Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli
Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.
Era stata pensata come misura temporanea per garantire l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici.
Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.
Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.
Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.
Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.
Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione siano state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti e circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.
In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.
Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.
Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.
Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.
È doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte.
Fonte
31/08/2026
La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”
Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, come lo sono state le immagini delle onde nere dello tsunami di Fukujima, come l’11 settembre in America, come il genocidio dei palestinesi.
Quelle immagini sono devastanti.
Ci ho pensato tutta la mattina per raccogliere dati e scrivere.
L’evento ha interessato il distretto di Rasuwa, lungo il sistema fluviale del Lhende Khola. Una enorme quantità di ghiaccio, roccia e detriti è precipitata improvvisamente nella valle, provocando una gigantesca onda di piena che ha trascinato via case, ponti, strade, veicoli e infrastrutture idroelettriche e di servizio. La piena si è poi propagata verso valle.
Il bilancio è ancora provvisorio ma è da considerarsi catastrofico.
Ad oggi, la ricostruzione più probabile della catastrofe avvenuta in Nepal, è relativa al collasso di un ghiacciaio.
Le ipotesi di ieri, in primis quelle del terremoto e delle abbondanti precipitazioni (?),alimentate immediatamente da quelli che di clima non vogliono parlare, e successivamente quelle del GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), sembrano essere meno rilevanti di quella attuale.
L’ipotesi più probabile infatti, emerge dalle immagini satellitari e dalle analisi dell’US Geological Survey (USGS).
La catastrofe infatti sembrerebbe esser stata innescata dal collasso di una porzione di ghiacciaio che ha generato una valanga di ghiaccio e rocce che ha provocato un’enorme massa di detriti nel Lhende Khola. Il materiale della valanga avrebbe sbarrato il corso del fiume, creando una sorta di lago temporaneo di sbarramento. La successiva rottura di questo sbarramento può avere prodotto o amplificato l’enorme ondata di piena e la conseguente devastazione a valle.
Le immagini satellitari mostrano il distacco di una massa glaciale di circa 0,2 km², a circa 5.200 metri di quota, che sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle.
L’USGS ha inoltre chiarito un punto molto interessante. Cito testualmente quanto scritto:
– Il 26 agosto alle 8:37 ora locale (10:52 ora standard cinese) si è verificato un evento sismico di magnitudo 5.2 vicino al confine tra Nepal e Cina.
– L’USGS ha stabilito che l’evento sismico è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e dalla conseguente colata detritica, che hanno provocato impatti catastrofici a valle.
– Inizialmente, l’evento era stato segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4. Ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato alla conclusione che l’evento sismico fosse in realtà dovuto al crollo di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica, e che non si fosse verificato alcun terremoto.
Si parlava e si parla ancora di GLOF, ma probabilmente non lo è stato, almeno non nel senso classico del termine. Un GLOF è la fuoriuscita improvvisa di un lago glaciale preesistente, ne ho parlato diverse volte nel passato, l’ultima lo scorso anno per un evento avvenuto in Alaska.
Di contro invece c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare.
Non abbiamo ancora una attribuzione scientifica che dimostri che il cambiamento climatico abbia causato questo specifico collasso, ma il contesto è molto significativo: il riscaldamento dell’Himalaya sta causando ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost e maggiore instabilità dei versanti.
Questo può aumentare la probabilità di collassi, valanghe e conseguenti piene improvvise, è palesemente un fattore di aumento del rischio, non necessariamente il “grilletto” dell’evento. Ma è proprio questo che rende l’evento interessante dal punto di vista climatico: un ghiacciaio può diventare l’innesco di una catena di eventi estremamente rapida, senza che sia necessariamente in corso una grande perturbazione meteorologica.
Il cambiamento climatico invece potrebbe avere aumentato la vulnerabilità del sistema.
L’Himalaya si sta riscaldando rapidamente; il ritiro dei ghiacciai modifica la stabilità dei versanti e aumenta la quantità di acqua e sedimenti disponibili nei bacini montani. Inoltre, nell’Hindu Kush-Himalaya stanno diventando più problematici diversi tipi di eventi estremi: piene improvvise, frane, valanghe e collassi di laghi glaciali.
L’Himalaya, che si estende tra Nepal, India, Cina, Bhutan e Pakistan, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, esponendo la regione a un rischio maggiore di valanghe, frane e inondazioni. Una regione che vive da secoli sull’acqua di fusione.
Le temperature nell’area del ghiacciaio che ha collassato sono aumentate di circa due volte rispetto al tasso medio di riscaldamento globale… circa 2,8°C dal 1940. Sebbene serva un’indagine più approfondita su questo evento specifico, è chiaro che i ghiacciai in tutto il Mondo stanno diventando meno stabili.
Uno studio del 2026 su un ghiacciaio vicino ha rilevato che il tasso di perdita di area glaciale è aumentato di oltre 4 volte, passando da circa 0,11%/anno prima del 1964 a 0,49%/anno durante il periodo 1964–2023, con un’ulteriore accelerazione dopo il 2000.
Nel 2023, le Nazioni Unite hanno affermato che le montagne del Nepal avevano perso quasi un terzo del loro ghiaccio in poco più di 30 anni a causa del riscaldamento globale. Una valutazione pubblicata quell’anno ha rilevato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya sono scomparsi il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente.
E negli ultimi ultimi anni avviene sempre più spesso. Nel 2021, un ghiacciaio himalayano si è staccato causando un’alluvione lampo nello stato indiano dell’Uttarakhand. Fu una valanga di roccia e ghiaccio di 27 milioni di metri cubi, che si è trasformata in una colata detritica straordinariamente grande e mobile che ha provocando oltre 200 morti o dispersi. Ho messo le immagini dei miei post su quello che è successo in Svizzera, a Blatten lo scorso anno, quello che è successo qui da noi, sulla Marmolada nel 2022, quello che successe in Alaska.
Però se ci fate caso le prime notizie dei TG, riguardano la ricerca dell’elemosina del governo per le accise sul gasolio. Perché quello dobbiamo fare.
Continuare a consumare petrolio.
Dai che domani sarà ancora 38 gradi.
Fonte
29/08/2026
‘Glof’ in Nepal: pistola climatica da tutte le montagne del disgelo
Nepal: il ghiacciaio caduto è stato la causa, non l’effetto delle vibrazioni rilevate dai simografi. «Il cambiamento climatico sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e la perdita di massa glaciale nell’Himalaya nepalese, esponendo le comunità montane a impatti a cascata, tra cui l’aumento di rischi quali le inondazioni improvvise dovute al cedimento dei laghi glaciali, le valanghe e le frane di roccia»
Non un mago ma un climatologo
L’avvertimento, quasi una terribile preveggenza, nel 2025 di Gunjan Silwal, dottorando del programma OnePlanet dell’Università di Newcastle, nel Regno Unito, in un articolo pubblicato da AntarcticGlaciers. «Questi impatti – continuava – si estendono anche più a valle, aggravando il rischio di alluvioni, l’insicurezza idrica e l’instabilità economica. Il ritiro dei ghiacciai in Nepal è determinato dall’aumento delle temperature e influenzato dalle dinamiche del ghiaccio, come la presenza di detriti sulla superficie, i laghi e la topografia», riposta Luca Martinelli.
Glacial Lake Outburst Floods
L’acronimo inglese di ciò che è probabilmente successo è Glof, Glacial Lake Outburst Floods: «le immagini satellitari mostrerebbero infatti che una parte consistente della porzione inferiore del ghiacciaio si è distaccata a un’altitudine di circa 5.200 metri, precipitando per circa 1.200 metri fino al fondovalle e trascinando con sé rocce e sedimenti durante la caduta. La conseguente valanga di ghiaccio e detriti rocciosi ha colpito il fiume Lhende, che si trova in Tibet, circa 20 km a nord-est del valico di frontiera tra Nepal e Cina. I detriti hanno temporaneamente ostruito il corso del fiume prima che la diga naturale cedesse, provocando il rilascio improvviso di una potente ondata di piena verso valle».
L’inarrestabile onda di morte
La gigantesca onda marrone ha raggiunto per primo il posto di frontiera di Gyirong, causando vittime e dispersi. «La sola spiegazione per la discesa improvvisa di una quantità così grande di acqua è che sia stata liberata tutta insieme», ha osservato Adrian McCallum, glaciologo dell’Università della Sunshine Coast, in Australia. Un’analisi pubblicata ieri da AntarcticGlaciers evidenzia come, secondo uno studio pubblicato nel 2026 dallo stesso Silwal, «nel periodo 2000-2023, i ghiacciai si sono ritirati a una velocità 1,5 volte superiore rispetto al periodo 1964-2000, con un’ampia frammentazione, disconnessione e separazione dei ghiacciai»: viviamo in un mondo sempre più insicuro, anche per effetto dei cambiamenti climatici.
Situazione di rischio estremo
Una delle tante indiscrezioni dopo l’evento rendono evidente la situazione di rischio estremo: se le prime notizie suggerivano che il crollo fosse stato provocato da un terremoto di magnitudo 4,4, lo United States Geological Survey (Usgs) ha in seguito rivisto la propria valutazione affermando che il segnale sismico era stato generato dalla frana stessa e non da un terremoto: le vibrazioni, insomma, sono state l’effetto e non la causa del collasso in superficie e dell’enorme forza del movimento di fango e detriti. Intanto, ieri è stato lanciato l’allarme per una nuova possibile piena in Nepal, dopo la formazione di un lago naturale vicino al confine con il Tibet: le autorità cinesi avvertono che il bacino, già in fase di tracimazione, presenta un alto rischio di cedimento nei prossimi tre giorni.
Rischio bis sulla zona già colpita
L’eventuale rottura potrebbe provocare una nuova e improvvisa ondata d’acqua a valle, aggiungendo un ulteriore pericolo alla situazione già drammatica dopo le alluvioni di mercoledì. Il lago, ricostruisce il Kathmandu Post, si trova nei pressi della confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo. C’è poi il rischio di un ulteriore crollo del ghiacciaio. Secondo la climatologa del Cnr Marina Baldi, il fenomeno potrebbe ripetersi se dovesse cedere anche la seconda parte di quello già collassato: «Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale del ghiacciaio rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate».
Fenomeni simili ma di minore intensità erano stati registrati più volte nel Sud-Est dell’Asia e sulle Alpi Svizzere (notizia turisticamente dannose e abilmente seminascoste). In Italia nessun pericolo? O il pericolo è ovunque e dall’alto guarda i paesi a valle? Analisi serie e non allarmismi. Ma neppure gli attuali silenzi decisamente sospetti.
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13/07/2026
Una fitta nube di falsa ipocrisia 50 anni dopo Seveso
Ricordate la nube tossica sprigionata dalla fabbrica Icmesa di Seveso? Nel 1976 Seveso fu la nostra Bhopal, senza visibili vittime. Oggi di nubi come Seveso ce n’è una alla settimana nei dintorni di Milano, Pavia, Brescia. Ma ci siamo abituati e l’Arpa come sempre dice: “Chiudete le finestre e state tranquilli, non c’è pericolo”.
Nel 1976 eravamo meno ambientalisti, eppure manifestammo in massa. Le istituzioni stendono una cortina di menzogne ma le smascheriamo e Democrazia proletaria anima i comitati territoriali. Soli, quando avviene l’incidente.
Mario Capanna è l’unica opposizione in Regione Lombardia. C’è Laura Conti, consigliera del Pci, partigiana, medico, protagonista di mirabili interventi ambientali, ma alla fine, quando si tratta di votare, vota come vuole il Pci, ovvero come la maggioranza democristiana-socialista.
Nell’80 subentro a Capanna, c’è Elio Veltri e comunque siamo soli in quella sala. Fuori, i sindacati chimici e i lavoratori Icmesa sono silenti se non ostili alle nostre denunce. Il Pci manifesta la solita doppiezza: stare con il potere e stare con le piazze, condannando sempre la nostra “strumentalizzazione”.
A Seveso nasce l’ambientalismo italiano e pure Legambiente e il Parlamento europeo vota una direttiva ambientale tra le più importanti: la “direttiva Seveso”.
Eredito, a quel punto, la lunga vicenda di Seveso. Nel 1986, il presidente Giuseppe Guzzetti sta parlando in Consiglio regionale. È “sereno”, assicura, parola d’onore, che le scorie del reattore bonificato sono state messe in 41 fusti e portate fuori dai confini italiani, al sicuro, in una discarica tedesca che non si può nominare, lui l’ha verificato direttamente.
Roberto Masciadri mi fa pervenire in aula un biglietto. Arriva dai verdi francesi e mi informa che in quel momento 41 bidoni contenenti la diossina del reattore di Seveso sono stati trovati in Francia abbandonati in un macello dismesso di uno sconosciuto paese francese. Fermo l’intervento di Guzzetti al suo apologetico culmine e lo informo. Guzzetti impallidisce, balbetta, nella maggioranza c’è lo scompiglio, anche il Pci alza finalmente la voce per chiedere “di fare luce”.
Chiedo e ottengo una Commissione d’inchiesta. Sapremo così che la Regione ha affidato il trasporto a un personaggio da film “Vite vendute”, un certo Paringaux, ex legionario d’Algeria.
L’uomo si vanta di avere “ripulito” in segreto nel porto di Marsiglia la nave sulla quale in alto mare aveva bruciato parte del diserbante Orange, usato dagli americani nella guerra del Vietnam. Guzzetti giurò di non aver mai conosciuto Paringaux. L’inchiesta lo smentirà clamorosamente. Erano tempi nei quali, pur dopo tante menzogne, si poteva essere ignorati dalla magistratura, continuare a fare il presidente della Regione Lombardia e diventare poi il potente presidente di Cariplo.
Della bonifica si farà un bel parco, sotto si formerà il percolato di diossina che verrà periodicamente aspirato e messo in sicurezza. Dove andrà a finire? Chi lo farà? Una ditta ultraspecializzata, giura Guzzetti, che lo porta in un sito autorizzato.
Chi controlla la veridicità del presidente? Io ci provo. Una mattina seguo il camioncino sgangherato con una cisterna altrettanto sgangherata che ha appena aspirato il veleno e vedo che finisce nella cascina fatiscente del contadino alla guida. Lui è il titolare della ditta “altamente specializzata” con tanto di autorizzazione della Regione. E il percolato che ha aspirato dove finisce? “Nel fiume Seveso sottostante”, risponde lo specialista. E allora mi faccio un’altra domanda, che dovrebbe farsi una opposizione: dove sono finiti tutti i macchinari e gli attrezzi che sono serviti a fare la bonifica e i carotaggi del terreno inquinato?
“Consigliere Molinari, cerchi nell’ampio giardino di una palazzina abbandonata fuori Seveso, in via Tal dei tali”. Trovata, basta spingere un cancelletto da tempo scardinato e dentro decine di macchinari e di attrezzi abbandonati così come avevano smesso di usarli. Lavati dalla pioggia dai loro veleni. E dentro la palazzina, i carotaggi numerati in mostra sugli scaffali. E trovi l’archivio sanitario degli aborti, delle gravidanze, con nomi e cognomi, tutto sparso per terra. Faccio l’interpellanza, esce un articolo su La Repubblica, in Regione si accende il dibattito. Poi più nulla.
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19/06/2026
Il quotidiano francese “Le Monde” contro la Torino-Lione
Vi proponiamo qui una traduzione della redazione di NoTav.Info.
Maurienne: i milioni di metri cubi di roccia estratti dalla montagna per lo scavo del TAV stanno sconvolgendo la vita nella valle
La vista sulla valle della Maurienne è mozzafiato. Al Pas du Roc, uno sperone roccioso a monte di Saint-Martin-la-Porte (Savoia), un paesino di 720 abitanti, Odile Clément, 64 anni, mostra ai visitatori di passaggio l’estensione dell’area interessata dal mastodontico cantiere della linea ferroviaria Lione-Torino.
La valle si apre più in basso, stretta tra cime innevate di oltre 3.000 metri. Il fiume Arc, la ferrovia e l’autostrada A43 si dividono lo stretto corridoio. A strapiombo, una zona grigia brulica di macchinari da cantiere che scavano la galleria di Saint-Martin, una delle tre gallerie di accesso tecnico al tunnel di base. «Subiamo costantemente il rumore e la polvere», racconta l’ex dipendente di un’impresa edile locale. «Non appena sentiamo un’esplosione, mettiamo via il bucato e chiudiamo tutte le finestre. Un minuto dopo la detonazione, una nuvola copre il giardino».
Su circa cinquanta dei 145 chilometri della valle trasversale più lunga delle Alpi, negli ultimi vent’anni i cantieri si sono moltiplicati. Ingresso del tunnel a Saint-Jean-de-Maurienne, discese, pozzi di ricognizione, siti di stoccaggio dei detriti, fabbriche di cemento: ogni angolo della valle viene sfruttato per garantire lo scavo del tunnel tra Saint-Jean-de-Maurienne e la valle di Susa, in Italia.
L’opera, lunga 57,5 chilometri, prevede due canne di circolazione. In totale, contando gli accessi tecnici, sono previsti 164 chilometri di gallerie sotto il massiccio alpino. Un record mondiale. La direzione dei lavori è affidata all’ente pubblico Tunnel euralpin Lyon Turin (TELT), con una messa in servizio prevista per il 2035 e un costo di oltre 11 miliardi di euro.
Dal Pas du Roc, Odile Clément indica un’immensa parete rocciosa grigia sul versante opposto: la cava Calypso. Chiusa nel 2011, l’attività di estrazione del calcare è stata ripresa dalla società Granulats Vicat. Il decreto prefettizio del gennaio 2025 autorizza il produttore di cemento a stoccare «i materiali di scavo provenienti dal cantiere TELT», entro il limite di 100.000 metri cubi di «rifiuti inerti» all’anno.
«Questa cava si riempirà delle rocce estratte dal tunnel. Tutti gli spazi disponibili della valle vengono utilizzati per ammucchiare questi scarti”, afferma Odile Clément, che nel 2017, insieme a un gruppo di residenti, ha creato il collettivo “Contro la riapertura della cava”. In questa valle laboriosa di 40.000 abitanti, i detriti modificano il paesaggio, il che è fonte di particolare preoccupazione. «Fanno polvere appiccicosa, si vedono intere colline formarsi in poche settimane. Gli imprenditori ricoprono i detriti con uno strato di terriccio, ma gli alberi non ci crescono, l’erba ingiallisce d’estate», racconta Guillaume Collombet, 36 anni, regista e fotografo, originario della valle.
Il volume totale dei materiali estratti dalla montagna è stimato in 10 milioni di metri cubi, da stoccare o trattare in 28 siti, secondo la dichiarazione di pubblica utilità del progetto, risalente al 2007 e rinnovabile nel 2028. «La massa di detriti della galleria Lione-Torino equivale a dieci piramidi di Cheope», afferma Max Milliex, 60 anni, falegname diventato whistleblower, a Villargondran, 800 abitanti, vicino all’ingresso principale della galleria.
Nella frazione di Les Resses, un’immensa cava della società Eurovia Vinci si riempie di rocce frantumate, trasportate da una spettacolare rete di nastri trasportatori aerei. Questi chilometri di nastri trasportatori, bianchi e cilindrici, circolano in tutta la valle. «I volumi di detriti sono enormi. Nella regione, bisogna aggiungere i futuri cantieri delle Olimpiadi invernali e i 91 chilometri del collisore di particelle del CERN [Centro europeo per la ricerca nucleare]. Si finirà per saturare la natura», teme Max Milliex. A questi cantieri si aggiungerebbe il progetto dell’«accesso francese» della linea Lione-Torino attraverso il Nord-Isère, che prevede 70 chilometri di gallerie supplementari, sotto i massicci protetti della Chartreuse e di Belledonne.
Minerali problematici
L’entità dei lavori alimenta il timore di danni più gravi. Le rocce estratte vengono analizzate in camere a fluorescenza per individuare i minerali problematici. In Italia, negli strati geologici è stata rilevata la presenza di uranio e amianto. Sul versante francese, è il solfato a costituire un problema, come ha dimostrato il caso del «calcestruzzo marcio».
Nel 2004, un tasso eccessivo di solfato negli inerti provenienti dalla Maurienne ha irrimediabilmente compromesso la solidità delle costruzioni. Qual è la percentuale di materiale inquinato nei detriti? La società TELT non ha fornito alcuna risposta in proposito.
L’operatore francese comunica ampiamente sulle sue misure ambientali, attraverso la piantumazione e gli aiuti al territorio, affermando che il 60% dei detriti viene riutilizzato, nel rigoroso rispetto della normativa vigente. «Non abbiamo accesso a nessuno dei dati delle imprese che gestiscono i detriti, l’impatto è ben lungi dall’essere misurato», avverte Carine Gros, 51 anni, vicepresidente di Vivre et agir en Maurienne, un’associazione per la tutela dell’ambiente.
La Camera dell’Agricoltura Savoia Mont-Blanc denuncia il disboscamento e l’artificializzazione di oltre 1.500 ettari a causa dei lavori. «Una perdita irreversibile di terreni agricoli», deplora l’ente consolare, ribadendo, nella sua mozione del 26 febbraio, «la propria opposizione al proseguimento del progetto Lione-Torino così come è attualmente condotto».
Secondo i sindacati agricoli, l’attuale tunnel del Mont-Cenis, ristrutturato per 1 miliardo di euro, sarebbe ampiamente sufficiente per il trasporto combinato dei mezzi pesanti. Cosa che smentisce l’operatore TELT, affermando che il tunnel Lione-Torino potrebbe rilanciare il trasporto combinato e liberare le strade alpine dai camion, senza contare le ricadute economiche per la regione.
Nel suo rapporto dell’aprile 2026, il Consiglio di orientamento delle infrastrutture (COI), organo consultivo presso il Ministero dei Trasporti, attribuisce «priorità assoluta» alla ristrutturazione della linea ferroviaria esistente tra Digione e Modane, relegando in secondo piano la linea Lione-Torino.
Più a valle, in direzione dell’Italia, la diga di Pont-des-Chèvres si è deformata di 2 centimetri nel 2019, nei pressi della discenderia di La Praz. Una conseguenza dell’estrazione massiccia di roccia? «Migliaia di tonnellate di detriti sovraccaricano il terreno, il che non è irrilevante in un regime tettonico in espansione. Scavare nella montagna, toccare falde acquifere e ghiacciai sotterranei comporta il rischio di alterare le condizioni delle formazioni naturali», sostiene Gilles Ménard, geologo che ha lavorato per quindici anni al CNRS sulle misurazioni geofisiche preliminari ai progetti di gallerie.
«Questo gigantesco cantiere ha ripercussioni enormi sulle nostre vite, è in gioco l’abitabilità della valle», sostiene Philippe Delhomme, 61 anni, professore di scienze della vita e della Terra, perseguito dai promotori del cantiere per aver ripreso la parola “sabotaggio” dello scrittore italiano Erri De Luca, anch’egli perseguito e assolto in Italia. Assolto in primo grado, l’attivista di Vivre et agir en Maurienne è in attesa della sentenza d’appello.
Dal Rocher des Amoureux, sulla strada che parte da Modane e sale verso Aussois, Philippe Delhomme osserva sottostanti l’area della discenderia di Villarodin-Bourget. Le fontane del villaggio di 500 abitanti si sono improvvisamente prosciugate nel 2002, all’inizio dei lavori.
Da allora, milioni di metri cubi di acqua naturalmente tiepida fuoriescono ogni giorno dal cantiere. Passano attraverso un bacino di decantazione, per il raffreddamento e la separazione dei minerali, poi vengono scaricati nel fiume.
«Nei corridoi della mia scuola media, quest’inverno, c’erano –11 gradi. Non abbiamo soldi per ristrutturare, dovremmo spendere 11 miliardi per un tunnel che svuota la montagna e non ci serve a nulla?”, si chiede Philippe Delhomme.
Ad oggi sono stati scavati solo 20 chilometri di tunnel su 120. «Si possono fermare i costi», implora l’insegnante, salutato dal sorvolo di una magnifica upupa.
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14/04/2026
Fukushima 15. Vivere con gli hot spot radioattivi e lo stigma, mentre il governo giapponese spinge per più reattori
Riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato da Thomas A. Bass su Bulletin of the Atomic Scientists, un’inchiesta approfondita sull’eredità del disastro nucleare di Fukushima che nel 2011 sconvolse il Mondo ma che è stato velocemente nascosto sotto al tappeto in primis dal governo giapponese, che pure deve continuare a farci i conti. In particolare sono i “querelanti” gli unici a mantenere viva la memoria dell’evento e la guardia alta sulle conseguenze che ancora oggi riguardano loro e tutta la nazione.
Se, infatti, il governo nega che quello di Fukushima sia un disastro ancora in corso, il terreno da smaltire, l’acqua di raffreddamento dei reattori fusi sversata nell’Oceano Pacifico e lo stato arretrato dei lavori di decommissioning parlano chiaro. Il Primo Ministro addirittura usa la terra prelevata dalle aree limitrofe per coltivare i fiori nel proprio ufficio come spot per minimizzare l’impatto di scelte come quella di utilizzare quella stessa terra nell’edilizia di tutto il Giappone.
Ritroviamo lo stesso atteggiamento delle istituzioni giapponesi in chi, anche da noi, fa attivamente lobbying per l’energia nucleare, e cerca di affermare che l’evento non abbia avuto strascichi ambientali, sanitari e sociali rilevanti. La fissione continua ad essere spacciata per “sostenibile”, ed è la stessa Unione Europea che usa ancora oggi questo tema come paravento per sostenere la diffusione in tutti i propri Paesi di una tecnologia che per Bruxelles ha una rilevanza strategica, soprattutto dal punto di vista militare.
Abbiamo ben chiaro che le scelte politiche delle classi dirigenti ricalcano la supremazia del mercato sull’interesse collettivo e sono guidate dalla necessità di competizione economica e bellica. Quest’ordine di priorità diventa preoccupante quando parliamo di nucleare, dal momento che le criticità vengono accantonate, le soluzioni valutate secondo un criterio di economicità e infine lo Stato funge da paracadute quando c’è da gestire un’eredità impossibile da maneggiare per una compagnia da sola.
Anche nel caso di Tepco (l’azienda che ha in gestione i reattori di Fukushima) è stato lo Stato a ricapitalizzarla dopo il disastro, e la maggior parte delle spese (risarcimenti, decontaminazione, smantellamento e gestione delle acque contaminate) sarà a carico dei contribuenti per un costo probabilmente doppio rispetto all’iniziale preventivo di 200 miliardi di euro.
I temi che emergono tra le righe di questa inchiesta mettono in luce la sconsideratezza di chi ancora parla della fissione come di una necessità irrinunciabile nel presente. Quello che ci da’ Fukushima è invece un piccolo assaggio di ciò che ci riserverebbe in futuro.
Buona lettura
La parola dell’anno scorso in Giappone è stata “orso”. Gli avvistamenti di orsi neri sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Ci sono stati 200 feriti e 13 morti. Okuma, che significa “grande orso”, è una città sulla costa orientale del Giappone. Ma non sono gli orsi ciò che gli abitanti di Okuma temono di più. È la radiazione.
Okuma è la città più vicina ai tre reattori nucleari che si sono fusi nella centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011. Quel giorno, un terremoto di magnitudo 9.0 e uno tsunami distrussero i generatori di emergenza e le pompe di raffreddamento di tre reattori carichi di combustibile nucleare. Un quarto reattore non conteneva combustibile, ma il suo edificio, pieno di idrogeno proveniente dall’unità vicina, esplose insieme agli altri tre.
L’onda che si abbatté sulla costa orientale del Giappone uccise 20.000 persone, molti dei cui corpi furono trascinati in mare e mai recuperati. Con l’aumento dei livelli di radiazione attorno ai reattori distrutti, 160.000 persone furono evacuate da Okuma e da altre 11 città.
Un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale, un’area grande il doppio di New York, fu dichiarato zona di esclusione nucleare. Colpito da una tempesta di neve anomala che ricoprì la città di cesio-137 e altri radionuclidi, anche Iitate, un villaggio a 60 chilometri a nord-ovest, fu evacuato.
Quindici anni dopo, 4.000 lavoratori lottano per controllare il disastro in corso. I tre reattori fusi rimangono così radioattivi da distruggere i robot inviati per esplorare i danni. Nessuno sa esattamente dove si trovi il combustibile fuso o quanto in profondità si sia infiltrato sotto le basi di cemento dei reattori, forse fino al terreno. L’acqua usata per raffreddare i reattori è immagazzinata in più di 1.000 serbatoi, che hanno raggiunto la capacità massima nel 2023.
Quest’acqua di raffreddamento, che Tepco inizialmente sosteneva fosse pulita e che viene scaricata nell’Oceano Pacifico dal 2023, è risultata contaminata da 62 radionuclidi, tra cui cesio, stronzio e plutonio. Due piscine di combustibile, piene di combustibile nucleare esaurito, devono ancora essere svuotate. Sono posti in modo precario sopra le unità 1 e 2, che sono grovigli di metallo esploso pronti a crollare e riversarsi nell’oceano.
Microparticelle cariche di cesio provenienti da Fukushima sono state trovate nei filtri dell’aria in tutto il Giappone. Percorrendo le autostrade nella prefettura di Fukushima, alcuni dei grandi cartelli stradali verdi che normalmente indicherebbero città e uscite sono stati sostituiti da pannelli che mostrano i livelli di radiazione, espressi in microsievert all’ora. (Il microsievert misura l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani).
Questi valori possono aumentare fino a livelli pericolosi a seconda della direzione del vento. Il materiale radioattivo disperso dai reattori distrutti ha reso le foreste di Fukushima – che coprono tre quarti della zona di esclusione nucleare – pericolose da attraversare. I cinghiali che un tempo venivano cacciati qui, così come le piante e i funghi raccolti per alimentarsi, sono troppo radioattivi per essere consumati.
Nonostante tutte le prove contrarie, il governo giapponese nega che Fukushima sia un disastro ancora in corso. «La situazione è sotto controllo», dichiarò l’allora primo ministro Shinzo Abe al Comitato Olimpico Internazionale mentre sosteneva la candidatura del Giappone per ospitare le Olimpiadi estive del 2020 (poi rinviate al 2021 a causa della pandemia di COVID-19). Soprannominate le “Olimpiadi della Ripresa”, la torcia olimpica attraversò le città spopolate di Fukushima prima che i primi eventi si svolgessero in uno stadio di baseball nella città di Fukushima.
Okuma è il fulcro del piano governativo per il reinsediamento di Fukushima. Il governo ha speso milioni di dollari per decontaminare le strade e ricostruire la stazione ferroviaria e altri edifici pubblici. Generosi sussidi e istruzione gratuita vengono offerti a chiunque sia disposto a trasferirsi a Okuma.
Nonostante una nuova palestra, un hotel e un appartamento dimostrativo dove si può vivere per una settimana per testare i servizi della città, Okuma conserva l’aria malinconica di un luogo che non si è ancora ripreso da un grande disastro. In una città che un tempo contava 11.000 abitanti, la popolazione oggi supera di poco le 1.000 persone, metà delle quali nuovi arrivati. È ancora pericoloso entrare nei boschi o attraversare i lotti invasi dalle erbacce, molti dei quali ospitano case abbandonate.
Alcuni degli sforzi del Giappone per rilanciare l’area hanno avuto successo. Altri interventi hanno creato ingiustizie e stigma. L’esperienza vissuta dalle persone che si reinsediano nella zona di evacuazione rivela un disastro ancora in corso a Fukushima – un disastro poco conosciuto sia in Giappone sia nel resto del Mondo.
Il piano di reinsediamento del Giappone
I 160.000 rifugiati nucleari di Fukushima, ufficialmente definiti sfollati interni (IDP), sono fuggiti verso altre parti del Giappone oppure sono stati ospitati nelle vicinanze in alloggi temporanei, la cui dimensione era misurata in base ai tatami (stuoie tradizionali per dormire, circa 90 × 180 cm). Una struttura di otto tatami era considerata sufficientemente grande per una famiglia.
Gli sfollati hanno ricevuto sussidi abitativi fino al 2017, quando il governo ha dichiarato alcune aree della zona di esclusione nucleare di Fukushima nuovamente aperte al reinsediamento. Questo tentativo di spingere le persone evacuate a tornare nella zona contaminata è stato criticato dai relatori delle Nazioni Unite per i diritti umani, e le città più colpite di Fukushima hanno ancora oggi solo pochi abitanti.
Il governo sostiene che il numero attuale di sfollati sia di 30.000 persone. Le Nazioni Unite ritengono che il numero reale possa essere il doppio. La spinta al reinsediamento nella “zona rossa” di Fukushima è iniziata nell’aprile 2011, quando il limite di esposizione alle radiazioni consentito è stato aumentato di venti volte, passando da 1 millisievert all’anno a 20.
Un millisievert all’anno resta il limite consentito nel resto del Giappone, mentre 20 millisievert all’anno era in precedenza il limite previsto per i lavoratori delle centrali nucleari. Questa differenza spiega perché molte donne, in particolare quelle con bambini piccoli, abbiano resistito al ritorno a Fukushima, nonostante le nuove scuole e i sussidi che coprono spese come i pasti nei ristoranti locali o l’iscrizione in palestra.
Furono costruite imponenti barriere marine lungo la costa orientale del Giappone. Fukushima venne disseminata di inceneritori che bruciavano i detriti lasciati dall’onda, che si era spinta fino a 30 chilometri nell’entroterra. La decontaminazione dell’area ha incluso un progetto faraonico per rimuovere e insaccare tutto il terriccio superficiale contaminato da cesio-137.
Circa 100.000 lavoratori, protetti da tute e maschere, si sono riversati su campi e fattorie di Fukushima, raschiando via cinque centimetri di suolo e accumulandolo in enormi piramidi di sacchi di plastica nera.
I livelli di radiazione nei centri abitati e nei cortili scolastici sono stati ridotti, ma basta una breve passeggiata nelle aree erbose vicine perché l’ago di un dosimetro salga rapidamente. Lo stesso accade durante le tempeste invernali, che trascinano materiale radioattivo dalle montagne. Nelle colline boscose che circondano la costa, non esiste alcun modo per ridurre la radioattività di Fukushima se non aspettare il decadimento del cesio-137, che ha un’emivita di 30 anni.
Quanto bisogna aspettare? Dopo circa 300 anni, cioè dieci emivite, la quantità di questo isotopo radioattivo si ridurrà a un millesimo rispetto a quella iniziale. Altre strategie di decontaminazione hanno dato risultati contrastanti. Grandi squarci sui pendii mostrano dove la sabbia è stata estratta e riversata nelle risaie di Fukushima.
Con i complessi sistemi di drenaggio distrutti dai macchinari pesanti, privi del suolo fertile e ricoperti di sabbia e ghiaia, molti campi di riso sono stati abbandonati e la produzione è scesa a poco più della metà rispetto al periodo precedente al 2011. Molti campi di Fukushima sono oggi coperti da pannelli solari. Altri ospitano progetti statali per lo sviluppo di celle a combustibile a idrogeno o droni.
Fa parte dello sforzo del governo per trasformare Fukushima in quella che definisce la “costa dell’innovazione”, iniziando con progetti dimostrativi che si spera possano evolvere in attività economiche. Un’altra vasta area di terreni agricoli abbandonati ospita il costoso Museo commemorativo del grande terremoto del Giappone orientale e del disastro nucleare. Aperto nel 2020, il museo è attualmente in fase di ampliamento per includere un hotel, un centro congressi e forse persino un campo da golf.
Una città di Fukushima, come Iitate, può essere considerata decontaminata anche quando viene rimosso appena il 15% del suolo radioattivo. Questo crea una sorta di effetto “ninfea”: le persone possono spostarsi in sicurezza saltando da una zona bonificata all’altra o percorrendo stretti sentieri tra punti ad alta radioattività. Una legge approvata nel novembre 2011 stabilisce che tutto il suolo radioattivo di Fukushima, circa 15 milioni di metri cubi, dovrà essere rimosso dalla prefettura entro il 2045.
Poiché nessun luogo si è offerto di accoglierlo, il governo ha deciso di distribuirlo in tutto il Giappone. La maggior parte del terreno contaminato è stata depositata in una discarica costruita sulla scogliera dietro i reattori distrutti. Qui gli elementi più radioattivi vengono separati dal resto del suolo e confinati in bunker di cemento.
Il terreno con meno di 8.000 becquerel per chilogrammo di radioattività, che il Ministero dell’Ambiente definisce “Happy Soil” (“suolo felice”), viene preparato per essere distribuito nel Paese e utilizzato in discariche e progetti edilizi. (Il becquerel è un’unità di radioattività che corrisponde a una disintegrazione nucleare al secondo.)
Un carico di “Happy Soil”, descritto come “rigenerato e robusto”, è stato recentemente sparso nelle aiuole davanti all’ufficio del Primo Ministro a Tokyo. «Si tratta di un livello pericoloso di radioattività», afferma Yukio Shirahige, che ha lavorato per 36 anni come addetto alle pulizie alla centrale di Fukushima Daiichi, occupandosi anche di fuoriuscite.
«A questi livelli bisogna indossare guanti e dispositivi di protezione. Se avevi tagli o ferite aperte, venivi allontanato dal lavoro». Con livelli fino a 8.000 becquerel per chilogrammo, questo terreno non è adatto alla coltivazione di cibo (il limite massimo di radioattività consentito negli alimenti in Giappone è di 100 becquerel per chilogrammo).
Il Giappone ha adottato questa strategia per ridurre il pesante fardello su Fukushima e accelerare la ripresa dell’area. Ma Shirahige sospetta un altro motivo: «Se tutto il Giappone è contaminato, allora Fukushima sembrerà essersi ripresa perché appare uguale al resto del Paese». In realtà, anche il resto del Giappone è già contaminato.
I rilevatori di radiazioni lungo le autostrade misurano la radiazione gamma, dovuta alla presenza di cesio-137. Studi recenti hanno scoperto che microparticelle altamente concentrate contenenti cesio, formatesi durante la fusione del nocciolo dei reattori e diffuse in tutto il Giappone, potrebbero essere molto più pericolose se inalate rispetto all’esposizione esterna al cesio.
«Ne discuto con i miei amici», dice Shirahige. «Noi che abbiamo lavorato a Fukushima crediamo che inalare polvere o ingerire particelle radioattive, che causano danni a lungo termine ai polmoni e ad altre parti del corpo, sia più pericoloso dell’esposizione esterna alle radiazioni». Shirahige pulisce regolarmente la sua casa, cercando di rimuovere la polvere, e misura la radioattività in ogni stanza. «Le finestre lasciano passare l’aria quando soffia il vento, e non riesco mai a portarla a zero», afferma.
L’indagine ufficiale sul disastro di Fukushima lo ha definito un fallimento “made in Japan”, dovuto a un’industria nucleare segnata da cattura regolatoria, leadership autoreferenziale, ingegneria difettosa e decisioni al risparmio disastrose, come la mancata costruzione di una barriera marina adeguata o la mancata protezione dall’acqua di generatori e pompe.
Il disastro di Three Mile Island poteva essere liquidato come errore umano. Quello di Chernobyl poteva essere attribuito a errori umani e a una tecnologia sovietica inferiore. Fukushima era diverso. Il peggior disastro industriale del Mondo è avvenuto in un Paese industrializzato avanzato con 54 reattori nucleari, che fornivano un terzo dell’elettricità del Giappone.
Il costo finale per contenere i reattori distrutti, stoccare i rifiuti e ricostruire parti della zona di esclusione nucleare potrebbe superare i 1.000 miliardi di dollari – circa un quarto dell’economia annua del Giappone. Eppure, il governo sembra ignorare la storia e la geologia del Paese mentre spinge per riavviare i reattori in un arcipelago colpito ogni anno da oltre 1.000 terremoti.
Raggiungere la maggiore età
Ogni anno, a gennaio, il Giorno della Maggiore Età, una festa nazionale in Giappone, celebra i ragazzi che compiono 20 anni e diventano cittadini a pieno titolo. Quest’anno, Okuma ha tenuto la sua cerimonia un sabato pomeriggio. L’evento somigliava a una cerimonia di diploma scolastico, ma era più solenne.
Le ragazze indossavano eleganti kimono furisode con elaborati fiocchi. Anche i ragazzi in Giappone a volte vestono abiti tradizionali come gli hakama e giacche corte, ma a Okuma portavano abiti neri con cravatta. Dieci giovani raggiungevano la maggiore età: cinque ragazzi e cinque ragazze.
La cerimonia si è svolta in un auditorium percorso da lunghe file di politici e funzionari locali seduti. Si sono susseguiti molti inchini e numerosi discorsi, nessuno dei quali pronunciato dai giovani festeggiati. I media nazionali stavano seguendo l’evento e, a tratti, il palco era più affollato di fotografi che di partecipanti. Era un giorno importante per Okuma: rappresentava una sorta di rinascita simbolica dopo il disastro nucleare, un nuovo inizio per la città. Questi giovani avevano cinque anni quando erano fuggiti dalla zona.
Ma cosa significa davvero il loro ritorno a Okuma, nel momento in cui passano dall’adolescenza all’età adulta?
Purtroppo, l’evento non era ciò che sembrava. Senza il disastro nucleare, la città avrebbe avuto 135 giovani adulti che avrebbero raggiunto la maggiore età quest’anno. Invece, solo 10 studenti sono tornati per la cerimonia, percorrendo lunghe distanze per arrivare all’auditorium, poiché nessuno di loro vive a Okuma.
«Mi dispiace dirlo, ma non conosco nessuna di queste persone. Non le ho mai viste prima», afferma Takumi Sakamoto, un giovane esile che studia sociologia all’Università Hosei di Tokyo. Lo stesso vale per gli altri partecipanti: i loro registri familiari ufficiali sono a Okuma, ma questi giovani stanno tornando in una città che ormai non conoscono più.
Almeno Takumi ha un buon motivo per essere qui: intende scrivere la sua tesi sul trauma nucleare di Fukushima e su come le persone stanno affrontando un disastro che continua ancora oggi.
Vivere con gli hot spot radioattivi
Con notevole ingegno e autonomia, le persone a Fukushima convivono con alti livelli di radioattività. Questi Argonauti dell’Antropocene stanno imparando come decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di citizen science per controllare il cibo e monitorare i livelli di radiazione. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chornobyl (come ora si scrive) per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.
Ai Kimura, regista e ricercatrice principale presso Tarachine (il Laboratorio della Radiazione delle Madri a Iwaki) con un budget annuale di un milione di dollari, proveniente principalmente da donazioni, è impegnata come sempre. Gestisce una clinica per bambini e un laboratorio dotato di attrezzature sofisticate, comprese nuove macchine per monitorare trizio, stronzio e cesio nell’acqua di raffreddamento che Tepco ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico nel 2023. (Tepco, la Tokyo Electric Power Company, possiede la centrale nucleare di Fukushima e altri reattori in Giappone).
«Il governo non ci forniva le informazioni che volevamo, o ce le dava con settimane o mesi di ritardo», afferma Kimura. «Noi siamo madri. Ci sono cose che dobbiamo sapere subito per prenderci cura dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non è che la crisi sia finita. Non si vede una fine. Il governo vuole che la gente pensi che tutto stia migliorando, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma questo non è vero. Abbiamo visto aumentare i livelli di radiazione in alcune situazioni. Abbiamo visto parchi e scuole recontaminati. Dobbiamo monitorare costantemente e non dimenticare mai. La necessità di testare l’acqua, il suolo, il cibo e la salute delle persone a Fukushima è continua, e ci attendono ulteriori pericoli derivanti dagli effetti ritardati della radiazione».
Sentirsi traditi
Tepco prevede di scaricare 22 trilioni di becquerel di trizio all’anno nell’Oceano Pacifico nei prossimi 20-30 anni. Questo è meno del trizio rilasciato dai reattori nucleari canadesi, che scaricano più di 3.000 trilioni di becquerel all’anno nel fiume San Lorenzo. Ma l’acqua di raffreddamento dei reattori funzionanti non è la stessa cosa dell’acqua contaminata da barre di combustibile fuse, che contengono un miscuglio di altri radionuclidi.
In più occasioni, Tepco è stata sorpresa a falsificare i dati sulla sicurezza e a coprire incidenti. Nel 2018, l’azienda è stata costretta ad ammettere che la sua acqua trattata era ancora contaminata da plutonio, stronzio e cesio – 62 radionuclidi in totale – a livelli, in alcuni casi, migliaia di volte superiori ai limiti normativi.
Tepco riconosce che fino a due terzi dell’acqua di raffreddamento nei suoi serbatoi rimane contaminata. A corto di liquidità, la compagnia ha annunciato a gennaio che avrebbe ridotto di 26 miliardi di dollari le spese. Questo rallenterà ulteriormente lo smantellamento dei reattori fusi.
«Ci sentiamo traditi», afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative di Pesca di Iwaki. «Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno deciso di farlo comunque».
Uomo robusto con una giacca da lavoro blu, Sawada era visibilmente turbato l’ultima volta che l’ho incontrato, nel 2022. All’epoca, il Giappone riportava la cattura di uno scorfano radioattivo, che irradiava 18.000 becquerel per chilogrammo di cesio 137, 180 volte il limite legale, nel porto di Shinchi, a 35 miglia a nord di Fukushima Daiichi.
Lo scorfano si unì alla lista di 44 specie che, a un certo momento, erano state vietate alla vendita in Giappone. I pesci d’acqua dolce provenienti dai fiumi di Fukushima sono ancora vietati a causa dei livelli elevati di radioattività, ma lo scorfano e altre 200 specie marine sono di nuovo considerati sicuri, almeno per ora. La flotta di pescherecci di Fukushima è ridotta della metà rispetto a prima e il pescato è un quarto di quello di un tempo. I giorni consentiti per la pesca sono limitati.
«Non riusciamo a vendere i nostri pesci come una volta», afferma Sawada. «Riceviamo meno soldi per i nostri pesci rispetto ad altre prefetture». La lista dei Paesi che vietano l’importazione di alimenti da Fukushima include Russia e Cina. «Finché i danni continueranno, vogliamo essere risarciti», aggiunge Sawada.
I criteri sono complicati e i sussidi potrebbero terminare presto, ma almeno per il momento, i pescatori di Fukushima vengono pagati per i giorni in cui non pescano e per i pesci che sono costretti a vendere a prezzo scontato. «I soldi li paga Tepco», dice Sawada, «ma in realtà vengono dal governo». (Tepco è stata di fatto nazionalizzata dopo che la compagnia è stata salvata con un’infusione di capitale di 1.000 miliardi di yen, pari a 12,5 miliardi di dollari, nel 2012).
Da soli
Tomoko Kobayashi mi mostra l’asilo che frequentava da bambina. Con un orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente com’erano l’11 marzo 2011, l’asilo è stato preservato come memoriale del terremoto del Tōhoku.
È uno dei diversi memoriali costruiti a Odaka, una città che un tempo contava 13.000 abitanti e ora ne ha un terzo. «Dobbiamo farlo per noi», dice Tomoko. «Dobbiamo ricordare cosa è successo. Dobbiamo sapere com’era la vita e come le persone sono sopravvissute al disastro. Questo archivio ci aiuterà a ricostruire la città».
Odaka è la città più autosufficiente e creativa di Fukushima, in buona parte grazie a Tomoko. Possiede la pensione a 13 camere lungo la strada dal suo vecchio asilo. Si tratta di un ryokan tradizionale con bagni caldi separati per uomini e donne, ma poco riscaldamento altrove, tranne in una stanza centrale con un lungo tavolo, ingombro di libri, opuscoli, mappe, disegni e progetti per le decine di iniziative che Tomoko ha contribuito a lanciare con gli ospiti che si riuniscono ogni sera per il pasto comune.
Per riaprire il suo ryokan, Tomoko e Takenori, suo marito, prima della sua morte nel 2024, hanno raccolto volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto a fondo e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare la loro alimentazione, e successivamente il laboratorio ha iniziato a testare il cibo per tutta Fukushima. Ogni anno raccoglievano altri volontari per percorrere le fattorie e i campi di Fukushima, mappando gli hot spot radioattivi.
Hanno organizzato quattro viaggi a Chornobyl per studiare la vita in un’altra zona rossa radioattiva. Tomoko ha pubblicato tre volumi di interviste con i sopravvissuti di Fukushima. Ha filmato i suoi viaggi e gli eventi mentre rianimava i festival tradizionali della città e sosteneva nuove attività e ristoranti. Con un’incessante allegria, lavorava come una sorta di ragno benevolo, tessendo connessioni tra tutti coloro che si sedevano al suo tavolo.
L’ultima iniziativa che ha contribuito a lanciare è l’Oretachino Denshokan (comunemente abbreviato in Oreden). Significa “il nostro museo memoriale”: Oreden è una galleria di sculture, uno spazio d’arte, un museo, uno studio di ceramica e una biblioteca, installata in un ex magazzino decontaminato e ricostruito da una squadra di 250 volontari provenienti da tutto il mondo.
Vivere di sussidi
Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un ottimo anno nel 2025. Le risaie nella sua valle non sono state fortemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e grandi quantità di materiale organico, Sato ha ripreso a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017.
Uomo magro e dall’aspetto distinto, la sua azienda agricola include droni per monitorare i campi, trattori automatizzati e una grande sala riunioni con un monitor televisivo e diverse lavagne bianche. Sato stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello di un tempo.
All’inizio, il governo gli imponeva di controllare i livelli di radiazione in ogni sacco di riso, anche in quelli piccoli venduti a prezzo ridotto. Ora controlla un sacco ogni 50. L’anno scorso, il Giappone ha affrontato una grave carenza di riso. I prezzi sono aumentati del 50% e Sato ha avuto un raccolto eccezionale.
Da allora ha raddoppiato i suoi terreni e ora gestisce la più grande azienda agricola cooperativa di Fukushima, con 15 dipendenti. Sta sperimentando la coltivazione di altre colture come mais e soia. Nel frattempo, un flusso costante di funzionari del Ministero dell’Economia giapponese e di altri visitatori sfila nella sua sala riunioni, consultando Sato su come migliorare l’economia di Fukushima.
Anche Haruo Ono ha avuto un buon anno. Possiede una nuova barca da pesca, comandata da uno dei suoi tre figli. Gestiscono un peschereccio costiero di circa 15 metri dal porto di Shinchi, il porto più a nord di Fukushima. Il pescato è stato buono l’anno scorso e non sono più comparsi scorfani radioattivi. Ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima Daiichi. Parla con amarezza, quasi gridando per la frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte di Tepco. «La trattano come fosse una fogna», dice.
Con i capelli neri tagliati corti su un volto segnato dal vento e dalle intemperie, Ono è ancora limitato a pescare non più di 12 giorni al mese. «Tepco prevede di porre fine ai sussidi entro la fine dell’anno», dice. «Io mi opporrò, perché non hanno ancora completato lo smantellamento. Non ci dicono nemmeno quando rilasciano l’acqua contaminata. La maggior parte di noi pescatori è ormai calma e non si lamenta, ma anche se protestassimo, le nostre voci non arriverebbero fino a Tokyo. Il governo non perde mai. Non si scusa mai. Non si assume mai la responsabilità di ciò che ha fatto. Nessuno fuori parla più di Fukushima, ma noi non ci siamo ancora ripresi».
Un’altra persona intraprendente che cerca di rilanciare l’economia locale è Yuji Onuma. Personaggio grande e carismatico, Onuma ha lavorato per otto anni come attore professionista a Tokyo interpretando Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili di Victor Hugo. Attualmente gestisce un’azienda di energia solare nella prefettura di Ibaraki, a nord-est di Tokyo.
Il prezzo dell’elettricità che vende a Tepco sta diminuendo, ora che il governo spinge per riavviare i reattori nucleari giapponesi messi fuori servizio. Onuma percorre spesso in auto le quattro ore che lo separano dalla sua città natale, Futaba, dove si prende cura delle tombe di famiglia e affitta quattro appartamenti.
Futaba, che un tempo contava 7.000 abitanti, è la “cugina povera” della vicina Okuma. La città ospitava due dei sei reattori di Fukushima Daiichi e stava cercando di costruirne altri due quando la centrale esplose. Il nuovo e costoso museo memoriale di Fukushima si trova a Futaba, ma sulla costa, fuori dal centro abitato.
«Guardate laggiù», dice Onuma mentre camminiamo davanti alle case abbandonate lungo quella che un tempo era la strada principale. «Hanno costruito una sopraelevata. Ora chi va al museo può uscire dall’autostrada e passare direttamente sopra Futaba».
In cerca di giustizia
Incontro la “Querelante n. 8” una mattina a colazione nel nostro hotel. È una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha aderito a una causa contro Tepco, chiedendo un risarcimento per l’esposizione alle radiazioni subita durante l’infanzia.
“Querelante n. 8” è il modo in cui viene identificata nel procedimento, dagli avvocati e dalla stampa. Deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone provenienti da Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate pericolose a livello personale e dannose politicamente per la reputazione del Giappone.
Il cancro alla tiroide era un tempo raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone – mille volte superiore rispetto a prima del disastro.
La Querelante n. 8 ha subito l’asportazione della tiroide a 17 anni. «Ero anestetizzata, ma avevo gli occhi aperti e ho pianto per tutta la durata dell’intervento. Ancora oggi, raccontare quell’esperienza mi fa tremare le gambe. Ho sofferto meno di altre persone, ma a volte mi ritrovo ancora a piangere in modo incontrollabile».
La Querelante n. 8 è ufficialmente registrata come disabile dopo un esaurimento nervoso. Durante il processo, le sono stati concessi cinque minuti per raccontare la sua esperienza. La giovane donna ed io camminiamo fino al nuovo museo del patrimonio di Odaka, dove mi mostra una foto di sé inginocchiata davanti a una delle installazioni.
Mariko Gelman, un’artista proveniente da Chornobyl, è venuta a Fukushima e ha installato una scultura intitolata “Transparency Japan”. La scultura è un muro di mattoni illuminati, ciascuno contenente una scatola di medicinali per le pillole che le vittime di cancro alla tiroide a Chornobyl e Fukushima devono assumere per il resto della loro vita.
Ruiko Muto, cofondatrice del 3.11 Fund for Children with Thyroid Cancer, sta aiutando a organizzare il processo sul cancro alla tiroide. Da tempo oppositrice dell’energia nucleare in Giappone, Muto è nota per aver parlato a una grande manifestazione antinucleare nel 2011, durante la quale paragonò i rifugiati atomici di Fukushima agli hibakusha, le “persone colpite dalla bomba” di Hiroshima e Nagasaki.
(Il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe dichiarò in seguito che Fukushima era stata una terza bomba atomica sganciata sul Giappone, solo che questa volta il Giappone l’aveva sganciata su sé stesso).
Muto è stata la rappresentante dei querelanti in un processo penale che sosteneva che i tre principali dirigenti di Tepco fossero penalmente responsabili per aver anteposto i profitti aziendali alla sicurezza pubblica. Dopo un processo durato 13 anni, la Corte Suprema giapponese ha dichiarato gli imputati non colpevoli.
«I nostri tribunali in Giappone non sono politicamente indipendenti», afferma Muto. «Hanno spianato la strada al prossimo disastro nucleare». Il governo sta contrastando la causa sul cancro alla tiroide, sostenendo un eccesso di diagnosi e la mancanza di prove che Fukushima Daiichi sia la causa radiogena dei tumori. «Qualunque sia l’esito del caso, per noi è importante accertare i fatti e permettere ai querelanti di rivendicare giustizia», afferma Muto.
Stigmatizzati
Se le pianure costiere del Giappone orientale stanno tornando alla vita, i villaggi collinari nelle montagne Abukuma sono un’altra storia. Cercando di anticipare una tempesta di neve prevista per gennaio, Junko Takahashi, la giornalista giapponese con cui sto viaggiando, ed io percorriamo strade tortuose, spingendoci sempre più in profondità tra le colline boscose per trovare Yoichi Tao.
Fisico formato all’Università di Tokyo e hibakusha sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, Tao è stato fondatore di una grande società di ingegneria prima di ritirarsi a Sasu, il più remoto dei 20 villaggi di Iitate. Qui ha creato un’organizzazione chiamata Saisei-no-kai, la “rinascita di Fukushima”, un gruppo le cui ambizioni sono grandi quanto il suo nome.
Tao ha costruito un laboratorio e una casa per gli ospiti. Ha sviluppato nuovi metodi per decontaminare le risaie. Ha progettato rilevatori portatili di radiazioni collegati direttamente a Internet. Insieme a sua figlia, architetta, ha trasformato un ex negozio di ferramenta in un centro di ricerca pieno di progetti.
Tao ci consegna una dichiarazione che ha scritto sulla vita a Iitate. Descrive la sua filosofia sulla necessità dell’autosufficienza nelle comunità locali, per poi concludere: «Gli ultimi due anni hanno reso chiaro che queste idee sono rimaste poco più che granelli di sabbia – largamente ignorate dai leader globali, dagli esperti e dai burocrati».
«Gli alberi sono troppo contaminati per essere usati nella mia stufa a legna», dice. «Non sono riuscito nemmeno a coltivare funghi shiitake senza livelli elevati di cesio. Gli anziani stanno morendo. Vediamo molte ambulanze sulla strada e i giovani non sono tornati. Questo è il nostro problema più grave. Pensavo che avremmo potuto far rinascere Fukushima, ma ora credo che l’area sia destinata a tornare alle montagne da cui proviene».
Tao non usa mezzi termini nel criticare gli ingegneri della Tepco. «Non ascoltano nessuno, nemmeno i premi Nobel che vogliono aiutare. Se il loro suolo è sicuro, perché devono rimuoverlo? Scaricare l’acqua di raffreddamento nell’oceano è un’altra cattiva idea. Anni fa ho consigliato loro di costruire un sistema a circuito chiuso. Non c’è modo che riescano a smantellare i reattori entro il 2051, la loro data obiettivo. Ci dicono che ci sono 880 tonnellate di combustibile fuso e, finora, sono riusciti a rimuoverne un pezzo grande quanto un chicco di riso. Io stimo che ci vorranno 100 anni o più. Le generazioni future continueranno a ripulire Fukushima molto tempo dopo la nostra morte».
Junko ed io percorriamo un’altra stretta valle per incontrare Nobuyoshi Ito, conosciuto localmente come “il fanatico delle misurazioni”. Ito gira per Iitate e sulle colline circostanti indossando un giubbotto pieno di rilevatori di radiazioni. La camera da letto della sua casa ospita due spettrometri professionali importati dall’Ucraina. Ito pubblica un blog e testa regolarmente tutti i frutti selvatici e le bacche che un tempo venivano raccolti qui in abbondanza.
Quando l’ho visto l’ultima volta, nel 2022, Ito mi porse un fungo Inohana, detto “naso di cinghiale”, considerato uno dei più deliziosi tra le 200 specie commestibili del Giappone. Ito mi avvertì che il fungo era radioattivo. Trovando difficile credere alle sue misurazioni, portai il fungo in un laboratorio indipendente. Quanto era radioattivo? Conteneva 88.000 becquerel per chilogrammo: 900 volte oltre il limite legale per gli alimenti in Giappone.
Le cose quest’anno sono leggermente migliorate, ma non di molto. Ito tira fuori dal frigorifero un sacchetto di funghi Inohana, che misurano 55.000 becquerel per chilogrammo. Ritiene che riaprire Iitate ai rimpatriati e ai nuovi coloni sia stato un errore. Trecento persone sono arrivate per gli alloggi e altri sussidi, ma alcune se ne sono già andate. Una città di 6.500 abitanti si sta riducendo a un decimo della sua dimensione originaria.
Ito ci mostra un altro oggetto interessante: una cartolina che ha inviato a fine anno per spiegare perché non avrebbe mandato gli auguri di Capodanno. «La mia esistenza è scomoda per il villaggio di Iitate», dice. «Stanno sfruttando persone in difficoltà, cercando di attirarle qui. Elencano i sussidi, ma non menzionano le radiazioni». Durante i miei viaggi a Fukushima, ho spesso sentito le persone definirsi “scomode”. «Sono un fastidio per i funzionari locali», dice Ito. «La mia esistenza rende loro la vita difficile. Hanno mentito dicendo di aver ottenuto il consenso della popolazione. Avevano detto che ci avrebbero consultato prima di rilasciare l’acqua contaminata. Non l’hanno mai fatto».
Ito è anche arrabbiato per i tentativi di Tepco di riavviare i reattori nucleari sulla costa occidentale del Giappone. «Detesto la sfortuna di essere nato in un Paese capace di dimenticare la propria storia in soli 80 anni», dice, riferendosi al bombardamento di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ito esce di nuovo dalla stanza e torna con una piccola campanella di ottone. «Il comune me l’ha data per tenere lontani gli orsi», dice. «Ci sono state cinque segnalazioni di orsi nel villaggio. Ma non ci hanno dato nulla per proteggerci dalle radiazioni».
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29/01/2026
La “difesa che serve” è il 5% del PIL per fermare il crollo dell’Italia, non per le armi
È il segno tangibile di un’Italia che attende ancora l’attuazione efficace di un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) che sia in grado di intervenire su scenari come quello siciliano, organizzando azioni per limitarne la portata.
In una nazione dove il Ministero delle Infrastrutture sembra dare priorità ad accogliere figure come il neonazista Tommy Robinson in pompa magna e a investire miliardi di euro dei contribuenti per un’opera inutile come il Ponte sullo Stretto, il dissesto idrogeologico ha smesso di essere un’allerta stagionale per trasformarsi nella vera emergenza strutturale.
I numeri, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni: oggi il 94,5% dei comuni italiani, pari a 7.463 municipi, è a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe (Rapporto ISPRA 2024), con oltre 1,3 milioni di persone che vivono in aree a pericolosità di frana elevata o molto elevata e ben 6,8 milioni di abitanti esposti al rischio alluvioni (Dati ISPRA 2024).
A questo si aggiunge un dato allarmante sul consumo di suolo, che viaggia al ritmo di 2,4 metri quadrati al secondo, riducendo drasticamente la capacità naturale di assorbimento delle piogge (Rapporto ISPRA 2024), mentre i danni economici legati a eventi meteo estremi hanno raggiunto nel solo 2025 la cifra record di 12 miliardi di euro (stime BCE e Agenzia Ambientale Europea 2025).
In questo scenario appare paradossale, quasi grottesco, un dibattito pubblico che vede l’Italia rincorrere le richieste internazionali per elevare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035 – un investimento che supererebbe i 100 miliardi di euro l’anno – quando la realtà ci avverte che a quella data rischiamo di non avere più un territorio da difendere da nemici esterni, avendolo visto sgretolarsi sotto i nostri piedi.
La vera difesa della nazione non si costruisce infatti con gli armamenti, ma con uno stanziamento speculare del 5% del PIL destinato esclusivamente alla messa in sicurezza del territorio e dei cittadini, poiché l’emergenza climatica non è uno spauracchio teorico, ma un fenomeno concreto che sta già modificando la geografia dei nostri territori: basti pensare che l’Italia ha registrato un incremento del 22% degli eventi meteorologici estremi nell’ultimo anno (Osservatorio Città Clima Legambiente 2025) e un aumento della superficie a rischio frana del 15% solo nell’ultimo triennio (Rapporto ISPRA 2025).
Gli ultimi eventi siciliani confermano che il Mezzogiorno non ha bisogno delle Zone Economiche Speciali, create spesso per attirare capitali volatili o deregolamentare il lavoro tramite la defiscalizzazione, ma necessita di un piano pubblico di investimenti finalizzato al miglioramento delle infrastrutture primarie e alla resilienza idrica, considerando che le perdite delle reti acquedottistiche superano ancora il 42% su scala nazionale (Dati ISTAT 2024).
Questo è il grande piano per la difesa del territorio di cui necessita il nostro Paese e deve diventare il volano per un rilancio occupazionale senza precedenti, capace di assorbire personale altamente formato, come ingegneri e tecnici, insieme a una vasta forza lavoro da impiegare nell’unica grande opera realmente necessaria.
Investire nella protezione del suolo significa restituire un futuro a territori che da decenni perdono risorse e popolazione a causa dell’emigrazione forzata, trasformando la manutenzione del territorio in una priorità nazionale assoluta che metta finalmente al riparo la popolazione da un nemico interno fatto di incuria e abbandono.
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08/12/2025
La storia dell’ACNA, la fabbrica di esplosivi e coloranti che ha avvelenato il fiume Bormida
Origine e sviluppo dello stabilimento
La storia dell’ACNA comincia nel 1882 a Cengio, un tranquillo borgo agricolo dell’entroterra ligure, al confine con il Piemonte: qui, su un’ansa del fiume Bormida, viene costruito il Dinamitificio Barbieri, una fabbrica di dinamite. Il luogo è ideale per lo sviluppo industriale: il fiume fornisce una grande quantità di acqua, la ferrovia rappresenta un collegamento fondamentale con il porto di Savona e la manodopera è a basso costo. Circa dieci anni dopo la sua fondazione, il dinamitificio viene rilevato dalla SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti) e si espande molto rapidamente. La richiesta di esplosivi infatti è altissima: servono per le guerre, prima quelle del colonialismo italiano e poi quelle mondiali. Nel 1918 nella fabbrica lavorano 6000 operai e si producono enormi quantità di acido solforico concentrato, acido nitrico, fenolo, tritolo, binitronaftalina, acido picrico, balistite e nitrocotone. Ogni giorno si fabbricano ben 100 tonnellate di esplosivi.
Nel primo dopoguerra lo stabilimento comincia a produrre anche coloranti per l’industria tessile, in particolari prodotti a base di catrame di carbone, utilizzabili per preparare sia esplosivi sia colori sintetici. Poi però subentra una crisi, per cui nel 1925 il dinamitificio viene rilevato da Italgas. Nel 1929 lo stabilimento di Cengio, insieme a quelli di Rho e Cesano Maderno, diventa ACNA e nel 1931 passa alla Montecatini e alla tedesca IG Farben.
L’impatto su ambiente e lavoratori
A lungo gli abitanti di Cengio e dei territori circostanti, fino ad allora perlopiù contadini, vedono nella fabbrica una grande opportunità lavorativa. Nel tempo, però, sale la preoccupazione per l'inquinamento delle acque del Bormida: sono giallo-rossicce, contaminate dagli scarichi dello stabilimento per circa 70 km a valle, in territorio piemontese, e inutilizzabili per irrigare i campi. Anche l'inquinamento delle acque sotterranee diventa preoccupante, al punto che già nel 1909 si vieta l’utilizzo dei pozzi a valle della fabbrica. I rifiuti solidi vengono accumulati sul greto del fiume o in buche scavate nel terreno. Dalle ciminiere fuoriescono fumi tossici che danno origine a una costante nebbia: le sue particelle si depositano sul terreno, avvelenando le coltivazioni e il bestiame, mentre la popolazione manifesta malesseri di varia natura. Ma non è tutto: gli operai, che lavorano a contatto con sostanze velenose e respirano polveri e vapori, cominciano ad ammalarsi di cancro e di molte altre patologie.
A partire dagli anni Quaranta le proteste degli agricoltori si moltiplicano, tra manifestazioni e blocchi stradali. Dureranno decenni, mentre i tecnici dell’ACNA continueranno a negare la pericolosità della contaminazione e denunce e processi si concluderanno con un nulla di fatto. Negli anni Settanta la Legge Merli stabilisce limiti precisi per le emissioni di inquinanti: il risultato è che l’ACNA comincia a seppellire di notte i rifiuti nei terreni circostanti e ad adottare altri accorgimenti per superare i controlli. Intanto, il fiume Bormida viene dichiarato da una Commissione ministeriale “biologicamente morto”.
Dalle proteste alla chiusura dell’ACNA
Solo nel 1987 la val Bormida viene dichiarata “Area ad elevato rischio di crisi ambientale”. Ma la contaminazione dell’ACNA, ormai passata sotto il controllo della Montedison, continua: particolarmente significativo è l’episodio dell’enorme nube bianca che nel 1988 intossica la popolazione. Negli anni Ottanta e Novanta le proteste si intensificano: gli attivisti manifestano legati e imbavagliati davanti alla stazione di Cengio, si incatenano alla sede della regione Liguria e bloccano perfino il Giro d’Italia. Il caso diventa di interesse mediatico.
Intanto, la situazione economica dell’ACNA peggiora drasticamente e nel 1991 l’azienda viene assorbita da Enichem, la società petrolchimica del gruppo Eni. Bisognerà aspettare il 1999 perché l’ACNA venga chiusa e perché sia dichiarato lo stato di emergenza socio-ambientale per il sito.
L'ACNA di Cengio oggi: la difficile bonifica
Finalmente, nel 2006 viene approvato e affidato a Eni Rewind un progetto di bonifica. Negli anni successivi una grande quantità di rifiuti è stata rimossa, mentre una parte è stata soltanto messa in sicurezza in modo permanente. Oggi le acque del Bormida sono pulite, vengono di nuovo utilizzate per irrigare i campi ed è anche permesso pescare. La bonifica, però, è ancora in corso e presenta numerose criticità: per esempio, un’area esterna al sito presenta ancora alti livelli di inquinanti, mentre la tenuta delle barriere di contenimento dei rifiuti è oggetto di dibattito e ci sono perplessità sul possibile riutilizzo del sito.
Sitografia
La riqualificazione di uno stabilimento produttivo centenario
Acna di Cengio
ACNA di Cengio-Saliceto
Ex ACNA di Cengio
Fonte
19/02/2025
Un attentato stile “Nord Stream 2”, a Savona
I fatti sono accaduti nella notte tra venerdì 14 e sabato 15, a poche centinaia di metri dal porto di Vado Ligure (Savona), dove era ed è tuttora ormeggiata la petroliera «Seajewel»: l’equipaggio è stato svegliato da due forti esplosioni, che hanno squarciato la fiancata sotto la linea di galleggiamento della nave, con ingresso di acqua nelle paratie.
Le operazioni di scarico in corso sono state sospese, ma fortunatamente non si è verificato alcun sversamento di greggio in mare, né è stata compromessa la sicurezza della nave.
Come si sono mosse le autorità? Hanno cercato di silenziare il più possibile la natura e l’entità di quel che è con grande evidenza un attentato terroristico ai danni di una petroliera con una portata lorda di 109.000 tonnellate di greggio. La costatazione delle lamiere ripiegate verso l’interno della nave, e di una moria di pesci localizzata, hanno fugato ogni dubbio circa la matrice terroristica: sono state utilizzate certamente cariche esplosive collocate dall’esterno, probabilmente tramite gommoni o barche.
Invece, lunedì 17 la Capitaneria di porto di Savona ha emesso un comunicato «al fine di sgombrare il campo da alcune notizie prive di fondamento che si sono diffuse nella giornata di oggi», in cui riferisce di «alcune anomalie – da accertare – nelle procedure di discarica» a bordo della nave; per cui erano in corso «accertamenti tecnici a bordo dell’unità in questione volti a verificare l’origine di tali anomalie e ad eliminare le stesse per il prosieguo delle operazioni in sicurezza».
La stampa nazionale sinora non si è occupata del caso, con eccezione in data di ieri (18 febbraio) de La Stampa (a p. 16, con il titolo “Attacco alla petroliera”), del Secolo XIX (con articoli pp. 2 e 3 preceduti dall’occhiello “Paura a Savona”) e dell’inserto Genova de La Repubblica (“Savona, ordigno su una petroliera, indaga l’antiterrorismo”).
Il resto dei maggiori quotidiani ha ignorato la notizia, peraltro non più soffocabile dopo la pubblicazione sull’Ukrainska Pravda del 17 febbraio di un articolo di chiara rivendicazione, per quanto indiretta, intitolato “Ship violating sanctions by transporting Russian oil to Europe struck by explosion in Italy”.
Non abbiamo trovato la «Seajewel» nella lista delle navi sanzionate per aver trasportato il petrolio russo embargato. La nave è stata invece filmata nel porto di Constantsa (Romania) in un servizio postato un paio di mesi fa su YouTube dalla stessa Ukrainska Pravda, e indicata come appartenente alla flotta fantasma che contrabbanda petrolio per conto dei russi (vedi minuto 9:29 del video).
Mentre scriviamo (19 febbraio, ore 12) stiamo constatando che la notizia comincia a rimbalzare in internet. Immaginiamo l’imbarazzo governativo: il ‘nostro alleato’ ucraino ci ha spedito un pesante avvertimento, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano uscire bruscamente dalla guerra per procura contro la Russia, e l’Europa è divisa su ogni cosa, tranne apparentemente sul gonfiare gli ordini dell’industria delle armi.
Il caso «Seajewel» assomiglia in modo impressionante, anche per il timing, a quello del ‘bombardamento’ del gasdotto Nord Stream 2, le cui conseguenze disastrose per la pace e la sicurezza economica stiamo ancora valutando per difetto. Se non si è tramutato in un eco-disastro proprio davanti al santuario marino di Bergeggi può essere stato un caso o un calcolo.
Grazie al lavoro dei giornalisti locali abbiamo saputo che già nella giornata di domenica si erano effettuati controlli in mare con sommozzatori «arrivati da La Spezia» (IGV.it, giornale online ligure, 17/2/2025), con tutta probabilità degli specialisti del gruppo operativo subacquei del Comsubin della Marina militare.
Del resto, sempre lunedì 17 la Procura di Savona ha formalmente incaricato il corpo dei subacquei della Marina delle indagini circa gli ordigni esplosi, e il giorno dopo (Ansa/Regione Liguria, 18/2/2025) dagli ambienti militari si faceva trapelare che l’esplosivo utilizzato potesse essere di tipo militare come Rdx o Hdx, impiegabili in acqua.
Sin dai primi passi, gli inquirenti hanno avanzato l’ipotesi di una finalità mafiosa, nel qual caso l’inchiesta passerebbe alla Direzione distrettuale antimafia di Genova.
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22/09/2024
L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste
Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna
Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.
Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.
“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.
A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.
A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.
A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.
A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.
“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.
Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.
Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.
Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.
Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.
La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.
Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.
Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.
L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.
Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.
Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.
Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.
I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.
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21/09/2024
Alluvione in Romagna: guardiamo i fatti con gli occhiali del cemento, non solo dell’emotività
La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è esattamente quello che è accaduto, di nuovo, in Romagna, come in altre Regioni. E che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni delle piogge, per di più piogge che saranno sempre più aggressive. L’analisi di Paolo Pileri
Abbiamo cambiato il clima: questo è chiaro anche se non a tutti, purtroppo. Proviamo però a uscire dalla trappola dell’emotività con cui ci viene presentato il dramma delle alluvioni. Lo facciamo con pieno rispetto per vittime e danneggiati. E lo facciamo usando un grafico messo a disposizione della Agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae), ovvero l’ente istituzionale che monitora l’ambiente e fornisce a tutti, politici inclusi, informazioni per capire e decidere.
La pioggia cumulata caduta in questi giorni in Romagna è tanta (800 millimetri) e supera la media degli ultimi trent’anni (la fascia evidenziata in verde). Questo ci dice Arpae con quel grafico. E fin qui “tutto bene”. Ma se andiamo a scavare un po’ più indietro nel tempo, ad esempio prendiamo il 1979, scopriamo cose che ci aiutano a vedere più chiaro che cosa è accaduto e a quali responsabilità guardare.
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| La quantità cumulativa di pioggia caduta in Emilia-Romagna. A settembre del 1979 (linea verde) è caduta all’incirca la stessa quantità di acqua rispetto allo stesso mese del 2024 (linea nera) |
La linea verde rappresentata nel grafico delle precipitazioni giornaliere cumulate in Emilia-Romagna si riferisce al 1979, mentre quella nera al 2024. Guardate in corrispondenza di fine settembre. I due valori sono più o meno alla pari. Che cosa significa? Semplice: che nel 1979 cadde la medesima pioggia, più o meno, di quella di qualche giorno fa. Ma nel 1979 non ci furono le alluvioni devastanti di questi giorni.
Dove è allora la differenza? Probabilmente ce ne sono tante e sarebbe doveroso per le istituzioni mettersi a studiarle con rigore e urgenza. Tra queste è innegabile che la impermeabilizzazione del territorio degli ultimi anni sia una di queste “differenze” perché, cumulando cemento e asfalto sul territorio, si rende il territorio più incapace di svolgere le funzioni di controllo idrologico che il suolo svolge naturalmente.
Ricordo due dati. Un ettaro di suolo sano e ben permeabile arriva ad accumulare quasi quattro milioni di litri di acqua, una quantità enorme, pari a 150 tir che trasportano bottiglie d’acqua. Se quel suolo viene cementificato si azzera quella funzione e quindi quando piove quell’acqua rimane in superficie e/o va nei corpi idrici superficiali ingrossandoli e aumentando la quantità d’acqua che vediamo durante le alluvioni e di conseguenza danni e vittime.
Secondo dato. La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale (un prato permanente, ad esempio) è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è quello che è accaduto in Romagna, come in altre Regioni e che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni che le piogge generano, per di più piogge che saranno sempre più aggressive per il clima danneggiato dal nostro assurdo modello di sviluppo.
La Regione Emilia-Romagna dal 2006 al 2022 ha cementificato oltre 11mila ettari, ovvero 110 chilometri quadrati e quasi tutto, per giunta, in aree alluvionabili. Un disastro ambientale silenzioso che ha cambiato completamente il ciclo naturale dell’acqua in quella Regione. Non solo. L’aumento di cemento corrisponde a uno di temperatura a terra e altri effetti ambientali che a loro volta concorrono a cambiare il clima, generando piogge e venti anomali che oggi sono diventati normali.
Mettiamo le cose in ordine. Se non si smette di cementificare, non vi sarà fine a tutto questo. Ci sono responsabilità di governo del territorio molto precise sebbene vengano messe in ombra da questo abuso di emotività davanti alla quale le idee si sfocano. C’è una legge di governo del territorio che ha fatto e fa acqua da tutte le parti. C’è impreparazione ecologica in chi governa il territorio. C’è una disattenzione completa alla difesa del suolo: negli ultimi anni si è speso 13 volte di più per allestire seggi elettorali e tenere in ordine l’anagrafe; 6,2 volte di più per lo sviluppo e la valorizzazione del turismo (anche quello insostenibile), 44 per le strade.
Siamo in mezzo a una tempesta perfetta, perfino più dannosa delle piogge romagnole: consumo di suolo alle stelle senza alcuna legge seria che lo fermi; spesa pubblica per la difesa del suolo inconsistente; ignoranza ecologica sul comportamento del suolo di chi governa e di chi opera economicamente sui territori. E su tutto questo non si riflette.
Dopo l’alluvione del maggio 2023 l’Emilia Romagna, che vantava una tradizione urbanistica tra le più avanzate d’Italia, non ha aperto un tavolo permanente di riflessione con i sindaci dell’Appennino coinvolti in decine di migliaia di frane per capire le cause e decidere insieme come cambiare il modo di governare il territorio. Era un’occasione unica per generare un laboratorio di idee e di cambiamento che invece non si è realizzato. In compenso il governo regionale si è premurato, poco prima delle elezioni europee, di mettere in forno altre deroghe urbanistiche per cementificare sempre più. Idem per le deforestazioni di decine e decine di ettari, come quelle lungo la Secchia. Quindi proviamo a vedere le cose con altri occhiali se vogliamo cambiarle e trovarci meno in quelle dolorose situazioni.
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