Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/01/2023

La perdita della presenza

di Gioacchino Toni

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis 2022), si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale» (pp. 11 e 15).

Nel corso di una conferenza tenutasi il 28 ottobre del 2021, Mark Zuckerberg ha annunciato l’intenzione di voler superare il social network da lui creato costruendo un ambiente capace di fondere offline e online. Nonostante il progetto Metaverso sia stato presentato come novità volta a sostituirsi all’esistente, in esso è forse piuttosto individuabile uno sviluppo di un processo di ibridazione tra online e offline in corso da tempo e che sarebbe semplicistico ridurre ad aggiornamento del sistema di produzione-consumo pianificato a tavolino da qualche diabolica corporation, affondando le radici in una serie di innovazioni tecnologico-comunicative – dalle pretese ontologiche foto-cinematografiche, passando dalla televisione per poi giungere alla svolta digitale che, con i suoi sviluppi interattivi, plasma la contemporaneità – non per forza di cose progettate da qualche Grande Fratello ma, piuttosto, abilmente sfruttate e indirizzate a scopi profittevoli.

Rivoluzione o evoluzione che sia, sarebbe, dunque, riduttivo vedere nel progetto Metaverso una mera trovata commerciale, visto che, almeno nelle intenzioni di chi lo ha presentato, per quanto fumosamente, sembrerebbe piuttosto ambire a diventare una sorta di «“sistema operativo” delle nostre vite e della nostra società» (p. 17) risultando ben più invasivo di quanto le tecnologie siano sin qua state.

A quale ansia da “prestazione”, se vuole essere all’altezza di questo “mondo” digitale, sarà sospinto [l’essere umano] che conosciamo […]? Per tacere della già classica domanda nietzscheana strutturante il nostro rapporto con il passato, su quanta memoria, nei termini dell’onlife, della realtà ri-ontologizzata dal digitale, dalle ICT (cioè su quanti data, ovvero informazioni già date, quante tracce mnestico-cognitive magari affluenti in tempo reale, quello di una digitazione informativa) sia in sé capace di reggere l’hardware psico-biologico umano conosciuto; quello almeno che l’evoluzione fin qui ci ha consegnato nelle mani. Dietro una tale, inedita promesse de bonheur sembra celarsi una pulsione neo-gnostica (tecno-gnostica) che è vero e proprio disprezzo per il corpo, odio per la carne (p. 21).

Secondo lo studioso risulta quanto mai importante riflettere sul processo di dismissione del reale, sul transito nell’onlife innescato dai più tradizionali social web, con le sempre più evidenti degenerazioni in termini di alienazione sociale, esistenziale e percettiva «in obbedienza a un esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta» (p. 25).

Mazzarella individua dunque nel web «la nuova gleba a cui siamo asserviti […] racchiusa nel fazzoletto di terra di uno schermo che ci viene fornito a “casa”», uno stato di  gleba che entrerebbe a regime nel momento in cui il connubio tra AI (Intelligenza Artificiale) e ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) realizza «il transito definitivo dall’attuale struttura sintattica dell’AI al suo farsi struttura semantica autonoma (significante, significativa, e produttiva di senso). Non più semplice “intelligenza” computazionale in senso ingegneristico, capace di riprodurre l’agere, il fare che è stato programmato, ma intelligenza para-umana in senso proprio, produttiva cioè del senso che, per quanto efficiente computazione, ancora non è capace di filare da sé al pari di quella particolare macchina biologica che siamo […] e che la macchina vorrebbe imitare» (pp. 26-27).

Se il processo di dissolvimento della presenza, di relazione sociale offline, non può dirsi “derivato” dalle misure di distanziamento messe in atto per contenere la recente pandemia, è innegabile che queste hanno comportato un’accelerazione in tale direzione conducendo a un livello di onlife da cui sembra difficile poter tornare agevolmente indietro proprio perché non di “svolta improvvisa” si è trattato ma di un più “lungo” sviluppo che, innovazione dopo innovazione, senza per forza essere stato progettato da una “centrale di comando”, si è costituito in immaginario largamente condiviso del quale non solo si preferisce non guardare gli effetti negativi ma di cui non si intende rinunciare.

Occorre, sostiene Mazzarella, prendere atto che «la “quarta rivoluzione” dell’infosfera è un passaggio epocale nella storia dell’alienazione intrinseca all’umano nel rapporto con i suoi mezzi, con l’ambiente – che lo con-costituisce – della sua strumentalità: l’esteriorizzazione essenziale al suo esserci, il suo ontologicamente costitutivo portarsi fuori da sé (il suo trascendersi) che gli ritorna addosso determinandolo (codeterminandolo con la sua base biologiconaturale) nel suo Sé» (p. 60).

Se non è attraverso il “luddismo digitale” che si potranno cambiare le cose – non di meno questo, come tutti i luddismi, avrebbe le sue ragioni, ammette lo studioso – occorre almeno porsi politicamente contro un’ulteriore riduzione dell’umano a protesi della tecnica e «difendere l’essenziale del “mondo di ieri”, il carattere di presenza dell’individualità umana non surrogabile dalla sua digitalizzazione, dalla sua implementazione virtuale quanto a definirne la “realtà”» (p. 98).

Di certo con questo intrecciarsi di prodigi digitali si è giunti a un punto di svolta circa il carattere presenziale della natura umana, il suo essere.

Un passaggio epocale che riguarda il modo in cui l’esserci umano ci-è a sé stesso, agli altri e al mondo, e cioè vincolato alla realtà come presenza di sé e delle cose; un modo sempre più sospinto nella presenza atona del digitale intesa come virtualità, che non è irrealtà ineffettuale, bensì una potenza, una forza, una virtus, estranea al qualcosa in cui si mette in atto […]. Virtus che quindi, implementando questo qualcosa, ne muta la natura, l’essenza nelle sue potenzialità, facendo del qualcosa implementato, quando non lo annichili in un’altra cosa, una protesi della sua autoattuazione come realtà. Che è lo scenario di rischio di quel qualcosa che siamo noi, il qualcuno. […]
È difficile pensare che una virtualità così invasiva del nostro esserci quotidiano possa essere gestita con la riserva mentale autoconsolatoria che possiamo sempre premere il pulsante dell’on/off in modo reversibile, riassorbendo i tempi brevi dell’esposizione del nostro sistema, della nostra “energia iniziale”, alle particelle virtuali che noi stessi avremo generato, per altro immaginando un’AI che possa anche generarle autonomamente.
È questo l’orizzonte di rischio antropologico che in un mondo intramato di reti artificiali e di AI abbiamo davanti. Con in aggiunta un altro potente strumento di disabilitazione della presenza come “presenza a noi stessi” in capo alla padronanza di noi come abilità innanzi tutto deliberativa e morale; e cioè le neuroscienze, già attrezzate a venire in soccorso dello stress di questa distopia dell’umano nell’universo digitale, di questa dislocazione dalla presenza finora abitata dal nostro esser-ci. A stupefarci con una farmacologia che da riparativa si propone da tempo ampiamente come possibilità di riprogrammare la stessa psichicità umana (pp. 109-112).

A rivelare la portata dell’incidenza delle tecnologie digitali sull’identità stessa dell’essere umano può essere, ad esempio, quel senso di disagio prodotto dall’uso continuativo di piattaforme per il lavoro o la formazione a distanza accresciuto in maniera esponenziale durante la fase di distanziamento adottato in risposta alla recente pandemia. Secondo le neuroscienze, ricorda Mazzarella, tale malessere è determinato dallo “spiazzamento” subito da una serie di neuroni (place cell e border cell) che si attivano quando si occupa una posizione nell’ambiente permettendo di orientarsi nello spazio. L’individuo costruisce la sua identità attraverso il ricordo degli accadimenti e delle persone presenti nei luoghi frequentati; quando si vivono “luoghi multipli” – si è contemporaneamente in una stanza e sullo schermo in videoconferenza – il cervello umano, sempre stando alle neuroscienze, non riesce a identificare le piattaforme di presenza digitale come luoghi, dunque non collega le esperienze vissute sullo schermo con la memoria autobiografica e ciò fa vivere una sensazione di “eterno presente digitale” che non lascia segni, dunque non sviluppa identità.

Sarebbe, in definitiva, tale cancellazione della presenza, con i suoi riflessi sull’identità, a procurare il senso di disagio vissuto nell’overdose digitale contemporanea. Le ricerche relative allo “stress da lavoro correlato” andrebbero aggiornate tenendo conto che questa, a maggior ragione dovesse andare in porto il Metaverso fantasticato da Zuckerberg, potrebbe presto diventare una fonte importante di malessere legato alle condizioni di lavoro.

Se da un lato la sparizione dei corpi, della loro comunione quotidiana, della carnalità del nostro spirito, sembra consegnarci a «una relazionalità di pura ragione, magari produttiva», dall’altro

è proprio per come siamo “incarnati” che possiamo contare sul fatto che non andrà così, e non deve andare così. Perché sarà proprio la nostra costitutiva “anima bassa”, sensitiva, volitiva, quella che ogni progetto di “vita buona” ha sempre voluto e dovuto domesticare, a salvarci come lo spirito che siamo. Saremo salvati – questo è il felice paradosso di questa congiuntura del distanziamento sociale – dai sensi bassi, come sensi della prossimità, di una prossimità insopprimibile: dall’olfatto, dal gusto, dal tatto. Da quanto della nostra cinestesi corporea non è “viralizzabile”, dislocabile sul virtuale-reale della relazione di distanza (la vista e l’udito). E che ci trattiene presso noi stessi, nello stesso dialogo con noi che la storia del genere ci ha approntato. Perché “io” è una costruzione conquistata alla coscienza, nella coscienza; perché “io” non ho solo relazioni, ma sono relazione, anche però con me stesso, il me stesso dell’intimità, del foro interno della coscienza (di cui l’invocazione della privacy oggi nell’infosfera è un ben debole schermo di difesa) che ho costruito e che il decentramento nel virtuale sta tacitando, facendo sempre più parlare il sé omologato e controllato costruito dalle ICT e dall’AI come tecnologie del Sé.
La nostra umanità relazionale sarà salvata dall’incomprimibilità espressiva dei corpi, dell’anima bassa (pp. 66-67).

Mazzarella invita a cercare la possibile salvezza da questa deriva che riduce l’umano a protesi della tecnica proprio in quella fisicità che se storicamente il potere ha preteso di addomesticare, ora le tecnologie potrebbero letteralmente cancellare.

Contro Metaverso ha il merito di tracciare sinteticamente la portata del cambiamento in atto evidenziando come questo stia nei fatti, già da tempo, lavorando alla cancellazione della presenza, dunque della centralità che vengono ad assumere i corpi in una lotta che più che di resistenza assume il carattere di una vera e propria lotta per la sopravvivenza dell’essere umano. E non sarà sufficiente cambiar di segno all’impianto o sostituire la bandiera sul palazzo.

Fonte

08/05/2022

Culture e pratiche di sorveglianza. Emozioni e desideri ridotti a dati per il neuromarketing

di Gioacchino Toni

La trasformazione tecnologico-comunicativa in atto sta conducendo a quella condizione che Luciano Floridi1 ha definito “onlife”, in cui diviene sempre più difficile distinguere tra esperienza online e offline: «siamo probabilmente l’ultima generazione a sperimentare una chiara differenza tra offline e online» secondo Luciano Floridi2. Una società che si trova in tale situazione potrebbe essere indicata, secondo lo studioso, come “la società delle mangrovie”, un ecosistema tropicale che si sviluppa ove l’acqua dolce del fiume incontra quella salata del mare.

«Ora immaginate di essere in immersione e qualcuno vi chiede: “l’acqua è salata o dolce?”. La risposta è che: “Mio caro, non sai dove siamo. Questa è la Società delle Mangrovie. È sia dolce che salata. È acqua salmastra”. Quindi immagina che qualcuno ti chieda oggi: “Sei online o offline?”. La risposta è: “Mio caro, non hai idea di dove ti trovi. Siamo in entrambi”»3.

In una situazione indefinibile come quella tratteggiata da Floridi, non deve essere pensata come del tutto fantascientifica l'ipotesi per cui diventi possibile leggere il pensiero di un essere umano senza nemmeno averne ottenuto un consenso consapevole. Di questa possibilità si occupa la parte finale del volume di Mirko Daniel Garasic, Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie (Luiss University Press, 2022), di cui ci si è occupati in precedenza [su Carmilla].

Lo studioso inizia con il tratteggiare l’interfaccia cervello-computer (ICC), «un sistema di comunicazione diretto, a volte bidirezionale, tra il cervello e un computer o un dispositivo esterno, che non implica stimolazione muscolare e che nel corso degli ultimi anni si è affermato prepotentemente per soggetti con disabilità motorie» (p. 122). Negli apparati terapeutici si tratta di un sistema volto a decodificare l’attività neuronale del paziente permettendogli di agire sulla realtà attraverso periferiche meccaniche (protesi).

Sono diversi i sistemi con cui si opera al fine di stabilire un collegamento diretto tra computer e cervello di individui con gravi disabilità motorie. Al di là dell’ambito sanitario, ultimamente le ricerche sull’ICC si sono rivolte al controllo della Realtà Virtuale, all’universo videoludico, al comando di robot umanoidi ma anche alla rilevazione delle menzogne o della sonnolenza in un ottica spesso votata a logiche prestazionali lavorative.

Tra le imprese che maggiormente hanno investito nelle ricerche sull’ICC si segnala la società di neurotecnologia Neuralink, fondata nel 2017 da quell’Elon Musk che si è appena accaparrato Twitter e la sua banca dati di profanazione utenti. L’azienda è particolarmente interessata a creare impianti cerebrali in grado di collegare il cervello ai sistemi di Intelligenza artificiale. Stando alle dichiarazioni dei suoi vertici, Neuralink sarà presto in grado di utilizzare chip impiantati nel cervello al fine di curare le malattie neurodegenerative e permettere al cervello umano di connettersi a interfacce intelligenti extracorporee (smartphone, computer, arti meccanici ecc.).

Rispetto ad altre aziende che si occupano da tempo di ICC in ambito medico-assistenziale, videoludico o di guida autonoma, l'azienda di Musk si differenzierebbe per la possibilità di procedere alla difficile applicazione del chip nel cranio umano per la cura della patologie degenerative attraverso procedure eseguite meccanicamente da un sistema robotico di estrema precisione che consentirebbe a Neuralink una vasta commercializzazione del prodotto.

Al di là degli entusiasmi aziendali – utili anche all’emotività borsistica – restano, ad oggi, alcuni limiti non ancora valicabili: non si è al momento in grado di stabilire una comunicazione che possa dirsi del tutto bidirezionale con un sistema di intelligenza artificiale attraverso un “cervello potenziato”, ed inoltre è ancora decisamente carente la conoscenza di come i neuroni comunichino e si scambino informazioni.

Oltre a Neuralink, anche Facebook da tempo sta lavorando alla “lettura della mente” con l’obiettivo di poter arrivare alla trasmissione di messaggi senza ricorrere a tastiere. «La possibilità che gli sviluppi tecnologici di Elon Musk, Facebook o altre aziende si concretizzino a breve termine è un’incognita, anche se la comunità scientifica nutre molti dubbi sullo stato dell’arte delle tecnologie dell’ICC. In ogni caso, la realtà è che le aziende tecnologiche stanno cominciando a interessarsi alle neurotecnologie» (p. 127).

Al di la dei sogni più o meno fantascientifici, la portata degli sviluppi in tali ambiti pone con urgenza interrogativi circa la loro ricaduta in termini di mutamenti antropologici dell’essere umano, di superamento della privacy e di un’inedita apertura della mente al mondo esterno che rischia di far perdere «l’ultima isola di libertà che a molti rimane» (p. 128).

Secondo un articolo pubblicato su “Nature”4 da un gruppo di neuroscienziati, esperti di intelligenza artificiale e studiosi di questioni etiche, le preoccupazioni principali andrebbero focalizzate sulle modalità con cui l’identità dell’individuo potrà essere messa in gioco dalle neurotecnologie attraverso l’ibridazione essere umano-IA delle macchine, sulla possibilità che si giunga ad ottenere “esseri umani potenziati” nella loro capacità di interazione con l’intelligenza artificiale in maniera diretta (dando luogo a divari e nuove discriminazioni), sul fatto che tali tecnologie vengono sviluppate secondo logiche tutt’altro che imparziali e sulla questione della privacy, cioè «capire quanto l’apertura a tecnologie in grado di intercettare i nostri pensieri necessiti di un’attenzione davvero elevata» (p. 129).

A tutto ciò si aggiunga la vendita, l’uso e il trasferimento dei dati neurali al di là dei motivi per cui sono stati inizialmente raccolti e per cui si è dato il consenso informato. Si entra così nell’inquietante campo del neuromarketing che rappresenta un

ulteriore livello di invasività attraverso la lettura dei nostri comportamenti a partire da come si palesano nel nostro corpo e nella nostra mente. Chiave del processo di acquisizione dei nostri desideri e inclinazioni [...] è intercettarli il prima possibile. Più a monte la mente è stimolata, meno schermature e protezioni (date dalla razionalità) ci sono. Alla base del neuromarketing, vi è la tecnologia cognitiva o tecnologia correlata alla cognizione, un termine che copre un ampio sottoinsieme di tecnologie che assistono, aumentano o simulano processi cognitivi o che, come visto con le ICC, possono essere utilizzate per ottenere alcuni obiettivi cognitivi specifici (pp. 129-130).

Se il marketing si è sempre interessato al funzionamento del cervello umano a scopo di comprendere su quali meccanismi fare leva per indurre al consumo, le neuroscienze possono essergli di grande aiuto, ed è proprio dalla sinergia tra ricerche di mercato e neuroscienze che si sono gettate le basi per il neuromarketing che intende «osservare le informazioni alla base dei processi interni al cervello dei consumatori che riflettono le loro preferenze, scelte e comportamenti» (p. 131). Attraverso applicazioni neurotecnologiche diviene possibile «condurre misurazioni continue del cervello e dell’attività del corpo mentre si prende la decisione di acquisto, si guarda la pubblicità o si partecipa ad altri processi legati al consumo» (p. 131).

Oltre alla “scansione” dei meccanismi che muovono i desideri e l’agire del consumatore, ad interessare alle aziende è però, in fin dei conti, indurre all’acquisto del proprio prodotto. «L’aggregazione di dati biomedici e misurazioni dell’attività cerebrale possono consentire di stabilire relazioni causali che in futuro potranno essere utilizzate come guida dai professionisti del marketing per costruire le loro campagne pubblicitarie o dai produttori per essere precisi nella promozione di un prodotto specifico» (p 133).

Per poter analizzare e “tenere sotto controllo” il funzionamento del cervello umano occorre, prima di procedere con gli esperimenti sulle “cavie umane”, ottenere il consenso informato, ma ciò di certo non tutela i soggetti che si prestano alle rilevazioni, dall’uso che si faranno di esse al di là dell’interesse iniziale. Se a tutto ciò che ancora sembra fantascientifico si aggiungono i più che reali e presenti sistemi di rilevamento delle emozioni attraverso intelligenza artificiale – a cui magari si è sottoposti obbligatoriamente se si vuole accedere ad alcuni aeroporti – e i dati condivisi sui social media, ecco allora che inizia ad emergere con maggior chiarezza come sì sia davvero sempre più in balia di tecnologie cognitive e le martellanti richieste circa l’accettazione o meno dei cookies durante la navigazione sul Web danno un po’ l’impressione di trovarsi armati di secchiello su una nave in balia delle onde che imbarca acqua da tutte le parti.

Rischiamo di entrare in maniera sempre più invasiva in un’era in cui le aziende a scopo di lucro possano giocare sulle nostre emozioni, avendo accesso a queste tecnologie legate ai media e targetizzandoci in base al nostro umore del momento. Questo timore è particolarmente pressante per via della velocità vertiginosa con cui questi mutamenti di neuromarketing si stanno affermando nella nostra società. Ormai non sono più solo le telecamere nelle strade che possono alimentare algoritmi e macchine con i nostri dati per generare approcci di marketing più personalizzati e precisi, ma anche i messaggi che scriviamo, le foto e i video che vengono postati o inviati: tutto ciò può attivare un’offerta immediata da parte di coloro che sono in grado di elaborare i nostri dati biometrici e classificarli come potenziale cliente arrabbiato o felice, triste o depresso (p. 135).

Se in Minority Report (2002) di Steven Spielberg – liberamente tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick – gli spot pubblicitari nei centri commerciali si modificano in base alle pupille dei protagonisti, nel nostro mondo “reale”, ricorda Garasic, alcuni centri commerciali asiatici hanno iniziato ad introdurre pubblicità personalizzate in base a chi si trova in quel momento davanti agli schermi intelligenti... e tale intelligenza, puntualizza lo studioso, «deriva dalla quantità enorme di dati su di noi in loro possesso» (p. 136).

Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza

Note

  1. Cfr. Luciano Floridi (editor), The Onlife Manifesto. Being Human in a Hyperconnected Era – [Pdf]. 

  2. Luciano Floridi, Ethics after the Information Revolution, in The Cambridge Handbook of Information and Computer Ethics, Cambridge University Press, Oxford-New York, 2010, p. 11. 

  3. Luciano Floridi, “TheWebConference”, Lione, 2018. 

  4. Willett, F.R., Avansino, D.T., Hochberg, L.R. et al., High-performance brain-to-text communication via handwriting, in “Nature” 593, 249–254 (2021). Link.

Fonte