Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/09/2024
L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste
Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna
Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.
Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.
“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.
A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.
A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.
A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.
A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.
“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.
Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.
Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.
Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.
Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.
La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.
Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.
Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.
L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.
Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.
Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.
Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.
I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.
Fonte
26/03/2020
Arvedi - L'Ilva di Cremona
Il decreto restrittivo “a maglie larghe” sulla produzione industriale, nonostante i quasi 7000 morti con il nuovo record giornaliero di 743 vittime, (di cui oltre 400 solo in Lombardia) permette, oltre ai prodotti essenziali in campo alimentare ed energetico, la “fabbricazione di articoli tessili tecnici ed industriali, articoli in gomma e in materie plastiche, prodotti chimici, prodotti refrattari, di alluminio e semilavorati” (fonte Contropiano) senza alcuna specifica che richiami l’emergenza dell’epidemia, come ad esempio i guanti in lattice, i respiratori e i gel alcolici per disinfettare le mani o similari.
Specifiche richieste invece in Brasile, dove il ministro della Salute Mandetta ha pungolato gli industriali a concentrarsi su queste particolari produzioni e non altre, per limitare gli assembramenti in fabbrica, laddove la produzione in linea generalizzata non consente di rispettare quelle distanze di sicurezza necessarie ad evitare la diffusione del contagio, come la strage reiterata nel Lombardo-Veneto dimostra nel quotidiano.
Non solo: il ministro brasiliano ha ricordato che la collaborazione della sanità privata è fondamentale, potendo questa disporre di maggiori finanze e macchinari ultramoderni, ai fini di evitare il collasso del servizio pubblico, già stremato dalla diffusione del virus, che dai 25 casi iniziali di due settimane fa, ha oltrepassato i duemila, anche se i decessi accertati sono per ora circoscritti piucche altro a São Paulo e Rio de Janeiro.
Purtroppo l’irresponsabile dichiarazione di Bolsonaro di due giorni fa a reti unificate, che ha sconfessato il suo ministro minimizzando la pandemia, rischia di vanificare un lavoro fino ad ora encomiabile.
In Italia, oltre a non disturbare con dichiarazioni “imbarazzanti” i baroni delle cliniche, sì continua invece a calcare la mano sugli spostamenti dei cittadini, che con il novello modulo – ancora una volta modificato in corsa – adesso devono specificare il domicilio oltre che la residenza, indicando da dove lo spostamento è cominciato e la destinazione finale, pena sanzioni fino a 4.000 euro, che servono comunque a far cassa in questo periodo di crisi estrema.
Eppure, tanta rigidità non ha mai trovato riscontro nelle regole violate allegramente dai colossi lombardi, specie nel settore siderurgico, in un quadro di corruzione a 360° che ha coinvolto tutto e tutti, specie in alcuni Comuni della Lombardia.
Arvedi, beneficenza a rendere
Giovanni Arvedi: 83 anni, imprenditore nel settore dell’acciaio, ma soprattutto, specialista in salvataggi.
Salvataggi a buon rendere, ovviamente.
Inizia a metà anni ’80 acquisendo Dalmine, un gruppo in difficoltà che “salva” acquisendo così ben tre acciaierie, in cambio della sua Celestri.
In pratica, un abile scambio di quote azionarie, tre fustini di detersivo al posto di uno, parafrasando una vecchia pubblicità dell’epoca. Una delle tre nuove acciaierie, denominata Arinox, diventa la prima produttrice di nastri di acciaio inossidabile di precisione. E gli utili di Arvedi decollano.
Sempre in quegli anni Giovanni il Salvatore tira fuori dal letame il gruppo Rizzoli e il suo fiore all’occhiello Corriere Della Sera, evitando così la sua chiusura fallimentare.
In cambio di 140 miliardi di lire diventa azionista del gruppo con il 12% di quote, ritagliandosi anche l’aureola di Capitano Coraggioso controcorrente.
Il suo prestigio industriale aumenta.
Sfruttando gli utili dei suoi nastri, nel 2007 salva la Cremonese dalla bancarotta affidandola a un nome di prestigio quale lo scomparso Emiliano Mondonico.
Questa abile mossa gli consente in pratica di prendere in consegna le chiavi della città, e da quel momento da Salvatore sale di grado, diventando il Grande Benefattore di Cremona. Nel 2011 apre il Centro Sportivo giovanile targato Arvedi, soprannominato Cittadella dello Sport.
Nel 2013 inaugura il Museo del Violino e parte il restauro di Piazza Marconi, tutto finanziato dall’imprenditore.
Nel frattempo scoppiano le prime grane: Sinistra Ecologia e Libertà accusa Arvedi di aver seppellito sotto i terreni del Centro rifiuti tossici dell’acciaieria, “cioè scarti di produzione delle acciaierie con elevate concentrazioni di metalli pesanti, diossine e altri componenti pericolosi per la salute che se non adeguatamente trattati e inertizzati, potrebbero disperdersi nell’ambiente e nella sottostante falda acquifera con immaginabili conseguenze per la salute dei cittadini”.
Il “mecenate” forte ormai della sua posizione, non nega il fatto, ma contesta l’accusa di pericolosità esibendo analisi di parte che dichiarano inerti i detriti sotterrati. Intanto una TV locale esce con un servizio intitolato La discarica dello sport.
Controllo dei media
A questo punto Arvedi ha la grande intuizione: seguendo l’esempio del Silvio Nazionale, capisce che per tacitare il dissenso, deve assumere il controllo dell’informazione locale. Così facendo, eviterebbe che i grossi quotidiani attingano da fonti a lui ostili proprio a Cremona.
Detto fatto: sempre nel 2013 compra La Provincia, il quotidiano della città, diventa poi editore del settimanale Mondo Padano dando inizio alle trasmissioni di Cremona TV. Da allora, una cortina di silenzio cala sull’operato dell’acciaieria, che continua la sua attività senza andare troppo per il sottile. Fin quando l’anno scorso FanPage scopre che il Re è nudo: un’indagine dell’ATF (Agenzia Tutela Salute) rende noti dati raccapriccianti fino ad allora tenuti nascosti: Cremona detiene il record in Val Padana di tumori e malattie respiratorie: aumento del 14 per cento delle ospedalizzazioni per patologie polmonari e del 33 per cento nei comuni limitrofi; rischio di tumore al polmone più alto del 7 per cento in città; mortalità per tumore al polmone più alta del 17 per cento nell’hinterland. Aumento del 23% delle leucemie nella città, e addirittura dell’81% in provincia. Milioni di metri cubi di emissioni concentrate in un territorio di pochi chilometri quadrati dove convivono impianti ad alto impatto inquinante.
Una polvere metallica che si accumula giorno dopo giorno su case, tetti e finestre, come avviene a Taranto da decenni, nei territori prospicienti ILVA.
I maggiori responsabili sono individuati nell’inceneritore di Cremona con le sue 71.000 tonnellate annue di rifiuti, nell’autostrada Cremona-Brescia, e ovviamente in Arvedi, che fa la parte del leone, occupando con le discariche interne una superficie di 457 mila metri quadrati; per cui avrebbe una portata di circa 5,6 milioni di nmc (normal metri cubi) immessi nell’atmosfera. A ciò si aggiunge Arvedi Area Nord e Arvedi Tubi Acciaio, in totale circa 866.000 nmc/ora.
Già 3 anni prima El Patrón aveva subìto un incidente di percorso a Trieste, quando la Procura aveva aperto un fascicolo sulla Siderurgica Triestina, la fabbrica rilevata da Arvedi dopo uno dei suoi innumerevoli “salvataggi”.
In quella circostanza, la magistratura aveva raccolto le denunce dei cittadini, ignorate costantemente a Cremona, che lamentavano polveri tossiche e fumi neri emessi dalle ciminiere degli altiforni.
L’imprenditore si era difeso, scaricando il barile sulla passata amministrazione, ma il ripetersi a casa propria di tali scocciature lo preoccupava non poco.
Il salvataggio eccellente
Tuttavia, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, essendo cieca molto più spesso lo fa con i furbacchioni: difatti a fine 2019, offre ad Arvedi la grande chance su un vassoio d’oro. La trattativa per salvare ILVA a Taranto, e trattenere gli indiani riottosi di Arcelor Mittal, limitando così i 4700 esuberi di manodopera minacciati dalla multinazionale, sembra essersi ormai arenata. Lo Stato deve ricorrere a Snam e Cassa Depositi e Prestiti per evitare la frittata, ma a causa della procedura d’infrazione prevista dall’Unione Europea in caso di eccesso di intervento statale, serve comunque un partner privato per completare la fusione.
Stavolta quindi non si tratta di salvare una società privata, ma addirittura il governo italiano! Un occasione imperdibile.
Tecnicamente Arvedi è più avanti degli indiani, utilizzando il gas al posto del carbone e possedendo il know-how per la costruzione di un forno elettrico, al fine di sostituire l’obsoleto Altoforno 2 che una volta spento, è inutilizzabile, mentre con quello elettrico la procedura è fattibile senza rovinare la meccanica dello stesso e risparmiando energia. Trattativa tuttora in corso, che concede al miliardario cremonese una cambiale in bianco da riscuotere, assicurandogli l’impunità totale per gli abusi compiuti a casa sua.
Nel frattempo scoppia la pandemia da coronavirus, che guarda caso miete le vittime maggiori proprio nel triangolo lombardo, Bergamo Brescia e Cremona per l’appunto, dove la concentrazione di fabbriche inquinanti è maggiore: a Cremona “eccelle” il colosso siderurgico e la multinazionale Bosch, mentre nel bergamasco la fanno da padroni Persico spa, Polini Motori e Cartiera Pigna.
Le zone rosse mai fatte rispettare da un esecutivo non più capace di imporsi, fanno sì che i gruppi sopracitati continuino a lavorare, pur se a ranghi ridotti, falcidiati da assenze e malattie.
E intanto la gente muore come le mosche.
Grida di dolore inascoltate
Secondo le testimonianze raccolte a Cremona e provincia in questi giorni, da parte di operai dell’acciaieria e di comuni cittadini, mancano i tamponi negli ospedali, scarseggia l’ossigeno, e molti anziani positivi con polmoniti interstiziali bilaterali vengono rispediti a casa per mancanza di posti. Dalla linea di produzione le confessioni più inquietanti: Arvedi ha 2000 dipendenti, con più morti sul lavoro ogni anno per la mancata applicazione delle procedure di sicurezza, oltre al disprezzo per le norme anti inquinamento.
Il titolare avrebbe più volte ricattato i Comuni del cremonese, minacciando licenziamenti o trasferimento all’estero dell’indotto, in caso di limitazioni di orario.
Il Sindaco sarebbe stato oggetto di continue irruzioni nei giorni passati, con scenate per evitare rallentamenti dei ritmi lavorativi. Operai riferiscono di colleghi positivi al virus, la cui quarantena è stata negata dall’azienda con telefonate a casa, impedendo loro di richiedere il tampone.
I giornali riportarono che il 1°contagiato di Codogno era operaio dell’acciaieria, ma il titolare smentì.
Intanto ecco un paio di link che confermano gli incidenti mortali sul lavoro nel 2019:
https://milano.corriere.it/19_aprile_19/cremona-incidente-acciaieria-arvedi-morto-lavoro-operaio-28-anni-a88ea48a-62ba-11e9-a7fc-361228882fb7.shtml
https://milano.fanpage.it/cremona-incidente-sul-lavoro-alle-acciaierie-arvedi-trave-cade-su-una-gru-schiacciati-due-operai/
E poi un link a conferma dei contagi avvenuti all’interno della linea di produzione:
https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/coronapo’virus-due-contagiati-accertati-in-provincia-di-cremona
Arvedi continua tuttora a produrre in palese violazione dell’ultimo pur generoso decreto, in particolare nel passaggio che riguarda le filiere di produzione da affiancare agli alimenti e ai carburanti. Difatti l’acciaio non appartiene alla categoria dei semilavorati non ferrosi, di cui fanno invece parte alluminio, rame, ottone, nickel, titanio, zinco e piombo, oltre a platino, oro e argento. Non solo: non esiste neanche una giustificazione di carattere tecnico legata al mantenimento della funzionalità degli impianti, in quanto, come già scritto poc’anzi, i forni Arvedi sono elettrici, per cui il loro spegnimento temporaneo non comporta alcun danno.
Attualmente l’acciaieria è in sovrapproduzione. Per cui l’insistenza a tenere aperta la fabbrica, oltre che criminale, è anche controproducente.
(Flavio Bacchetta – produzione riservata)
NB: Ringrazio gli operai che con le loro testimonianze hanno consentito l’approfondimento di questa storia. Le mie condoglianze alle famiglie dei loro colleghi caduti sul lavoro (f.b.)
Fonte
Specifiche richieste invece in Brasile, dove il ministro della Salute Mandetta ha pungolato gli industriali a concentrarsi su queste particolari produzioni e non altre, per limitare gli assembramenti in fabbrica, laddove la produzione in linea generalizzata non consente di rispettare quelle distanze di sicurezza necessarie ad evitare la diffusione del contagio, come la strage reiterata nel Lombardo-Veneto dimostra nel quotidiano.
Non solo: il ministro brasiliano ha ricordato che la collaborazione della sanità privata è fondamentale, potendo questa disporre di maggiori finanze e macchinari ultramoderni, ai fini di evitare il collasso del servizio pubblico, già stremato dalla diffusione del virus, che dai 25 casi iniziali di due settimane fa, ha oltrepassato i duemila, anche se i decessi accertati sono per ora circoscritti piucche altro a São Paulo e Rio de Janeiro.
Purtroppo l’irresponsabile dichiarazione di Bolsonaro di due giorni fa a reti unificate, che ha sconfessato il suo ministro minimizzando la pandemia, rischia di vanificare un lavoro fino ad ora encomiabile.
In Italia, oltre a non disturbare con dichiarazioni “imbarazzanti” i baroni delle cliniche, sì continua invece a calcare la mano sugli spostamenti dei cittadini, che con il novello modulo – ancora una volta modificato in corsa – adesso devono specificare il domicilio oltre che la residenza, indicando da dove lo spostamento è cominciato e la destinazione finale, pena sanzioni fino a 4.000 euro, che servono comunque a far cassa in questo periodo di crisi estrema.
Eppure, tanta rigidità non ha mai trovato riscontro nelle regole violate allegramente dai colossi lombardi, specie nel settore siderurgico, in un quadro di corruzione a 360° che ha coinvolto tutto e tutti, specie in alcuni Comuni della Lombardia.
Arvedi, beneficenza a rendere
Giovanni Arvedi: 83 anni, imprenditore nel settore dell’acciaio, ma soprattutto, specialista in salvataggi.
Salvataggi a buon rendere, ovviamente.
Inizia a metà anni ’80 acquisendo Dalmine, un gruppo in difficoltà che “salva” acquisendo così ben tre acciaierie, in cambio della sua Celestri.
In pratica, un abile scambio di quote azionarie, tre fustini di detersivo al posto di uno, parafrasando una vecchia pubblicità dell’epoca. Una delle tre nuove acciaierie, denominata Arinox, diventa la prima produttrice di nastri di acciaio inossidabile di precisione. E gli utili di Arvedi decollano.
Sempre in quegli anni Giovanni il Salvatore tira fuori dal letame il gruppo Rizzoli e il suo fiore all’occhiello Corriere Della Sera, evitando così la sua chiusura fallimentare.
In cambio di 140 miliardi di lire diventa azionista del gruppo con il 12% di quote, ritagliandosi anche l’aureola di Capitano Coraggioso controcorrente.
Il suo prestigio industriale aumenta.
Sfruttando gli utili dei suoi nastri, nel 2007 salva la Cremonese dalla bancarotta affidandola a un nome di prestigio quale lo scomparso Emiliano Mondonico.
Questa abile mossa gli consente in pratica di prendere in consegna le chiavi della città, e da quel momento da Salvatore sale di grado, diventando il Grande Benefattore di Cremona. Nel 2011 apre il Centro Sportivo giovanile targato Arvedi, soprannominato Cittadella dello Sport.
Nel 2013 inaugura il Museo del Violino e parte il restauro di Piazza Marconi, tutto finanziato dall’imprenditore.
Nel frattempo scoppiano le prime grane: Sinistra Ecologia e Libertà accusa Arvedi di aver seppellito sotto i terreni del Centro rifiuti tossici dell’acciaieria, “cioè scarti di produzione delle acciaierie con elevate concentrazioni di metalli pesanti, diossine e altri componenti pericolosi per la salute che se non adeguatamente trattati e inertizzati, potrebbero disperdersi nell’ambiente e nella sottostante falda acquifera con immaginabili conseguenze per la salute dei cittadini”.
Il “mecenate” forte ormai della sua posizione, non nega il fatto, ma contesta l’accusa di pericolosità esibendo analisi di parte che dichiarano inerti i detriti sotterrati. Intanto una TV locale esce con un servizio intitolato La discarica dello sport.
Controllo dei media
A questo punto Arvedi ha la grande intuizione: seguendo l’esempio del Silvio Nazionale, capisce che per tacitare il dissenso, deve assumere il controllo dell’informazione locale. Così facendo, eviterebbe che i grossi quotidiani attingano da fonti a lui ostili proprio a Cremona.
Detto fatto: sempre nel 2013 compra La Provincia, il quotidiano della città, diventa poi editore del settimanale Mondo Padano dando inizio alle trasmissioni di Cremona TV. Da allora, una cortina di silenzio cala sull’operato dell’acciaieria, che continua la sua attività senza andare troppo per il sottile. Fin quando l’anno scorso FanPage scopre che il Re è nudo: un’indagine dell’ATF (Agenzia Tutela Salute) rende noti dati raccapriccianti fino ad allora tenuti nascosti: Cremona detiene il record in Val Padana di tumori e malattie respiratorie: aumento del 14 per cento delle ospedalizzazioni per patologie polmonari e del 33 per cento nei comuni limitrofi; rischio di tumore al polmone più alto del 7 per cento in città; mortalità per tumore al polmone più alta del 17 per cento nell’hinterland. Aumento del 23% delle leucemie nella città, e addirittura dell’81% in provincia. Milioni di metri cubi di emissioni concentrate in un territorio di pochi chilometri quadrati dove convivono impianti ad alto impatto inquinante.
Una polvere metallica che si accumula giorno dopo giorno su case, tetti e finestre, come avviene a Taranto da decenni, nei territori prospicienti ILVA.
I maggiori responsabili sono individuati nell’inceneritore di Cremona con le sue 71.000 tonnellate annue di rifiuti, nell’autostrada Cremona-Brescia, e ovviamente in Arvedi, che fa la parte del leone, occupando con le discariche interne una superficie di 457 mila metri quadrati; per cui avrebbe una portata di circa 5,6 milioni di nmc (normal metri cubi) immessi nell’atmosfera. A ciò si aggiunge Arvedi Area Nord e Arvedi Tubi Acciaio, in totale circa 866.000 nmc/ora.
Già 3 anni prima El Patrón aveva subìto un incidente di percorso a Trieste, quando la Procura aveva aperto un fascicolo sulla Siderurgica Triestina, la fabbrica rilevata da Arvedi dopo uno dei suoi innumerevoli “salvataggi”.
In quella circostanza, la magistratura aveva raccolto le denunce dei cittadini, ignorate costantemente a Cremona, che lamentavano polveri tossiche e fumi neri emessi dalle ciminiere degli altiforni.
L’imprenditore si era difeso, scaricando il barile sulla passata amministrazione, ma il ripetersi a casa propria di tali scocciature lo preoccupava non poco.
Il salvataggio eccellente
Tuttavia, se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, essendo cieca molto più spesso lo fa con i furbacchioni: difatti a fine 2019, offre ad Arvedi la grande chance su un vassoio d’oro. La trattativa per salvare ILVA a Taranto, e trattenere gli indiani riottosi di Arcelor Mittal, limitando così i 4700 esuberi di manodopera minacciati dalla multinazionale, sembra essersi ormai arenata. Lo Stato deve ricorrere a Snam e Cassa Depositi e Prestiti per evitare la frittata, ma a causa della procedura d’infrazione prevista dall’Unione Europea in caso di eccesso di intervento statale, serve comunque un partner privato per completare la fusione.
Stavolta quindi non si tratta di salvare una società privata, ma addirittura il governo italiano! Un occasione imperdibile.
Tecnicamente Arvedi è più avanti degli indiani, utilizzando il gas al posto del carbone e possedendo il know-how per la costruzione di un forno elettrico, al fine di sostituire l’obsoleto Altoforno 2 che una volta spento, è inutilizzabile, mentre con quello elettrico la procedura è fattibile senza rovinare la meccanica dello stesso e risparmiando energia. Trattativa tuttora in corso, che concede al miliardario cremonese una cambiale in bianco da riscuotere, assicurandogli l’impunità totale per gli abusi compiuti a casa sua.
Nel frattempo scoppia la pandemia da coronavirus, che guarda caso miete le vittime maggiori proprio nel triangolo lombardo, Bergamo Brescia e Cremona per l’appunto, dove la concentrazione di fabbriche inquinanti è maggiore: a Cremona “eccelle” il colosso siderurgico e la multinazionale Bosch, mentre nel bergamasco la fanno da padroni Persico spa, Polini Motori e Cartiera Pigna.
Le zone rosse mai fatte rispettare da un esecutivo non più capace di imporsi, fanno sì che i gruppi sopracitati continuino a lavorare, pur se a ranghi ridotti, falcidiati da assenze e malattie.
E intanto la gente muore come le mosche.
Grida di dolore inascoltate
Secondo le testimonianze raccolte a Cremona e provincia in questi giorni, da parte di operai dell’acciaieria e di comuni cittadini, mancano i tamponi negli ospedali, scarseggia l’ossigeno, e molti anziani positivi con polmoniti interstiziali bilaterali vengono rispediti a casa per mancanza di posti. Dalla linea di produzione le confessioni più inquietanti: Arvedi ha 2000 dipendenti, con più morti sul lavoro ogni anno per la mancata applicazione delle procedure di sicurezza, oltre al disprezzo per le norme anti inquinamento.
Il titolare avrebbe più volte ricattato i Comuni del cremonese, minacciando licenziamenti o trasferimento all’estero dell’indotto, in caso di limitazioni di orario.
Il Sindaco sarebbe stato oggetto di continue irruzioni nei giorni passati, con scenate per evitare rallentamenti dei ritmi lavorativi. Operai riferiscono di colleghi positivi al virus, la cui quarantena è stata negata dall’azienda con telefonate a casa, impedendo loro di richiedere il tampone.
I giornali riportarono che il 1°contagiato di Codogno era operaio dell’acciaieria, ma il titolare smentì.
Intanto ecco un paio di link che confermano gli incidenti mortali sul lavoro nel 2019:
https://milano.corriere.it/19_aprile_19/cremona-incidente-acciaieria-arvedi-morto-lavoro-operaio-28-anni-a88ea48a-62ba-11e9-a7fc-361228882fb7.shtml
https://milano.fanpage.it/cremona-incidente-sul-lavoro-alle-acciaierie-arvedi-trave-cade-su-una-gru-schiacciati-due-operai/
E poi un link a conferma dei contagi avvenuti all’interno della linea di produzione:
https://www.glonaabot.it/articoli-correlati/coronapo’virus-due-contagiati-accertati-in-provincia-di-cremona
Arvedi continua tuttora a produrre in palese violazione dell’ultimo pur generoso decreto, in particolare nel passaggio che riguarda le filiere di produzione da affiancare agli alimenti e ai carburanti. Difatti l’acciaio non appartiene alla categoria dei semilavorati non ferrosi, di cui fanno invece parte alluminio, rame, ottone, nickel, titanio, zinco e piombo, oltre a platino, oro e argento. Non solo: non esiste neanche una giustificazione di carattere tecnico legata al mantenimento della funzionalità degli impianti, in quanto, come già scritto poc’anzi, i forni Arvedi sono elettrici, per cui il loro spegnimento temporaneo non comporta alcun danno.
Attualmente l’acciaieria è in sovrapproduzione. Per cui l’insistenza a tenere aperta la fabbrica, oltre che criminale, è anche controproducente.
(Flavio Bacchetta – produzione riservata)
NB: Ringrazio gli operai che con le loro testimonianze hanno consentito l’approfondimento di questa storia. Le mie condoglianze alle famiglie dei loro colleghi caduti sul lavoro (f.b.)
Fonte
24/05/2019
Alla Prosus di Cremona si materializza la solidarietà operaia. Una storia esemplare
La lotta alla Prosus di Vescovato (Cremona), una fabbrica con circa 400 dipendenti, ci racconta quella che possiamo definire come una storia esemplare di solidarietà operaia, un episodio significativo che questi brutti tempi da tempo non ci riconsegnavano.
I fatti sono questi. Da tempo 26 lavoratori interinali adibiti alla logistica di questa fabbrica di lavorazione di carne suina, sono stati licenziati perché si erano iscritti alla Usb ed avevano cominciato a farsi sentire sui propri diritti.
Il sistema è noto. Le aziende appaltano i loro servizi esterni (logistica, etc.) a cooperative esterne o ad agenzie interinali che procurano la forza lavoro tramite il micidiale meccanismo dell’intermediazione, ovvero il moderno caporalato.
I 26 lavoratori licenziati nelle settimane scorse hanno dato vita a manifestazioni e presidi chiedendo la riassunzione. Ma l’azienda aveva fatto muro anche utilizzando il pretesto che non sono propri dipendenti.
Mercoledi viene presa la decisione di occupare il parcheggio interno dello stabilimento insieme alle mogli e ai figli dei lavoratori licenziati. I lavoratori e le loro famiglie si presentano con materassi e il necessario a portare avanti una occupazione “a cielo aperto”.
La sera si svolge l’assemblea dentro il parcheggio della fabbrica. All’assemblea questa volta partecipano attivamente anche le donne e sono le più determinate a portare avanti la lotta.
L’azienda chiama la Questura, la quale annuncia che l’occupazione verrà sgomberata. Giovedi mattina davanti alla Prosus si presentano quattro blindati e i funzionari intimano a lavoratori, donne e bambini di sgomberare entro dieci minuti. A quel punto parte un tam tam di messaggi che arriva anche ai lavoratori interni della Prosus, i quali decidono di sospendere il lavoro, di uscire dalla linee e si vanno a schierare davanti alla polizia insieme ai lavoratori licenziati e ai loro familiari. “Le donne e i bambini non si toccano” dicono chiaro e forte gli operai ai funzionari della Questura.
A quel punto la polizia arretra, l’azienda accetta un incontro con i lavoratori licenziati e si procede ad un successivo incontro in Prefettura, con la Prosus che si impegna a far pressione sulle società che hanno l’appalto dei servizi esterni affinché riassumano i lavoratori licenziati.
Abbiamo detto in apertura che questa si sta rivelando come una storia esemplare. E’ noto infatti che in molti stabilimenti spesso le direzioni aziendali puntano a dividere i lavoratori “interni” da quelli dei servizi esterni come quelli della logistica, additando spesso le lotte di questi ultimi come un danno e un ostacolo al lavoro.
Chi era presenta ci racconta invece di una situazione mai vista in tempi recenti, un episodio di determinazione e solidarietà operaia di altri tempi. Eppure è accaduto oggi, nel profondo Nord, tra operai “italiani” e operai “immigrati”. L’unità di chi lavora avviene come sempre sul campo. La lotta indubbiamente educa e si conferma strumento di emancipazione. Di questo hanno timore padroni e ministri. Di questo deve sentirsi forte chi vuole affermare i diritti di tutti e il concetto di “prima gli sfruttati”
Fonte
I fatti sono questi. Da tempo 26 lavoratori interinali adibiti alla logistica di questa fabbrica di lavorazione di carne suina, sono stati licenziati perché si erano iscritti alla Usb ed avevano cominciato a farsi sentire sui propri diritti.
Il sistema è noto. Le aziende appaltano i loro servizi esterni (logistica, etc.) a cooperative esterne o ad agenzie interinali che procurano la forza lavoro tramite il micidiale meccanismo dell’intermediazione, ovvero il moderno caporalato.
I 26 lavoratori licenziati nelle settimane scorse hanno dato vita a manifestazioni e presidi chiedendo la riassunzione. Ma l’azienda aveva fatto muro anche utilizzando il pretesto che non sono propri dipendenti.
Mercoledi viene presa la decisione di occupare il parcheggio interno dello stabilimento insieme alle mogli e ai figli dei lavoratori licenziati. I lavoratori e le loro famiglie si presentano con materassi e il necessario a portare avanti una occupazione “a cielo aperto”.
La sera si svolge l’assemblea dentro il parcheggio della fabbrica. All’assemblea questa volta partecipano attivamente anche le donne e sono le più determinate a portare avanti la lotta.
L’azienda chiama la Questura, la quale annuncia che l’occupazione verrà sgomberata. Giovedi mattina davanti alla Prosus si presentano quattro blindati e i funzionari intimano a lavoratori, donne e bambini di sgomberare entro dieci minuti. A quel punto parte un tam tam di messaggi che arriva anche ai lavoratori interni della Prosus, i quali decidono di sospendere il lavoro, di uscire dalla linee e si vanno a schierare davanti alla polizia insieme ai lavoratori licenziati e ai loro familiari. “Le donne e i bambini non si toccano” dicono chiaro e forte gli operai ai funzionari della Questura.
A quel punto la polizia arretra, l’azienda accetta un incontro con i lavoratori licenziati e si procede ad un successivo incontro in Prefettura, con la Prosus che si impegna a far pressione sulle società che hanno l’appalto dei servizi esterni affinché riassumano i lavoratori licenziati.
Abbiamo detto in apertura che questa si sta rivelando come una storia esemplare. E’ noto infatti che in molti stabilimenti spesso le direzioni aziendali puntano a dividere i lavoratori “interni” da quelli dei servizi esterni come quelli della logistica, additando spesso le lotte di questi ultimi come un danno e un ostacolo al lavoro.
Chi era presenta ci racconta invece di una situazione mai vista in tempi recenti, un episodio di determinazione e solidarietà operaia di altri tempi. Eppure è accaduto oggi, nel profondo Nord, tra operai “italiani” e operai “immigrati”. L’unità di chi lavora avviene come sempre sul campo. La lotta indubbiamente educa e si conferma strumento di emancipazione. Di questo hanno timore padroni e ministri. Di questo deve sentirsi forte chi vuole affermare i diritti di tutti e il concetto di “prima gli sfruttati”
Fonte
27/01/2015
Il ritorno dei fascisti
Recentemente, in un articolo per Il Fatto Quotidiano, commentando la scoperta del “complotto” neofascista (24 dicembre 2014), mettevo in guardia contro la tentazione di buttare la cosa sul folclore locale. Era insorto nientemeno che l’eccelsa mente di Giampiero Mughini che sul sito Dagospia aveva sentenziato: “…solo una macchietta intellettuale dell’antifascismo duro e puro quale il professore torinese Angelo d’Orsi (…) può sostenere che quei quattro cazzoni che frequentavano il novantaquattrenne Rutilio Sermonti a bere una tazza di caffè e ad ascoltare estasiati l’apologia delle Waffen SS che si battevano fa dannati durante la Seconda guerra mondiale, siano una minaccia incombente della nostra democrazia quale lo sono stati nel Novecento Mussolini e Hitler (…)”.
Incassato l’epiteto di “macchietta intellettuale” da un personaggio noto solo per le sue sciagurate comparsate tv, perlopiù in veste di isterico commentatore calcistico, vestito in modo macchiettistico, blaterante macchiettisticamente, mi tocca l’onere di evocare i tristi avvenimenti di Cremona, dove giovanotti neofascisti, armati di spranghe ed altri oggetti usi a ferire (al caso, uccidere), hanno compiuto un vero e proprio assalto a un Centro Sociale, il CSA Dordoni, aggredendo furiosamente i presenti. Un cinquantenne, Emilio Visigalli, è stato colpito in modo pesante, ed è finito in coma, dal quale sta forse uscendo in queste ore in cui si sta organizzando una manifestazione antifascista nella sua città. Che è, storicamente, anche la città del peggiore dei ras fascisti del passato, Roberto Farinacci. Riflettendo sui fatti accaduti domenica scorsa, sembra di assistere a un vecchio film già visto, ma nel 1921-22: la spedizione punitiva, che raccoglie squadristi dalle zone circumvicine, anche in un raggio di chilometri abbastanza esteso. Si danno appuntamento, si organizzano e via: si attacca “il nemico”.
Quali le differenze rispetto a 90 anni fa? Che gli squadristi non indossano (non necessariamente) la camicia nera, non ostentano gagliardetti, invece del manganello “che rischiara ogni cervello”, recano spranghe (che i cervelli li spappolano), non cantano Giovinezza, giovinezza…, e non viaggiano sui camion dell’esercito o delle associazioni padronali. Ma sono squadristi a tutti gli effetti. E curiosamente, da dove provengono? Non si sa, naturalmente, ma i sospetti sono indirizzati verso una organizzazione reticolare chiamata (con indubbio senso del marketing comunicativo) “Casa Pound”, che cresce di mese in mese, e che solo qualche ingenuo o qualche sprovveduto, suggestionati dal richiamo al poeta Ezra, si ostina a considerare un innocuo net di giovani intellettuali, sia pur di destra. In realtà, trattasi di qualcosa che in passato si sarebbe chiamato “un covo di fascisti”, ma i tempi cambiano e Mughini – ipse dixit! – ci informa che fascisti non sono. Sicché gli uni preparano addirittura un golpe, cosa peraltro per nulla nuova nella storia recente d’Italia, e gli altri se ne vanno in giro a spaccar crani, in un generale clima di impunità giudiziaria da un lato, e di sottovalutazione politica dall’altro.
L’esistenza di un pericolo fascista odierno è aggravato dal contesto internazionale, e specialmente europeo, che rivela una ripresa generalizzata del fascismo e addirittura del nazismo. Ucraina docet. E poi la Grecia, l’Olanda, l’Ungheria, i Paesi Baltici e così via... Ma anche nelle versioni “morbide” dal leghismo nostrano al lepenismo francese, assistiamo a un fortunato pullulare di movimenti di destra estrema, con tratti, anche formali ed esteriori, fascistoidi. Movimenti non solo tollerati, ma giudicati tutto sommato, sempre preferibili, alla Sinistra, o a quel poco che ne rimane. Syriza fa più paura di Alba Dorata. E l’UE e gli USA hanno sostenuto a spada tratta i neonazisti di Kiev, oscurando i massacri da loro compiuti, e tuttora in corso, compreso l’abbattimento ormai sicuro dell’aereo malese: ma pur sempre, preferiti a “quelli dell’Est”, che reclamano l’indipendenza, giudicati troppo prossimi, non solo geograficamente, alla Russia, vista ancora, in fondo, come non abbastanza disposta a farsi piallare dall’Occidente, dunque sospettabile di cripto-comunismo.
Si aggiunga che in Italia, proprio la presenza della Lega Nord aggrava il quadro: si è ormai realizzata una sorta di fusione operativa tra questo partito, a sua volta alleato alla signora Le Pen, e Casa Pound, che dunque può godere di una rete di protezione notevole. E le affinità ideologiche sono essenzialmente concentrate su una sorta di nazionalismo sghembo, in quanto è evidente che i leghisti secessionisti non possono proporsi come alfieri della nazione italiana, ma sono uniti ai fascisti veri e propri (i cui baricentro ideologico è sempre il nazionalismo) dal ripudio dell’Europa, con annessi e connessi.
È vero che oggi esiste un altro genere di fascismo, più pericoloso di questo, fatto di arroganza, di prepotenza, e di sfregio continuo alle regole della democrazia costituzionale, di occupazione della radiotelevisione pubblica, di condizionamento pesante della stampa cosiddetta “indipendente”, di limitazione progressiva o addirittura di cancellazione di ogni diritto,e molto altro ancora. Insomma, Matteo Renzi e la sua corte miserabile di seguaci e il suo “patronato” che è il “padronato”. Certo il fascismo renziano è morbido, e sorridente (come quello berlusconiano, del resto, da cui deriva direttamente), ma non esita a ricorrere alle maniere forti appena si passa dall’Aula alla Piazza: ne sanno qualcosa operai, pensionati, pastori, dipendenti di varie aziende in crisi malmenati dalle “forze dell’ordine” un po’ dappertutto.
Proprio questo clima di depotenziamento della democrazia, di progressivo rapido passaggio alla postdemocrazia, che sta altrettanto rapidamente aprendo la strada al definitivo superamento della forma democratica (le “riforme” in approvazione in un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Suprema Corte, per giunta!, ne sono una agghiacciante prova), favorisce la crescita di un neofascismo organizzato secondo i modelli e le pratiche del fascismo storico, quello classico, fatto di aggressione sistematica agli avversari politici. Ma anche semplicemente a coloro che culturalmente, e antropologicamente, appaiono “diversi”: un militante di sinistra, un giovane vestito in un certo modo, un immigrato senegalese, un gay, un frequentatore di Centri sociali: sono altrettante vittime designate dei nuovi fascistelli.
Saranno pure “cazzoni” (sempre per citare l’inclito Mughini), ma sono pericolosi. E vanno fermati. A loro monito, va pure ricordato che Roberto Farinacci, a cui guardano con tanta ammirazione, finì a Piazzale Loreto. Appeso, a testa in giù.
Fonte
Incassato l’epiteto di “macchietta intellettuale” da un personaggio noto solo per le sue sciagurate comparsate tv, perlopiù in veste di isterico commentatore calcistico, vestito in modo macchiettistico, blaterante macchiettisticamente, mi tocca l’onere di evocare i tristi avvenimenti di Cremona, dove giovanotti neofascisti, armati di spranghe ed altri oggetti usi a ferire (al caso, uccidere), hanno compiuto un vero e proprio assalto a un Centro Sociale, il CSA Dordoni, aggredendo furiosamente i presenti. Un cinquantenne, Emilio Visigalli, è stato colpito in modo pesante, ed è finito in coma, dal quale sta forse uscendo in queste ore in cui si sta organizzando una manifestazione antifascista nella sua città. Che è, storicamente, anche la città del peggiore dei ras fascisti del passato, Roberto Farinacci. Riflettendo sui fatti accaduti domenica scorsa, sembra di assistere a un vecchio film già visto, ma nel 1921-22: la spedizione punitiva, che raccoglie squadristi dalle zone circumvicine, anche in un raggio di chilometri abbastanza esteso. Si danno appuntamento, si organizzano e via: si attacca “il nemico”.
Quali le differenze rispetto a 90 anni fa? Che gli squadristi non indossano (non necessariamente) la camicia nera, non ostentano gagliardetti, invece del manganello “che rischiara ogni cervello”, recano spranghe (che i cervelli li spappolano), non cantano Giovinezza, giovinezza…, e non viaggiano sui camion dell’esercito o delle associazioni padronali. Ma sono squadristi a tutti gli effetti. E curiosamente, da dove provengono? Non si sa, naturalmente, ma i sospetti sono indirizzati verso una organizzazione reticolare chiamata (con indubbio senso del marketing comunicativo) “Casa Pound”, che cresce di mese in mese, e che solo qualche ingenuo o qualche sprovveduto, suggestionati dal richiamo al poeta Ezra, si ostina a considerare un innocuo net di giovani intellettuali, sia pur di destra. In realtà, trattasi di qualcosa che in passato si sarebbe chiamato “un covo di fascisti”, ma i tempi cambiano e Mughini – ipse dixit! – ci informa che fascisti non sono. Sicché gli uni preparano addirittura un golpe, cosa peraltro per nulla nuova nella storia recente d’Italia, e gli altri se ne vanno in giro a spaccar crani, in un generale clima di impunità giudiziaria da un lato, e di sottovalutazione politica dall’altro.
L’esistenza di un pericolo fascista odierno è aggravato dal contesto internazionale, e specialmente europeo, che rivela una ripresa generalizzata del fascismo e addirittura del nazismo. Ucraina docet. E poi la Grecia, l’Olanda, l’Ungheria, i Paesi Baltici e così via... Ma anche nelle versioni “morbide” dal leghismo nostrano al lepenismo francese, assistiamo a un fortunato pullulare di movimenti di destra estrema, con tratti, anche formali ed esteriori, fascistoidi. Movimenti non solo tollerati, ma giudicati tutto sommato, sempre preferibili, alla Sinistra, o a quel poco che ne rimane. Syriza fa più paura di Alba Dorata. E l’UE e gli USA hanno sostenuto a spada tratta i neonazisti di Kiev, oscurando i massacri da loro compiuti, e tuttora in corso, compreso l’abbattimento ormai sicuro dell’aereo malese: ma pur sempre, preferiti a “quelli dell’Est”, che reclamano l’indipendenza, giudicati troppo prossimi, non solo geograficamente, alla Russia, vista ancora, in fondo, come non abbastanza disposta a farsi piallare dall’Occidente, dunque sospettabile di cripto-comunismo.
Si aggiunga che in Italia, proprio la presenza della Lega Nord aggrava il quadro: si è ormai realizzata una sorta di fusione operativa tra questo partito, a sua volta alleato alla signora Le Pen, e Casa Pound, che dunque può godere di una rete di protezione notevole. E le affinità ideologiche sono essenzialmente concentrate su una sorta di nazionalismo sghembo, in quanto è evidente che i leghisti secessionisti non possono proporsi come alfieri della nazione italiana, ma sono uniti ai fascisti veri e propri (i cui baricentro ideologico è sempre il nazionalismo) dal ripudio dell’Europa, con annessi e connessi.
È vero che oggi esiste un altro genere di fascismo, più pericoloso di questo, fatto di arroganza, di prepotenza, e di sfregio continuo alle regole della democrazia costituzionale, di occupazione della radiotelevisione pubblica, di condizionamento pesante della stampa cosiddetta “indipendente”, di limitazione progressiva o addirittura di cancellazione di ogni diritto,e molto altro ancora. Insomma, Matteo Renzi e la sua corte miserabile di seguaci e il suo “patronato” che è il “padronato”. Certo il fascismo renziano è morbido, e sorridente (come quello berlusconiano, del resto, da cui deriva direttamente), ma non esita a ricorrere alle maniere forti appena si passa dall’Aula alla Piazza: ne sanno qualcosa operai, pensionati, pastori, dipendenti di varie aziende in crisi malmenati dalle “forze dell’ordine” un po’ dappertutto.
Proprio questo clima di depotenziamento della democrazia, di progressivo rapido passaggio alla postdemocrazia, che sta altrettanto rapidamente aprendo la strada al definitivo superamento della forma democratica (le “riforme” in approvazione in un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Suprema Corte, per giunta!, ne sono una agghiacciante prova), favorisce la crescita di un neofascismo organizzato secondo i modelli e le pratiche del fascismo storico, quello classico, fatto di aggressione sistematica agli avversari politici. Ma anche semplicemente a coloro che culturalmente, e antropologicamente, appaiono “diversi”: un militante di sinistra, un giovane vestito in un certo modo, un immigrato senegalese, un gay, un frequentatore di Centri sociali: sono altrettante vittime designate dei nuovi fascistelli.
Saranno pure “cazzoni” (sempre per citare l’inclito Mughini), ma sono pericolosi. E vanno fermati. A loro monito, va pure ricordato che Roberto Farinacci, a cui guardano con tanta ammirazione, finì a Piazzale Loreto. Appeso, a testa in giù.
Fonte
25/01/2015
"Chiudere Casa Pound", prova di forza antifascista a Cremona
Dopo i presidi di lunedì scorso organizzati in varie città, oggi alcune migliaia di antifascisti da tutta Italia sono arrivati a Cremona, in solidarietà a Emilio e ai compagni del CSA Dordoni aggrediti domenica da una squadraccia fascista composta di membri di Casa Pound provenienti da diverse città in occasione della partita di calcio tra Cremonese e Mantova.
Sono gli “antagonisti”, termine ormai abusato dalla stampa per descrivere militanti e attivisti che a vario titolo, che praticano l'antifascismo nei propri territori ogni giorno. Sono quelli che non vogliono vedere il proprio Paese distrutto dalla speculazione, dalla corruzione e da un sistema che affossa i lavoratori e mette in ginocchio le giovani generazioni.
Il corteo è partito verso le 15.30 ed ha sfilato per le strade di Cremona, a suon di slogan per il diritto al lavoro, alla casa e al reddito, e compatto nel gridare il proprio antifascismo. Da via Mantova il corteo ha poi imboccato via Trento e Trieste per raggiungere la sede di Casa Pound.
Davanti alla sede dei fascisti di Casa Pound, sono iniziate le tensioni. Nonostante il cartello “Vendesi” affisso sulla serranda abbassata, il dispiegamento delle forze dell'ordine a difesa del covo fascista era enorme. Non si sa ancora se la notizia della chiusura e della vendita sia vera, o se sia stata una messa in scena di Casa Pound per evitare lo scontro con gli antifascisti. Ci sono stati attimi di tensione e sono volati lacrimogeni per impedire ai manifestanti di procedere verso la sede dei "fascisti del terzo millennio".
Non è cosa nuova che la polizia difenda i fascisti, né che la manifestazione del dissenso o dell'antifascismo compatto venga represso duramente. Anche di fronte al palese atto di squadrismo di qualche giorno fa, l'unica risposta da parte dello stato è il “ripristino dell'ordine pubblico” e “far sentire il sapore del manganello”.
Verso le 6 del pomeriggio, la manifestazione si trovava ancora nei pressi di Casa Pound assediata da migliaia di persone, a fronteggiarsi con la polizia che continuava con il lancio di lacrimogeni mentre alcuni dei manifestanti lanciavano fumogeni e petardi. Il corteo, nel tentativo di defluire, si è diviso in due e per un'altra ora Cremona è stata attraversata da slogan antifascisti. “Casa Pound serva di Salvini”, è stato gridato più volte, mentre una parte dei manifestanti cercava di resistere ad alcune cariche della polizia e ai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Slogan per Emilio, il compagno selvaggiamente pestato davanti al Dordoni nonostante fosse già a terra, le cui condizioni sarebbero in via di miglioramento ma ancora gravi. La rabbia era palpabile, alcune banche sono state sanzionate. La voglia di riabbracciare il compagno vittima dei fascisti e di riprendere insieme la lotta antifascista era molta.
Nel frattempo, Anonymous Italia ha annunciato di aver messo fuori uso, in concomitanza con il corteo, il sito di Casa Pound Lombardia, e quello di Radio Bandiera Nera, la web radio dei camerati ormai organici al partito di Salvini.
Al termine della manifestazione, non risultano né feriti gravi né altre ripercussioni, ma si attende il ritorno a casa di tutti i manifestanti per avere un quadro definitivo di una giornata di lotta importante e comunque mentre scriviamo sono segnalati ancora scontri a Cremona tra gruppi di manifestanti e polizia in assetto antisommossa.
Una giornata, quella di oggi, che di sicuro ha saputo dare una risposta di forte unità e determinazione contro i fascisti, vecchi e nuovi, che tentano di guadagnare spazio nei territori con populismi xenofobi e razzisti, al servizio non certo delle classi popolari ma dei padroni.
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Fonte
20/01/2015
I fascisti del terzo millennio sono gli stessi del ventennio
L’aggressione fascista a Cremona, che ha causato il gravissimo ferimento di un compagno storico e conosciuto nella città e nell’attività del Centro Sociale Dordoni, conferma che nessuno e per nessun motivo deve sottovalutare lo squadrismo fascista e recedere da una risposta organizzata contro tale costante minaccia.
In Lombardia e in Veneto i fascisti scorrazzano spesso indisturbati potendo contare sulla copertura politica che gli viene offerta dalle autorità locali in mano al centrodestra e alla tolleranza di certi settori del centrosinistra.
In particolare i fascisti di Casa Pound, come avevamo intuito e documentato da tempo, si prestano sempre più spesso a fare il lavoro sporco per conto della politica ufficiale della Lega, un connubio che ormai può far parlare apertamente di fascio-leghismo.
Per sabato 24 gennaio a Cremona è stata convocata una manifestazione nazionale antifascista. La Rete dei Comunisti aderisce e sostiene questa iniziativa così come è stato in ottobre con la manifestazione antifascista a Verona, il “cuore nero” di questo paese.
Oggi in molte città del nord gli antifascisti e gli anticapitalisti coerenti sono nel mirino dei gruppi fascisti e, contestualmente, degli apparati repressivi e delle autorità. Per questo motivo vanno sostenuti e affiancati.
Fonte
In Lombardia e in Veneto i fascisti scorrazzano spesso indisturbati potendo contare sulla copertura politica che gli viene offerta dalle autorità locali in mano al centrodestra e alla tolleranza di certi settori del centrosinistra.
In particolare i fascisti di Casa Pound, come avevamo intuito e documentato da tempo, si prestano sempre più spesso a fare il lavoro sporco per conto della politica ufficiale della Lega, un connubio che ormai può far parlare apertamente di fascio-leghismo.
Per sabato 24 gennaio a Cremona è stata convocata una manifestazione nazionale antifascista. La Rete dei Comunisti aderisce e sostiene questa iniziativa così come è stato in ottobre con la manifestazione antifascista a Verona, il “cuore nero” di questo paese.
Oggi in molte città del nord gli antifascisti e gli anticapitalisti coerenti sono nel mirino dei gruppi fascisti e, contestualmente, degli apparati repressivi e delle autorità. Per questo motivo vanno sostenuti e affiancati.
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