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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2026

L’Italia invasa dai data center

Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta registrando la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, la Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

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13/07/2026

Una fitta nube di falsa ipocrisia 50 anni dopo Seveso

Questo testo è tratto da “La fabbrica, la politica, i beni comuni”, la splendida autobiografia del “comunista dolce” Emilio Molinari scomparso a 85 anni il 5 luglio 2025, edito da Red Star Press.

Ricordate la nube tossica sprigionata dalla fabbrica Icmesa di Seveso? Nel 1976 Seveso fu la nostra Bhopal, senza visibili vittime. Oggi di nubi come Seveso ce n’è una alla settimana nei dintorni di Milano, Pavia, Brescia. Ma ci siamo abituati e l’Arpa come sempre dice: “Chiudete le finestre e state tranquilli, non c’è pericolo”.

Nel 1976 eravamo meno ambientalisti, eppure manifestammo in massa. Le istituzioni stendono una cortina di menzogne ma le smascheriamo e Democrazia proletaria anima i comitati territoriali. Soli, quando avviene l’incidente.

Mario Capanna è l’unica opposizione in Regione Lombardia. C’è Laura Conti, consigliera del Pci, partigiana, medico, protagonista di mirabili interventi ambientali, ma alla fine, quando si tratta di votare, vota come vuole il Pci, ovvero come la maggioranza democristiana-socialista.

Nell’80 subentro a Capanna, c’è Elio Veltri e comunque siamo soli in quella sala. Fuori, i sindacati chimici e i lavoratori Icmesa sono silenti se non ostili alle nostre denunce. Il Pci manifesta la solita doppiezza: stare con il potere e stare con le piazze, condannando sempre la nostra “strumentalizzazione”.

A Seveso nasce l’ambientalismo italiano e pure Legambiente e il Parlamento europeo vota una direttiva ambientale tra le più importanti: la “direttiva Seveso”.

Eredito, a quel punto, la lunga vicenda di Seveso. Nel 1986, il presidente Giuseppe Guzzetti sta parlando in Consiglio regionale. È “sereno”, assicura, parola d’onore, che le scorie del reattore bonificato sono state messe in 41 fusti e portate fuori dai confini italiani, al sicuro, in una discarica tedesca che non si può nominare, lui l’ha verificato direttamente.

Roberto Masciadri mi fa pervenire in aula un biglietto. Arriva dai verdi francesi e mi informa che in quel momento 41 bidoni contenenti la diossina del reattore di Seveso sono stati trovati in Francia abbandonati in un macello dismesso di uno sconosciuto paese francese. Fermo l’intervento di Guzzetti al suo apologetico culmine e lo informo. Guzzetti impallidisce, balbetta, nella maggioranza c’è lo scompiglio, anche il Pci alza finalmente la voce per chiedere “di fare luce”.

Chiedo e ottengo una Commissione d’inchiesta. Sapremo così che la Regione ha affidato il trasporto a un personaggio da film “Vite vendute”, un certo Paringaux, ex legionario d’Algeria.

L’uomo si vanta di avere “ripulito” in segreto nel porto di Marsiglia la nave sulla quale in alto mare aveva bruciato parte del diserbante Orange, usato dagli americani nella guerra del Vietnam. Guzzetti giurò di non aver mai conosciuto Paringaux. L’inchiesta lo smentirà clamorosamente. Erano tempi nei quali, pur dopo tante menzogne, si poteva essere ignorati dalla magistratura, continuare a fare il presidente della Regione Lombardia e diventare poi il potente presidente di Cariplo.

Della bonifica si farà un bel parco, sotto si formerà il percolato di diossina che verrà periodicamente aspirato e messo in sicurezza. Dove andrà a finire? Chi lo farà? Una ditta ultraspecializzata, giura Guzzetti, che lo porta in un sito autorizzato.

Chi controlla la veridicità del presidente? Io ci provo. Una mattina seguo il camioncino sgangherato con una cisterna altrettanto sgangherata che ha appena aspirato il veleno e vedo che finisce nella cascina fatiscente del contadino alla guida. Lui è il titolare della ditta “altamente specializzata” con tanto di autorizzazione della Regione. E il percolato che ha aspirato dove finisce? “Nel fiume Seveso sottostante”, risponde lo specialista. E allora mi faccio un’altra domanda, che dovrebbe farsi una opposizione: dove sono finiti tutti i macchinari e gli attrezzi che sono serviti a fare la bonifica e i carotaggi del terreno inquinato?

“Consigliere Molinari, cerchi nell’ampio giardino di una palazzina abbandonata fuori Seveso, in via Tal dei tali”. Trovata, basta spingere un cancelletto da tempo scardinato e dentro decine di macchinari e di attrezzi abbandonati così come avevano smesso di usarli. Lavati dalla pioggia dai loro veleni. E dentro la palazzina, i carotaggi numerati in mostra sugli scaffali. E trovi l’archivio sanitario degli aborti, delle gravidanze, con nomi e cognomi, tutto sparso per terra. Faccio l’interpellanza, esce un articolo su La Repubblica, in Regione si accende il dibattito. Poi più nulla.

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23/12/2025

A Brescia la sindaca delle meraviglie future

Chi si loda s’imbroda

La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.

I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.

“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.

E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.

Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).

Giochi di potere

C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.

Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro... 

In un lontano futuro

Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.

Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.

Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».

Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.

Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».

D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.

Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.

Solo la cementificazione andrà veloce

C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.

«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.

Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.

Il triste destino di un quartiere popolare

Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.

Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.

Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.

Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.

Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.

Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.

Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.

La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.

Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.

E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.

Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.

Oscena stabilità della “democrazia matura”

Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.

Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.

La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.

Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.

Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?

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23/05/2025

Il regionalismo riporta il nucleare in Italia

Mercoledì scorso, a Milano, Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea), e Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, hanno firmato un protocollo di intesa che ha una portata epocale per l’Italia. Con esso, infatti, si riapre infine la strada al nucleare in Italia.

Gli obiettivi di questo accordo sono quelli di valorizzazione dell’energia nucleare nella transizione ecologica, l’utilizzo di questa fonte in settori strategici come la medicina e l’agricoltura, e ovviamente la promozione della cooperazione internazionale come strumento per porre in sinergia conoscenze comuni e all’avanguardia.

Insomma, quello che viene definito un ‘uso pacifico’ del nucleare, ma che nasconde sempre il pericolo del dual use. Si tratta, infatti, della tecnologia che per eccellenza può avere risvolti militari, e basta anche pensare al fatto che tra i fondatori di Nuclitalia, la società che dovrebbe guidare il ritorno del nucleare in Italia c’è proprio Leonardo.

Del resto, l’attività di Nuclitalia (per cui è stata annunciata una prima dotazione di 30 milioni) sarà completamente calata nella dimensione europea della filiera atomica, che vede anche potenze nucleari come la Francia. È chiaro che le sinergie che potranno essere trovate nella ricerca di settore andranno a favorire tutto un complesso che è sia civile sia militare, nell’orizzonte dell’autonomia strategica europea.

Tornando all’accordo tra Aiea e Lombardia, bisogna sottolineare come la regione italiana si sia mossa d’anticipo sulle opportunità che questo comparto può offrire all’economia locale. Ma non si può sottolineare come questa intesa sia segnata ancor di più da processi di lunga data che coinvolgono il nostro paese, dentro il percorso di integrazione europea.

Innanzitutto, mentre la delega governativa riguardante il nucleare è ancora in via di approvazione, eventi come il Nuclear Power Expo palesano la rapacità delle imprese che vedono nell’Italia il prossimo terreno di profitti legati all’energia atomica. A Milano lo sanno bene, e hanno dato quindi immediatamente vita a una cornice istituzionale che favorisca l’afflusso di capitali.

Pur nelle criticità del comparto, bisogna inoltre dire che si osserverà anche in questo caso la divergenza tra un’area settentrionale dell’Italia ancor più profondamente legata al core economico europeo, e un’area meridionale ulteriormente abbandonata a se stessa. Insomma, la forzatura verso il ritorno al nucleare sta avvenendo per via del regionalismo ‘differenziato’ incardinato nelle riforme europee.

Come ha sottolineato Grossi, infatti, “questo memorandum di intesa è il primo nella storia dell’agenzia [Aiea] a livello regionale. E questo è la chiara testimonianza delle capacità che questa bellissima regione italiana ha da offrire sul piano scientifico, culturale e tecnologico”.

Ancora più chiaro è stato il sottosegretario regionale con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee, Raffaele Cattaneo, che ha ricordato come l’accordo sia un “successo nato dalla missione istituzionale che la Regione ha condotto lo scorso gennaio a Vienna”, presso la Rappresentanza permanente italiana alle organizzazioni internazionali.

A suo avviso, l’intesa “conferma la capacità della Lombardia di dialogare con i grandi attori della comunità internazionale su temi strategici come l’energia, l’innovazione e lo sviluppo sostenibile”. La logica dell’autonomia differenziata, che vuole le regioni responsabili anche di relazioni estere, si rivede perfettamente nell’incontro di mercoledì tra Grossi e Fontana.

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08/02/2025

Dal Covid all’Ucraina, ancora scandali nella sanità lombarda

Un nuovo scandalo nella sanità lombarda è emerso dalla pubblicazione di alcune fotografie di centinaia di letti, nuovi ma non utilizzati e ancora imballati, stivati nei locali del vecchio ospedale Sant’Anna di Como, in parte dismesso.

È rapidamente emerso che tali letti erano stati acquistati durante la pandemia per il nuovo ospedale ideato da Guido Bertolaso, allora consigliere speciale del presidente Fontana e ora assessore al welfare della Regione Lombardia. Forse i lettori ricorderanno la vicenda dell’Ospedale della Fiera di Milano, che doveva aiutare a fronteggiare l’epidemia Covid, aggravata in Lombardia dall’insipienza della giunta e dalla disorganizzazione della sanità regionale.

Tale ospedale fu inventato da Guido Bertolaso e da Fontana e non funzionò quasi mai per le infelici scelte logistiche e per la mancanza di personale. Restò aperto poche settimane e ospitò un numero di pazienti irrisorio. In compenso, costò tantissimo, anche se non si sa esattamente quanto poiché la giunta regionale ha sempre evitato di presentare in consiglio dei conti esatti e chiari.

In questo ultimo scandalo si scopre che i letti acquistati per l’ospedale alla Fiera giacciono inutilizzati perché non possono essere impiegati in alcun altro nosocomio in quanto, semplicemente, non sono a norma per l’utilizzo nelle strutture sanitarie italiane. Un acquisto fatto con una leggerezza e un’incompetenza colossali per il quale si potrebbe configurare il reato di danno erariale.

L’assessore Bertolaso, rispondendo ad alcune interrogazioni dell’opposizione, ha ipotizzato che quei letti, inutilizzabili in Italia, possano essere donati all’Ucraina. Tanto, per dirla con una punta di cinismo, là c’è la guerra e non possono stare a sottilizzare più di tanto.

Si tratta dell’ennesimo spreco di denaro nel campo della sanità lombarda, una regione dove, al di là delle chiacchiere sull’eccellenza, una visita specialistica a volte si rivela impossibile da ottenere e 170.000 cittadini e cittadine sono prive del medico di base. Tutti sappiamo che per come è organizzata la sanità in Italia non avere il medico di base significa essere esclusi dalle prestazioni sanitarie pubbliche.

A fronte di questa situazione la Lega si occupa di altro. Colta dalla pulsione salviniana di adeguarsi a Trump ha proposto in Regione una mozione che chiedeva il sostegno al governo per un “eventuale disimpegno dall’OMS dell’Italia qualora gli Usa persistano nella volontà di recedere, come da ordine esecutivo del 21 gennaio 2025 del presidente Donald Trump”. Più servi di così...

Alla fine, a causa dei mugugni di Forza Italia, la mozione è stata approvata in una versione leggermente modificata in cui ci s’impegna a “sostenere il Governo nella valutazione, in piena autonomia, del ruolo dell’Italia nell’OMS qualora non vi siano più le condizioni di sostenibilità economica per rimanervi”. Zuppa o pan bagnato.

In pratica, la giunta lombarda si preoccupa della “sostenibilità economica” della partecipazione dell’Italia alla OMS mentre sperpera una quantità di soldi in iniziative demenziali e regala miliardi ai privati.

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22/09/2024

L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste


Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna

Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.

Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.

“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.

A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.

A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.

A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.

A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.

“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.

Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.

Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.

Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.

Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.

La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.

Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.

Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.

L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.

Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.

Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.

Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.

I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.

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27/11/2023

Frenata tedesca, crisi lombarda

Quando un modello va in crisi ci vuole tempo sia per accorgersene, sia per superarlo. Specie se un altro modello – o una visione che lo renda possibile – neanche c’è.

In economia, come i nostri lettori sanno, il modello adottato con il Trattato di Maastricht è quello export-oriented: si produce insomma per esportare, non per il mercato interno. Per rendere più competitive le merci prodotte qui – visto che tutti i prezzi industriali, dall’energia alle materie prime, sono globali, in dollari e quindi uguali per tutti – si poteva agire solo sul salario, sia diretto (buste paga) che indiretto (welfare, sanità, servizi, istruzione).

Era il vecchio modello “mercantilista”, imposto dalla Germania a tutta l’Unione Europea ed accettato entusiasticamente da quell’industria strutturalmente debole – come quella italiana – che vi aveva visto l’occasione per crescere “a rimorchio” di qualcun altro. Nessuna preoccupazione né investimento in ricerca (se non in settori interstiziali, o per massimizzare il risparmio di lavoro umano), salari da fame e contratti “fantasiosi” (siamo arrivati a contare 43 tipologie diverse) che eliminassero in radice qualsiasi possibilità di compattare i lavoratori anche all’interno della stessa azienda e degli stessi reparti.

Un paradiso dello sfruttamento che ha garantito profitti favolosi anche con la crescita zero del Pil, ma che aveva il suo pilastro nella crescita tedesca. Che ha funzionato fino a quando la “globalizzazione” ad egemonia Usa ha assicurato una circolazione delle merci senza grandi ostacoli, e quindi mercati mondiali aperti.

Prima la pandemia, poi il ritiro dall’Afghanistan e l’esplosione della guerra in Ucraina hanno cambiato il quadro. Sanzioni, ritorsioni, chiusura di mercati e guerre commerciali hanno frantumato l’unità dei mercati. Il miglioramento continuo dei prodotti “delocalizzati” ha infine eroso anche le quote di mercato che sembravano più sicure (l’inarrivabile tecnologia tedesca era un mito).

Soprattutto i limiti posti dagli schieramenti internazionali hanno ridotto le dimensioni delle esportazioni. E l’incremento delle ostilità, per ora commerciali, con la Cina aggrava le previsioni negative.

Per i subfornitori iperspecializzati, come quelli italiani, si fa subito buio. Non è che puoi vendere a qualcun altro le singole parti costruite per entrare nella filiera produttiva tedesca. Cambiano standard e misure, entrano in gioco fattori di compatibilità...

IlSole24Ore, oggi, apre il primo sipario sulla crisi dell’industria bresciana, forse la più dipendente di tutte dagli ordinativi tedeschi. «Un crollo totale – dice Roberto Saccone, numero uno di Rubinetterie Bresciane – con volumi esattamente dimezzati».

A guardarsi intorno, rubinetterie a parte, il quadro è lo stesso. “Se a livello nazionale Berlino vale il 12,4% del nostro export, qui a Brescia si arriva oltre il 20%, addirittura quasi ad un quarto delle vendite estere nell’area vasta dei metalli, architrave della manifattura locale”.

Quasi inutile aggiungere il peso negativo dell’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Bce, che non solo ha aumentato il costo del denaro e dunque la gestione della liquidità per tutte le imprese, ma ha provocato una crisi del settore delle costruzioni, visto che il livello raggiunto dai mutui è tale da congelare le vendite immobiliari (senza neanche accennare al fatto che la diminuzione della popolazione, di per sé, riduce la domanda di immobili).

E vengono fuori critiche prima inconcepibili verso alcuni pilastri delle politiche europee (“lo Stato non deve intervenire nell’economia”).

«Il Governo tedesco non investe in modo anticiclico sulle infrastrutture – spiega il presidente di Feralpi Giuseppe Pasini – e i risultati sono evidenti: a parte l’anno del Covid, non ho memoria di una Germania in calo. Per noi, che produciamo anche direttamente in Germania, la flessione è del 25 per cento. Una caduta della domanda che genera per le nostre filiere effetti negativi pervasivi».

Sembrava tutto così semplice: lo Stato si ritira, i lavoratori vengono divisi e zittiti, la Germania garantisce mercati di sbocco ed evoluzione tecnologica, le imprese gonfiano i conti in banca... e li investono nella finanza.

Tutto finito, e persino il presidente di Confindustria (espressione diretta di Assolombarda) alza le mani: «Vuole una sintesi? Lì è un disastro, siamo sotto del 30%».

Scomponendo i dati il risultato è solo leggermente più articolato: solo il 7% delle imprese vede una crescita, mentre nel 52% i volumi restano invariati e il 41% registra una brusca frenata dell’export verso Berlino. Gli esiti peggiori tra chimica, gomma-plastica e soprattutto metalli e metallurgia.

A tenere in piedi questo vasto indotto produttivo è ancora l’automobile, che sta registrando ancora buoni livelli grazie alla fine della pandemia e alle politiche “ambientaliste” che penalizzano la parte più vecchia del parco auto, spingendo per la sostituzione del circolante.

Ma anche qui si affaccia la concorrenza, soprattutto cinese.

Urgerebbe un altro modello, ma non è questa classe dirigente che può osare immaginarlo...

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15/08/2023

Il pronto soccorso a pagamento nel paese che non c’è

Se qualcuno volesse cercare sulle mappe catastali Zingonia non la troverebbe. In realtà Zingonia è un non luogo con capannoni tutti uguali sparsi in tre comuni, una piazza, fontane tristi e spente, una chiesa ipogea.

La concepì Zingone, primo marito della poi signora Dini. Sì, proprio quello della prima controriforma pensionistica.

Zingone, l’eponimo che non c’è, voleva una città nuova, razionale, con strade larghe,a doppie corsie, pensava l’America tra Verdello e Verdellino.

Modestamente le diede il suo nome. Si sa che ad Alessandro il grande furono dedicate numerose città in tre continenti. A Zingone un paese che non è paese, diviso tra tre comuni.

Due anni fa addirittura, con un procedimento tanto infame quanto irrispettoso della proprietà privata, furono forzatamente demolite le torri Athena, due condomini monstre in degrado ma abitati da centinaia di persone con rimborsi che non ci acquistavi neanche un garage.

Insomma, Zingonia è un fallimento della modernità capitalistica anni Sessanta, uno di quegli scherzi che fa la vita.

Ma a Zingonia, che non esiste, c’è un ospedale. Il San Marco, gruppo San Donato, mica bruscolini. Il primo gruppo sanitario privato con Rotelli, Ligresti e confindustriali vari.

E cosa ti fa l’ospedale San Marco di Zingonia, paese che non c’è? Si inventa il pronto soccorso a pagamento, con tanto di salto della coda come il supplemento per bimbi viziati a Gardaland.

Però la verità è che un pronto soccorso è, per legge e diritto, universale nella sua fruizione, che deve garantire standard qualitativi, che è soggetto a convenzioni rigide, persino in una regione battistrada della privatizzazione della sanità quale è quella lombarda.

Un pronto soccorso non è mai un affare, costa tanto, basti pensare ad una neurochirurgia e alla terapia intensiva relativa. Se invece si vuole chiamare in altro modo un ambulatorio medico alternativo alle guardie mediche e alle case di comunità è tutto un altro discorso, perché è davvero qui il problema. Pagare denaro contro salute.

Poi se un padrone va a sbattere sul parabrezza mica lo portano al San Marco di Zingonia, ma al Papa Giovanni di Bergamo che una neurochirurgia ce l’ha ancora e speriamo per un bel pezzo.

Insomma, queste notizie ad alto contenuto ideologico sembrano più destinate a far introiettare la rassegnazione per la fine di un sistema sanitario universale, pur con i limiti che sappiamo, che davvero attrarre gonzi verso pronto soccorso farlocchi.

È tutta una questione di classe, non altro e intanto regione e stato disdicano le convenzioni con queste strutture visto che le finanziano.

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22/02/2023

Le regioni più ricche sono quelle a maggiore rischio ambientale

Sembra un paradosso, ma le regioni italiane più ricche (Lombardia, Emilia Romagna e Veneto) sono anche quelle più vulnerabili ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici.

A rivelarlo è un data base elaborato dalla società Xdi (Cross Dependency Initiative). L’analisi della Xdi dal titolo ‘Gross Domestic Climate Risk’ ha messo a confronto oltre 2.600 regioni (o altre entità substatali) di tutto il mondo in base alle proiezioni dei danni agli edifici e alle proprietà causati da eventi estremi individuando la vulnerabilità dei centri economici.

I rischi principali che causano danni nelle regioni prese in esame in Europa sono le inondazioni ed otto pericoli climatici estremi ossia caldo estremo, incendi boschivi, movimenti del suolo (legati alla siccità), vento estremo e congelamento.

Il confronto del rischio fisico in relazione al clima per il 2050 in Europa ha rilevato come siano la Bassa Sassonia in Germania, le Fiandre in Belgio, Krasnodar in Russia e Veneto, Lombardia, Emilia Romagna in Italia, le regioni europee ai primi posti in classifica delle regioni più a rischio del mondo in una top ten delle prime 100 regioni a rischio.

“Questi risultati sottolineano l’importanza di valutare il rischio climatico fisico nei mercati finanziari, compresi i mercati obbligazionari, data l’entità degli investimenti di capitale rappresentati dagli asset a rischio nelle regioni individuate, la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e la necessità di informare gli investimenti sulla resilienza climatica”, ha dichiarato Rohan Hamden, Ceo di Xdi alla rivista economica Fortune, aggiungendo che “è fondamentale che le aziende, i governi e gli investitori comprendano le implicazioni finanziarie ed economiche del rischio climatico fisico e lo soppesino nel loro processo decisionale prima che i costi si aggravino oltre i limiti finanziari”.

Del resto che i cambiamenti climatici e le emergenze ambientali colpiscano più pesantemente le regioni più industrializzate emerge anche dai recenti dati sulla siccità. È il Nord infatti l’area più in sofferenza.

I dati dei grandi laghi sono peggiori di quelli del gennaio 2022, quando già la situazione era compromessa da mesi di mancanza di precipitazioni significative. La percentuale di riempimento del lago Maggiore è al 18%, il lago d’Iseo al 20,7%, il lago di Como al 23,5%, il lago di Garda al 36,4%. La situazione del manto nevoso getta poi un’ombra scura sul rischio siccità nel 2023.

Eppure più della metà delle risorse superficiali utilizzabili di tutto il paese si trovano proprio nell’Italia settentrionale, il 19% al centro, il 21% al sud e il 7% nelle isole maggiori.

Da alcune ricerche risulta poi che circa il 70% delle risorse sotterranee sia collocato nelle grandi pianure alluvionali del nord, mentre al sud le falde utilizzabili sono davvero poche, con l’eccezione di quella pugliese, con oltre 500 milioni di metri cubi all’anno.

Densità e alti consumi industriali e agricoltura intensiva in Val Padana potrebbero passare così da risorsa a maledizione.

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21/02/2023

La sanità privata ruba i pazienti a quella pubblica

Mentre i lombardi votavano (o non votavano) scegliendo la continuità con un destra-centro per l’ulteriore affossamento della sanità pubblica, Medicina Democratica è andata alla carica per difenderla e mostrare la concretezza della deriva privatistica nella sanità della Lombardia.

Medicina Democratica ha infatti presentato un ricorso al TAR: l’obiettivo è fare chiarezza sulla incredibile vicenda dell’Ospedale privato Multimedica, dove, in base a una denuncia fatta da una dipendente nel corso della trasmissione 37e2, su Radio Popolare, gli operatori del call center vengono premiati se gli utenti accettano di effettuare esami e visite in regime privatistico, anziché nel servizio sanitario pubblico.

“Di fronte al rifiuto da parte di Multimedica di fornire la documentazione richiesta con l’accesso civico agli atti, per fare chiarezza sul grottesco gioco del ‘rubapaziente’ abbiamo deciso di ricorrere al TAR. I cittadini e gli utenti lombardi hanno diritto di conoscere le modalità e gli accordi attraverso i quali il gruppo sanitario Multimedica, con il meccanismo delle premialità economiche concesse ai propri operatori, cerca di massimizzare i profitti: l’obiettivo infatti è spingere gli utenti ad abbandonare il servizio sanitario pubblico per rivolgersi alle loro strutture private”, ha dichiarato Marco Caldiroli presidente di Medicina Democratica.

“Dobbiamo per questo ringraziare – ha aggiunto – gli avvocati Francesco Trebeschi e Federico Randazzo di Brescia per il loro prezioso aiuto nella stesura del ricorso: è indispensabile fermare questa vergognosa procedura e salvaguardare il diritto alla trasparenza e il diritto alla salute!”

La vicenda, come è noto, era emersa durante la puntata del 2 dicembre dello scorso anno della trasmissione “37e2”, condotta da Vittorio Agnoletto su Radio Popolare: “Grazie a una coraggiosa lavoratrice – ha ricordato Agnoletto – abbiamo reso pubblica la decisione di Multimedica di introdurre una ‘premialità’ economica per gli addetti al call center che riescono a ‘portare’ i pazienti dall’agenda pubblica, dove si paga solo il ticket o addirittura l’accesso è gratuito, a quella privata.

Una pratica che non solo conferma l’approccio lombardo ai pazienti trattati come dei ‘clienti’ da contendersi e non come persone con diritti, ma che spiega anche perché non sia stato ancora attivato un vero centro unico di prenotazione che abbia a disposizione tutte le agende sia delle strutture pubbliche e sia di quelle private convenzionate”
.

Dopo aver appreso l’inverosimile faccenda del rubapaziente, Medicina Democratica aveva formalmente richiesto a Multimedica, attraverso un “accesso agli atti”, tutta la documentazione necessaria per valutare la situazione. Ma la società ha risposto solo parzialmente e soprattutto ha negato l’accesso proprio ai documenti relativi alle “premialità” in questione. Per questo la decisione di ricorrere al TAR .

“La sanità privata – ha proseguito Marco Caldiroli – approfitta economicamente del suo ruolo di servizio pubblico ma non vuole gli oneri e i doveri che hanno gli enti pubblici. Solo un giudice può restituire ai cittadini il diritto di conoscere le regole e gli interessi economici nascosti di tutti coloro che svolgono un servizio pubblico come la sanità convenzionata“.

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09/11/2022

Porte girevoli in Lombardia: si candida Moratti, torna Bertolaso

La fantasia del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, è davvero limitata. Quando c’è un problema che non sa come risolvere, telefona a Guido Bertolaso, l’uomo per tutte le emergenze.

Questa volta l’emergenza si chiama Letizia Moratti che, chiamata a sostituire al welfare lombardo, in piena pandemia, il comico Gallera, non ha saputo fare molto meglio, ma in compenso adesso aspira alla presidenza della Regione in contrasto con Fontana.

Così, rimasto senza assessore al welfare, Fontana ha subito pensato di richiamare l’ex commissario regionale per la pandemia Guido Bertolaso e di dargli il mandato di sostituire Moratti.

La cosa potrebbe risolversi in qualche battuta sulla evidente scarsità di “risorse umane” di cui dispone la giunta lombarda, se non fosse che Bertolaso ha fatto dichiarazioni d’insediamento imbarazzanti. Infatti il neo assessore ha voluto subito schierarsi con Fontana dichiarando che la Lombardia, durante la prima fase della pandemia, fu travolta da un evento gravissimo che si trovò a fronteggiare da sola e si è dunque schierato con l’idea dell’attuale governo di istituire una commissione d’inchiesta sugli errori e le omissioni governative.

Tutti sappiamo che la gestione della pandemia da parte del governo Conte fu tutt’altro che ineccepibile, tuttavia, è anche lampante che la Regione Lombardia non ha alcun diritto di autoassolversi, date le gravissime responsabilità che hanno portato la regione ad avere – a oggi – 43.188 morti, con una percentuale di mortalità rispetto agli abitanti tra le più alte del mondo.

La Regione ancora oggi si rifiuta di ammettere almeno due errori che scatenarono l’epidemia: la riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo dopo che si erano riscontrati dei casi di Covid, ordinata proprio dall’assessorato al welfare; e la mancata chiusura sanitaria delle valli bergamasche, dovuta alle pressioni della Confindustria locale.

Almeno di questo Fontana dovrebbe rispondere a una commissione d’inchiesta.

Tuttavia, tutta la struttura della sanità lombarda si è dimostrata e continua a dimostrarsi carente nell’assistenza territoriale, dopo venticinque anni in cui si è puntato solo sull’”eccellenza” di alcuni ospedali e sulla sussidiarietà pubblico-privato.

Un sistema sanitario retto oggi dall’infausta legge 23/2015, approvata definitivamente nel dicembre 2021 dopo una sperimentazione che avrebbe consigliato la sua abrogazione totale, ma che invece è stata confermata dopo alcune flebili critiche governative, prontamente riassorbite.

Appaiono poi ridicole le affermazioni di Fontana sulla “riduzione delle liste d’attesa”, quando ormai si arriva ad aspettare un anno per ottenere una visita specialistica e le fandonie sulla sanità territoriale, dove per molti lombardi è difficile persino avere il medico di base.

La questione sanità è da anni al centro delle malefatte della giunta regionale: su di essa verte la condanna alla Regione per danno erariale di 47 milioni, per cui è stato condannato l’ex presidente Formigoni, mentre si presta naturalmente a qualche commento malevolo il fatto che il suo successore Maroni, appena scaduto dal mandato, sia stato cooptato nel CDA della potente holding sanitaria privata San Donato (insieme all’ex ministro Alfano).

Nel suo discorso d’insediamento, Bertolaso ha anche affermato di non voler cambiare nulla ai vertici della sanità lombarda, in particolare il direttore generale Giovanni Pavesi, pescato in Veneto da Moratti per i suoi “meriti” ai tempi della giunta Galan: una condanna per danno ambientale e una per corruzione.

Nel frattempo, la “traditrice” Moratti è la prima candidata ufficiale alla presidenza della Regione per le elezioni della prossima primavera. L’ex sindaca di Milano, anch’essa condannata per danno erariale ai danni del Comune durante il suo mandato e cacciata a furor di popolo nel 2011, si candida con Calenda e Renzi.

Ancora una volta i guastatori del “terzo polo” hanno lasciato col cerino in mano il PD, dopo avere raggiunto un accordo di massima per candidare Cottarelli, neoeletto senatore piddino ma con simpatie per Calenda, tanto che sabato 5 novembre era sul palco della manifestazione per la guerra indetta dal leader di Azione.

Mentre Cottarelli era sul palco, nel backstage Renzi e Moratti concordavano la candidatura di quest’ultima.

Se qualcuno nel PD pensa che, in definitiva, per “battere la destra” si potrebbe anche sostenere Moratti, altri s’affannano a cercare un candidato da contrapporre a lei e a Fontana.

Il sindaco di Milano, Sala, non è disposto a lasciare Palazzo Marino per una candidatura perdente e allora qualcuno pensa di richiamare Pisapia da Bruxelles, dove è impegnato a votare mozioni in cui si assimila comunismo e nazismo e, più recentemente, a respingere l’ODG della GUE-Sinistra Europea che chiedeva una soluzione diplomatica per la guerra russo-ucraina, appoggiando invece ulteriori invii di armi.

Insomma, ancora una volta un triste balletto di nomi in un panorama politico dove i cittadini non avranno la possibilità di distinguere reali differenze programmatiche tra Fontana e Moratti, che hanno governato insieme sino a ieri, e il signor X del Partito Democratico.

Ciò salvo che, in questi mesi, non si costruisca un programma per una lista di opposizione reale che riporti al centro della discussione i temi che toccano da vicino i cittadini lombardi (e italiani): la sanità, l’ambiente e l’esagerato consumo di suolo, i trasporti, la formazione professionale.

Tutti settori nei quali la gestione del bene pubblico è affidata massicciamente ai privati che mirano in primo luogo al profitto personale.

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30/08/2022

Il Nordest perde colpi nei confronti delle regioni industriali tedesche

Uno studio della Fondazione Nord Est suona l’allarme sulla fine di un mito: l’agganciamento delle regioni manifatturiere del nord a quelle tedesche. Questo processo, negli anni scorsi, aveva fatto parlare del Nordest italiano come della “Baviera del Sud”, sia per l’avanzato livello di connessione con le filiere industriali tedesche, sia per i livelli di Pil e reddito che distanziavano queste regioni italiane dal resto del paese e le collocavano ai livelli dei lander tedeschi più ricchi.

Ma il mito della Baviera del Sud e dell’agganciamento alla Germania ha subito duri colpi, anche e soprattutto nel Nordest, dove il mito produttivo si è rivelato in realtà subordinazione dentro un ruolo di subfornitore alle filiere industriali tedesche

Negli ultimi vent’anni tutte le regioni italiane sono cresciute a ritmi inferiori rispetto a quelli delle altre regioni d’Europa, in particolare rispetto alle regioni di testa. Un andamento che ha accomunato anche le regioni del Nordest, che una volta venivano considerate la “locomotiva d’Italia” per la loro capacità di trainare l’economia nazionale.

Il Pil pro-capite medio europeo, si legge nel documento, è passato da 24.175 euro a 32.277, con un incremento del 33,5%. Nello stesso periodo l’area italiana con il più elevato tasso di crescita è stata Bolzano (+18,1%), mentre tutte le altre regioni sono cresciute meno del 10%.

Il confronto tra il Pil pro-capite delle regioni italiane e di quelle tedesche nel periodo 2000-2019 fornisce un panorama interessante sia per le regioni che partivano da valori più elevati sia per quelle che nel 2000 avevano valori più bassi rispetto alla media italiana.

Alcune aree della Germania, come Baviera e Baden-Wurttemberg, sono spesso state prese come modello dalle regioni del Nord Italia per la loro vocazione manifatturiera; nel 2000 la Germania aveva, come l’Italia un forte divario negli indicatori di sviluppo tra regioni avanzate (quelle dell’Ovest in Germania, quelle del Nord in Italia) e arretrate (i Lander dell’Est in Germania, le regioni del Sud in Italia).

Il distretto di Monaco di Baviera, considerato un riferimento per le regioni ad alta vocazione manifatturiera del Nord Italia, è cresciuto del 27,5%. Quello di Stoccarda, nel Baden-Wurttemberg, che partiva da valori del Pil appaiati a quelli della Lombardia e di poco superiori a quelli dell’Emilia-Romagna, ha visto crescere il Pil pro-capite da 38.890 a 50.530 Euro (+29,9%), mentre le due regioni italiane fanno registrare, rispettivamente, variazioni del 4,8% e del 3,7%.

La differenza di velocità tra regioni italiane e tedesche, specifica il documento di Fondazione Nord Est, è ancora più marcata se si effettua il confronto tra i territori che partivano, in entrambi i Paesi, da valori bassi del Pil pro-capite. Chemnitz, in Sassonia, che aveva valori del Pil pro-capite che si collocavano tra quelli della Calabria e quelli della Sicilia, tra il 2000 e il 2019 ha avuto una crescita del 48,1%, mentre le due regioni italiane fanno registrare rispettivamente un incremento del 3,7% e dell’1%.

Ma sul cosa si intenda per Nordest, nel Rapporto 2022 la stessa Fondazione afferma che la “stessa definizione geografica di Nord Est è cambiata, perché è stata ricondotta al perimetro istituzionale, che abbraccia non solo il Triveneto ma anche l’Emilia-Romagna”.

La nuova definizione è coerente con la nuova missione e con l’intento di unire le forze delle quattro regioni, anziché lasciarle disperdere a causa delle spinte centrifughe dei provincialismi di varia natura ed estensione. “Da quest’anno, quindi, allarghiamo i confini delle analisi e delle riflessioni, aggiungiamo un trattino a Nordest, che diventa quindi Nord-est. L’allargamento si esplicita anche nel coinvolgimento, come autori del Rapporto, di studiosi e analisti che lavorano nei territori emiliano-romagnoli” scrive il Rapporto 2022 della Fondazione Nordest.

Negli ultimi anni sono stati diversi i tentativi di ridefinire le aree dello sviluppo. Fondazione Nord Est ha parlato di Pentagono dello sviluppo. Altre sigle e confini sono stati proposti, come LO.V.ER (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) o “nuovo triangolo industriale” (Milano, Bologna, Treviso).

Ma su miti e riti del modello produttivo italiano cominciano a pesare come macigni molti fattori: una produttività fondata soprattutto sui bassi salari e i bassi investimenti, la pandemia di Covid ed ora la crisi energetica con il boom dei prezzi.

In una intervista al Corriere della Sera, il presidente della Confindustria Bonomi sostiene che finora “le imprese italiane sono state abbastanza capaci e flessibili da difendersi meglio di altre, per esempio colmando i vuoti lasciati dalla Cina in lockdown”.

Ma ora – prosegue Bonomi – “nell’industria abbiamo casi di bollette decuplicate, non possiamo reggere”. Solo nei primi sette mesi del 2022 la cassa integrazione straordinaria è salita del 45 per cento rispetto a un anno fa e non abbiamo ancora visto il peggio: in autunno arriveranno nuovi rincari energetici, mentre l’inflazione dei mesi scorsi sulle materie prime continuerà a scaricarsi sui prezzi al consumo. Ci saranno seri problemi su redditi e potere d’acquisto delle famiglie. Il grido di dolore delle imprese fin qui è stato un po’ ignorato, ma ora c’è urgenza di nuovi interventi”.

Gli imprenditori – o i “prenditori” italiani – sono ormai tre anni che vengono bruscamente svegliati dai sogni in cui governi e giornalisti compiacenti li hanno cullati e lasciati cullare da anni. L’eccesso di primàzia privata nel sistema industriale, l’assenza di una politica industriale e di una industria pubblica e totale mano libera al mercato, hanno picconato in profondità un sistema produttivo rivelatosi subalterno e inutilizzabile per gli interessi collettivi del paese.

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21/01/2022

Lancet: Lombardia sconvolta dal Covid per “l’inconsistenza della Regione e del Governo”

Questa volta l’atto di accusa non viene dai familiari delle vittime di Covid o dai magistrati che stanno conducendo l’inchiesta sulla mancata zona rossa nella bergamasca. "Riconoscere gli errori del governo nella gestione della sanità pubblica” è infatti il titolo di un articolo pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet.

Secondo l’articolo la popolazione della Lombardia fu sconvolta dagli eventi e dall’inconsistenza della risposta da parte della sanità pubblica e delle autorità di governo, oltre che da un piano pandemico obsoleto e non attuato. “I cittadini lombardi vennero messi di fronte all’orrore: ai propri affetti morti in casa senza cure e soli in ospedale alla scarsità di ossigeno e bombole e alla confusione nell’identificare i corpi cremati” scrivono i quattro autori dell’articolo Chiara Alfieri, Marc Rgrot, Alice Desclaux e Kelley Sams.

Anche The Lancet legge in chiave politica la decisione di non dichiarare subito la zona rossa a febbraio 2020 nel focolaio di Alzano: “La decisione di non creare la zona rossa ad Alzano e Nembro da parte del Governo e della Regione Lombardia quando il Covid-19 fu diagnosticato ad alcune persone alla fine del febbraio 2020 viene vista come direttamente responsabile della diffusione dell’infezione in altre città attraverso la provincia di Bergamo (in modo particolare la Val Seriana) e poi in tutta Europa”.

Di fronte a quella che l’Istituto Nazionale di Statistica definì una “terza guerra mondiale”, scrive la rivista, “la società civile di Bergamo si organizzò in un movimento per avere giustizia, verità, risarcimento, dignità e per offrire un supporto emotivo in risposta al dolore, alla confusione e alla rabbia delle famiglie”.

The Lancet mostra di apprezzare il lavoro di ricostruzione dei fatti realizzato dell’associazione ‘Sereni e sempre Uniti’ che raccoglie i familiari delle vittime del Covid, soprattutto quelle della prima ondata: “L’evidenza antropologica dimostra che il ruolo di associazioni come quella dei familiari italiani delle vittime del covid è cruciale per le istituzioni al fine di identificare e correggere gli errori nella risposta di sanità pubblica, cosa necessaria per supportare le comunità a prepararsi per future minacce infettive, come raccomandato dalla Community Preparedness Unit dell’OMS”.

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15/01/2022

Covid in Lombardia e in Italia: una storia da riscrivere?

Il microbiologo Andrea Crisanti ha consegnato alla Procura di Bergamo, nella mattinata del 14 gennaio, la relazione sull’inchiesta a lui commissionata dalla magistratura orobica su quanto avvenuto nella provincia durante la prima ondata della pandemia, ma anche sulla mancata attuazione del Piano pandemico antinfluenzale, sempre nel febbraio del 2020.

Si tratta di un lavoro durato un anno e mezzo, che ha provato anche emotivamente lo scienziato padovano poiché – come ha dichiarato – non è facile lavorare con l’eco di migliaia e migliaia di morti.

Il rapporto stilato da Crisanti risponde a cinque domande postegli dai magistrati: tre riguardano la gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo nella prima fase della pandemia, una le conseguenze della non istituzione della zona rossa in Val Seriana, l’ultima infine la non applicazione del piano pandemico nazionale.

Proprio quest’ultimo aspetto proietta l’inchiesta di Crisanti fuori dalla Lombardia e a livello nazionale, poiché è evidente che il modo caotico e disperato con cui gli ospedali risposero alla prima ondata pandemica derivava dalla mancanza di chiare indicazioni e di un articolato piano nazionale.

Peraltro, il Piano pandemico nazionale non fu applicato anche perché non era mai stato aggiornato dal 2006, ma solo costantemente rinnovato, senza cambiare nulla.

L’ultimo rinnovo “in automatico” fu del 2017, quando Direttore generale della prevenzione per il ministero della Salute era Ranieri Guerra, oggi vicepresidente per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità.

Ma l’inadempienza nell’aggiornamento del piano nazionale chiama in causa anche i diversi ministri della salute che non se ne sono occupati, dal 2006 sino ad oggi. Per la cronaca, un nuovo piano pandemico è stato stilato in tutta urgenza nel 2021 ed è un documento inquietante poiché prevede che, in caso di scarsità di risorse, i medici debbano scegliere chi curare e chi abbandonare al suo destino.

Ci eravamo già chiesti, al momento della sua approvazione, come un ministro che si dichiara “di sinistra” come Speranza, potesse avere firmato un tale obbrobrio senza riflettere che forse sarebbe meglio, se le risorse sono scarse, aumentarle.

Quanto alla diffusione del virus in Lombardia, l’inchiesta di Crisanti sconvolge quanto si sapeva sinora, vale a dire che il “paziente zero” fosse il 37enne scoperto affetto da Covid a Codogno il 19 febbraio 2020.

Il rapporto di Crisanti postula che il virus circolasse nella bergamasca già da un mese prima, ma non, come si credeva, ad Alzano, bensì nel capoluogo stesso, dove fu scoperto un caso all’Ospedale Papa Giovanni. Ma l’ATS bergamasca avrebbe taciuto questo caso.

Si tratta di un dato che concorda con alcune dichiarazioni già rilasciate lo scorso anno dai parenti di un paziente ricoverato a Bergamo, che furono invitati a chiudersi in casa e non parlare con nessuno di quanto aveva colpito il loro familiare, per “non allarmare l’opinione pubblica”.

Non possiamo sapere quali saranno i prossimi passi che la Magistratura vorrà compiere nella delicata e complessa inchiesta sulla diffusione del Covid nella bergamasca, dato che potrebbe utilizzare in toto il lavoro di Crisanti, oppure solo in parte o, infine, archiviare tutto e decidere di non procedere.

È stato riferito da alcune fonti del Palazzo di Giustizia di Bergamo che “avere commesso errori non significa avere commesso reati” (affermazione che contrasta, evidentemente, con l’esistenza di reati colposi, come appunto l’epidemia colposa per omissione), ma è certo che le famiglie delle vittime da Covid si attendono sviluppi che ridiano loro almeno un po’ di giustizia.

Sempre sul fronte lombardo è da segnalare la riapertura della “nave” di Bertolaso, cioè della struttura di terapia intensiva realizzata nella primavera del 2020 nei locali dell’ex Fiera di Milano. Una struttura che comprende 30 posti letto, costata quasi un milione di euro per ciascuno di essi.

Una struttura che era stata aperta alla fine della prima ondata pandemica e che funzionò per pochi giorni e per pochi pazienti, la cui efficienza, oltretutto, è minata alla base dal fatto di avere un solo reparto di terapia intensiva, non inserito in un contesto polispecialistico, necessario per offrire un’assistenza efficiente a pazienti gravi.

Tuttavia, tale struttura fu allora pervicacemente voluta dalla coppia Fontana-Bertolaso che non volle nemmeno prendere in considerazione la possibilità di ampliare reparti di ospedali che avevano spazi disponibili.

La sua riapertura, oggi sembra rispondere al desiderio di Fontana di aumentare di qualche unità le terapie intensive per far rimanere, grazie alle nuove regole date dal governo, la Lombardia in “zona gialla” e non disturbare neanche marginalmente la produzione.

Il problema principale della cosiddetta “nave” è però, dopo due anni, ancora quello del personale. Infatti tale struttura funzionò, nel 2020, grazie a personale sottratto al Policlinico e all’Ospedale Niguarda, in pratica spostando, con un gioco delle tavolette, medici e infermieri da un ospedale all’altro.

Ciò costrinse anche a creare nuove équipe, tra sanitari che non si conoscevano, in una specialità come la terapia intensiva, dove la fiducia reciproca e l’intesa rapida tra medici e infermieri è fondamentale.

A distanza di due anni, si ripropone il medesimo problema, vale a dire la mancanza di personale e ancora una volta la “nave” drenerà sanitari dagli altri ospedali, poiché nuove assunzioni non sono state fatte. Non solo, ma ora il problema è più grave poiché, a differenza che nel 2020, un numero significativo di medici e infermieri è impegnato nella gestione dei centri vaccinali che allora non esistevano.

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02/01/2022

“Nuova” legge sanitaria della Regione Lombardia, vecchia truffa

Parliamo della legge Consiglio Regionale n.96, 30 novembre 2021.

Il 1° gennaio 2022 è entrata in vigore la “nuova” legge sanitaria della Regione Lombardia (approvata il 30 novembre dal Consiglio Regionale a maggioranza Lega, Forza Italia e soci).

Potere al Popolo nell’opporsi a tale delibera individua in essa l’asse portante ma soprattutto definitivo di quel processo iniziato con la Legge Formigoni del 2009 (in verità iniziato anni prima con l’avvento del “Celeste” alla Presidenza della Regione) a cui ha dato seguito Maroni nel 2015.

Tale processo ha permesso nel corso degli anni alla Sanità Privata lombarda di giungere ad accaparrarsi più del 40% della spesa sanitaria attraverso la politica degli accreditamenti.

Sono bastate poche ma significative righe per sancire che “la equivalenza e integrazione all’interno del Sistema Sanitario Lombardo dell’offerta sanitaria e sociosanitaria delle strutture pubbliche e delle strutture private accreditate; garantendo la parità di diritti e di obblighi per tutti gli erogatori di diritto pubblico e di diritto privato” e che, collateralmente, viene attribuita al “privato” la possibilità di “concorrere alla istituzione delle Case e Ospedali di Comunità” previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Ciò non bastasse, il 15 dicembre 2021 la Giunta Regionale della Lombardia ha approvato una delibera contenente “ulteriori determinazioni in merito all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)” che recita testualmente "si riserva di modificare il quadro programmatorio a seguito della definizione delle effettive disponibilità delle quote derivanti dal PNRR”.

Se stiamo alla declaratoria della nuova legge regionale lombarda, ormai denominata delibera Moratti dal nome della Assessora alla Sanità nonché vicepresidente della Giunta Regionale, si evince che dovrebbero essere istituite reti di prossimità, strutture di telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale – Case di Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali – che, allo stato, prevede la realizzazione di 218 Case di Comunità, 71 Ospedali di Comunità e 101 Centrali Operative Territoriali entro tre anni (cioè, entro la fine del 2024).

Ma quali sono i reali punti di caduta su cui tale legge rappresenta la continuazione del dissanguamento della Sanità Pubblica ed una gigantesca presa in giro dei cittadini lombardi?

In primis è che né il PNRR né la NADEF (Nota di Aggiornamento della Finanziaria del governo Draghi) prevedono stanziamenti per nuove assunzioni di personale sanitario: così rischia di incepparsi tutta la rete delle Case e degli Ospedali di Comunità, che si troveranno in deficit di personale sanitario per poter funzionare come rete della sanità territoriale, mentre si allungheranno ulteriormente le liste di attesa per visite specialistiche ed esami clinici con il conseguente ricorso agli operatori sanitari privati da parte di chi se lo può permettere (si stima che nel 2020 siano state rinviate 10 milioni di visite specialistiche ed esami clinici che il SSN non era stato in grado di assicurare a causa della pandemia da covid 19).

La presa in giro, una vera e propria truffa è rappresentata dal fatto che se è noto quanto recita il nuovo provvedimento a proposito degli “ambulatori sociosanitari, distribuiti in modo più capillare sul territorio grazie anche alla presenza di medici di medicina generale (MMG) in associazione” è altrettanto notorio e reale che la maggioranza dei MMG in Lombardia lavora già in cooperative, per cui gli ambulatori territoriali di fatto esistono già. Inoltre, non è pensabile che gli MMG possano espletare anche attività diagnostica strumentale di primo livello, sia per questioni di tempo sia di competenze (si tratta, infatti, comunque di prestazioni specialistiche).

Tutto questo accade, ed è bene ricordarlo in un Paese come il nostro dove negli ultimi dieci anni, infatti, i governi che hanno guidato l’Italia (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte) hanno indebolito il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) tagliando i finanziamenti destinati al Fondo Sanitario Nazionale (FSN): un taglio complessivo di 37 miliardi di euro (Fonte: Report Osservatorio GIMBE n.7/2019).

A pagarne le conseguenze è stato soprattutto il personale sanitario (quelli che nel 2020 venivano retoricamente chiamati “i nostri angeli”) perché il 50% dei 37 miliardi “risparmiati” sono stati tolti alla spesa per il personale attraverso il blocco dell’assunzione di nuovi medici per sostituire i pensionati, e il mancato rinnovo del contratto che doveva servire ad allineare le retribuzioni dei medici italiani agli standard europei.

Le Regioni si sono adoperate ad aggirare il blocco spostando parte della spesa sanitaria dalla voce “personale” alla voce “acquisizione di beni e servizi” con il ricorso ai grandi operatori sanitari privati: un falso in bilancio legalizzato.

In questo modo è aumentata a dismisura la spesa sanitaria privata, raggiungendo nel 2018 la cifra record di 37,5 miliardi (poco meno di un quarto della spesa sanitaria totale). Nell’attacco sistematico al Servizio Sanitario Nazionale si è distinta, in particolare, come tutti sappiamo la Regione Lombardia, ma nondimeno il Lazio, il Veneto, il Piemonte, l’Emilia Romagna.

Così come occorre ricordare che quanto accade è frutto della revisione del titolo V della Costituzione (voluta dai DS ma portata a compimento dal governo Berlusconi nel 2001) che ha aperto le porte al cosiddetto “regionalismo differenziato”.

Su questa base, la sanità – prima di esclusiva pertinenza dello Stato – è diventata materia di “attribuzione concorrente Stato-Regioni”. I risultati si sono visti: il Servizio Sanitario Nazionale si è praticamente spezzettato in 21 Servizi Sanitari Regionali con diversi Livelli Essenziali di Prestazioni socio-sanitarie erogate ai cittadini a seconda delle Regioni (in contrasto con il diritto alla salute uguale per tutti sancito dalla Costituzione).

Peggio ancora, durante la prima ondata della pandemia in base al regionalismo differenziato ogni Regione ha fatto a modo suo senza una cabina di regia unitaria a livello nazionale, e si sono verificati continui scontri e contrasti tra Regioni e Stato, con i risultati che si sono visti in termini di ricoveri nelle terapie intensive e di decessi per covid (e non solo).

Per questi motivi Potere al Popolo ribadisce la sua opposizione non solo alla nuova legge sanitaria della Regione Lombardia ma anche ad ogni forma di “regionalismo differenziato” (cioè ad un sistema sanitario spezzettato in 21 sottosistemi regionali) e sostiene, invece, la necessità di difendere e rafforzare il SSN centralizzato, frutto delle lotte dei lavoratori degli anni ’60 e ’70.

Un servizio di carattere universalistico, cioè “senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio”, com’è scritto nella legge istitutiva 833 del 1978.

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28/12/2021

Come sempre, in Lombardia è caos sanitario

Ciò che è successo in Lombardia e in particolare a Milano, nei giorni attorno al Natale, qualifica ancora una volta la giunta regionale come pericolosa per l’incolumità e la salute dei cittadini.

Nei giorni precedenti Natale, nella città di Milano si è registrato un incredibile caos dovuto alla disperata ricerca di tamponi e test da parte dei cittadini. In coda (qualche volta per un chilometro) davanti alle farmacie e ai centri diagnostici erano in migliaia, con le motivazioni più varie, per richiedere un tampone.

C’era chi aveva avuto contatti con positivi e doveva verificare il proprio stato (tra questi molti genitori con bambini in seguito a contatti scolastici), chi partiva per un viaggio che richiede tale test, infine chi, semplicemente angosciato dal rialzo dei contagi, voleva essere certo di poter andare in visita a genitori anziani e nonni senza crear loro danno.

Oltre a queste persone, i soliti, incalliti no-vax che devono fare il tampone per andare a lavorare.

Facilmente intuibili le speculazioni sui prezzi dei tamponi che sono avvenute. il caos tamponi si è presto esteso, peraltro, alle città di Bergamo, Como e Pavia.

Tuttavia, la situazione più incredibile è quella degli ammalati di Covid ormai guariti, che devono rivolgersi al proprio medico di base per ottenere il tampone molecolare che permette loro di uscire, riprendere il lavoro e la vita sociale.

Infatti, i medici di base non riescono a prenotare nulla in una piattaforma bloccata da giorni e giorni. Alcuni ammalati sono quindi costretti a pagarsi i costosi tamponi molecolari presso strutture private, mentre altri – ed è il caso più pericoloso dal punto di vista sanitario e sociale – non denunciano di avere dei sintomi nel timore di dovere attendere per settimane il liberatorio tampone.

In questa situazione di caos, Letizia Moratti, assessore al welfare e vicepresidente della Regione, ha annunciato l’istituzione di un gruppo di lavoro per i tamponi che sarebbe entrato in azione il 27 dicembre, cioè circa un mese dopo l’esplosione della nuova ondata pandemica dovuta alla variante Omicron.

Tale gruppo si è effettivamente riunito e ha annunciato il potenziamento degli impianti di Trenno e della Fiera, ma senza dare scadenze su quando ciò avverrà. Si sa solo che il punto Gallarate-Malpensa sarà potenziato da mercoledì 29.

In pratica, di fronte alla legittima apprensione dei cittadini, ma anche al loro senso di responsabilità, per cui molti si pongono in quarantena “volontaria” o evitano situazioni ritenute a rischio, la Regione come sempre abbandona i lombardi a se stessi.

Il 25 dicembre, mentre il TG Regionale annunciava demagogicamente che agli Spedali Civili di Brescia (noti peraltro per le proteste del personale contro i turni insostenibili e la mancanza di attrezzature e supporti) si vaccinava anche il giorno di Natale, a Milano tutti i centri risultavano chiusi, a partire dal principale, il “Palazzo delle Scintille”.

È evidente la contraddizione tra i continui inviti ai cittadini a vaccinarsi e tale chiusura, causata evidentemente dalla ormai cronica mancanza di personale, dovuta alla malagestione della Regione.

Si arriva così alla data del 27 dicembre, in cui le farmacie annunciano che anche i test domestici, notoriamente poco attendibili e non validi per la certificazione pubblica ma ultimo rifugio per molti cittadini disperati, sono completamente esauriti.

È il risultato evidente della mancanza, nei giorni precedenti, della possibilità di fare test più attendibili, per cui molti si sono riversati sulle prove domestiche.

A Milano è peraltro ormai impossibile trovare anche le mascherine FF2P, tranne che in alcuni esercizi che propongono la versione “a colori” proposta a 2,50-3 euro al pezzo. Il risultato è che il decreto governativo che impone l’uso delle mascherine FF2P sui mezzi pubblici ricorda le storiche grida di manzoniana memoria.

Mentre tutto ciò accade nel capoluogo e nella città metropolitana di Milano, Letizia Moratti passa il suo tempo a pranzare, a Roma, con Giorgia Meloni per discutere della sua possibile candidatura a presidente della Repubblica.

Che tutta Italia sia avvertita del personaggio con cui abbiamo a che fare.

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26/10/2021

Via i privati dalla sanità lombarda!

È ormai palese che una delle ragioni dell’altissimo numero di vittime lombarde della pandemia è dovuto soprattutto – oltre che all’”insistenza” prepotente degli industriali per non chiudere le fabbriche nei momenti dei lockdown – allo smantellamento della sanità pubblica, avvenuto in Regione nell’arco degli ultimi venti anni. Dalle giunte Formigoni, passando per Maroni e arrivando a Fontana.

Cardine della politica sanitaria regionale è la legge 23/2015, approvata durante la presidenza di Maroni, oggi – ma sarà una sfortunata “coincidenza”... – consigliere d’amministrazione del colosso ospedaliero privato Gruppo San Donato, proprietario, tra l’altro, dell’ospedale San Raffaele.

Tale legge avrebbe dovuto essere sottoposta a verifica per una sua definitiva approvazione entro la fine del 2020, ma ciò non è avvenuto per la tattica dilatoria dell’attuale giunta regionale che ha fatto di tutto, col pretesto della pandemia, per evitarne una vera discussione in consiglio.

Alla fine, un vero dibattito consigliare non ci sarà, poiché negli ultimi mesi la giunta, e in particolare l’assessore alla sanità Moratti, non hanno fatto che chiedere dei pareri sulla legge a degli “esperti” che – evidentemente scelti secondo convenienza – ne hanno confermato la presunta validità.

Per questa ragione, la giunta si prepara adesso a paracadutare la legge sul consiglio regionale proponendosi un’approvazione iperblindata, tra l’altro dopo averne definito, nei mesi scorsi, le linee di sviluppo anche in relazione agli ipotizzati fondi in arrivo dal PNRR.

La questione è molto importante a ha rilevanza nazionale, perché con l’uso della propaganda sulla (falsa) “eccellenza” lombarda la destra tende a proporre la sanità lombarda come modello per altre regioni.

La legge 23/2015, e le conseguenti linee di sviluppo decise dalla giunta regionale, mettono ancor più la sanità lombarda nelle mani dei privati, offrendo loro persino la gestione delle istituende case della salute, degli ospedali di comunità e persino gran parte dei fondi destinati all’abbattimento delle liste d’attesa.

Inoltre, resta inalterata l’istituzione, tutta lombarda, dei “gestori” dei pazienti cronici, che costituiscono un ricco mercato. Quello dei “gestori” è un meccanismo perverso con il quale una struttura privata o una cooperativa di medici può prendere in carico i pazienti cronici e gestirne a proprio piacimento le terapie, decidendo dove praticarle, dove far effettuare i test clinici e con quali budget di spesa.

Una situazione che oltretutto seziona il corpo del paziente, poiché egli deve rivolgersi al gestore per ciò che riguarda la sua malattia cronica e invece al medico di base per altre eventuali patologie che insorgessero.

In pratica, una visione parcellizzante della medicina, non certo in linea con le scuole mediche più aggiornate e che oltretutto richiede una sofisticata capacità diagnostica al paziente che al mattino, svegliandosi con un disturbo, deve capire se è dovuto alla sua cronicità o ad altro per decidere a chi rivolgersi (sempre che il medico di base ci sia, dato che in Lombardia molti quartieri e persino paesi ne sono privi).

L’invenzione dei “gestori” è stata uno scandaloso regalo ai privati, dopo che in Lombardia, dalla gestione Formigoni a oggi, si è passati dal 10% a oltre il 40% di prestazioni fornite dai privati su quelle totali. Tali prestazioni sono ovviamente selezionate dai privati tra quelle maggiormente remunerative, con un vero saccheggio dei fondi pubblici sottratti alla sanità pubblica.

In questa inquietante situazione, che fa diventare il corpo dei pazienti una fonte di profitto per i privati (ben più dei vaccini, incubo della mentalità “no vax”, che su questo invece tacciono), il PD, i 5 Stelle e le forze a loro collegate avanzano proposte che non affrontano la questione decisiva, che è quella dell’infausta sussidiarietà tra pubblico e privato.

In pratica, non si mette in discussione il fatto che il sistema sanitario cosiddetto “pubblico” sia organizzato con la collaborazione tra istituzioni effettivamente pubbliche nella proprietà e nella gestione e imprese sanitarie private convenzionate.

Si tratta di un sistema misto, basato appunto sulla sussidiarietà, in cui mal si conciliano due obiettivi e visioni diverse: quella della sanità pubblica dedicata alla prevenzione e alla salute dei cittadini e quella privata che ha come obiettivo il profitto sulle cure mediche.

Questo sistema è stato teorizzato sin dalla fine del secolo scorso dal Partito Democratico della Sinistra, ora semplicemente Democratico e non più “di sinistra” nemmeno nel nome. Furono proprio i governi di centrosinistra ad avviare la politica della commistione pubblico-privato in sistemi misti con le convenzioni nella sanità e con la parità scolastica per quanto attiene alla formazione.

Non deve stupire, a questo proposito, che nell’autunno del 2020, quando si approssimava una verifica della legge 23/2015, il governo Conte 2 (PD e 5 Stelle), non abbia voluto contestare i fondamenti di tale legge, limitandosi a delle osservazioni che non ne mettono in discussione le scelte politiche generali.

Tutto ciò dimostra che tra la destra, il PD e i 5 Stelle non esiste in proposito una reale contraddizione e che questi ultimi due partiti non vogliono rilanciare la sanità pubblica nell’unico modo possibile: separare decisamente pubblico e privato abolendo il deleterio principio di sussidiarietà, e quindi le convenzioni, tra i due settori.

In Lombardia, la politica della sussidiarietà ha aperto la strada a uno scatto ulteriore, cioè la totale inclusione della sanità privata nel sistema pubblico, tanto che oggi il centralino regionale unico di prenotazione non distingue più, nell’indirizzare i pazienti, tra le strutture realmente pubbliche e quelle private.

Con il risultato che, a causa del tetto di spesa imposto agli ospedali e ai poliambulatori pubblici, la gran parte delle prestazioni sono dirottate verso i privati, che ne traggono pretesto per avanzare ulteriori pretese economiche.

In tale quadro, le contestazioni che PD e 5 Stelle rivolgono alla politica sanitaria della giunta Fontana-Moratti appaiono più un tentativo di costruire una base di consenso alla costruenda alleanza di centro-sinistra per le elezioni regionali del 2023 che non elementi di un progetto volto alla tutela della salute pubblica, che mai e per nessuna ragione deve diventare merce elettorale.

È necessario invece predisporre provvedimenti che vadano nella direzione di chiudere progressivamente le convenzioni con i privati e finanziare adeguatamente la sanità pubblica, sia nei suoi aspetti territoriali e di base che in quelli ospedalieri e, non ultimo, di ricerca, dato che nell’attuale situazione anche quest’ultimo settore è di fatto sottomesso alle esigenze dei privati.

Infine, è necessario cancellare la parola “azienda” dal lessico delle istituzioni sanitarie, poiché tale termine indica la necessità del profitto, anche con conseguenti premi ai dirigenti che “risparmiano” e penalizzazioni per gli “spreconi”, in un settore che non deve avere come obiettivo il guadagno. Non si risparmia e non si fa profitto sulla salute dei cittadini.

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