Giorgia Meloni ha appena concluso il proprio viaggio nel vecchio impero dell’Africa Orientale Italiana. La sua ‘campagna d’Africa’ non aveva come scopo la conquista diretta, ma sicuramente tra le prime preoccupazioni c’era quella di assicurarsi un posto di rilievo nel Corno d’Africa, sia per dare ancora un qualche senso al Piano Mattei, sia per tenere un occhio sul Mediterraneo allargato.
Ad Addis Abeba, tra il 27 e il 29 luglio si è svolto il secondo vertice ONU sui sistemi alimentari (il cosiddetto UN Food Systems Summit +4). L’evento è co-presieduto dall’Etiopia insieme all’Italia, e poiché il suo obiettivo è quello di sconfiggere la fame, come previsto nella sezione 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, risulta di grande interesse per il governo Meloni.
Non perché a Palazzo Chigi sia emersa di sana pianta una profonda coscienza umanitaria, e neanche tanto perché tale traguardo si associa bene alla propaganda sul raggiungimento della ‘sovranità alimentare’. Anche se tale fine è tra le responsabilità di Francesco Lollobrigida, al ministro dell’Agricoltura interessano affari molto concreti.
I momenti fondamentali del viaggio di Meloni sono gli incontri con Abiy Ahmed, primo ministro etiope, con William Ruto, presidente del Kenya, e con quello dell’Unione Africana Mahamoud Ali Youssouf. Da quest’ultimo doveva incassare il rinnovato sostegno agli impegni del Piano Mattei, che nella regione riguardano molti settori.
Il Kenya ha visto il riemergere di profonde contraddizioni interne al paese, ma la sua economia continua a crescere, e potrebbe superare quella etiope, prima nella regione. Il presidente Ruto ha appena annunciato che intende quotare in borsa la Kenya Pipeline Company, in una più ampia strategia di privatizzazione di imprese statali... chissà che non ci siano prenditori italiani che guardino a questa possibilità.
Ad ogni modo, è certamente l’Etiopia il centro delle attenzioni del governo, anche se in entrambi i paesi sono diversi gli investimenti italiani nel comparto agricolo e anche in quello delle infrastrutture e dell’energia. Con Ahmed, Meloni si è recata a Jimma, dove si trova uno dei progetti pilota del Piano Mattei.
Si tratta della riqualificazione del lago Boye, bacino artificiale creato dagli allora coloni italiani, poi lasciato in stato di abbandono. Ora diventa un polo turistico importante, oltre che funzionale alla locale filiera del caffè. Rappresenta un’area che sta attirando importanti investimenti privati, accanto a quelli pubblici.
In generale, la presidente del Consiglio è venuta a ‘vendere’ il modello di partenariato che ha appena fatto passi avanti in Algeria. Lì, dopo il recente Forum imprenditoriale svoltosi a margine di un vertice intergovernativo, ha posto gli occhi il gruppo Bonifiche Ferraresi (BF), col sostegno di SACE, gruppo assicurativo partecipato dal ministero dell’Economia.
BF è diventato un perno fondamentale della strategia italiana – ed anche unioneuropea – in Africa, con diversi progetti per una produzione agricola che spesso è finalizzata alla produzione di biocombustibili. Ma per quanto riguarda il settore energetico, sono tanti gli interessi in gioco anche per Webuild.
Il colosso italiano è coinvolto nella costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo Azzurro di cui sono appena stati dichiarati finiti i lavori. Ma che ha portato a varie tensioni tra l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, per il tema della gestione delle acque in un’area già fortemente segnata dalla siccità.
Se non si raggiungerà un accordo tra questi paesi, l’attività della diga sarà sostanzialmente illegale, e di recente Trump ha criticato l’opera, per assicurarsi l’amicizia dell’Egitto, coinvolto a sua volta nel difficile dossier palestinese. Non è l’unica diga su cui sta lavorando Webuild, ma in generale la volontà è quella di rafforzare la presenza nella regione, e il legame della sua classe dirigente con i terminali europei.
Infatti, c’è un nodo che ha reso molto chiaro il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, prima di accompagnare Meloni in Africa: “la stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano”.
Con un’Eritrea ancora in disordine, una Somalia debole, l’ultima base militare francese in Africa, in Gibuti, proteste in Kenya e una guerra civile in Sudan, per tenere un presidio solido proiettato verso i confini del Mediterraneo allargato, Roma ha bisogno che l’Etiopia rimanga un saldo alleato italiano e dell’Unione Europea.
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31/07/2025
26/07/2025
La politica agricola italiana dentro le mire di autonomia energetica europea
Può sembrare strano che la politica agricola possa svolgere un ruolo nell’autonomia energetica, ma è proprio su questa particolare sinergia che il governo Meloni ha puntato da tempo, come elemento qualificante anche del Piano Mattei. O sarebbe meglio dire, alcuni gruppi (a partire da ENI) nella cornice dei tentativi UE di cercare una propria autonomia energetica e strategica.
Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.
ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.
Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.
I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.
Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.
Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.
La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.
Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.
L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.
Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.
Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.
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Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.
ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.
Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.
I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.
Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.
Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.
La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.
Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.
L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.
Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.
Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.
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