottolineò la necessità di proseguire la guerra al fianco della Germania. Si dichiarò disponibile a rinnovare – con ‘un giro di vite’ – i vertici militari incaricati di condurre la guerra e la stessa struttura di governo.
Dopo vari interventi e la presentazione di altri ordini del giorno – peraltro accomunati dal riconoscimento della necessità di cambiamenti nel governo e dalla restituzione al Monarca della gestione delle forze militari – fu il turno di Dino Grandi. Questi, nel pronunciare l’attacco più duro che in vent’anni di regime si fosse mai udito, ribadì la necessità che fosse Vittorio Emanuele III ad assumere l’iniziativa politica ed il comando delle forze armate. Pretese, con la frase ‘si esce solo dopo che il mio ordine del giorno sarà stato messo ai voti‘, la prosecuzione della seduta anche dopo un tentativo di Mussolini di rinviare la stessa al giorno dopo.
L’ordine del giorno Grandi ebbe la maggioranza assoluta: 19 voti a favore – fra cui quello del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano – uno astenuto, otto contrari. Alle 2:40 il Duce ‘sfiduciato’ chiuse la seduta. Pare che abbia detto: ‘con questo voto avete provocato la crisi del regime‘.
I resoconti della drammatica riunione narrano di un’autodifesa – tutto sommato – blanda e rassegnata da parte del Duce. È stato ipotizzato che tale contegno rivelasse il fine di un discarico, circa le responsabilità della resa al nemico, in capo ai firmatari dell’ordine del giorno redatto da Grandi.
Altre ipotesi contemplano la possibilità che il Capo del Fascismo fosse fiducioso di riuscire a trovare un accomodamento con il Sovrano (avuto riguardo, in particolare, alla remissione a quest’ultimo della gestione delle Forze armate deliberata dal Gran Consiglio).
Egli non si aspettava di certo che, il giorno seguente, sarebbe stato arrestato.
Come lo stesso Mussolini declamò da Radio Monaco qualche giorno dopo essere stato liberato da un commando tedesco sul Gran Sasso (operazione datata 12 settembre del ’43), il colloquio avuto con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia era durato meno di venti minuti. Il Re, che della notte precedente sapeva già tutto, gli aveva aspramente rinfacciato che il Paese andava a rotoli e gli aveva comunicato di averlo rimpiazzato al vertice del governo. Il nuovo Presidente del Consiglio era il maresciallo Pietro Badoglio.
Fatto salire su un’ambulanza da due carabinieri mentre si trovava ancora all’interno della residenza reale – con grave disdoro della Regina Elena – il destituito Duce venne tradotto in una caserma romana. Cinque ore dopo, il vincitore di Addis Abeba pronunciò al giornale radio la famosa frase sibillina: ‘la guerra continua‘. (Poi, l’8 di settembre sarebbe stata annunciata la firma dell’armistizio con le Forze alleate a cui avrebbe fatto seguito la ‘fuga’ a Brindisi della famiglia reale).
Nonostante Benito Mussolini fosse stato formalmente insediato a reggere la Repubblica di Salò, la fase discendente della sua parabola proseguiva. Egli stesso, nella sua corrispondenza con Claretta Petacci dalla sua ‘prigione’ sul Lago di Garda, giunse a definirsi ‘un fantoccio grottesco’. (Non poteva prendere alcuna decisione senza il benestare dei nazisti, che – fra l’altro – lo controllavano a vista).
Dopo un processo farsesco, dei 19 dissidenti che la notte del 24 luglio avevano appoggiato l’ordine del giorno di Dino Grandi, 6 vennero fucilati il giorno 11 gennaio del ’44 a Verona. (I restanti non furono trovati, mentre Tullio Cianetti, che aveva ritrattato il suo voto la mattina del 25 luglio, fu risparmiato). Fra di essi vi fu anche Galeazzo Ciano, il marito di Edda, la figlia primogenita di Mussolini. Si trattò di un episodio di vendetta tanto veemente quanto inutile. La Repubblica di Salò si distinse soltanto per la sua cruenza e per il suo spirito repressivo.
Il 25 aprile del ’45 presso l’Arcivescovado di Milano, alla presenza del Cardinale Schuster, Mussolini ricevette da parte di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia la richiesta di resa incondizionata. Disse ai presenti che si sarebbe recato a parlarne con i tedeschi e avrebbe fatto ritorno dopo un’ora. Invece lasciò Milano.
Il Duce venne catturato il giorno seguente – da una divisione Partigiana – mentre tentava di risalire il Lago di Como approfittando di una colonna di automezzi tedesca diretta verso il confine. Giustiziato a Giulino di Mezzegra, il cadavere venne esibito – insieme a quelli di Claretta Petacci e di vari gerarchi della Repubblica sociale – il 28 aprile in Piazzale Loreto a Milano.
Il 25 e il 26 luglio del 1943 la gente aveva manifestato la caduta del Regime fascista con scene di giubilo. Ma purtroppo, come detto, il corso degli eventi che avrebbe portato alla pace e alla fondazione dello stato democratico dovette essere ancora lungo e punteggiato di tragedie (con la ferale occupazione nazista, il sanguinario Regime collaborazionista di Salò, la guerra di liberazione).
Le stesse dalle quali poté, tuttavia, emergere una coscienza civile e politica di massa. Qualcosa della quale oggi, pur effettuati i doverosi distinguo, si sente nuovamente la mancanza.
Fonte
18/07/2019
Il pericolo delle parole
di Armando Lancellotti
David Bidussa, a cura di, Benito Mussolini – Me ne frego, Chiarelettere, Milano, 2019, pp.144, € 12.00
L’ultimo lavoro dello storico David Bidussa, recentemente pubblicato da Chiarelettere, consiste in una breve antologia di parole mussoliniane, selezionate all’interno della vastissima diponibilità di interventi, articoli, discorsi parlamentari, comizi di piazza o altro che progressivamente saturarono, occupandoli monoliticamente, lo spazio politico e l’opinione pubblica del nostro paese in un arco di tempo di poco più breve della prima metà del secolo scorso. Bidussa sceglie solo undici esempi di retorica mussoliniana, che vanno dal 1904, quando colui che sarebbe diventato il duce del fascismo era ancora un giovane socialista romagnolo su posizioni rivoluzionarie, al 1927, momento in cui il regime si era già ampiamente consolidato e strutturato dopo la svolta totalitaria del 3 gennaio 1925.
Come risulta subito evidente, la scelta dello studioso non è quella di coprire l’intero arco dell’esperienza politica di Benito Mussolini e neppure solo quella del ventennio fascista. A questo si aggiunga poi che la selezione dei discorsi antologizzati ricade spesso su esempi molto noti – come il discorso “del bivacco”, o quello del 3 gennaio ’25, o quello di “Quota 90” – perché l’intento che sottende il lavoro di Bidussa non è di proporre all’attenzione degli specialisti, spulciando tra i fiumi di parole pronunciate dal dittatore, nuove prospettive di lettura di qualche aspetto del fascismo meno approfondito di altri, bensì quello di mostrare, attraverso un libro agile e di semplice lettura, quanto la “parola” – declamata, urlata, in un qualsiasi modo comunicata al popolo dal leader carismatico – sia stata fondamentale per la costruzione del regime e come molte di queste “parole” ancora oggi siano in circolo – o abbiano ripreso a circolare – nel corpo fragile e frastornato del nostro paese.
Come ricorda Bidussa nella Prefazione (Vocabolario italiano) che introduce questa curatela, Claudio Pavone ha dedicato buona parte dei suoi sforzi di ricercatore e storico all’argomentazione della tesi secondo la quale al momento del cruciale passaggio del 1945 sia stata la “continuità” dello Stato – ovvero la conservazione di apparati, organi e strutture dell’Italia fascista – a prevalere nettamente sulla “discontinuità”, sulla rottura innovatrice auspicata e prospettata dalla Resistenza, soprattutto dalla sua componente più rivoluzionaria e, osserva Bidussa, «Uno dei campi dove misurare questa lunga continuità è il linguaggio, e anche alcune idee strutturali del modo di pensare il rapporto tra “Io individuale” e “Noi collettivo”» (p. XI). Molte delle parole d’ordine, degli slogan e delle espressioni che il fascismo coniò ex novo, o che a sua volta riprese dal linguaggio e dall’immaginario della trincea, del futurismo e del dannunzianesimo, divennero parte integrante del vocabolario italiano e ancora oggi lo sono, spesso in maniera implicita, inconsapevole o latente e gli sviluppi della profonda crisi politica in cui ormai da decenni è precipitato il paese predispongono le condizioni migliori per il loro ritorno in auge.
Ma le parole si riferiscono a concetti, evocano immagini, esprimono idee, risvegliano i ragionamenti e i nessi logici che le hanno prodotte e pertanto – spiega Bidussa – «se pure il problema non è che il fascismo stia tornando, quelle parole, con il loro carico di immaginario, sono tornate a circolare nella nostra mente e spesso nel nostro linguaggio parlato. Cioè sono tornate a essere “parole gridate” e non più solo “parole sussurrate”. E la forza del grido, se senza contrasto, le rende “parole ammesse”. Ovvero “legittime”» (p. VIII). La parola fascista prevale sul pensiero, in un certo senso lo fonda, allo stesso modo in cui per Mussolini sempre l’atto si impone sulla riflessione: in politica quel che conta è l’iniziativa, l’agire ben più dell’elaborazione teorica. Certamente questa convinzione trova nell’esperienza della trincea e nell’interventismo, propedeutici al fascismo, un humus fertile di cui nutrirsi, ma in realtà essa è componente fondamentale del modo di intendere la politica anche del giovane Mussolini socialista. Il gesto, il proclama, la manifestazione di volontà, la parola amplificata ed estesa dalle potenzialità tecniche degli strumenti comunicativi: sono tutte componenti della fascista estetizzazione della politica definita da Benjamin.
Gli undici testi proposti sono ordinati cronologicamente, a parte l’ultimo, posto come Appendice; i primi quattro appartengono al periodo prefascista di Mussolini, i rimanenti vanno dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento, nel 1919, al discorso dell’Ascensione, del 1927, in cui vengono poste le basi della politica demografica, che poi evolverà nella politica razziale. Si tratta di discorsi e scritti che potrebbero essere osservati da molteplici punti di vista ed analizzati su diversi piani e che Bidussa presenta, corredandoli con un breve commento introduttivo, per individuare e mettere a fuoco alcune categorie o concetti (im)politici che oggi, nuovamente, in un momento in cui i sistemi liberal-democratici e rappresentativi annaspano sotto il peso delle loro contraddizioni e dei loro limiti, hanno riacquistato legittimità politica, dando voce alla crescente fascinazione per scorciatoie politiche di tipo populistico ed autoritario.
Nell’articolo (La teppa) del 1904, pubblicato su Avanguardia socialista, l’allora ventunenne Mussolini esprime già quella indifferenza per le teorie politiche, per il rigore teorico, che accentuerà negli anni e decenni successivi. Ciò che conta è agire, prendere l’iniziativa e a questo può servire la teppa che dà il titolo al pezzo, che – giova ricordarlo – è datato 10 dicembre, vale a dire un mese dopo le elezioni politiche del 1904, quelle successive al primo sciopero generale della storia d’Italia. Ma Mussolini distingue poi tra la «teppa autentica che vegeta nei bassifondi della grandi città» (p. 4) e per la quale manifesta un malcelato disprezzo – poiché politicamente inconsapevole e buona pertanto solo per dare il via allo scontro rivoluzionario – e quello che definisce come «agitato oceano proletario», rispetto al quale la teppa è come la schiuma delle onde, che presto si disperde. Comincia a prendere forma una visione elitaria dell’azione politica, che si accentuerà esponenzialmente con il passaggio dal socialismo al fascismo e per la quale le masse sono un mezzo e non un fine. I termini che ricorrono più frequentemente in questo breve articolo sono «forza» e «violenza», che Mussolini contrappone alla «prosa sonora (sonora perché vuota)» (p. 4) degli ideologi e degli idealisti, tra i quali rientrano anche i socialisti riformisti.
Dieci anni dopo, nell’articolo uscito sull’Avanti! il 15 febbraio 1914 e che riassume la conferenza, dal titolo Il valore storico del socialismo, tenuta una settimana prima a Firenze, Mussolini prima espone, con modalità così didascaliche da risultare banali, i presupposti teorici del socialismo e poi passa all’individuazione dei fini e dei mezzi del socialismo rivoluzionario. Dopo aver denunciato l’inefficacia del principio riformista della conquista per via elettorale della maggioranza parlamentare – «C’è chi vuole aspettare per fare la rivoluzione la maggioranza assoluta» (p. 23) – esprime in modo inequivocabile posizioni di avanguardismo ed elitismo politici, affermando che «la massa è quantità, è inerzia. La massa è statica; le minoranze sono dinamiche» (p. 23). Nel rapporto tra masse e partito (in seguito sarà il rapporto tra popolo e leader carismatico), tra maggioranza e minoranze, alle seconde spetta un compito quasi demiurgico, alla prima solo quello di fornire consenso.
Queste idee subiscono un’ulteriore accentuazione qualche mese più tardi, nell’articolo – sempre pubblicato sull’Avanti! il 18 ottobre 1914 – che segna l’abbandono delle posizioni neutraliste del PSI e che prelude all’allontanamento dal giornale e dal partito di Mussolini, che qui elabora il concetto della “neutralità attiva ed operante” da contrapporre alla “neutralità assoluta”, ormai considerata una posizione sterile, improduttiva e destinata e relegare il partito ed il paese ai margini della realtà e del flusso della storia. Per Mussolini l’unico modo per essere protagonisti e non solo spettatori di quel che accade è muoversi nella stessa direzione verso cui la storia sembra tendere. L’intervento italiano può accorciare il conflitto e condurre alla costruzione di un nuovo assetto internazionale. Si percepisce nelle parole di Mussolini una sorta di smania di partecipare, di frenesia di essere protagonisti, di insofferenza per le riflessioni politiche e le elaborazioni teoriche del partito. A questo si aggiunga che alle considerazioni politiche, seppur un po’ sgangherate, di stampo classista degli anni precedenti si è ormai quasi completamente sostituito il nazionalismo interventista, come risulta evidente anche dal testo successivo, vale a dire il primo editoriale de Il popolo d’Italia del 15 novembre 1914, intitolato Audacia.
Il testo successivo è il Discorso di fondazione dei Fasci di combattimento, uscito su Il Popolo d’Italia il giorno dopo (24 marzo 1919) l’adunata di piazza San Sepolcro e i temi portanti, oltre al combattentismo e al nazionalismo, sono quelli dell’antipolitica e della contrapposizione tra movimento e partito, al fine di proporsi come forza antisistema, pronta a scavalcare leggi ed istituzioni vigenti e ad adattarsi pragmaticamente alle esigenze contingenti. L’incoerenza pragmatica verrà poi rivendicata come valore due anni dopo, in occasione del secondo anniversario della fondazione del fascismo, quando Mussolini sul proprio giornale scriverà che i fascisti possono permettersi il lusso «di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalitari ed illegalitari a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola “di storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire» (p. XVI). Parole pronunciate, in apparenza paradossalmente, solo qualche mese prima di trasformare il fascismo in partito (PNF), abbandonando l’ideale del movimento, ma proprio perché – si potrebbe dire – le «circostanze di tempo, di luogo, di ambiente» avevano reso nel frattempo quel passaggio utile e conveniente per la conquista del potere e del governo.
L’atteggiamento antipolitico ed antisistemico diventa poi apertamente antiparlamentare ed illiberale nel cosiddetto “discorso del bivacco”, ossia il discorso parlamentare di insediamento del primo governo Mussolini (16 novembre 1922), un paio di settimane dopo la marcia su Roma. Tutto l’intervento del nuovo presidente del Consiglio trasuda disprezzo nei confronti del Parlamento, come istituzione rappresentativa e strumento di mediazione tra il popolo e il suo capo. Le parole utilizzate vanno dall’ingiuria alla minaccia, passando attraverso lo scherno. La tracotanza è quella di un uomo che si trova a guidare istituzioni di cui ha scarsa considerazione e che attende di poter oltrepassare e sopprimere, insieme agli ideali liberal-democratici in esse insiti. Che è quanto Mussolini dichiara nel successivo testo proposto da Bidussa, l’articolo pubblicato su Gerarchia nel marzo del 1923 – Forza e consenso – in cui, oltre a ribadire il primato dell’azione sulla riflessione e la legittimità del ricorso alla forza, il capo del fascismo apertis verbis rivendica la legittimità dell’abbandono e del superamento dell’idea, ritenuta inattuale ed obsoleta, di libertà. «Si sappia dunque, una volta per tutte, che il Fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà» (p. 74).
La convinzione che la libertà non sia da ritenersi un fine in sé, ma solo un mezzo e che ad essa si debbano sostituire nuovi principi quali «ordine, gerarchia, disciplina» sta alla base anche dell’analisi del pensiero politico del Machiavelli che Mussolini elabora nel 1924 sempre su Gerarchia e che Bidussa colloca alla fine del volume come Appendice. Nel Principe il duce del fascismo va alla ricerca dei presupposti del suo modo di intendere il rapporto tra Stato e cittadini, che ritiene di poter accostare a quello stabilito dal segretario fiorentino tra principe e popolo. Per prima cosa, Mussolini dichiara di condividere il pessimismo del Machiavelli riguardo alla natura umana, che nei suoi ragionamenti si trasforma in un pregiudizio sociale e politico nei confronti del popolo, di quelle masse precedentemente definite come “quantità” e “inerzia”. È lo Stato che deve imporsi sugli individui e risolvere le conflittualità delle loro relazioni atomistiche, sussumendole nella propria organizzazione superiore. Per questo Mussolini ritiene di dover prendere le distanze dalle rivoluzioni del Seicento e del Settecento, figlie del pensiero giusnaturalista e liberal-democratico, perché, a suo parere, fondate su un’idea sbagliata di popolo, che – egli scrive – è «un’entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca». Pertanto, conclude, «l’aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla» (p. 106). Sovrano è lo Stato e il “principe” che lo guida, il quale si rapporta direttamente al popolo, conducendolo, senza bisogno delle istituzioni e degli organi intermedi, propri dei sistemi rappresentativi.
Ed è quanto Mussolini lascia intendere che sarebbe accaduto con il Discorso alla Camera dei deputati del 3 gennaio 1925, quello successivo al delitto Matteotti e alla secessione dell’Aventino e con il quale si dà il via definitivo alla dittatura e al totalitarismo. Colpiscono nelle parole del duce l’arroganza e la spudoratezza con cui egli si assume la responsabilità politica, morale e storica di quanto è accaduto, ritenendosi legittimato dalla necessità di perseguire il superiore interesse del paese e degli italiani ed accusando le opposizioni aventiniane di comportamento antinazionale ed eversivo.
Bidussa infine riporta anche il Discorso di Pesaro, pubblicato da Il Popolo d’Italia il 19 agosto del 1926 e il Discorso dell’Ascensione, tenuto alla Camera dei deputati il 26 maggio del 1927. Nel primo si dà l’annuncio di quel provvedimento di politica monetaria che va sotto il nome di “Quota 90”, economicamente svantaggioso per il paese nel suo complesso, ma molto proficuo dal punto di vista propagandistico e del consenso. Come osserva Bidussa, con “Quota 90” Mussolini proclama una politica di nazionalismo e sovranismo monetari, che dichiara di voler difendere la divisa italiana – rivalutandola in realtà oltre il suo effettivo valore – nel contesto economico e monetario internazionale. Si tratta di quell’atteggiamento nazionalista e sovranista che avrebbe trovato il suo culmine nella politica autarchica di una decina di anni dopo.
Il Discorso dell’Ascensione pone le basi della politica sociale e demografica che il regime intraprende a partire dal 1927 e la parte del discorso che Bidussa riporta ha per titolo La difesa della razza. Qui il razzismo fascista si limita ancora sostanzialmente alla pars construens e cioè alle politiche di incremento demografico, di sostegno e divulgazione del modello tradizionale della famiglia prolifica; una decina di anni dopo, con la conquista dell’Etiopia e con la legislazione antisemita, si passerà anche alla pars destruens. Il ragionamento di Mussolini è funzionale all’affermazione imperialistica dell’Italia nel mondo e affinché essa sia realizzabile occorre un incremento demografico quantificato in venti milioni di italiani in circa vent’anni. Solo un popolo numeroso potrà essere forte e potrà conquistare l’impero; ma attraverso il legame posto tra politica demografica e politica di potenza passa anche la visione tradizionalista della società e maschilista della famiglia e del ruolo sociale della donna che è propria del fascismo.
Insofferenza per la riflessione teorica in politica e privilegio accordato all’azione e alla capacità d’iniziativa; disprezzo antipolitico per i partiti tradizionali e i sistemi politici rappresentativi; ricorso alla forza; antiliberalismo; interpretazione elitaria della politica ed utilizzo delle masse esclusivamente come bacino di consenso; superamento delle modalità mediate di rapporto tra popolo e istituzioni e ricorso a modalità di relazione diretta tra leader e masse; populismo; autoritarismo; nazionalismo e sovranismo; adozione di politiche demografiche per la difesa e la promozione del popolo e della sua identità. È un lungo elenco di parole, idee, concetti, slogan fascisti che fino a non molti anni fa erano per lo più esclusi dallo spazio della dicibilità politica o comunque relegati in un sottobosco politico in cui si riteneva che sarebbero stati facilmente confinati. Oggi invece le cose sono cambiate e queste parole d’ordine, questi slogan e questi proclami nuovamente risuonano attorno a noi, con una frequenza crescente ed una insistenza martellante. Si presentano declinate in forme adatte all’oggi, con sfumature e toni differenti rispetto al passato, ma rimangono uguali nella sostanza della loro venefica pericolosità. Ed è questo il “ritorno del fascismo” che deve preoccupare. Non il ritorno di esso come esperienza politica, forma di governo e regime quali si configurarono dal 1919 al 1945, in quanto il fascismo nelle sue forme storicamente determinate rimane ovviamente irripetibile, come ogni altra forma storica particolare; ma il fascismo come forma del pensare politico, sociale e civile ha invece già imboccato la via del ritorno e sembra non incontrare ostacoli capaci di arginare la forza di questa onda nera montante.
Fonte
David Bidussa, a cura di, Benito Mussolini – Me ne frego, Chiarelettere, Milano, 2019, pp.144, € 12.00L’ultimo lavoro dello storico David Bidussa, recentemente pubblicato da Chiarelettere, consiste in una breve antologia di parole mussoliniane, selezionate all’interno della vastissima diponibilità di interventi, articoli, discorsi parlamentari, comizi di piazza o altro che progressivamente saturarono, occupandoli monoliticamente, lo spazio politico e l’opinione pubblica del nostro paese in un arco di tempo di poco più breve della prima metà del secolo scorso. Bidussa sceglie solo undici esempi di retorica mussoliniana, che vanno dal 1904, quando colui che sarebbe diventato il duce del fascismo era ancora un giovane socialista romagnolo su posizioni rivoluzionarie, al 1927, momento in cui il regime si era già ampiamente consolidato e strutturato dopo la svolta totalitaria del 3 gennaio 1925.
Come risulta subito evidente, la scelta dello studioso non è quella di coprire l’intero arco dell’esperienza politica di Benito Mussolini e neppure solo quella del ventennio fascista. A questo si aggiunga poi che la selezione dei discorsi antologizzati ricade spesso su esempi molto noti – come il discorso “del bivacco”, o quello del 3 gennaio ’25, o quello di “Quota 90” – perché l’intento che sottende il lavoro di Bidussa non è di proporre all’attenzione degli specialisti, spulciando tra i fiumi di parole pronunciate dal dittatore, nuove prospettive di lettura di qualche aspetto del fascismo meno approfondito di altri, bensì quello di mostrare, attraverso un libro agile e di semplice lettura, quanto la “parola” – declamata, urlata, in un qualsiasi modo comunicata al popolo dal leader carismatico – sia stata fondamentale per la costruzione del regime e come molte di queste “parole” ancora oggi siano in circolo – o abbiano ripreso a circolare – nel corpo fragile e frastornato del nostro paese.
Come ricorda Bidussa nella Prefazione (Vocabolario italiano) che introduce questa curatela, Claudio Pavone ha dedicato buona parte dei suoi sforzi di ricercatore e storico all’argomentazione della tesi secondo la quale al momento del cruciale passaggio del 1945 sia stata la “continuità” dello Stato – ovvero la conservazione di apparati, organi e strutture dell’Italia fascista – a prevalere nettamente sulla “discontinuità”, sulla rottura innovatrice auspicata e prospettata dalla Resistenza, soprattutto dalla sua componente più rivoluzionaria e, osserva Bidussa, «Uno dei campi dove misurare questa lunga continuità è il linguaggio, e anche alcune idee strutturali del modo di pensare il rapporto tra “Io individuale” e “Noi collettivo”» (p. XI). Molte delle parole d’ordine, degli slogan e delle espressioni che il fascismo coniò ex novo, o che a sua volta riprese dal linguaggio e dall’immaginario della trincea, del futurismo e del dannunzianesimo, divennero parte integrante del vocabolario italiano e ancora oggi lo sono, spesso in maniera implicita, inconsapevole o latente e gli sviluppi della profonda crisi politica in cui ormai da decenni è precipitato il paese predispongono le condizioni migliori per il loro ritorno in auge.
Ma le parole si riferiscono a concetti, evocano immagini, esprimono idee, risvegliano i ragionamenti e i nessi logici che le hanno prodotte e pertanto – spiega Bidussa – «se pure il problema non è che il fascismo stia tornando, quelle parole, con il loro carico di immaginario, sono tornate a circolare nella nostra mente e spesso nel nostro linguaggio parlato. Cioè sono tornate a essere “parole gridate” e non più solo “parole sussurrate”. E la forza del grido, se senza contrasto, le rende “parole ammesse”. Ovvero “legittime”» (p. VIII). La parola fascista prevale sul pensiero, in un certo senso lo fonda, allo stesso modo in cui per Mussolini sempre l’atto si impone sulla riflessione: in politica quel che conta è l’iniziativa, l’agire ben più dell’elaborazione teorica. Certamente questa convinzione trova nell’esperienza della trincea e nell’interventismo, propedeutici al fascismo, un humus fertile di cui nutrirsi, ma in realtà essa è componente fondamentale del modo di intendere la politica anche del giovane Mussolini socialista. Il gesto, il proclama, la manifestazione di volontà, la parola amplificata ed estesa dalle potenzialità tecniche degli strumenti comunicativi: sono tutte componenti della fascista estetizzazione della politica definita da Benjamin.
Gli undici testi proposti sono ordinati cronologicamente, a parte l’ultimo, posto come Appendice; i primi quattro appartengono al periodo prefascista di Mussolini, i rimanenti vanno dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento, nel 1919, al discorso dell’Ascensione, del 1927, in cui vengono poste le basi della politica demografica, che poi evolverà nella politica razziale. Si tratta di discorsi e scritti che potrebbero essere osservati da molteplici punti di vista ed analizzati su diversi piani e che Bidussa presenta, corredandoli con un breve commento introduttivo, per individuare e mettere a fuoco alcune categorie o concetti (im)politici che oggi, nuovamente, in un momento in cui i sistemi liberal-democratici e rappresentativi annaspano sotto il peso delle loro contraddizioni e dei loro limiti, hanno riacquistato legittimità politica, dando voce alla crescente fascinazione per scorciatoie politiche di tipo populistico ed autoritario.
Nell’articolo (La teppa) del 1904, pubblicato su Avanguardia socialista, l’allora ventunenne Mussolini esprime già quella indifferenza per le teorie politiche, per il rigore teorico, che accentuerà negli anni e decenni successivi. Ciò che conta è agire, prendere l’iniziativa e a questo può servire la teppa che dà il titolo al pezzo, che – giova ricordarlo – è datato 10 dicembre, vale a dire un mese dopo le elezioni politiche del 1904, quelle successive al primo sciopero generale della storia d’Italia. Ma Mussolini distingue poi tra la «teppa autentica che vegeta nei bassifondi della grandi città» (p. 4) e per la quale manifesta un malcelato disprezzo – poiché politicamente inconsapevole e buona pertanto solo per dare il via allo scontro rivoluzionario – e quello che definisce come «agitato oceano proletario», rispetto al quale la teppa è come la schiuma delle onde, che presto si disperde. Comincia a prendere forma una visione elitaria dell’azione politica, che si accentuerà esponenzialmente con il passaggio dal socialismo al fascismo e per la quale le masse sono un mezzo e non un fine. I termini che ricorrono più frequentemente in questo breve articolo sono «forza» e «violenza», che Mussolini contrappone alla «prosa sonora (sonora perché vuota)» (p. 4) degli ideologi e degli idealisti, tra i quali rientrano anche i socialisti riformisti.
Dieci anni dopo, nell’articolo uscito sull’Avanti! il 15 febbraio 1914 e che riassume la conferenza, dal titolo Il valore storico del socialismo, tenuta una settimana prima a Firenze, Mussolini prima espone, con modalità così didascaliche da risultare banali, i presupposti teorici del socialismo e poi passa all’individuazione dei fini e dei mezzi del socialismo rivoluzionario. Dopo aver denunciato l’inefficacia del principio riformista della conquista per via elettorale della maggioranza parlamentare – «C’è chi vuole aspettare per fare la rivoluzione la maggioranza assoluta» (p. 23) – esprime in modo inequivocabile posizioni di avanguardismo ed elitismo politici, affermando che «la massa è quantità, è inerzia. La massa è statica; le minoranze sono dinamiche» (p. 23). Nel rapporto tra masse e partito (in seguito sarà il rapporto tra popolo e leader carismatico), tra maggioranza e minoranze, alle seconde spetta un compito quasi demiurgico, alla prima solo quello di fornire consenso.
Queste idee subiscono un’ulteriore accentuazione qualche mese più tardi, nell’articolo – sempre pubblicato sull’Avanti! il 18 ottobre 1914 – che segna l’abbandono delle posizioni neutraliste del PSI e che prelude all’allontanamento dal giornale e dal partito di Mussolini, che qui elabora il concetto della “neutralità attiva ed operante” da contrapporre alla “neutralità assoluta”, ormai considerata una posizione sterile, improduttiva e destinata e relegare il partito ed il paese ai margini della realtà e del flusso della storia. Per Mussolini l’unico modo per essere protagonisti e non solo spettatori di quel che accade è muoversi nella stessa direzione verso cui la storia sembra tendere. L’intervento italiano può accorciare il conflitto e condurre alla costruzione di un nuovo assetto internazionale. Si percepisce nelle parole di Mussolini una sorta di smania di partecipare, di frenesia di essere protagonisti, di insofferenza per le riflessioni politiche e le elaborazioni teoriche del partito. A questo si aggiunga che alle considerazioni politiche, seppur un po’ sgangherate, di stampo classista degli anni precedenti si è ormai quasi completamente sostituito il nazionalismo interventista, come risulta evidente anche dal testo successivo, vale a dire il primo editoriale de Il popolo d’Italia del 15 novembre 1914, intitolato Audacia.
Il testo successivo è il Discorso di fondazione dei Fasci di combattimento, uscito su Il Popolo d’Italia il giorno dopo (24 marzo 1919) l’adunata di piazza San Sepolcro e i temi portanti, oltre al combattentismo e al nazionalismo, sono quelli dell’antipolitica e della contrapposizione tra movimento e partito, al fine di proporsi come forza antisistema, pronta a scavalcare leggi ed istituzioni vigenti e ad adattarsi pragmaticamente alle esigenze contingenti. L’incoerenza pragmatica verrà poi rivendicata come valore due anni dopo, in occasione del secondo anniversario della fondazione del fascismo, quando Mussolini sul proprio giornale scriverà che i fascisti possono permettersi il lusso «di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalitari ed illegalitari a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola “di storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire» (p. XVI). Parole pronunciate, in apparenza paradossalmente, solo qualche mese prima di trasformare il fascismo in partito (PNF), abbandonando l’ideale del movimento, ma proprio perché – si potrebbe dire – le «circostanze di tempo, di luogo, di ambiente» avevano reso nel frattempo quel passaggio utile e conveniente per la conquista del potere e del governo.
L’atteggiamento antipolitico ed antisistemico diventa poi apertamente antiparlamentare ed illiberale nel cosiddetto “discorso del bivacco”, ossia il discorso parlamentare di insediamento del primo governo Mussolini (16 novembre 1922), un paio di settimane dopo la marcia su Roma. Tutto l’intervento del nuovo presidente del Consiglio trasuda disprezzo nei confronti del Parlamento, come istituzione rappresentativa e strumento di mediazione tra il popolo e il suo capo. Le parole utilizzate vanno dall’ingiuria alla minaccia, passando attraverso lo scherno. La tracotanza è quella di un uomo che si trova a guidare istituzioni di cui ha scarsa considerazione e che attende di poter oltrepassare e sopprimere, insieme agli ideali liberal-democratici in esse insiti. Che è quanto Mussolini dichiara nel successivo testo proposto da Bidussa, l’articolo pubblicato su Gerarchia nel marzo del 1923 – Forza e consenso – in cui, oltre a ribadire il primato dell’azione sulla riflessione e la legittimità del ricorso alla forza, il capo del fascismo apertis verbis rivendica la legittimità dell’abbandono e del superamento dell’idea, ritenuta inattuale ed obsoleta, di libertà. «Si sappia dunque, una volta per tutte, che il Fascismo non conosce idoli, non adora feticci: è già passato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a passare sul corpo più o meno decomposto della Dea Libertà» (p. 74).
La convinzione che la libertà non sia da ritenersi un fine in sé, ma solo un mezzo e che ad essa si debbano sostituire nuovi principi quali «ordine, gerarchia, disciplina» sta alla base anche dell’analisi del pensiero politico del Machiavelli che Mussolini elabora nel 1924 sempre su Gerarchia e che Bidussa colloca alla fine del volume come Appendice. Nel Principe il duce del fascismo va alla ricerca dei presupposti del suo modo di intendere il rapporto tra Stato e cittadini, che ritiene di poter accostare a quello stabilito dal segretario fiorentino tra principe e popolo. Per prima cosa, Mussolini dichiara di condividere il pessimismo del Machiavelli riguardo alla natura umana, che nei suoi ragionamenti si trasforma in un pregiudizio sociale e politico nei confronti del popolo, di quelle masse precedentemente definite come “quantità” e “inerzia”. È lo Stato che deve imporsi sugli individui e risolvere le conflittualità delle loro relazioni atomistiche, sussumendole nella propria organizzazione superiore. Per questo Mussolini ritiene di dover prendere le distanze dalle rivoluzioni del Seicento e del Settecento, figlie del pensiero giusnaturalista e liberal-democratico, perché, a suo parere, fondate su un’idea sbagliata di popolo, che – egli scrive – è «un’entità meramente astratta, come entità politica. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca». Pertanto, conclude, «l’aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla» (p. 106). Sovrano è lo Stato e il “principe” che lo guida, il quale si rapporta direttamente al popolo, conducendolo, senza bisogno delle istituzioni e degli organi intermedi, propri dei sistemi rappresentativi.
Ed è quanto Mussolini lascia intendere che sarebbe accaduto con il Discorso alla Camera dei deputati del 3 gennaio 1925, quello successivo al delitto Matteotti e alla secessione dell’Aventino e con il quale si dà il via definitivo alla dittatura e al totalitarismo. Colpiscono nelle parole del duce l’arroganza e la spudoratezza con cui egli si assume la responsabilità politica, morale e storica di quanto è accaduto, ritenendosi legittimato dalla necessità di perseguire il superiore interesse del paese e degli italiani ed accusando le opposizioni aventiniane di comportamento antinazionale ed eversivo.
Bidussa infine riporta anche il Discorso di Pesaro, pubblicato da Il Popolo d’Italia il 19 agosto del 1926 e il Discorso dell’Ascensione, tenuto alla Camera dei deputati il 26 maggio del 1927. Nel primo si dà l’annuncio di quel provvedimento di politica monetaria che va sotto il nome di “Quota 90”, economicamente svantaggioso per il paese nel suo complesso, ma molto proficuo dal punto di vista propagandistico e del consenso. Come osserva Bidussa, con “Quota 90” Mussolini proclama una politica di nazionalismo e sovranismo monetari, che dichiara di voler difendere la divisa italiana – rivalutandola in realtà oltre il suo effettivo valore – nel contesto economico e monetario internazionale. Si tratta di quell’atteggiamento nazionalista e sovranista che avrebbe trovato il suo culmine nella politica autarchica di una decina di anni dopo.
Il Discorso dell’Ascensione pone le basi della politica sociale e demografica che il regime intraprende a partire dal 1927 e la parte del discorso che Bidussa riporta ha per titolo La difesa della razza. Qui il razzismo fascista si limita ancora sostanzialmente alla pars construens e cioè alle politiche di incremento demografico, di sostegno e divulgazione del modello tradizionale della famiglia prolifica; una decina di anni dopo, con la conquista dell’Etiopia e con la legislazione antisemita, si passerà anche alla pars destruens. Il ragionamento di Mussolini è funzionale all’affermazione imperialistica dell’Italia nel mondo e affinché essa sia realizzabile occorre un incremento demografico quantificato in venti milioni di italiani in circa vent’anni. Solo un popolo numeroso potrà essere forte e potrà conquistare l’impero; ma attraverso il legame posto tra politica demografica e politica di potenza passa anche la visione tradizionalista della società e maschilista della famiglia e del ruolo sociale della donna che è propria del fascismo.
Insofferenza per la riflessione teorica in politica e privilegio accordato all’azione e alla capacità d’iniziativa; disprezzo antipolitico per i partiti tradizionali e i sistemi politici rappresentativi; ricorso alla forza; antiliberalismo; interpretazione elitaria della politica ed utilizzo delle masse esclusivamente come bacino di consenso; superamento delle modalità mediate di rapporto tra popolo e istituzioni e ricorso a modalità di relazione diretta tra leader e masse; populismo; autoritarismo; nazionalismo e sovranismo; adozione di politiche demografiche per la difesa e la promozione del popolo e della sua identità. È un lungo elenco di parole, idee, concetti, slogan fascisti che fino a non molti anni fa erano per lo più esclusi dallo spazio della dicibilità politica o comunque relegati in un sottobosco politico in cui si riteneva che sarebbero stati facilmente confinati. Oggi invece le cose sono cambiate e queste parole d’ordine, questi slogan e questi proclami nuovamente risuonano attorno a noi, con una frequenza crescente ed una insistenza martellante. Si presentano declinate in forme adatte all’oggi, con sfumature e toni differenti rispetto al passato, ma rimangono uguali nella sostanza della loro venefica pericolosità. Ed è questo il “ritorno del fascismo” che deve preoccupare. Non il ritorno di esso come esperienza politica, forma di governo e regime quali si configurarono dal 1919 al 1945, in quanto il fascismo nelle sue forme storicamente determinate rimane ovviamente irripetibile, come ogni altra forma storica particolare; ma il fascismo come forma del pensare politico, sociale e civile ha invece già imboccato la via del ritorno e sembra non incontrare ostacoli capaci di arginare la forza di questa onda nera montante.
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