La multa ad A2A per manipolazione del mercato elettrico non racconta soltanto il comportamento di una grande azienda multiutility, ma rende visibile una contraddizione più generale del sistema energetico: ciò che per la società costituisce scarsità, e quindi maggiore costo, per chi controlla la capacità produttiva sì trasformara in una fonte di profitto.
È da questa contraddizione che conviene partire per comprendere la crisi del modello costruito attraverso le liberalizzazioni e, contemporaneamente, il ritorno della pianificazione pubblica come condizione necessaria allo stesso funzionamento del mercato.
L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha sanzionato A2A con 5 milioni di euro per comportamenti relativi al mercato elettrico del 2022, attraverso la deliberazione 279/2026/S/eel del 30 luglio 2026. Il meccanismo contestato è quello dell’economic withholding (trattenimento economico della capacità produttiva). In termini semplici, immaginiamo che in una determinata ora il sistema abbia bisogno di 100 MWh di elettricità e che 90 siano già disponibili.
Un produttore possiede una centrale in grado di fornire i 10 MWh mancanti, ma presenta quell’energia a un prezzo sufficientemente elevato da farla rimanere fuori dal mercato. La capacità non viene fisicamente sottratta, perché la centrale resta disponibile, ma viene resa economicamente indisponibile. Poiché la domanda deve comunque essere soddisfatta, diventa necessario ricorrere a un’offerta più costosa e il prezzo può aumentare.
Per un grande produttore che vende energia attraverso più impianti, la rinuncia a una quantità relativamente piccola può essere compensata dal maggiore prezzo incassato sull’energia che continua a vendere: in un esempio puramente illustrativo, 100 MWh venduti a 100 euro producono 10.000 euro di ricavi, mentre 90 MWh venduti a 130 euro ne producono 11.700.
Naturalmente non qualsiasi offerta superiore al costo marginale costituisce una manipolazione, perché esistono vincoli tecnici, costi di avviamento, manutenzione e altre ragioni economiche che possono giustificare differenti strategie di offerta. Proprio per questo ARERA deve verificare l’effettiva capacità dell’operatore di influenzare il prezzo e l’assenza di motivazioni legittime.
Il punto politico, tuttavia, precede l’accertamento dell’illecito: la società ha interesse a disporre della maggiore quantità possibile di energia a un costo sostenibile, mentre il capitale che controlla quella produzione di energia deve ricavarne il massimo rendimento. Quando l’offerta è abbondante i due interessi possono apparire compatibili; quando l’energia diventa scarsa, la loro divergenza emerge con maggiore evidenza.
Per famiglie e lavoratori la scarsità energetica significa aumento delle bollette, inflazione e riduzione del salario reale; per le imprese significa crescita dei costi di produzione. Chi controlla capacità produttiva, accumuli, stoccaggi o altre risorse decisive nei momenti critici può invece vedere aumentare il valore economico degli asset posseduti.
La stessa condizione materiale assume quindi un significato differente a seconda della posizione occupata nel rapporto economico: aumenta il valore economico del controllo sulla scarsità proprio mentre aumenta il costo sociale della scarsità stessa.
Il maggiore prezzo all’ingrosso non rimane confinato nella Borsa elettrica, ma si trasmette con tempi e intensità differenti sui venditori, sulle imprese e sui consumatori finali. Un contratto indicizzato al Prezzo Unico Nazionale (PUN) è più direttamente esposto rispetto a uno a prezzo fisso, mentre i fornitori possono attenuare temporaneamente gli effetti attraverso acquisti anticipati e coperture finanziarie.
Quando però il costo dell’energia aumenta in maniera significativa, il sovrapprezzo tende a propagarsi nell’intero sistema economico. È quindi particolarmente rilevante che, nel procedimento contro A2A, ARERA abbia costruito uno scenario controfattuale per stimare quale prezzo si sarebbe formato in assenza della strategia contestata, arrivando a quantificare quello che definisce il “massimo danno potenziale per i consumatori di energia elettrica ascrivibile a A2A”.
Quel numero esiste, ma nella versione pubblica del provvedimento non è conoscibile: sono coperti da omissis il mese preciso del 2022 interessato, l’incremento medio del prezzo in euro per MWh e l’importo complessivo del danno potenziale.
Conosciamo quindi la sanzione, cinque milioni di euro, ma non quanto la condotta sanzionata possa essere costata ai consumatori. Se un’autorità pubblica ha già effettuato quella stima,
renderla conoscibile e ricostruire quanto del sovrapprezzo sia arrivato
realmente sulle bollette diventa una rivendicazione immediata, sulla
quale possono essere utilizzati l’accesso agli atti e, se ne emergessero
i presupposti, anche strumenti risarcitori.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei profitti che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
Isolare il caso A2A come semplice deviazione di un singolo operatore sarebbe però fuorviante. Nel luglio 2025 ARERA ha pubblicato un rapporto sul Mercato del Giorno Prima relativo al 2023-2024, nel quale viene analizzato il funzionamento complessivo del mercato.
Per gli impianti a ciclo combinato l’Autorità individua possibili fenomeni di economic withholding in una quota significativa delle ore osservate, pari a circa il 30% nello scenario più prudenziale.
Nelle simulazioni controfattuali, sostituendo le offerte considerate potenzialmente riconducibili al trattenimento con offerte coerenti con il comportamento di un operatore price-taker (un operatore che accetta il prezzo di mercato senza essere in grado di influenzarlo), ARERA rileva impatti al rialzo sui prezzi zonali in almeno il 28% delle ore del 2023 e nel 25% di quelle del 2024, con differenze medie, nelle ore interessate, comprese fra 17 e 22 €/MWh nel 2023 e fra 15 e 24 €/MWh nel 2024.
Questi dati non equivalgono all’accertamento di manipolazioni da parte di tutti gli operatori analizzati, ma mostrano che il problema del potere sull’offerta non può essere ridotto alla condotta occasionale di una singola impresa.
Si manifesta qui una prima contraddizione del modello liberista. Il mercato dovrebbe produrre attraverso la concorrenza un comportamento tale da impedire ai singoli operatori di determinare il prezzo di una merce; nella realtà, a venticinque anni dalla liberalizzazione, l’autorità pubblica deve costruire simulazioni per stabilire quale prezzo si sarebbe formato se gli operatori reali si fossero comportati come i soggetti senza potere di mercato presupposti dalla teoria.
La concorrenza cessa così di apparire come una caratteristica spontanea del mercato e diventa una condizione che deve essere continuamente difesa e ricostruita attraverso regolazione e intervento pubblico.
Uno dei passaggi decisivi nella costruzione di questo sistema avviene in Italia con il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, il cosiddetto decreto Bersani, emanato in attuazione della direttiva europea 96/92/CE. Produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’elettricità vengono liberalizzati, mentre trasmissione e dispacciamento restano riservati allo Stato e la distribuzione viene organizzata attraverso concessioni.
La promessa politica della stagione neoliberista era che la rottura dei monopoli pubblici e la concorrenza avrebbero aumentato l’efficienza e prodotto condizioni più favorevoli anche per gli utenti. Il processo storico ha determinato un esito diverso: le vecchie municipalizzate non sono state sostituite da una moltitudine di piccoli produttori in concorrenza tra loro, ma fusioni, acquisizioni, quotazioni e aggregazioni territoriali hanno favorito la formazione di grandi multiutility capaci di operare sui mercati nazionali ed europei.
A2A è controllata per metà dai Comuni di Milano e Brescia, Iren è a maggioranza pubblica, Hera conserva una forte presenza degli enti locali, mentre Acea è controllata da Roma Capitale.
Questa presenza pubblica nella proprietà non modifica però la funzione economica assunta dalle società, che devono produrre margini, remunerare il capitale, distribuire dividendi, finanziarsi sui mercati e competere con altri gruppi. La liberalizzazione non ha dunque semplicemente trasferito aziende dal pubblico al privato, ma ha trasformato anche una parte della proprietà pubblica in capitale.
Il Comune che possiede una multiutility viene così attraversato da una contraddizione strutturale: come istituzione rappresenta cittadini e lavoratori che hanno interesse a servizi accessibili e prezzi energetici contenuti, mentre come azionista è interessato alla redditività della partecipata e ai dividendi. Non si tratta quindi della sensibilità dei singoli amministratori, ma della funzione attribuita all’impresa: aziende nate per erogare un servizio sono state inserite in un meccanismo nel quale devono comportarsi come capitali e vengono valutate attraverso i criteri della loro valorizzazione.
Questa trasformazione si è sviluppata in una fase caratterizzata dall’integrazione crescente dei mercati e dalla relativa stabilità delle principali direttrici energetiche internazionali. L’espansione dei volumi, il trading (compravendita di energia sui mercati), le aggregazioni e la diversificazione potevano sostenere la redditività dentro un sistema nel quale gli approvvigionamenti apparivano relativamente prevedibili.
La crisi delle catene globali del valore, la guerra in Ucraina, la drastica riduzione delle forniture russe e la crescente competizione internazionale per il gas naturale liquefatto (GNL) hanno però modificato profondamente questo quadro.
Parallelamente, la crescita di fotovoltaico ed eolico aumenta la variabilità della produzione: nelle ore di abbondanza i prezzi possono diminuire fortemente, mentre quando la produzione rinnovabile si riduce acquistano maggiore valore le centrali programmabili, gli accumuli, gli stoccaggi, le interconnessioni e la flessibilità della domanda.
Di conseguenza non conta soltanto quanta energia si produce, ma quale capacità si controlla nel momento in cui il sistema ne ha bisogno.
La sicurezza energetica richiede però che capacità e infrastrutture esistano prima dell’emergenza. Reti, stoccaggi, accumuli, interconnessioni e impianti di riserva devono essere programmati su orizzonti pluriennali, anche quando una parte di essi rimane inutilizzata per lunghi periodi.
Se il prezzo di mercato fosse sufficiente a indirizzare autonomamente tutti gli investimenti necessari, non sarebbe necessario remunerare separatamente la capacità; esiste invece il capacity market (mercato della capacità), attraverso il quale gli operatori ricevono una remunerazione per garantire che determinata capacità produttiva rimanga disponibile quando il sistema ne avrà bisogno.
Allo stesso modo, quando i ricavi di mercato non garantiscono sufficiente certezza agli investimenti vengono utilizzati contratti di lungo periodo e meccanismi di stabilizzazione, quando i prezzi diventano socialmente insostenibili intervengono i governi e quando l’esercizio del potere di mercato minaccia la formazione dei prezzi interviene il regolatore.
Il paradosso prodotto da un quarto di secolo di liberalizzazioni sta precisamente qui. Il mercato è stato costruito come alternativa alla pianificazione pubblica diretta, ma il suo funzionamento dipende sempre più da decisioni pubbliche che programmano infrastrutture, garantiscono capacità, sostengono investimenti, assorbono gli shock e regolano i comportamenti degli operatori.
La crisi del modello liberista non elimina la pianificazione: mostra che il capitale ha bisogno di una pianificazione crescente per continuare a valorizzarsi.
La questione diventa allora quale funzione debba avere questa pianificazione. Oggi lo Stato e le autorità pubbliche garantiscono una parte crescente delle condizioni generali della produzione energetica e ne assorbono una quota rilevante del rischio, mentre gli asset che diventano particolarmente preziosi nei momenti di scarsità rimangono strumenti di valorizzazione dei capitali che li controllano.
La socializzazione riguarda quindi non soltanto i costi delle crisi, ma la costruzione stessa delle condizioni che rendono possibile la redditività privata.
Il caso A2A rappresenta, secondo l’accertamento dell’Autorità, il punto in cui l’utilizzo privato del potere sulla capacità ha superato il limite fissato dalla regolazione; tuttavia la contraddizione esiste prima di quel limite, perché per la società la scarsità deve essere ridotta, mentre per il capitale che controlla una risorsa scarsa essa può aumentarne il rendimento.
Da questo punto di vista, contrapporre semplicemente mercato e pianificazione significa ormai discutere di un’alternativa che lo sviluppo materiale del sistema ha già superato. L’energia viene pianificata e dovrà esserlo sempre di più, perché la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica, le reti e la capacità di riserva non possono essere affidate alla somma delle decisioni immediate di imprese separate. Il vero conflitto riguarda quindi il contenuto della pianificazione, gli obiettivi che le vengono assegnati e i soggetti che ne esercitano il controllo.
La proprietà pubblica, da sola, non fornisce una risposta, come dimostra precisamente il caso di multiutility formalmente controllate dagli enti locali ma inserite pienamente nella logica della valorizzazione.
Un sistema energetico pianificato nell’interesse dei lavoratori dovrebbe invece assumere come criteri prioritari il contenimento strutturale del costo dell’energia, la tutela del salario reale, la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza delle infrastrutture, la decarbonizzazione e la continuità delle produzioni socialmente necessarie, subordinando a questi obiettivi la formazione e la destinazione del surplus.
La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei risultati economici che ne derivano.
La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.
In questo quadro, anche la richiesta di rendere pubblico il massimo danno potenziale ai consumatori calcolato da ARERA assume un significato che supera il singolo procedimento: parte da una vertenza concreta su chi abbia sostenuto il sovrapprezzo, ma conduce direttamente alla questione di chi controlli le informazioni e le decisioni fondamentali del sistema energetico.
Il decreto Bersani e la stagione delle liberalizzazioni promettevano che la concorrenza avrebbe disciplinato gli operatori e reso più efficiente l’allocazione delle risorse; oggi il pubblico deve programmare le reti, garantire la capacità, sostenere gli investimenti, assorbire gli shock geopolitici, proteggere gli utenti nelle crisi e impedire che il potere degli operatori alteri la formazione dei prezzi.
La pianificazione, dunque, non è una proposta da introdurre in futuro: è già una necessità materiale del sistema. Il punto politico è sottrarla alla funzione di garanzia della valorizzazione privata e trasformarla in uno strumento di controllo sociale della produzione energetica, perché in una fase nella quale il controllo della capacità disponibile nei momenti di scarsità acquista un valore crescente, decidere chi controlla quella capacità significa decidere anche a quali interessi deve rispondere il potere sull’energia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/08/2026
La scarsità vale oro. Le aziende multiutility, mercato e crisi energetica
A Gaza Israele dichiara guerra anche agli aquiloni
Il Ministro della Difesa israeliano ha dato ordine di attaccare qualsiasi bambino di Gaza che faccia volare un aquilone, da anni il giocattolo più popolare tra i bambini palestinesi della Striscia a causa del blocco e della disastrosa situazione economica.
“Avvertiamo Hamas che se i lanci verso Israele non cesseranno immediatamente, l’esercito israeliano agirà intensificando le operazioni contro i responsabili” ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aggiungendo che Israele ordinerà lo sfollamento forzato dei palestinesi dalle aree della Striscia di Gaza utilizzate per “lanciare droni, palloni aerostatici e aquiloni”.
La decisione del Ministro della Difesa non si è fermata qui. Ha anche ordinato lo sfollamento degli abitanti di qualsiasi area in cui un bambino faccia volare un aquilone e la distruzione degli aquiloni stessi, poiché l’esercito considera questo giocattolo un atto militare.
Mejid Balghouti commenta: “Questo avviene dopo che gli israeliani hanno trovato degli aquiloni sfuggiti dalle mani dei bambini e atterrati negli insediamenti intorno a Gaza. Questi aquiloni non rappresentavano una minaccia, ma i media israeliani e l’opposizione hanno sfruttato l’incidente come tema elettorale per attaccare il governo, che, a sua volta, si è alleato con loro per mantenere il potere. Ora, l’opposizione sta lanciando i propri aerei da guerra nei cieli di Gaza, alla ricerca di qualsiasi bambino che giochi con un aquilone per ucciderlo, tutto per placare l’opinione pubblica israeliana”.
È utile ricordare che diversi anni fa, ma sembra passato un secolo, tra le varie forme di resistenza dei palestinesi c’era anche il lancio di aquiloni incendiari sui campi israeliani al di là della frontiera di Gaza con scene ridicole di aerei e elicotteri militari israeliani alla caccia di aquiloni.
Ma non è questo il caso. Da tempo i palestinesi di Gaza non sono in grado di muovere azioni offensive contro Israele. Questo degli aquiloni somiglia spudoratamente ad un nuovo pretesto per poter bombardare impunemente le tendopoli dei rifugiati palestinesi.
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La scienza cinese fa passi da gigante ma l’Occidente continua a snobbarla
L’agenda del Partito Comunista Cinese è fitta di obiettivi, piani e traguardi da raggiungere, compreso quello di trasformare il Paese in una superpotenza scientifica e tecnologica mondiale entro il 2050. Due gli strumenti sfruttati dal governo per imprimere un’accelerazione decisiva: un approccio fortemente tecnocratico alla politica scientifica e il costante apprendimento dalle nazioni più avanzate da rielaborare in chiave locale.
I risultati sono già evidenti nel campo dell’intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nella robotica ma Pechino punta ancora più in alto. Già, perché il Dragone è leader nelle scienze fisiche applicate e, come ha spiegato l’autorevole rivista Nature, “è sulla buona strada per superare gli Stati Uniti come maggiore contributore mondiale alla ricerca”.
Eppure, nonostante la sua continua ascesa, la ricerca scientifica cinese continua a essere snobbata dall’Occidente. Emblematico quanto sottolineato dall’Economist: nel 2025 gli autori cinesi hanno pubblicato un numero di articoli pari a quello dei ricercatori americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme ma sono stati in gran parte trascurati dai loro colleghi occidentali. Mancanza di qualità? Più probabile un’altra risposta: pregiudizi geopolitici.
La ricerca scientifica cinese? Snobbata dall’OccidenteLa situazione è stata ben evidenziata da due paper. Il primo, firmato da Abhishek Nagaraj dell’Università della California, Berkeley, e Randol Yao, del Massachusetts Institute of Technology, mostra come, tra il 1980 e il 2022, solo circa un terzo delle citazioni ricevute dagli articoli scientifici cinesi provenisse dall’estero, contro circa la metà nel caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa significa? Che la Cina tende a leggere e utilizzare molto la ricerca americana (mentre gli americani utilizzano poco quella cinese) e che una parte molto maggiore dell’impatto della ricerca cinese rimane all’interno del Paese.
Il secondo paper, pubblicato da un gruppo di lavoro sino-olandese sul server di preprint arXiv, ha confermato la suddetta tendenza: sebbene dal 2000 i ricercatori americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi abbiano iniziato a citare sempre più spesso i lavori cinesi, nel 2022 questi erano ancora citati molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato considerando l’enorme quantità di ricerca prodotta oltre la Muraglia. Il divario, in particolare, è particolarmente evidente nel rapporto tra Cina e Stati Uniti.
Certo, il primo studio potrebbe essere condizionato dalla tendenza dei ricercatori a citare più frequentemente i lavori dei propri connazionali, contribuendo così a gonfiare artificialmente i parametri di riferimento. Il secondo, invece, non tiene conto delle eventuali differenze nella qualità media della ricerca scientifica prodotta nei diversi Paesi. I due paper, insomma, presentano alcuni limiti ma il quadro che emerge resta comunque significativo e suggerisce che la ricerca cinese continua a essere sottovalutata al di fuori dei confini nazionali.
La Cina sta per sorpassare gli Usa?I dati dell’Ocse indicano che, da almeno un decennio, la Cina ha aumentato la spesa complessiva per la ricerca e sviluppo (R&S) di quasi il 10% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita degli Stati Uniti. Nel 2024, per esempio, il Dragone ha registrato un incremento annuo del 9,7%, quasi il triplo rispetto del 3,4% registrato negli Usa.
Nel 1991 Pechino ha sborsato 13 miliardi di dollari in R&S. Oggi, la sua spesa annuale supera gli 800 miliardi di dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il governo cinese, inoltre, ha appena presentato un piano per aumentare il budget nazionale per la scienza del 7% ogni anno per i prossimi cinque anni.
Il gap tra Usa e Cina si sta riducendo sempre di più ma, come ha ipotizzato l’Atlantic, se la Repubblica Popolare Cinese dovesse finalmente superare gli Stati Uniti come superpotenza scientifica mondiale “non ci sarà alcun annuncio ufficiale né ci sarà necessariamente una spettacolare dimostrazione di forza”. Al contrario, “sarà un momento silenzioso, osservato da una piccola cerchia di scienziati specializzati”.
I cacciatori di uomini sono al lavoro
Lo scorso 17 giugno il Parlamento UE ha approvato un nuovo “regolamento sul rimpatrio” dei migranti e lo ha fatto con una maggioranza composta da conservatori, nazionalisti e fascisti.
Questo regolamento prevede l’istituzione di centri di deportazione, o “hub di ritorno”, fuori dai confini europei. La misura è stata voluta dal capogruppo del Partito Popolare, il tedesco Manfred Weber (CSU) insieme ai neonazisti dell’AfD.
Sono le forze che sperano di salvare l’UE e l'“Occidente cristiano” eliminando i “residenti illegali”. Non gli è bastato l’annegamento di decine di migliaia di persone nel Mediterraneo né i massacri nelle guerre neocoloniali dell’imperialismo dal 1991 in poi (Iraq, Afghanistan, Somalia etc.).
Chiunque sopravviva a entrambi e venga classificato come inutile sarà inviato in un campo di concentramento, in Albania o in Africa.
Giovedì, 20 deportati dagli USA e sopravvissuti all’ICE, sono sbarcati in Liberia. Paesi africani come Sierra Leone, Guinea Equatoriale, Ghana, Ruanda, Sud Sudan, Camerun, e Repubblica Democratica del Congo si sono resi disponibili.
Giornali tedeschi come Spiegel e “Report Mainz” riferiscono che la prossima settimana, una delegazione dei governi di Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi si recherà in Ruanda per negoziare la costruzione di un “hub di rimpatrio” lì. La notizia è stata confermata dalle autorità di Kigali.
Il Ruanda è un paese ideale per i progetti occidentali. Dalla fine degli anni ’80, Paul Kagame è stato l'uomo forte del paese perché è strettamente legato agli Stati Uniti. Per 30 anni ha condotto una guerra di aggressione contro la Repubblica Democratica del Congo, di cui sono cadute vittime milioni di persone, e ha assicurato, ad esempio, rifornimenti per l’azienda H. C. Starck e Goslar, fondata nel 1920 – leader mondiale del mercato del coltan.
I cacciatori di uomini dell’UE, che presto si metteranno al lavoro sul modello ICE, hanno motivo di mantenere viva la guerra predatoria di Kagame. Senza omicidi di massa e furti di minerali, non c’è hub di rimpatrio. Weber e i suoi fascisti dell’UE sanno cosa stanno facendo.
Fonte
24/08/2026
Il fattorino come imprenditore di sé
C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.
Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).
Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo
taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della
personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per
converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.
La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.
Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.
Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.
Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.
L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.
L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?
La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.
La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.
Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.
Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.
“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.
In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.
Albania - Per il resort Kushner ha pagato un narcotrafficante
Artur Shehu, uomo d’affari di Miami accusato dalle autorità albanesi di narcotraffico e riciclaggio, è al centro dell’acquisto dei terreni destinati al resort di lusso sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente statunitense Trump.
Secondo il Wall Street Journal, ad aprile una società legata a Kushner ha pagato 125 milioni di dollari a Shehu per i terreni. Complessivamente, il gruppo di sviluppo avrebbe versato oltre 240 milioni di dollari a proprietari privati nell’area.
A giugno 2026, due mesi dopo l’acquisto, la procura speciale albanese SPAK ha ottenuto un ordine di arresto per Shehu e altre 19 persone, accusandolo di riciclaggio e partecipazione a un’organizzazione criminale strutturata.
Secondo gli inquirenti, Shehu avrebbe avuto un “ruolo di leadership” in una rete internazionale dedita al traffico di cocaina dal Sudamerica all’Europa, utilizzando anche carichi commerciali, e al riciclaggio di parte dei proventi nel settore immobiliare albanese.
I pubblici ministeri sostengono inoltre che Shehu abbia costruito il proprio patrimonio immobiliare attraverso documenti di proprietà falsificati, tra cui, secondo il Wall Street Journal, registri di epoca ottomana utilizzati per creare titoli di proprietà falsi.
Ma già nel settembre 2024 gli abitanti del villaggio di Zvernec avevano scritto alla società di Kushner: nella lettera si affermava che il terreno era stato loro sottratto da Shehu. I residenti sostengono di rivendicare il terreno da quasi vent’anni e che il sito “appartiene al villaggio e ai suoi residenti”.
Nonostante questo, Kushner ha proseguito e acquistato il terreno.
Il Primo Ministro albanese Edi Rama continua a difendere l’investimento, presentandolo come un’opportunità per attirare capitali stranieri e rafforzare l’economia.
A Tirana da oltre due mesi migliaia di persone protestano contro il progetto e, più in generale, contro la corruzione e la cementificazione della costa. Il movimento, ribattezzato “Rivoluzione dei fenicotteri”, è diventato presto una protesta anticorruzione contro il governo di Rama.
Fonte
Il Cile sulla scia di Javier Milei
Quello che il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace.
Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.
Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.
Il miliardario Peter Thiel come beneficiario
Intanto, nonostante tutto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.
L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati.
Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni».
Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.
«Ricostruzione nazionale» in Cile
In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo.
Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.
Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%.
Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.
Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico
Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre.
Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando.
Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.
Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza.
Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.
Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump.
Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.
Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump.
Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.
Cuba cerca di sfilarsi dal cappio
Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici.
E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.
A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.
Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione.
Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza.
Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.
La Cina offre aiuto ai cubani
Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.
L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata.
Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti.
Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.
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Fosche nubi sul narco-clown di Kiev
Per Volodymyr Zelensky quel momento potrebbe essere arrivato.
Sulla Berliner Zeitung, infatti, è comparso un commento firmato da Nicolas Butylin dal titolo inequivocabile: «Il tempo di Zelensky è scaduto». L’autore arriva a sostenere che dimissioni ordinate e volontarie potrebbero essere la decisione politicamente più saggia rimasta al presidente ucraino.
Una precisazione è doverosa, proprio per evitare le solite semplificazioni: non è la “linea ufficiale” della Berliner Zeitung, ma un commento pubblicato dal quotidiano tedesco.
E tuttavia la notizia politica sta proprio qui.
Quella domanda ora si può fare.
E la si può fare non a Mosca, non su qualche oscuro canale Telegram filorusso, ma sulle pagine di un quotidiano tedesco.
Il quadro attorno a Zelensky, del resto, è diventato decisamente meno rassicurante: il consenso non è più quello monolitico dei primi anni di guerra, le indagini anticorruzione continuano a lambire ambienti molto vicini al potere e sulla scena politica cominciano a muoversi figure capaci di rappresentare una reale alternativa.
C’è Mykhailo Fedorov, che ha riaperto pubblicamente il tema delle elezioni anche durante il conflitto.
E soprattutto c’è Valerij Zaluzhny, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, che nei sondaggi ipotetici continua a mostrarsi un avversario tutt’altro che ornamentale.
Insomma, il problema per Zelensky non sembra più essere soltanto Mosca.
Potrebbe cominciare a essere anche Kiev.
Ed è qui che la faccenda assume contorni quasi teatrali.
Perché quando un leader viene trasformato per anni nel simbolo stesso di una nazione, arriva inevitabilmente il giorno in cui qualcuno deve affrontare la domanda più scomoda: che cosa succede quando il simbolo comincia a pesare più del sistema che dovrebbe rappresentare?
Attenzione: nessuno sta dicendo seriamente che Zelensky cadrà domani mattina. Conserva ancora un sostegno significativo e una parte consistente della popolazione ucraina ritiene che le elezioni vadano rinviate fino alla fine delle ostilità.
Ma il tabù si è rotto.
E quando si rompe un tabù politico, raramente torna integro.
Fino a ieri sembrava quasi sconveniente perfino immaginare un’Ucraina senza Zelensky. Ora, invece, sui giornali occidentali comincia a comparire quella domanda che ogni potere teme più delle proteste: “E dopo di lui?”
Il bello dei grandi racconti eroici è che funzionano splendidamente finché le luci restano puntate sul protagonista.
Poi, però, qualcuno accende quelle della platea.
E improvvisamente si vedono le quinte, i suggeritori, i conti da pagare e soprattutto quelli che stanno già provando il costume del prossimo atto.
A Kiev il sipario non è ancora calato.
Ma qualcuno, a quanto pare, ha già cominciato a guardare l’orologio.
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West Bank, rinasce vecchia colonia. Dall’Ue solo parole
A Gaza City si sono svolti ieri i funerali di 50 palestinesi uccisi nei primi mesi successivi all’ottobre 2023; i corpi sono stati recuperati solo di recente dalle macerie di edifici distrutti dai bombardamenti israeliani. Le vittime appartenevano principalmente a tre famiglie, i cui cari sono stati posti in bare avvolte nelle bandiere palestinesi. Alla processione hanno partecipato migliaia di persone, dando vita a una scena drammatica che riassume il bilancio umano di questi tre anni di genocidio.
Se a Gaza si seppelliscono corpi morti in passato, in Cisgiordania l’espansione dei coloni ridefinisce il presente. A Kadim, nel governatorato di Jenin, 30 famiglie di coloni israeliani, accompagnate dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich, sono rientrate ufficialmente nell’insediamento evacuato nell’ambito del piano di disimpegno del 2005.
Secondo l’attivista Tareq Aghbariyeh tale occupazione produrrà gravi effetti geografici, demografici, economici, agricoli e di sicurezza, mirando a imporre nuove realtà sul terreno per costringere i palestinesi ad abbandonare le loro terre. Kadim è infatti l’ultimo dei quattro insediamenti settentrionali evacuati nel 2005 a essere ripopolato; con il rientro di oggi si completa quanto auspicato da Smotrich e dai leader dei coloni.
A ovest di Hebron, sul Monte Tarousa, le forze israeliane hanno trasportato ieri diverse case mobili nell’avamposto denominato “Doron”, di recente costituzione. I lavori di scavo e livellamento erano iniziati a giugno; all’epoca coloni armati, protetti dai militari, avevano eretto una tenda e un cartello annunciando il nuovo insediamento illegale.
Intanto il portavoce della presidenza palestinese, Nabil Abu Rudeineh, ha lanciato un forte allarme sulle offerte di insediamento nell’area E1 – corridoio di colonie tra Gerusalemme e la Valle del Giordano – e sull’escalation della violenza dei coloni, sostenendo che le continue politiche di Israele contro il popolo palestinese stiano conducendo la regione verso una situazione pericolosa e potenzialmente incontrollabile.
Abu Rudeineh ha inoltre ribadito che non può esserci pace duratura e stabilità senza Gerusalemme est come capitale di uno Stato palestinese indipendente e senza la fine completa dell’occupazione. Non sono mancate le critiche per il disprezzo israeliano verso la comunità internazionale, invitando quest’ultima a sostituire le semplici dichiarazioni di condanna con misure concrete per fermare l’aggressione.
Dichiarazioni come quelle di Francia, Germania, Italia e Regno Unito che ieri in una nota congiunta hanno chiesto a Israele di bloccare l’espansione degli insediamenti, definendo «inaccettabile» la decisione di pubblicare bandi di gara per il progetto E1. Secondo i quattro Paesi, l’insediamento comprometterebbe la prospettiva dei due Stati, «creando una frattura nella Cisgiordania e pregiudicando la continuità territoriale dei Territori palestinesi».
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Italia - 3,4 miliardi in nuovi carri armati. Ecco il warfare del governo
Il Ministero della Difesa sta formalizzando una prima commessa da 3,4 miliardi di euro per l’acquisizione dei nuovi carri armati pesanti Panther KF-51 che saranno costruiti da una joint venture tra la Leonardo e la tedesca Rheinmetall Military Vehicles.
Questo primo stanziamento rappresenta il primo passo di un piano di riarmo molto più ampio – stimato in 23,2 miliardi di euro complessivi – destinato a trasformare in profondità la capacità militare terrestre dell’Italia con l’acquisto di circa 280 carri armati e oltre 1.000 veicoli da combattimento per la fanteria.
Secondo InfoDifesa, la commessa da 3,4 miliardi per il nuovo carro armato Panther KF-51 dovrebbe servire a sbloccare l’avvio della produzione dei primi mezzi e a definire la pianificazione operativa per le unità destinate all’Esercito Italiano.
“La trattativa industriale tra Leonardo e Rheinmetall è entrata nella fase più delicata: l’obiettivo è arrivare alla firma entro settembre, ma il calendario resta legato alle effettive disponibilità di cassa della Difesa. Un eventuale rallentamento contabile potrebbe far slittare la chiusura dell’accordo all’anno successivo”.
La nuova struttura industriale ruota attorno alla joint venture “Leonardo Rheinmetall Military Vehicles”, partecipata al 50% dalla Leonardo e al 50% dalla Rheinmetall. La joint venture è stata creata per sviluppare e produrre i futuri mezzi da combattimento destinati alle Forze Armate italiane.
Il piano prevede due linee principali:
- produzione dei carri armati Panther KF-51, destinati a sostituire progressivamente l’attuale Ariete;
- produzione dei veicoli da combattimento della fanteria A2CS, basati sulla piattaforma Lynx KF-41.
La quota di produzione destinata agli stabilimenti italiani dovrebbe attestarsi intorno al 60% delle attività complessive. In Italia verrebbero svolte lavorazioni su componenti ad alto valore aggiunto, tra cui torrette, elettronica di bordo, sensori, sistemi di comando e controllo, integrazione operativa e supporto logistico.
Un ruolo centrale sarà affidato alla sede di Roma e al polo industriale di La Spezia, con l’obiettivo di rafforzare la filiera nazionale della difesa terrestre e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.
La spesa militare dell’Italia nel 2026 resta al momento fissata al 2,8% del PIL, come è stato comunicato da Roma in sede NATO. Il governo, per ora, ha scelto di non ricorrere ai crediti di guerra europei del fondo SAFE destinati agli acquisti congiunti di armamenti.
Ma la tendenza ad aumentare la spesa militare e ad utilizzarla come leva per l’economia appare ormai strutturale, un vero e proprio sistema di Warfare che sta conformando l’intera Europa. Italia inclusa.
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Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”
L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.
L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.
Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.
Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali non sono stati approfonditi ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:
– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.
– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.
– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.
Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.
Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.
La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.
Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.
Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale”. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.
Mettere a tacere la voce di Hind Rajab
Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
“I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando”, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.
“A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare”.
Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.
Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.
Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.
Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.
I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.
Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.
Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.
Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.
Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.
Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.
La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.
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23/08/2026
Andare ai resti. Giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari dell’insostenibile quotidianità ereditata
di Gioacchino Toni
Dato alle stampe per la prima volta da DeriveApprodi nel 2004, quando ancora gli echi della conflittualità degli anni Settanta, seppur flebili, continuavano a suscitare interesse, per quanto in ambiti sempre più ristretti, Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta di Emilio Quadrelli è stato riproposto dal medesimo editore, dopo una seconda ristampa nel 2014, in un’edizione aggiornata nel 2024, in un’epoca, l’attuale, in cui anche gli ultimi sussurri di quel decennio si sono dissolti di pari passo alla scomparsa di molti di quegli attori sociali che proprio nei Settanta avevano preferito imboccare strade senza ritorno, “andare ai resti”, giocarsi la vita pur di non lasciarla scorrere lungo i binari della triste e ingiusta quotidianità ereditata. È proprio a questi uomini e a queste donne che fa riferimento il testo.
Quanto raccontato dal volume appartiene ormai all’archeologia illegale. Leggere oggi le testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto attivamente quella stagione e le considerazioni che ne deriva Quadrelli, che quel mondo l’ha affrontato in prima persona, consente di guardare all’universo degli anni Settanta senza ometterne le parti più “scomode” e senza i filtri delle narrazioni ufficiali celebrative dell’ordine ri-costituito, degli amarcord da anniversario e delle fantasie dietrologiche ad orologeria. Infine, riprendere Andare ai resti rappresenta anche un piccolo omaggio personale alla memoria del suo autore, Emilio Quadrelli.
Ricorrendo alle metodologie della ricerca etnografica, ovvero all’importanza che questa assegna e riconosce alla narrazione in prima persona degli attori sociali, Quadrelli ricostruisce una particolare parentesi, anomala, breve quanto intensa, del mondo della prigione e degli universi illegali dell’Italia degli anni Settanta. Una stagione capace, a suo modo e analogamente alle insorgenze sociali e politiche che attraversavano la società in quel periodo, di mettere radicalmente in discussione il passato e lo status quo, prima di essere annientata sotto i colpi dell’atomizzazione sociale – diffusa attraverso l’eroina nei quartieri , la ristrutturazione del sistema produttivo, il dilagare della malavita “massificata” e le pratiche disciplinari volte a patologizzare la conflittualità – più ancora che dalla repressione militare. Per quanto sconfitti da un mondo che per mantenersi non ha esitato a smembrare i tessuti sociali e le loro culture solidaristiche diffondendo atomizzazione, solitudine e competitività nei quartieri e sul lavoro, gli uomini e le donne che, seppur per una breve stagione, hanno messo sul piatto la loro incompatibilità con il sistema vigente, i suoi valori, le sue gerarchie e i destini tracciati, hanno scelto di vivere, a loro modo, fino in fondo.
La stagione narrata da Quadrelli prende il via alla fine degli anni Sessanta, quando, soprattutto nelle grandi città del triangolo industriale del Nord, iniziano a diffondersi forme di criminalità del tutto nuove rispetto a quelle tradizionali, che presto assumono la forma delle “batterie” di rapinatori. Per quanto anomale, queste forme di criminalità mantengono legami con l’ambiente proletario da cui provengono. La scelta di “andare ai resti”, di giocarsi tutto e vada come vada, degli uomini e delle donne delle batterie, si colloca all’interno di una visione del mondo irriducibilmente conflittuale e di una propensione a mettersi in gioco in maniera risoluta che, nel corso degli anni Settanta, attraversa una parte importante del corpo sociale, soprattutto la sua componente proletaria e giovanile.
A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice variante dell’economia politica, le “batterie” sembrano ragionevolmente rappresentarne una critica. Perciò, anziché inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle regole del disordine come abitualmente fa la malavita tradizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti della società legittima, e in particolare con le forze dell’ordine, la cornice esistenziale del loro stile di vita. Più che ad accumulare denaro, il loro interesse s’incentra su un accumulo di potenza dove la principale posta in palio sembra essere la derisione del nemico [p. 29].
Gli uomini e le donne delle batterie non pensano alla possibilità di un altro mondo, si muovono nella convinzione che occorra confrontarsi con l’esistente per quello che è e che lo si possa fare o passando la mano o rilanciando. «Buttare sul piatto i resti rimane, in fondo, una scelta forse tragica ma non disperata» [p. 34]. Per quanto nella conflittualità espressa dalle batterie, giocata com’è a livello esistenziale, non sia possibile individuare una qualche forma di coscienza politica, è innegabile, sostiene Quadrelli, che siano in essa ravvisabili elementi di contiguità, di relazione e di scambio con le componenti politiche radicali, a partire dal comune desiderio di prendersi il mondo loro negato e di prenderselo subito; un immaginario generazionale a cui parte del cinema e della musica rock dell’epoca hanno saputo dare immagine e voce. «La figura del rapinatore finisce per incarnare al meglio questo senso di ribellione permanente al realismo del tempo presente e per rappresentare, in quanto utopia, la forma di rottura più radicale» [p. 39]. Una ribellione che ha ben poco di romantico o di disperato, mossa com’è da una dimensione ludica e beffarda dell’esistenza. «Stare in una “batteria” e “andare giù di dure” non è altro che la materializzazione, hic et nunc, di un rapporto di belligeranza dove, a ben vedere, il fine non ha alcuna finalizzazione» [pp. 41-42].
Alla cultura della malavita tradizionale, abituata a ragionare in termini opportunistici, a guardare alle istituzioni come alla “naturale” controparte del gioco a cui sottostare, senza tante storie, nei momenti in cui queste hanno la meglio, gli uomini e le donne delle batterie contrappongono un immaginario completamente diverso, sintetizzabile nella formula “o noi o loro”, in cui non esiste possibilità di dialogo né, tantomeno, di assoggettamento. Se i malavitosi tradizionali considerano il carcere una sorta di “incidente di percorso” al cui interno occorre necessariamente trovare forme di compromesso con le guardie al fine di viverlo “al meglio”, senza porsi il problema di fuggire da esso, i giovani e le giovani delle batterie, una volta in prigione, non intendono negoziare alcunché e progettano sin da subito come tornarsene a casa. Per questi uomini e queste donne, in carcere come durante una rapina, non sono contemplate vie di fuga individuali, si pensa e si agisce sempre per “portare tutti a casa”, come del resto avviene nelle organizzazioni politiche. L’agibilità, in entrambi i casi, sottolinea l’autore, è possibile soltanto in presenza di un contesto sociale disposto, in un modo o nell’altro, a supportare o, almeno, a tollerare tali condotte illegali. La stessa evasione, come ogni altra pratica sociale, «è possibile solo se è legittimata all’interno di un ambito collettivo» [p. 131] sia interno che esterno al carcere.
Il mondo delle batterie, tiene a puntualizzare Quadrelli, non è riconducibile alla figura del “selvaggio”, cara alla letteratura e agli studiosi, che merita di essere “recuperata” attraverso un paternalistico processo di “civilizzazione”. Il “barbaro” delle batterie «è sinonimo di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. […] A differenza del barbaro il selvaggio accetta la logica dello scambio e dell’assoggettamento. È curabile, educabile e socialmente recuperabile» [pp. 52-53]. Ecco l’anomalia con cui le istituzioni e la malavita tradizionale si trovano ad avere a che fare, del tutto incapaci di comprenderne la cultura e la condotta: un’anomalia che porta nelle carceri la belligeranza espressa fuori da esse e che si scontra con un universo penitenziario in cui “l’uomo di rispetto” e la guardia esprimono i medesimi modelli culturali e stili di vita, incentrati sulla gerarchia e sulla pacificazione concertata del territorio, sia esso carcerario o urbano. La cultura irriducibilmente conflittuale, che non contempla mediazioni, espressa dai “duri” e dalle “dure” delle batterie è la medesima che, sin dalla fine degli anni Sessanta, inizia a manifestarsi anche sui luoghi di lavoro da parte di settori non marginali della classe operaia.
L’universo carcerario degli anni Settanta delle principali grandi città del triangolo industriale ne riflette le specificità territoriali e produttive. Alle Nuove di Torino i prigionieri più giovani, perlopiù di origine meridionale, tendono a replicare le pratiche di insubordinazione espresse dall’operaio-massa che contraddistingue il tessuto produttivo del territorio. A San Vittore a Milano il mondo delle batterie si trova a fare i conti, oltre che con la presenza di una preesistente malavita professionale “elitaria”, incline a contribuire al mantenimento dell’ordine carcerario, con il “gangsterismo urbano” i cui membri se da un lato guardano al modello degli “uomini d’onore”, dall’altro mantengono caratteristiche tipiche del mondo della strada. «Si pensano eroi pur agendo da mercanti» [p. 109] e ciò li mantiene in bilico, al momento delle scelte, tra la compatibilità mercantile e la generosità eroica e solidale di chi viene dalla strada. Il carcere di Marassi di Genova, all’opposto di quanto avviene a Torino, è invece contraddistinto dalla presenza di soggetti soprattutto autoctoni sia tra le fila della criminalità tradizionale che in quella delle batterie, in linea con la diversa composizione del mondo del lavoro dei due territori: l’operaio-massa dequalificato, spesso di provenienza meridionale, nella città della Fiat, e una composizione operaia ancora di tipo qualificato nel genovese.
«Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a guardare al mondo carcerario con un certo interesse» [p. 117]. Ragionando su un astratto “movimento carcerario”, tali movimenti, sostiene Quadrelli, faticano ad andare oltre a una dimensione populista incurante della reale composizione del corpo prigioniero nei diversi istituti di pena.
Nel momento in cui le prigioni iniziano a riempirsi di detenuti e detenute per motivi politici è inevitabile che questo universo incontri quello delle batterie di cui, pur con altre finalità, tutto sommato, condivide l’irriducibile avversione al potere e l’insofferenza per la condizione di detenzione. Al di là di singoli casi, il rapporto delle batterie con la politica, sostiene Quadrelli, «sembra segnato da un completo disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la sinistra. Un’impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il loro agire è, in ogni caso, istintivamente portato a schierarsi contro il potere infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo, non raramente, gli offre» [p. 124]. Se difficilmente sono andati in porto i tentativi di parte neofascista e di apparati dello Stato di ricorrere alla manovalanza delle batterie di rapinatori, ciò, sostiene l’autore, è dovuto più alla «distanza culturale che separa questi gruppi da qualunque ipotesi di potere» [p. 124] che non a prese di posizione ideologiche.
Nemmeno l’apertura delle carceri speciali, per quanto riduca drasticamente le possibilità di fuga, doma del tutto il “modo d’essere” degli uomini e delle donne delle batterie e della guerriglia. Più che l’inasprimento delle forme di detenzione, a modificare le cose all’interno degli speciali è, secondo Quadrelli, il prendere piede di un sempre più ossessivo meccanismo di controllo tra gli stessi prigionieri:
Cominciano a formarsi, all’interno delle carceri speciali, dei dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come comitati di salute pubblica, incaricati di passare al setaccio i comportamenti quotidiani di ogni prigioniero. Un meccanismo contorto, paranoico e grottesco al contempo [...]. Un clima che incrina e azzera quello che era stato il collante principale della comunità prigioniera: la fiducia [p. 165].
All’idea di giustizia vigente sino ad allora tra i banditi e i guerriglieri prigionieri basata sulla netta distinzione “noi/loro”, si «sovrappone, pur mantenendone alcune retoriche formali, una giustizia modellata su organismi autonomi e dotati di un potere/sapere autoreferenziale», un meccanismo che concentra il potere nelle mani di una casta burocratica di detenuti che non ammette negoziazioni in quanto deriva il suo giudizio da «un’indagine “scientificamente” accertata» [p. 169]. In men che non si dica il potere effettivo scivola nelle mani di piccoli e insignificanti funzionari che, inaspettatamente, scoprono di disporre, letteralmente, della vita e della morte dei compagni di detenzione, e infine il meccanismo giunge, per inerzia, a funzionare autonomamente. I primi ad entrare nel mirino di questo meccanismo sono i politici.
L’avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari grado per diventare l’altro, lo straniero, il diverso, l’anormale. La sua “errata” impostazione politica è tale perché viziata da un’anomalia di fondo che, non raramente, presenta tratti oscuri e ambigui. Il compito della nuova macchina governativa sarà proprio quello di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni [p. 173].
Un simile meccanismo cancella il concetto di biografia e storia individuale, sostiene Quadrelli, una biografia al contempo individuale e collettiva. Alla luce della macchina del controllo, le biografie perdono d’importanza, le identità dei prigionieri sono azzerate e riscritte sulla base delle osservazioni e delle indagini interne svolte da un manipolo di piccoli funzionari che alimentano la propria funzione nello scovare a tutti i costi la “cancrena” da cui liberare l’universo carcerario.
Prima di implodere definitivamente, la “comunità” utilizza i processi di epurazione come una sorta di pozione magica. Sullo sfondo vi è la restaurazione immaginaria di una comunità purificata, senza macchie e senza colpe. I primi a essere colpiti devono essere gli “infami”. Ben presto, però, il termine perde ogni riferimento empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non rientri nei canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della “comunità”. Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili del fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di sangue che, sempre di più, la “comunità immaginata” sembra richiedere [p. 193].
Il carcere passa presto sotto al controllo delle “masse senza storia”, provenienti soprattutto dalle fila della Nco cutoliana e dalla Nuova Famiglia, portatrici di una mentalità incompatibile con quella introdotta nelle carceri dai banditi che mina definitivamente la coesione tra i prigionieri. Mentre le batterie si legittimavano socialmente nell’affrontare il “nemico esterno”, i giovani camorristi individuano il loro obiettivo strategico all’interno del loro mondo. È insomma lo scontrarsi di due modelli sociali, due stili di vita e culture che attraversano l’interno come l’esterno del carcere. Scrive a tal proposito Quadrelli che il conflitto tra questi due blocchi sociali
può essere letto come uno degli aspetti che hanno caratterizzato il passaggio dall’epoca in cui la centralità della fabbrica disegnava e influenzava, in un processo a cascata, gli stili di vita di gran parte delle classi sociali subalterne o dei ribelli transfughi delle classi sociali benestanti, a un’epoca in cui, con il venir meno della centralità politica del proletariato industriale, decade ed evapora un modello sociale e culturale incentrato sulla solidarietà e la cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita che, fuor di metafora, ricorda le logiche evocate dallo stato di natura. In questo processo elementi di arcaicità si saldano con le più innovative pratiche cosiddette postmoderne. La condotta delle masse camorriste sembra mostrare chiaramente il riaffiorare di elementi arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita metropolitani [p. 198].
A palesare la portata della trasformazione è il differente rapporto che banditi e camorristi instaurano con il territorio in cui vivono: un rapporto di appartenenza, internità e inclusione per i primi e di pura dominazione per i secondi. Se l’universo dei banditi è «impregnato di tempo storico e di memorie di classe», quello delle masse camorriste è pervaso «da una dimensione atemporale e da un pragmatismo tanto cinico quanto rozzo». Queste ultime «crescono in una sorta di limbo astorico dove tutto va “come è sempre andato”» [p. 204] in cui non è contemplata nemmeno l’idea di emanciparsi da esso.
I camorristi, al pari di qualunque massa, anche nei momenti di massima potenza ed espansione manterranno sempre un oggettivo rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo, più che il risultato di una connivenza al vertice tra criminalità organizzata e apparati istituzionali – tesi buona per tutte le stagioni e che finisce con lo spiegare sempre tutto e nulla – sembra essere piuttosto il tradizionale e scontato comportamento delle masse perennemente estranee alle trasformazioni storiche e sociali. Rinchiuse nella loro arcaicità, osservano impotenti e disinteressate l’accadere del mondo, nel quale il loro spazio sembra essere sempre troppo stretto. La subordinazione al potere, pertanto, più che l’effetto di accordi strategici appare come un dato di fatto inamovibile [pp. 217-218].
Nelle carceri maschili, ad un certo punto, la “fratellanza” tra detenuti viene spazzata via dalla violenza cieca e indiscriminata delle vendette interne, dalle imposizioni gerarchiche camorriste e dalle pratiche “epurative” di alcuni settori della lotta armata alla paranoica ricerca di un “nemico interno” da sanzionare o eliminare per “risanare” il corpo politico carcerario. In ambito femminile, invece, la “sorellanza” che si è creata tra le prigioniere a partire dai primi anni Settanta, una volta emarginata la vecchia criminalità, resiste più a lungo. Quadrelli ritiene «che nel quadro dell’obiettiva subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l’essere sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle dei colleghi maschi» [p. 239]. Non è un caso che il pentitismo, sia politico che comune, abbia toccato soltanto marginalmente l’universo femminile e che questo non abbia sostanzialmente conosciuto la ferocia “epurativa” dei maschili né il fenomeno della cogestione delle rivolte dei politici con i camorristi.
A differenza degli uomini che, anche quando imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto, l’insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e culturale. [...] Per questo quando le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a rendere pressoché inossidabile il legame di “sorellanza”. Ancora prima di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono donne che hanno scelto, e per farlo non hanno dovuto semplicemente infrangere la legge ma battersi e modificare i micro rapporti di potere della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i modelli di gerarchia considerati inamovibili [pp. 239-240].
A partire dalle testimonianze raccolte, l’autore ritiene che, mentre per i detenuti maschi la rivolta contro il carcere si manifesta come una lotta di potere, per le donne, invece, lo scontro con l’istituzione totale diviene «pratica di liberazione finalizzata alla disarticolazione dei rapporti di dominio» [p. 254]. Quella espressa dalle donne sarebbe dunque, sostiene Quadrelli, una sorta di “inimicizia esistenziale”, non dissimile da quella del colonizzato nei confronti del mondo coloniale, che può evolversi anche in forme politiche. È a partire dallo scarto tra affermazione di potere (maschile) e pratica di liberazione (femminile) che, secondo l’autore, si spiega la tenuta più estesa della sorellanza tra le detenute rispetto alla fratellanza nelle sezioni maschili.
Come per i combattenti vietnamiti, e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi, resistere è già vincere. Resistere, non tanto per affermare un improbabile rapporto di potere, ma per testimoniare una presenza, un modello di relazione, un’identità irriducibile alle logiche del dominio. Nei maschili l’obiettiva impossibilità di continuare a combattere, sul piano militare, finisce con il fare implodere gran parte dei rapporti sociali e dei legami solidali, dando il via a un gioco al massacro dove l’unica logica sembra essere: solo i più forti sopravvivono. In altre parole, solo la forza individuale può garantire la possibilità di affermazione e sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece, un io collettivo. Perché esse saggiamente sanno che si è deboli o forti come collettività e comunità [pp. 256-257].
Le carceri femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche dopo il 1977, quando ormai, sostiene Quadrelli, a differenza della generazione precedente, la scelta di imbracciare le armi più che da solide motivazioni ideologiche deriva dalla rabbia, dall’odio, dall’insofferenza e dall’impazienza di buttare tutto all’aria. Stando a diverse testimonianze raccolte dall’autore, la “sorellanza” all’interno dei femminili inizia a sgretolarsi soltanto dopo il 1983, e se tali sezioni, come detto, sono toccate soltanto marginalmente dal “pentitismo” e dalla deriva “epurativa” di alcune formazioni guerrigliere, a far implodere i vincoli di solidarietà concorrono piuttosto in maniera rilevante le logiche di governamentalità assunte dall’istituzione totale volte a patologizzare ogni forma di conflittualità isolando l’individuo dalla sua appartenenza ad ambiti collettivi.
A differenza delle sezioni maschili, in cui i vincoli di solidarietà sono già allentati da derive interne al corpo detenuto, quelle femminili reggono fino ai primi anni Ottanta, per poi crollare con il mutare della composizione del corpo prigioniero, sempre più composto da tossicodipendenti, e con il prendere piede del processo di medicalizzazione dei soggetti conflittuali. Fino a tutti gli anni Settanta i comportamenti conflittuali, in tutte le loro molteplici espressioni, sono interpretati come varianti, più o meno estreme, di conflitto sociale e come tali vengono contrastati dalle istituzioni. Con il passaggio al nuovo decennio l’idea stessa di “conflitto” viene accantonata in favore di quella di “disagio”, dunque i comportamenti considerati illegittimi
non sono più trattati in termini di repressione, o meglio non solo, ma prevalentemente di cura. Le pratiche illegali, indipendentemente dalla loro natura, non configurano più, pertanto, l’esistenza di un’altra città, di un’altra morale o di stili di vita forse illegittimi, ma profondamente radicati e completamente normali in determinati mondi sociali. [...] Spostando l’attenzione dal conflitto alla patologia esplicitamente si ammette che la società è una ed è tale perché comunemente condivide un unico insieme di valori. [...] Compito prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare tutti i suoi figli e riportarli nell’ambito dei valori comuni [pp. 266-267].
Gli anni Ottanta si aprono dunque con un vero e proprio cambio di paradigma di controllo sociale derivato, sottolinea Quadrelli, non da un progetto pianificato a tavolino, ma dal constatare empiricamente, strada facendo, l’efficacia di «un intervento improvvisato che inizia a prendere forma nel momento in cui il fenomeno eroina assume sempre più i tratti dell’emergenza. Da “corpo ribelle”, il mondo carcerario si trasforma in “corpo malato”, sostanzialmente docile e mansueto» [p. 270]. Insomma, a mandare in frantumi il mondo della “sorellanza” sono soprattutto l’eroina, la medicalizzazione del conflitto, la rilegittimazione della malavita tradizionale e, a partire dalla metà del decennio, la presenza sempre più massiccia all’interno delle carceri di donne straniere portatrici di culture e condotte aliene a quel mondo, con il conseguente riemergere dell’importanza della linea del colore anche all’interno del corpo prigioniero.
Più che le leggi sui “pentiti” e i “dissociati” – strumenti che «appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei conflitti, politici e sociali, all’interno dei quali la relazione di inimicizia è giocata in tutta la sua intensità» [pp. 279-280] –, la «stragrande maggioranza dei guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori, troverà all’interno della nuova legge penitenziaria lo strumento, apparentemente tecnico, per porre fine allo stato di guerra degli anni precedenti» [pp. 281-282]. Una tecnica disciplinare capace di estendersi all’intero corpo sociale tutto sommato, sostiene Quadrelli, «non dissimile da quella messa in atto dai comitati di salute pubblica all’interno delle carceri che, non incidentalmente, si preoccupa in prima battuta di azzerare le biografie individuali sedimentate dagli eventi storici per sostituirle con le biografie legittime costruite dal potere-sapere degli apparati di controllo» [p. 282]. Una riforma penitenziaria che, spostando «l’ordine del discorso dalla storia al patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale» [p. 282], «non ha sicuramente contribuito a decarcerizzare la società ma, semmai, a dilatare, estendere, fino a rendere normale e trasparente la forma carcere ben oltre le sole mura penitenziarie» [p. 287].
Il capitolo introduttivo1 di cui si avvale la nuova edizione (2024) del volume di Quadrelli, steso per l’occasione insieme a Bruno Turci, avvalendosi di diverse testimonianze, puntualizza come l’episodio dell’uccisione di Francis Turatello, avvenuta nell’estate del 1981 nel carcere di Nuoro, sia dunque da leggere come manifestazione non dell’inizio della fine di una stagione particolare della criminalità di questo Paese, ma come evento permesso da una fine avvenuta già da almeno un paio di anni. La figura di Turatello «non ha nulla di romantico e solo in parte ha a che fare con la cornice culturale ed esistenziale delle batterie degli anni Settanta. Turatello è figlio di un’altra epoca anche se, non diversamente dalle batterie, rappresenta una rottura radicale rispetto ai mondi tradizionali della malavita» [p. 7]. Si tratta di un gangster interessato a fare soldi fornendo, con le sue bische, un servizio che, per quanto illegale, appare legittimo agli occhi della maggioranza della popolazione milanese, un uomo di potere, certo, che però non esercita in maniera dittatoriale, alla maniera della criminalità organizzata, più propenso al “vivi e lascia vivere” e che ognuno si occupi del proprio settore senza interferire con quello altrui. «Turatello è figlio di quella mentalità dove l’essere un “bravo ragazzo”, di qua la sua obiettiva affinità elettiva, culturale più che esistenziale, con il mondo delle batterie, è il solo e unico passaporto che conta» [p. 9]. Ed è per questo che, nonostante amasse dichiararsi di destra, non si è prestato alle richieste di collaborazione dello Stato per darsi da fare all’epoca del sequestro Moro «perché lui è un “bravo ragazzo” e “bravi ragazzi” sono i brigatisti mentre, per definizione, chi sta con lo Stato è solo un infame» [p. 22]. In un mondo ormai cambiato, dentro e fuori dal carcere, in cui la ventata di illegalità barbarica è stata rimossa, e con essa il senso di appartenenza collettiva e l’idea stessa di lotta, la “nuova società” degli anni Ottanta
può certo felicemente convivere con ogni forma di organizzazione criminale, ma non può tollerare gangster e banditi. È il tempo storico di Turatello a venir meno e, con questo, quello di un’intera tragica epopea. Ma il tempo storico che segna la fine dell’epopea di Turatello è esattamente il tempo storico entro il quale tutti noi siamo costretti, così come quella tragica epopea è stata per intero anche la nostra epopea poiché, tutti, siamo stati da una parte o dall’altra della barricata. Del resto, in mezzo, può starci solo la barricata [p. 23].
Ecco perché quell’uccisione, che soltanto pochi anni prima sarebbe stata impensabile all’interno delle carceri, secondo Quadrelli, Turci e diversi altri intervistati, segna un’avvenuta trasformazione e non il suo inizio.
L’ultima parte del volume è dedicata allo spaesamento esistenziale patito dagli uomini e dalle donne che hanno vissuto conflittualmente gli anni Settanta e all’avvento di un nuovo tipo di illegalità di cui sono portatori soprattutto soggetti immigrati. Nel momento in cui l’ordine che hanno osato infrangere è stato ristabilito in forme nuove, per certi versi ancora peggiore di quello dell’ancien regime precedente, banditi e guerriglieri, privati della loro identità personale e collettiva, incapaci di riconoscersi nel nuovo panorama carcerario, all’uscita si ritrovano catapultati in un mondo completamente mutato in cui non esiste più quel contesto sociale che aveva legittimato o, almeno, tollerato le loro vecchie scelte. Comune a molti uomini e donne intervistati è la lucida consapevolezza che la loro nuova condizione di vita, grigia, competitiva, gerarchizzata e individualizzata, non è una sorta di pena accessoria a cui sono condannati per il loro passato turbolento, ma è la tragica normalità vissuta da tutti e tutte fuori dal carcere.
Circa il nuovo tipo di illegalità immigrata, occorre tener presente che il volume è stato steso da Quadrelli all’inizio del nuovo millennio e che nel frattempo il fenomeno ha inevitabilmente subito evoluzioni. L’autore inquadra il nuovo contesto immigrato all’interno di una realtà più generale in cui
il problema intorno al quale ruotano le esistenze di ampie quote di popolazione subordinata [consiste nella] assenza di una dimensione storica propria all’interno della quale esercitare la particolarità dei propri diritti. Una condizione che attraversa, con diversi gradi d’intensità, l’insieme delle classi subalterne. La reale differenza tra i barbari di ieri e la moltitudine selvaggia di oggi non è che lo scarto tra un’epoca in cui le classi sociali subalterne ponevano al centro della loro pratica sociale e politica l’affermazione dei propri diritti e una dove l’idea stessa di imporli è svanita. [...] La tendenza è la ricerca di vie di fuga individuali o di forme di microdominazione nei confronti di chi si mostra più debole. In tutto ciò non vi è nulla di nuovo ma il bieco e realistico riconoscimento degli inossidabili rapporti di dominazione [p. 329].
La generazione che si è spesa “andando ai resti” negli anni Settanta, oltre che per l’irriducibilità conflittuale con cui è scagliata contro l’esistente, si è contraddistinta anche per aver partorito figure di analisti sociali capaci di offrire chiavi di lettura non convenzionali ancora preziose. Emilio Quadrelli è l’espressione esemplare di un universo conflittuale che, con tutti i limiti e le tragedie di quella stagione, merita ancora oggi di essere conosciuto.
Note
1) Si veda a tal proposito lo scritto pubblicato in due parti uscito su “Carmillaonline”: Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 1, «Carmillaonline», 25 Febbraio 2023 e Emilio Quadrelli e Bruno Turci, Il mondo della prigione tra alterità e realismo storico. La morte di Francis Turatello / 2, «Carmillaonline», 28 Febbraio 2023