di Emiliano Brancaccio
Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati.
Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.
Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana.
Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo.
E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche.
Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile. Come obbligare le aziende americane a interrompere i servizi essenziali in Europa. Fino a nuovo ordine. I precedenti non mancano.
Quando gli Usa hanno imposto sanzioni extra-territoriali contro Iran e Cuba senza il consenso dell’Ue, quelle sanzioni hanno colpito anche banche e imprese europee.
Quando l’America era in prima linea nella guerra alla Russia, qualche riottoso paese europeo è stato messo in riga minacciando blocchi finanziari.
Quando gli Stati Uniti hanno congelato le carte di credito dei giudici della Corte penale internazionale, l’Europa dissenziente non ha potuto reagire.
Quando Washington ha bloccato i conti di Francesca Albanese e di Autistici/Inventati, vagheggiando aderenze con organizzazioni sgradite alla politica estera americana, non c’è stato molto da fare.
Non è ancora un blackout totale. Ma è una chiara lezione su chi ha il potere di spegnere l’interruttore a chi.
Insomma, il quadro è nitido: l’autonomia della politica estera richiede oggi anche autonomia delle infrastrutture digitali. Dalle carte di credito fino all’intelligenza artificiale.
Il caso dell’euro digitale è un esempio. La BCE ci lavora per affiancare al contante una rete pubblica di pagamenti europei. Non sarebbe poco, in un continente che ha affidato larga parte delle transazioni ai circuiti statunitensi. E che oggi rischia un’invasione di stablecoin: la moneta digitale americana, anonima e a basso costo, con cui Trump sogna di dollarizzare l’Europa.
La costruzione di un’autonoma infrastruttura digitale, però, non è solo una sfida geopolitica. Solleva anche domande sui rapporti tra le classi sociali. Pensiamo alla questione dell’anonimato. L’euro digitale vuol sostituire gli stablecoin denominati in dollari, bene. Ma a tale scopo vuole anche riprodurre la loro opacità?
I proprietari delle monete digitali americane non sono immediatamente identificabili. Il fisco e la magistratura sono costretti a decifrare codici, prima di risalire ai nomi dei titolari. L’euro digitale dovrebbe imitare il meccanismo? La Bce promette una riservatezza simile al contante. Non è detto che sia un bene: una cosa è la privacy dei comuni cittadini, un’altra l’invisibilità degli interessi capitalistici, talvolta anche criminali.
Si difenda la prima senza più usarla come pretesto per opacizzare i secondi. La sovranità digitale è una necessità strategica europea. Diventerà virtù politica solo se limiterà l’anonimato e gli altri vasti e vezzeggiati diritti del capitale.
Solo così aiuterà a rilanciare i diritti civili, politici e sociali, da tempo soffocati anche grazie ai nascondini digitali dell’odierno capitalismo centralizzato.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/10/2026
Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti
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