Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/04/2026
Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate
I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.
Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.
Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.
Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?
Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.
Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.
Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.
Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.
Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.
La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.
La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.
Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.
La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.
“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.
Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.
Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.
Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.
Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.
Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.
Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.
La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.
Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.
La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.
Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.
Fonte
01/10/2025
Don Patriciello: proiettili e santità da psicosi collettiva
Fatto grave, certo, ma completamente scollegato da dinamiche criminali e camorristiche. Il gesto di un marginale, di un fragile che viene strumentalizzato per alimentare la macchina della propaganda bipartisan, nel molto presunto “contrasto all’abbandono dei territori”.
Il virus contagiosissimo della demenza collettiva si basa su un unico mezzo di trasmissione: la disinformazione sistematica dei nostri media.
“Il mattino ha l’oro in bocca”, digitava compulsivamente Jack Nicholson in Shining: l’infinito ripetere quella frase lo avrebbe portato alla follia, luogo dove ombre e luci si sovrappongono e dove i peggiori presagi di una mente distorta diventano realtà acida e alienata.
Ma ora il passaggio individualissimo in Shining diventa collettivo, di “popolo” , laddove ogni riferimento alla realtà diventa psicotico. La costruzione del “Vip”, che sia pro o contro qualcosa, si trasforma in macchina infernale che, una volta messa in moto, diventa inarrestabile.
Niente contro Don Patriciello, ripetiamo, ma vi sembra il caso di utilizzare il gesto di un fragile per innescare la reazione torbida dei cantori circumvesuviani? È il caso di sovrapporre la lotta alla criminalità a problemi di natura sanitaria?
“Il mattino ha l’oro in bocca” è il mantra, il loop dei parolai dei “secondi solo al Giappone”, in una Campania spacciata come nuova terra promessa laddove si presenta troppo spesso come una madre pallida e assente.
Parolai che si cimentano a colpi di fumose astrazioni su una rinascita molto, troppo presunta. Lasciandoci precipitare in un baratro di ossessioni nevrotiche nelle quali ogni realtà si dissolve nel loro nulla.
È in questo lento precipitare che nasce l‘esigenza di santità. La costruzione di eroi da fumetto cui aggrapparci durante i quotidiani naufragi. Tutti inventati con mezzi identici alle pubblicità delle saponette.
Tutti che vanno a riempire un vuoto straziante di rappresentanza politica e culturale, nel quale l’astensionismo al 50% è di fatto l’indice di un crescente distacco dalla vita e dalla partecipazione attiva ad essa.
Così il vip di turno deve essere costantemente osannato, protetto, re-inventato anche laddove per farlo bisogna brutalmente distorcere i fatti. L’informazione in Campania vive il suo anno zero e non perché faziosa (quello lo è sempre stata), ma perché conformista e morbosamente scollegata dal reale.
Basti pensare che il giornale che più decanta la rinascita della città ha la sua sede nel regno del nulla e del degrado del Centro Direzionale: simbolo del cancro metastatico delle nostre classi dirigenti, della loro insostenibile inutilità.
Come arrivano in redazione questi cronisti, volando? Come fanno a non vedere l’orrore disumano nel quale càmpano? Non è tanto un problema di tendenziosità o di bandiera politica, quanto il lento scivolamento in uno Shining di massa che, messo in moto da loro, sta finendo per tramortirli.
Dunque solidarietà a Don Patriciello – sebbene la sua figura non manchi di connotarsi per alcune tragiche ambiguità: come quando si fece volto e strumento della più becera e classista propaganda del governo Meloni sul cosiddetto Decreto Caivano – ci chiediamo tuttavia se fosse davvero il caso di dedicare pagine di callosa autostima per i fumosi interventi politici e per enfatizzare il gesto di uno squilibrato.
Quanti di noi, transitando quotidianamente nei luoghi dell’abbandono, si imbattono in folli? Quanti ne ricevono da questo visibilità e potere?
Ogni tram, ogni circumvesuviana, ogni passeggiata che faccio in queste contrade sono condite dalla presenza di sofferenti psichiatrici. Dovrei forse autocandidarmi al Nobel?
Fonte
05/08/2024
Penultimi uomini: le super alienazioni delle nuove povertà
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
21/07/2024
I fiori vivi della critica. Oltre il già noto
Pensieri che appaiono e poi prendono forma mediante la scrittura. Sembra che in principio, asserisce Essen, non ci siano solo pure sensazioni, non ci sia un groviglio di sensazioni dal quale emergerebbe la parola e il concetto. Senza concetto non ci sono sensazioni.
Che cosa sono allora le parole, i concetti?
Tra le tante risposte possibili, io assocerei o troverei calzante la proposizione che segue: «La fama, il nome, l’aspetto esteriore, la validità, l’usuale misura e peso di una cosa, dice Nietzsche (Gaia, 58) – in origine, per lo più, un errore e una determinazione arbitraria buttati addosso alle cose come un vestito e del tutto estranei all’essenza e perfino all’epidermide della cosa stessa». (1)
Non è un libro di facile lettura, per la miriade di sollecitazioni che l’interazione visiva ed uditiva stimola, per le interconnessioni concettuali che si dispiegano in autori del calibro di Bataille, Marx, Derrida, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Freud e così via.
Le prime difficoltà sorgono dalla necessità di avere dimestichezza con le opere degli autori citati, con la disinvoltura con la quale Essen espone il tema della legge del valore-lavoro, coinvolgendo il potenziale lettore, oltre il già noto, oltre il seminato.
Tali ostacoli non sono insormontabili, in quanto l’autore del libro, sebbene utilizzi un linguaggio complesso e di un elevato registro, intriso di prosa e poesia, non perde di vista la funzione chiarificatrice della scrittura e soprattutto è lontano dagli sterili ambienti accademici.
Un libro che tratta un tema che ha dato filo da torcere a menti brillanti del XIX e del XX secolo, ma nel passare in rassegna i capitoli o articoli che lo compongono, si avverte una sorta di leggerezza, nonostante le ostiche e complicate elaborazioni della legge del valore (lavoro) in Nietzsche.
Giusto per avere un’idea delle profonde riflessioni di Nietzsche sul valore e che, in qualche modo, mi sorprendono positivamente, riporterei solo un estratto del testo: «Il valore non è una sostanza, non è la sostanza del lavoro. Il valore – a meno che non lo si voglia presupporre – deve essere inteso a partire dalla struttura di andirivieni di dolore e piacere in cui la forza avanza e arretra anticipandosi il capitale che andrà a spendere». (2)
La società nella quale predomina Il modo di produzione capitalistico, scrive Marx, si presenta come un’immane raccolta di merci. Ogni merce ha un valore d’uso e un valore di scambio. Il tentativo di prendere in considerazione solo il valore d’uso, rappresenta un ritorno al passato, al modo contadino. Le due determinazioni della merce costituiscono due momenti inseparabili dello stesso processo di valorizzazione.
Hegel, su quest’aspetto, esprime una nitida visione: «In nessun luogo, né in cielo né in terra c’è qualcosa che non contenga in sé tanto l’essere quanto il nulla. Non c’è niente, nessun valore d’uso, che non contenga in sé valore». (3)
Viviamo nel mondo alienato delle cose, siamo asserviti a qualcosa. Anche la teoria è servile – precisa Bataille – in quanto per conoscere bisogna sforzarsi, lavorare, ricominciare, ripetere. La conoscenza per essere sovrana dovrebbe prodursi all’istante, ma a quanto pare non è così.
Essen mette in rilievo che conosciamo bene solo l’oggetto del processo di produzione, poiché in quel processo di ripetere il progetto, si riproduce l’idea. La produzione implica un costante processo di alienazione, di uscire fuori da sé, che prende corpo attraverso il lavoro. Il sovrano non può produrre, in quanto non è alienato e dunque non lavora.
A questo punto entra in scena Heidegger, il quale afferma che non è corretto appiattire il marxismo sulla determinazione della categoria dell’alienazione di Hegel e nel contempo sottolinea che il luogo del confronto, non è il materialismo, ovvero l’idea che tutto è materia, ma occorre prendere come riferimento la «determinazione metafisica per la quale tutto l’ente appare come materiale di lavoro». (4)
Derrida sostiene che l’omaggio di Heidegger a Marx è ambiguo e nella sua opera, Teoria e prassi, puntualizza che bisogna smettere di vedere «il materialismo dialettico come il fondamento di una pura istanza materiale ed iniziare a pensarlo a partire dall’essenza del lavoro, dalla trasformazione, dal lavoro di trasformazione». (5)
Al di là delle ambiguità di Heidegger, non si può comprendere l’essenza del marxismo e del suo concetto di produzione senza comprendere l’essenza della tecnica.
La tecnica moderna, come quell’antica, è un disvelamento. Essa non «consiste in un’attività pratica, né tanto meno nel saper fare artigiano, ma nel produrre, e nella conoscenza che lo guida».(6)
Non si può prescindere dalla poiesis, parola di origine greca che significa, produrre, creare, far venire alla luce; che indica il processo mediante il quale qualcosa che non c’è (non c’era) può venire all’esistenza.
Hegel, Marx, Heidegger, Bataille, sebbene propongano soluzioni diverse, concordano su un punto: il lavoro è il tratto fondamentale del processo di trasformazione.
Hegel e Marx rivolgono lo sguardo al futuro e considerano il lavoro la strada della sofferenza, ma anche l’unica strada, l’unica esperienza, in grado di liberare l’uomo da questa stessa sofferenza. Da questo punto di vista i due grandi pensatori tedeschi sono più fiduciosi di Bataille, il quale sottolinea che non sia possibile sopprimere l’estraniazione.
Procedo con cautela, nello scorrere delle pagine e nel riformulare i miei pensieri, per usare un’espressione di Nietzsche, direi che vado “avanti zoppicando”, rivedo i concetti che ho sottolineato, ritorno sui miei passi e non ci sono scorciatoie.
Il modo di produzione capitalistico implica la trasformazione del denaro in capitale. Non è affatto una passeggiata! Essen approfondisce quest’aspetto e mette in evidenza che nella triade D-M-D: comperare per vendere, il denaro (D), passando per merce (M), ritorna lo stesso di prima.
A che serve dunque il passaggio per la merce (M)?
Serve a far diventare vero il denaro (D). La merce (M) rappresenta il corpo del valore d’uso, nel quale s’estingue il denaro (D).
Ma in questa circolazione, prosegue Essen, c’è la perfida intenzione di ritornare in possesso del denaro (D) anticipato.
Il denaro (D) è la prima forma in cui si presenta il capitale, ma nel momento in cui è anticipato non è capitale. Se il denaro (D) è destinato allo scopo di essere capitale, ci troviamo di fronte a capitale in potenza. Esso, «per diventare capitale effettivo, deve attendere, deve investirsi in un’azione, in un lavoro, in un travaglio, in un parto. Da questo parto ritorna arricchito. Nel figlio rivive il padre». (7)
La formula completa del processo di valorizzazione è quindi D-M-D’, dove D’ = D+ΔD, cioè è uguale alla somma di denaro originariamente anticipata + la variazione incrementale. Marx chiama plusvalore il denaro che figlia denaro.
In questo movimento, si verifica una differenza quantitativa, pertanto il denaro sottratto alla circolazione è maggiore rispetto a quello immesso.
Bataille, come ci fa notare Essen, «s’innesta in questo processo e decifra la sottile teologia, del padre che s’incarna nel figlio, genera il figlio; Dio padre si distingue dal Dio figlio, ma poi entrambi diventano coetanei e costituiscono una sola persona. Il capitale genera il plusvalore, il capitale anticipato genera il plusvalore, solo quando genera il plusvalore, il denaro (D) anticipato diventa capitale, successivamente alla distinzione, il denaro (D) figliato si unisce al capitale anticipato». (8)
È possibile che il denaro (D) anticipato, che è soggetto al rischio dell’impresa, non subisca un incremento, non generi plusvalore, ma è anche possibile che non ci siano sbocchi per investire il denaro (D) disponibile o capitale possibile, quindi se il ROI è nullo, il denaro (D) anticipato ristagna nella tesaurizzazione.
Ora, nella catena del valore D-M-D, per avviare il processo produttivo, il denaro (D) anticipato acquista (investe) la forza lavoro generica – non una forza lavoro particolare – s’incarna nel lavoro vivo, per usare un’espressione di Essen, quel lavoro in grado di vivificare il capitale morto, quel dispendio di braccia, muscoli e cervello, inteso come forza motrice umana, capace di mettere in moto il capitale costante o fisso.
Tuttavia, se la merce (M) forza lavoro, che è investita del potere del capitale – scrive Essen – può tutto o quasi tutto, subentra un problema, quando tutto è realizzato e non c’è più nulla da fare, allora «quell’uomo, che è espressione della forza lavoro generica, deve pur esistere, come dichiara Georges Bataille con la più semplice profondità». (9)
Su questo punto viene in soccorso la logica hegeliana, richiamata da Essen, quando afferma che: «M, indeterminato che non si media con D, è un nulla, né più né meno che nulla. Anche D, sciolto dalla serie, è puro nulla. È semplice somiglianza con sé.» (10)
Fuori dalla serie, fuori dalla produzione sembra che non ci siano vie d’uscita: il capitalista ammattisce, mentre il lavoratore diventa disoccupato.
Bataille, giustamente si pose il problema, cercando di uscire dallo schema teleologico. Infatti, già nel 1943, scrive: «se le contraddizioni interne al processo di valorizzazione D-M(e)-D’ arrivano al culmine; se M(e) che è sia un costo sia una risorsa, sia ciò che valorizza, sia ciò che può e deve essere risparmiato, per aumentare il surplus, si deve trovare un nuovo tipo di salto, un nuovo slancio?» (11)
Essen coglie un passaggio chiave di Bataille, quando analizza la distinzione tra cattiva e buona possibilità. Nel primo caso non si esce dal seminato, lo scopo corrisponde a una chiusura, siamo nell’ordine della produzione speculativa, cioè si semina solo in vista del raccolto, della raccolta di un frutto che riproduce le condizioni di partenza, altrimenti non si semina e addirittura no si dissoda neanche il terreno.
Con la buona possibilità, invece, si esce dal seminato, lo scopo indefinito è apertura, la semina si disperde nella terra e si allarga – scrive Essen. In breve, si cerca di uscire dagli angusti limiti del processo di valorizzazione in cui l’essere è immerso.
Nonostante Bataille cerchi e “voglia” la chance, ogni volta che parla e agisce in questa direzione, avverte il “rumore delle catene”. Egli ha ancora in mente le difficoltà degli operai russi ad emanciparsi dall’estraniazione, ha presente le delusioni sulla Rivoluzione russa e soprattutto è consapevole delle brutte notizie che arrivano dall’Unione Sovietica, sulle condizioni di vita della classe lavoratrice, nel corso degli anni Trenta, ma nell’isolamento che vive durante la seconda guerra mondiale, non demorde e intravvede che il conflitto interno tra il capitale e lavoro sta spingendo il capitale verso il New Deal.
Il quarto articolo, si apre con un riferimento al libro «La nuova classe operaia» di Serge Mallet, pubblicato in Francia nel 1963, in esso, l’autore raccoglie una serie di articoli che analizzano nuovi rapporti di produzione, rispetto a quelli descritti da Marx nell’800, tenendo conto delle innovazioni tecnologiche.
In queste inchieste sull’evoluzione delle condizioni di vita degli operai francesi, di Mallet – Essen riassume – è possibile trovare tutti i temi che saranno ripresi negli anni sessanta dall’Operaismo italiano.
C’è il tema delle macchine e dell’automazione, c’è il tema dell’operaio sociale, c’è il tema del potere operaio e dell’autonomia operaia.
L’autore di Sputiamo sul lavoro rielabora questi temi, prendendo in esame le opere di Mario Tronti e Franco Berardi (Bifo) e individuando il filo conduttore che lega il pensiero operaista.
In questa breve sintesi, non c’è lo spazio per articolare questo discorso, ma mi preme rimarcare che coloro che saranno spinti dalla curiosità di leggere e rileggere il libro, non troveranno solo molti spunti di riflessione per le ricerche già intraprese, ma saranno catturati dallo stupore che suscitano i numerosi interrogativi che l’autore di questa raccolta di articoli pone durante l’esposizione.
Non ci sono risposte immediate, confezionate, pronte per l’uso. Il porre delle domande genera attesa, una sorta di sofferenza; a questo proposito Bataille dice: «L’uomo, è sempre più o meno angosciato, perché è sempre in attesa: in un’attesa che dobbiamo chiamare attesa di sé». (12)
Forse, a mio avviso, la scelta del titolo del libro, che può sembrare provocatoria, racchiude tutta quella sofferenza che tracima non solo quando apprendiamo che gli imprenditori tendono costantemente a disfarsi del lavoro, a disconoscerlo anche quando ne hanno bisogno, a svalutarlo dequalificandolo, ma anche quando gli stessi lavoratori e lavoratrici faticano o rifiutano di percepire che senza il lavoro si ferma tutto, si blocca tutto.
Agli operai delle fabbriche, durante il ciclo delle lotte negli anni '60 e '70, del secolo scorso, era chiaro il concetto che con gli scioperi potessero fermare la produzione, spegnere le macchine, rifiutare lo sfruttamento del lavoro.
Oggi le relazioni contrattuali dei lavoratori subordinati sono in una situazione diametralmente opposta, se un datore di lavoro del settore agricolo, invece di soccorrere il proprio dipendente, con un braccio tranciato da una macchina, e di portarlo in ospedale, raccoglie il braccio e l’accompagna a casa.
Il gesto dello sputo richiama il disprezzo, il disgusto per qualcosa o qualcuno; il disprezzo del lavoro, non significa solo non dargli un prezzo, trattarlo come una pezza per i piedi e sottovalutarlo, difatti mi viene in mente il discredito e la squalifica della validità dell’attività lavorativa, nella divisione sociale del lavoro.
Un tale disprezzo, è bene puntualizzare, non proviene solo dal mondo imprenditoriale, esso è legato anche a tutti quegli intellettuali che hanno visto nell’automazione la fine del lavoro e l’entrata nel paradiso terrestre. Su questo punto, l’autore del libro è molto chiaro nella sua introduzione, pertanto inviterei i lettori e le lettrici a confrontarsi con “l’oceano inconscio in cui galleggiano i nostri propositi”.
Note
(1) Leo Essen Sputiamo sul lavoro, L.A.D. Gruppo editoriale, Roma 2024, p. 88.
(2) Idem, p. 106.
(3) Idem, p. 69.
(4) Idem, p. 17,
(5) Idem, p.18.
(6) Idem, p. 31.
(7) Idem, p. 55.
(8) Idem, p. 58.
(9) Idem, p. 63.
(10) Idem, p. 68.
(11) Idem, p. 73.
(12) Idem, p.9.
Fonte
13/07/2024
La fabbrica dei baby killer
Dove i fenomeni di violenza gratuita dilagante sono punte di iceberg di alienazione di massa. Dove persino le partitelle di pallone tra bambini, diventano trincee di guerra tra adulti: risse tra genitori. I modelli, appunto, che poi crescendo si tende ad imitare.
“Mio marito lavora nell’ortofrutta: esce di casa alle 4 e prima delle 19 non rientra. Io, invece, lavoro in un supermercato. Per noi non esiste il Natale, la domenica, il Primo Maggio, l’estate: ma per i miei due bambini si. Lo vedo che crescono nervosi e attaccati al cellulare, ma che posso fare? La scuola è più un fastidio per portarli e andare a prenderli che altro. Ho una mamma molto vecchia e malandata, che giusto può guardarli, ma certo non può portarli in giro. Qui non ci sta niente e, praticamente, vivo come in carcere.”
Monica è una donna simpatica, un volto quasi senza età e con la bocca rovinata da denti mancanti. Non deve essere troppo in là con gli anni, anche perché i suoi bambini sono entrambi alle elementari. È sempre arrabbiata e guarda tutti con diffidenza.
“Io non parlo bene l’italiano e nemmeno mio marito. Mia mamma, poverina, a stento si regge in piedi. A scuola non fanno quasi niente, anche perché ci sono tanti bambini stranieri che anche in quarta, ancora non sanno una nostra parola. Cerco di proteggerli, anche dai figli dei vicini che sono già mezzi criminali, ma così sono sempre soli.”
Gli ergastolani lasciano le celle delle Istituzioni, delle reclusioni fisiche e diventano i nostri bambini di periferia: mine vaganti nelle Vie Lattee dell’abbandono. Stupirsi del tiro a bersaglio armato contro insegnanti. Stupirsi dei giochi omicidi dei ragazzini. Stupirsi della brutalità con la quale si trucida un indifeso: operazione inutile, oltre che intellettualmente oscena. È scontato che, crescendo così, si perda ogni senso della vita.
Perché condannare alla marginalità un terzo degli italiani, venti milioni, è l’humus ideale dove ogni forma di cannibalismo prende forma e sostanza. Pulcini di batteria che manine insensibili smistano tra commerci di carne. Non si va oltre il sapere che si può apprendere tra le mura domestiche, troppo spesso afone, rendendo in un sol colpo la scuola inutile e ogni ascensore sociale guasto. I valori sono quelli della forza e del raggiungimento del soldo facile.
“Gli ha gettato un bicchiere d’acqua addosso, ma mica per mancanza di rispetto: don Antonio prende in giro tutti, anche a noi.” Gianni è un bambino di dodici anni che sta tentando di giustificare un ras del quartiere che ha appena umiliato un anziano fragile, allontanandolo dalla sala scommesse. I bambini sono contenti del gesto violento, anche perché convinti che quel poveretto porti sfiga alla squadra del Napoli.
Così, se si avvicina alla sala slot durante un match, viene mandato via in malo modo. Il meccanismo della violenza, però, Gianni lo applica anche ai suoi coetanei meno fortunati fisicamente. Si crea, anche tra bambini, una specie di élite dei malamente. L’abitudine a sviluppare rapporti di tipo piramidale, dove la leadership è incentrata sulla sopraffazione già da adolescenti.
Piccoli pirati, pronti a sbranarsi per un nulla. La mamma di Gianni è anzianotta, la sua di nascita è avvenuta poco prima dello scoccare della menopausa e dopo una lunga detenzione del padre. Così ha fratelli e sorelle adulte e fa la stessa loro fetente vita.
Una assenza di tenerezza nel paesaggio, oltre che nella quotidianeità, che rende fisiologici questi episodi di violenza, anche perché opera di adolescenti resi anaffettivi, quindi senza il senso dell’altro, da una alienazione invincibile. “Incidenti”, dettati da residui di volontà alterate di cani da combattimento che, ad un uccidere o essere uccisi a comando, rispondono sbranando un barbone a caso o spaccandosi le teste con i caschi per divertirsi un pochino.
Ridurre l’Uomo in bestia, anelito supremo delle massonerie finanziarie, comporta questo rischio: ammaestrati al consumo, ma mai del tutto e mai tutti abbastanza. Un bambino del mio quartiere sogna di ammazzare il padre perché povero. Un altro, invece, è ucraino esattamente come la madre, ma la detesta: perché nel tritatutto delle guerre, tra lui è la madre si è persa anche una lingua comune.
È che si vuole cancellare ogni residuo di cultura russofila, anche se è quella della propria mamma, così la comunicazione tra loro è smozzicata, senza quel calore che diventa lingua: ne russo, ne ucraino ne, tanto meno, italiano. Senza lingua Madre, appunto, quella che indica un’identità quasi inviolabile.
Bambini in guerra, anche contro sé stessi. Quando sento in lontananza i loro pianti, mi viene in mente il Gramsci prigioniero che aveva capito il meccanismo per decifrare il colore delle lacrime altrui. Così divido quei lamenti in quelli che crescendo uccideranno e in quelli che, invece, saranno uccisi.
Salvatore ha il suo papà ai domiciliari: gli tocca la parte del badante, andando a comprargli da bere, da farsi e da fumare. È così piccolino che le buste piene di bottiglie di birra quasi coprono tutto il suo corpo. La casa è piccola, l’aria viziata dal fumo e dalla malinconia. Così fatti i servizi va vagando nel quartiere. Tanto lo sa: a qualunque ora torna a casa, prende le botte ugualmente. Meglio stare alla larga e aspettare che la sbronza degli adulti diventi meno molesta. “Chi adda perdere, adda perdere”, sembra ripetere il suo sguardo profondo.
Ma le disperazioni si sommano e non si sottraggono. Certo è che le disfunzionalità si attraggono e si finisce per abbracciare sempre il proprio potenziale carnefice. Nelle spirali occidentali delle nuove povertà questo elemento è centrale nel trasformare una difficoltà, in una dolenza psichiatrica cronica. Interi quartieri minati da sale slot e dalle luci livide dei centri commerciali: non un campetto, un giardino, un qualcosa che faccia dire “la vita è bella”.
Nel caso di bambini, poi, la disfunzionalità circolare assume valore di modello educativo, complicando ancora di più ogni via d’uscita. Bambini cresciuti come maiali in allevamenti intensivi: senza luce, amore, grazia e ora anche senza cibo. Il quasi milione di bambini che, sul nostro territorio, non ha cibo a sufficienza suona un allarme che non è solo alimentare: cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici non causate da carestia o altro, ma prodotte da una dittatura dell’utile che, di fatto, ha cancellato la nostra Costituzione.
Eppure Imma Carpiniello, guida e mente della Coop Lazzarelle, che a Napoli si occupa di reinserimento lavorativo delle detenute ed ex detenute del carcere di Pozzuoli, attraverso una torrefazione, un accogliente bistrot e tante altre iniziative, sostiene che un Welfare aggressivo riduce, e di tanto, le possibili recidive.
Opportunità reali, unite a meccanismi di aggregazione relazionali positive, diventano un baluardo alla caduta libera delle nuove povertà che, troppo spesso, si abbinano a comportamenti criminali. Lo stesso vituperato e poi cancellato Reddito di Cittadinanza, a suo dire, ha tenuto tante famiglie lontane dai guai. Perché, laddove entra un’aria salubre e serena, anche l’infanzia ne viene contagiata, riducendo il rischio insito nelle derive distruttive delle marginalità.
L’arrangiarsi dei genitori, ad esempio, se abbinato ad un reddito minimo e sicuro, rende i ragazzini meno propensi al lavoro minorile e più concentrati in ambito scolastico. Lo stesso ruolo di madre, se sostenuto da una misura reddituale costante, diventa meno evanescente, rispetto ai ritmi crudeli del neo schiavismo o del crimine.
L’abbandono scolastico, in un certo senso, è causato da gap culturali, ma anche da un senso di precarietà e sfiducia che porta i ragazzi delle periferie a lasciarsi andare. A non credere che, anche per loro, ci possa essere un futuro. La fabbrica dei baby killer, quindi, non si affronta con misure repressive inutili e tardive, ma con “accoglienza e potenzialità”.
Nell’Italia del dopoguerra la fame era la stessa, ma ci stava una coesione sociale, dei modelli comportamentali condivisi e una antica capacità di fare che oggi sono sommerse dalla spazzatura televisiva.
La vacca da latte e il lattaio che passava tutte le mattine o le galline in casa, costituivano oltre ad una base alimentare, anche una base culturale fatta di aspettative realistiche e fantasie nell’arrangiarsi: oggi chi sa fare il formaggio? Così i ragazzini crescevano sviluppando alcune capacità, ma anche socializzando con altri ragazzini, mentre oggi entrambi questi aspetti sono sostituiti dall’uso alienante dei dispositivi elettronici.
Dei video giochi dove tutto è concesso al giocatore, tranne che giocare. Bambini del Grande Fratello che finiscono per odiare la famiglia, perché non rispondente alla soap preferita. Lo stesso pianto, in alcuni quartieri di confine, entra in una sfera sonora che ha più a che fare con la nevrastenia che con il capriccio.
E il dilagare di forme più o meno estreme di disturbi psichiatrici e conseguente utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva dovrebbero diventare la vera emergenza nazionale. Negli Stati Uniti, che siamo sempre abilissimi ad imitare, il fenomeno è diventato uno tsunami con oltre dieci milioni di bambini ostaggi di psicofarmaci.
“In Francia, come ragazza madre, ho diritto a talmente tante cose che in Italia non posso tornarci più. Il lavoro: nei centri per l’impiego devono attivarsi per cercarmelo nei pressi della mia abitazione e con orari consoni al mio ruolo di mamma. Per esempio: niente week end. Ma anche una assistenza costante e presente.” Paola, invece, è la figlia di una mia amica.
È andata a vivere a Parigi, dove ha fatto due figli, di cui uno con disagi vari. Il supporto che ha non è neanche paragonabile alle cupe latitanze dei nostri servizi. Così, nonostante sia sola, in difficoltà e con un dolore abbastanza evidente, regge botta. In Italia, invece, la malattia quando colpisce fasce sociali deboli, diventa una piovra emotiva che distrugge tutto.
La figura dello “scemo di guerra”, il cui malessere è esploso a seguito di un trauma durante il combattimento, diventa paradigma delle nuove marginalità infantili: la guerra intesa come trincea di sopravvivenza. L’apprendere, invece, ha sempre a che vedere con la capacità di dare aria al cervello, ma quando questa capacità viene triturata da un buio nella mente fatto di rabbia, paura e solitudine, si va incontro alla più cupa dissolvenza esistenziale: vivere per soffrire e fare soffrire.
Rendendo oggi la vergogna dell’infanzia affamata, un dramma irreversibile del domani, perché nel caso dei bambini è la stessa trincea della fame che diventa trauma insuperabile. Inabili da guerra, si potrebbe dire, ossia disfunzionali e in modo assoluto, mentre i più veloci si aggrapperanno a psiche da guerriglia urbana totale. Una guerra individualissima, dove si finisce ad ammazzarsi per venti euro o per uno sguardo sgarbato.
Persino il tetro paesaggio degli svincoli autostradali mette in moto spleen inarrestabili nei più piccoli, che si fissano a guardare il vuoto o l’unico stelo di erba che sbuca dall’asfalto. Il meccanismo è di patologia virale: quando la debolezza in età evolutiva è messa a nudo anche dal proprio sguardo, si viene contagiati dalle disfunzionalità altrui o ambientali. I bambini non hanno anticorpi sufficienti per opporsi al contagio e, misteriosamente, vengono attratti proprio laddove è più che scontato.
Partono pieni di passeggeri i pulmini per l’Ucraina: anche i profughi della guerra, si sono stancati di noi. Perché convivere con il pericolo dei bombardamenti, dopo due anni di nulla, diventa un panorama possibile, tollerabile. Sono proprio i bambini che vogliono tornare a casa. La condizione del profugo è una alienazione dell’anima e, in questo, sono proprio i più piccoli con la loro innocenza a capire che il rischio di cronicizzare la propria situazione e, quindi di essere condannati ad un ergastolo di marginalità, va combattuta in ogni modo.
Così nel mio quartiere sono molte le donne che, costrette dai figli, hanno preso la strada del ritorno, in questo caso verso l’Ucraina: i bambini si ribellano, non vogliono imparare la nostra lingua e, per il capriccio principe di voler vivere, mettono in conto anche di dover morire. Del resto, cosa è un pallone se non si ha nessuno con cui giocare? O un luogo dove farlo? Tatà è una donna ucraina del mio quartiere, sola e con un figlio di otto anni, ha provato a costruire una vita per sé e per il piccolo.
Ma il lavoro è schiavismo e non si coniuga con l’attenzione che un bimbo deve avere: se non è notte/giorno è tutto il giorno, ma con cifre talmente basse che si sopravvive se si è soli. Abitare è un inferno, dove si viene prosciugati per un posto letto fetente, in case dove anche andare in bagno è un terno al lotto. Così tutto, ma proprio tutto, pesa talmente tanto che si prende un pulmino e si torna nella guerra dalla quale si era fuggiti.
Patate e qualcosa, le diete dei poveri in tutto il mondo hanno una costante: la monotonia alimentare. In Brasile, nelle favelas, si mangia riso e fagioli o fagioli e riso. Però il mistero della grazia fa sì che ogni ripetizione conduca con sé delle varianti fantasiose. Patate e qualcosa, quello che la terra consente di avere oggi in Ucraina.
Tutto sommato in una era tecnologica come questa, ogni guerra dovrebbe durare poche ore. La potenza di fuoco è tale da consentirlo, ma forse i poteri del mondo hanno preferito una riedizione di una guerra da trincea, lunga e demenziale. Così noi moriamo di fame per armare gli ucraini e gli ucraini muoiono di fame per essere costretti ad usare le nostre armi: con la pancia piena nessuno va a farsi ammazzare.
Sono in molti che hanno capito che la guerra durerà a lungo, tanto vale quindi affrontarla, che entrare nelle celle senza ore d’aria del nostro neo schiavismo. Tatà, solo qualche mese fa, diede della pazza ad una sua amica che aveva deciso di rientrare, per assecondare il figlio.
Il milione di bambini in Italia che non ha cibo a sufficienza, non si inserisce unicamente in una tragedia alimentare, perché le leve che questa penuria aziona vanno in molte direzioni, alcune delle quali possono produrre guai grossi. 1 bambino su 5 che stiamo inviando alle più estreme forme di degrado che sfoceranno in tossicodipendenza, violenza, criminalità, marginalità, frustrazione, disturbo o disagio psichiatrico.
La fame è la più ignobile delle trincee, soprattutto in territori dove ogni sopravvivenza antica è proibita: liquefatta dai modelli consumistici, dalla idiota sopraffazione di una burocrazia onnivora, ma anche dalla dissoluzione di ogni equilibrio della povertà di una volta che, per quanto crudelissima, era dolcemente ancorata ai ritmi della natura e alla sua danza.
Fonte
31/05/2024
L’umanità tra mistica e cultura digitale
di Gioacchino Toni
Guerino Nuccio Bovalino, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 212, € 17,00, ebook € 9,99
Nell’indagare la dimensione mediologica assunta ultimamente dal politico e l’immaginario attorno a cui si sviluppa, Guerino Nuccio Bovalino, nel suo volume Imagocrazia. Miti, immaginari e politiche del tempo presente (Meltemi 2018) [su Carmilla], ha messo in luce come alle figure deistiche, mitologiche, religiose e ideologiche a cui l’essere umano ha storicamente fatto ricorso per colmare il vuoto fra sé e il mondo che abita, si siano ormai sostituiti i media e gli immaginari derivanti dall’intrecciarsi di nuovi e vecchi simboli trasfigurati dalle nuove tecnologie.
Con il suo nuovo libro, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale (Luiss University Press, 2024), lo studioso continua la sua analisi indagando come, per affrontare le paure di questo mondo, gli esseri umani tendano sempre più ad affidarsi messianicamente alla tecnologia confidando nelle sue capacità salvifiche. Al centro del volume sono dunque le modalità contemporanee di sottrarsi alla realtà, tentativo che da sempre contraddistingue gli esseri umani «tra esodi e ritorni, tra terra e cielo, carne e spirito, beatitudine e dannazione, pesanti macchine e religioni eteree, algoritmi e preghiere». Modalità che oggi, sostiene Bovalino, guardano sempre più all’universo dell’intelligenza artificiale e, più in generale, al mondo delle tecnologie più avanzate come a potenze in grado di garantire una fuga dalla realtà, l’accesso al paradiso terrestre.
Con la Rivoluzione industriale prende il via il processo di colonizzazione dell’immaginario collettivo da parte delle macchine; l’essere umano, affogato in una massa indistinta, tenuto a vivere all’interno del sistema fabbrica/metropoli, si trova a vivere una situazione di spaesamento a cui non riesce più a dare risposta la proiezione salvifica personificata dalle tradizionali divinità.
Tale inedita configurazione dell’immaginario, scrive Bovalino, ha il suo mito fondativo nel frankensteiniano essere costituito con parti tratte da diversi corpi, efficace metafora «della massa indistinta che ha con-fuso gli esseri umani nel magma indistinto della nuova metropoli, e ibridato gli stessi con le macchine con le quali operano nelle fabbriche dalle quali sono agiti»1. Inoltre, il mostruoso frankensteiniano, non essendo più un’entità riconducibile al non-umano, si differenzia dall’idea di mostro propria dell’epoca pre-industriale. Non più figura pre-umana o dis-umana, il mostro si trasforma in un essere iper-umano o post-umano nella mitologia del cyborg e dell’androide. Si tratta di «una trasformazione sociale che sancisce la nascita di una relazione inedita tra organico e inorganico, carne e macchina»2. Come scrive Bovalino, si inaugura così una nuova idea di mostruosità non più fatta derivare da un qualche castigo divino, bensì proiezione di un disagio umano figlio delle trasformazioni introdotte dal processo di industrializzazione con la sua disseminazione di macchine.
L’avvento della fotografia sancisce il trionfo della dimensione immateriale su quella materiale; essa vampirizza il reale rendendo morto ciò che è vivo proiettandolo verso un’immortalità artificiale. La dilatazione delle esistenze determinata dall’eliminazione delle distanze spazio-temporali introdotta dalla metropoli trova nel cinema e, successivamente, nella televisione medium capaci di amplificare un processo che viene ripreso e amplificato dagli schermi dei computer e degli smartphone che, però, non rappresentano più una superficie trattenente ma un vortice, una vertigine risucchiante.
È ormai evidente la frattura tra l’essere sé stessi e l’essere ciò che si vuole apparire. I soggetti si muovono dentro le rete come fossero in esilio dal mondo fisico. Fuori dalla realtà cercano di ricostruire una verità alternativa di sé stessi e del mondo che li circonda. È l’affermarsi di una bolla, di un micromondo che il soggetto edifica lentamente, creando un ambiente digitale abitato molto spesso dai propri “simili”, coloro con i quali si condivide la visione del mondo o con cui, perlomeno, si reputa degno condividere le proprie idee3.
L’utopia digitale si è velocemente trasformata in distopia. «Lo splendore del consumo e il capitalismo gioioso si rovesciano, come katastrophé, in una fase cupa e crepuscolare caratterizzata dal controllo tecnologico e dallo sfruttamento dei dati degli utenti. È l’era della disillusione. Il crepuscolo delle tecnoutopie»4.
In Squid Game (2021-in produzione) di Hwang Dong-hyuk, nel suo presentarsi come “il gioco della fine”, suggerisce Bovalino, è possibile vedere una metafora della “fine dei giochi”, la catastrofe di un capitalismo che si manifesta direttamente nella sua crudeltà senza nemmeno mascherarsi dietro l’illusione spettacolare del consumo. L’universo messo in scena dalla serie coreana è costruito sulla colpa e sul debito. Chi partecipa al gioco mortale lo fa per ripagare i propri debiti così da poter essere reintegrato nel circuito perverso del consumo capitalista. Un circuito che non prevede via d’uscita non contemplando una reale espiazione del debito, della colpa: anche estinguendo il debito, il vincitore resta prigioniero delle atrocità commesse per raggiungere lo scopo.
Al capitalismo digitale si affida il compito di ordinare il mondo ma, scrive Bovalino, si tratta di un capitalismo triste e crepuscolare, palesante «una discrasia evidente fra le promesse di felicità e la rinuncia alla dimensione edonistica e onirica cui sottopone»5 l’essere umano.
La smaterializzazione digitale si trova ora costretta a confrontarsi con la percezione della fragilità umana, con la morte che, tra malattie e guerre, ha fatto irruzione nella realtà facendo riemergere il senso di finitudine umana. «Si tratta di un processo di ri-umanizzazione, fra androidi in lacrime perché bramano di divenire umani, guerre combattute sul campo, identità rinascenti, necessità di appartenenza e rinascita della più importante delle mitopoiesi realizzare dall’uomo: il ritorno del divino nella vita quotidiana»6.
Curiosamente, nel momento di massima espansione tecnologica, riemergono forme di vissuto arcaico in una variate che Vincenzo Susca ha definito tecnomagia [su Carmilla]: la dimensione magica viene riattivata dalla tecnologia. Alla smaterializzazione dei corpi umani succede l’umanizzazione delle macchine e l’intelligenza artificiale, con le sue capacità oracolari, si presenta come lo strumento di tale trasformazione, vera e propria tecno-magia.
La tecnologia non è la profezia ma “il profeta”: essa parla per conto dell’uomo nuovo, colui che vuole disintegrare ogni forma esistente e riconfigurare ogni ambito umano, ossia i nuovi creatori come Zuckerberg, Musk e Altman, i guru di Meta, X e Open AI. Dio parla ai profeti come l’uomo parla alla tecnologia, la con-forma e le fa “pronunciare” le parole che costruiscono e configurano il tempo a venire. L’IA è l’oracolo che parla la lingua dell’ultima versione, il più recente upgrade dell’homo deus. Nel profetizzare i futuri stravolgimenti, essa trasforma il reale e come ogni nuova lingua costruisce una inedita architettura della realtà, la ri-forma7.
A ben guardare, suggerisce Bovalino, l’IA ricalca, estremizzandoli, i valori della società capitalista contemporanea – velocità, efficienza, semplificazione, funzionalità – indirizzati al profitto associandoli ad una dimensione del controllo iperstatalista.
È un capitalismo antilibertario costruito su un patto iniquo fra il singolo che elemosina illusioni social tecno-utopiche e le grandi aziende che gliele forniscono chiedendo in cambio di poter nutrirsi dell’intimità del soggetto sotto forma di dati, materiale che usano per rendere più efficienti le loro macchine disumanizzanti. È un processo surreale per cui l’uomo concede alle azioni ciò che consente alle medesime di tenerlo sotto scacco8.
Il paradosso è che, come ormai tanta fantascienza di matrice distopica ha messo in scena, le ibridazioni tecno-umane finiscono per desiderare di essere soltanto umane. E ciò palesa l’incapacità dell’essere umano di immaginare qualcosa totalmente fuori da sé.
Opporsi alla nuova utopia/distopia del progressismo apocalittico, rimasta l’ultimo appiglio tattico cui aggrapparsi per sopravvivere dopo il fallimento definitivo del fideismo progressista, cesura che ci ha trasformati in zombie intenti a consumare la nostra residua energia nella lotta per scansare la fine. Soggetti e individui oppressi nell’ultima possibile narrazione: l’ideologia del penultimo. Il progressismo ormai ridotto alla stancante ricerca di estemporanee soluzioni utili a contrastare l’eterno non compiersi dell’apocalisse, che ci si prospetta di continuo sotto forma di mutanti, di virus, catastrofi ambientali e nuove guerre nucleari. L’uomo si è cristallizzato nella figura tragica di un disperato che staziona inerme al bordo di un precipizio: schiavo della paura che scaturisce dalla percezione dell’imminenza della morte mentre cerca di eluderla9.
Se, come è sempre stato, l’essere umano si trova a fare i conti con il vuoto, ad essere profondamente cambiato è il contesto e, con esso l’essere umano stesso, costretto a confrontarsi con inedite e disorientanti tecnomagie.
Note
Guerino Nuccio Bovalino, Algoritmi e preghiere. L’umanità tra mistica e cultura digitale, Luiss University Press, Roma 2024, p. 39.
Ibid.
Ivi, p. 59.
Ivi, p. 115.
Ivi, p. 136.
Ivi, p. 139.
Ivi, pp. 183-184.
Ivi, p. 186.
Ivi, p. 194.
29/05/2024
Nessuna epoca è simile alla nostra
di Sandro Moiso
Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 574, 22 euro
«No age like unto this age» (Discorso di un digger apparso in un pamphlet anonimo del 1653)
Molto tempo prima che testi come Il manifesto del partito comunista, Stato e anarchia oppure Stato e rivoluzione potessero anche solo lontanamente essere concepiti, ne è esistito uno che, pur essendo quasi mai letto dai suoi estimatori, è stato per secoli indirettamente alla base di rivolte, insurrezioni e movimenti intrinsecamente rivoluzionari.
Si tratta dell’Apocalisse di Giovanni, conosciuta altrimenti come Rivelazione o Libro della Rivelazione, l’ultimo libro del Nuovo Testamento.
Come per gran parte dei testi posti all’origine della seconda parte della Bibbia, l’attribuzione è incerta così come il luogo in cui sarebbe stata redatta, mentre per quanto riguarda la data di composizione, si ammette abbastanza comunemente che sarebbe stata composta nella prima metà degli anni '90 del I secolo.
Nell’opera si parla di persecuzioni da parte di pubblici ufficiali, si dice che ci sono stati già dei martiri della fede e che tutta la cristianità corre un tremendo pericolo. Inoltre si afferma che la partecipazione al regno millenario è il premio dei martiri che hanno rifiutato il “segno della bestia” sulla fronte e sulla mano, un riferimento al culto imperiale romano, ma che nel tempo assunse significati simbolici più ampi collegando il segno della bestia più genericamente al Male (sotto qualsiasi forma questo si presentasse).
Involontariamente il testo finì col far attendere ai credenti una battaglia finale con quest’ultimo che avrebbe dovuto realizzare già in terra la volontà e il regno di Dio, materializzando in qualche modo la promessa di regno che non sarebbe stato più soltanto ultraterreno, ma millenario nel mondo reale. Da qui la sua forza nel colpire l’immaginario popolare e delle classi meno abbienti sottoposte al potere di monarchi, imperatori e papi. Tutti egualmente corrotti e tutti ugualmente segnati dal marchio infamante della Bestia.
Il testo appena pubblicato dalle edizioni Malamente/Tabor, uscito originariamente in Francia nel 1987 per le edizioni del gruppo Os Cangaceiros, riporta alla ribalta e all’attenzione dei lettori i movimenti millenaristi, per l’appunto, che dal Medio Evo fino al movimento dei diggers durante la guerra civile inglese del XVII secolo oppure all’anarchismo andaluso all’interno di quella spagnola o, ancora, al banditismo sociale del Nord-est del Brasile e ai culti messianici melanesiani tra XIX e XX secolo, hanno per periodi più o meno lunghi infranto le regole delle società divise in classi oppure coloniali per instaurare forme di comunismo e uguaglianza sociale, anche attraverso la violenza e l’espropriazione dei beni e delle ricchezze1.
Non a caso Luigi Balsamini, nella prefazione alla nuova edizione italiana del testo, sottolinea e ricorda, a proposito del gruppo Os Cangaceiros2, che proprio dal banditismo sociale del Nord-est brasiliano aveva tratto il nome, che:
Le azioni di quel gruppo hanno in particolar modo preso di mira il sistema penitenziario, muovendosi dalla solidarietà attiva alle lotte dei detenuti fino ai sabotaggi nei cantieri delle carceri in costruzione, alla distruzione degli uffici delle ditte appaltatrici e alla sottrazione e diffusione di dettagliate piantine e preziose informazioni tecniche degli edifici.
Tra il gennaio 1985 e il giugno 1987 Os Cangaceiros ha diffuso tre numeri di un’omonima rivista contenenti analisi e documenti relativi a lotte e insorgenze sociali di quegli anni, non solo in Francia. Sempre nel 1987, il gruppo pubblica la prima edizione di L’incendie millénariste, firmato con gli pseudonimi Yves Delhoysie e Georges Lapierre. La loro pessima fama era però in crescita, tanto che alcuni distributori rifiutarono di far circolare il libro lasciando Os Cangaceiros con buona parte della tiratura in magazzino. Facendosi sempre più pesante la pressione poliziesca, il gruppo decide di abbandonare la maggior parte delle copie in luoghi pubblici, lasciandole al loro destino fuori da ogni logica mercantile. Dopo aver rivendicato numerose azioni dirette, il gruppo si è sciolto ed è scomparso dalla scena, riuscendo in parte a sottrarsi alla successiva ondata repressiva3.
Il millenarismo costituisce uno dei più antichi sogni di libertà e giustizia, l’idea dell’avvento di un’Età dell’oro, di un mondo radicalmente diverso, di fraternità e beatitudine, in cui vivere liberi dalla maledizione del denaro, dello sfruttamento, della proprietà. Autentici marchi della Bestia proprietaria e capitalista. Finendo col dare vita a un torrente carsico di speranza e passione rivoluzionaria, disperso in mille rivoli sotterranei o esplosivi, che ricollega gli insorti di tutti i tempi e luoghi per «trasformare il mondo fino a renderlo riconoscibile». Mentre per ognuno di quei movimenti e per ogni movimento radicalmente rivoluzionario ogni volta si è trattato della fine dei tempi o, perlomeno, della fine del tempo dell’oppressione, dell’alienazione e della separazione degli uomini e delle donne dai e dalle loro consimili.
La religione cristiana conteneva, prima di tutto, una promessa di vita futura. Era la concezione di una società alla ricerca di una finalità esteriore, la redenzione. La religione realizzava nel pensiero il passaggio dal quaggiù – la miseria – all’aldilà – il regno di Dio; i sacramenti erano i riti di questo passaggio concepito in teoria. La religione è la forma pensata dell’alienazione.
I millenaristi attaccavano l’alienazione, in teoria e in pratica. Ciò di cui l’umanità era stata spossessata e che era stato esiliato in cielo, intendevano realizzarlo sulla terra. Ecco perché attaccavano tutto ciò che su questa terra, si opponeva a tale realizzazione. Tutti i loro tentativi hanno immancabilmente messo in discussione l’ordine sociale, cosa che li differenziava dal misticismo – quello di Mastro Eickhart o Jacob Böehme4.
E che, si potrebbe aggiungere, ancora differenzia dai discorsi partitici, dalle speranze nel sole dell’avvenire e da tutte le altre filosofie utopistiche o politiche che hanno promesso, e ancora promettono, la felicità soltanto oltre un certo orizzonte, chi invece nelle lotte e nelle insurrezioni, dai movimenti ereticali alla Comune di Parigi oppure dal ‘68 e al ‘77, ha cercato e cerca ancora di realizzare l’ultramondano direttamente in questo mondo: qui, ora, adesso e subito. Per ognuno dei protagonisti di tutti quei movimenti, infatti, nessuna altra epoca è stata, è o potrà mai essere «come la nostra». Poiché la rivoluzione è viva mentre la si compie e soltanto “poi” sarà argomento di riflessione per gli storici o per i tutori dell’ordine. Anche di quello post-rivoluzionario. Così, una promessa magnifica è contenuta nelle storie di tutti quei rivoltosi, di ogni epoca, che sempre dovettero confrontarsi con tutte le forme e tutti i rappresentanti di ogni tipo di potere (ecclesiastico, nobiliare, borghese, giuridico, militare, scientifico, economico, fascista, stalinista e liberale).
[I millenaristi] Volendo realizzare il regno di Dio erano portati ad attaccare la radice dell’alienazione, il suo fondamento sulla terra. Eseguivano cioè il movimento inverso dell’alienazione: riconducevano sulla terra ciò che era stato esiliato in cielo […] La loro prima preoccupazione fu dunque di fondare delle città che dovevano essere l’imitazione della mitica Gerusalemme: Tábor, Münster, Canudos, i villaggi interamente ricostruiti in Melanesia durante i culti del Cargo.
Attinsero la propria ispirazione da quella parte dell’esperienza sociale ripiegata nella clandestinità: questa parte costituiva l’inconscio di una società, la somma delle sue angosce e delle sue aspirazioni che si esprimevano nei sogni e nei miti [...] In tal modo, tutto ciò che veniva ricacciato nella clandestinità poteva riemergere alla luce del sole in una forma comunicabile. Le profezie costituivano un momento di questa comunicazione. Un’idea sotterranea vi trovava la sua eloquente espressione. L’unità della vita veniva così a essere ristabilita contro l’ordine sociale5.
Come rovesciamento delle pratiche della psichiatria moderna, la rivoluzione e l’insurrezione collettiva ribaltano l’impostazione basata sull’inconscio dell’individuo solitario, disperatamente solo con la propria sofferenza:
Freud considerava l’angoscia come pura tragedia individuale, anche se ammetteva che era un effetto della società esistente. Egli poté porre il problema in questo modo dato che l’individuo viveva in una società senza comunicazione. L’angoscia e la nevrosi non mostrano altro che l’assenza di comunicazione nella quale ciascuno è immerso; siamo dunque di fronte alla tragedia di una società disumana, cosa che Freud non disse. Per lui l’angoscia e la nevrosi son un affare individuale che non pone alcuna questione sociale. Con i profeti, l’angoscia acquisiva una funzione storica, venendo vissuta come una tragedia sociale e collettiva.
L’entusiasmo dei millenaristi era dunque basato su un’esperienza comune del cui significato si erano impadroniti. Erano sicuri di sé. È questo che rimproverano loro in maniera superficiale gli storici – non essendo in grado di scorgere cosa determinasse una simile certezza6!
Quella realizzazione immediata e terrena della felicità individuale e collettiva abbiamo, però, potuto continuare a intravederla nelle lotte, da Mirafiori alla Valsusa, da corso Traiano a Seattle, dai ghetti di Detroit e Los Angeles in fiamme fino alle università occupate e a Radio Alice e, perché no, nella rivoluzione portoghese dei garofani e, ancora, in tante battaglie definite superficialmente “di strada”. Tutti brevi, ma indimenticabili momenti di un’eternità condivisa che continua a manifestarsi in ogni angolo del mondo, ovunque la richiesta di felicità e giustizia si armi del coraggio e del desiderio necessari.
Un libro da leggere tutto d’un fiato e da conservare nella memoria, e possibilmente in biblioteca, per sempre.
Note
Sul collegamento tra Apocalisse e movimenti sociali di protesta o insurrezionali si vedano anche N. Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano 1965 e R. Gobbi, I figli dell’Apocalisse, Rizzoli, Milano 1993.
Per chi volesse saperne di più a proposito di tale formazione di azione politica militante, si ricorda qui un altro testo prodotto dalla stessa: Os Cangaceiros, Un crimine chiamato libertà, edizioni NN/l’arrembaggio, Trieste- Torino – Catania 2003.
L. Balsamini, Prefazione a Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 10-11.
Ibidem, p. 531.
Ivi, p. 532.
ibid, p.533.
05/02/2024
Rileggere oggi il “Manifesto contro il lavoro”
di Paolo Lago
Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro e altri scritti, introduzione di M. Maggini, prefazione di A. Jappe, postfazione di N. Trenkle, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 164, euro 16,00.
È sicuramente un’esperienza interessante rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro (Manifest gegen die Arbeit) del Gruppo Krisis, uscito in Germania nel 1999 e tradotto per la prima volta in italiano nel 2003 per DeriveApprodi1. Come ci informa Massimo Maggini nell’introduzione di questa nuova edizione uscita per i tipi di Mimesis, il Manifest ebbe in Germania altre tre edizioni, la seconda già nel settembre del 1999, la terza nell’ottobre del 2004 e la quarta ed ultima nel 2019. Le teorie esposte nel Manifest appartengono alla corrente di pensiero chiamata Wertkritik, cioè “Critica del Valore”, secondo la quale la crisi che sta investendo il sistema del capitale è irreversibile ed è determinata proprio dalla crisi del lavoro, provocata a sua volta dalle varie ‘evoluzioni’ che esso stesso ha subito nel tentativo di aumentare e rendere migliori le sue applicazioni tecnico-scientifiche. Ciliegina sulla torta è stata la “rivoluzione micro-elettronica”, che ha espulso e reso inutili enormi masse di forza lavoro umana, ormai improduttive dal punto di vista della valorizzazione capitalistica. Naturalmente, come ricorda anche l’autore dell’introduzione, il lavoro che attaccano gli studiosi della “Critica del Valore” non è tanto l’operare umano in sé quanto invece quello che Marx definisce “lavoro astratto”, non finalizzato al benessere degli individui ma all’aumento del profitto e all’accumulazione monetaria in vista di nuovi investimenti.
Gli autori del Manifesto sono tre fra gli studiosi di spicco del Gruppo Krisis: Robert Kurz, Norbert Trenkle e Ernst Lohoff. La presente edizione2 ripropone, insieme al Manifesto, dei saggi significativi di questi studiosi (ai quali si aggiunge un saggio di Anselm Jappe) già presenti nella traduzione italiana del 2003. In più, adesso possiamo leggere un nuovo testo di Norbert Trenkle, Il manifesto contro il lavoro vent’anni dopo che fungeva da postfazione alla quarta edizione tedesca, un’intervista a Robert Kurz in occasione dell’uscita del suo importante saggio Libro nero del capitalismo, un altro scritto di Norbert Trenkle dal titolo Rottura qualitativa. Sull’attualità della critica del lavoro, uscito nel 2022, e, infine, Il duplice Marx di Robert Kurz, uscito in occasione dei centocinquanta anni dall’apparizione del Manifesto del Partito Comunista. Come possiamo vedere, l’attuale edizione è corredata di numerosi altri testi che integrano e chiosano in modo sicuramente interessante le teorie espresse nel Manifesto. Ma che senso ha rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro? E, soprattutto – possiamo chiederci – è sempre attuale? La risposta è sì, senza dubbio, nonostante gli anni siano passati e la situazione sia nettamente cambiata rispetto al 1999. Una rilettura del Manifesto, oggi, va indubbiamente caricata di senso nuovo perché le pagine degli studiosi del Gruppo Krisis hanno ancora tanto da dire e possono diventare delle fondamentali chiavi di lettura per comprendere la contemporaneità.
A mio avviso, tra gli snodi fondamentali della società odierna di cui la stesura del 1999 non ha potuto tenere conto, rientrano la sempre più pervasiva digitalizzazione di massa, la diffusione dell’intelligenza artificiale e gli inediti risvolti sociali e lavorativi, con l’affermazione del cosiddetto smart working, che sono emersi dal truce periodo dell’emergenza Covid. Nel primo capitolo del Manifesto, intitolato Il dominio del lavoro morto, il Gruppo Krisis scrive che “proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di sé. Il lavoro determina il modo di pensare e di agire fin nelle minime pieghe della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche”. Ebbene, queste osservazioni sono più che mai attuali anche alla luce della contemporaneità più stringente. Più che mai, oggi, con l’affermazione dell’intelligenza artificiale, dei sistemi di controllo digitali e dello smart working, il lavoro è diventato una “potenza totalitaria che non tollera nessun altro dio all’infuori di sé”. Infatti, come nota Gioacchino Toni nel suo saggio Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, a partire dal 2011 si inizia a parlare di “Industria 4.0”, espressione probabilmente introdotta dall’azienda tedesca Bosch, che indica una nuova, iperconnessa, modalità organizzativa della produzione. Come scrive lo studioso, “dalla fusione tra il mondo reale / fisico degli impianti e quello virtuale / digitale dell’informazione scaturisce un sistema misto cyber-fisico finalizzato, ad esempio, a ridurre gli sprechi, a raccogliere informazioni dal processo lavorativo rielaborandole in tempo reale, anticipare errori e malfunzionamenti attraverso la virtualizzazione dell’azienda, sfruttare al massimo la creatività del lavoratore e incorporare le richieste del cliente nel corso del processo produttivo”3. Nelle “smartificazioni” che avvolgono la società contemporanea (e che nel 1999 sarebbero sembrate frutto di una fantascienza distopica), il lavoro emerge veramente come un idolo totalitario e assoluto, in quanto la diffusione della digitalizzazione è spesso finalizzata al miglioramento della produttività capitalistica e al controllo coercitivo dei lavoratori.
Con lo smart working, questa “potenza totalitaria” penetra persino nella sfera domestica e privata degli individui, in quella “sfera astrattamente privata”, come leggiamo nel Manifesto. Quella “sfera separata dalla vita”, quella cioè dedicata al lavoro, dove, secondo il Gruppo Krisis, “il tempo cessa di essere vissuto”, con i processi di digitalizzazione si unisce e si ibrida con i momenti e gli spazi che dovrebbero essere dedicati, invece, alla “cura di sé” in senso foucaultiano, ad un arricchimento interiore. Non esiste più una “sfera astrattamente pubblica”, dedicata al lavoro, e una “sfera astrattamente privata”, dedicata al “tempo libero” (altra faccia del dominio del lavoro): esse finiscono per ibridarsi in un nuovo, teratologico spazio-tempo. L’individuo dell’epoca del Covid, costretto a stare chiuso in casa e a consumare il suo divertimento sulle piattaforme digitali mangiando cibi più o meno esotici consegnati da rider sottopagati, e lavorando in un altro angolo del soggiorno al suo PC, non appare più “scisso” come scrive il Manifesto. È invece un essere ibrido, meccanizzato, totalmente alienato, un ‘mostro’ che non si era mai incontrato prima d’ora nella storia sociale. D’altra parte, in un altro punto, sembra che il Manifesto preconizzi l’arrivo dell’intelligenza artificiale come uno strumento liberatorio dal giogo del lavoro: “Perché passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perché far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perché sprecare energie in compiti di routine che un computer può tranquillamente eseguire?”. Potrebbe apparire una visione sostanzialmente ingenua, del tipo “affidiamo a robot e ‘androidi’ i lavori più pesanti, come nei film Metropolis e Blade Runner”; eppure, come scrive Anselm Jappe nella Prefazione, “la prospettiva del Manifesto in generale non è di certo quella di aspettare un paradiso tecnologico dove le macchine lavorano al nostro posto e noi umani ci possiamo limitare a guardarle”.
Risulta assai interessante e denso di echi negli anni più recenti anche il capitolo 9, intitolato La sanguinosa storia dell’affermazione del lavoro, in cui leggiamo che “non furono i pacifici mercanti sulle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i «condottieri» dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagole a costituire un fertile terreno sociale per l’«imprenditoria» moderna”. Le guerre di oggi che rimbalzano pervasivamente sui media come tragici sfondi della nostra quotidianità, come ferite lancinanti e presenti, sono quelle portate avanti dal capitale e dalla società del lavoro e, al posto dei condottieri di soldati di ventura e di sovrani sanguinari, ci sono truci fantocci della società capitalistica come i vari Biden, Zelensky, Putin e Netanyahu. E, per fare ancora un riferimento all’emergenza Covid del 2020, mentre innumerevoli lavoratori erano costretti a stare chiusi in casa e a lavorare tramite lo smart working, altrettanti erano invece costretti a andare a lavorare in fabbrica rischiando la vita, mentre i rider erano mandati a solcare le strade deserte per portare le vivande a domicilio come i corrieri della serie tv sudcoreana Black Knight, costretti a muoversi in un ambiente distopico devastato e inquinato per non far rallentare la produzione. Come ha notato Sandro Moiso in un articolo scritto ‘a caldo’ in quel periodo, “le aree industriali d’Italia si stanno trasformando in autentici lager che, esattamente come quelli a cielo aperto in Palestina, non hanno nulla da invidiare o da rimproverare a quelli nazisti”4. Il lavoro continua la sua “sanguinosa affermazione” anche nell’epoca dell’Industria 4.0.
Un altro capitolo del Manifesto che possiede una tragica risonanza contemporanea, soprattutto in Italia, è anche quello intitolato Il lavoro è dominio patriarcale. È infatti la società del lavoro a creare e ad accentuare la sfera separata dal lavoro stesso, quella intima e famigliare, alla cui custodia è assegnata la donna: “Non a caso, l’immagine della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è diventata un pregiudizio universale insieme a quello del maschio lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di sé”. Soprattutto in Italia perché, recentemente, troppo spesso si sono verificati femminicidi, figli di una cultura patriarcale difficilmente sradicabile, una cultura che si perde nei meandri più oscuri della mentalità maschile e maschilista del “Belpaese”. L’Italia appare un paese fondamentalmente patriarcale, in cui non si risparmiano neppure episodi di razzismo. Altro che “primato civile degli italiani” rispetto all’obbligo di lavorare, come scrive Jappe facendo riferimento ad un’immagine macchiettistica del napoletano o al ladro de I soliti ignoti (immagini stereotipate magari filtrate da uno sguardo prettamente tedesco). In Italia, come negli anni Novanta c’era soltanto la scelta fra D’Alema e Berlusconi (come leggiamo nel Manifesto, perché la democrazia impone scelte non libere ma solo “fra la peste e il colera”), adesso c’è soltanto la scelta fra Schlein e Meloni e la maggioranza degli italiani sembra propendere per la seconda e per i suoi accoliti.
Infine, un altro aspetto interessante messo in rilievo dal testo del Gruppo Krisis, pure se fugacemente, riguarda l’educazione e la scuola, ormai totalmente asservite, anche più che nel 1999 e nel 2003, alla società del lavoro e del capitale. La sfera educativa che riguarda il rapporto con bambini e adolescenti viene introiettata nelle dinamiche aziendali più becere e ciniche, a cominciare dalla cosiddetta alternanza scuola-lavoro (ora PCTO), introdotta in Italia dalla riforma Moratti nel 2003. Non è un caso che tutti i recenti governi (Renzi, Draghi ecc. ecc.) abbiano incentivato le scuole tecniche e promosso percorsi di avviamento al mondo del lavoro. Sulla stessa linea – inutile dirlo – si sta muovendo il governo Meloni. Nelle linee guida di questi governi in fatto di educazione si leggono frasi e parole agghiaccianti come “lavoratori qualificati”, “capitale umano”, “crescita economica” mentre schiere di consulenti digitali del Miur invitavano a “stalkerare gli studenti” che erano restii a seguire la famigerata didattica a distanza durante l’emergenza Covid. Il Manifesto, rifiutando la sfera alienata ed alienante del valore capitalistico, persegue quindi rapporti più autentici fra gli esseri umani, sia in fatto di educazione che di interazione sociale, ponendosi abbastanza vicino, in questo, a certe istanze portate avanti dai situazionisti (pensiamo all’Avviso agli studenti di Raoul Vaneigem). Come scrive Norbert Trenkle in Rottura qualitativa, “vogliamo riappropriarci del tempo di vita e delle risorse che il capitale ci sottrae in modo permanente e che trasforma in mezzi di distruzione del mondo. Solo così potremo riuscire ad aprire gli spazi per un modo di produzione e di vita che si basi sull’attività libera e autodeterminata, sulla cooperazione e sulla solidarietà”. Probabilmente, una pecca che possiamo imputare al nostro testo è quella di non chiarire fino in fondo come si delineerà questa “vita che si basi sull’attività libera e autodeterminata” ma le basi critiche restano in ogni caso solide e interessanti.
E comunque, anche da questo necessariamente rapido excursus possiamo comprendere che rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro può offrirci – come già notato – tante chiavi di lettura per capire più a fondo la contemporaneità, per creare inediti ed inaspettati cortocircuiti. Ecco che allora il testo del Gruppo Krisis si può trasformare in una sorprendente “cassetta degli attrezzi” per muoverci criticamente nel nostro tempo. Da quel 1999, lembo estremo d’un altro millennio, grazie alla sua capacità già allora di guardare lontano, il Manifesto oggi ha ancora molto da dire.
Note
Cfr. Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, trad. it. di S. Cerea, DeriveApprodi, Roma, 2003.
Con le traduzioni dal tedesco di G. Rossi, S. Cerea, A. Jappe e M. Maggini.
G. Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, Roma, 2022, p. 137.
S. Moiso, Le città verranno distrutte all’alba, in L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, a cura di J. Orlando e S. Moiso, Il Galeone, Roma, 2020, p. 40.