La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è un dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia?
I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.
Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.
Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.
Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?
Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.
Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.
Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.
Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.
Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.
La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.
La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.
Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.
La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.
“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.
Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.
Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.
Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.
Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.
Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.
Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.
La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.
Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.
La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.
Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.
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