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30/04/2026

La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio

1942, agosto, Rommel avanza verso l’Egitto e gli inglesi sono nel panico, non hanno truppe in loco, perciò organizzano in tutta fretta un Reggimento Palestinese nel Mandamento loro attribuito dalla Società delle Nazioni, che controllavano in Terra Santa, forza che arrivò ad avere 7000 uomini arruolati al suo apice, 3800 ebrei e 3200 arabi palestinesi.

Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.

In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.

Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.

I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.

La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.

Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.

Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.

Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.

Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.

La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.

Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.

Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.

Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.

Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.

La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.

La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.

Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.

Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.

Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.

Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.

Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.

La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).

Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.

Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.

Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.

Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.

Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.

Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.

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