In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.
Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.
A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.
Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.
Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.
La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.
Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.
Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.
La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.
I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.
A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.
Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.
Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.
Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.
Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.
In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.
Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.
A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.
L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/08/2026
Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
24/05/2026
Sette storie per non dormire: l'ENI (parte 1)
Nel ripercorrere la lunga storia dell’ENI, dobbiamo necessariamente riservare ampio spazio alle vicende connesse alla morte di Mattei, le quali sono assurte nel tempo a caso emblematico dell’ostracismo che in Italia spesso ha dovuto subire chi si è speso in difesa dell’interesse nazionale. Partiremo, pertanto, proprio da tale snodo, valutandone le conseguenze per l’azienda e le interpretazioni che ne sono state date.
Prima di cominciare, riteniamo doverosa una segnalazione. L’intera nostra analisi si baserà su quanto scritto in due soli libri, che fra i vari disponibili sulla questione ci sono parsi particolarmente utili ai fini di una sua puntuale ricostruzione storica. Si tratta di “Enrico Mattei. Petrolio e complotto italiano” di Giorgio Galli (Baldini Castoldi Dalai, 2005) e de “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” di Marco Pivato (Donzelli, 2011), cui pertanto rimandiamo i lettori in cerca di conferme e approfondimenti. Raccomandiamo in particolare il testo di Galli, in quanto – a differenza dell’altro – tratta anche di eventi successivi alla morte di Mattei.
Enrico Mattei, com’è noto, era l’uomo che aveva propugnato la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che ne era stato presidente sino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 1962. La sua intraprendenza era risultata altamente meritoria, in quanto l’attività dell’ENI aveva assicurato all’Italia gli approvvigionamenti energetici a costi contenuti di cui la nostra industria abbisognava per il proprio sviluppo, che l’iniziativa privata non sarebbe stata in grado di garantire. I benefici apportati dall’ENI alla nostra economia, tuttavia, erano stati limitati dalla sua persistente dipendenza dal petrolio venduto a prezzo di cartello dalle grandi compagnie angloamericane. Mattei si era adoperato perché l’ENI giungesse a disporre di risorse proprie, ma senza riuscirvi; e dopo la sua morte questa situazione si perpetuò, giacché il suo immediato successore Eugenio Cefis (presidente solo dal 1967, ma cui di fatto sin dal 1963 fu affidata la direzione dell’azienda) non provò neppure a conseguire tale obiettivo, accontentandosi di mantenere l’ente nella condizione di distributore di petrolio altrui e di alleato subalterno delle compagnie straniere. Nel periodo successivo alla gestione Cefis (il quale lasciò l’azienda nel 1971), l’ENI sarebbe poi riuscito a dotarsi in apprezzabile misura di petrolio proprio; ma gli effetti negativi della svolta del 1963 si sarebbero comunque fatti sentire per un lungo periodo di tempo (forse addirittura per un ventennio).
Per la condotta di Cefis, in verità, potremmo tentare di trovare delle giustificazioni. È stato difatti rilevato che nel 1962 l’ENI versava in notevoli difficoltà finanziarie, a causa delle enormi spese sostenute per esplorazioni rivelatesi infruttuose (e quindi incapaci di ripagare i propri costi), e che per questa ragione lo stesso Mattei, dopo avere per anni mantenuto un atteggiamento di sfida nei confronti dei giganti del petrolio, si era deciso a scendere a patti con essi. Potremmo perciò sostenere che in realtà Cefis non fece altro che raccogliere l’eredità di Mattei. Una simile conclusione, però, è confutabile rilevando come dalle proposte di accordo di cui si è oggi a conoscenza non emerga una volontà di Mattei di rinunciare durevolmente al progetto di un ENI estrattore petrolifero: presumibilmente, questi vedeva nella stipula di accordi di fornitura con le multinazionali soltanto uno strumento funzionale a far recuperare all’ente la propria floridezza finanziaria, in modo da rendere in seguito possibile un nuovo tentativo di espansione nell’ambito dell’attività estrattiva. Dal momento che la politica di Cefis si sostanzierà proprio in una rinuncia di tal fatta, non è dunque legittimo considerarla la continuazione di quella del suo predecessore. Alla nostra argomentazione si potrebbe però ribattere che, evidentemente, Cefis aveva ereditato un ENI a tal punto indebolito da non poter agire in altro modo, vuoi perché il suo risanamento imponeva proprio un duraturo ridimensionamento degli investimenti, vuoi perché l’assoluta necessità di stipulare accordi di fornitura con le sue potenti rivali consentiva a queste ultime di dettarne i termini nella maniera ad esse più favorevole. Tuttavia, se si approfondisce ulteriormente la nostra conoscenza dell’ENI di Mattei, anche questa obiezione perde credibilità. Infatti la situazione dell’ente, per quanto difficile, non era comunque così disperata da imporgli la stipula di un accordo a qualunque costo o la spontanea rinuncia alle sue ambizioni originarie, in quanto per far fronte ai debiti che aveva accumulato verso le banche poteva contare sui cospicui profitti che continuava a ricavare dalle proprie attività e sull’ascendente che aveva sugli ambienti governativi (del quale avrebbe potuto servirsi per ottenere assegnazioni di risorse pubbliche). Per di più le sue prospettive di sviluppo futuro, malgrado gli insuccessi accumulati, apparivano ancora rosee, in ragione delle promettenti possibilità di espansione che per esso si profilavano nel Sinai, in Algeria e in Libia.
Nell’esaminare le vicende dell’ENI posteriori alla morte di Mattei, inoltre, non dobbiamo limitarci a considerare la sola ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1962 il presidente stava lavorando a un accordo con l’Algeria, finalizzato alla realizzazione di un metanodotto collegante quel paese alla Sicilia e all’accesso dell’ente alle sue riserve di petrolio, ma sotto la gestione Cefis questo progetto non si concretizzò. Ciò pure contribuì a mantenere l’ENI dipendente dalle forniture di idrocarburi delle maggiori compagnie, in particolare dalle importazioni di gas naturale libico per mezzo di navi metaniere. Ci pare arduo trovare una giustificazione anche per una simile condotta.
Riepilogando, va riconosciuto che dopo la morte di Mattei l’ENI subì le conseguenze di un cambio di strategia non imposto dagli eventi, che ne ridimensionò il ruolo, procurando danno ad esso e all’economia del paese. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre chiarire che la politica di Mattei non aveva mai rappresentato la diretta espressione della volontà del ceto di governo (per il quale, in senso lato, egli lavorava, essendo l’ENI di proprietà pubblica): al contrario, essa da parte di quest’ultimo aveva sempre ricevuto un appoggio malfermo, per un verso motivato dalla consapevolezza che quanto il presidente faceva andava a vantaggio della collettività, ma per l’altro incrinato dall’influenza che sulle forze di maggioranza riuscivano ad avere interessi nazionali ed esteri in contrasto con quello generale del paese, nonché da altri fattori di cui tra poco diremo.
La prima battaglia che Mattei dovette condurre fu quella per la mera sopravvivenza dell’AGIP (agente dello stato in campo petrolifero prima della fondazione dell’ENI), lascito del regime fascista la cui chiusura era auspicata sia dal governo statunitense, sia dalle aziende private nazionali attive nei settori dell’estrazione di idrocarburi, della produzione di energia a mezzo dei medesimi e della petrolchimica (le quali evidentemente comprendevano che la presenza dello stato in tali ambiti avrebbe sottratto loro spazi d’intervento). Anche la concessione al neonato ENI del monopolio sulla ricerca e sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi e petroliferi padani incontrò forti resistenze in ambito governativo, che furono vinte grazie alla pressione esercitata dai partiti d’opposizione, e lo stesso si può dire di ogni successiva mossa compiuta da Mattei per rafforzare l’ente (come l’acquisto di petrolio sovietico a buon mercato). Per quanto possa apparire paradossale, è insomma indubitabile che per poter perseguire l’interesse della nazione il manager marchigiano abbia dovuto porsi costantemente in urto con lo stato.
Per rafforzare l’incerto appoggio politico di cui disponeva ed attenuare gli effetti concreti dell’ostilità che nel contempo subiva, Mattei si avvalse di due strumenti. Il primo di essi fu una gestione autocratica dell’ente, vale a dire una gestione accentrata nelle sue mani e quindi sottratta al controllo del ceto di governo: in tal modo, quest’ultimo ebbe limitate possibilità di contrastare in anticipo le scelte del presidente, trovandosi spesso dinanzi a operazioni già intraprese da cui non avrebbe potuto recedere senza clamore (e quindi senza assumersi pubblicamente la responsabilità del danno che ciò avrebbe causato al paese). Il secondo fu il condizionamento dei partiti, perseguito tramite il controllo del quotidiano “Il Giorno” e soprattutto tramite il loro sistematico finanziamento. Naturalmente, tali comportamenti – additati all’opinione pubblica senza inquadrarli nel contesto che ne aveva motivato l’assunzione – divennero per i suoi avversari argomenti utili a screditarlo; il principale effetto controproducente che da questi derivò, tuttavia, fu un altro. Sottraendosi al giudizio dei governanti e proponendosi ad essi quale manipolatore anziché quale interlocutore, verosimilmente Mattei favorì il diffondersi di sentimenti di diffidenza – quando non di ostilità – nei propri riguardi anche in ambienti politici che sarebbero stati in grado di apprezzare i suoi intenti: per un osservatore esterno, infatti, era difficile comprendere se la sua aggressiva strategia espansionistica costituiva soltanto una risposta razionale ai problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia o se ad informarla erano anche delle ambizioni di potere personale. Il fatto che Mattei si fosse costruito un’immagine pubblica più da capopopolo che da tecnocrate (tramite dichiarazioni in cui si presentava quale conduttore di una battaglia contro potentati statuali ed economici che opprimevano e umiliavano l’Italia) doveva poi contribuire ad alimentare sospetti di tal fatta. In ragione di ciò, anche quando in seno alla Democrazia Cristiana, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, andò affermandosi una corrente favorevole all’intervento pubblico in economia (capace di esprimere personalità di grande spessore, quali Fanfani e Moro), non si costituì un ampio fronte politico animato dai medesimi intendimenti del presidente dell’ENI, col risultato che ancora nel 1962 la strategia dell’ente petrolifero costituiva non un aspetto particolare della politica governativa, bensì una politica parallela a quest’ultima.
In merito al rapporto di Mattei con le forze politiche, va sottolineata altresì la funzione intenzionalmente destabilizzatrice che avevano i finanziamenti da lui destinati alla Democrazia Cristiana. Egli difatti sosteneva nello stesso momento figure e correnti diverse, in modo da impedire che un singolo dirigente o gruppo diventasse tanto forte da poterlo condizionare. È da credere che un simile atteggiamento accrescesse ancor più la diffidenza e l’ostilità nei suoi riguardi, rendendolo inviso finanche a quei dirigenti politici che beneficiava (che si vedevano posti in competizione con altri, al fine di essere mantenuti in uno stato di subordinazione verso di lui, e che per effetto dell’equilibrio di forze interno alla DC da lui determinato scontavano anche una più generale limitazione della propria libertà di azione).
Alla condizione di isolamento di Mattei rispetto al mondo politico si aggiungeva poi una scarsa condivisione dei suoi obiettivi in seno allo stesso ENI, dovuta a quella medesima gestione accentratrice di cui si è detto. Per questo insieme di ragioni, l’azione dell’ente venne dunque a configurarsi essenzialmente come il frutto della volontà del suo presidente: una caratteristica che la esponeva al rischio di subire drastici cambiamenti nel momento in cui la presenza di questi fosse venuta meno. Ciò fu esattamente quel che accadde dopo il 1962: morto Mattei (e morto proprio in un momento in cui le difficoltà dell’ENI rendevano ancora più facile sia dubitare in buona fede della bontà della sua gestione, sia screditarla interessatamente), l’esecutivo si affidò a un dirigente dagli intendimenti del tutto diversi dai suoi.
Beninteso, con tutta probabilità Cefis si propose al ceto di governo come il liquidatore non di una politica volta a garantire all’Italia una relativa autosufficienza energetica, bensì soltanto degli eccessi della medesima (e parallelamente come intenzionato non a ridimensionare, bensì a risanare l’ente), in modo da guadagnarsi il favore anche della sua componente più progressista. Una volta in carica non ebbe poi difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dal momento che quest’ultima vide la propria libertà d’azione gravemente limitata. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, diminuirono e poi vennero meno del tutto i finanziamenti statunitensi alla Democrazia Cristiana: questa venne così a dipendere in misura crescente dai contributi versati dalle grandi imprese pubbliche e private, le quali di conseguenza divennero maggiormente in grado di orientarne le decisioni. Ciò significa che Cefis poté sfruttare il ruolo dell’ENI quale finanziatore della politica per impedire che questa contestasse la sua mancanza d’iniziativa (esattamente come Mattei aveva potuto servirsene per impedire che contestasse la propria intraprendenza); e significa anche che le compagnie petrolifere angloamericane poterono fare leva sul proprio ruolo di finanziatrici per dissuadere i nostri governanti dall’interferire con le scelte di Cefis, che in tutta evidenza andavano a loro vantaggio. A tale riguardo, è interessante rilevare come nel periodo 1963-1971 la società statunitense Esso abbia dotato la sua filiale italiana di fondi neri, che vennero da questa impiegati per finanziare esponenti delle forze governative: il fatto che questa mossa abbia seguito di pochissimo la svolta impressa da Cefis, difatti, induce a vedere in essa un’azione mirante proprio a consolidare il nuovo corso dell’ente petrolifero, scongiurando il rischio che in sede politica sorgessero iniziative volte a contrastarlo.
Neppure all’interno dell’ENI poté svilupparsi un’efficace azione di contrasto della politica di Cefis. Ciò ovviamente dipese dalla già menzionata gestione autocratica di Mattei, la quale non soltanto aveva limitato la condivisione in seno all’ente della visione di quest’ultimo, ma aveva anche impedito l’emergere di altre figure dirigenti capaci ed autorevoli, in grado di continuare l’opera del defunto presidente e di poterne rivendicare i meriti dinanzi al governo.
Chiarite le ragioni per cui fu possibile liquidare repentinamente l’eredità di Mattei, rimane da comprendere perché si volle farlo. Senz’altro, Eugenio Cefis agì guidato da interessi personali: in particolare, sappiamo che la rinuncia a portare avanti il progetto del gasdotto algerino fu seguita dall’affidamento della gestione delle navi metaniere che fornivano all’ENI il gas libico a una società di cui lo stesso Cefis era socio. È presumibile, tuttavia, che egli abbia operato anche come rappresentante di quei soggetti interessati a una moderazione delle ambizioni dell’ente pubblico. Ci riferiamo ovviamente alle grandi società petrolifere anglosassoni, che in virtù di tale moderazione poterono mantenere sul mercato italiano una condizione di predominio quali fornitrici di idrocarburi, ma anche agli operatori privati nazionali del settore, che vedevano minacciate dall’attivismo dell’ENI le loro possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione o addirittura di mantenere quello esistente. D’altronde, Cefis risulta avere coltivato rapporti personali con esponenti di entrambi gli ambiti: si consideri al riguardo che la citata società di gestione di navi metaniere, i cui profitti furono garantiti dalla mancata realizzazione del gasdotto algerino, annoverava tra i propri soci anche il petroliere italiano Moratti e il presidente della Esso italiana Cazzaniga.
Sin qui abbiamo trattato della morte di Mattei unicamente per analizzare le ricadute che ebbe sull’azienda. Dobbiamo affrontare, tuttavia, anche la questione dell’identità e del movente di chi della sua scomparsa fu responsabile, giacché è stato acclarato che egli fu vittima di un attentato e va presa in considerazione l’ipotesi che lo si sia voluto uccidere proprio per colpire l’ENI. Poiché si tratta di un argomento che non può essere esaurito in poche righe, ad esso ci dedicheremo nella seconda parte di questo articolo.
20/04/2026
Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
C’è poi il problema dei costi (senza considerare che, d’ora in poi, non è escluso ci possa essere un pedaggio per attraversare lo Stretto di Hormuz). “Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina – ha detto Orsini – il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro al megawattora”. Un aumento che mette fuori gioco la competitività italiana, e che rischia di provocare una recessione, e anche l’accelerazione della deindustrializzazione del Paese.
Orsini ha accennato a possibili problemi con i viaggi aerei e col reperimento di alcuni prodotti sugli scaffali siciliani, e ha criticato la UE perché non ha misure pronte, perché sta “parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico”. Tradotto: perché si preoccupa ancora delle sue regole inadeguate alla crisi e alla fase storica che viviamo, piuttosto di interventi sensati e concreti sulle condizioni della produzione.
Questo pressing degli imprenditori sta facendo divergere le anime del governo, con Giorgia Meloni cauta e aderente ai dettami europei, mentre Salvini parla di mettere in sicurezza ora le forniture energetiche per il futuro. Anche se ciò non significa necessariamente rompere con il blocco del gas russo, dato che si hanno davanti mesi e mesi: per ora, è soprattutto retorica per differenziarsi e far finta di rispondere alle esigenze di padroni e padroncini.
C’è un’altra voce dell’imprenditoria italiana che sembra tentare di calmare le acque, ma che in realtà sta rivelando lo spostamento della dipendenza strutturale dell’Italia (e in prospettiva della UE) da Mosca a Washington, con grandi guadagni per quest’ultima e grandi perdite per i nostri portafogli. È Edison, titolare del principale contratto italiano con Doha, che fa il punto dei circa 1,4 miliardi di metri cubi di gas previsti tra aprile e giugno, e venuti a mancare.
A salvare la situazione è stato il GNL made in USA: la società è già riuscita a rimpiazzare sette dei dieci carichi mancanti attingendo dal mercato statunitense, grazie anche alla recente pace siglata con Venture Global dopo un lungo arbitrato. Ma nonostante l’ottimismo di Nicola Monti, amministratore delegato, il prezzo da pagare è alto: il gas spot costa molto di più di quello pre-crisi e le nuove normative europee sulla certificazione delle emissioni di metano rischiano di tradursi in pesanti penali per gli importatori.
In sostanza, cominciano a essere i “rappresentati” da questo governo (e anche dalla finta opposizione del campo largo, in parte) a lamentarsi del suicidio strategico della UE. Voci che a Roma come a Bruxelles devono tenere di conto, e mostrano la schizofrenia di un progetto imperialistico che si sta dimenando nella sua incapacità di assumere una direzione sensata.
Fonte
19/02/2026
L’Italia nel Board of Peace. Dire una cosa giusta e farne una sbagliata
Il problema è che ad una tesi giusta si è dato seguito con una scelta sbagliata, quella di aderire comunque al Board of Peace come “osservatori”.
Partiamo dalla prima questione. L’Italia, storicamente e materialmente, è un paese strettamente connesso a tutte le dinamiche economiche, geopolitiche e se volete culturali, al Mediterraneo. Non solo.
L’Italia in questa regione viene ritenuta e vissuta come un paese importante e non di secondo piano. Quest’ultimo semmai è il ruolo assegnatogli nei rapporti con l’Europa franco-tedesca e con il padrone oltre atlantico.
Con la fine della vocazione mediterranea, che era stato lo spazio di manovra “autonomo” dell'Italia nell’epoca del bipolarismo Usa/Urss e perseguito con lungimiranza dalla classe dirigente della Prima Repubblica, questo spazio è stato trasformato e demolito in più punti.
Per le nuove classi dirigenti della fase di egemonia liberista e del fittizio scontro interno tra berlusconismo e antiberlusconismo, la maledizione è stata sempre quella di dover decidere se essere “primi tra gli ultimi” (la dimensione euromediterranea) o “ultimi tra i primi” (dimensione europea).
In questa indeterminatezza di ruolo, l’Italia ha perso enorme credibilità tra i paesi mediterranei e del Medio Oriente, soprattutto dopo la sciagurata scelta berlusconiana di partecipare attivamente all’aggressione militare statunitense contro l’Iraq, con l’aggressione alla Libia di Gheddafi e con l’allineamento totale agli interessi israeliani, perseguito sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra o dai governi “tecnici”.
In sostanza la classe dirigente della Seconda repubblica ha fatto scelte che hanno inimicato o insospettito molti dei paesi di un’area nella quale esistevano rapporti in qualche modo privilegiati.
Il tradimento del 2011 contro Gheddafi, con il quale pochi mesi prima del rovesciamento e dell’omicidio l’Italia aveva firmato un Trattato piuttosto impegnativo, non è stato sottovalutato né dimenticato sulle altre sponde del Mediterraneo. Del resto la Libia non aveva mai fatto dimenticare a se stessa e al mondo il passato coloniale e i crimini del colonialismo italiano.
Ciononostante l’Italia, attraverso il suo ministero degli Esteri “reale” cioè l’Eni, ha cercato di mantenere ad ogni costo – e spesso con ogni mezzo – la sua importanza nelle relazioni con l’area mediterranea, mediorientale, nordafricana.
Non a caso la dottrina dei comandi della Marina Militare italiana (il corpo armato più efficiente delle forze armate italiane, ndr), ha elaborato negli anni scorsi la strategia sul “Mediterraneo allargato”, una proiezione di interessi strategici che arriva al Golfo persico e all’Africa occidentale. Su questa ambizione assistiamo però ad una aperta convergenza bipartisan.
Possiamo affermare tranquillamente che la mappa delle priorità e delle relazioni strategiche dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la scrive l’Eni, la “tutela” la Marina Militare e la ratifica la Farnesina.
Ma la politica interventista e nazionalista della destra, sul “Mediterraneo allargato”, sta strattonando in troppi punti questo assetto.
Anche qui c’era stata, almeno, una mezza buona idea – il Piano Mattei – ma poi sono state fatte scelte sbagliate.
Da un lato il governo di destra agisce (poco) e agita l’ombrello del famigerato Piano Mattei nei rapporti con meno di una decina di paesi africani e mediterranei.
Dall’altro dei 5,5 miliardi stanziati ne sono stati spesi meno di un terzo e i progetti messi in campo finora sono “robetta” rispetto alle esigenze degli altri paesi. E poi nella scelta dei rifornimenti energetici (soprattutto il gas), non solo l’Italia si è suicidata tagliando i flussi di gas russo, ma invece di rafforzare i legami con i paesi produttori del Sud ha preferito pagare pegno agli USA, andando ad acquistare il gas statunitense che ci viene a costare il doppio.
Infine c’è la politica. L’obbedienza e il servilismo verso Usa e Israele non sono affatto un buon viatico per le relazioni con paesi che si vanno via via sganciando dall’egemonia dei primi e opponendosi all’aggressività della seconda.
La complicità con il genocidio dei palestinesi, il basso profilo sull’aggressività israeliana in Libano, il rinvio del riconoscimento dello Stato di Palestina – nonostante le paraculate sulla visita di Abu Mazen alla festa di Atreju – l’attestarsi su un ruolo meramente – e assai limitatamente – umanitario sulla questione palestinese, hanno marginalizzato totalmente l’Italia da qualsiasi ruolo di rilievo nella risoluzione dei principali conflitti nell’area.
E qui veniamo dunque alla scelta sbagliata di voler stare comunque – come osservatori – nel Board of Peace creato da Trump a propria immagine e somiglianza, ma soprattutto a perfetta coincidenza con i propri interessi affaristici.
Se dalla Ue hanno aderito solo due paesi (Ungheria e Bulgaria), è conseguenza che l’Italia avrebbe dovuto dare dimostrazione di maggiore cautela e minore servilismo verso Trump.
La “nobile causa” della doverosa partecipazione italiana alla ricostruzione di Gaza, è un alibi fradicio fin dalle fondamenta. Non è neanche un alibi morale, visto che l’Italia ha assecondato politicamente – e militarmente – il genocidio israeliano contro i palestinesi fino alla riduzione di Gaza in un cumulo di macerie e in un campo di concentramento per i palestinesi rimasti su quella terra.
Non è poi un mistero che non abbiamo molta stima del ministro “Gasperino” Tajani. In troppe occasioni ha dimostrato di non essere all’altezza di una diplomazia che ha bisogno di lungimiranza, parole felpate, capacità di disinnescare tensioni invece di provocarle (vedi l’iscrizione dei Pasdaran iraniani nella lista delle organizzazioni terroriste mentre è in corso un negoziato). Peggio di lui aveva fatto solo Di Maio, il che è tutto dire.
Se l’Italia intendesse recuperare un ruolo “progressivo” nelle relazioni con l’area mediterranea, dovrebbe cambiare completamente registro. Infilarsi nel Board of Peace, al contrario, è un ulteriore boomerang.
Fonte
24/01/2026
Accordo Italia-Qatar-Libia per ridisegnare il porto di Misurata e il “Mediterraneo allargato”
L’intesa vede come protagonisti il colosso italo-svizzero MSC (attraverso TIL, Terminal Investment Limited), il fondo qatariota Al Maha Capital Partners e l’autorità portuale libica. In campo c’è un investimento da 2,7 miliardi di dollari in tre anni per trasformare il porto di Misurata in un hub logistico di ultima generazione.
Il progetto mira a un salto della scala delle operazioni. Dalla capacità attuale di circa 650 mila TEU (un TEU è la capacità di un container di circa 6 metri), il terminal punta a raggiungerne 1,5 milioni nella prima fase, per poi salire fino a 4 milioni di TEU l’anno. Le ricadute occupazionali sono altrettanto significative: si stimano 70 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti.
La Misurata Free Zone manterrà la supervisione e la proprietà degli asset, mentre i partner internazionali porteranno know-how e capitali. In prospettiva, l’obiettivo è rendere il porto della città un “porto in acque profonde”, che permetterebbe l’attracco di navi di maggiori dimensioni e il supporto a catene logistiche più complesse, cambiandone il peso strategico.
“Siamo felici e orgogliosi di sostenere lo sviluppo di questo territorio – ha detto Diego Aponte, presidente di MSC – contribuendo a fare di Misurata uno dei principali progetti di espansione di infrastrutture portuali in Nord Africa e di partecipare così alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano”.
È lo stesso grande imprenditore a citare la commistione, in questo progetto, di interessi economici e mire geopolitiche, di espansione dell’area di influenza europea, con l’Italia in posizione privilegiata. E appunto, alla cerimonia di firma c’era anche Tajani, che ha detto: “l’Italia non guarda alla Libia solo con la lente della sicurezza e della migrazione, ma come partner economico e industriale”.
In sostanza, Tajani ha ribadito come la Libia non sia solo la frontiera esternalizzata della UE, dove Bruxelles e Roma pagano i trafficanti di esseri umani per trattenere in veri e propri campi di concentramento i migranti, e centellinarne le partenze in base alle esigenze di sfruttamento del mercato del lavoro europeo. Tutto il Nord-Africa può “aspirare” a consolidare la propria posizione di periferia dell’imperialismo europeo, per garantirgli le forze necessarie a tentare di stare al passo con la competizione globale.
Infatti, mentre la UE esporta il “modello Tripoli” sui migranti anche a Bengasi, sancendo lo smembramento di fatto del paese in potentati locali, ci sono anche altre compagnie strategiche come ENI che hanno promesso investimenti per il progetto di Misurata. È evidente che la contropartita è il rafforzamento della presa dell’azienda di idrocarburi sulle risorse libiche, fondamentali per l’autonomia energetica: sono state avviate, qualche giorno fa, nuove perforazioni esplorative nel Golfo della Sirte.
Inoltre, c’è una proiezione ulteriore che Roma cerca con questo porto. Esso potrebbe diventare non solo l’hub per filiere che si allungano nel continente africano, ma rafforza i propri legami nello scenario del Mediterraneo allargato. Ricordiamo che nell’accordo c’è il Qatar, mostrando la valenza strategica che quest’area ormai assume per gli interessi economici e di sicurezza dell’Italia dentro la cornice degli sforzi europei di conquistarsi un posto tra le grandi potenze.
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27/12/2025
Le società pubbliche fanno speculazione finanziaria. Il caso di Poste italiane
Il valore complessivo delle società partecipate pubbliche quotate in Borsa era a luglio di quest’anno pari a quasi 264 miliardi di euro di cui lo Stato e Cassa Depositi e Prestiti possedevano quasi 90 miliardi.
In un anno il valore di questa partecipazione dello Stato solo per effetto dell’aumento del valore dei titoli di tali società è salito di quasi dieci miliardi. Tutto bene allora? Non proprio. Il Governo Meloni, infatti, ha deciso un piano di privatizzazioni di oltre 20 miliardi di euro, di cui ha già messo in atto una parte con dismissioni tra Eni, Mps e altri per cinque-sei miliardi, ceduti a grandi fondi Usa o al salottino buono della finanza nostrana (Delfin e Caltagirone in primis).
Questo piano sta proseguendo: è in rampa di lancio la cessione di un ulteriore 14% di Poste italiane, a cui potrebbe seguire quella di Ferrovie dello Stato, magari attraverso lo strumento di uno spin off dedicato. Intanto si parla di imminente cessione della Banca del Mezzogiorno, naturalmente dopo averla risanata a spese dei contribuenti e dopo che è tornata a distribuire dividendi, di una quota parte di Enav, l’ente che gestisce il traffico aereo civile, e persino della Zecca di Stato dopo averla portata in Borsa.
In estrema sintesi, la presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia scelgono con cura le società che garantirebbero maggiori introiti allo Stato in termini di utili e ne vendono pezzi crescenti a privati -grandi fondi statunitensi e “grandi famiglie”- in modo da trasferire loro gli utili pubblici.
In quest’ottica emerge un altro dato, costituito dalla crescente finanziarizzazione delle partecipate pubbliche. Un caso davvero eclatante è quello costituito da Poste che ha preso parte alla nota operazione di acquisizione da parte del fondo americano Kkr della rete fissa Tim. In quell’operazione la quota dei francesi di Vivendi è stata sostituita da Poste che ha raggiunto il 27% della società, per effetto anche dell’acquisizione del 10% posseduto da Cassa depositi e prestiti, e si è legata al processo di ridefinizione del perimetro delle attività della stessa Tim.
È interessante notare che oggi Tim ha una capitalizzazione di quasi 12 miliardi di euro, più del doppio di luglio, e che tale aumento ha, assai probabilmente, molto a che fare con la presenza nell’azionariato proprio di Poste, a cui si affianca la quota conservata dal ministero dell’Economia. In altre parole, le società pubbliche fanno “speculazione” finanziaria comprando pezzi di società che erano in passato monopolistiche e ora sono diventate private, contribuendo al successo della speculazione con la garanzia della presenza dello Stato proprietario visto che i settori di cui si occupano sono “regolati”. Naturalmente dal momento che ragionano in termini finanziari tali società pubbliche, come avviene per Poste, abbandonano ogni altra attività che riguardi il loro core business e la loro natura di servizio pubblico per cercare la remunerazione a breve del capitale, la cui massimizzazione è poi propedeutica alla dismissione di porzioni significative di quello stesso azionariato.
Un esempio analogo proviene da Eni che ha realizzato in nove mesi 2,5 miliardi di utili e ha deliberato un’operazione di buy-back, cioè di riacquisto delle proprie azioni, per 1,8 miliardi di euro. In pratica un regalo senza alcuna tassazione agli azionisti che si troveranno con azioni dal valore decisamente accresciuto. È bene ricordare che lo Stato ha il 31,8% di Eni, mentre il secondo e il terzo azionista sono BlackRock e Vanguard, a cui si aggiungono altri fondi battenti bandiera statunitense per una quota proprietaria non lontana dal 10%.
Il problema è che questi utili dipendono in buona parte anche dalle bollette dell’energia pagate da italiani e italiane; circa il 48% della bolletta dipende dal costo della materia prima e in questo ambito Eni, tramite Plenitude, di cui ha ceduto di recente il 20% a un fondo, ha un grande rilievo. Di nuovo, dunque, le partecipazioni pubbliche si inoltrano in continue operazioni finanziarie, godendo della natura monopolistica delle attività di cui si occupano, e traducono la loro azione in dividendi che sono il vero elemento in grado di rendere possibile la loro privatizzazione. Finanza e privatizzazioni non possono andare disgiunte.
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26/07/2025
La politica agricola italiana dentro le mire di autonomia energetica europea
Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.
ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.
Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.
I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.
Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.
Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.
La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.
Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.
L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.
Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.
Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.
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09/12/2024
Strage operaia e disastro ambientale all’Eni di Calenzano
Si tratta dell'ennesima ferita inflitta al nostro territorio. Un disastro terribile e, ancora una volta, non è possibile dire che si sia trattato di una fatalità. I rischi di esplosione del deposito infatti si conoscevano bene e da anni. Non si deve parlare di incidente, è l’ennesimo atto di guerra contro lavoratrici, lavoratori, cittadine e cittadini. È l’ennesima strage perpetrata in nome del profitto, in una guerra combattuta con le armi della deregolamentazione, dell’impunità, del ricatto tra vita, salute e lavoro.
Basta con il finto cordoglio! Governo, imprese e associazioni di rappresentanza devono assumersi le proprie responsabilità: imprenditori che pensano solo al profitto agendo al massimo ribasso, appalti a cascata, mancanza di controlli, precarietà del lavoro sono conseguenze di scelte ben precise, non sono una fatalità.
Per questo nei mesi scorsi abbiamo chiesto l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime. Per questo, il prossimo 13 dicembre, abbiamo proclamato lo sciopero generale e generalizzato, contro la manovra del governo Meloni, il governo della guerra e dei tagli allo stato sociale.
Alla guerra si risponde con la resistenza. È ora di preparare la controffensiva.
Queste stragi devono essere impedite! Oggi più che mai è urgente costruire una mobilitazione sociale ampia in difesa della nostra vita, del nostro lavoro, dei nostri bisogni!
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07/10/2024
Descalzi (Eni) contro l’auto elettrica, la UE propina “ideologie ridicole”
“Non voglio essere antieuropeo”, ha detto Descalzi, “sono antistudipidità perché la stupidità uccide e ci sta uccidendo. La stiamo subendo alla luce di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa”, con evidente riferimento alla bocciatura della proposta del ministro Urso (rinviare gli impegni al pensionamento dei motori endotermici).
Infatti, a fine settembre, il governo ancora sperava di ottenere appoggio sulla revisione della scadenza al 2035 per la fine della produzione di auto a benzina e gasolio. E invece, Sven Giegold, segretario di Stato tedesco agli Affari economici, al Consiglio UE Competitività ha chiuso ogni spiraglio di trattativa.
“Per noi gli obiettivi climatici sono fondamentali”, ha dichiarato il politico tedesco, “e vediamo già un pericolo che l’industria UE non regga la competizione con veicoli elettrici provenienti da altrove. Il nostro obiettivo non è mettere in discussione l’uscita dal motore endotermico nel 2035”.
Tornando all’Eni, la società ancora a “controllo pubblico” nel settore idrocarburi, prima ha speso molto nel proporsi come azienda green, ma alla fine le condizioni di mercato cambiate con l’acuirsi delle tensioni internazionali e la crisi dell’auto occidentale hanno avuto la meglio.
Al solito, a governare sono i profitti, e il fossile (in particolare il gas, considerato anche da Bruxelles come fonte di transizione) rimane l’opportunità migliore per chi ha il terrore di investire in una effettiva “transizione energetica”.
Secondo Descalzi, le filiere europee sono competitive “sull’ambiente e non sulla crescita, e infatti americani e cinesi ci dicono che siamo bravissimi e intanto investono nella crescita”.
Per quanto riguarda gli e-fuel, ovvero carburanti sintetici prodotti da acqua e anidride carbonica, è stato nettissimo: è un’opzione che “al momento non esiste”.
Riguardo alla Cina, Descalzi ha fatto notare che “noi continuiamo a paragonare l’Europa alla Cina, ma la Cina è uno Stato mentre l’Europa è un continente, costituito da diverse culture e mix energetici”.
Per competere, “dobbiamo mettere delle basi a questo discorso e capire cosa fare, questo è un discorso politico, non sono le aziende che possono fare questi discorsi”. Una affermazione decisamente autocontraddittoria, visto che – come dirigente d’azienda – sta mettendo in discussione proprio le scelte politiche...
Il dirigente Eni ha fatto pure una riflessione più complessiva sulla politica economica europea di lungo periodo: “il settore secondario [industriale, ndr] è stato fermato. Si è andati sul terziario che era sollecitato dalla globalizzazione: noi importiamo più del doppio di quello che esportiamo”.
E anche dal punto di vista ambientale Descalzi non lesina le critiche: “Emettiamo meno CO2”, dice, “ma è una favola: l’Europa ha ridotto le emissioni nocive solo perché la produzione è stata spostata altrove nel mondo”. Una quasi paradossale manifestazione di onestà intellettuale che rivela la malafede dei discorsi secondo cui oggi tanti paesi del Sud Globale inquinano più dell’Occidente (dimenticando che molte delle industrie lì operanti sono occidentali...).
In pratica, Descalzi ha fatto il riassunto del processo di delocalizzazione dell’industria, su cui ora si vorrebbe fare un deciso passo indietro, almeno nel senso di rilocalizzare le produzioni in aree più facilmente controllabili dal punto di vista geopolitico. Una scelta del genere sancisce però la frammentazione del mercato mondiale, ossia la fine della globalizzazione citata dall’amministratore di Eni.
Non a caso, Descalzi ha evidenziato che è “la politica” che deve trovare le soluzioni per questa nuova fase storica, perché oggi quel che conta è l’orizzonte strategico della competizione globale. Ed è stato chiaro anche nel dire che Bruxelles, nella sua opinione, sta facendo scelte scellerate. Cosa vera, ma per i motivi sbagliati...
Forse dovrebbe farsi consigliare da Josef Nierling, Ceo di Porsche Consulting Italia, sicuramente più ferrato nel settore auto, che spiega: «Potremo continuare ad alzare i dazi all’infinito, ma in questo momento il gap di competitività e di costi è tale che la Cina potrebbe permettersi politiche di prezzo ancora più vantaggiose e comunque riuscirebbe a permeare i nostri mercati». Non è insomma un problema di “concorrenza sleale” o di “stupidità ecologista”, ma di competitività complessiva di un sistema.
E quello euro-occidentale è indietro perché ha privilegiato per decenni i profitti facili scansando gli investimenti...
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14/02/2024
Sull’Eni a Gaza il silenzio complice del governo Meloni
La tragedia finale di Gaza è incombente con un nuovo massacro a Rafah, all’orizzonte ci sono il Sinai, i carri armati egiziani, la pulizia etnica. Ma anche noi qui abbiamo un pessima storia da raccontare. Il cosiddetto “piano Mattei” è partito molto male, con una “scivolata” incredibile.
Il 29 ottobre, già in piena guerra, il ministro dell’Energia israeliano ha annunciato la firma di una convenzione con cui Eni e altre società internazionali e israeliane hanno ottenuto la licenza per sfruttare il giacimento di gas offshore di fronte Gaza all’interno della zona marittima G al 62% palestinese.
La notizia si è avuta solo in questi giorni dopo che alcuni gruppi palestinesi per i diritti umani (Adalah, Al Mezan, Al-Haq e Pchr) hanno dato mandato allo studio legale Foley Hoag di Boston di comunicare all’Eni e alle altre società coinvolte una diffida dall’intraprendere attività in queste acque. Evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.
Come è potuta accadere una vicenda così imbarazzante (sotto interrogazione parlamentare di Verdi e Sinistra) che tra l’altro coinvolge il governo italiano, il maggiore azionista di Eni con il 32%? Quel governo italiano che nel recente vertice a Roma ha corteggiato il Continente africano agitando il Piano Mattei come una bandiera contro il «capitalismo predatorio» e il neo-colonialismo.
Secondo analisti del settore che seguono l’attività dell’Eni, l’azienda petrolifera si era aggiudicata i blocchi di concessione del gas offshore di Gaza in luglio, tre mesi prima della guerra. Ma questo – e molto altro – non giustifica che, nel mezzo di un conflitto così devastante, Eni accettasse la formalizzazione di questa operazione con un pezzo di carta burocratico: sarebbe bastato rinviarlo al mittente con una sospensiva, per altro assai giustificata dagli eventi.
A meno che il governo israeliano, che in Italia trova sempre una sponda diplomatica ai limiti del ridicolo (se non fossimo nel mezzo di una tragedia), non abbia esercitato le solite pressioni. Ma questa è solo un’interpretazione.
Non sono un’ipotesi invece le considerazione in base al diritto internazionale che avrebbero dovuto indurre l’Eni e il nostro governo a un atteggiamento più accorto.
Ecco perché bisognava essere prudenti. Lo Stato di Palestina ha aderito alla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare e dal 2019, in linea con la Convenzione, proietta la sua porzione di mare per 20 miglia dalla costa. Il governo israeliano ha replicato che «solo gli Stati sovrani hanno il diritto alle zone marittime, compresi i mari territoriali e le zone economiche esclusive, nonché di dichiarare i confini marittimi».
Non essendo dunque quello palestinese uno Stato riconosciuto da Israele, non ha, secondo Tel Aviv, diritto legale sulle zone marittime.
Quindi Israele fa quello che gli pare.
Ma lo stesso Israele pur non avendo relazioni diplomatiche con il Libano nell’ottobre 2022 ha firmato con la mediazione degli Stati Uniti la demarcazione delle acque di confine con Beirut, ponendo fine a una disputa sullo sfruttamento delle riserve offshore di gas.
La realtà è che il governo israeliano non ha nessuna intenzione di osservare il diritto internazionale e di dare un riconoscimento statuale ai palestinesi, come del resto abbiamo constatato ora e negli ultimi decenni Israele, in quanto Stato occupante, inoltre non ha il diritto di utilizzare le risorse naturali delle terre occupate per un proprio vantaggio economico.
Ma ha sempre perseguito una logica coloniale e di rapina. Prendiamo il caso del giacimento di petrolio più ingente, quello di Meged (Megiddo), scoperto negli anni ’80 e sfruttato dal 2010. Il giacimento è a ridosso del confine tra Israele e Cisgiordania e l’Autorità palestinese sostiene che circa l’80% si trovi nel sottosuolo dei suoi territori.
Le proposte di sfruttamento congiunto, avanzate in passato anche da esponenti del governo israeliano, non hanno mai trovato applicazione e attualmente lo Stato ebraico utilizza il giacimento senza il coinvolgimento dell’Anp.
Per quanto riguarda il gas Israele sfrutta i giacimenti offshore Leviathan e Tamar, il cui gas in parte è estratto nell’ambito di un programma con Cipro e la Grecia: dal 2020 Tel Aviv è così diventata un esportatore di gas. Ma di lasciare ai palestinesi la loro quota legittima di gas non se ne parla neppure.
Nel 1999 l’Anp concesse una licenza alla British Gas che l’anno successivo scoprì un grosso giacimento al largo delle coste di Gaza, noto come Gaza Marine. Se sfruttato adeguatamente, il giacimento, stimato 30 miliardi di metri cubi di gas, potrebbe coprire l’intero fabbisogno palestinese e consentirebbe anche esportazioni.
Ma i palestinesi non possono estrarre il gas di Gaza Marine: nel 2007, in seguito all’ascesa al potere di Hamas, Israele ha dichiarato un blocco navale intorno alla Striscia, impedendo così anche l’accesso al giacimento.
E adesso l’annuncio con cui l’Eni e altre società (l’inglese Dana Petroleum, una filiale della South Korean National Petroleum Company e l’israeliana Ratio Petroleum) sfrutteranno il gas di Gaza. Alla faccia della lotta del governo italiano «al capitalismo predatorio».
La verità è che dovremmo riconoscere lo Stato palestinese subito, invece di blaterare formule vuote e di essere complici di questo massacro.
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10/02/2024
Gli avvocati avvertono Eni: la licenza israeliana per il gas di Gaza è illegale
Due giorni fa lo studio legale Foley Hoag LLP, con sede a Boston, negli Stati Uniti, ha inviato un avviso a Eni S.p.A perché non intraprenda attività nelle aree marittime della Striscia di Gaza che appartengono alla Palestina. Insieme alle società inglese Dana Petroleum Limited (una filiale della South Korean National Petroleum Company), all’israeliana Ratio Petroleum e altri tre enti, l’Eni ha ottenuto la licenza di operare all’interno della zona G, un’area marittima adiacente alle rive di Gaza. Il 62% della zona G rientra nei confini marittimi dichiarati dallo Stato di Palestina nel 2019, in conformità con le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS), di cui la Palestina è firmataria.
Il governo israeliano ha annunciato la concessione il 29 ottobre 2023, tre settimane dopo l’attacco di Hamas che ha causato circa 1.200 vittime e nel pieno dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, che continuano fino ad oggi e che hanno causato al momento circa 27.800 morti.
Le concessioni sono state riconosciute in seguito alla quarta fase di offerte offshore lanciata dal Ministero dell’energia e delle infrastrutture israeliano nel dicembre 2022.
I gruppi palestinesi per i diritti umani Adalah, Al Mezan, Al-Haq e PCHR hanno fatto appello alle società coinvolte di astenersi immediatamente dalla partecipazione “ad atti di saccheggio delle risorse naturali sovrane del popolo palestinese”. E hanno dunque dato mandato allo studio legale Foley Hoag LLP di agire per loro conto, avvisando gli enti coinvolti che “l’emissione della gara d’appalto e la successiva concessione di licenze per l’esplorazione in questo settore costituiscono una violazione del diritto internazionale umanitario (IHL) e del diritto internazionale consuetudinario“. Israele, in quanto Stato occupante, non ha il diritto di utilizzare le risorse naturali delle terre occupate per un proprio tornaconto economico.
Le associazioni fanno presente che “le offerte, emesse in conformità con il diritto interno israeliano, equivalgono effettivamente all’annessione de facto e de jure delle aree marittime palestinesi rivendicate dalla Palestina, in quanto cercano di sostituire le norme applicabili del diritto internazionale applicando invece la legge interna israeliana all’area, nel contesto della gestione e dello sfruttamento delle risorse naturali. Ai sensi del diritto internazionale applicabile, a Israele è vietato sfruttare le risorse finite non rinnovabili del territorio occupato, a scopo di lucro commerciale e a beneficio della potenza occupante, secondo le regole di usufrutto, di cui all’articolo 55 del Regolamento dell’Aia. Invece, Israele come autorità amministrativa di fatto nel territorio occupato non può esaurire le risorse naturali per scopi commerciali che non sono a beneficio della popolazione occupata”.
Oltre alle licenze concesse per la zona G, Israele ha pubblicato una gara d’appalto per la zona H, di cui il 75% rientra nei confini marittimi palestinesi.
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| La mappa 1 mostra i confini marittimi dello Stato di Palestina ai sensi della sua dichiarazione del 2019 in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. |
Alla questione, già dibattuta dalle organizzazioni nel settembre del 2019, il governo israeliano ha risposto che per principio consolidato, “solo gli Stati sovrani hanno il diritto alle zone marittime, compresi i mari territoriali e le zone economiche esclusive, nonché di dichiarare i confini marittimi”. Non essendo, dunque, quello palestinese uno Stato riconosciuto da Israele, non ha, secondo Tel Aviv, diritto legale sulle zone marittime.
La notifica legale presentata dalle organizzazioni palestinesi contiene un avvertimento chiaro a Eni e alle altre società che intendono sfruttare il gas al largo di Gaza: utilizzando la concessione israeliana potrebbero rendersi complici in crimini di guerra. Il riferimento è all’indagine per genocidio da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che potrebbe, secondo la notifica dello studio legale, avere risvolti molto gravi sulle azioni “di saccheggio” delle risorse naturali appartenenti ai Territori palestinesi occupati da Israele. Le organizzazioni hanno fatto sapere che intendono utilizzare tutti i meccanismi legali disponibili, sia quelli legati alle responsabilità penali che a quelle civili per danni, a meno che le società non si astengano da attività che violano il diritto internazionale: “Come visto dalle organizzazioni, la demarcazione unilaterale di Israele dei suoi confini marittimi per includere le aree marittime della Palestina e le lucrose risorse naturali non solo viola il diritto internazionale, ma perpetua anche un modello di lunga data di sfruttamento delle risorse naturali dei palestinesi per i propri guadagni finanziari e coloniali. Israele cerca di saccheggiare le risorse della Palestina, sfruttando quella che è già una semplice frazione delle risorse naturali legittime dei palestinesi”.
31/07/2023
L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica». Quale futuro immaginare?
Pochi giorni fa si è svolto a Cesena il convegno di Energia Popolare, la «non-corrente» (sic) bonacciniana del Partito Democratico. Tra gli ospiti Romano Prodi, che ha parlato della necessità, da parte del PD, di un «radicalismo dolce». Numerosi gli articoli e i servizi tv – per non dire delle photo opportunities su Facebook e Instagram – dedicati a quest’ennesimo pseudoevento politicante, ovviamente svoltosi in una sala con l’aria condizionata.
Mentre i notabili di Bonaccini – tutti con curriculum ominosi: alfieri della cementificazione, difensori di un’economia ecocida, favorevoli ai rigassificatori e quant’altro – se la cantavano e se l’applaudivano, nel mondo si batteva ogni record di temperatura e aumentava la frequenza di fenomeni estremi e disastri. L’Europa cuoceva a fuoco rapido. Le foreste canadesi bruciavano da mesi. Il fumo faceva tossire persone a migliaia di chilometri di distanza.
In capo a poche ore, sulla stessa Romagna che ospitava il convegno si sarebbe abbattuta, di nuovo, la furia degli elementi. Ma l’aria condizionata dà sollievo, aiuta a non pensare, a continuare col tran tran anche se fuori, letteralmente, si crepa di caldo e le città sono sempre più roventi... anche a causa dei condizionatori.
La mente condizionata della classe dominante
Quello che chiamano «mercato» è un circolo vizioso di stupidità e brevimiranza. Il mercato ha una mente bacata: se gli chiedi la soluzione al problema dell’afa, ti venderà macchine che aggravano il fenomeno, pompando aria calda all’esterno e aumentando consumi di elettricità ed emissioni climalteranti.
La maggior parte di noi ha un’esperienza dell’aria condizionata intermittente, passa da ambienti con ad altri senza, e da spazi chiusi a spazi aperti. Della canicola, quantomeno, se ne accorge. Invece la classe dirigente, a ogni livello, vive in una bolla pressoché interamente condizionata, passa da un ambiente di comfort artificiale all’altro, e crede di poter continuare a farlo. È uno dei fattori che rendono la gravità della situazione non ponderabile, impensabile. Lo ha detto bene un’attivista climatica filippina, Natasha Tanjutco, intervistata dal New Yorker: «No one can make a proper decision from an air-conditioned room».
Bisognerebbe sabotare gli impianti di condizionamento delle sedi istituzionali e dei quartieri generali delle grandi aziende, per vedere l’effetto che fa.
«La Romagna batte l’alluvione»
Il 20 luglio, accanto agli articoli al vuoto pneumatico sul convegno di Energia Popolare, il supplemento bolognese del «Corriere della sera» sparava un titolo che attirava la nostra attenzione:
Crescono fatturati e occupati, la Romagna batte l’alluvione: «Ora intervenire sui mutui»
Si parlava di un rapporto di Confindustria Emilia-Romagna. Siamo abituati da tempo all’angustia mentale e all’indolenza intellettuale dei padroni, eppure il titolo ci è parso oltraggioso – viste tutte le persone ancora in ginocchio, rovinate, traumatizzate – e soprattutto idiota, proprio nel senso originario di incompetente, ignorante. Tra noi abbiamo commentato: «La Romagna batte l’alluvione... fino alla prossima pioggia».
Di lì a poco, neanche a farlo apposta, sulla Romagna e sull’Emilia orientale, come in altre parti di val Padana, sono cadute grandinate inaudite, palle di ghiaccio del diametro di 10-15 centimetri hanno devastato le coltivazioni risparmiate dal fango del maggio scorso. È una conseguenza del surriscaldamento dell’atmosfera: l’aria calda rispinge più volte verso l’alto i chicchi di grandine, che continuano a ingrossarsi, e quando finalmente cadono sono enormi.
Oltre alla grandine, tempeste «downburst» – impropriamente chiamate «trombe d’aria» – hanno colpito diversi centri, tra i quali Conselice, cittadina-simbolo dell’alluvione, scoperchiando tetti, distruggendo automobili, abbattendo decine di alberi e persino tralicci.
«Le prime tre file di ombrelloni»
Nel mentre, poco più a Sud, si abbatteva un’onda definita «anomala». Così la raccontava il 22/07 l’edizione pesarese del Resto del Carlino:
«Mentre la gente prendeva il sole e, a pochi chilometri da lì, in Emilia Romagna, una tempesta di grandine e vento aveva travolto gran parte della regione, si è formato un improvviso cumulo di nubi sempre più scuro, come se stesse per abbattersi sulla spiaggia una tromba d’aria. Raffiche di vento sempre più vigorose hanno cominciato a battere la spiaggia. Poi è stata questione di qualche secondo: un’ondata, o meglio un’improvvisa marea, ha raggiunto le prime tre file degli ombrelloni […] L’evento si è manifestato con intensità diversa un po’ su tutta la riviera, da levante a ponente fino a Senigallia, Portonovo e Ancona.»
Episodio meno anomalo di quanto sembri: rientra nel sempre più frequente susseguirsi di «mareggiate» che in realtà semplici mareggiate non sono. Finora accadeva più spesso d’inverno, quando al mare non c’era nessuno. Stavolta – ma non è la prima – ne hanno fatto esperienza i turisti. Non sono semplici mareggiate bensì manifestazioni di eustatismo, cioè di innalzamento del livello del mare dovuto al suo riscaldamento e al disgelo delle calotte polari.
Lo facciamo notare da anni: svariati studi dicono che entro il 2100 l’Adriatico potrebbe alzarsi di circa un metro e sommergere l’attuale entroterra nord-adriatico. I territori in cui entrerebbe più a fondo sono i polesini veneti e ferraresi, ma è a rischio un’area che va dal nord delle Marche a Trieste.
Il fenomeno è già in corso. Una sua avanguardia è il «cuneo salino», la risalita dell’acqua di mare lungo corsi d’acqua indeboliti da lunghi periodi di siccità. Durante l’estate, l’acqua salata risale il corso del Po di decine di chilometri. Quell’acqua non solo è inutilizzabile per irrigare i campi, ma permea il terreno, mettendo in pericolo la vegetazione e nel tempo contaminando le falde d’acqua potabile.
Non è che l’inizio del problema, perché quella che arriverebbe nei territori non sarebbe semplice acqua, ma una melma altamente infetta e tossica.
Dopo decenni di speculazioni spinte dal turismo di massa, la costa adriatica è pesantemente urbanizzata, cementificata. Passando in quelle aree, l’acqua salata si comporterebbe come quella dei fiumi emiliano-romagnoli esondati nel maggio scorso. Le alluvioni hanno fatto scoppiare le fogne, travolto cassonetti e discariche, trascinato via quantità inimmaginabili di liquami e spazzatura, strappato a case, negozi, magazzini e fabbriche ogni sorta di sostanze chimiche e carburanti. «Consumo di suolo» vuol dire anche questo: sempre più schifezze sono dove non dovrebbero essere.
L’acqua del mare farebbe lo stesso, ma su una scala ben più vasta.
Nelle proiezioni da qui al 2100, la linea di costa recede in modo drastico, cedendo terreno a un Adriatico – questo nelle mappe non si vede – via via più inquinato. Un vasto entroterra reso inabitabile, profughi climatici, scomparsa di terreni agricoli, perdita di falde d’acqua potabile, inquinamento dell’aria, miasmi annusabili a decine e decine di chilometri di distanza... Anche i territori non raggiunti direttamente dalla melma subirebbero conseguenze gravissime.
Accadrà, se non si fa qualcosa prima, qualcosa che non sia un mero rattoppo, un tentativo di prolungare il presente e ritardare l’inevitabile.
Fai il bagno in mare e ti viene la candida
Già oggi, dopo l’arrivo dei fanghi delle alluvioni, in riviera l’Adriatico è una broda infetta. Un’amica farmacista ci racconta che decine di persone le chiedono prodotti contro infezioni genitali e intestinali, tutte insorte dopo il weekend in spiaggia. Altre testimonianze parlano di eczemi ed eruzioni cutanee di vario genere. «Correlazione non è causalità», ma è lecito pensare che la decisione di dichiarare l’Adriatico balneabile sia stata più politica che altro.
Qualcuno ci ha detto che il mare fa schifo al tocco. «Raramente l’ho trovato così sporco», riferisce un amico. Forse dovremmo rovesciare l’assunto: difficilmente lo vedremo ancora così pulito.
La testa nella sabbia
Da qualunque parte lo si guardi, il turismo balneare in riviera non ha futuro, è condannato. Già oggi è tenuto in vita con un meccanismo che pare escogitato da Zeus per punire Sisifo: ogni anno, in vista della stagione, si importano colossali quantità di sabbia – da altri luoghi devastati ad hoc – per ricreare le spiagge consumate.
Su quest’aspetto e altri che riguardano l’erosione delle nostre coste consigliamo l’agile ma denso libretto di Alex Giuzio La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane (Edizioni dell’Asino, Bologna, 2022).
Giuzio descrive molto bene il convergere di vari processi: la cementificazione e le attività estrattive targate ENI causano subsidenza – abbassamento del suolo – proprio mentre il mare s’innalza. Descrive anche una classe di amministratori che
«davanti all’inevitabilità del problema, anziché ragionare di piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari, si sono sempre concentrati a conservare una situazione a misura di turista, limitandosi a ributtare ogni inverno la sabbia perduta per far trovare la spiaggia pronta per la stagione degli ombrelloni.»
Amministratori non solo miopi ma servi dei servi di ENI:
«Nel ravennate, per esempio, le piattaforme “Angela” e “Angelina” di ENI – situate ad appena due chilometri dalla costa – hanno provocato l’abbassamento del suolo di 45 centimetri dal 1984 al 2011, con le spiagge di Lido di Dante, Lido Adriano e Punta Marina che sono letteralmente sprofondate e che sono oggetto di continui ripascimenti finanziati in parte da fondi pubblici e in parte dalla stessa ENI: la potente multinazionale dal 1993 firma infatti un accordo triennale col Comune di Ravenna che prevede il versamento di cifre importanti (nel triennio 2018-2020, l’ultimo disponibile, si trattava di tre milioni di euro all’anno) a titolo di compensazione dell’impatto ambientale della propria attività estrattiva al largo. Tali fondi sono usati soprattutto per costruire e manutenere i pennelli anti-erosione e per ripristinare con i ripascimenti la sabbia perduta […] oltre a questi tre milioni di euro annui, la presenza di ENI nel ravennate significa migliaia di posti di lavoro e altri milioni di euro in sponsorizzazioni per qualsiasi evento culturale e sportivo – dalle stagioni teatrali alle partite di volley e pallacanestro, dai concerti di Riccardo Muti al “mese dell’albero in festa” durante il quale i bambini di tutte le scuole elementari e dell’infanzia piantano nuovi alberi – cittadini e amministratori locali non sono propensi a contestare la potente multinazionale.»
En passant: stante questa subalternità ai combustibili fossili, a chi li estrae e a chi ne incentiva l’uso, non c’era da attendersi alcun dissenso sul rigassificatore a Ravenna. Certo non a livello locale, e nemmeno a livello regionale: Bonaccini il rigassificatore lo volle, sempre volle, fortissimamente volle, tanto da “blindarlo” contro le critiche – comunque poche – circolate nella sua coalizione.
Non rattoppi ma ripristino di ecosistemi
Non si può continuare così. Né si può pensare di ergere dighe o scogliere artificiali pur di tenere in vita il turismo e, in generale, lo status quo.
Giuzio accenna a «piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari».
Per convertire l’attuale economia rivierasca è indispensabile partire da una constatazione: quel modello è comunque destinato al tracollo.
Permetteteci, da scrittori, di mediare al rialzo, cioè di prefigurare scenari che i politici non osano o non sono in grado di immaginare. Tanto saranno loro a mediare al ribasso, in nome di una realpolitik sempre più staccata dalla realtà.
La costa adriatica va decementificata e depavimentata il più possibile, per ripristinare gli ecosistemi precedenti all’urbanizzazione – dune e foresta litoranea – e, in alcuni casi, alle bonifiche.
Attuate un po’ ovunque negli immediati entroterra di Friuli, Veneto ed Emilia-Romagna, dalla fine dell’Ottocento a oggi le bonifiche hanno privato quei territori di preziose zone umide, ecosistemi ideali a catturare e immagazzinare carbonio. All’epoca dei prosciugamenti non si poteva sapere, e l’ordine di problemi era un altro, ma oggi si sa, e avrebbe senso invertire la rotta. Del resto, molte bonifiche furono controverse, contestate già all’epoca e oggi ritenute fallimentari. Sul caso ferrarese, si può vedere il bel documentario Dall’acqua ai campi, dai campi al silenzio (2016).
I posti di lavoro – sovente lavoro precario, supersfruttato, sottopagato – nel turismo di massa sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del territorio e da un grande recupero, seguito da una cura perenne, degli ecosistemi.
Tutto questo costituirebbe una barriera reale e sensata all’erosione costiera e alla catastrofe ambientale nell’entroterra. Non solo: potrebbe attrarre una nuova curiosità ecologica ed estetica, su cui fondare un “turismo” – urge coniare un nuovo termine – lontano da quello omologato e rapace di oggi.
È un approccio che si può traslare e adattare a tutti i territori minacciati. Alcuni dei quali possono diventare strategici laboratori. È il caso del basso ferrarese, del quale ci siamo più volte occupati, e su cui torneremo.
È chiaro che simili suggestioni vanno contro l’interesse immediato di troppe lobby e potentati economici, contro abitudini diffuse e consolidate, contro la spinta inerziale dell’esistente. Per questo non verranno mai raccolte dall’attuale classe dirigente – locale, regionale, nazionale o europea che sia. Classe dirigente di cui sarebbe d’uopo, e urgente, sbarazzarsi.
La precondizione per sbarazzarsene è saper immaginare un futuro diverso.
I punti di forza erano in realtà punti deboli
La val padana – cuore pompante del capitalismo italiano, nonché area tra le più inquinate, cementificate e surriscaldate d’Europa – è il territorio che subisce nel modo più spettacolare gli sconquassi del caos climatico.
In val padana, l’Emilia-Romagna è la regione più flagellata da eventi «estremi». E non è un caso.
Come abbiamo scritto in articoli precedenti, le attività e produzioni su cui si basano il mitico «benessere» e il mitico «buongoverno» emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.
Facciamo un solo esempio: la plastica.
La plastica ci sta avvelenando, come ha titolato di recente il New Yorker. Lo fa perché si decompone in micro e nanoplastiche (MNP) che si disperdono nell’ambiente, raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, infiltrando gli organismi a monte e a valle della catena alimentare. Il mare è pieno di MNP. Tutto è pieno di MNP. Le mangiamo e le beviamo. S’infilano nel nostro cervello e aumentano il rischio di Alzheimer e altre malattie degenerative; sono nei nostri fluidi corporei e mettono a forte rischio la fertilità maschile (andrebbe fatto notare ai fascisti, che si lamentano della «denatalità» e al tempo stesso difendono l’industria della plastica!); sono nella placenta umana, ancora non si sa con quali conseguenze.
Riciclare la plastica non solo è una falsa soluzione, ma aggrava il problema, perché il processo produce ulteriori microplastiche e secondo sempre più ricerche la plastica risultante è tossica e può contaminare gli alimenti con cui entra a contatto.
Come? La «bioplastica»? Ma figurarsi... La bioplastica, o «plastica compostabile», è plastica e basta. Il suo uso è al centro di una grande truffa ideologica. Come ha ben titolato The Atlantic, «la plastica compostabile è spazzatura».
L’unica via praticabile è vietare la produzione e l’uso di plastica monouso, superare la cultura dell’usa-e-getta. Poi andranno trovati modi di decontaminare, rimuovere la maggior quantità possibile di plastica dai corsi d’acqua, dai mari, dall’ambiente. Ma prima va fermata la produzione.
A fronte di tutto questo, è accettabile, è all’altezza della situazione e delle sfide del nostro tempo il fatto che in Emilia-Romagna la «Packaging Valley» sia considerata un’eccellenza, un fiore all’occhiello, una realtà da tutelare così com’è, anziché un grosso problema?
Parliamo delle circa duecento aziende situate nel cuore dell’Emilia che fabbricano, citiamo da un entusiasta reportage del Sole 24 Ore,
«apparecchi che dosano e impacchettano sigarette, medicine, saponi, cosmetici, bibite, alimenti, mobili... Tutto ciò che ogni giorno passa tra le nostre mani con una confezione rigida o flessibile attorno».
Produzione incentrata sulla plastica, finalizzata alla diffusione di plastica, fondata sulla cultura dell’usa-e-getta.
Sono le stesse aziende che dal 2019 si sono opposte a una modesta, inadeguata tassa sull’uso di plastica monouso per gli imballaggi, neanche fosse una misura rivoluzionaria, facendone rinviare l’introduzione e infine riuscendo a farla saltare.
Bonaccini, com’è ovvio, stava dalla loro parte.
La destra, la «sinistra» e l’ipocrisia climatica
Il caso di studio dell’Emilia-Romagna dimostra... plasticamente che il problema non sta solo nella destra «negazionista» e nel circolo vizioso da cui essa trae beneficio, ben descritto da George Monbiot sul Guardian:
«Mentre l’impatto dei nostri consumi si fa sentire a migliaia di chilometri di distanza e le persone arrivano ai nostri confini cercando disperatamente rifugio da una crisi che non hanno avuto quasi nessun ruolo nel causare – crisi che può includere vere inondazioni e vere siccità – [le destre] annunciano, senza un briciolo di ironia, che siamo “inondati” o “prosciugati” dai profughi, e milioni di persone si uniscono al loro appello a sigillare i nostri confini […] Quando i governi si spostano a destra, bloccano le politiche volte a limitare il collasso climatico […] Se volete sapere come si presenta un possibile futuro – un futuro in cui si permette a questo ciclo di accelerare – pensate al trattamento dei rifugiati attuali, amplificato di diversi ordini di grandezza. Già oggi, alle frontiere europee, i profughi sono respinti in mare. Vengono imprigionati, aggrediti e usati come capri espiatori dall’estrema destra, che allarga il proprio appeal incolpandoli di mali in realtà causati dall’austerità, dalla disuguaglianza e dal crescente potere del denaro in politica […] Ovunque, possiamo aspettarci che il successo [della destra] sia seguito da una riduzione delle politiche climatiche, con il risultato che un numero sempre maggiore di persone non avrà altra scelta se non quella di cercare rifugio nelle zone sempre più ristrette in cui la nicchia climatica vivibile rimane aperta: spesso proprio le nazioni le cui politiche li hanno cacciati dalle loro case.»
Vero, ma parziale.
Con tutto lo schifo che fa l’estrema destra, e con tutti i pericoli che d’ora in poi ci farà correre, la maggiore responsabilità dell’attuale situazione ce l’hanno il centro e la «sinistra» neoliberali. Sono stati loro a governare la globalizzazione capitalistica climalterante, a farci sprecare tempo prezioso con finte politiche climatiche come l’«Emission Trading», e sono loro a fare greenwashing mentre tutelano gli interessi di multinazionali ecocide e portano avanti i modelli di sempre.
Quanto agli orrori dei respingimenti, dei porti chiusi e delle morti in mare, delle detenzioni e violenze in Libia, l’ideologo di tutto questo è stato Marco Minniti, dirigente del PD, dal dicembre 2016 al giugno 2018 ministro degli interni di un governo italiano di «centrosinistra». È un dato di fatto noto a livello internazionale, tanto che, nel marzo 2019, Minniti fu accolto alla London School of Economics da contestatori e contestatrici con le mani imbrattate di sangue finto.
Tornando alle questioni climatiche, mentre la destra dichiarata se ne fotte in modo esplicito, la «sinistra» è più ipocrita: finge di averle a cuore, ma se ne fotte almeno altrettanto.
Se c’è un luogo dove tale atteggiamento è giunto al suo picco, quel luogo è l’Emilia-Romagna. E se c’è una capitale dell’ipocrisia climatica, quella è Bologna.
Qui da noi si può definire «opera simbolo della transizione ecologica» un’autostrada a diciotto corsie che passerebbe dentro la città, aumentando il traffico urbano – sono stime dei proponenti stessi – di 25.000 veicoli al giorno e facendo da volano a decine di altre opere asfaltizie – allargamenti, raccordi, bretelle, svincoli, parcheggi – a Bologna e nel suo circondario.
Qui da noi il Comune disegna erba e fiori intorno ai cassonetti perché «nessuno abbandonerebbe un sacchetto di rifiuti in mezzo a un prato», mentre si distrugge il verde vero, disboscando e buttando giù alberi ovunque.
Non può durare.
Il vento delle tempeste rimuoverà il velo.
Le lotte dovranno fare il resto.
02/07/2023
Il grande capitale abbandona persino il greenwashing e torna al fossile
Non vogliamo convincere nessuno della bontà del Socialismo, ma torniamo spesso sull’argomento solo per mostrare che al Socialismo non esiste alcuna alternativa se vogliamo sopravvivere. Anzi, a rendercelo evidente è poi la semplice esposizione delle scelte su cui si instrada la ricerca del profitto.
Un paio di settimane fa Wael Sawan, da gennaio amministratore delegato della Shell, la più grande compagnia privata del fossile, ha affermato: “investiremo nei modelli che funzionano, quelli con i rendimenti più alti”.
Il sottinteso è che questi sono legati agli idrocarburi, che continuano a mantenersi redditizi e si prevede resteranno tali.
La società ha deciso di stabilizzare la produzione di petrolio fino al 2030, così come la British Petroleum ha rivisto i suoi piani di tagli sull’oro nero, col valore delle azioni aumentato del 17%. La Shell ha confermato l’impegno a raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma senza un piano chiaro e dettagliato per raggiungere questo traguardo.
Intanto, ha chiuso il bilancio 2022 con 40 miliardi di profitti e aumenterà il dividendo degli azionisti del 15%, tra l’altro meno di quel che si aspettavano. La Exxon, che non ha mai nemmeno preso in considerazione di privilegiare le rinnovabili agli idrocarburi, ha raggiunto invece 59 miliardi di profitti, i più alti mai registrati da una compagnia del settore.
Nel rapporto che accompagna il bilancio di quest’ultima compagnia leggiamo: “è altamente improbabile che la società accetti il peggioramento degli standard di vita che richiederebbe il raggiungimento delle emissioni nette zero nel 2050”.
Per Exxon la colpa è dello stile di vita, loro si adattano semplicemente al contesto... macinando miliardi senza dispiacere.
Questa è una narrazione tossica come le emissioni, poiché non è il consumo individuale a determinare il paradigma produttivo ed energetico. Vi sono senza dubbio sprechi, ma è la proprietà privata dei mezzi di produzione e il fatto che le scelte di investimento sono in capo ad essa a modellare le forme stesse del consumo (ad esempio, con la centralità data al trasporto privato).
La onlus Amici della Terra ha dichiarato che si continua a “mettere ancora una volta il profitto davanti a tutto da parte degli inquinatori, a danno della gente e della salute del pianeta”. E questo vale per la Shell, per la Exxon, ma anche per ENI.
È notizia di pochi giorni fa che la multinazionale di cui il ministero dell’Economia è il principale azionista ha acquisito Neptune Energy, per ampliare le esplorazioni e le estrazioni di gas. L’amministratore delegato Descalzi ha ribadito che questa è una “fonte energetica ponte cruciale per la transizione energetica”, ma intanto aumenta ancora l’attenzione al fossile.
Del resto, si prevede che la domanda di petrolio andrà rallentando, ma senza fermarsi mai: ad oggi se ne consumano 100 milioni di barili al giorno, ma l’OPEC prevede si arriverà ai 110 entro il 2045. E aumenterà contestualmente anche la domanda di gas naturale.
Ma ci sono parecchi dubbi sulla disponibilità di riserve di petrolio ancora non sfruttate...
Per questo colossi finanziari come Vanguard e BlackRock non hanno intenzione di rivedere i finanziamenti sugli idrocarburi. Come detto dai dirigenti di quest’ultima, il fondo è “obbligato ad agire sempre nel miglior interesse finanziario dei nostri clienti”, e dunque a discapito dell’intera collettività.
La logica del capitale sta tutta qui, e ci sta rubando il futuro. E ormai non viene nascosta più nemmeno dietro il greenwashing, alla ricerca di una legittimazione: la barbarie capitalista si mostra per quello che è.
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