Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/08/2026

Dobbiamo fare molta attenzione a direct lending ed Etf

di Alessandro Volpi

Il “nuovo” capitalismo finanziario, partorito dal neoliberalismo, ha a disposizione strumenti pressoché inesistenti fino a dieci anni fa e ora assai diffusi presso i comuni risparmiatori. Si tratta in particolare del “direct lending”, il sistema di prestiti al di fuori del sistema bancario, e degli Etf, un particolare tipo di fondo d’investimento che ha l’obiettivo di replicare l’andamento di un indice azionario, obbligazionario o di materie prime.

La convergenza tra l’esplosione del direct lending, l’iper-concentrazione degli Etf e la vulnerabilità delle Big Tech, che hanno perso in un mese oltre il 25% del loro valore, ha creato un ecosistema finanziario caratterizzato da una fragilità strutturale con una probabilità di crisi sistemica superiore al 25% nel prossimo biennio. Il mercato del direct lending è passato da una “nicchia” di 300 miliardi di dollari nel 2010 a una massa imponente di oltre tremila miliardi nel 2026, con un tasso di crescita annuale del 14% che ha sottratto quote di mercato enormi al sistema bancario tradizionale, portando i fondi di private credit a gestire oggi circa il 50% dei finanziamenti alle medie imprese negli Stati Uniti e il 35% in Europa.

Parallelamente il peso degli Etf è letteralmente esploso, passando dai duemila miliardi di dollari del 2013 agli oltre 14mila miliardi di dollari del 2026, rappresentando oggi oltre il 54% di tutti i capitali investiti in fondi azionari negli Stati Uniti e determinando una situazione in cui la liquidità offerta agli investitori su base giornaliera contrasta con l’illiquidità dei titoli sottostanti in caso di panico.

In altre parole, gli Etf sono finanziati dal risparmio diffuso, a partire dai fondi pensione ma gli stessi fondi non sono sicuri di riavere per intero, in tempi brevi, il proprio investimento finanziario. Il rischio principale risiede nella concentrazione senza precedenti del mercato azionario, dove le sole “Magnificent Seven” (ossia Alphabet/Google, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla) sono arrivate a pesare per circa il 29%-31% dell’intero indice S&P 500 e per quasi il 20% dell’indice Msci World, con multipli prezzo-utili che in alcuni casi superano di 1,5 volte la media storica degli ultimi venti anni.

Se queste società dovessero subire una correzione drastica superiore al 20%, si innescherebbe un effetto domino alimentato dagli algoritmi degli Etf che venderebbero in modo automatico per ribilanciare i portafogli, drenando liquidità dal mercato proprio nel momento di massima necessità. Questa contrazione della liquidità colpirebbe immediatamente il settore del direct lending, che non dispone dei cuscinetti di capitale richiesti alle banche commerciali dai protocolli di Basilea III e che oggi opera con un livello di leva finanziaria media che spesso supera il rapporto 1:1 tra debito e capitale proprio.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha avvertito che il tasso di default nel private credit potrebbe balzare dal fisiologico 2% a picchi del 5,5% o 6% in uno scenario di tassi elevati, ormai sempre più probabile per l’inflazione generata dalle guerre e per il  rallentamento tecnologico, mettendo a rischio la stabilità di fondi che gestiscono migliaia di miliardi di risparmi istituzionali e fondi pensione.

Il pericolo sistemico è amplificato dal fatto che circa il 15% dei prestiti nel direct lending è oggi classificato come “covenant-lite”, ovvero privo di clausole di protezione per il creditore, una percentuale quadruplicata rispetto al 2015. In caso di crollo delle Big Tech, la svalutazione degli asset collaterali porterebbe a margin call forzate – a ricoperture molto costose – e a una paralisi del credito privato, stimando che una perdita di valore del 30% nel settore tecnologico possa causare un buco di liquidità nel sistema finanziario non bancario pari a circa 1.200 miliardi di dollari, rendendo la crisi del direct lending la possibile “Lehman Brothers” del sistema finanziario ombra, dato che i legami tra banche tradizionali e fondi di credito sono opachi per il 40% delle esposizioni totali.

In estrema sintesi, il modello dei liberal di dare per spacciato lo Stato sociale per sostituirlo con questi strumenti finanziari ci porta a navigare in mari in tempesta e in rotte sconosciute. Intanto la Germania del cancelliere Friedrich Merz, proveniente da BlackRock, fa da apripista confezionando un nuovo sistema pensionistico basato sui fondi internazionali.

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Ceuta parla di noi, ma siamo sordi

Abbiamo visto tutti la valanga di esseri umani, che a rischio della vita, si gettavano in acqua, emergevano sulla riva della città spagnola di Ceuta, ultimo residuo in Marocco di un immenso impero coloniale, e poi in massa si riversavano nelle vie.

Ecco “l’invasione”, rappresentata così come l’annunciano i fascisti e i razzisti in tutto l’Occidente. I franchisti di Vox hanno urlato contro il primo ministro socialista Sanchez: è colpa del suo permissivismo! Giorgia Meloni e il suo governo hanno minacciato di chiudere le frontiere con la Spagna, anche se con quel paese di frontiere non ne abbiamo.

Il governo spagnolo ha subito inviato l’esercito, mentre fioccano le spiegazioni che ignorano la sostanza, ma che servono al dibattito politico.

La Corte Costituzionale spagnola ha recentemente sentenziato che chi viene dal mare non può essere respinto come chi viene da terra.

Anni fa la polizia aveva brutalmente fermato i migranti attorno ai muri e alle barriere di fili spinato di Ceuta, massacrandoli di botte. Ora sui social si era subito diffusa la voce che per chi veniva dal mare anziché dal deserto, non ci sarebbe stata la stessa feroce accoglienza. E così migliaia di persone si sono buttate nel braccio di mare che separa la costa del Marocco dalla città spagnola.

Sì, ma come è possibile che la polizia marocchina non li abbia fermati, si chiedono politica e media. E allora ecco le spiegazioni geopolitiche: il regno del Marocco è totalmente legato a Trump e Netanyahu, cosa verissima, e quindi ha permesso ai migranti di invadere la Spagna, per punire Sanchez delle sue posizioni sulla Palestina, di quelle sulla guerra in Iran e dei suoi accordi con l’Algeria. Anche questo è sicuramente vero.

In Marocco c’è una dittatura poliziesca che controlla tutto, decine di migliaia di migranti possono muoversi tutti assieme solo se il regime lo permette. Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli USA, affronta la questione migrante.

I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.

L’Italia fa questo con i governi libici, la Spagna con il Marocco, la Francia con le sue ex colonie. E poi ci sono i muri dell’est Europa. Vi ricordate quando la polizia polacca bombardava di acqua gelata e lacrimogeni gli accampamenti di migranti, alla frontiera con la Bielorussia? E Ursula von der Leyen applaudiva, proclamando che quei migranti fossero “armi improprie” della Russia.

Ecco quello che ancora una volta tutte le spiegazioni geopolitiche ignorano e cancellano: la realtà umana della questione migrante.

Il fatto che decine di migliaia, milioni di persone, rischino la vita in mare, nei deserti, nel gelo, per arrivare qui in Europa, dovrebbe essere affrontato come una gigantesca questione sociale, civile e morale, invece che come un problema di sicurezza.

Eppure tutti i paesi europei oramai considerano la questione migrante come un problema di ordine pubblico. Ed è ovvio che se quella poliziesca è la sola vera risposta politica, crescono i fascisti e i razzisti che continuano ad urlare: “non siete sufficientemente feroci”.

Il sistema capitalista europeo e occidentale sta sempre più diventando un sistema razziale. I migranti servono in modo determinante all’economia, ma purché stiano al posto loro e con regole fatte solo per loro. È l’apartheid verso i migranti che si sta diffondendo in Europa e anche gran parte delle forze che si dichiarano progressiste non intendono metterlo in discussione

“I migranti abbassano i salari, rubano le case, deteriorano la sanità pubblica”, questo è il messaggio che, con un uso reazionario del “socialismo”, diffonde l’odio antimigrante tra le classi popolari native dei paesi europei.

Non è così, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale è opera delle politiche economiche liberiste attuate da decenni, e non delle migrazioni, ma cosa conta la realtà rispetto ad una narrazione martellante intollerante?

Se non si saprà affrontare la questione migrante senza finanziare i lager di regimi tirannici, ma contribuendo davvero allo sviluppo dei paesi poveri, senza colonialismo. Se non si accolgono i migranti con parità di diritti per far crescere i diritti di tutti. Se insomma non si affronta la questione migrante come la prima questione sociale della nostra epoca. Se si rimuove il fatto che coloro che si gettano in mare a Ceuta sono persone come noi, il degrado dell’Europa verso i peggiori mostri della sua storia sarà sempre più rapido.

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01/08/2026

Avere vent'anni: Voivod - Katorz

I Voivod potrebbero rappresentare di per sé un concept sci-fi su una band che non muore mai, nonostante svariate avversità sopraggiunte per cercare di ucciderla: il Fato ci prova una prima volta quando la formazione fallisce l’approdo a circuiti più mainstream con Angel Rat, nonostante la presenza del produttore dei Rush, con il successivo smembramento di una formazione originale già compromessa. La sorte ci ritenta alle porte del nuovo millennio, quando un incidente stradale manda in coma il sostituto di Blackie, Eric Forrest. Il celebre proverbio parla dell’ineluttabilità di un terzo episodio, che sarà il più funesto di tutti: un tumore reclama la vita di Piggy, che aveva già sofferto di analoghe problematiche anni prima, superate solo grazie a una terapia farmacologica sperimentale. Il letale cancro al colon, diagnosticato tardi, giunse mentre i Voivod stavano cercando di arrampicarsi nuovamente verso un più adeguato bacino di utenza. Ad aiutarli era arrivato Jason Newsted, un veterano di gioie e dolori dello showbiz.

In un periodo compreso tra un tour americano con i Sepultura e l’Ozzfest 2003, la band tirò fuori un bel po’ di improvvisazioni grezze; Newsted prese le registrazioni di quelle sessioni, le riorganizzò su dei CD a casa sua e le spedì ad Away, che a sua volta le passò a Piggy. A quel punto, partendo da quegli spunti nati in giro o nella sala prove di Montreal, il chitarrista si mise a lavorare da solo o con l’ex bassista dei Metallica al computer per comporre e registrare le tracce di chitarra definitive di un disco che purtroppo non riuscì ad ascoltare. Morì a fine agosto del 2005 e i suoi amici si strinsero attorno alla famiglia, celebrando un funerale vichingo con tanto di feretro adagiato nel letto del fiume in barca e dato alle fiamme, per poi prendere per un periodo strade diverse. Away, per esempio, si concentrò sugli artwork su commissione. Ma più i mesi passavano e più era difficile resistere al richiamo di quella musica registrata dall’amico scomparso, che chiedeva di essere liberata definitivamente. Si trattava di alcune ore di riff registrati già in formato canzone, qualche beatbox primitivo e qualche bozza vocale.

La sfida non era esente da criticità che andavano al di là dell’aspetto emotivo. Dal punto di vista tecnico, l’ostacolo principale riguardava l’assenza totale di un metronomo o di un click. Piggy aveva inciso le sue tracce di chitarra a casa senza alcun freno emotivo e, di conseguenza, il tempo non era costante, ma “ondeggiava” continuamente, subendo accelerazioni e rallentamenti impercettibili ma cruciali. Al batterista Away toccò l’ingrato ma anche affascinante compito di inseguire il suo amico di una vita, ovvero incidere le proprie parti su una chitarra già registrata, invertendo il normale processo di studio. È stato un compito titanico, in cui ha dovuto danzare tra i passaggi di Piggy per fare in modo che il groove risultasse naturale e solido, e non un impasto rigido o scollato. Un’impresa che affrontò appendendo nello studio di registrazione un poster dell’amico, così da percepire ancora più vivida la sua presenza nelle stanze degli studi di registrazione. A questa criticità si sommava la natura grezza delle tracce di basso fornite inizialmente da Jason Newsted: registrate su una sedia a dondolo del portico della sua casa a San Francisco con un mini-amplificatore da 10 Watt direttamente connesso al Mac di D’Amour, presentavano una resa dinamica e un volume d’ambiente che il produttore Glen Robinson dovette isolare, ripulire e sottoporre a un processo di re-amping per uniformarle alla potenza distorta delle chitarre.

Del resto, Robinson aveva inciso con loro il capolavoro Nothingface, e il suono qui, rispetto all’omonimo album, ha sfumature diverse: magari meno corposo, ma più crudo e onesto. Con chitarre più sature, graffianti e dominanti, il basso di Newsted svicola da ogni effetto e pulsa con una potenza tellurica. Se l’album del 2003 si muoveva verso coordinate che fondevano riff stoner e il grezzume dei loro primi lavori con un tocco di Motörhead, Katorz aggiunge una particolare attenzione su un riffing ciclico che si fa caotico e disorientante e, per forza di necessità, guida gli altri tre compagni.

L’attacco di The Getaway è votato all’assalto senza troppi fronzoli, come fu Gasmask Revival sul predecessore; come in quel caso, ci sono riferimenti abbastanza palesi al conflitto in Iraq. In generale, si ha l’impressione che Katorz sia stato il disco con la maggiore attenzione alla politica e alle tematiche sociali della storia della formazione, con la fantascienza messa da parte perché la cruda realtà era diventata già abbastanza bellicosa di suo. Mr. Clean, un pezzo con un incedere quasi degno dei primi Clutch, conferma questa intenzione, vestendo i panni dell’intolleranza che vuole occuparsi di una pulizia fin troppo approfondita, praticamente etnica (“Last call for the rascals, Mr Clean said…”, “Who will be the next one to get thrown out, just like a garbage bag, you’ll join your friends”, “The homos out, the poor out, the coloured out, the stripped out, the stained out, wipe them all, wipe them all, wipe them”). La traccia culmina in un assolo rumorista e destrutturato, una delle ultime geniali invenzioni di Piggy, posizionato proprio in mezzo al delirio di onnipotenza di Mr. Clean, ormai appagato dall’aver spazzato via ogni diversità e aver reso la società un deserto omogeneo, conformista e privo di qualsiasi estro (“nice and clean society”), al grido ironico di “long live democracy!”.

Lo strascicato ritmo di Red My Mind sembra svilupparsi come un vero e proprio sequel ideale di Bio-TV, e il testo (“It has to stop, I’ve had enough, I used to be good, now I’m bad for good”) sembra complementare alle ossessioni di “Bio-TV is what you’ll be, Bio-TV is what you need”. Pur essendo un disco apparentemente più immediato rispetto a quelli del periodo con E-Force alla voce, a tratti si percepisce la suggestione che le atmosfere e quelle chitarre cigolanti si riallaccino a Phobos: sono figlie dello stesso piacevole smog sonoro, l’inquinamento algido che ti fa sentire a casa. No Angel è invece coperta nel finale da una sana coltre rumorista che seppellisce ogni cosa, compreso il cantato ringhiante di Snake, addizionato da alcuni botta e risposta vocali hardcore e un’accennata nenia. L’epilogo rappresenta forse il momento migliore del disco: The X-Stream rispolvera l’immediatezza e il tiro degli esordi ed è puro sollazzo in stile Motörhead, ancorato su un giro molto semplice. I più nerd la ricorderanno tra i livelli più basilari di un primitivo Guitar Hero II; ancora oggi mi domando come sia finita in quella scaletta.

Difficilmente però i videogiocatori avranno scoperto così i Voivod: Katorz non è un disco per incominciare, rappresenta semmai una maniera per iniziare a concludere qualcosa, la lunga elaborazione di un lutto, la sindrome dell’arto fantasma che però afferra ancora le cose e le scaglia in giro (Polaroids è l’ennesima dimostrazione dell’arte di Piggy in ogni fase della struttura del pezzo: riff, assolo, chiusura). È il progressive in senso lato, nell’assemblaggio di un album a rate e in momenti diversi, come se stessero costruendo una delle bellissime e conturbanti navicelle spaziali degli artwork curati da Away. Nell’ultimo minuto del disco, un frammento acustico: si ha come la suggestione cinematografica di D’Amour che di soppiatto accende la sua piccola astronave nel retrobottega e pian piano scompare nell’immensità dello spazio, diventandone parte. (Federico Francesco Falco)


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Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione

Non si è ancora conclusa l’ondata repressiva seguita alla manifestazione No Tav di sabato scorso in Val di Susa. Mentre la Procura di Torino continua a scandagliare migliaia di immagini raccolte da telecamere e droni per individuare altri manifestanti, due giovani cittadini tedeschi di vent’anni restano nel carcere Lorusso e Cotugno in attesa della decisione del giudice sulla richiesta di custodia cautelare.

Fermati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere di Chiomonte, i due sono accusati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. Davanti al giudice hanno respinto ogni addebito, mentre i loro difensori, gli avvocati Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto l’immediata scarcerazione. La Procura, invece, insiste sulla necessità della custodia cautelare.

Intanto il bilancio dell’imponente dispositivo di sicurezza predisposto nei giorni del Festival Alta Felicità continua ad assumere dimensioni impressionanti. Prima ancora della manifestazione erano stati notificati sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e numerosi provvedimenti di allontanamento nei confronti di attivisti stranieri. Tre cittadini francesi sono stati respinti alla frontiera, mentre due cittadini tedeschi sono stati espulsi con divieto di rientrare in Italia per tre anni perché trovati in possesso di passamontagna e fionde.

Il dato che colpisce maggiormente riguarda però l’attività di controllo generalizzato. Dall’inizio del festival le persone identificate sono state circa 3.300: quasi duemila tra giovedì e sabato nelle aree di Venaus, Torino e lungo i percorsi verso il Festival Alta Felicità; oltre mille durante il rientro dalla valle tra domenica e lunedì; altre 436 dopo gli scontri di sabato pomeriggio.

Una gigantesca operazione di schedatura preventiva che conferma come la Val di Susa continui a rappresentare il principale laboratorio delle politiche di controllo del dissenso. La Digos sta ora passando al setaccio le immagini raccolte da droni e telecamere per attribuire responsabilità individuali e individuare altri partecipanti agli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero.

Secondo gli investigatori, tra i manifestanti sarebbe stata particolarmente significativa la presenza di attivisti provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna, ricondotti genericamente al cosiddetto “blocco nero”. Una definizione che torna puntualmente nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, ma che continua a indicare più una categoria politico-mediatica che un’organizzazione concretamente individuabile.

L’idea di un nuovo reato associativo

Ma è sul piano politico che si registra la novità più significativa. Sull’onda degli scontri in Val di Susa, Fratelli d’Italia ha annunciato una proposta di legge destinata a modificare profondamente il diritto penale. Il deputato Francesco Filini ha anticipato l’intenzione di introdurre una nuova forma di associazione per delinquere che possa colpire anche un semplice “vincolo coordinato”, pur in assenza di una struttura stabile, di una gerarchia o di un’organizzazione permanente.

Si tratta di un cambio di paradigma di enorme portata. Il nostro ordinamento conosce già il reato di associazione per delinquere, disciplinato dall’articolo 416 del codice penale, e le fattispecie associative di terrorismo previste dall’articolo 270 bis. Entrambe richiedono però requisiti ben precisi: un’organizzazione stabile, un programma criminoso e un vincolo associativo duraturo.

La nuova proposta mira invece a superare proprio questi presupposti, consentendo di contestare un reato associativo anche a persone che non si conoscono tra loro ma che abbiano partecipato in maniera ritenuta “coordinata” alla stessa protesta.

In altre parole, non sarebbe più necessario dimostrare l’esistenza di un’organizzazione. Potrebbe bastare la partecipazione comune a una mobilitazione.

Il fantasma del “terrorismo di piazza”

È da anni che alcuni settori politici e sindacali evocano il concetto di “terrorismo di piazza”. Una formula suggestiva sul piano propagandistico, ma priva di qualsiasi fondamento giuridico.

Non è un caso che tutte le principali inchieste che negli ultimi decenni hanno tentato di costruire una presunta “eversione di piazza” siano sostanzialmente fallite davanti ai tribunali.

Dai processi contro il movimento No Tav alle vicende legate al G8 di Genova, fino ai procedimenti contro gli attivisti dei movimenti sociali, le procure hanno più volte cercato di sostenere l’esistenza di associazioni criminali fondate sulla semplice partecipazione comune alle manifestazioni. Ma nessuna sentenza definitiva ha mai validato questa impostazione.

La ragione è semplice: partecipare alla stessa protesta, anche se sfocia in episodi di violenza, non equivale automaticamente a costituire un’associazione criminale.

I giuristi: “Una proposta incompatibile con la Costituzione”

Le critiche alla proposta arrivano da avvocati, magistrati e costituzionalisti. Per Francesco Romeo della Rete di resistenza legale «non può esistere un’associazione che non sia strutturata con un vincolo stabile e un programma criminoso». Trasformare qualsiasi episodio verificatosi durante una manifestazione in un reato associativo significherebbe, secondo il legale, introdurre di fatto un “terrorismo di piazza” senza chiamarlo con il suo nome.

Sulla stessa linea Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici che ricorda come Corte costituzionale e Corte di Cassazione abbiano sempre distinto nettamente il concorso di persone nel reato dall’associazione per delinquere. Ridurre il vincolo associativo a un semplice coordinamento occasionale comporterebbe una duplicazione della punibilità e violerebbe il principio di proporzionalità.

Anche Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, evidenzia il rischio di un’anticipazione eccessiva della soglia di punibilità, fino a colpire la mera adesione ideale, in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Federica Borlizzi, della rete No Kings Italia, individua infine il vero obiettivo politico della proposta: non punire più efficacemente i singoli reati, già oggi severamente sanzionati, ma trasformare la dimensione collettiva della protesta in un elemento autonomo di pericolosità sociale.

Dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva

La vicenda della Val di Susa sembra così segnare un nuovo passaggio nella strategia di criminalizzazione del conflitto sociale.

Prima arrivano la militarizzazione del territorio, i controlli di massa, i fogli di via, i Daspo, le identificazioni preventive. Poi si amplia progressivamente il ricorso alla flagranza differita, alle misure cautelari e ai reati più gravi. Ora si tenta di intervenire direttamente sulla struttura del diritto penale, ridefinendo il concetto stesso di associazione criminale.

Il rischio, denunciato da numerosi giuristi, è quello di sostituire la responsabilità penale individuale con una responsabilità politica e collettiva, nella quale non conta più ciò che ciascuno ha fatto, ma il semplice fatto di essere presenti nello stesso luogo, condividere una protesta o appartenere alla stessa area di movimento.

Se questa impostazione dovesse tradursi in legge, il confine tra repressione dei reati e repressione del dissenso si assottiglierebbe ulteriormente. E la Val di Susa confermerebbe ancora una volta il proprio ruolo di laboratorio nel quale sperimentare strumenti destinati, in un secondo momento, a essere estesi ben oltre i confini della valle.

In gioco non c’è soltanto il futuro del movimento No Tav. C’è il principio fondamentale secondo cui il diritto penale punisce i fatti, non le idee; le responsabilità individuali, non l’appartenenza a una protesta collettiva. Quando questo principio viene messo in discussione, non è soltanto una manifestazione a finire sotto processo, ma l’equilibrio stesso dello Stato di diritto.

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La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo???

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo???

Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.

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Legge sul riconoscimento facciale, dallo stadio alle piazze?

Mercoledì 29 luglio il governo Meloni ha dato il via libera in Commissione politiche europee del Senato al decreto legislativo sull’uso dell’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale da parte della polizia.

Con il pretesto di adeguare la normativa nazionale alle regole europee, il provvedimento permetterebbe alla polizia di usare i sistemi tecnologici di riconoscimento biometrico, sia in seguito alla commissione di un reato, sia per ottenere dati in tempo reale durante lo svolgimento di eventi pubblici, come manifestazioni e cortei.

Gli articoli più pericolosi del provvedimento

Come riportato ieri, l’ennesima stretta repressiva effettuata dal governo passa soprattutto attraverso gli articoli 8 e 10.

Il primo consentirebbe alla polizia di utilizzare i dati biometrici raccolti con le telecamere presenti nelle città attraverso una semplice comunicazione, anche solo orale, al Pubblico ministero, senza passare per l’autorizzazione di un giudice.

Il secondo darebbe la possibilità di una raccolta dati preventiva e indiscriminata su chiunque acceda in un dato luogo o sia papabile di partecipazione a un dato evento.

La questione del consenso

Se il riconoscimento facciale è già presente nelle azioni della vita quotidiana odierna (sblocco dello smartphone, gate degli aeroporti ecc.), il primo cambio di passo del decreto è l’assenza di qualsivoglia consenso per la raccolta dei dati.

Ignaro di essere inquadrato e schedato, con il nuovo provvedimento il soggetto verrebbe registrato, inserito e confrontato in una banca dati della polizia dove inevitabilmente finirebbero tutti coloro che non abbiano precedenti, ma solo appunto in “preventiva”.

Il modello Stadio Olimpico di Roma

Un meccanismo del genere è già da una decina d’anni in funzione, con porca sorpresa, all’interno degli stadi italiani, luoghi divenuti oggetto di sperimentazione di tutta una serie di misure repressive verso la socialità organizzata, generalmente intesa.

Come riportava ieri per esempio Pier Luigi Pisa, allo Stadio Olimpico di Roma sono installati “sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, che impiegano la tecnologia di riconoscimento facciale” per individuare i tifosi sospettati di aver causato disordini o commesso reati.

Se l’autorizzazione del Garante della privacy del 2016 prevedeva che le immagini possono essere utilizzate “solo” per condotte legate al Daspo e per la durata di 7 giorni, al termine dei quali devono essere cancellate automaticamente, oggi “il dual use della repressione stadio-quartieri” sembra aver partorito l’ennesimo mostro liberticida.

Come funziona il riconoscimento facciale

Effettuato all’ingresso e all’interno dell’Olimpico, e comunicato ai tifosi con un piccolo asterisco in sede di acquisto del biglietto o dell’abbonamento, il riconoscimento facciale avviene attraverso un programma che permette l’identificazione dei soggetti tramite una foto, a partire da cui il volto viene confrontato con le migliaia presenti nell’archivio gestito dal ministero dell’Interno.

Ma la stessa società che fornisce il sistema per l’Olimpico – la leccese Reco 3.26 – ha da tempo sviluppato uno strumento per l’identificazione degli individui in tempo reale, non solo quindi a posteriori.

Il suo utilizzo era stato bloccato dal Garante per la privacy nel 2021 proprio perché l’elaborazione del software avrebbe coinvolto tutte le persone racchiuse nell’immagine, senza selettività alcuna.

Il provvedimento in questione, ed è il secondo cambio di passo, crea invece una base giuridica all’implementazione di tale riconoscimento in diretta, esaudendo un vecchio desidero delle forze dell’ordine.

Un nuovo capitolo delle leggi dual use stadio-quartieri

L’ennesimo ritrovato repressivo del governo Meloni sembra proseguire quelle sperimentazioni sull’ambiente stadio che poi sono state applicate contro qualsiasi voce del dissenso organizzato in società, come è stato per il passaggio dal daspo al daspo urbano, fino al daspo fuori contesto.

I quattro anni di governo Meloni, in continuità con quelli precedenti, hanno solo peggiorato le condizioni delle classi popolari e di chi vive del proprio lavoro, i quali per tutta risposta hanno ricevuto manganelli, gogna mediatica, denunce e carcere, nei casi peggiori.

Il riconoscimento biometrico facciale di massa ci pare allora come l’ennesimo motivo per continuare a organizzarsi, fuori e dentro gli stadi, contro un sistema che vorrebbe trasformare tutto in profitto a discapito della vita degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e producono la vera ricchezza di questo Paese.

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L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.

In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.

Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.

Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

Unione Sindacale di Base

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Il re-scafista ha regalato lo spettacolo di Ceuta a Trump

A 48 ore di distanza dalla clamorosa ondata di cittadini marocchini che si sono riversati nell’enclave spagnola di Ceuta tutto è abbastanza chiaro.

Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.

Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.

Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.

In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.

Il problema è capire bene il perché.

La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.

Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?

Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.

Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.

Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.

In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.

Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”... 

E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.

Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.

Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.

Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.

La questione non può però finire qui.

Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.

Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.

L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.

L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump... 

Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.

Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.

Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.

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L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno

Gli articoli comparsi su La Repubblica e il Giornale hanno rivelato che in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, all’insaputa del Parlamento e di tutti i cittadini, ci sono ben settecento militari italiani che partecipano ai combattimenti “difensivi”.

La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di Stato maggiore Portolano in un’audizione in Parlamento poco più di un mese fa (il 16 giugno) ed era stata inserita nelle pieghe del decreto sulle missioni militari all’estero ma senza essere esplicitata. Probabile che anche in quel caso i parlamentari durante l’audizione fossero troppo impegnati a giocare sul cellulare per prestare la dovuta attenzione a quanto veniva detto da Portolano.

Dunque anche in questo caso – e come avviene troppo spesso – il Parlamento è stato messo davanti al fatto compiuto, così come era avvenuto per l’invio di armi all’Ucraina nel 2022 o per l’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999.

Infatti è dalla metà di marzo che centinaia di militari italiani sono già presenti in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo impegnati contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione.

Secondo quanto riportato, nei paesi del Golfo risultano già schierate batterie missilistiche antiaeree Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. Il compito di renderli operativi spetta a 400 militari in Arabia Saudita e ad altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.

La missione ha un nome “Task Force Air Arabia”, è operativa già dalla seconda metà di marzo ed è presentata con pochissime stringate righe sul sito del Ministero della Difesa. Proprio ai primi di marzo, i ministri della Difesa Crosetto e degli Esteri Tajani avevano comunicato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle petromonarchie del Golfo bersagliate dall’Iran in ritorsione agli attacchi di Usa e Israele, ma non avevano detto nulla sull’invio di militari e armamenti italiani sul campo.

Ma il coinvolgimento militare italiano nella guerra in Medio Oriente potrebbe non esaurirsi qui.

Di fronte al rischio che oltre Hormuz venga bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha organizzato un vertice con 43 Paesi – presente anche una delegazione dell’Unione europea – con l’obiettivo di costruire una coalizione internazionale per la “libertà di navigazione” dello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb. L’iniziativa saudita si viene a sovrapporre alla missione europea Aspides (in cui è presente l’Italia) e a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Regno Unito, Germania, Italia e Francia, ma potrebbe essere la “cornice” tanto attesa per avviare l’operazione militare contro l’Iran e gli Houthi yemeniti.

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Bombe atomiche ad Aviano: il Tribunale conferma la presenza, ma archivia l’esposto

Il Giudice per le indagini preliminari (Gip) di Pordenone ha disposto l’archiviazione della denuncia, presentata da decine di realtà insieme a vari cittadini e cittadine, sull’illegittimità della presenza di armi nucleari nella base statunitense di Aviano.

Il procedimento era nato dall’esposto presentato da questo nutrito gruppo di associazioni e persone impegnati sui temi del disarmo e della smilitarizzazione, particolarmente dirimenti in questo frangente storico segnato sempre più da guerre e riarmo.

Il provvedimento del Gip

I denuncianti riportano che il decreto di archiviazione in realtà non smentirebbe l’ipotesi della presenza di ordigni nucleari nella base militare di Aviano.

Il provvedimento del Gip Francesca Vortali infatti indica che tale presenza sarebbe riconducibile ad accordi e trattati internazionali, non smentendo de facto la presenza di tali ordigni sul suolo italiano.

Proprio quei trattati e quegli accordi (adesione Nato, piano Rearm Europe ecc.) sono stati criticati duramente nelle manifestazioni contro la guerra degli ultimi anni perché “imposti” alla popolazione senza nessun, vero, dibattito democratico all’interno del Paese.

Possibile ricorso alla Corte europea

Come si apprende da fonti locali, i denuncianti stanno valutando un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Non c’è dubbio infatti che la presenza di armi nucleari rappresenta un rischio per la sicurezza dei cittadini, come ben stiamo vedendo dal conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

Questo potrebbe dunque sollevare questioni legate alla tutela del diritto alla vita previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Fonti: nordest24.it, Jugocoord

Di seguito, riportiamo il comunicato stampa dei denunciati successivo all’ordinanza del Gip.

È giusto dare atto alla giudice Vortali di avere studiato e approfondito la questione sottoposta al suo giudizio, molto più di quanto abbiano fatto i precedenti magistrati di Roma e Brescia, che interpellati si sono limitati a scrivere due righe di motivazione per l’archiviazione.

La dottoressa ha anche riconosciuto a Wilpf Italia (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà) la legittimazione ad agire a tutela degli interessi collettivi di disarmo e smilitarizzazione.

L’ordinanza considera sicura la presenza delle armi nucleari in Italia, provata dalle molteplici fonti addotte dai denuncianti. Del resto anche la Procura aveva implicitamente ammesso la presenza delle bombe, non avendo ravvisato accertamenti esperibili da produrre.

Nell’atto si ritiene giustificata l’importazione delle armi in questione, in base all’art. 51 del Codice penale (esercizio di un diritto o adempimento di un dovere); giustificazione che rappresenta un’ulteriore conferma della loro presenza, come fatto costituente reato ma discriminato ex art. 51; quindi non punibile.

Vengono ritenute legittime le preoccupazioni sanitarie, ambientali e di sicurezza espresse dai denuncianti, ma considerate attinenti a una dimensione politica e non penalistica.

I denuncianti non sono dello stesso avviso. La strada giudiziaria si fa ardua perché il ricorso per Cassazione è precluso da una costante giurisprudenza, che per le archiviazioni circoscrive l’ammissibilità ai soli casi di violazione del contraddittorio. In questo caso rispettato.

È possibile per i denuncianti ipotizzare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, così motivando: la presenza delle armi nucleari rappresenta un rischio concreto e oggettivo per la vita dei cittadini (come riconosce l’ordinanza); presenza che viola l’art. 2 della Convenzione europea, laddove tutela il diritto alla vita nella sua accezione più ampia e impone agli Stati aderenti obblighi idonei ad escludere rischi.

Contro l’ordinanza in oggetto si sono espressi anche gli avvocati di Ialana (International Association of Lawyers Against Nuclear Arms) sostenendo che “è errato il richiamo all’art. 117 della Costituzione. Il meccanismo di prevalenza di una norma internazionale – ammesso che un accordo segreto di condivisione nucleare con l’Italia lo sia – sul diritto interno passa solo attraverso un incidente di costituzionalità.”

“Salvo che per il diritto europeo, non esiste applicazione diretta del diritto internazionale pattizio incompatibile col diritto interno, da parte del giudice ordinario. Le norme inderogabili di diritto internazionale umanitario vietano la minaccia e l’uso delle armi nucleari. Nessun trattato tra Stati può derogare a tali norme di ius cogens”.

Il fine ultimo da perseguire quindi è la rimozione delle testate nucleari statunitensi dalla base di Aviano. La loro presenza è un’aperta violazione del nostro ordinamento, interno e internazionale, che mette a rischio immediato l’esistenza di milioni di persone, in presenza dei venti di guerra diabolici che soffiano dall’Ucraina in Palestina.

Per i denuncianti (Tavola per la Pace Friuli Venezia Giulia, Abbasso la Guerra odv, Centro sociale 28 Maggio, Comunità Laudato Si’ Cremona, Comunità Laudato Sì Oglio Po, Coordinamento nazionale No Triv, Donne e Uomini contro la Guerra Brescia, Pax Christi Cremona e Tradate, Tavola della Pace Oglio Sud, WILPF Italia).

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