Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il bando sul gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una delle scelte suicide di Bruxelles, ma pur sempre centrale nello sforzo guerrafondaio contro la Russia.
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
C’è poi il problema dei costi (senza considerare che, d’ora in poi, non è escluso ci possa essere un pedaggio per attraversare lo Stretto di Hormuz). “Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina – ha detto Orsini – il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro al megawattora”. Un aumento che mette fuori gioco la competitività italiana, e che rischia di provocare una recessione, e anche l’accelerazione della deindustrializzazione del Paese.
Orsini ha accennato a possibili problemi con i viaggi aerei e col reperimento di alcuni prodotti sugli scaffali siciliani, e ha criticato la UE perché non ha misure pronte, perché sta “parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico”. Tradotto: perché si preoccupa ancora delle sue regole inadeguate alla crisi e alla fase storica che viviamo, piuttosto di interventi sensati e concreti sulle condizioni della produzione.
Questo pressing degli imprenditori sta facendo divergere le anime del governo, con Giorgia Meloni cauta e aderente ai dettami europei, mentre Salvini parla di mettere in sicurezza ora le forniture energetiche per il futuro. Anche se ciò non significa necessariamente rompere con il blocco del gas russo, dato che si hanno davanti mesi e mesi: per ora, è soprattutto retorica per differenziarsi e far finta di rispondere alle esigenze di padroni e padroncini.
C’è un’altra voce dell’imprenditoria italiana che sembra tentare di calmare le acque, ma che in realtà sta rivelando lo spostamento della dipendenza strutturale dell’Italia (e in prospettiva della UE) da Mosca a Washington, con grandi guadagni per quest’ultima e grandi perdite per i nostri portafogli. È Edison, titolare del principale contratto italiano con Doha, che fa il punto dei circa 1,4 miliardi di metri cubi di gas previsti tra aprile e giugno, e venuti a mancare.
A salvare la situazione è stato il GNL made in USA: la società è già riuscita a rimpiazzare sette dei dieci carichi mancanti attingendo dal mercato statunitense, grazie anche alla recente pace siglata con Venture Global dopo un lungo arbitrato. Ma nonostante l’ottimismo di Nicola Monti, amministratore delegato, il prezzo da pagare è alto: il gas spot costa molto di più di quello pre-crisi e le nuove normative europee sulla certificazione delle emissioni di metano rischiano di tradursi in pesanti penali per gli importatori.
In sostanza, cominciano a essere i “rappresentati” da questo governo (e anche dalla finta opposizione del campo largo, in parte) a lamentarsi del suicidio strategico della UE. Voci che a Roma come a Bruxelles devono tenere di conto, e mostrano la schizofrenia di un progetto imperialistico che si sta dimenando nella sua incapacità di assumere una direzione sensata.
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