Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/11/2020

La via populista al totalitarismo

di Gioacchino Toni

«Solo oggi il totalitarismo è possibile. Fascismo e Nazismo sono esempi storici di totalitarismo imperfetto a causa di invalicabili limiti tecnici, non surrogabili dalle grandi adunate e dalle fiaccolate notturne. Solo oggi, con l’elettronica applicata e il controllo capillare dei singoli individui, il totalitarismo è praticabile». Così si esprime Franco Ferrarotti nell’intervista pubblicata in coda al volume di Anna Camaiti Hostert, Enzo Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto (Mimesis, 2020). L’affermazione del sociologo tocca una delle questioni su cui riflettono anche gli autori del testo che, attraverso il confronto tra Trump e Mussolini evidenziano elementi utili alla lettura delle nuove forme di potere che contraddistinguono una contemporaneità ormai espansa sul web e da questo ridefinita.

Sebbene il paragone tra le due figure proposto dagli autori appaia a volte un po’ azzardato ed altre estendibile anche a personalità politiche meno discusse, tale confronto ha il merito di evidenziare alcune analogie tra i primi decenni del Novecento e quelli del nuovo millennio. In entrambi i peridi storici, sostengono Camaiti Hostert e Cicchino, la crisi e il diffuso senso di disorientamento determinato dai cambiamenti si danno in un contesto di affermazione di nuovi poteri con l’annessa proliferazione di populismi e relativa individuazione di carpi espiatori contro cui indirizzare il malessere diffuso. Insieme all’angoscia suscitata dal crollo di vecchie certezze, come spesso accade, fanno capolino sulla scena “uomini forti” che promettono protezione da quegli stessi cambiamenti di cui in realtà sono essi stessi il prodotto.

Elementi di affinità tra il clima politico che apre il secolo scorso e quello che caratterizza l’inizio del nuovo millennio non mancano nemmeno restando all’interno del solo ambito americano. Se in apertura di Novecento gli Stati Uniti si prodigano in un inasprimento delle leggi sull’emigrazione, agitano un primo spauracchio del comunismo, e presentano fenomeni populisti, analogamente il periodo che precede il successo elettorale di Trump mostra una crescente ostilità nei confronti dell’immigrazione, sopratutto tra le classi lavoratrici bianche, e un ritorno sulla scena del populismo.

Jan-Werner Müller definisce il populismo come «una particolare visione moralistica della politica, un modo di percepire il mondo politico che oppone un popolo moralmente puro e completamente unificato – ma, direi, fondamento immaginario – a delle élite corrotte o in qualche altro modo moralmente inferiori. Essere critici nei confronti di tali caste è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere considerato populista […]. La rivendicazione di fondo del populismo è dunque una forma moralizzata di antipluralismo. […] Il populismo prevede un’argomentazione pars pro toto e la rivendicazione di una rappresentanza esclusiva, entrambe intese in senso morale, anziché empirico»[1].

Il web sembra oggi poter offrire ai leader populisti la possibilità di attuare una relazione, almeno apparentemente, diretta con i propri seguaci, dunque di costruire una sorta di carisma digitale. I leader carismatici contemporanei tendono a prescindere dal supporto dei partiti strutturati, o almeno tentano di celarlo il più possibile, sfruttando quell’immagine anti-establishment resa necessaria dall’impresentabilità delle formazioni politiche tradizionali. Scrive a tal proposito Alessandro Dal Lago che «questi leader neo-carismatici tenderanno a rafforzare i rapporti con il loro pubblico e quindi a perseguire politiche neo-nazionalistiche, protezionistiche in economia e ostili agli stranieri. Visto in questa prospettiva il populismo digitale è dilagante [e] capace di assorbire le istanze sociali che sono state deluse dai processi di globalizzazione e di dislocazione della forza lavoro verso la periferia del mondo»[2].

Tra i motivi del consenso che Trump ha saputo conquistare tra l’elettorato bianco popolare vi è sicuramente la sua promessa di salvaguardare i posti di lavoro dall’invasione degli immigrati, proponendosi come argine di conservazione di certezze in via di dissoluzione. Il successo di Trump non è stato cancellato nemmeno dalla recente vittoria di Biden, a differenza di quello che avevano previsto tanti spocchiosi “osservatori”, che guardano agli Stati Uniti dalle finestre degli hotel delle grandi città o dai talk show televisivi, incapaci di comprendere come, in questo ultimo caso, più che il triste spettacolo in sé occorra analizzare gli occhi di chi lo osserva.

La demonizzazione degli immigrati, il disprezzo per le istituzioni democratiche a cui ama ricorrere Trump, uniti al narcisismo, all’agire d’impulso, allo scaricare chiunque lo offuschi o lo contraddica, all’abilità nello sfruttare i mass media, al ricorso ad affermazioni infondate e al presentarsi come un messia in grado di “salvare” il suo paese tanto dai nemici esterni quanto dall’establishment di casa, richiamano fenomeni dittatoriali degli anni Venti e Trenta del secolo scorso.

Ripreso dagli autori del volume, Alan Badiou[3], nello spiegare il successo trumpiano nel momento storico presente, ritiene debbano essere presi in considerazione soprattutto: l’assolutismo globalizzato del capitalismo, la crisi della politica delle élite borghesi, il generalizzato stato confusionale e di frustrazione e l’assenza di una strategia alternativa. Da ciò deriverebbe quel diffuso convincimento circa l’immodificabilità di uno status quo caratterizzato da un’estrema concertazione della ricchezza, dall’impossibilità di garantire la sopravvivenza a quanti la cercano migrando: in sostanza la persuasione della mancanza di un’alternativa alla distruzione generalizzata operata del capitalismo globalizzato.
Da ciò deriva che le élite politiche vengono irrimediabilmente compromesse e perdono il controllo. Così proliferano ovunque, nell’ambito delle democrazie occidentali, politici che costituiscono una “esteriorità interna”. Usano linguaggi violenti, demagogici e contraddittori con il fine di creare flussi di emotività che si coagulano in unità artificiali. La gente nei momenti di crisi viene infatti magnetizzata da promesse irrazionali e spesso irrealizzabili che a volte si basano su un passato mitico e impossibile da recuperare. Nasce così quello che Badiou definisce il “fascismo democratico” che contrabbanda per nuove, vecchie idee come il nazionalismo, il razzismo, il colonialismo, il sessismo e le coagula in un pastiche dove vecchio e nuovo coesistono senza criteri razionali. A differenza del fascismo vero però, quello nuovo non ha un antagonista fisico come il comunismo e non ha neanche specifiche organizzazioni che si costruiscono attorno al capo. È comunque un fenomeno interno al sistema dominante che per Badiou si concentra sulla sacralità della proprietà privata[4].
Ad indurre gli autori di Trump e moschetto a mettere a confronto il figlio di un ricchissimo immobiliarista americano con il figlio di un fabbro romagnolo, personaggi che hanno conquistato il potere politico a quasi un secolo di distanza e in due contesti inevitabilmente diversi, è il fatto che lo statunitense sembra avere visto nell’italiano il modello a cui ispirarsi.
Estremi lontani vicinissimi. Mussolini. Trump. Due vincoli nella storia. Letti come contemporanei, con lo stesso filo emotivo. Entrambi uomini di inizio. Primi del novecento Roma. Primi anni duemila Washington. Motori ambedue di violenza, diretta del sangue l’uno, e indiretta verbale di incitazione alla prevaricazione l’altro. Scalcinate file di marciatori nel film del ’22 per Benito, stadi assiepati di folla votante per Donald. Volti, sorrisi, occhi, mani, corpi urlanti, adoranti. Sono uomini o solo pedine di una gigantesca partita di scacchi? I primi marciano contro l’intera classe liberale e socialista italiana responsabile della “vittoria mutilata”. I secondi contro l’establishment democratico di uno stato in crisi che mina gli interessi del popolo statunitense. Di qua i sopravvissuti della Grande Guerra. Di là coloro passati per la tragedia dell’11 settembre 2001, un vulnus irreversibile che qualcuno ha detto essere ancora più profondo di quello della Seconda guerra mondiale[5].
Gli anni Venti del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio sono accomunati da un’analoga incapacità da parte della politica tradizionale di rapportarsi con i bisogni sociali emergenti derivati dal senso di insicurezza determinato dalla disoccupazione, dalla precarietà lavorativa e dall’instabilità sociale. Secondo gli autori si possono trovare analogie tra la retorica della “vittoria mutilata” utilizzata nell’Italia degli anni Venti e l’abilità con cui il trumpismo ha saputo far breccia nell’immaginario sfruttando la crisi della “rust belt”, delle vecchie industrie con annessa dequalificazione della mano d’opera specializzata.

Clarence Page, editorialista del “Chicago Tribune”, ha messo in relazione la messa in onda della serie televisiva The People Vs. O.J. Simpson. American Crime Story del 2016 e la campagna elettorale che ha portato Trump alla casa bianca, sostenendo che in entrambi i casi si può parlare di dispute tra “narrative” di intrattenimento[6].

La “narrativa”, sostiene Page, ha un ruolo determinante nella vittoria elettorale e la ricerca del consenso può essere ottenuta ricorrendo a strategie da reality show date in pasto a un pubblico avido di essere intrattenuto: occorre dire qualcosa di scandaloso per poi, mentre tutti ne stanno ancora discutendo, rilanciare con una nuova affermazione scioccante. Ai seguaci spetta il compito di costruire sui social network una comunità di sostengo impenetrabile da ogni altra informazione discordante. Quando serve riconquistare il centro della scena si ricomincia da capo rimettendo in moto il meccanismo. Tutto sommato è così che funziona un reality show, e con esso buona parte dell’entertainment della tv generalista contemporanea, e questo può essere un meccanismo replicabile in una campagna votata alla ricerca del consenso.

L’affarista Trump si è mostrato indubbiamente abile nell’imbastire una narrativa capace di accaparrarsi consenso attraverso forme di intrattenimento.
Se i fascisti per innalzare il muro contro il pericolo bolscevico bruciano bandiere rosse e camere del lavoro, Trump ed i suoi trumpieri innalzano la dura retorica anti islamica ed anti ispanica al suono di: “Impediremo ai musulmani di entrare negli Stati Uniti” e “Costruiremo un muro con il Messico”, precisando che quest’ultimo lo dovrà pagare il governo messicano. Simile a Mussolini la diffidenza di Trump nei confronti dei politici di professione, dell’establishment: hanno ridotto il paese in condizioni disgraziate. I liberal, quelli che rispettano la political correctness, hanno interdetto un paese che non riconosce più se stesso, tanto ha paura di dire o fare cose sbagliate, secondo Trump. E non tratta meglio il partito repubblicano per cui dovrebbe candidarsi: i suoi membri, inetti! E proclama: “Finalmente, la maggioranza silenziosa è tornata ed avrà la sua voce: me!”[7].

Si fanno promesse che si sa già non potranno essere mantenute, solo per rassicurare un bacino elettorale sicuro di niente, ma solo di essere stato trascurato da tutte le altre forze politiche. Ad esso ci si rivolge cercando di creare processi identificativi inesistenti, facendo credere di essere parte della massa, seppure in entrambi i casi i due leader politici facciano parte di un’élite che niente ha a che vedere con i derelitti e i poveri.[8]
Agli slogan di successo di Barack Obama “Hope” e “Yes we can”, Trump ha risposto con il suo “Make America great again”, ottenendo le simpatie di tanti elettori americani che si sentono trascurati, se non addirittura abbandonati dall’establishment del Partito democratico. Trump ricorre a una violenza verbale insolita per un candidato alle presidenziali, parole che non mancano di incitare alla violenza fisica ed i media, anche quando intendono metterlo alla berlina o accusarlo, nei fatti finiscono per fare da grancassa a tutte le sue dichiarazioni.

Al di là della brutalità trumpiana descritta dal volume, occorrere chiedersi se esista una modalità sostanzialmente diversa di utilizzare i social all’interno di un sistema tecnologico-mediatico sempre più indirizzato a sorvegliare e indirizzare i comportamenti degli esseri umani come ha descritto Shoshana Zuboff[9]. I metodi “più gentili” di usare i media e i social degli Obama, dei Clinton e dei Biden sono forse nella sostanza meno falsi e demagogici?

A proposito del ricorso ai Big data da parte della politica contemporanea, gli autori riprendendo le analisi di Eitan D. Hersh[10] ricordano come oggi si ricorra all’analisi dei dati tanto per indirizzare gli elettori quanto per costruire su di essi una retorica che strizza l’occhio alla pancia popolare. Indubbiamente, a differenza del passato, questa pancia può ora essere indagata in maniera molto più approfondita grazie a quell’ammontare dei dati raccolti dai colossi del web.

L’ambizione a quel “totalitarismo perfetto” a cui fa cenno il sociologo Ferrarotti nell’intervista – citata in apertura di questo scritto – sembra propria di un intero sistema capace, da sempre, di indossare tanto la maschera anti-establishment di personaggi sguaiati e sanguigni, quanto quella presentabile di politici più posati e controllati. Quella esplicitamente populista, verrebbe da dire, sembrerebbe essere una delle vie che mirano al totalitarismo (più o meno perfetto).

Note:

1) Jan-Werner Müller, Cos’è il populismo, Egea, Milano, 2017.

2) Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, p. 22. Qua su “Carmilla”.

3) A. Badiou, Trump o del fascismo democratico, Meltemi, Milano, 2019.

4) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto. Immagini, fake news e mass media: armi di due populisti a confronto, Mimesis, Milano-Udine, 2020, p. 14.

5) Ivi, pp. 16-17.

6) C. Page, What the O.J. Simpson trial and Donald Trump have in common, “Chicago Tribune”, 18 marzo 2016.

7) A. Camaiti Hostert, E. Antonio Cicchino, Trump e moschetto, op. cit., p. 47.

8) Ivi, pp. 56-57.

9) S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il Futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019. Qua su “Carmilla”.

10) E. D. Hersh, Hacking the Electorate: How Campaigns Perceive Voters, Cambridge University Press, Cambridge,2015.

Fonte

23/11/2019

Il totalitarismo tedesco occidentale... Chi l’ha visto?

“Nella DDR c’erano 71mila cittadini controllati dai servizi segreti della BDR. […] Dal 1956 al 2012 sono stato sottoposto a sorveglianza dai servizi della Repubblica Federale tedesca. Ho intentato una causa contro il governo federale per avere accesso agli atti che mi riguardavano, ma questo accesso mi è stato negato […]. Quelli che ho chiesto sono considerati atti che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza dello stato federale, quindi io non ho diritto di sapere cosa abbiano fatto nei miei confronti. Questo, però, sta a testimoniare una cosa importante: che la lotta di classe è tuttora in atto. I servizi segreti di ieri sono gli stessi di oggi, dunque la lotta di classe non è per niente finita“.

Così Hans Modrow, ultimo Premier della Repubblica democratica tedesca (DDR), in una sala stracolma di gente, qualche giorno fa, a Milano.

Ascoltavo la sua versione dei fatti – che difficilmente vi capiterà di sentire – i suoi ricordi di uomo dell’Est e le sue valutazioni sulla Perestroika di Michail Gorbacev (l’ultimo segretario del Partito comunista sovietico. Personalmente lo ricordo immortalato in una pubblicità di Luis Vuitton mentre percorre in auto il muro di Berlino; accanto a lui, sul sedile, l’irrinunciabile borsa del noto marchio. Che razza di fine. D’altronde, aveva già vinto il Nobel per la Pace).

Be’, mentre lo ascoltavo ripensavo a film come “Ninotchka” o “Le vite degli altri” – dai più vecchi ai più recenti – e a tutti i racconti del terrore che dall’asilo alla laurea mi sono stati propinati sulla vita Oltrecortina. Da piccola me l’immaginavo come un mondo dalle tonalità grigio-seppia, con file interminabili anche per bere un caffè al bar, dove praticamente non esisteva l’estate e dove venivi spiato perfino dalle tue mutande. Insomma: un incubo orwelliano infeltrito e monocromatico, che d’altronde Orwell – anticomunista col turbo – aveva creato proprio pensando alla raccapricciante Unione Sovietica.

(È poi un dettaglio che se da un lato ci indottrinavano a odiare la parola “comunismo”, dall’altro venivamo colonizzati dalla fluorescente, morbidissima cultura statunitense: dai telefilm agli hamburger, era tutto uno sprizzare gioia e ottimismo, un’esplosione di bene che vince sul male e di godimento inesauribile e senza controindicazioni. Chi l’avrebbe mai detto, che dopo le abbuffate degli anni '80 sarebbero arrivati i co.co.co, le partite iva a 800 euro al mese e la caparra dell’affitto pagata con la pensione di nonna?)

Be’, insomma: chissà che direbbe oggi, Orwell, del mondo in cui viviamo, del trionfo di libertà e democrazia in cui nuotiamo. Chissà che direbbe, della narrazione dei fatti bidimensionale propagandata nelle scuole, di ogni ordine e grado; della superficialità e ignoranza degli editorialisti, delle immense porzioni di etere concesse a pennivendoli e storici da strapazzo, che sulla Caduta del Muro di Berlino si sono avventati come avvoltoi inferociti. Chissà che direbbe di intere generazioni di giovani sacrificati al dio consumo, che aspirano al massimo a comprare l’ultimo iphone al centro commerciale costruito sotto casa cinque anni fa.

Probabilmente gli piacerebbe il “mondo libero”, che ha vinto sulla rivoluzione socialista. Anche se – ironia del caso – questo “mondo libero” somiglia sempre più al suo 1984.

Io credo che la vera forza di un totalitarismo stia nella sua normalità; nella capacità di plasmare i pensieri, i desideri, i ricordi – perfino i significati delle parole – con un’azione delicata ma costante, quotidiana, incessante. Una pressione leggera, una specie di goccia in testa. Sulla testa di persone che mentre la goccia scava continuano a sentirsi il capo asciutto, intatto.

Chi vive dentro un totalitarismo – insomma – non sa di viverci. Fossimo noi, quegli sventurati?

Fonte

24/09/2019

“Totalitarismo”, triste storia di un non-concetto

Con la mozione approvata il 19 di settembre, il Parlamento Europeo torna ad utilizzare il concetto di totalitarismo per giungere ad un’antistorica e inconcepibile equiparazione tra nazismo e comunismo, con una curiosa dimenticanza del fascismo. Curiosa perché la distinzione tra fascismo e nazismo è stata fin qui presente solo nel dibattito politico e storiografico italiano, visto che nel panorama mondiale si è sempre parlato normalmente di “fascismo” sia per indicare il regime di Mussolini che quello hitleriano.

Distinzione non innocente, come sappiamo, perché ha permesso di dipingere ex post il fascismo italiano come una “variabile pacioccona” di un regime sanguinario ovunque sia esistito.

Basterebbe vedere la firma sotto la mozione dei parlamentari di Fratelli d’Italia per capire che c’è qualcosa che non va: ma come, gli eredi diretti del Movimento Sociale Italiano (Msi), del boia Almirante e dell’ideologia mussoliniana, accettano di condannare… il nazismo! Opportunamente, e vigliaccamente, il testo della “mozione europea” quasi non nomina affatto il fascismo. Giusto un paio di volte, in fondo, ma solo come generico pericolo associato al razzismo.

Insomma, con un po’ di “condimento” furbesco anche i fascisti nostalgici possono fare la parte dei “democratici europeisti” e scrollarsi di dosso il marchio internazionale dell’infamia.

Per restituire un po’ di senso a un dibattito altrimenti deviato dal revisionismo storico più indecente, ci sembra utile riproporre l’articolo con cui Vladimiro Giacché spiegava qualche anno fa perché il “totalitarismo” è un concetto inventato, ma utilizzato proprio per equiparare nazismo e comunismo.

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“Totalitarismo”, triste storia di un non-concetto

Come le guerre di Bush, anche il lessico ideologico contemporaneo è animato dalla lotta tra il Bene e il Male. Una lotta sanguinosa che vede contrapposti ai nostri alleati, “Mercato”, “Democrazia” e “Sicurezza”, due nemici mortali: “Terrorismo” e “Totalitarismo” – tra loro complici, e sempre meno distinguibili l’uno dall’altro. Come è logico, l’esecrazione generale circonda questi due tristi figuri. L’appellativo di “Totalitario”, in particolare, è decisamente tra gli insulti più in voga.

Di “atteggiamento totalitario” è stato recentemente accusato il ministro brasiliano per la cultura Gilberto Gil da Caetano Veloso, nel corso di una polemica sulla distribuzione di fondi pubblici. “Tipica di uno stato totalitario” è secondo Vittorio Feltri la (sacrosanta) decisione del Prc di espellere un consigliere comunale che prima ha difeso il diritto di Di Canio di fare il saluto fascista, poi lo ha imitato a beneficio del fotografo di un giornale locale. E “totalitario” è ovviamente anche ogni oppositore di Berlusconi che venga sorpreso a pronunciare con tono di rimprovero le tre parole “conflitto di interessi”.

Si tratta di usi grotteschi del termine, ma a loro modo significativi.

Ancora più significativo è l’uso del termine da parte dell’ex direttore della Cia James Woolsey: il quale ha recentemente affermato che “una stessa guerra” contrappone oggi gli Usa a “tre movimenti totalitari, un po’ come avveniva nel secondo conflitto mondiale”. I tre “movimenti totalitari” sarebbero rappresentati dal baathismo (sunniti iracheni e Siria), dagli “sciiti islamisti jihadisti” (appoggiati dall’Iran e legati agli hezbollah libanesi) e dagli “islamisti jihadisti di matrice sunnita” (ossia “i gruppi terroristici come al Qaida”) [intervista a Borsa & Finanza, 5.11.2005]. Un dubbio sorge spontaneo: che cosa diavolo hanno in comune oggi un nazionalista arabo laico, un fondamentalista islamico sciita e uno sunnita?

Praticamente nulla. Eccetto una cosa: il fatto di opporsi agli Stati Uniti.

“Totalitario”, insomma, è chi si oppone all’Occidente, e più precisamente agli Usa.

Niente di nuovo, in verità: le cose stanno così da più di 50 anni. La fortuna del concetto di “totalitarismo” nasce infatti nell’immediato dopoguerra, e si spiega con la necessità politica di accomunare i regimi comunisti, che rappresentavano adesso il nuovo Nemico dell’Occidente, al regime nazista appena sconfitto. A posteriori, non possiamo che constatare il pieno successo di questa operazione. Che però ha conosciuto diverse fasi.

Fase 1: “nazismo = stalinismo” (H. Arendt)

La fortuna di questa identificazione si deve in buona parte a Le origini del totalitarismo [Einaudi, Torino 2004] di Hannah Arendt. In questo libro, uscito in prima edizione nel 1951, la Arendt identifica i “sistemi nazista e staliniano” come due “variazioni dello stesso modello” politico: un modello che tende al “dominio totale” sulle persone, ed al “dominio globale” a livello planetario [pp. LXIV e LXI, 539, 569]. Gli elementi essenziali del totalitarismo sono l'”ideologia”, intesa come una chiave assoluta di comprensione della storia (razzista nel primo caso, “classista” nel secondo), il “terrore” (vera “essenza del potere totalitario”, che colpisce non soltanto gli oppositori, ma anche gli “innocenti”) ed il “partito unico” (curiosamente, la Arendt non cita invece il potere personale assoluto di un capo).

Il testo della Arendt ha molti lati deboli. È prolisso, ma anche squilibrato nella sua struttura. La documentazione è molto ricca a proposito della Germania nazista, e viceversa estremamente scarna per quanto riguarda l’URSS. Già questo dimostra che l’archetipo del concetto arendtiano di “totalitarismo” è la Germania nazista, a cui si tenta di assimilare l’URSS.

Stabilendo paralleli a dir poco forzati, come l’attribuzione alla Russia di Stalin della medesima tendenza al “dominio globale” della Germania hitleriana: sorvolando sul dato di fatto che durante l’intera durata del periodo staliniano l’Unione Sovietica fu aggredita e minacciata (da ultimo dal riarmo dei paesi Occidentali e dal monopolio dell’arma atomica da parte degli Usa) [ivi, pp. 539, 569]. Connessa a questa bizzarra tesi è la vera e propria assurdità secondo cui il “bolscevismo” dovrebbe “più al panslavismo che a qualsiasi altra ideologia o movimento” [pp. 310, 326].

Più in generale, i critici della Arendt hanno avuto gioco facile nel notare come l'“ideologia” nazista (sempre che si voglia nobilitare con il termine di “ideologia” il delirante patchwork antisemita del Mein Kampf hitleriano) sia distante anni luce da quella comunista: reazionario e tradizionalista il nazismo, rivoluzionario e “erede dell’illuminismo e della rivoluzione francese” il comunismo; irrazionalista il primo, razionalista il secondo; razzista il primo, internazionalista e universalista il secondo; assertore dell’esistenza di una gerarchia naturale (tra razze e individui) il primo, egualitario e “livellatore” il secondo; esplicitamente antidemocratico il primo, assertore di una “democrazia reale” che andasse oltre quella “soltanto formale” il secondo.

Si dirà che una cosa sono i princìpi, un’altra la loro traduzione pratica.

Ma il punto è proprio questo: si può ridurre ad un unico concetto una ideologia e pratica di governo esplicitamente basate sul terrore e sulla violenza ed una teoria (e prassi) di emancipazione che si rovescia in una prassi contraria ai suoi stessi princìpi? Perché una cosa è certa: nel nazismo la corrispondenza tra teoria e prassi è perfetta, anche e soprattutto sotto il profilo del terrore e del “dominio totale”. L’accorata constatazione della “spudorata franchezza del Mein Kampf” è obbligata per chiunque esamini il fenomeno nazista. Il nazismo esalta esplicitamente i concetti di “organicità”, di “organizzazione totale”, il “principio totalitario”. E li mette scientificamente in pratica. La prova più eloquente di ciò è rappresentata dalla lingua tedesca, che fu – a differenza di quella russa – completamente riplasmata e piegata al fine di legittimare e rendere per l’appunto “totale” il dominio nazista [vedi il n. 110].

Anche alla luce di questo, è quantomeno singolare che la Arendt si dimostri incerta nel determinare in quali anni si abbia in Germania un “vero” regime totalitario: a volte sostiene che la Germania di Hitler divenne un regime “scopertamente totalitario” soltanto allo scoppio della seconda guerra mondiale (quindi nel 1939); altrove afferma che “fu soltanto durante la guerra”, e precisamente “dopo le conquiste nell’est europeo” (quindi dal 1941 in poi), che “la Germania fu in grado di instaurare un regime veramente totalitario”; ma si spinge anche a sostenere che “solo se la Germania avesse vinto la guerra avrebbe conosciuto un dominio totalitario completo”[ H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 1964, 2005, p. 76; Le origini …, cit., p. 430]. Se si portano alle estreme conseguenze queste parole, si può concludere che un vero regime totalitario nella Germania nazista non c’è mai stato! Bel risultato: la Arendt crea la categoria di una forma di governo specifica e irriducibile ad ogni altra, la applica a due regimi, per poi scoprire che in quello che ne rappresenta l’archetipo tale categoria non sarebbe in verità mai stata pienamente applicabile!

La scomparsa dell’economia nel “totalitarismo” della Arendt

“Tanto rumore per nulla”, verrebbe da dire. Ma quella della Arendt non fu fatica sprecata. Almeno in un senso: con tutte le sue manchevolezze e incongruenze, Le origini del totalitarismo fu un potente strumento di propaganda anticomunista nei primi anni cinquanta (non a caso la Cia ne sovvenzionò generosamente la traduzione in diverse lingue). La categoria di “totalitarismo”, infatti, consentiva – e consente – di conseguire diversi importanti obiettivi ideologici.

Nell’accomunare nazismo e stalinismo si perde la specificità della barbarie nazista, la si relativizza e la si “controbilancia” con una barbarie per così dire eguale e contraria (nei casi più estremi, come il revisionismo storico di Ernst Nolte, si è addirittura tentato di fare del “totalitarismo comunista” il colpevole del sorgere di quello nazista – giustificando quest’ultimo in quanto reazione fisiologica al primo). Non è questo, però, il più importante servigio reso dal concetto di “totalitarismo”. Che è invece rappresentato dal considerare e classificare il regime nazista in base alla sua forma politica anziché nel suo contenuto economico.

In tal modo si “dimentica” che il nazismo condivide con le “democrazie liberali” (pre e post-naziste) il fatto di essere un’economia capitalistica. Questa “dimenticanza” rende quasi inspiegabile un fenomeno imbarazzante quale la assoluta continuità delle classi dirigenti economiche (e in casi non marginali anche politiche) tra la Germania “totalitaria” e la “democratica” Germania occidentale. Cosa che sarebbe facile spiegare, se si ammettesse che la dittatura nazista era funzionale al mantenimento dell’ordine economico vigente (allora e oggi) contro il pericolo rivoluzionario.

Anche se la Arendt cerca di esorcizzarlo, il rapporto organico tra il grande capitale tedesco ed il nazismo rappresenta il vero filo rosso della parabola storica della Germania hitleriana, dai suoi albori sino ai campi di sterminio: come dimostrano tra l’altro le decine di migliaia di prigionieri che lavorarono a morte per la I.G. Farben, per la Krupp, la Siemens, ecc.

Il tema è tornato agli onori delle cronache ancora di recente, in relazione alle cause intentate alla Bmw da alcuni superstiti dei campi di concentramento. Né si tratta di casi isolati. Quando, qualche anno fa, si impedì alla Degussa di partecipare ai lavori di costruzione del monumento eretto a Berlino in memoria dello sterminio degli ebrei a motivo della sua compromissione con il nazismo, vi fu chi osservò che, se questo criterio fosse stato applicato in maniera stringente, avrebbero dovuto essere escluse tutte le imprese tedesche.

Anche insistere sulla novità radicale del “totalitarismo” come forma di governo consente di dimenticare – o comunque di porre decisamente in secondo piano – la continuità economica tra il regime nazista e le precedenti “democrazie liberali”. Ma queste linee di continuità non sono soltanto economiche. La stessa Arendt individua nell'“età dell’imperialismo” un importante fattore di incubazione del totalitarismo. E documenta come già i governi “democratici” dei Paesi imperialisti giustificassero con il razzismo le proprie conquiste coloniali ed operassero massacri di massa delle popolazioni indigene. Ricorda che un funzionario britannico propose di far uso di “massacri amministrativi” per la soluzione del problema indiano, e che in Africa altri diligenti funzionari (diligenti come Eichmann) dichiaravano che “non si permetterà che considerazioni etiche come i diritti umani ostacolino” il dominio bianco. E conclude: “sotto il naso di ognuno c’erano già molti degli elementi che, messi assieme, avrebbero potuto creare un governo totalitario su base razzista”.

Ma c’erano anche i suoi strumenti più efferati: “neppure i campi di concentramento sono un’invenzione totalitaria. Essi apparvero per la prima volta durante la guerra boera, all’inizio del secolo, e continuarono ad essere usati in Sudafrica come in India per gli “elementi indesiderabili”; qui troviamo per la prima volta anche il termine “custodia protettiva” che venne in seguito adottato dal Terzo Reich”.

Se questo è vero, qual è la novità radicale del totalitarismo? Ad avviso della Arendt, nell’utilizzo dei
campi di concentramento essa consisterebbe nell’abbandono dei “motivi utilitari” e degli “interessi dei governanti” per entrare nel campo del “tutto è possibile”. Assenza di misura, assolutezza: secondo questa impostazione il totalitarismo è un novum proprio in quanto è il “male radicale”, il “male assoluto, impunibile e imperdonabile”. In questo modo, ovviamente, ogni ricerca delle cause, ogni elemento di continuità storica con le “democrazie liberali” passa in secondo piano: il totalitarismo nazista è confrontabile solo con se stesso – o con il suo presunto “doppio” rappresentato dalla Russia staliniana. In questo modo va semplicemente perduta la possibilità di mettere il naso in quella che è stata definita la fabbrica europea dell’Olocausto. [cfr. conversazione E. Traverso – I. Vantaggiato, il manifesto, 11.11.2005].

“Assoluto”, “mistero”, “follia”: nel momento stesso in cui facciamo uso di queste categorie, rinunciamo a capire. Quando, nell’agosto scorso, Ratzinger ha definito lo sterminio nazista degli ebrei “mysterium iniquitatis”, con ciò stesso ha escluso la possibilità di comprendere quanto accadde, e di nominare tanto i complici quanto i moventi dello sterminio. Allo stesso risultato si approda quando – come fa la Arendt – si adopera la categoria di “follia” come chiave di lettura di quanto accadde [Le origini ...,cit., pp. 564-5].

Fase 2: “nazismo = comunismo” (Friedrich/Brzezinsky e altri)


Nonostante i suoi “meriti” ideologici, il “totalitarismo” arendtiano divenne presto inservibile. Dopo la morte di Stalin, infatti, in Unione Sovietica si attenuò e presto venne meno quel “terrore” che per la Arendt era “l’essenza del potere totalitario”. E infatti la stessa Arendt affermò senza mezzi termini: dopo la morte di Stalin “non si può più definire l’Urss totalitaria”. C’era pur sempre l'“ideologia”, ma l’idea di un “dominio totale” fondato soltanto su di essa era piuttosto implausibile. Inoltre, nel testo della Arendt c’erano altri elementi che mal si conciliavano con un anticomunismo assoluto: a cominciare dalla contrapposizione di Lenin a Stalin e dall’affermazione secondo cui una possibile alternativa a Stalin sarebbe stata la prosecuzione della Nuova politica economica (Nep) lanciata da Lenin [ivi, pp. LXXIII e 441-3].

Serviva qualcosa di più forte. E arrivò: nel 1956 Carl J. Friedrich e Zbigniew Brzezinsky (sì, proprio lui.) diedero alle stampe un nuovo libro sul tema, dal titolo Dittatura totalitaria e autocrazia. In questo volume veniva aggiunto, tra i tratti caratterizzanti del totalitarismo, anche il controllo e la direzione centralizzata dell’economia. Si conseguiva così l’obiettivo di includere nell’ambito dei regimi totalitari anche la Russia post-staliniana, la Cina comunista e tutti i paesi dell’est europeo. (Questo d’altra parte complicava le cose per quanto riguarda l’identificazione del regime nazista come totalitario, ma ovviamente non era questa la principale preoccupazione degli autori).

Anche così, il problema della oggettiva scomparsa del “terrore totalitario” dalla stessa Unione Sovietica non era un problema di poco conto. Ad esso si pose rimedio in un modo molto semplice: attenuando l’importanza del “terrore” per il concetto di totalitarismo – ossia cambiando le carte in tavola. Così, nella seconda edizione del volume citato, curata nel 1965 dal solo Friedrich, si può leggere che nel “totalitarismo maturo” il terrore – che prima era stato definito come il “nervo vitale del totalitarismo” – è presente unicamente nella forma di un “terrore psichico” e di un “consenso generale” [sic!]. E Brzezinsky, che prima riteneva il terrore “la caratteristica più universale del totalitarismo”, in un nuovo libro del 1962 giunge a parlare di un “totalitarismo volontario” [sic!] (Ideologia e potere in Unione Sovietica).

Contemporaneamente, altri autori si incaricano di spingere l’acceleratore sul concetto di “ideologia totalitaria”, ampliandone la portata. Così Talmon, nel suo Le origini della democrazia totalitaria, denuncia come “totalitaria” la “stessa idea di un sistema autonomo dal quale sia stato eliminato ogni male e ogni infelicità”; detto in parole povere: l’idea stessa di una società senza classi è un’aspirazione totalitaria. Già la Arendt, del resto, aveva affermato che “il male radicale nasce quando si spera un bene radicale”.

Un altro politologo americano, W.H. Morris Jones, nel 1954 scrive un saggio, In difesa dell’apatia, in cui sostiene che l’apatia esercita un “effetto benefico sul tono della vita politica”; per contro, “molte delle idee connesse con il tema generale del dovere del voto appartengono propriamente al campo totalitario [!] e sono fuori luogo nel vocabolario di una democrazia liberale”.

Se queste posizioni appaiono esplicitamente ispirate da posizioni politiche di destra, lo stesso non si può dire di un diverso e successivo filone di “cacciatori di totalitarismi”: si tratta dei teorici del post-moderno. I quali, a partire da Jean-François Lyotard, hanno posto sotto tiro le “grandi narrazioni”, ossia le teorie della storia, ed in particolare della storia come emancipazione progressiva dell’umanità. In questo caso il “sogno totalitario” sarebbe rappresentato dall’idea stessa di poter dare una lettura razionale e complessiva degli eventi storici: la qual cosa sarebbe sfociata in un “modello totalizzante” e nei suoi “effetti totalitari, sotto il nome stesso del marxismo, nei paesi comunisti”.

Fase 3: “totalitarismo = comunismo”

Con il crollo dell’Urss e la caduta del Muro di Berlino avviene l’incredibile: il “Totalitarismo” sovietico, questo orribile Leviatano del XX secolo, implode senza il minimo spargimento di sangue (ben più cruenti sarebbero stati di lì a poco i conflitti “etnici” esplosi in tutto l’est europeo in disgregazione).

La presunta terribilità demoniaca del “totalitarismo comunista” si muta in una patetica farsa, ben simboleggiata dal “colpo di stato” - burletta dell’estate del 1991 in Russia (il “democratico” Eltsin, invece, di lì a non molto non esiterà a prendere a cannonate il parlamento). Ci si aspetterebbe riflessioni equilibrate sull’argomento.

Accade il contrario. Adesso non soltanto l’intera storia dei paesi comunisti viene ricompresa sotto la categoria di “totalitarismo”, ma il campo semantico di questo concetto si amplia senza alcun rispetto non diremo del senso storico, ma neppure di quello del ridicolo. Sino ad includere letteralmente di tutto: dall’intero movimento comunista alla stessa rivoluzione francese (il Terrore, perbacco!); dagli stati superstiti del defunto “blocco socialista” ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo che si battono contro la privatizzazione delle risorse di base dei rispettivi paesi, e così via.

Secondo questa concezione “allargata” del concetto, tendenze “totalitarie” nutre – magari inconsapevolmente – chiunque si batta per forme di regolazione dell’economia diverse dal modello liberista della “libera volpe in libero pollaio”; lo stesso modello europeo di welfare (a partire dalla cosiddetta “economia sociale di mercato” inventata dalla Cdu tedesca) diviene sospetto: niente da fare, la puzza di zolfo bolscevico alligna anche lì.

Ma “sogni totalitari” coltiva anche chiunque ritenga possibile comprendere le dinamiche storiche con l’ausilio della ragione, chi studia le filosofie sistematiche senza aborrirle, chi difende i progressi della scienza e della ragione (già il fatto di adoperare quest’ultimo termine al singolare, del resto, denuncia senza equivoco la mentalità intollerante e poliziesca di chi ne fa uso).

Con un singolare rovesciamento di prospettiva, quell’irrazionalismo che aveva rappresentato il fertile humus del nazismo, e che oggi si ama ridipingere come “denuncia dei limiti della ragione”, è invece considerato espressione di una mentalità (post-)moderna, aperta e tollerante. Con lui tornano a trovarci, malamente imbellettati, tutti gli elementi dell'“ideologia” nazista: razzismo (“consapevolezza della propria identità etnica”), xenofobia (“orgoglio” e “autodifesa dell’Occidente”), miti di sangue e suolo (“attaccamento alle proprie radici”); e, su tutti, l’anticomunismo viscerale: che oggi assume appunto il volto “democratico” della “ferma denuncia dell’ideologia totalitaria”.

Siamo alla terza fase della poco edificante storia del concetto di totalitarismo: ormai esso designa in primo luogo, se non esclusivamente, il comunismo. Si tenta di far prendere al “comunismo” il posto occupato nell’immaginario collettivo dal nazismo quale archetipo del potere totalitario. La stessa denuncia, apparentemente salomonica, dei “totalitarismi” del novecento, serve in realtà per colpire il comunismo, laddove l’esecrazione che circonda il nazismo si fa sempre più generica e rituale. E per distinguere nettamente da entrambi il fascismo italiano [oltreché quelli ungherese, romeno, estone, lettone, lituano, portoghese, spagnolo, greco], benevolmente considerato come un “banale” autoritarismo, non si sa se più bonario o pasticcione. Singolare ironia della storia, se si pensa che Mussolini vedeva la novità storica del fascismo nella capacità di “guidare totalitariamente la nazione” e adoperava volentieri l’espressione di “stato totalitario” – oltreché i gas in Africa, e il tribunale speciale e le leggi razziali in Italia ... [cfr. G. Gentile, B. Mussolini, “Fascismo”, in Enciclopedia Italiana (1932)].

Il documento più significativo di questa fase è il progetto di risoluzione sulla “Necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo” presentato nel 2005 al Consiglio d’Europa. In questo singolare documento il termine “comunista” è accompagnato regolarmente dall’appellativo di “totalitario” (la formulazione preferita è “regimi totalitari comunisti”, che nella mozione compare 24 volte); il nazismo è presentato, en passant, come “un altro regime totalitario del 20° secolo”.

In questo testo – a dir poco confuso – si afferma, a proposito dello stesso Consiglio d’Europa, che “la tutela dei diritti dell’uomo e lo Stato di diritto sono i valori fondamentali che esso difende”; e a conferma di ciò si deplora che i partiti comunisti siano “legali ed ancora attivi in alcuni paesi”. Si spera che la propria posizione incoraggi “gli storici del mondo intero” a “stabilire e verificare obiettivamente lo svolgimento dei fatti”; poi, per incoraggiare la libertà di ricerca e di insegnamento, si chiede. “la revisione dei manuali scolastici”.

Ma cosa motiva la necessità di questo pronunciamento? Al di là dei motivi dichiarati (decisamente paradossale quello di “favorire la riconciliazione”), qua e là trapelano quelli veri: “sembrerebbe che un tipo di nostalgia del comunismo sia ancora presente in alcuni paesi, di qui il pericolo che i comunisti riprendano il potere nell’uno o nell’altro di questi paesi”; e soprattutto: “elementi dell’ideologia comunista, come l’uguaglianza o la giustizia sociale, continuano a sedurre numerosi membri della classe politica”. Eccoci al punto: insoddisfazione per lo stato di cose presente e aspirazione all’eguaglianza e alla giustizia sociale. I veri nemici dei “cacciatori di comunisti totalitari” sono questi. Oggi come ieri.

Ieri con la scusa dei regimi comunisti esistenti, oggi con la scusa dei regimi comunisti che non ci sono più.

Un concetto senza oggetto e il “Nemico tra noi”

Ma ovviamente il fatto che il sistema dei regimi comunisti non esista più non è irrilevante neppure ai fini della sorte del concetto di “totalitarismo”. Il fatto di aver perduto il proprio oggetto non è cosa da poco: ormai al concetto di “totalitarismo” manca un referente. Per un concetto senza oggetto la vita non è facile. Per non restare disoccupato è costretto a cercarselo. È pur vero che l’ampliamento semantico del termine, a suo tempo operato in funzione anticomunista, facilita la ricerca di oggetti sostitutivi.

Ormai “totalitario” è tutto e il contrario di tutto: viviamo sotto il giogo del “totalitarismo pubblicitario”, ma è totalitaria anche la proibizione della pubblicità delle sigarette. È totalitaria la repressione sessuale degli islamici wahabiti, ma non è meno insidioso il “totalitarismo del godimento” imposto dalle società capitalistiche occidentali agli individui atomizzati. Qui però sorge un problema: quando un concetto significa tutto, non significa più niente. La perdita di qualsivoglia ancoraggio semantico significa la morte di un concetto. E questa è probabilmente la sorte che presto o tardi spetterà al “totalitarismo”.

Per il momento, però, un residuo di significato gli resta appiccicato, ed è l’incubo del “dominio totale”. L’incubo del potere inostacolato, della violenza selvaggia ma organizzata, del linguaggio asservito al potere che stravolge e rovescia la realtà, cancellando ogni distinzione tra vero e falso. Qui risiede la perdurante efficacia propagandistica del concetto. Ma qui, ironicamente, il “totalitarismo” può renderci un estremo servigio: quello di aiutarci a dare un nome ai sintomi del “dominio totale” nel nostro mondo. Vediamo.

La violenza selvaggia ma organizzata tipica del potere totalitario lascia le sue tracce inconfondibili nell’odierno linguaggio dei Signori della Guerra statunitensi. Che trova un’espressione emblematica nelle parole di quel neoconservatore Usa che – alla vigilia dell’attacco sferrato dalle truppe statunitensi contro Fallujah – collocava l’obiettivo di “Sbriciolare Fallujah” al primo posto di un programma politico; il fatto che lo facesse in un articolo intitolato “Valori per tutto il mondo” non è soltanto un tributo all’humour nero, ma una spia: che segnala l’adozione di una lingua che, come già quella dei nazisti, inverte sistematicamente il significato dei termini [cfr. F. Gaffney, articolo sulla National Re-view, novembre 2004].

Quando poi – a cose fatte – il generale dei marines John Sattler ha affermato che l’offensiva contro Fallujah “ha spezzato le reni agli insorti”, non per caso ha utilizzato esattamente le stesse parole adoperate da Mussolini a proposito della Grecia: ecco un bell’esempio di invariante totalitaria (oltretutto di buon auspicio).

Ma veniamo al linguaggio asservito al potere. Il testo classico a questo proposito è il violento pamphlet anticomunista 1984, [Mondadori, Milano 2005] scritto dal giornalista inglese George Orwell e pubblicato nel 1949 (anche in questo caso, con cospicui finanziamenti della Cia; del resto, lo stesso Orwell era una spia inglese). Come ha messo in rilievo Maria Turchetto, riletto oggi è un romanzo di sorprendente attualità. Certo, oggi non esiste un “Ministero della Verità” come quello dell’Oceania di Orwell.

Possiamo però sempre consolarci con il “Sottosegretariato per la democrazia e gli affari globali” del Dipartimento di stato Usa. In Oceania “il nemico contingente incarnava sempre il male assoluto: ne conseguiva che qualsiasi intesa con lui era impossibile, tanto nel passato che nel futuro”. E così è stato per bin Laden, poi per Saddam: entrambi prima ottimi alleati, poi Nemici assoluti dell’Occidente. Ma questa circostanza fa sì che le passate alleanze con essi vengano occultate, negate e smentite. Da questo punto di vista, anche “la mutabilità del passato” di Orwell è già tra noi.

Non meno presente è il “bipensiero”: lo slogan orwelliano secondo cui “la guerra è pace” è a ben vedere uno degli slogan fondamentali di Bush a proposito dell’aggressione all’Iraq; nel suo piccolo, anche Fini, allorché ha affermato che i soldati italiani in Iraq sono “morti per la pace”, ha dato mostra di averlo ben assimilato. Ancora: in Orwell lo slogan del partito recita testualmente: “chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Chi nutrisse dubbi circa l’applicabilità di questo slogan al nostro presente è caldamente rinviato alle polemiche revisionistiche sulla resistenza.

Certo, va pur detto che le masse nel libro di Orwell erano tenute a bada con strumenti lontanissimi da quelli oggi in uso. Basti pensare che nel Ministero della Verità “un’intera catena di dipartimenti autonomi si occupava di letteratura, musica, teatro, e divertimenti in genere per il proletariato. Vi si producevano giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di sesso e canzonette sentimentali” – tutte uguali – “composte da una specie di caleidoscopio detto “versificatore”.

Non mancava un’intera sottosezione impegnata nella produzione di materiale pornografico della specie più infima”. In generale, i proletari descritti da Orwell se la passavano molto peggio dei nostri: infatti “il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte”. Inoltre “i proletari ai quali la politica non interessava granché, cadevano periodicamente in balia di attacchi di patriottismo”, ingenerati da bombe che cadevano sulle città; anche se non mancava chi riteneva – ma si trattava di un’ovvia assurdità – che fosse lo stesso governo a lanciare queste bombe, “per mantenere la gente nella paura” [pp. 29, 37, 46-7, 76, 156, 160].

Il tema della menzogna del nemico esterno è un classico della letteratura antitotalitaria, da Orwell in poi. Il biografo di Hitler, Joachim Fest, ha recentemente affermato (a proposito della Russia di Stalin) che “un regime totalitario ha sempre bisogno di un nemico”. Sull’uso di “immaginarie congiure mondiali” come strumento di mobilitazione e di consenso per i regimi totalitari aveva insistito anche Hannah Arendt. Più in generale, il tema della menzogna in politica continuò ad interessarla anche dopo la sua opera sul totalitarismo. E la spinse ad un ulteriore passo, di cui forse non intese le implicazioni.

Nelle Origini del totalitarismo aveva esaminato come i regimi totalitari riescano a sostituire, attraverso la menzogna sistematica, un vero e proprio mondo fittizio a quello reale. In opere successive esaminò il ruolo della “politica d’immagine”, con riferimento in particolare a quella degli Stati Uniti in relazione alla guerra del Vietnam: l’immagine, costruita artatamente attraverso i mass media, è rivolta all’opinione pubblica di un paese e opera come un sostituto della realtà; grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione di massa, essa può ricevere una tale evidenza da risultare molto più in vista (cioè più “reale”) della realtà che intende sostituire [cfr. Le origini …, cit., pp. 519-520, 597ss.; Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, p. 98].

Ora, è evidente che tra questa sostituzione della realtà e quella che viene operata nei “regimi totalitari” non sussiste alcuna differenza strutturale (vi è al massimo una differenza di grado: se il controllo dei mezzi di comunicazione non è completo l’operazione di sostituzione può fallire, o non riuscire completamente). Anche per questa via, quindi, salta lo schema della irriducibilità dei fenomeni totalitari.

A questo punto, chiunque ponga mente alla cortina fumogena di bugie e depistaggi posti in essere – con l’attiva complicità dei media – dagli Stati Uniti e dai loro “volenterosi” alleati prima e durante l’aggressione all’Iraq, difficilmente potrà rifiutare con sdegno la tagliente definizione che il sociologo americano Sheldon Wolin ha dato degli Usa: “Inverted Totalitarianism” – un totalitarismo di fatto, coperto da un linguaggio democratico. A questa definizione si potrebbe semmai eccepire che proprio il linguaggio di copertura “democratico” rappresenta un’ulteriore caratteristica totalitaria.

Con tutto ciò, sarebbe fuori strada chi individuasse in uno stato – e sia pure un super-stato in piena deriva autoritaria come gli Stati Uniti – il nuovo soggetto del “dominio totale”. Il potere inostacolato oggi risiede altrove. Su questo è tempo di rompere decisamente con le elaborazioni novecentesche sul potere (inclusa quella foucaultiana), tutte ipnotizzate dallo stato. Il potere inostacolato, almeno tendenzialmente, e sempre più spesso ormai de facto, è oggi quello delle grandi imprese monopolistiche transnazionali: le corporations.

Sono loro a rappresentare oggi l'”istituzione totalitaria” per eccellenza. Sia verso l’interno che verso l’esterno. All’interno la tendenza al “dominio totale” si esprime nell’autoritarismo, nel controllo sempre più totale su tempi e processi di lavoro. All’esterno si traduce ormai non soltanto nella persuasione pubblicitaria, ma direttamente nella costruzione dell’individuo-consumatore (nei negozi di una catena di supermercati Usa che vendono giocattoli i bambini spingono minuscoli carrelli con su scritto: “Cliente di “Toys ‘R Us” in addestramento”); e anche nella più completa subordinazione di ogni istanza sociale, culturale ed ambientale al profitto dell’impresa. Ci sono singole imprese transnazionali che evidenziano con chiarezza tutte assieme queste caratteristiche “totalitarie”. Prendiamo Wal-Mart, la catena mondiale di supermercati basata negli Usa.

Soltanto negli ultimi mesi, sul fronte interno, è emerso quanto segue:

proibizione dell’attività sindacale nei supermercati del gruppo, (migliaia di) infrazioni alla normativa sul lavoro, discriminazioni nei confronti dei dipendenti donne, sfruttamento degli immigrati clandestini, sfruttamento dei minori (e colpo di spugna sulla cosa grazie ad un accordo segreto con il ministero del lavoro Usa), straordinari non pagati, proposta di introdurre mansioni fisiche anche per i cassieri (per selezionare gli impiegati in buona salute), proibizione di flirt sul luogo di lavoro.

Sul fronte esterno, il potere di monopolio di Wal-Mart, che perciò può fissare i prezzi pagati per i fornitori, è tra le cause del fallimento di numerosissime imprese fornitrici, ma anche dei bassi salari in Cina (il 10% delle importazioni cinesi in Usa, pari a 12 miliardi di dollari, è diretto ai suoi supermercati); per quanto riguarda il rispetto delle tradizioni culturali, ha destato scandalo la costruzione di un supermercato nel bel mezzo della zona archeologica di Teotihuacan in Messico (dove Wal Mart ha già 657 supermercati).

Le grandi corporations sono oggi il vero luogo d’origine e il vero soggetto del “dominio totale”. In attesa che i “cacciatori di totalitarismi” se ne accorgano, molti scrittori lo hanno già fatto. Negli ultimi anni sono usciti diversi romanzi su questo argomento: tra gli altri 99 Francs di F. Beigbeder, Profit di R. Morgan, Globalia di J. C. Rufin, Logoland di M. Barry, Il capitale di S. Osmont. In una recensione collettiva di alcuni di questi libri, comparsa sull’insospettabile Handelsblatt, si legge fra l’altro: “Questi libri sono accomunati da una visione terrificante della realtà. La politica ha abdicato. Al posto dello stato è subentrato il potere delle grandi multinazionali, tanto inesorabile quanto totalitario”.

È nelle grandi corporations che oggi si incarna quel “potere totale del capitale” di cui Horkheimer e Adorno parlavano in una famosa pagina della Dialettica dell’illuminismo [Einaudi, Torino 1966, p. 126]. La criminalizzazione, con l’accusa di “totalitarismo”, delle posizioni di critica sociale e dei rapporti di proprietà serve per l’appunto a rafforzare e perpetuare questo potere.

di Vladimiro Giacchè - LA CONTRADDIZIONE, no. 112gennaio – febbraio 2006

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23/08/2016

E’ morto Ernst Nolte, studioso del totalitarismo e “buon nemico”

Il giovane Ernst Nolte, nella prima edizione di "Der Faschismus in seiner Epoche", aveva respinto ogni assimilazione tra il regime sovietico sotto Stalin, compresi i campi di lavoro, e il sistema di sterminio su basi razziali del nazismo.

Veniva detto in quel libro che l’emergere del «concetto di totalitarismo» ha contribuito ad oscurare la necessità di una teoria generale del fascismo, rallentando così la ricerca storiografica (Piper, München 1963… 1994, pp. 7-8 ).

Veniva poi fatto notare che «Se per totalitarismo si intende l’opposto della forma costitutiva non-totalitaria, vale a dire liberale, in tal caso vi è stato totalitarismo nel più remoto passato, e si dà oggi totalitarismo come una forma universalmente diffusa dell’esistenza politica» (p. 30). Di conseguenza, egli rifiutava di sussumere «a priori» nazismo e bolscevismo «nel formale concetto di “totalitarismo”» (p. 31).

Nolte era dunque chiarissimo sull’assoluta impossibilità di equiparare i due regimi politici, ed era estremamente attento a sottolineare i condizionamenti oggettivi della dittatura staliniana. In ogni caso, affermava, «l’affinità di taluni fenomeni nei due sistemi non dovrebbe far dimenticare la contrapposizione fondamentale» (p. 637; cfr. p. 731 sgg.).

Qualche anno dopo Nolte cambierà idea e con la teoria della guerra civile internazionale (che include la tesi del contromovimento e del controannientamento) sarà uno dei protagonisti della controffensiva revisionistica che ha accompagnato sul terreno storiografico la rivoluzione passiva neoliberale. Evidentemente, lo storico tedesco ha recepito le critiche e gli avvertimenti minacciosi del liberale Karl Dietrich Bracher, il quale accostava l’opera del 1963 alla «teoria marxista del fascismo» ("Zeit der Ideologien", Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1990, pp. 114, 120 e 137-8).

In ultimo, pur mantenendosi su posizioni fortemente orientate a destra e non distanti dalla tesi dello scontro di civiltà, Nolte non mancherà di comprendere, in chiave anche parzialmente autocritica, le conseguenze negative degli argomenti da lui indirettamente forniti alla teoria del totalitarismo.

Tra tanti banali apologeti storiografici dello pseudouniversalismo liberaldemocratico, pur nella sua finale subalternità, Nolte ha avuto comunque il merito di mettere a frutto la lezione di Nietzsche, Heidegger e Schmitt. Rimarrà perciò un buon nemico, contro il quale sarà a lungo proficuo combattere e al quale in altre circostanze sarebbero state riservate buone pallottole e un buon muro.

(Rinvio su tutto ciò al mio vecchio libro "Pensare la Rivoluzione conservatrice", La Città del Sole, Napoli, p. 30 sgg.).

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22/07/2016

Oliver Stone: Pokemon Go serve a spiare i cittadini

La moda lanciata da “Pokemon Go” costituisce un “passo ulteriore nell’invasione della privacy” che potrebbe portare al “totalitarismo”: lo ha affermato il regista statunitense Oliver Stone, nel corso di una conferenza stampa di presentazione del suo film su Edward Snowden, agente dell’Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale Usa, responsabile dello spionaggio di milioni di persone.

Come riporta il quotidiano britannico The Guardian, Stone – rispondendo a una domanda su eventuali problemi di sicurezza legati all’app – ha spiegato che alcune aziende stanno portando avanti un “capitalismo della sorveglianza”, controllando il comportamento delle persone.

“Non è divertente, quello che sta accadendo è un nuovo livello di invasione, con enormi profitti per aziende come Google che hanno investito una grande quantità di denaro nel ‘data mining’ su che cosa si compra, che cosa piace, come ci si comporta” ha proseguito Stone: “Alcuni lo chiamano capitalismo di sorveglianza: una nuova forma di società robot, è quello che viene chiamato totalitarismo”.

L’applicazione, che è possibile scaricare gratuitamente, è stata criticata perché potrebbe potenzialmente accedere all’account Google dell’utente, ivi compresi dati quali e-mail e password. Accusa rivolta in passato anche ad altri programmi e applicazioni di uso comune.

Da parte sua Snowden, oggetto dell’ultima fatica di Oliver Stone, sviluppa una cover per cellulari che impedisca le intercettazioni.

Ribattezzato “motore di introspezione”, si tratta di un apparecchio che permette di accertare se un cellulare sta condividendo dei dati o trasmettendo informazioni che potrebbero essere intercettate. L’ex agente dell’Nsa che ha rivelato al mondo – pagandone serie conseguenze – che le agenzie di intelligence statunitensi spiavano praticamente mezzo mondo, dai capi di stato agli imprenditori ai militari ai comuni cittadini, ha sviluppato il progetto insieme ad Andrew Huang.

Secondo quanto afferma il quotidiano britannico The Guardian, l’apparecchio – presentato al Mit Media Lab – consiste in una semplice “cover” da cellulare dotato di un display monocromatico che mostra se il telefono è “dormiente” oppure se sta trasmettendo anche in fase di spegnimento. Un possibile sviluppo futuro comprenderebbe la capacità di poter tagliare l’alimentazione del cellulare in caso di trasmissione indesiderata, ma al momento l’apparecchio rimane un progetto accademico – incentrato sugli smartphone Apple – senza alcuna previsione di messa sul mercato.

Il “Motore di introspezione” tuttavia richiama l’attenzione su un aspetto dei cellulari a volte trascurato, il fatto cioè che si tratti di veri e propri dispositivi per il tracciamento: “A causa della maniera in cui funziona la rete di celle telefoniche, il cellulare lancia costantemente un segnale radio che lo identifica in modo unico preso la compagnia telefonica: questa identità non è salvata solo da quella compagnia, ma può essere intercetta anche da terze parti indipendenti e più pericolose”, ha spiegato Snowden.

La maggior parte dei cellulari disabilita le trasmissioni se posti in modalità aereo, ma secondo Snowden non è possibile fidarsi completamente: “Esistono delle app malware in grado di attivare dei segnali radio senza che vi sia alcuna indicazione da parte dell’interfaccia utente”.

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04/05/2016

Spacchettare i referendum: una proposta stupida!

Nello schieramento ostile alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, si sta facendo strada la proposta di “spacchettare” il referendum in cinque o sei quesiti “omogenei”, dato che la riforma tocca vari punti della Costituzione. Si tratta di una proposta stupida, incostituzionale, e di un errore politico grossolano. Dell’incostituzionalità diremo a parte, in altro articolo, qui ci occupiamo degli aspetti politici.

In primo luogo, occorre capire che qui non si tratta di fare un esame di diritto costituzionale, ma di un referendum, dove la gente (non tutti sono fini giuristi) si orienta per grandi linee, sulla base del cuore politico della questione e non di sottili argomentazioni tecniche. Pertanto, spacchettare i referendum fa perdere di vista il “focus” politico del problema, disperdendo la discussione su cento aspetti singoli: la gente ci manderebbe a far benedire prima di iniziare a discutere. E farebbe bene.

Il centro del problema è il progetto di democrazia autoritaria che Renzi ha in mente e di cui questa “riforma” non è il punto di arrivo ma solo il primo passo. Ve l’immaginate una campagna a base di “qui si vota Si”, “qui si vota No”, “qui fate voi”? Quando lo hanno fatto i radicali con i loro referendum a mazzi, il risultato è stato una catastrofe: possibile che non abbiamo ancora imparato? E se poi è tutto No, perché non dirlo una sola volta per tutto? Intendiamoci: nella riforma ci sono aspetti condivisibili (l’abolizione del Cnel, il rafforzamento del potere di proposta legislativa popolare, il referendum propositivo ecc.) così come non mancano non pochi difetti tecnici che mal raccordano singole disposizioni costituzionali, ma questi sono aspetti del tutto secondari che, in ogni caso, sarebbe possibile riprendere in un secondo momento. Qui il fulcro della questione è il rafforzamento abnorme dei poteri dell’esecutivo e, di conseguenza, del partito di maggioranza per l’effetto combinato di Italicum e riforma costituzionale. La legge elettorale garantisce al vincitore (al primo turno se abbia superato il 40% dei voti, altrimenti al secondo turno) 340 seggi, anche se, magari, al primo turno ha preso solo il 24% dei voti.

Vediamo che significa sugli equilibri istituzionali: nell’ordinamento uscente il collegio elettorale per eleggere il Presidente della Repubblica oscillava intorno ai 1.000 (630 Camera 320 Senato più i senatori a vita e 58 delegati regionali) e la maggioranza necessaria era di circa 505 voti, per cui, se il partito di maggioranza aveva 340 seggi alla Camera, doveva trovare 165 voti fra i circa 370 rimanenti gradi elettori, quindi circa il 45%). Nell’ordinamento attuale, per eleggere il Presidente della Repubblica la soglia necessaria dal quarto scrutinio è 394 voti, per cui, al partito di maggioranza basta raccogliere 54 voti fra i 100 senatori ed i 58 delegati regionali (cioè meno del 33% del totale), per avere automaticamente i voti necessari ad eleggersi da solo il Capo dello Stato. Dunque, anche nell’improbabilissimo caso che il partito di maggioranza non riesca a raggranellare i 54 voti necessari (magari per la presenza di franchi tiratori), basterebbe l’alleanza con qualche piccolissima formazione a superare la soglia. Dunque, il Presidente diverrebbe espressione diretta e non mediata del partito di maggioranza. E questo significherebbe anche aggiudicarsi i 5 giudici costituzionali di nomina presidenziale che, sommati ai 2 su 3 espressi dalla Camera ed almeno 1 dei 2 spettanti al Senato, fa uno schieramento precostituito di 8 su 15 della Corte, cioè la maggioranza assoluta. Le stesse dinamiche si ripeterebbero poi per il Csm.

Punto ancor più delicato è quello della revisione costituzionale. In nessun paese retto con sistema elettorale maggioritario la revisione costituzionale è affidata al Parlamento ordinario o solo ad esso: in alcune costituzioni c’è il sindacato determinante del Capo dello Stato, in altre c’è il referendum popolare preventivo per aprire la fase di revisione e magari l’elezione di una Assemblea Costituente, in altre è il Senato eletto su base federale ad avere un potere di veto eccetera. Noi, dopo il referendum-colpo di stato del 1993, siamo l’unico paese in cui un Parlamento eletto con il maggioritario ha mano libera sulla Costituzione, salvo l’eventuale referendum di ratifica. Ed, infatti, di lì è iniziata la fase di decostituzionalizzazione del nostro ordinamento. Tuttavia, un limite relativo alla deriva costituzionale è stato rappresentato dal bicameralismo che rendeva la procedura più macchinosa. Ma questo era garantito da un Senato che aveva lo stesso peso politico della Camera, essendo di investitura popolare. Qui, invece, abbiamo un Senato a composizione indiretta, quindi di per sé meno rilevante politicamente, al di là delle sue attribuzioni formali. Per di più esso è espresso da consigli regionali eletti con metodo maggioritario. Dunque, c’è un primo filtro che abbatte le forze minori premiando le maggiori, poi da queste emerge la rappresentanza senatoriale, in proporzione alla consistenza dei propri gruppi, ma su un numero di seggi molto piccolo da attribuire, il che fa salire molto in alto l’asticella per avere un eletto.

Facciamo due conti: c’è una forza politica che prende il 15% su base nazionale, ma, per effetto del sistema elettorale maggioritario, ottiene circa il 9-10% dei seggi; i senatori da eleggere sono 95% distribuiti fra 20 regioni, quindi solo in pochi casi i senatori da eleggere saranno più di 5 e, pertanto, solo in quelle poche regioni (realisticamente Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Lazio, Campania e Sicilia) avrà qualche speranza di ottenere 1 rappresentante, quindi 4 o 5 al massimo, cioè circa il 5%, cioè un terzo della sua forza elettorale.

Dunque una sorta di maggioritario al quadrato, che rafforza i maggiori e rende meno probabili maggioranze risicate; nel caso probabile che la maggioranza senatoriale sia omogenea a quella della Camera (e che Renzi immagina e spera di colore Pd), la strada alla revisione sarebbe spianata come l’autostrada del Sole. Nel caso di maggioranze differenti fra i due rami, sarebbe sempre possibile  premere sul Senato, camera di serie B e non rappresentativa.

Questa che stiamo votando, ricordiamolo bene, non è la riforma costituzionale, ma la spallata che aprirà la porta alla vera riforma-riscrittura della Costituzione. Insomma qui stiamo passando dal maggioritario al totalitario. L’unico modo di affrontare questo referendum si riassume in tre parole: NO AL REGIME. Il resto sono fesserie.

Ma da dove viene questa idea geniale dello spacchettamento? Lo chiarisce Bresani in una sua recentissima dichiarazione:voterò si ma non un si cosmico che si contrapponga ad un no cosmico”. Ed ha aggiunto che il referendum non deve essere un voto sul governo. Cioè “ho votato in Parlamento la riforma costituzionale, pur dicendomi contrario, ora la voto nel referendum, però voglio votare un paio di No tanto per salvarmi la coscienza”. Insomma, quella cosa inutile che è la “sinistra” Pd  vuole continuare a tenere un piede dentro ed uno fuori del Pd, nella speranza che, alla fine, Renzi gli regali un po’ di seggi per i servizi resi. E, siccome in un referendum solo, dove devi dire Si o No e basta, rischiano di essere buttati fuori dal partito se non si allineano, ma non vogliono nemmeno un trionfo di Renzi, si illudono di affogare tutto in un mazzo di referendum nella speranza di vincerne un paio e dire che Renzi non ha vinto del tutto. Puerile! Un gioco ambiguo ed inconcludente che ha l’unico effetto di indebolire la battaglia per il no, ridotta ad una discussione da salotto.

La cosa peggiore è che a questo squallido giochetto da vecchi politicanti rammolliti e giuristi di palazzo sembra abbiano abboccato anche quelli del M5s che, peraltro, non pare avvertano neppure il bisogno di consultare la rete. Come si sente la mancanza di Roberto Casaleggio!

12/02/2016

Il cuore nazista dell'Unione Europea

La Danimarca, modello invidiato di stato sociale, sottrae per legge i beni agli immigrati che arrivano. Ma la notizia che deve suscitare il dovuto allarme è “La modifica della Costituzione francese che consente di revocare la cittadinanza francese ai condannati per terrorismo è stata approvata dall'Assemblea Nazionale”.

Ci vorranno leggi “ordinarie” per disciplinare nei dettagli quello che per ora è “solo” un principio costituzionale, ma appare chiarissimo che questa controriforma affossa definitivamente il modello dello stato moderno che proprio la Francia ha indicato per prima al mondo: quello in cui la comunità è fatta di concittadini e non più di connazionali. Una base etnico-linguistica, dunque, invece che regole e valori condivisi.

Nella formula approvata non si menzionano come bersaglio gli immigrati di seconda o terza generazione che hanno, per vari motivi, conservato la doppia nazionalità. Ma è di evidenza solare che soltanto a costoro potrebbe essere revocata la nazionalità francese, altrimenti si creerebbero per decisione amministrativa degli apolidi. E la Francia aveva aderito fin dal 1961 alla convenzione internazionale che puntava a impedire per sempre la riproduzione della legislazione nazista.

La revoca della cittadinanza ha infatti questi “illustri precedenti”:

- Nel luglio 1934, Hitler fa approvare la legge che revoca la cittadinanza agli ebrei originari dall’Europa Orientale.

- Nel 1935 le cosiddette Leggi di Norimberga tolgono i diritti di cittadinanza a tutti gli ebrei nati in Germania e vietano sia i matrimoni che i semplici rapporti sessuali fra chi è considerato ebreo e chi è di “sangue tedesco”.

- Nel gennaio 1938 la Romania governata dai fascisti della “Guardia di ferro” di Codreanu vara una legge per “revocare i diritti della minoranza ebraica”.

- Nell'ottobre 1940, la Francia di Vichy, guidata dal collaborazionista Petain, revoca la cittadinanza francese agli ebrei di Algeria.

- Novembre 1943, anche la Repubblica di Salò – la parte di Italia sotto occupazione tedesca e riconsegnata a Mussolini – legittima le deportazioni dichiarando gli ebrei di cittadinanza straniera nemica.

Può apparire in fondo una questione minore occuparsi della cittadinanza in tempi di guerra. Ma i precedenti mostrano che è proprio in tempi di guerra che la questione della cittadinanza – del “chi sono i nostri e chi sono i nemici” – diventa centrale. Revocare la cittadinanza equivale a considerare quella persona res nullius, cui si può fare di tutto, senza protezione statuale. E lo si farà, perché privo di ogni diritto garantito dalla Costituzione.

Ed è falsa anche la versione data dai media italiani, che descrivono questa riforma come diretta soltanto contro “i terroristi”. Il testo si riferisce infatti a chi sia stato “condannato per un reato costituente un grave attacco contro la vita della nazione”. Una formula ampia, interpretabile, estensibile a piacere del governante di turno.

La formula approvata dall'Assemblea Nazionale francese non fa neppure riferimento alla eventuale doppia cittadinanza per evitare la conseguente accusa di razzismo. Ma è inevitabile che, nei fatti, una revoca del genere possa essere adottata soltanto nei confronti di chi ne ha un'altra. Dunque solo contro discendenti di ex colonizzati dalla Francia imperiale, trasferitisi nella “madrepatria” alla ricerca di fortuna o per ordine dei colonizzatori.

Da questo punto di vista si comprendono assai meglio le dimissioni del ministro della giustizia, Christiane Taubira, esponente della sinistra socialista e a sua volta discendente degli ex schiavi africani di Parigi. Uno dei tanti casi in cui questioni di principio entrano nella carne viva e dimostrano empiricamente concetti altrimenti astratti e manipolabili.

Non è l'unica reazione tipicamente fascista del governo guidato da Manuel Valls per decisione di François Hollande. Pochi giorni prima erano state decise le condizioni per applicare lo stato d'emergenza, adottato per la prima volta – nella “Francia democratica” – in piena guerra di Algeria, nel 1955. Una formula appena meno dittatoriale dello stato di assedio (il potere rimane ai civili), ma che affida alla polizia poteri eccezionali (interrompere la circolazione, impedire manifestazioni e chiudere temporaneamente tutti i luoghi di aggregazione).

Per molto meno, nel passato anche recentissimo, l'Unione Europea avrebbe aperto una procedura d'infrazione contro un paese tanto evidentemente proiettato verso una deriva totalitaria e razzista. Ma siamo nell'Europa del 2016, in cui la “socialdemocratica” Danimarca espropria i profughi – protetti da apposite convenzioni dell'Onu – degli eventuali gioielli che siano rimasti loro addosso dopo migliaia di chilometri in mare o a piedi. Nell'Europa che paga tre miliardi a un torturatore assassino come Erdogan perché trattenga – nella misura in cui vuole – altri profughi dal venire nel Vecchio Continente. Nell'Europa che erige muri verso l'esterno e al proprio interno.

Nei giorni successivi ai gravi attentati di Parigi o in altre città abbiamo ascoltato fino alla noia la stessa frase: “Non cambieremo le nostre abitudini e non cambieremo i nostri valori!”. Facendovi rientrare anche la “cultura legislativa” nazista – un prodotto tutto europeo – può diventare addirittura vero...

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