Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/05/2025
Nuove pressioni per la sovranità tecnologica e digitale europea
Già da qualche anno il tema è entrato nel dibattitto dei vertici europei, ma lo scorso settembre c’è stato un passo avanti quando intorno ad esso si è riunito una sorta di think tank che ha lanciato l’idea dell’EuroStack. Il nome è ispirato al progetto India Stack, per lo sviluppo di una infrastruttura digitale indiana, e il senso è più o meno lo stesso.
Tra i principali promotori di questo gruppo ci sono figure tutt’altro che secondarie: Audrey Tang, ex ministra di Taiwan; Meredith Whittaker, a capo della Fondazione Signal, della piattaforma omonima di messaggistica istantanea; Alexandra Geese, europarlamentare dei verdi tedeschi; Francesca Bria e Cristina Caffarra, due rinomate economiste italiane.
Dopo qualche mese dal lancio dell’iniziativa, avvenuto attraverso una conferenza al Parlamento Europeo, nel gennaio 2025 è stato prodotto un documento che delinea gli scopi, i caratteri e le componenti generali di EuroStack. Esso dovrebbe arrivare a garantire tutta una serie di necessità che sono indispensabili per le più avanzate filiere produttive, “dai chip ai dati, dall’elaborazione alla connettività”.
In questo testo si legge in maniera esplicita che l’obiettivo è quello di “ridurre l’attuale dipendenza totale dell’Europa da attori non europei per i servizi ai cittadini, alle imprese e alle istituzioni europee, rafforzare la sicurezza, creare resilienza, migliorare le opportunità di innovazione e competitività digitale, stabilendo al contempo norme di governance europee”.
Lo scorso marzo, poi, il gruppo di studiosi e politici ha elaborato una lettera aperta indirizzata alla Commissione Europea, con la quale l’industria coinvolta nei settori del digitale e dell’intelligenza artificiale ha chiamato la UE a un impegno concreto. Sono state un centinaio le aziende e le associazioni che hanno sottoscritto tale richiesta, tra cui Airbus e le principali aziende delle telecomunicazioni.
Ora, i promotori di EuroStack rincarano la dose con un ulteriore appello, accompagnato da un documento che individua nel dettaglio le azioni da svolgere prioritariamente. Questa volta, le firme raccolte sono intorno alle 200, e Caffara ha sottolineato l’approvazione arrivata anche dai governi tedesco e francese.
“È sconcertante – ha aggiunto l’economista italiana – che l’Europa nell’ambito degli appalti pubblici e quindi con denaro dei contribuenti continui a puntare su soluzioni tecnologiche non europee, prevalentemente quelle in capo alle Big Tech americane, quando ci sono decine, centinaia di aziende europee che producono soluzioni e innovazione”.
In questa occasione, il nodo della competizione inter-atlantica emerge finalmente in maniera netta: è lo scontro con gli Stati Uniti, con la dipendenza dalle grandi società statunitensi per i servizi digitali, in cloud, per l’elaborazione dati e così via, a preoccupare il sistema europeo e a richiedere che ci si doti di un’infrastruttura in un certo senso ‘sovrana’.
Con questo termine non si indica ovviamente una sovranità popolare, ma un approccio finalizzato a sviluppare organicità delle capacità presenti a livello continentale, secondo la massima draghiana del ‘più stato per il mercato’. Non a caso, il rapporto stilato per Bruxelles dall’ex capo di governo italiano è citato più volte dai documenti del think tank.
Nel testo dello scorso gennaio, si legge che EuroStack non ha a che fare con la proprietà pubblica, quanto piuttosto con una politica industriale che favorisca le imprese “nello sforzo di unire e federare gli assets”. La prospettiva è di un intervento centralizzato (col sostegno di istituzioni tra cui la Banca Europea per gli Investimenti) per superare la ‘piccolezza’ europea e garantire competitività.
Sempre nello stesso documento viene anche sottolineato come EuroStack possa diventare uno strumento per proiettarsi nella geopolitica delle tecnologie, per liberarsi dalla condizione di “vassallo degli Stati Uniti”. In particolare, il riferimento è ai servizi in cloud, dove a farla da padrone sono Google, Microsoft e Amazon.
In questo caso, sempre seguendo i consigli di Draghi che nel rapporto sulla competitività aveva valutato come impossibile ormai dare vita a dei ‘campioni europei’ del settore che garaggiassero con quelli stelle-e-strisce, la strada da percorrere sarebbe quella dello sviluppo di cloud settoriali che soddisfano ugualmente le esigenze di mercato senza dipendere da altri e mantenendo il controllo sui dati.
Insomma, se la finalità – dice il documento di gennaio – rientra nel perseguimento del “bene pubblico” (non della proprietà o del controllo pubblico degli investimenti, ovvio, ma di un generico bene che viene sovrapposto alla competitività dell’ecosistema aziendale), la ratio rimane quella dello scontro nell’arena della competizione globale.
Così esplicita, nella rottura dell’equilibrio euroatlantico, la si trova scritta nero su bianco poche volte...
Fonte
31/12/2024
Palantir comincia la guerra civile nella difesa americana
Nei racconti di Tolkien i Palantir sono le pietre veggenti e vedenti presenti nel Signore degli Anelli il cui nome significa “coloro che vedono lontano”. In linea con il testo “Magical Capitalism”, di Moeran e De Waal Malefyt, che vede il magico delle narrazioni come un potente strumento di valorizzazione del brand delle piattaforme, a inizio anni 2000 i Palantir hanno dato il nome all’omonima azienda. Palantir Technologies si occupa di analisi dei big data e di piattaforme di gestione dell’intelligenza artificiale. Palantir opera su diverse piattaforme di gestione della IA di cui qui ne segnaliamo tre per capire il tipo di azienda di cui stiamo parlando: Gotham, Foundry e MetaConstellation.
Gotham è utilizzata principalmente da agenzie governative, forze dell’ordine e intelligence ed è progettata per integrare, gestire, proteggere e analizzare enormi quantità di dati eterogenei provenienti da diverse fonti (come database, fogli di calcolo, e-mail, immagini, dati geospaziali). Permette agli utenti di identificare schemi, collegamenti nascosti e trend all’interno dei dati, facilitando indagini complesse e l’analisi di intelligence. I suoi casi tipici di uso sono contrasto alla Jihad, prevenzione di frodi finanziarie, cybersecurity, gestione di emergenze e catastrofi naturali, intelligence militare.
Foundry è utilizzata da imprese commerciali e organizzazioni di vario tipo, in diversi settori (finanza, sanità, produzione, logistica, ecc.) . Si tratta di una piattaforma più versatile, progettata per aiutare le organizzazioni a integrare dati da diverse fonti, trasformarli, analizzarli e costruire applicazioni operative basate su di essi. Permette di creare un “digital twin” dell’organizzazione, facilitando l’ottimizzazione dei processi, la presa di decisioni basate sui dati e l’innovazione. Ha come uso principale l'ottimizzazione della supply chain, gestione del rischio, manutenzione predittiva, ricerca e sviluppo, customer relationship management, compliance. In breve, si tratta di una potente piattaforma per la gestione e l’analisi di dati aziendali, per migliorare l’efficienza e la presa di decisioni.
Altra piattaforma rilevante per le attività di difesa che è importante menzionare, anche se è più recente ma in fase di grande espansione è MetaConstellation. Mentre Gotham è stata tradizionalmente la piattaforma principale di Palantir per il settore della difesa, focalizzata sull’integrazione e l’analisi di dati, MetaConstellation rappresenta un’evoluzione significativa, soprattutto nel contesto dell’IA e della guerra moderna basata sui dati. Ecco le caratteristiche principali di MetaConstellation:
- Focus: gestione e orchestrazione di sistemi autonomi e basati su IA a
livello edge (cioè direttamente sul campo), con particolare attenzione
ai dati provenienti da sensori, soprattutto satellitari.
- Funzionalità: MetaConstellation permette di collegare diversi sistemi
di sensori (come satelliti, droni, e altri sistemi di sorveglianza) e di
gestire il flusso di dati verso sistemi di intelligenza artificiale per
l’analisi e l’azione rapida. L’obiettivo è di fornire una
consapevolezza situazionale in tempo reale e di automatizzare compiti
come l’individuazione di bersagli e la risposta alle minacce.
- Importanza strategica: in un contesto di guerra moderna, dove la velocità di decisione e l’automazione sono cruciali, MetaConstellation mira a fornire un vantaggio informativo significativo, permettendo di agire più velocemente e con maggiore precisione.
- Relazione con Gotham e Foundry: MetaConstellation non sostituisce Gotham o Foundry, ma si integra con essi. I dati elaborati da MetaConstellation possono essere ulteriormente analizzati in Gotham per l’intelligence di lungo termine, mentre Foundry può essere utilizzato per gestire gli aspetti logistici e operativi delle missioni di difesa.
In sostanza, MetaConstellation è la risposta di Palantir alla crescente necessità, sul campo di battaglia, frutto delle rivoluzioni della guerra sul terreno, di:
- Edge IA: elaborazione dei dati direttamente sul campo per una reattività immediata.
- Sensor Fusion: integrazione di dati da una moltitudine di sensori, in particolare quelli spaziali.
- Automazione: delega di compiti di analisi e, potenzialmente, di azione a sistemi IA.
In conclusione, sebbene Gotham rimanga una piattaforma chiave per il settore della difesa, MetaConstellation rappresenta l’avanguardia dell’approccio di Palantir alla guerra basata sui dati, puntando sull’intelligenza artificiale, l’edge computing e l’integrazione dei dati da sensori variegati per fornire un vantaggio strategico sul campo. È un settore in rapida evoluzione, e Palantir sta investendo significativamente nello sviluppo di queste capacità.
Le piattaforme di Palantir sono considerate all’avanguardia – sia per la guerra che per la sorveglianza e il management (facendo dialogare questi settori) – per diversi motivi, che riguardano sia la loro tecnologia sia il loro impatto operativo in settori critici. Ecco, in sintesi, i principali punti di forza.
1. Integrazione di Dati Eterogenei
- Superamento dei silos di dati: Palantir eccelle nell’integrare dati provenienti da fonti disparate e formati diversi (database, fogli di calcolo, e-mail, immagini, video, sensori, etc.), cosa che la maggior parte dei concorrenti fatica a fare. Questo crea una visione olistica e unificata delle informazioni, fondamentale per analisi complesse.
- Tecnologia proprietaria di “data fusion”: Palantir ha sviluppato tecnologie avanzate per collegare e armonizzare dati, anche in assenza di identificatori comuni, creando una “base di conoscenza” coesa.
2. Analisi Avanzata e Intelligenza Artificiale
- Potenti strumenti di analisi: le piattaforme offrono strumenti di visualizzazione, scoperta di pattern, modellazione predittiva e analisi geospaziale, che vanno ben oltre le capacità delle tradizionali soluzioni di business intelligence.
- Integrazione di IA e Machine Learning: Palantir integra algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale per automatizzare l’analisi, identificare anomalie, prevedere eventi futuri e supportare il processo decisionale.
- MetaConstellation e l’IA a livello edge: con MetaConstellation, Palantir spinge l’IA verso l’edge, permettendo l’analisi in tempo reale di dati provenienti da sensori (come i satelliti) e l’automazione di azioni sul campo, un aspetto cruciale per la difesa e altri settori.
3. Sicurezza e Privacy
- Progettazione orientata alla sicurezza: fin dall’inizio, le piattaforme sono state progettate con un’enfasi sulla sicurezza e il controllo degli accessi ai dati, essenziale per i settori sensibili in cui opera Palantir.
- Gestione granulare dei permessi: offrono capacità avanzate di gestione dei permessi e di audit trail, permettendo di controllare chi accede a quali dati e per quali scopi.
- Esperienza nel settore governativo: la lunga collaborazione con agenzie governative e di intelligence ha permesso a Palantir di sviluppare soluzioni che rispondono ai più alti standard di sicurezza.
4. Impatto Operativo e Decisionale
- Miglioramento della consapevolezza situazionale: fornendo una visione unificata dei dati e strumenti di analisi avanzati, le piattaforme migliorano la comprensione di situazioni complesse e facilitano la presa di decisioni informate. Si tratta di un tema essenziale all’interno come all’esterno delle organizzazioni che usano le piattaforme di Palantir.
- Ottimizzazione dei processi: in ambito aziendale, Foundry aiuta a ottimizzare processi, ridurre costi e migliorare l’efficienza operativa, creando un “gemello digitale” dell’organizzazione.
- Velocità di reazione: la capacità di analizzare dati in tempo reale, in particolare con MetaConstellation, permette di reagire rapidamente a eventi critici, sia in ambito militare che in altri settori.
5. Innovazione Continua
- Investimenti in R&D: Palantir investe costantemente in ricerca e sviluppo, spingendo i confini dell’analisi di big data e dell’intelligenza artificiale.
- Adattamento alle nuove esigenze: Le piattaforme sono in continua evoluzione per rispondere alle emergenti esigenze dei clienti e ai cambiamenti del panorama tecnologico e geopolitico.
Tuttavia, è importante ricordare che il mercato delle piattaforme e della IA è in continua evoluzione e la concorrenza sta crescendo. Il mantenimento di questa posizione di leadership, raggiunta con anni di duro lavoro, dipenderà dalla capacità di Palantir di continuare a innovare e adattarsi alle esigenze di un mondo sempre più data-driven. Se la feroce concorrenza nel settore, e le esigenze stringenti dei committenti che stanno sui mercati o in conflitto (quando non in tutti e due) spingono Palantir a una vera guerra contro i concorrenti – sia commerciale che finanziaria e tecnologica – va detto che è la stessa base materiale di Palantir, i finanziatori, a spingere per questa dimensione di guerra come occasione di crescita e di profitto.
Financial Warfare: gli spiriti animali del capitale che finanzia Palantir
Le azioni Palantir tendono ad attrarre un tipo di investitore con un profilo di rischio medio-alto e un orizzonte temporale di lungo termine, interessato ad aziende tecnologiche in forte crescita con un potenziale dirompente, ma anche con una certa dose di incertezza e volatilità. Profilo di rischio medio-alto, potenziale dirompente delle aziende finanziate, capacità di stare sui mercati incerti e volatili (sui quali si distruggono fortune ma si può anche predare): l’investitore tipo di Palantir, la sua concreta base materiale, ha la capacità strategica e tattica del soggetto da grande guerra finanziaria, quella che agita in mercati sia nelle fasi di rialzo che di ribasso.
Ecco le caratteristiche principali dell’investitore tipo in Palantir.
- Orientato alla crescita: cerca aziende con un alto potenziale di crescita del fatturato e degli utili, anche a scapito della redditività immediata. Palantir, con la sua espansione nel settore commerciale e il suo ruolo in settori critici come la difesa e l’intelligence, si adatta a questo profilo.
- Tollerante al rischio: è consapevole che investire in aziende tecnologiche in fase di espansione comporta un rischio maggiore rispetto ad aziende consolidate e con flussi di cassa stabili. La volatilità del prezzo delle azioni Palantir riflette questa realtà.
- Interessato all’innovazione: è attratto da aziende che operano in settori all’avanguardia, come l’analisi di big data, l’intelligenza artificiale e il cloud computing. Palantir è considerata un leader in questi ambiti.
- Visione di lungo termine:è disposto ad attendere che gli investimenti di Palantir in ricerca e sviluppo e l’espansione della base clienti si traducano in profitti significativi. Non si aspetta un ritorno immediato sull’investimento.
- Attento alle tendenze geopolitiche: capisce l’importanza del ruolo di Palantir nel settore della difesa e dell’intelligence e come le dinamiche geopolitiche possano influenzare la domanda dei suoi prodotti.
- Consapevole delle controversie: è a conoscenza delle controversie che circondano Palantir, relative a questioni di privacy, etica e trasparenza, e le valuta nel contesto delle sue decisioni di investimento.
In aggiunta, si possono identificare due categorie principali di investitori
- Investitori istituzionali: fondi comuni di investimento, hedge fund e fondi pensione che investono in Palantir come parte di un portafoglio diversificato, puntando sulla crescita a lungo termine del settore tecnologico.
- Investitori individuali: Investitori retail con una forte convinzione nel potenziale di Palantir e disposti a sopportare la volatilità del titolo, spesso attratti dalla natura “dirompente” dell’azienda e dal suo ruolo in settori strategici.
In conclusione, l’investitore tipo in Palantir, che ne determina le strategie di comportamento, è un investitore navigato nella guerra finanziaria, che non teme gli effetti collaterali di questa strategia, orientato alla crescita, tollerante al rischio, con una visione di lungo termine e un interesse per l’innovazione tecnologica e le sue capacità distruttive (degli assetti di mercato e sul campo), consapevole delle potenzialità ma anche delle controversie che circondano l’azienda. Quando Palantir si agita lo fa quindi spinto dalla base materiale dei suoi investitori, che richiede guerra e innovazione, oltre che dal mercato e dalle proprie strategie. Ma quali sono le sue strategie?
Le 18 tesi di Palantir aprono la guerra civile nella difesa americana
Come si prepara una rivoluzione o una guerra? Con tesi rese pubbliche che dichiarano come lo scontro sia necessario e giusto in vista di un cambiamento radicale di situazione. Il 31 ottobre 2024, prima che Trump vincesse le elezioni, Palantir, già vicina all’attuale presidente americano, pubblica le 18 tesi per la “Defense Reformation” . A prima vista, nonostante le analisi puntuali sullo stato delle forniture e del metodo di produzione nella difesa americana, sembra un manifesto elettorale prima che una analisi strategica o un prospetto utile per far piacere agli investitori.
Dopo l’elezione di Trump si capisce che Palantir, la controversa azienda di software fondata da Peter Thiel, con le sue “18 Tesi sulla Difesa” non ha solo lanciato una provocazione, ma una vera e propria dichiarazione di guerra all’establishment militare americano. Dietro questa mossa aggressiva si intravede la pressione del capitale di rischio, che ha investito massicciamente in Palantir e ora esige ritorni. Le Tesi, infatti, non sono solo un atto d’accusa contro l’inefficienza e l’obsolescenza del complesso militare-industriale americano, in linea con le accuse di Trump, ma anche un manifesto politico-economico, e di scenario per gli investimenti finanziari, per le soluzioni tecnologiche di Palantir, presentate come l’innovazione killer per processi e prodotti che riguardano il mondo della difesa.
L’azienda promette non solo di essere innovativa ma di portare tutta la difesa in un nuova nuova dimensione: radicalizzazione del ruolo degli algoritmi di intelligenza artificiale in grado di analizzare enormi quantità di dati, della previsione delle mosse del nemico, della ottimizzazione delle operazioni militari e la garanzia della superiorità strategica sulla Cina. Un’offerta quindi politica, economica e tecnologica assieme, sulla spinta di una finanza aggressiva e dirompente, per un Pentagono sempre più affamato di tecnologie innovative, e di certezze sulla superiorità strategica nei confronti della Cina, ma che nasconde insidie inquietanti.
Il Financial Times ha infatti rivelato l’esistenza di un’alleanza tra Palantir, Anduril Industries (specializzata in droni e sistemi autonomi) e SpaceX di Elon Musk, con l’obiettivo di creare un nuovo polo di potere e di contractor nel settore della difesa. Se questa “triade tecnologica” dovesse prevalere, non solo lo scenario tecnologico ma anche lo scenario geopolitico potrebbe cambiare radicalmente. In questo modo Gotham, Foundry e MetaConstellation non solo radicalizzerebbero il loro ruolo nella difesa americana, cambiandola anche brutalmente al suo interno, ma rappresenterebbero, sotto la spinta del capitale finanziario sottostante, il soggetto forte delle mutazioni geopolitiche in atto.
Immaginiamo un conflitto futuro, ad esempio nel Mar Cinese Meridionale o in Medio Oriente. Lo spot di Palantir è questo.
Ma poi c’è la realtà: con il metodo Palantir al comando, la guerra diventa, radicalizzando le tendenze attuali, un’operazione prevalentemente guidata da algoritmi. Droni armati, sistemi di sorveglianza pervasivi e intelligenza artificiale prenderebbero decisioni autonome, con un intervento umano sempre più marginale. Il rischio di escalation incontrollata, di decisioni prese dalla IA che saltano la catena di comando e la politica, e di errori fatali aumenterebbe esponenzialmente.
Inoltre, l’enorme quantità di dati raccolti da Palantir, e assieme algoritmi prodotti, potrebbe essere utilizzata per scopi di controllo sociale, con conseguenze preoccupanti per la privacy e le libertà individuali. Perché Palantir non è solo guerra o logistica ma è anche controllo, predictive policing e tende ad esportare, ben oltre gli Usa, i propri prodotti. Visto anche che l’analisi dei dati e la profilazione degli utenti, col metodo utilizzato negli scenari di guerra, possono essere utilizzate per manipolare l’opinione pubblica, diffondendo globalmente propaganda mirata, disinformazione e fake news è evidente che l’esito della guerra civile nella difesa americana – tecnologica, finanziaria, politica assieme – è destinato ad avere conseguenze globali non solo su guerra e controllo sociale ma anche nel mondo della comunicazione.
La guerra civile nella difesa americana è appena iniziata. Da un lato, i colossi tradizionali come Lockheed Martin e Boeing, dall’altro, la “Silicon Valley della guerra” rappresentata da Palantir e i suoi alleati. In gioco non c’è solo il controllo di un mercato multimiliardario, ma il futuro stesso della guerra e delle società per come le conosciamo. E questo senza entrare nella riposta cinese a questi processi che, comunque vada, influirà in questo genere di guerra civile.
Il capitalismo delle piattaforme per come era stato pensato negli anni ’10 è profondamente mutato. Non solo per l’evoluzione generativa della IA ma anche per il tentativo delle piattaforme di guerra di stabilire l’egemonia su questo genere di capitalismo. Palantir rappresenta, sempre rispetto agli anni ’10, una novità nell’integrazione tra guerra finanziaria e guerra sul campo già evidente in quel periodo. Una novità sinistramente magica se vediamo i progressi fatti nel settore IA in pochi anni e il nome dato ad una azienda che, comunque vada, si sta facendo notare.
21/05/2024
L’Ucraina, il laboratorio dell’intelligenza artificiale nei conflitti
C’è un’altra dimensione del conflitto, forse meno evidente ma altrettanto decisiva, che ha a che fare con l’intelligenza artificiale e con le piattaforme tecnologiche che la sviluppano e/o utilizzano. È la propaganda.
Lo raccontava già Sun Tzu un paio di millenni fa che la miglior guerra vinta è quella che non si combatte con le armi. E oggi l’Ucraina ci racconta che sia le armi letali sia quelle retoriche sono gestite attraverso l’accumulazione di big data.
Il Ministero della trasformazione digitale
Ma andiamo con ordine. E partiamo da un personaggio. Il suo nome è Mychajlo Fedorov, ha appena compiuto 33 anni, ed è il ministro della Trasformazione digitale e vice primo ministro del governo di Denys Šmyhal.
Parafrasando Jean Baudrillard, e con tutto il rispetto dell’oltre mezzo milione di persone – o più – morte in questo conflitto, se leggiamo questa guerra come una grande battaglia postmoderna Mychajlo Fedorov è sicuramente una delle star di questo spettacolo.
Esperto di marketing digitale, dapprima ha costruito la candidatura presidenziale di Volodymyr Zelensky e avviato la transizione tecnologica del Paese. Poi, una volta scoppiato il conflitto, si è preso la scena nella gestione dei due aspetti che da sempre configurano le sorti della guerra: le armi e la propaganda.
In entrambi i casi lo ha fatto utilizzando al meglio i big data, il cuore pulsante dell’intelligenza artificiale. E in entrambi i casi si è avvalso della potenza commerciale e tecnologica delle Big Tech della Silicon Valley: il terzo attore in campo in questo conflitto.
I droni: verso l’automazione delle armi letali
Il 29 marzo 2022, appena un mese dopo l’invasione, già la rivista Fortune pubblicava un articolo sull’utilizzo dell’IA nel conflitto. «Il mercato globale delle armi letali controllate dall’intelligenza artificiale vale ora circa 12 miliardi di dollari, ma si stima che il suo valore possa superare i 30 miliardi entro la fine del decennio», scriveva con preoccupazione Jeremy Kahn.
«Purtroppo non abbiamo idea se a questo sviluppo ci sarà un limite, e soprattutto quale sarà il limite», gli faceva eco Verity Coyle, senior advisor di Amnesty International.
Sul campo intanto si affrontavano dalla parte ucraina i droni Bayraktar TB2, sviluppati dalla multinazionale turca Baykar Technologies. E dalla parte russa i droni “suicidi” Shahed-136 costruiti dalla Iran Aircraft Manufacturing Industries Corporation.
In realtà nessuno dei due droni era completamente automatizzato e guidato “solo” dall’IA. E anzi i Bayraktar TB2 avevano quasi più una funzione propagandistica nel raccogliere immagini e girare video che non una forza letale di distruzione dei carri armati russi.
Ma era già evidente fin dall’inizio che sarebbe stato un conflitto segnato dallo sviluppo tecnologico. Dai big data e dall’intelligenza artificiale. Mancava poco alla completa automazione.
Il 10 gennaio 2023, a nemmeno un anno dall’invasione, Mychajlo Fedorov in un tweet annunciava che tutti gli sforzi del comparto industriale bellico sarebbero stati tesi alla costruzione di armi e droni che dovevano funzionare «senza l’umano».
E poche settimane dopo era sempre Mychajlo Fedorov ad annunciare l’invio da parte degli Stati Uniti dei Fortem DroneHunter F700 Interceptor. Droni completamente automatizzati e guidati dall’intelligenza artificiale in grado di localizzare, riconoscere, identificare e poi annientare i droni nemici. Il tutto senza il minimo intervento umano.
Il dado era tratto. Le sorti del campo di battaglia non sarebbero più state decise dai tradizionali mercanti di armi, ma dalle Big Tech della Silicon Valley che si occupano della raccolta dei dati e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il deus ex machina della guerra: Palantir Technologies
Passano altre due settimane e nel febbraio 2023 al World Forum dell’Aia, in Olanda, si tengono le conferenze del Reiam. Una manifestazione che ha lo scopo di collegare i mondi dell’intelligenza artificiale e del comparto strategico militare.
Alla conferenza interviene Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, che annuncia trionfante: «Siamo responsabili della maggior parte degli attacchi che avvengono sul suolo ucraino».
La Silicon Valley annuncia che il conflitto sul territorio ucraino è “cosa sua”. Nel giro di un anno, il grande protagonista della guerra in Ucraina diventa proprio la Palantir Technologies. Multinazionale di raccolta, utilizzo e sviluppo dei big data nata a Palo Alto nel 2003 per volontà di Peter Thiel, multimiliardario trumpiano fondatore di PayPal.
Quando nel 2016 scoppia lo scandalo Cambridge Analytica si scopre, o si torna a scoprire, che la raccolta dei dati è un’arma politica capace di decidere i destini delle nazioni.
SCL Group, proprietaria di Cambridge Analytica e chiusa nel 2018 dopo lo scandalo della sua sussidiaria, è stata contractor tra gli altri del Pentagono, della Nato e dell’intelligence militare britannica. E si è sempre vantata di avere influenzato elezioni, colpi di Stato e guerre attraverso i suoi sistemi di analisi comportamentale e raccolta dati.
Dalla polizia predittiva all’individuazione dei droni dei nemici
Palantir Technologies dall’inizio degli anni Zero ha gli stessi clienti del comparto militare e di intelligence di SCL Group. La Cia, il Pentagono, vari servizi di intelligence, la Difesa degli Stati Uniti, del Regno Unito e di Israele. Forse non ha deciso le elezioni in Nigeria o nelle Filippine come SLC. O almeno non se ne vanta.
Di sicuro però partecipa al fianco dell’esercito degli Stati Uniti alle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan.
E all’interno del Paese conduce guerre a bassa intensità come le operazioni di polizia predittiva per le forze dell’ordine di New Orleans. O per le polizie di frontiera durante l’amministrazione Trump.
Il tutto sempre raccogliendo, catalogando e sviluppando i big data: il cuore nero dell’intelligenza artificiale. Fra i servizi che Palantir offre all’esercito ucraino, spesso anche gratuitamente, spicca il sistema di IA Skykit che offre la possibilità di analizzare i movimenti satellitari dei droni nemici e i feed dei social media. Sempre il doppio livello: armi letali e informazione.
Tutto quello che può fare l’IA in guerra
In un approfondito reportage su Time uscito a febbraio 2024, si racconta come Alex Karp, l’amministratore delegato di Palantir Technologies che si era vantato di essere il protagonista della guerra, avesse già incontrato il ministro della Trasformazione digitale Fedorov pochi mesi dopo l’invasione. Facendo risalire la strettissima collaborazione tra la multinazionale della Silicon Valley e il governo ucraino agli albori del conflitto.
Da allora i colloqui tra i due sono praticamente quotidiani.
L’articolo del Time spiega con dovizia di particolari il ruolo di Palantir Technologies e di altre start-up tecnologiche nel conflitto. E approfondisce tutti i possibili utilizzi dell’intelligenza artificiale sul campo di guerra: monitoraggio, analisi satellitari, decrittazione dei codici, interferenze radio, riconoscimento facciale, analisi predittive, cyber attacchi, propaganda sui social media, armi letali di distruzione.
E anche raccolta delle prove dei crimini di guerra avversari, pulizia dei territori minati, organizzazione logistica degli sfollati, analisi e ottimizzazione della burocrazia e delle decisioni interne – politiche e militari.
Ma soprattutto, raccontano diversi fonti a Time, i software di IA di Palantir Technologies presentano ai comandi militari le migliori opzioni per condurre la guerra.
Quando non sono i software stessi a prendere le decisioni.
La nuova industria degli armamenti: le Big Tech
Ma non c’è solo Palantir Technologies. A fianco dell’Ucraina nel conflitto ci sono tutti i giganti della Silicon Valley che forniscono aiuto tecnologico al governo di Volodymyr Zelensky sotto forma di software, cloud, programmi informatici di protezione e di attacco, di difesa e di offesa.
Nel conflitto ucraino gli Stati Uniti oltre a fornire le armi schierano i pezzi da novanta Microsoft, Amazon, Google e Starlink.
Per non parlare della discussa Clearview AI – sempre finanziata da Peter Thiel – ovvero la più ambigua applicazione dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale.
Ecco la nuova industria degli armamenti del futuro: le Big Tech della Silicon Valley. «Possiamo definire le multinazionali che si occupano dello sviluppo dell’IA come i nuovi commercianti di armi», dice senza giri di parole l’esperto di sicurezza Jacob Helberg al Time.
Ecco come il laboratorio di guerra ucraino diventa fondamentale per raccontare il doppio binario delle applicazioni dell’intelligenza artificiale alla guerra. E come diventa decisivo per raccontare la guerra a venire.
Le guerre del futuro. Guerre esplicite, dove moriranno come sempre decine o centinaia di migliaia di innocenti, uomini, donne e bambini. E guerre sotterranee, combattute a colpi di analisi comportamentali, previsioni e condizionamenti.
Sempre attraverso la raccolta e l’utilizzo dei big data: il cuore nero dell’IA.
Fonte
22/10/2023
Il plagio “artificiale intelligente”
La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una goffa macchina statistica per il riconoscimento di strutture, che ingurgita centinaia di terabyte di dati ed estrapola la risposta più plausibile per una conversazione o la più probabile per una domanda scientifica.
Al contrario... la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Essa non cerca di inferire correlazioni brute da dati ma cerca di creare spiegazioni. [...]
Smettiamo di presentarla come “Intelligenza Artificiale” e chiamiamolo per quello che è “software per il plagio”. Non crea alcunché, copia lavori esistenti da artisti esistenti e cambia a sufficienza per sfuggire alle leggi del copyright.
È il più grande furto di proprietà mai avvenuto dopo le terre dei nativi americani da parte dei coloni europei.
Fonte
08/05/2022
Culture e pratiche di sorveglianza. Emozioni e desideri ridotti a dati per il neuromarketing
di Gioacchino Toni
La trasformazione tecnologico-comunicativa in atto sta conducendo a quella condizione che Luciano Floridi1 ha definito “onlife”, in cui diviene sempre più difficile distinguere tra esperienza online e offline: «siamo probabilmente l’ultima generazione a sperimentare una chiara differenza tra offline e online» secondo Luciano Floridi2. Una società che si trova in tale situazione potrebbe essere indicata, secondo lo studioso, come “la società delle mangrovie”, un ecosistema tropicale che si sviluppa ove l’acqua dolce del fiume incontra quella salata del mare.
«Ora immaginate di essere in immersione e qualcuno vi chiede: “l’acqua è salata o dolce?”. La risposta è che: “Mio caro, non sai dove siamo. Questa è la Società delle Mangrovie. È sia dolce che salata. È acqua salmastra”. Quindi immagina che qualcuno ti chieda oggi: “Sei online o offline?”. La risposta è: “Mio caro, non hai idea di dove ti trovi. Siamo in entrambi”»3.
In una situazione indefinibile come quella tratteggiata da Floridi, non deve essere pensata come del tutto fantascientifica l'ipotesi per cui diventi possibile leggere il pensiero di un essere umano senza nemmeno averne ottenuto un consenso consapevole. Di questa possibilità si occupa la parte finale del volume di Mirko Daniel Garasic, Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie (Luiss University Press, 2022), di cui ci si è occupati in precedenza [su Carmilla].
Lo studioso inizia con il tratteggiare l’interfaccia cervello-computer (ICC), «un sistema di comunicazione diretto, a volte bidirezionale, tra il cervello e un computer o un dispositivo esterno, che non implica stimolazione muscolare e che nel corso degli ultimi anni si è affermato prepotentemente per soggetti con disabilità motorie» (p. 122). Negli apparati terapeutici si tratta di un sistema volto a decodificare l’attività neuronale del paziente permettendogli di agire sulla realtà attraverso periferiche meccaniche (protesi).
Sono diversi i sistemi con cui si opera al fine di stabilire un collegamento diretto tra computer e cervello di individui con gravi disabilità motorie. Al di là dell’ambito sanitario, ultimamente le ricerche sull’ICC si sono rivolte al controllo della Realtà Virtuale, all’universo videoludico, al comando di robot umanoidi ma anche alla rilevazione delle menzogne o della sonnolenza in un ottica spesso votata a logiche prestazionali lavorative.
Tra le imprese che maggiormente hanno investito nelle ricerche sull’ICC si segnala la società di neurotecnologia Neuralink, fondata nel 2017 da quell’Elon Musk che si è appena accaparrato Twitter e la sua banca dati di profanazione utenti. L’azienda è particolarmente interessata a creare impianti cerebrali in grado di collegare il cervello ai sistemi di Intelligenza artificiale. Stando alle dichiarazioni dei suoi vertici, Neuralink sarà presto in grado di utilizzare chip impiantati nel cervello al fine di curare le malattie neurodegenerative e permettere al cervello umano di connettersi a interfacce intelligenti extracorporee (smartphone, computer, arti meccanici ecc.).
Rispetto ad altre aziende che si occupano da tempo di ICC in ambito medico-assistenziale, videoludico o di guida autonoma, l'azienda di Musk si differenzierebbe per la possibilità di procedere alla difficile applicazione del chip nel cranio umano per la cura della patologie degenerative attraverso procedure eseguite meccanicamente da un sistema robotico di estrema precisione che consentirebbe a Neuralink una vasta commercializzazione del prodotto.
Al di là degli entusiasmi aziendali – utili anche all’emotività borsistica – restano, ad oggi, alcuni limiti non ancora valicabili: non si è al momento in grado di stabilire una comunicazione che possa dirsi del tutto bidirezionale con un sistema di intelligenza artificiale attraverso un “cervello potenziato”, ed inoltre è ancora decisamente carente la conoscenza di come i neuroni comunichino e si scambino informazioni.
Oltre a Neuralink, anche Facebook da tempo sta lavorando alla “lettura della mente” con l’obiettivo di poter arrivare alla trasmissione di messaggi senza ricorrere a tastiere. «La possibilità che gli sviluppi tecnologici di Elon Musk, Facebook o altre aziende si concretizzino a breve termine è un’incognita, anche se la comunità scientifica nutre molti dubbi sullo stato dell’arte delle tecnologie dell’ICC. In ogni caso, la realtà è che le aziende tecnologiche stanno cominciando a interessarsi alle neurotecnologie» (p. 127).
Al di la dei sogni più o meno fantascientifici, la portata degli sviluppi in tali ambiti pone con urgenza interrogativi circa la loro ricaduta in termini di mutamenti antropologici dell’essere umano, di superamento della privacy e di un’inedita apertura della mente al mondo esterno che rischia di far perdere «l’ultima isola di libertà che a molti rimane» (p. 128).
Secondo un articolo pubblicato su “Nature”4 da un gruppo di neuroscienziati, esperti di intelligenza artificiale e studiosi di questioni etiche, le preoccupazioni principali andrebbero focalizzate sulle modalità con cui l’identità dell’individuo potrà essere messa in gioco dalle neurotecnologie attraverso l’ibridazione essere umano-IA delle macchine, sulla possibilità che si giunga ad ottenere “esseri umani potenziati” nella loro capacità di interazione con l’intelligenza artificiale in maniera diretta (dando luogo a divari e nuove discriminazioni), sul fatto che tali tecnologie vengono sviluppate secondo logiche tutt’altro che imparziali e sulla questione della privacy, cioè «capire quanto l’apertura a tecnologie in grado di intercettare i nostri pensieri necessiti di un’attenzione davvero elevata» (p. 129).
A tutto ciò si aggiunga la vendita, l’uso e il trasferimento dei dati neurali al di là dei motivi per cui sono stati inizialmente raccolti e per cui si è dato il consenso informato. Si entra così nell’inquietante campo del neuromarketing che rappresenta un
ulteriore livello di invasività attraverso la lettura dei nostri comportamenti a partire da come si palesano nel nostro corpo e nella nostra mente. Chiave del processo di acquisizione dei nostri desideri e inclinazioni [...] è intercettarli il prima possibile. Più a monte la mente è stimolata, meno schermature e protezioni (date dalla razionalità) ci sono. Alla base del neuromarketing, vi è la tecnologia cognitiva o tecnologia correlata alla cognizione, un termine che copre un ampio sottoinsieme di tecnologie che assistono, aumentano o simulano processi cognitivi o che, come visto con le ICC, possono essere utilizzate per ottenere alcuni obiettivi cognitivi specifici (pp. 129-130).
Se il marketing si è sempre interessato al funzionamento del cervello umano a scopo di comprendere su quali meccanismi fare leva per indurre al consumo, le neuroscienze possono essergli di grande aiuto, ed è proprio dalla sinergia tra ricerche di mercato e neuroscienze che si sono gettate le basi per il neuromarketing che intende «osservare le informazioni alla base dei processi interni al cervello dei consumatori che riflettono le loro preferenze, scelte e comportamenti» (p. 131). Attraverso applicazioni neurotecnologiche diviene possibile «condurre misurazioni continue del cervello e dell’attività del corpo mentre si prende la decisione di acquisto, si guarda la pubblicità o si partecipa ad altri processi legati al consumo» (p. 131).
Oltre alla “scansione” dei meccanismi che muovono i desideri e l’agire del consumatore, ad interessare alle aziende è però, in fin dei conti, indurre all’acquisto del proprio prodotto. «L’aggregazione di dati biomedici e misurazioni dell’attività cerebrale possono consentire di stabilire relazioni causali che in futuro potranno essere utilizzate come guida dai professionisti del marketing per costruire le loro campagne pubblicitarie o dai produttori per essere precisi nella promozione di un prodotto specifico» (p 133).
Per poter analizzare e “tenere sotto controllo” il funzionamento del cervello umano occorre, prima di procedere con gli esperimenti sulle “cavie umane”, ottenere il consenso informato, ma ciò di certo non tutela i soggetti che si prestano alle rilevazioni, dall’uso che si faranno di esse al di là dell’interesse iniziale. Se a tutto ciò che ancora sembra fantascientifico si aggiungono i più che reali e presenti sistemi di rilevamento delle emozioni attraverso intelligenza artificiale – a cui magari si è sottoposti obbligatoriamente se si vuole accedere ad alcuni aeroporti – e i dati condivisi sui social media, ecco allora che inizia ad emergere con maggior chiarezza come sì sia davvero sempre più in balia di tecnologie cognitive e le martellanti richieste circa l’accettazione o meno dei cookies durante la navigazione sul Web danno un po’ l’impressione di trovarsi armati di secchiello su una nave in balia delle onde che imbarca acqua da tutte le parti.
Rischiamo di entrare in maniera sempre più invasiva in un’era in cui le aziende a scopo di lucro possano giocare sulle nostre emozioni, avendo accesso a queste tecnologie legate ai media e targetizzandoci in base al nostro umore del momento. Questo timore è particolarmente pressante per via della velocità vertiginosa con cui questi mutamenti di neuromarketing si stanno affermando nella nostra società. Ormai non sono più solo le telecamere nelle strade che possono alimentare algoritmi e macchine con i nostri dati per generare approcci di marketing più personalizzati e precisi, ma anche i messaggi che scriviamo, le foto e i video che vengono postati o inviati: tutto ciò può attivare un’offerta immediata da parte di coloro che sono in grado di elaborare i nostri dati biometrici e classificarli come potenziale cliente arrabbiato o felice, triste o depresso (p. 135).
Se in Minority Report (2002) di Steven Spielberg – liberamente tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick – gli spot pubblicitari nei centri commerciali si modificano in base alle pupille dei protagonisti, nel nostro mondo “reale”, ricorda Garasic, alcuni centri commerciali asiatici hanno iniziato ad introdurre pubblicità personalizzate in base a chi si trova in quel momento davanti agli schermi intelligenti... e tale intelligenza, puntualizza lo studioso, «deriva dalla quantità enorme di dati su di noi in loro possesso» (p. 136).
Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza
Note
Cfr. Luciano Floridi (editor), The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era – [Pdf].
Luciano Floridi, Ethics after the Information Revolution, in The Cambridge Handbook of Information and Computer Ethics, Cambridge University Press, Oxford-New York, 2010, p. 11.
Luciano Floridi, “TheWebConference”, Lione, 2018.
Willett, F.R., Avansino, D.T., Hochberg, L.R. et al., High-performance brain-to-text communication via handwriting, in “Nature” 593, 249–254 (2021). Link.
29/12/2021
Come Netflix e la finanza hanno cambiato il cinema
A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento quasi naturale, dovuto a trasformazioni tecnologiche astratte e inevitabili, come le connessioni internet a banda larga e la diffusione degli smartphone. E invece c’è dietro una storia tutta politica – come sempre avviene nelle trasformazioni tecnologiche – che ha avuto un momento di accelerazione negli ultimi anni quando una delle tante aziende dot-com della Silicon Valley è riuscita a conquistare sempre più larghe fette di mercato e ha finito per ristrutturare completamente tutta la filiera della distribuzione audio-visiva.
In realtà non tutto è iniziato con Netflix. La sua premessa necessaria è stata la trasformazione del mercato cinematografico dall’immagine analogica supportata da pellicole in 35mm all’immagine digitale.Le trasformazioni tecnologiche non sempre avvengono in modo indipendente e poi vengono sfruttate a fini capitalistici: più spesso vengono pensate e progettate direttamente per risolvere alcuni problemi dell’accumulazione capitalistica. E il problema degli studios di Hollywood negli anni Novanta era che la rete di distribuzione dei film in pellicola nelle sale cinematografiche (soprattutto americane) era diventato troppo oneroso: questo perché la vita dei film si andava accorciando sempre di più e c’era bisogno di cambiare l’offerta in modo sempre più rapido e efficiente. Film che venivano stampati in 3-4mila copie, diventavano per lo più inutili dopo un mese di passaggi in sala. Anzi, ormai il grosso dei guadagni dipendeva quasi soltanto dalle proiezioni del primo weekend.
Bisognava passare dalle grandi e pesanti “pizze” di bobine in 35mm, costose da trasportare e da smaltire, a dei semplici file digitali (Digital Cinema Package), da proiettare in modo per altro molto più agile da proiettori per immagini digitali. Per riuscire a trasformare tutte le multisale degli Stati Uniti (e poi del mondo) in sale di proiezioni digitale – scaricando i costi sugli esercenti naturalmente – bisognava inventarsi qualcosa: fu così che vennero lanciati i film in 3D (in realtà un tentativo di ringiovanimento di una vecchia tecnologia già usata negli anni Cinquanta e Ottanta). Avatar di James Cameron fu proprio questo: un cavallo di Troia – come l’ha definito David Bordwell – per ristrutturare il ciclo della distribuzione facendo adattare gli esercenti a quello che da lì in poi divenne un nuovo standard dell’immagine.
Una volta fissato lo standard nell’immagine digitale, era solo questione di tempo perché i film venissero portati dalle sale alle case, e dalla visione collettiva a quella individuale.Il risparmio dei costi sarebbe servito a includere un’enorme fetta di persone che al cinema ormai non andava più. Netflix nacque infatti nel 1997 come un’impresa di noleggio di DVD per corrispondenza (una tecnologia che in futuro ricorderemo come un periodo di transizione verso lo streaming on-line). Nel libro autobiografico e agiografico dove si racconta la storia del fondatore di Netflix, la leggenda vuole – in realtà tutte le leggende della Silicon Valley non sono altro che la reiterazione della solita storia – che a partire da un garage e muniti solo di una grande idea, Reed Hastings e Marc Randolph siano riusciti in pochissimo tempo a cambiare il mondo e liberare gli spettatori televisivi dalla dittatura del palinsesto e della pubblicità. Il 23 maggio 2002, Netflix è già molto più che un’idea: viene quotata al Nasdaq come società di e-commerce, con azioni che valgono poco più di un dollaro e una capitalizzazione di 300 milioni di dollari. Meno di vent’anni dopo la sua capitalizzazione è di 215 miliardi di dollari e gli utenti paganti 190 milioni in tutto il mondo (a esclusione della Cina) con un valore medio delle sue azioni si aggira attorno ai 500 dollari. Ma che cosa è successo nel frattempo per permettere un successo tanto clamoroso?
Senz’altro la tempistica dell’inaugurazione del servizio in streaming on-line nel 2007 – lo stesso anno in cui viene lanciato sul mercato l’iPhone – è più che fortunata. E l’idea di trasmettere una serie di “premium TV” nel 2013 con House of Cards, su una piattaforma che all’epoca costava meno della metà di quello che facevano pagare HBO o Showtime, ha sbaragliato i concorrenti.
Netflix ha avuto anche un impatto culturale rivoluzionario visto che è stata la prima a lanciare una serie TV tutta intera, senza aspettare che le puntate venissero trasmesse settimana per settimana, inventando quello che poi verrà definito il “binge-watching”. E tuttavia nulla di tutto questo riesce a spiegare fino in fondo il suo successo.Come riporta “Variety” alla fine di marzo 2020 Netflix aveva un debito di quasi 15 miliari di dollari: 2,2 di essi erano appena stati sottoscritti l’autunno precedente. Ma quello che colpisce è la sproporzione del budget per gli investimenti che garantiscono una crescita sempre più accentuata: nel 2016 Netflix spendeva 5 miliardi di dollari all’anno per le proprie produzioni. Nel 2018 erano già diventati 12, nel 2019 15, nel 2020 17: nonostante ricavi da più di 20 miliardi ma con un utile netto che non ha mai superato i 2 miliardi negli ultimi anni, Netflix sembra essere un’azienda dalla crescita inarrestabile ma che dipende sempre di più da un indebitamento elefantiaco. In molti si sono iniziati a chiedere se la crescita di questo gigante dai piedi d’argilla fosse davvero sostenibile.
Nel 2019 Aswath Damodaran, professore di finanza alla Stern School of Business della New York University, sosteneva sul “Financial Times” che Netflix «per un decennio, ha investito sempre più soldi in nuove produzioni per attirare utenti e aumentare la capitalizzazione di mercato. E per ora ha funzionato. La domanda è: come è possibile scendere da questo tapis roulant? A un certo punto, spendere il 75% di ogni dollaro in contenuti non sarà sostenibile. Il prossimo anno sarà la grande sfida».
L’anno dopo però c’è stato un evento che nessuno poteva immaginare: la pandemia Covid-19. E mezzo mondo è stato costretto a passare molto più tempo a casa di quanto non facesse di solito: Netflix ha quindi avuto un boom di abbonamenti che nemmeno nelle sue più rosee previsioni era concepibile, conquistando nei primi tre mesi dell’anno oltre 15 milioni di nuovi abbonati, per la maggior parte dall’Europa e dall’Asia.
Tuttavia, qualche domanda su questo modello di crescita è lecito farsela. Netflix, come le altre piattaforme globali, ha la caratteristica di esasperare alcuni tratti fondamentali dell’impresa finanziarizzata, così come l’abbiamo conosciuta nella fase ascendente del money manager capitalism, dalla General Motors nel settore manifatturiero, alla General Electric nel comparto delle utilities, passando per le multinazionali della logistica. Il modello di business di Netflix può essere approssimato in pochi passaggi.La piattaforma di intrattenimento condivide con le più tradizionali imprese manifatturiere, il fatto che l’enorme crescita è stata resa possibile, innanzitutto, da un accesso al credito senza precedenti. L’elevato indebitamento, come si è visto, è la precondizione necessaria per avviare le proprie produzioni autonome e rinnovare continuamente la propria offerta. La raccolta di ingenti quantità di dati dagli utenti, unita all’uso di algoritmi di apprendimento automatico, consentono di analizzare le preferenze e isolare oltre duemila “cluster di gusto”, in modo che l’offerta possa rivolgersi a nicchie di mercato abbastanza precise. L’analisi dei Big Data ha ovviamente la funzione principale di orientare le produzioni di contenuti, adattandosi just in time alle richieste del mercato. Una volta che uno spettacolo è pronto per la consegna, un reparto dell’azienda si occuperà di capire come deve arrivare il nuovo contenuto agli abbonati, perfezionando l’algoritmo che seleziona i 40-50 titoli che appaiono sulla schermata iniziale di Netflix, oppure stabilendo diverse campagne di lancio con trailer differenziati secondo i cluster di destinatari. Sul lato delle entrate, il circuito non si chiude con gli abbonamenti.
Perché nonostante l’aumento degli utenti il cash-flow è strutturalmente negativo (tranne il flusso di cassa trimestrale di quest’anno, dopo oltre sei anni dalla prima volta), nel conto economico i ricavi da vendite non superano quasi mai i costi di produzione. Ciò che chiude il circuito economico-finanziario sono piuttosto le enormi plus-valenze registrate a Wall Street, che tamponano lo squilibrio “reale”, mettendo al riparo l’azienda dalla tendenza cronica all’insolvenza e facendo del profitto una grandezza (quasi) indistinguibile dalla rendita.
Sullo sfondo della fortuna di Netflix c’è la svolta espansiva della politica monetaria delle principali banche centrali, dopo la crisi finanziaria del 2007. Ha inizio la lunga fase del Central Bank-Led Capitalism. Arriva sui mercati finanziari un’enorme quantità di moneta, il rendimento dei titoli pubblici inizia a calare, gli operatori finanziari ricercano spasmodicamente rendimenti più alti, aumentando gli acquisti dei titoli delle Big Tech.
Nel pieno dello shock economico della prima ondata di pandemia, a partire dalla fine di marzo, il valore dello S&P 500 esplode, trainato dalle aziende tecnologiche che oramai corrispondono al 20% del valore dell’indice, dopo che la FED aveva annunciato un programma di acquisti delle azioni corporate, alimentando ciò che l’”Economist” ha soprannominato il dangerous gap, ovvero il divario tra Wall Street e Main Street.Da quando è quotata in borsa nel 2002, il prezzo delle azioni dell’azienda è aumentato di ben cinquecento volte, collocandosi ampiamente nella top ten delle neo-quotate degli ultimi diciotto anni. Non mancano osservatori che nell’ultimo periodo hanno ipotizzato una nuova bolla speculativa delle dot-com ai tempi del platform capitalism. Altri, invece, a partire dal 9 novembre, dopo l’annuncio del vaccino da parte della Pfizer, hanno scommesso su una possibile rotazione dei mercati, con un ri-orientamento dei flussi finanziari verso altri settori, attendendosi un relativo ridimensionamento progressivo della cosiddetta stay at home economy.
Comunque vadano le cose, non cambia di certo il nocciolo della questione. Netflix nel 2019 contava circa 8.600 addetti diretti (quasi il doppio del numero registrato nel 2016), ognuno genera in media 2,6 milioni di dollari di entrate annuali (nove volte di più rispetto ai dipendenti Disney). Il salario orario base dei dipendenti (Administrative assistant, Editor, Audio Engineer, Technician, Reserach analyst etc.) in media è pari a circa 30$, a cui si aggiungano i bonus in base ai risultati raggiunti (con importi non trascurabili, soprattutto per le professionalità più alte). La società californiana è al comando di una catena globale di sub-fornitura molto articolata (le ultime stime parlano di oltre 2.200 sub-fornitori di primo livello) e dispersa geograficamente (in Italia, ad esempio, a parte le produzioni che vengono realizzate direttamente nel paese, diversi contractor lavorano tra Roma e Milano per le post-produzioni di serie realizzate altrove o risultano sub-fornitori di secondo livello di società di post-produzione di altri paesi europei a cui Netflix affida il doppiaggio, sottotitolazione, mixaggio ecc.).
È inutile dire che nei gradini più bassi della catena la pressione sui salari è ancora più intensa. Basti pensare che il comparto degli animatori e delle altre maestranze tecniche impegnate nella serie Bojack Horseman si è dovuta organizzare sindacalmente, per strappare un accordo migliorativo con l’azienda di Los Gatos. Si tratta di dati che confermano quanto sia abnorme il tasso di sfruttamento nelle Tech Giants, la conseguenza della mobilitazione di una enorme quantità di lavoro vivo (potenziale) gratuitamente reso dagli utenti.
L’altra faccia di come l’affermazione del capitalismo delle piattaforme riduca ancor di più gli “effetti di percolamento” dalla finanza all’economia reale.Netflix, al pari degli altri giganti del web, è un “ecosistema coordinato” che massimizza a vantaggio della proprietà le relazioni di mercato tra gli utenti, i fornitori e gli investitori finanziari, ma è anche una “macchina economico-finanziaria” intrinsecamente crisis prone come si è visto, che per svilupparsi ha bisogno di acquisire sempre nuovi abbonati (vincendo la competizione con gli altri competitor, come Apple, Amazon, Disney ecc.), alimentando nel contempo quella tendenza interna alla “concentrazione” monopolistica, che contraddistingue questa nuova forma di innovazione tecnologica.
Le conseguenze di questo fenomeno sono state e saranno devastanti per tutto il settore dell’audiovisivo. Oggi è diventato ormai normale spendere 9.90$ al mese per vedere decine di film e serie Tv per diversi device di un’intera famiglia. È evidente che un business model come quello delle Premium Cable Tv di una volta, come HBO e Showtime (che infatti si sono affrettati ad aprire a loro volta dei servizi in streaming on-demand a prezzi stracciati) sia totalmente insostenibile. Così come è insostenibile per una sala cinematografica poter pensare di entrare in competizione con un servizio che ormai riesce ad attrarre anche registi da premio Oscar (Roma di Cuarón) o grandi autori (Scorsese) così come serie Tv da blockbuster come Stranger Things o fenomeni trash dall’alto potenziale virali sui social network come Tiger King.
Netflix, come per altro è avvenuto anche per altre piattaforme come Amazon, dovrebbe essere analizzata non soltanto per la sua organizzazione aziendale interna o per le sue strategie di crescita e investimento, ma come un dispositivo di ristrutturazione di un intero settore, come è quello dell’audiovisivo.Così come Amazon è stata capace di evitare di ripartire i dividendi ai propri azionisti per anni per riuscire ad avere capitali sufficienti per implementare strategie di crescita e acquisizione sempre più aggressive (come nel caso di Amazon Prime, uno dei grandi “salti di scala” nella storia di quell’azienda) così Netflix è stata capace di trasformare le abitudini di centinaia di milioni di persone e di rivoluzionare per sempre il loro modo di consumare contenuti audiovisivi. L’enorme capitale finanziario mobilitato da quest’azienda è stato in grado – come spesso è avvenuto nella storia del capitalismo – di ristrutturare completamente un settore industriale.
In questo senso Netflix è riuscita anche a diventare uno dei grandi player in quella che è una delle più centrali battaglie economiche di questi anni: quella dell’economia dell’attenzione (e che si stanno combattendo in modo sempre più aggressiva sia nel mercato dei capitali che in quello delle strategie aziendali Facebook, Google, Apple, ecc.). Quasi duecento milioni di persone passano ore della propria settimana consumando contenuti audiovisivi sul sito di Netflix. È interessante infatti notare come Netflix non abbia mai acconsentito a divulgare i dati sugli ascolti dei propri prodotti: fenomeno bizzarro dato che decenni di ricerca sugli studi audiovisivi hanno sempre considerato come un dato empirico fondamentale il numero di spettatori che un film riusciva ad accaparrarsi.
Oggi noi non sappiamo più quanti sono stati gli spettatori di The Irishman o di Mank. Molti si sono chiesti che cosa Netflix volesse nascondere e perché non volesse rendere pubblici questi dati. Con buona pace dei dipartimenti universitari di studi sul cinema forse la risposta è molto più semplice di quello che sembra.Netflix non è un’azienda di contenuti audiovisivi – e infatti non è un caso che venga quotata in borsa nel Nasdaq. Netflix è un’azienda che usa il cinema e le serie Tv come esca: la vera posta in palio sono i comportamenti, le abitudini e i gusti dei quasi 200 milioni di persone che passano ore della propria giornata a interagire con quel sito.
Il vero oggetto insomma, è l’uso economico-finanziario dei dati: la vera materia prima che il capitalismo delle piattaforme utilizza per ristrutturare il capitale della sfera della circolazione e rendere sempre più fluida e senza frizioni la realizzazione di valore. Non dobbiamo fare l’errore di guardare il dito (i film) e non la Luna (le strategie di accumulazione capitalistiche). Netflix è solo una delle tante maschere dietro cui si sta trasformando il capitalismo contemporaneo tutto. Purtroppo, non solo al cinema.
Fonte
03/12/2021
Culture e pratiche di sorveglianza. Costruzione identitaria e privacy tra rassegnazione digitale e datificazione forzata
di Gioacchino Toni
Riferendosi
all’età contemporanea, le scienze sociali tendono ad assegnare una
certa importanza al ruolo dei social media nella “costruzione del sé”,
nella “costruzione antropologica della persona”. Nel recente volume di Veronica Barassi, I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati, profilati dalla nascita (Luiss University Press, 2021) [su Carmilla],
l’autrice evidenzia come, nell’era del capitalismo della sorveglianza,
con la possibilità offerta dalle piattaforme digitali di raccontare
storie personali negoziando la posizione che si occupa in società,
sorgano alcune importanti questioni su cui vale la pena riflettere.
Innanzitutto si opera nell’impossibilità di controllare il contesto in cui le informazioni personali vengono condivise e ciò, sottolinea la studiosa, determina il collasso dell’integrità contestuale, dunque la perdita di controllo nella costruzione del sé in quanto non si padroneggiano più le modalità con cui ci si presenta in pubblico. Si tenga presente che alla creazione dell’identità online concorrono tanto atti coscienti (materiali caricati volontariamente) che pratiche reattive (like lasciati, commenti ecc.) spesso in assenza di un’adeguata riflessione.
Nel costruire la propria identità online si concorre anche alla costruzione di quella altrui, come avviene nello sharenting, ove i genitori, insieme alla propria, concorrono a costruire l’identità online dei figli persino da prima della loro nascita. In generale si può affermare che manchi il pieno controllo sulla costruzione della propria (e altrui) identità online visto che si opera in un contesto in cui ogni traccia digitale può essere utilizzata da sistemi di intelligenza artificiale e di analisi predittiva per giudicare gli individui sin dall’infanzia.
Se a partire dalla fine degli anni Ottanta la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha posto l’accento su come i bambini non debbano essere intesi come individui subordinati agli adulti e bisognosi di protezione ma piuttosto come soggetti autonomi dotati di specifici diritti, il capitalismo della sorveglianza [su Carmilla], evidenzia Barassi, li ha nei fatti privati della loro autonomia. Sia perché il “consenso dei genitori” diviene il grimaldello per trattare i loro dati sia perché le loro tracce digitali sono prodotte, raccolte e condivise da altri soggetti ben al di là del consenso e del controllo genitoriale. Ciò avviene in svariati ambiti – istruzione, intrattenimento, salute... – e le tracce digitali dei bambini prodotte tanto da loro stessi quanto da altri [su Carmilla] vengono utilizzate per indagare i loro modelli comportamentali, per fare ipotesi circa le loro tendenze psicologiche e per costruire storie pubbliche relative alla loro identità.
Essendo che le tracce digitali hanno a che vedere con l’identità sociale, nell’era del capitalismo digitale, sostiene Barassi, i social media sono divenuti un terreno di conflitto e negoziazione per le famiglie. Insistere tuttavia quasi esclusivamente sulle responsabilità dei genitori smaniosi di condividere dati sui figli rischia di mettere in secondo piano le responsabilità delle multinazionali della raccolta-elaborazione dei dati. Piattaforme dedicate all’infanzia come Messanger Kids di Facebook condividono le informazioni raccolte con terzi e ciò avviene perché tutte le principali Big Tech stanno investendo parecchio nella profilazione dell’infanzia e lo stanno facendo davvero con ogni mezzo necessario aggirando facilmente le legislazioni in materia.
Sebbene a proposito dell’impatto dei social media sul benessere psicologico dei bambini vi siano posizioni differenti all’interno dell’ambito accademico, non è difficile immaginare come tali piattaforme possano perlomeno contribuire a rafforzare culture e stereotipi negativi. Alcuni studi hanno mostrato, ad esempio, come le bambine siano indotte a conformarsi a stereotipi sessualizzati al fine di essere accettate socialmente. Trattandosi di strumenti espressamente realizzati per facilitare la raccolta, il tracciamento e la cessione dei dati ad altri soggetti, non è difficile immaginare come tutto questo materiale raccolto ed elaborato possa incidere sulla vita degli individui.
In una società ad alto tasso di digitalizzazione sono molteplici le modalità con cui si raccolgono dati sui bambini. La studiosa mette in evidenza come dietro ad alcune pratiche, spesso fruite come del tutto innocue e non intrusive, si nascondano vere e proprie strategie di profilazione. Si pensi non solo ai dati raccolti sui bambini dalle piattaforme didattiche utilizzate nelle scuole, di cui non è affatto chiara la gestione da parte delle aziende fornitrici del “servizio”, al tracciamento facciale a cui sono sottoposti sin da piccoli negli aeroporti e persino all’ingresso di parchi giochi come Disneyland, ove vengono loro fotografati i volti all’ingresso motivando blandamente tale pratica, nei rarissimi casi in cui i genitori ne chiedano il motivo, come un’operazione volta alla sicurezza, come ad esempio facilitare il loro rinvenimento in caso di smarrimento. Sebbene cosa ne faccia il colosso Disney delle foto scattate ai volti dei bambini non è dato a sapere, certo è che si tratta di dati estremamente sensibili essendo la fotografia del volto a tutti gli effetti un dato biometrico unicamente riconducibile all’identità di un individuo al pari dell’impronta digitale e della voce.
Altri sistemi di profilazione con cui entrano in contatto facilmente i bambini sono i giochi scaricati sugli smartphone o su altri dispositivi – che in alcuni casi, nota la studiosa, continuano a carpire immagini tramite la la videocamera dell’apparecchio anche quando il gioco non è in funzione – i dati raccolti da piattaforme di intrattenimento come Netflix che, non a caso, lavorano sulla creazione di profili ID univoci. Persino le ricerche effettuate dai genitori attraverso i motori di ricerca online a proposito di disturbi o malattie dei figli concorrono all’accumulo di dati sensibili utili alla costruzione della loro identità digitale sin da bambini.
Tutto ciò non può che porre importanti interrogativi circa il concetto di privacy tenendo presente come questo derivi da uno specifico contesto politico, sociale e culturale. Buona parte del dibattito attorno alla privacy rapportata alle nuove tecnologie ruota attorno all’idea di una necessaria e netta distinzione tra una sfera pubblica (visibile) e una privata (riservata). Se l’avvento dei social media, su cui si è indotti a esibire/condividere tutto di se stessi [su Carmilla], sembra annullare sempre più la distinzione tra pubblico e privato, conviene secondo Barassi soffermarsi sull’importanza di tale dicotomia in quanto «consente di capire la filosofia individualista – e problematica – che definisce l’approccio occidentale verso la privacy e la protezione dei dati» (p. 89). La dicotomia tra ciò che è pubblico e ciò che è privato nella cultura occidentale «suggerisce che c’è una chiara differenza tra la sfera collettiva e quella personale, tra Stato e individuo, tra ciò che è visibile e ciò che è segreto» (p. 89).
Il concetto di privacy occidentale ha le sue radici nell’idea «che dobbiamo proteggere il nostro interesse personale e le nostre famiglie nucleari prima di pensare alla dimensione pubblica/collettiva» (p. 89). Ed è in tale filosofia individualista della privacy che secondo la studiosa si annida il vero problema:
rapportare il concetto di privacy a quello di interesse individuale porta sempre a una riduzione del suo valore una volta che la privacy viene posta di fronte all’interesse collettivo. Questo è chiaro se pensiamo ai dibattiti sul riconoscimento facciale, sul contact tracing o su altre tecnologie implementate in nome dell’interesse collettivo. Dall’altra parte, intendere la privacy come fenomeno individuale ci porta a cercare soprattutto soluzioni individualiste a problemi che sono invece di natura collettiva (p. 90).
Circa la privacy dei bambini, dall’indagine svolta da Barassi emerge con forza nei genitori una sorta di “rassegnazione digitale”, dettata dall’impressione di non aver altra scelta, di cui approfitta il capitalismo della sorveglianza che però, nota la studiosa, si avvale anche della “partecipazione digitale forzata”. I soggetti fornitori di servizi a cui ricorrono quotidianamente le famiglie, dai servizi sanitari alle istituzioni educative, sempre più si affidano alla raccolta e all’analisi dei dati personali.
È attraverso la partecipazione digitale forzata a una pluralità di istituzioni, private e non, che i bambini vengono datificati, ed è per questa ragione che dobbiamo andare oltre la privacy come interesse privato dei bambini per studiare invece cosa voglia dire crescere in una società dove siamo continuamente costretti ad accettare termini condizioni di utilizzo, e dove i dati dei nostri figli vengono raccolti e condivisi in modi che sfuggono alla nostra comprensione e a l nostro controllo. Solo così riusciremo a fare luce sulle ingiustizie e sulle ineguaglianze della nostra società datificata, e sul fatto che il mondo in cui pensiamo al valore della privacy nella vita di tutti i giorni dipende spesso dalla nostra posizione sociale [...] C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel diverso impatto che queste trasformazioni hanno avuto sulle famiglie altamente istruite o ad alto reddito da un lato, e su quelle a basso reddito o meno istruite dall’altro (pp. 94-95).
La diseguaglianza sociale in effetti, sottolinea la studiosa, gioca un ruolo importante nelle modalità in cui viene vissuta e affrontata la datificazione a cui si è sottoposti quotidianamente. I sistemi automatizzati di intelligenza artificiale tendono ad amplificare tale ingiustizia. Nelle società a forte datificazione i dati raccolti ed elaborati finiscono per essere utilizzati per profilare e indirizzare le vite degli individui. Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul problema della privacy, occorrerebbe piuttosto indagare quanto «la sorveglianza digitale e la datificazione di massa [siano] strettamente interconnesse con la giustizia sociale» (p. 97).
Sebbene
spesso si parli di profilazione riferendosi al ricorso a tecnologie e
algoritmi per l’analisi predittiva, in realtà, sottolinea Barassi, si
tratta innanzitutto di «un processo antropologico che si estende oltre
il mondo digitale e che ha a che vedere con la classificazione e la
creazione di categorie, di raggruppare persone, animali, piante e cibi
sulla base delle loro similitudini e differenze. È attraverso la
creazione di categorie che definiamo le regole sociali» (p. 103). Tale
pratica viene utilizzata anche per identificare il rischio. «Nella
società moderna la profilazione è anche storicizzatone connessa al
controllo della popolazione e all’oppressione razziale e sociale» (p.
103). La profilazione ha finito per far parte della vita quotidiana
tanto nel farvi ricorso quanto nell’esservi sottoposti [su Carmilla]; «la profilazione è per definizione una pratica di correlazione di dati che serve per formare un giudizio» (p. 104).
Sebbene la profilazione sia un fenomeno sociale, antropologico e personale in atto da ben prima della trasformazione digitale, è nel passaggio di millennio che si determinano cambiamenti sostanziali: l’avvento di nuove tecnologie ha comportato tanto un aumento spropositato della quantità di informazioni personali che possono essere raccolte e intrecciate, quanto di strumenti utili a ottenerle al fine di realizzare profilazioni sempre più sofisticate. Nel saggio Big Other: Surveillance Capitalism and the Prospects of an Information CIvilization (2015) pubblicato sul “Journal of Information Technology” (30 gennaio 2015), Shoshana Zuboff ha spiegato come a suo avviso sia più efficace indicare tale contesto come “Big Other”, piuttosto che “Big Data”, in quanto tale dicitura rende meglio l’idea dell’architettura globale – composta da computer, network, sistema di accordi e relazioni... – di cui si avvale il capitalismo della sorveglianza nello scambiare, vendere e rivendere i dati personali.
Barassi evidenzia come un ruolo centrale all’interno di tale Big Other sia svolto dai “data broker”, aziende che raccolgono informazioni personali sui consumatori, le aggregano sotto forma di profili digitali per poi venderli a terzi. La raccolta di dati avviene sia dai registri pubblici sia dalle piattaforme digitali e dalle ricerche di mercato, oltre che acquistandole dalle aziende che gestiscono app e social media. Un data broker può identificare, ad esempio, un individuo anche in base al suo aver manifestato interesse all’argomento diabete non solo per vendere l’informazione a produttori di alimenti senza zucchero, ma anche alle assicurazioni che, in base a ciò, lo classificheranno come “individuo a rischio” alzando il prezzo della sua polizza. Analogamente gli individui vengono profilati sulla base del reddito, dello stile di vita, dell’etnia, della religione, dell’essere o meno socievoli o introversi e così via agendo di conseguenza nei loro confronti. La raccolta di questi dati avviene in un regime da Far West a partire dalla più tenera età così da poter aggiornare costantemente e affinare il profilo individuale.
La studiosa sottolinea anche come i dati raccolti dalle Big Tech in ambito domestico non siano soltanto personali/individuali ma raccontino anche la famiglia intesa come gruppo sociale a partire dai contesti socioeconomici, valoriali e comportamentali e tutto ciò può condurre a gravi forme di discriminazione. Un’inchiesta di ProPublica, organizzazione no-profit statunitense, ha rivelato come Facebook consentisse pubblicità mirate discriminatorie rivolte alle sole “famiglie bianche”. Barassi sottolinea come tali meccanismi possano imprigionare i bambini in stereotipi discriminatori e riduzionisti limitandone la mobilità sociale; si rischia di divenire sempre più prigionieri delle classificazioni assegnate al proprio profilo digitale.
Dal 2019 Amazon raccoglie informazioni fisiche ed emotive degli utenti attraverso la profilazione della voce, mentre Google ed Apple stanno lavorando da tempo a sensori in grado di monitorare gli stati emotivi degli individui e tutti questi dati vanno ad aggiungersi a quelli raccolti a scopo di profilazione quando si cercano informazioni sulla salute su un motore di ricerca. Come non bastasse, le Big Tech affiancano alla raccolta dati sulla salute ingenti investimenti nell’ambito dei sistemi sanitari. Qualcosa di analogo avviene nel sistema scolastico-educativo ed anche in questo caso le grandi corporation tecnologiche hanno saputo approfittare dell’emergenza sanitaria per spingere sull’acceleratore della loro entrata in pompa magna nel sistema dell’istruzione.
I media occidentali da qualche tempo danno notizia con un certo allarmismo del sofisticato sistema di sorveglianza di massa e di analisi dei dati raccolti sui singoli individui e sulle aziende messo a punto dal governo cinese tra il 2014 e il 2020 al fine di assegnare un punteggio di “affidabilità” fiscale e civica in base al quale gratificare o punire i soggetti attraverso agevolazioni o restrizioni in base al rating conseguito. All’interesse per il sistema di sorveglianza cinese non sembra però corrispondere altrettanta attenzione a proposito di ciò che accade nei paesi occidentali, ove da qualche decennio «governi e forze dell’ordine stanno utilizzando i sistemi IA per profilarci, giudicarci e determinare i nostri diritti» (p. 122), impattando in maniera importante soprattutto sul futuro delle generazioni più giovani.
Sebbene non sia certo una novità il fatto che governi e istituzioni raccolgano dati o sorveglino i comportamenti dei cittadini, la società moderna ha indubbiamente “razionalizzato” tale pratica soprattutto in funzione efficientista-produttivista rafforzando insieme alla burocrazia statale gli interessi aziendali. In apertura del nuovo millennio, scrive Barassi, anche sfruttando l’allarmismo post attentati terroristici che hanno colpito gli Stati Uniti e l’Europa, molti governi hanno iniziato ad integrare le tecnologie di sorveglianza quotidiana dei dati con i sistemi di identificazione e autenticazione degli individui.
Alcuni studi hanno dimostrato come le pratiche di profilazione digitale messe in atto in diversi paesi, oltre ad essere discriminatorie, minino alle fondamenta i sistemi legali in quanto determinano in segreto quanto un cittadino sia da considerare “un rischio” per la società senza concedergli la possibilità di usufruire di un’adeguata tutela legale. Altro che “giusto processo”; soprattutto grazie alle leggi anti-terrorismo emanate dopo l’11 settembre 2001 ci si può ritrovare “condannati” senza nemmeno conoscerne il motivo.
Barassi riporta il caso della Palantir Technologies, vero e proprio colosso privato della sorveglianza e profilazione dei cittadini, capace di offrire servizi di raccolta e analisi dei dati ai governi e alle aziende private soprattutto occidentali. Ai sevizi di tale azienda, creata nel 2003, ricorrono le principali agenzie governative statunitensi (dall’FBI alla CIA, dal’Immigration and Customs Enforcement al Department of Homeland Security ed al Department of Justice). Attiva in oltre 150 paesi nel 2010, la Palantir Technologies ha saputo sfruttare abilmente l’attuale pandemia per diffondere i sui servizi in Europa.
La profilazione digitale dei cittadini si rivela strategica per molti paesi occidentali in cui istituzioni governative e apparati di polizia ricorrono sempre più a sistemi di IA, il più delle volte gestiti direttamente da aziende private, per prendere decisioni importanti sulla vita dei cittadini. Barassi sottolinea anche come numerosi studi abbiano dimostrato come le tecniche per il riconoscimento facciale, ad esempio, siano tutt’altro che attendibili e come le stesse tecnologie per l’analisi predittiva, oltre che non affidabili, tendano ad amplificare i pregiudizi e ad alimentare la diseguaglianza sociale. Una ricerca del 2019 pubblicata su “Science”, ad esempio, ha rivelato come il sistema sanitario statunitense ricorra ad algoritmi razzisti nel prendere decisioni in merito alla salute pubblica.
«Nell’era del capitalismo della sorveglianza non esistono più dati “innocui”, perché i dati che offriamo come consumatori molto spesso vengono utilizzati per determinare i nostri diritti di cittadini» (p. 133). Il software CLEAR, ad esempio, attinge dati di oltre 400 milioni di consumatori da un’ottantina di società che si occupano di bollette domestiche di vario tipo per poi rivenderli ad istituzioni governative che si occupano di frode fiscale e sanitaria, di immigrazione e riciclaggio di denaro o di prendere decisioni relative all’affidamento di bambini. «Senza che se ne rendano conto, i dati che gli utenti [...] producono in qualità di consumatori domestici possono venire incrociati, condivisi e utilizzati per investigazioni federali» (p. 134). Altro inquietante caso riportato da Barassi riguarda Clearview AI, società produttrice di software per il riconoscimento facciale. Un inchiesta del “New York Times” del 2020 ha evidenziato come in alcune giurisdizioni statunitensi le forze di polizia utilizzassero tale software per confrontare le fotografie di individui ritenuti sospetti con gli oltre tre miliardi di immagini presenti online, soprattutto sui social.
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È di questi giorni la notizia delle sanzioni comminate in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato a due tra le maggiori Big Tech
Tra gli utenti di Apple e Google e le due aziende esiste “un rapporto di consumo, anche in assenza di esborso monetario“. Perché “la controprestazione”, cioè il pagamento, “è rappresentata dai dati che essi cedono utilizzando i servizi di Google e di Apple”. È con questa premessa che l’Antitrust ha multato i due gruppi per un totale di 20 milioni di euro – 10 ciascuno, il massimo edittale – per due violazioni del Codice del Consumo, una per carenze informative e un’altra per pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali (Apple e Google, multa Antitrust da 20 milioni: “Informazioni carenti sull’uso dei dati personali degli utenti e pratiche aggressive”, “Il Fatto Quotidiano”, 26 novembre 2021.
Nel Comunicato stampa emesso dall’AGCM il 26 novembre 2021 viene evidenziato come nella fase di creazione dell’account, Google «l’accettazione da parte dell’utente al trasferimento e/o all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali» risulti pre-impostata consentendo così «il trasferimento e l’uso dei dati da parte di Google, una volta che questi vengano generati, senza la necessità di altri passaggi in cui l’utente possa di volta in volta confermare o modificare la scelta pre-impostata dall’azienda». Nel caso di Apple, prosegue il Comunicato stampa, l’architettura di acquisizione «non rende possibile l’esercizio della propria volontà sull’utilizzo a fini commerciali dei propri dati. Dunque, il consumatore viene condizionato nella scelta di consumo e subisce la cessione delle informazioni personali, di cui Apple può disporre per le proprie finalità promozionali effettuate in modalità diverse». Nel dettaglio si vedano: Testo del provvedimento Google – Testo del provvedimento Apple
Alla luce di quanto detto in precedenza, è difficile immaginare che tutti questi dati sugli utenti raccolti subdolamente, legalmente o meno, vengano sfruttati “solo” a livello commerciale. Intanto si accumulano, poi potranno essere messi sul mercato ed essere elaborati e utilizzati per gli scopi più diversi.
È il capitalismo della sorveglianza, bellezza. E tu non ci puoi far niente! Se ci si deve per forza rassegnare a tale ennesimo adagio impotente, occorrerebbe allora riprendere anche l’efficace titolo di un recente film italiano: E noi come stronzi rimanemmo a guardare (2021, di Pierfrancesco Diliberto “Pif”).
27/11/2021
Da Zerocalcare a Squid Game: il futuro è tutto qui?
Se Netflix è il problema
Forse non è un caso che, almeno in Italia, le due serie del momento facciano parte della grande piattaforma di Netflix. Sicuramente non possiamo dimenticare il ruolo della tecnologia digitale che condiziona e mette a regime ogni secondo della nostra vita e che crea, continuamente, segni, sogni e senso. In tutto questo processo di globalizzazione e di tecnologie invasive siamo oltre il “no logo” di Naomi Klein dove il brand era una tendenza, un modo di vivere, un identificarsi in un gruppo magari dentro un paio di scarpe, seduti in un Mc Donald o bevendo Coca Cola anche se fatto in maniera planetaria e includente (No Nike no party). Siamo oltre la società della sorveglianza di Foucault o la società di controllo di Deleuze, oltre la società dello spettacolo di Debord e oltre il fascismo del consumismo temuto da Pasolini; adesso il capitalismo digitale e le sue applicazioni, rappresentano luoghi virtuali, fisici, emotivi e relazionali d’incredibile forza e pervasività, velocità pura e consumo immediato. Netflix, Instagram o Apex Legends non soltanto condizionano e controllano quel brodo culturale e sociale dove si producono immaginari, orizzonti e progetti personali, ma sono, ora più che mai, quello che siamo, pensiamo, facciamo; e sono parte di una trasformazione cognitiva e antropologica che va attraversata, combattuta e risolta a nostro favore. Ormai non è possibile stare fuori l’algoritmo, ma bisogna comprenderlo e trasformarlo con la piena e naturale partecipazione delle nuove generazioni: “Cos’è dunque l’odierno strapotere dei giganti digitali se non un tremendo squilibrio tra capitale e lavoro in cui conoscenze e risorse collettive vengono assorbite dal capitale fisso degli algoritmi e il lavoro vivo degli utilizzatori e sviluppatori viene pagato zero o comunque meno del valore intangibile creato? La tecnologia – nella declinazione capitalistica – occulta il lavoro, brilla d’una luce sottratta alla collettività e diventa la massima espressione dell’alienazione intesa come sottrazione di valore al lavoratore.” (Da “I diavoli – Cronache anticapitaliste”)
La generazione rubata
La serie di Zerocalcare esprime e mostra, anche ma non solo, i disagi e i dubbi di una parte della generazione che va dai 25 ai 40 anni, una parte chiaramente; e riesce a farlo bene. Ma la domanda che ci dobbiamo porre è di natura diversa.
Oggi i giovani dove sono? Da che parte stanno? Non dovrebbero uscire in massa dalle case del mondo, asiatiche, italiane e livornesi e protestare per mille motivi, lavoro, scuola, casa, servizi essenziali e comunque per riprendersi un futuro diverso? Ma la scuola cosa sta facendo per loro da molti anni ormai? Gli ultimi dati sull’abbandono scolastico che supera ormai il 13% annuo sono a dir poco devastanti. Parlare di generazioni spesso è fuorviante (generazione x, y, z, millenials...) e la contrapposizione fra generazioni (le vostre pensioni e i vostri lavori sicuri ci hanno rubato il futuro...) non porta da nessuna parte. Certamente vi sono precisi legami tra i redditi del passato e quelli presenti, soprattutto nella realtà italiana; ma principalmente è proprio per la presenza dei risparmi dei nonni che la società italiana e le sue città, come Livorno, stanno ancora a galla. Probabilmente ancora per poco.
Questa globalizzazione selvaggia e questo sistema onnicomprensivo ormai non lascia spazio e possibilità a una grossa fascia di giovani e anziani e ci sta presentando il conto in termini di migrazioni e d’insicurezza, di lavoro precario e di pensioni impossibili, di sogni e di felicità, di movida e alcol, di droga e psicofarmaci.
Ma allora cosa manca ai giovani? Un lavoro, una famiglia, un’esistenza futura, un progetto politico? Gli spazi culturali? Oppure un iPhone 13, una Google Car o essere un influencer da milione di follower? O forse soltanto dei sogni? E quali sono i sogni della gioventù livornese, italiana, tedesca, orientale, dei nuovi emigrati, di quei ragazzi che spopolano sui video patinati di Instagram o Tik Tok? Una sola sicurezza: la nuova politica a venire avrà bisogno, in maniera radicale, naturale e profonda della fantasia e dell’intensità delle generazioni future.
La politica e il lavoro
I temi relativi ai licenziamenti, alle delocalizzazioni, alla disoccupazione, all’autoproduzione o alle pensioni rappresentano alcuni punti cardine di una battaglia che la sinistra, per quello che rimane di questa parola, sembra aver perduto da decenni ormai. In questo senso la battaglia politica e sindacale intorno alla GKN è di fondamentale importanza in quanto cerca di unire più aspetti rispetto alle solite vertenze sindacali per limitare i licenziamenti.
Riprendere queste lotte però significa costruire un nuovo insieme di linee e piani in cui il salario minimo, il reddito di esistenza, l’età pensionabile, la pensione sociale, il lavorare tutti e meno, molto meno, la tecnologia digitale, la robotica, il rifondare nuove tecniche di produzione di segni, simboli e linguaggi devono essere legati fra loro e uniti ai temi dell’ecologia sociale e del futuro della terra, della miseria e della fame del mondo, della società patriarcale e del neocolonialismo del capitale per una nuova politica a venire.
Fin troppo evidente che i giovani non vedranno mai arrivare la pensione, salvo fasce privilegiate, con una vita di contratti precari, “salari da fame” e ritmi di vita insostenibile per decenni. Bisogna battere questo chiodo per cercare di unire le varie fasce di età della società reale.
La questione del reddito di esistenza è fondamentale per capire come questo capitalismo non regala nulla, non vuole concedere più nemmeno quella miseria che è il reddito di cittadinanza attuale in Italia, nulla a che vedere con il vero reddito incondizionato di base, per sfruttare i lavoratori e imporre le paghette mensili che rifilano di questi tempi, per non parlare degli infiniti stage gratuiti per farsi le ossa e l’esperienza per sfondare. Ma sfondare che cosa?
Comunque nessuna critica avrà senso se non mettiamo in discussione che cosa è il lavoro, che cosa serve produrre, costruire, ristrutturare e che cosa ci serve davvero per un altra vita e per un futuro da vivere e da riconquistare fino in fondo. In questo senso bisogna ripensare davvero ogni forma d’informazione, di comunicazione, di spettacolo e d’immaginario per scoprire un nuovo orizzonte di senso possibile.
Il futuro che non c’è
Tra Zerocalcare e Squid Game possiamo però tracciare un filo rosso profondo che unisce le due serie, oltre Netflix, che riguarda il futuro, i sogni e le possibilità delle nuove generazioni a venire, che siano italiane o asiatiche, come se il capitalismo e la globalizzazione in atto avessero una forza terribile sugli eventi da poter cancellare ogni forma di speranza dalla terra, dove non solo il lavoro o la stabilità economica sono messi in discussione, ma sono anche oggetto di battaglie individuali infinite e terribili, con milioni di vittime in termini di povertà, migrazioni, precariato e malattie. E comunque qui la posta in gioco è ancora più alta in quanto si tratta di non dimenticare mai che la vita è anche amore, amicizia, essere insieme, legame sociale e rivoluzione a venire. Scusate se è poco.
«Non esiste più alcun noi; esistono solo loro, e il collettivo, che sia familiare, politico, professionale, confessionale, nazionale, razionale o universale, non è più portatore di alcun orizzonte: appare totalmente vuoto di contenuto». (Reincantare il mondo – Bernard Stiegler)
Certo i piani e temi in questione sono davvero tanti e sarebbe utile coinvolgere settori della società, del territorio e delle nazioni molto ampi, cercando nuove linee di lettura e nuovi strumenti di lotta, cominciando a riprendersi quel futuro che sembra ormai negato a troppe persone da questo capitalismo realista.
“L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nella grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile”. (Realismo capitalista – Mark Fisher)
Oppure, più semplicemente, ascoltare lo zio Lou:
“Questo è il momento di agire
Perché il futuro è a portata di mano
Questo è il momento
Perché non c’è tempo
Non c’è tempo”
(Lou Reed – There in no time)
Fonte
