Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2025

AVS: l'antipasto di “sinistra” (servito dal PD)

La sicurezza con cui taluni commentatori dibattono l’esito delle recenti elezioni regionali in Toscana, speculando su un ipotetico miglior risultato per la “sinistra” qualora AVS avesse sostenuto la candidatura di Antonella Bundu anziché Eugenio Giani, rivela una sconcertante amnesia storica e una fatale incomprensione delle dinamiche politiche.

Simili congetture non solo mancano di rigore analitico, ma ignorano deliberatamente la natura intrinseca e il ruolo sistemico di Sinistra Italiana.

È imperativo richiamare alla memoria che Sinistra Italiana, lungi dall’essere una forza radicalmente autonoma, si è configurata in origine come una mera costola tattica del Partito Democratico. Sebbene il suo atto fondativo di Rimini, scaturito da una mozione congressuale, fosse veicolato dall’ambizione di porsi come alternativa al PD, la sua traiettoria è stata una palese ritirata strategica.

L’alleanza precoce per le Regionali del Lazio con il PD di Zingaretti, seguita alla sua fondazione, non è stata una contingenza, ma il primo, esplicito tradimento di quel mandato programmatico, causando una prevedibile emorragia di iscritti.

L’uscita di Nicola Fratoianni dall’assemblea congressuale successiva, pur confermato segretario, non sancì una ritrovata coerenza ideologica, ma formalizzò un mandato di capitolazione: quello di perseguire alleanze che, nella pratica, la incatenavano alla strategia di “campo largo” del PD.

Non si può negare che, su questioni specifiche, quali i diritti civili più avanzati o talune istanze ambientali particolarmente sensibili, SI e AVS abbiano saputo articolare un distinguo tattico rispetto alla linea ufficiale del PD. Tali mosse, tuttavia, non rappresentano la prova di un’autonomia sostanziale, ma costituiscono un’operazione di cosmetica politica, studiata ad arte per mantenere viva la loro “patente di sinistra” e giustificare la propria esistenza agli occhi della base più critica.

Questi scarti occasionali non mettono mai in discussione la fondamentale appartenenza al “campo largo”, garantendo la conservazione del potere di coalizione.

Coloro che oggi definiscono AVS come l’autentica “sinistra” disattendono la sua funzione reale e consolidata: quella di un sofisticato vaso di raccolta per il voto di protesta. AVS intercetta quell’elettorato disilluso e disgustato dalle politiche strutturalmente neoliberiste del PD, convogliando tali suffragi nel bacino più ampio della coalizione di centrosinistra.

Questo meccanismo, astutamente congegnato, offre all’elettore la simulazione di un voto “puro” – un’autoassoluzione morale per non aver sostenuto direttamente il PD – mentre, nella sostanza, rafforza la medesima architettura di potere che si intende criticare.

L’ipotesi, rilanciata in occasione del buon risultato di Toscana Rossa, di un potenziale “distacco” di AVS dal PD per confluire in una fantomatica “Sinistra autentica” non è che una mistificazione ideologica, una narrazione miserabile volta a cancellare la memoria storica. È un tentativo retorico di conferire dignità e autonomia a un soggetto politico la cui funzione storica è la sussidiarietà.

La conclusione, fondata sull’analisi della sua condotta politica e delle sue reiterate scelte di campo, è lapidaria e ineludibile: mai con Sinistra Italiana/AVS. Questo principio non è frutto di settarismo, ma l’ineluttabile corollario di una rigorosa valutazione della sua persistente subalternità e della sua incapacità, o forse non volontà, di porsi come polo di vera opposizione al mainstream politico.

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26/10/2021

Via i privati dalla sanità lombarda!

È ormai palese che una delle ragioni dell’altissimo numero di vittime lombarde della pandemia è dovuto soprattutto – oltre che all’”insistenza” prepotente degli industriali per non chiudere le fabbriche nei momenti dei lockdown – allo smantellamento della sanità pubblica, avvenuto in Regione nell’arco degli ultimi venti anni. Dalle giunte Formigoni, passando per Maroni e arrivando a Fontana.

Cardine della politica sanitaria regionale è la legge 23/2015, approvata durante la presidenza di Maroni, oggi – ma sarà una sfortunata “coincidenza”... – consigliere d’amministrazione del colosso ospedaliero privato Gruppo San Donato, proprietario, tra l’altro, dell’ospedale San Raffaele.

Tale legge avrebbe dovuto essere sottoposta a verifica per una sua definitiva approvazione entro la fine del 2020, ma ciò non è avvenuto per la tattica dilatoria dell’attuale giunta regionale che ha fatto di tutto, col pretesto della pandemia, per evitarne una vera discussione in consiglio.

Alla fine, un vero dibattito consigliare non ci sarà, poiché negli ultimi mesi la giunta, e in particolare l’assessore alla sanità Moratti, non hanno fatto che chiedere dei pareri sulla legge a degli “esperti” che – evidentemente scelti secondo convenienza – ne hanno confermato la presunta validità.

Per questa ragione, la giunta si prepara adesso a paracadutare la legge sul consiglio regionale proponendosi un’approvazione iperblindata, tra l’altro dopo averne definito, nei mesi scorsi, le linee di sviluppo anche in relazione agli ipotizzati fondi in arrivo dal PNRR.

La questione è molto importante a ha rilevanza nazionale, perché con l’uso della propaganda sulla (falsa) “eccellenza” lombarda la destra tende a proporre la sanità lombarda come modello per altre regioni.

La legge 23/2015, e le conseguenti linee di sviluppo decise dalla giunta regionale, mettono ancor più la sanità lombarda nelle mani dei privati, offrendo loro persino la gestione delle istituende case della salute, degli ospedali di comunità e persino gran parte dei fondi destinati all’abbattimento delle liste d’attesa.

Inoltre, resta inalterata l’istituzione, tutta lombarda, dei “gestori” dei pazienti cronici, che costituiscono un ricco mercato. Quello dei “gestori” è un meccanismo perverso con il quale una struttura privata o una cooperativa di medici può prendere in carico i pazienti cronici e gestirne a proprio piacimento le terapie, decidendo dove praticarle, dove far effettuare i test clinici e con quali budget di spesa.

Una situazione che oltretutto seziona il corpo del paziente, poiché egli deve rivolgersi al gestore per ciò che riguarda la sua malattia cronica e invece al medico di base per altre eventuali patologie che insorgessero.

In pratica, una visione parcellizzante della medicina, non certo in linea con le scuole mediche più aggiornate e che oltretutto richiede una sofisticata capacità diagnostica al paziente che al mattino, svegliandosi con un disturbo, deve capire se è dovuto alla sua cronicità o ad altro per decidere a chi rivolgersi (sempre che il medico di base ci sia, dato che in Lombardia molti quartieri e persino paesi ne sono privi).

L’invenzione dei “gestori” è stata uno scandaloso regalo ai privati, dopo che in Lombardia, dalla gestione Formigoni a oggi, si è passati dal 10% a oltre il 40% di prestazioni fornite dai privati su quelle totali. Tali prestazioni sono ovviamente selezionate dai privati tra quelle maggiormente remunerative, con un vero saccheggio dei fondi pubblici sottratti alla sanità pubblica.

In questa inquietante situazione, che fa diventare il corpo dei pazienti una fonte di profitto per i privati (ben più dei vaccini, incubo della mentalità “no vax”, che su questo invece tacciono), il PD, i 5 Stelle e le forze a loro collegate avanzano proposte che non affrontano la questione decisiva, che è quella dell’infausta sussidiarietà tra pubblico e privato.

In pratica, non si mette in discussione il fatto che il sistema sanitario cosiddetto “pubblico” sia organizzato con la collaborazione tra istituzioni effettivamente pubbliche nella proprietà e nella gestione e imprese sanitarie private convenzionate.

Si tratta di un sistema misto, basato appunto sulla sussidiarietà, in cui mal si conciliano due obiettivi e visioni diverse: quella della sanità pubblica dedicata alla prevenzione e alla salute dei cittadini e quella privata che ha come obiettivo il profitto sulle cure mediche.

Questo sistema è stato teorizzato sin dalla fine del secolo scorso dal Partito Democratico della Sinistra, ora semplicemente Democratico e non più “di sinistra” nemmeno nel nome. Furono proprio i governi di centrosinistra ad avviare la politica della commistione pubblico-privato in sistemi misti con le convenzioni nella sanità e con la parità scolastica per quanto attiene alla formazione.

Non deve stupire, a questo proposito, che nell’autunno del 2020, quando si approssimava una verifica della legge 23/2015, il governo Conte 2 (PD e 5 Stelle), non abbia voluto contestare i fondamenti di tale legge, limitandosi a delle osservazioni che non ne mettono in discussione le scelte politiche generali.

Tutto ciò dimostra che tra la destra, il PD e i 5 Stelle non esiste in proposito una reale contraddizione e che questi ultimi due partiti non vogliono rilanciare la sanità pubblica nell’unico modo possibile: separare decisamente pubblico e privato abolendo il deleterio principio di sussidiarietà, e quindi le convenzioni, tra i due settori.

In Lombardia, la politica della sussidiarietà ha aperto la strada a uno scatto ulteriore, cioè la totale inclusione della sanità privata nel sistema pubblico, tanto che oggi il centralino regionale unico di prenotazione non distingue più, nell’indirizzare i pazienti, tra le strutture realmente pubbliche e quelle private.

Con il risultato che, a causa del tetto di spesa imposto agli ospedali e ai poliambulatori pubblici, la gran parte delle prestazioni sono dirottate verso i privati, che ne traggono pretesto per avanzare ulteriori pretese economiche.

In tale quadro, le contestazioni che PD e 5 Stelle rivolgono alla politica sanitaria della giunta Fontana-Moratti appaiono più un tentativo di costruire una base di consenso alla costruenda alleanza di centro-sinistra per le elezioni regionali del 2023 che non elementi di un progetto volto alla tutela della salute pubblica, che mai e per nessuna ragione deve diventare merce elettorale.

È necessario invece predisporre provvedimenti che vadano nella direzione di chiudere progressivamente le convenzioni con i privati e finanziare adeguatamente la sanità pubblica, sia nei suoi aspetti territoriali e di base che in quelli ospedalieri e, non ultimo, di ricerca, dato che nell’attuale situazione anche quest’ultimo settore è di fatto sottomesso alle esigenze dei privati.

Infine, è necessario cancellare la parola “azienda” dal lessico delle istituzioni sanitarie, poiché tale termine indica la necessità del profitto, anche con conseguenti premi ai dirigenti che “risparmiano” e penalizzazioni per gli “spreconi”, in un settore che non deve avere come obiettivo il guadagno. Non si risparmia e non si fa profitto sulla salute dei cittadini.

Fonte

21/04/2021

Imprese “sociali”: il corpo grosso dell’occupazione nel Terzo Settore /4

Il settore del No profit vede convivere strutture diverse. Le imprese sociali vere e proprie – definite come “di fatto” – sono più di 22mila, nelle quali sono occupati quasi 650mila dipendenti, il che corrisponde rispettivamente al 6,3% delle istituzioni ma ben al 71% dei dipendenti del settore no profit. Di queste imprese del terzo settore, oltre la metà (57,5%) sono cooperative sociali, precisamente 12.956, seguite dalle associazioni (15,4%).

La IV edizione del Rapporto sull’impresa sociale in Italia curato da Iris Network, riconosce come imprese sociali le istituzioni no profit che soddisfino i seguenti criteri:

a. presenza di almeno un dipendente;

b. soddisfazione di almeno una delle seguenti condizioni

– il rapporto tra fatturato e i costi per beni, servizi, e personale è superiore al 50%;

– trattasi di un’istituzione no profit con forma giuridica d’impresa non necessariamente con la qualifica di impresa sociale;

– trattasi di una scuola paritaria con attività commerciale;

– trattasi di una istituzione no profit con attività commerciale operante nell’ambito della sanità.

Delle oltre 22mila imprese sociali “di fatto”, quindi, più del 40% occupa un numero di addetti superiore a 10. Il 46,3% hanno un fatturato inferiore ai 200 mila euro, anche se il 10,8% supera i 2 milioni di euro. Quasi la metà opera al Nord (47,6%), dove il 37,2% delle imprese ha un fatturato superiore ai 500 mila euro, mentre al Sud il 55,2% ha un fatturato che non supera i 200 mila euro. Il 31% delle imprese sociali opera nei servizi sociali, il 19% nell’inserimento lavorativo, ma significativa anche la componente attiva nel settore istruzione e ricerca (18,3%), cultura e sport (18,2%) e sanità (8%).

Una associazione del Terzo Settore può assumere lavoratori dipendenti per svolgere l’attività prevista. Ma, nell’organico dell’associazione, il lavoro volontario o retribuito in maniera forfettaria deve comunque essere preponderante rispetto al lavoro salariato.

Generalmente, si può assumere personale tramite:

– contratto di lavoro subordinato;

– contratto a progetto o parasubordinato;

– rapporto di lavoro occasionale;

– voucher per lavoro accessorio.

Questi contratti sono assimilabili a normali contratti di lavoro e quindi soggetti a tutti gli adempimenti previsti dalla legge. Ma i contratti e le condizioni di lavoro nel Terzo Settore, e non solo nel mondo delle cooperative sociali, hanno dato vita ad un vero e proprio verminaio in cui coesistono situazioni regolari, precarietà e sottoretribuzioni diffuse e situazioni ben oltre la legalità contrattuale.

Il rapporto di lavoro più utilizzato dalle associazioni nel no profit è quello del lavoro occasionale, che consiste in un lavoro autonomo esercitato in modo non continuativo e non abituale, che non può durare per più di 30 giorni per anno solare. I corrispettivi ricevuti come retribuzione per questo tipo di rapporto vanno inseriti nella categoria fiscale redditi diversi e, se sono superiori ai 5.000 euro annui, il lavoratore dovrà iscriversi alla gestione separata dell’INPS.

Secondo le nuove norme (aggiornate al marzo 2021), gli “Enti del Terzo Settore” sono tutti quegli enti – comprese associazioni e fondazioni – costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi.

Gli enti del Terzo Settore, devono esercitare in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, che sono elencate dell’articolo 5 del testo della riforma, come ad esempio prestazione sociali, socio-sanitarie e sanitarie, di tutela dell’ambiente, di formazione, ricerca scientifica, attività culturali, cooperazione allo sviluppo e accoglienza umanitaria etc.

Si tratta quindi di una vastissima serie di attività, dove rientrano tutte le finalità svolte precedentemente dalle varie tipologie associative iscritte nei diversi registri (onlus, APS, ODV). Tali enti dovranno obbligatoriamente iscriversi nel registro unico nazionale degli enti del terzo settore.

Le attività delle associazioni del Terzo Settore, in base all’art.79, a favore di soci o non soci, potranno essere a pagamento, ma sarà considerata di natura non commerciale solo se le entrate andranno a coprire le spese per lo svolgimento dell’attività, senza conseguire un risultato economico positivo. Sono comunque considerate non commerciali le raccolte pubbliche di fondi effettuate occasionalmente (il famoso crowdfunding), i contributi erogati dalle amministrazioni pubbliche (spesso la parte più consistente delle entrate), le quote associative annuali.

Se le donazioni a una onlus arrivano da un’azienda, questa può dedurre la somma versata, ovvero considerarla un costo e diminuire di conseguenza l’utile su cui si pagano le imposte. Anche per le aziende c’è un limite alla deduzione ammissibile: il valore maggiore tra il 2% del reddito d’impresa e 30mila euro se la donazione è verso un’organizzazione senza contabilità con partita doppia, limite che può salire al 10% del reddito (fino a un massimo di 70mila euro) se l’organizzazione redige un bilancio.

Nel caso in cui un’azienda invece di denaro faccia una donazione in beni in natura, come derrate alimentari o prodotti farmaceutici, può dedurre a bilancio i costi sostenuti per tali prodotti. Una volta donati, inoltre, tali beni si considerano distrutti ai fini Iva, e cioè l’azienda cedente ha il diritto di detrarre la relativa imposta sul valore aggiunto.

Beneficenza e attenzione “al sociale” dunque, ma anche opportunità fiscali e aggiustamenti contabili molto utili alle aziende private.

Vedi le altre puntate:

Terzo Settore: una invasione di campo sui servizi pubblici /1

Terzo Settore: il business della benevolenza /2

Terzo Settore: l’ipoteca delle Fondazioni sul No profit /3

Fonte

29/06/2020

Le linee guida per la scuola-azienda

Data la valanga di critiche giunta al Ministero, le manifestazioni in oltre sessanta città di lavoratori della scuola e genitori, era lecito attendersi che la bozza di Linee guida per il rientro a scuola di settembre sarebbe stata sensibilmente modificata nella sua stesura finale.

Così non è stato. Confrontando la bozza e la stesura finale si trovano due sole significative differenze: sparisce il riferimento alle figure educative che conducono attività integrative che non saranno più chiamate a essere responsabili delle classi e il metro di distanza tra i banchi diventa un metro tra le “rime buccali” (!).

Quest’ultima bizzarra correzione è fatta, in sostanza, per guadagnare qualche centimetro dal metro di distanza e far entrare qualche alunno in più in aula. A questo proposito, la ministra ha annunciato pomposamente che sarà predisposta una app che permetterà di incrociare i dati sulle situazioni edilizie di vari istituti. Se funzionerà e servirà a qualcosa, lo vedremo.

Nonostante tutto questo, ciò che sembra avere destato una certa soddisfazione nei presidenti di regione, quale l’emiliano Bonaccini, è l’aumento dello stanziamento di fondi per la scuola promesso ma non ancora esattamente quantificato dal Presidente del Consiglio.

Destinare maggiori fondi alla scuola è senz’altro una buona cosa, ma non può bastare a dare un giudizio positivo su come il governo intende la ripresa settembrina. Ciò anche perché tali fondi non si tradurranno in un’entrata di docenti e personale ATA in più, poiché, come ha detto la Ministra, le assunzioni saranno a tempo determinato e, aggiungiamo noi, riguardano per la maggior parte personale precario già in servizio, quindi aumenteranno solo in minima parte l’organico delle scuole.

Inoltre, una parte del movimento “priorità alla scuola” non ha esitato a richiedere piuttosto acriticamente che all’istruzione fosse destinata una parte dei fondi che si presume arriveranno dalla Commissione Europea, che non sono ancora sicuri e che soprattutto non saranno certo un gentile regalo, ma saranno legati in gran parte a impegni di restituzione e soprattutto a riforme strutturali da apportare al nostro paese, magari anche alla scuola.

E le precedenti esperienze, Grecia compresa, fanno tremare.

Giova anche ricordare che la crisi della scuola italiana non è dovuta solo ai tagli di bilancio, pur gravi, ma in buona parte all’impianto dell’organizzazione del lavoro e della didattica imposto negli ultimi venti anni, con cui le Linee guida si pongono in una continuità che è rimasta completamente intatta, nonostante le tante critiche espresse da pedagogisti e insegnanti.

In particolare, tutto il documento, che utilizza alcune indicazioni del Comitato Colao e della Commissione Bianchi, è impostato sulla commistione tra pubblico e privato, nel nome della sussidiarietà.

L’approdo al concetto di sussidiarietà sembra essere la continuazione del lungo percorso iniziato nel 1997 con il varo dell’autonomia scolastica e giunto a un punto di svolta decisivo con la legge 107/2015, la “Buona scuola“ di Renzi.

Tale commistione, naturalmente, viene presentata come una pulsione al volontariato, alla filantropia, alla beneficenza da parte dei privati, occultando che ciò, in realtà, non può che significare un’indebita ingerenza se non un totale asservimento della scuola alle esigenze del capitale.

Non è un caso che si siano già sperimentate, nel nostro paese, alcune situazioni di sponsorizzazione di scuole e progetti di scuole che hanno sempre avuto come sbocco la torsione verso un modello produttivistico dell’offerta formativa.

L’autonomia scolastica è, ancora una volta, il brodo di coltura all’interno del quale si possono sviluppare tali attività di carattere aziendalista e privatista. In tale contesto, la scuola non appare certamente tutelata dal fatto che sia stato escluso dalle Linee guida che figure che non fanno parte dell’organico docente non possano avere ruoli di responsabilità nella vigilanza degli alunni, poiché sicuramente aziende e associazioni private potranno inviare i loro “esperti” ad affiancare i docenti.

Appare anche pericolosa la formulazione del “Patto educativo di comunità” che tanto piace al Ministero, in cui dovrebbero convergere i contributi delle regioni, del cosiddetto volontariato e dei privati. Una commistione e una compromissione rischiosa, in cui i ruoli e soprattutto il senso delle istituzioni si stemperano.

La scuola è una colonna istituzionale pubblica dello stato italiano, non può essere frammentata e smembrata in “patti educativi di comunità” locali in cui entrano interessi privati, sponsorizzazioni, esperti aziendali, associazioni di “volontariato” magari confessionali.

Una frammentazione istituzionale, magari spacciata per aderenza alle esigenze del territorio (leggasi imprese) accrescerebbe tra l’altro le differenze già provocate dall’autonomia scolastica.

Queste riflessioni sorgono anche perché, come ho scritto, le Linee guida si collegano ad alcune sollecitazioni della Commissione di esperti del Miur presieduta da Patrizio Bianchi, che guarda ben oltre la ripresa di settembre, nell’intenzione di un “miglioramento del sistema di istruzione nazionale”.

Una questione su cui la Ministra non sembra proprio avere le idee chiare è quella di dove mettere quel 15% di alunni e studenti che, secondo le sue dichiarazioni, in classe proprio non troveranno posto. L’indicazione è di usare musei, teatri, spazi di istituzioni varie per attività educative.

La Ministra non sembra rendersi conto che non tutte le scuole si trovano a Roma, Milano o Napoli, dove il patrimonio culturale è molto vasto ed esistono plurime attività, ma sono collocate in piccoli centri o paesi dove musei e teatri nemmeno ci sono.

In ogni caso, anche nei grandi centri non appare edificante che le scolaresche siano costrette a pencolare per la città alla ricerca di luoghi dove svolgere attività che non si riesce a fare a scuola e gli insegnanti a programmare compulsivamente uscite didattiche dettate più da esigenze di spazio che da un progetto pedagogico.

Certamente, in alcuni casi, si potrebbe pensare di riutilizzare edifici dismessi nel periodo della grande decrescita demografica degli anni '90, ma tali sedi sono state spesso lasciate in stato d’abbandono e inoltre, non si deve dimenticare che la scuola d’oggi richiede attrezzature, laboratori e aule multimediali non essendo, a dispetto di quanto scrivono molti giornali, la scuola della cattedra e dei banchi.

Qualche giorno fa, ho letto su un giornale che gli insegnanti, per sicurezza, avrebbero dovuto fare lezione “stando in cattedra”, evitando persino di spostarsi tra i banchi. Mi chiedo quale sia la concezione della scuola di quel giornalista. Ho insegnato per decenni, e nella mia aula la cattedra nemmeno c’era.

Tuttavia, facciamo attenzione agli imbrogli. Se taluni esprimono una concezione della scuola puramente trasmissiva, che peraltro ha trovato una buona realizzazione in molte esperienze improvvisate di didattica a distanza, ben diverso è il linguaggio che si parla al Ministero, un misto di didattichese e aziendalese associato a teorie sull’innovazione didattica in cui quest’ultima coincide con digitalizzazione.

Personalmente ho sempre pensato che il digitale possa avere molte potenzialità nella scuola, ma nella direzione esattamente contraria a quella immaginata al Ministero.

Infatti, l’uso delle nuove tecnologie nella scuola dovrebbe essere destinato allo sviluppo della creatività nelle attività artistiche, come l’arte e la musica, il teatro, il cinema, dove possono dare un notevole contributo, oltre che naturalmente nelle materie tecnico-scientifiche. Ciò significa però, per converso, anche opporsi alla digitalizzazione degli apprendimenti e alla loro riduzione a sequenze prestabilite e alla sottomissione a ritmi prefissati.

In pratica, delle possibilità di sperimentare e creare offerte dalle nuove tecnologie è proposta al contrario una standardizzazione dei percorsi e degli obiettivi, magari verificati con i famigerati test a scelta multipla tanto amati dall’INVALSI.

Tutto questo va tenuto presente per quanto riguarda le Linee guida, ricordando che ogni scuola dovrà, secondo tale documento, inserire nel proprio PTOF una parte riguardante la didattica digitale, indicazione che sembra voler rilanciare le non troppo certe fortune del “Piano nazionale scuola digitale” che è una delle colonne portanti della legge 107/2015.

Peraltro l’idea di una digitalizzazione dell’apprendimento si sposa alla chiara tendenza alla riduzione dell’importanza dei saperi già in atto da anni con l’introduzione d’imperio, nella scuola, della didattica per competenze, assai spinta da attori esterni alla scuola, come l’OCSE, la Tavola degli Industriali Europei, il FMI, che nell’ultimo trentennio hanno deciso di impegnarsi nella formazione per indirizzarla verso le esigenze delle imprese e del mercato del lavoro.

Proprio pensando al mercato del lavoro, tali agenzie internazionali, con l’accordo dell’Unione Europea, che ne ha accolto le istanze in molte delle sue conferenze, prima tra tutte Lisbona 2000, immaginano una scuola dove s’impara ciò che serve per il lavoro, non quanto è utile a un cittadino critico e consapevole.

Poiché solo pochi saranno destinati ai più alti livelli nel mondo del lavoro, è inutile fingere che la società sia diversa da come è, fornendo un’istruzione di qualità a tutti. Per la maggioranza, basta infatti sapere poche cose e, secondo la logica delle competenze, saper risolvere qualche problema semplice, come gli “Episodi di apprendimento situato” attraverso alcune tecniche le quali si appoggiano spesso al digitale.

Nulla a che vedere con la complessità dei saperi, la ricerca, l’approfondimento discorsivo e narrativo.

In questo quadro va collocata per esempio, la proposta delle Linee guida di “aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari”, che evidentemente non contribuisce all’approfondimento dei saperi, ma piuttosto a un loro utilizzo per la risoluzione di semplici problemi volti all’acquisizione di competenze.

Evidente poi, l’importanza che in un tale quadro assumono i “Percorsi trasversali per l’orientamento”, cioè l’alternanza scuola lavoro, momento fondamentale per instillare nei giovani la cultura aziendalista e di formazione ideologica alla sottomissione del lavoro dipendente.

Nemmeno di fronte alle evidenti difficoltà in cui si trovano molti studenti a causa di un anno scolastico bruscamente interrotto e malamente concluso con la didattica a distanza, la Ministra ha pensato si potesse rinunciare a un’attività tanto discussa come l’alternanza scuola-lavoro a favore di tempo dedicato al recupero dei saperi.

A proposito delle attività di recupero per i molti studenti che hanno avuto difficoltà durante il periodo della didattica a distanza, non è chiaro cosa accadrà a settembre, ma la Ministra ha parlato di attività che inizieranno già dal primo del mese, ma anche di possibilità di “potenziamento” per gli alunni che vogliono mostrare il loro “talento”.

Iniziativa, quest’ultima, che potrebbe apparire poco adatta al momento, ma che si spiega con l’insistenza con la quale da qualche tempo si batte sul tasto dei “superdotati”. Insomma, la scuola deve avere degli eccellenti e dei mediocri, se vuole adattarsi alla gerarchia sociale e alla giungla del lavoro.

Le linee guida del Ministero, quindi vanno prese molto sul serio, poiché, pur se nate in un momento d’emergenza, sono espressione di una concezione della scuola in continuità con la gestione degli ultimi decenni e guardano al contempo alle tendenze che si delineano per i prossimi.

Anche la loro vaghezza, che emerge in alcuni punti, è semplicemente segno della volontà di frammentare sempre più il sistema scolastico nazionale a vantaggio di una situazione a macchie di leopardo, con l’accrescimento non certo virtuoso delle differenze e soprattutto delle disuguaglianze, a tutto vantaggio delle “comunità educanti” che sguazzeranno nella sussidiarietà pubblico-privato.

Ci resta comunque una speranza: la Ministra ha detto che da settembre si vogliono scuole pulite e che sono stati investiti milioni per prodotti detergenti e igienizzanti. Chissà se finalmente sono finiti i tempi in cui i genitori dovevano fornire le classi di carta igienica, saponette e fazzolettini.

Questo anche se resta una domanda inquietante: chi pulirà le aule, con una dotazione organica così insufficiente di collaboratori scolastici?

Fonte

28/06/2020

Goodbye scuola pubblica

“La cultura non è professione per pochi: è una condizione per tutti, che completa l’esistenza dell’uomo
(Elio Vittorini).”

A settembre la scuola riparte con il rituale dei tavoli regionali e delle conferenze dei servizi, con un’autonomia scolastica strumentale alla riduzione di spesa e alla sussidiarietà.

La sussidiarietà entra nella scuola pubblica di stato con la veste dei “patti educativi territoriali o di comunità“, legittimata dall’ideologia di un nuovo concetto di comunità educante territoriale estesa ad attori istituzionali e realtà educative extrascolastiche. Nello specifico ci si richiama all’universo del terzo settore che si occupa di ragazzi e bambini e ad enti privati.

Pertanto sarà una scuola molto meno pubblica, modulare con mini lezioni e trasferte fuori porta utili a coprire le carenze strutturali e la carestia di aule anti covid-19, ma con lo stesso numero di classi, di docenti e di ATA.

La disabilità e l’inclusione scolastica vengono liquidate in modo succintamente generico con il richiamo retorico alla necessità di “studiare accomodamenti ragionevoli, sempre nel rispetto delle specifiche indicazioni del documento tecnico del CTS”. In pratica si lascia ancora molto sulle spalle delle famiglie.

*****

Leggendo le pagine della bozza sul piano scuola 2020-21 del ministero della pubblica “d-istruzione”, inerente le misure di contenimento del rischio di contagio da Covid-19 nelle scuole, elaborata dal comitato tecnico scientifico (CTF) istituito presso il dipartimento della protezione civile, ad integrazione del precedente documento del 28 maggio 2020, sono rimasto di pietra. Mi aspettavo di trovare progetti finanziati e risorse funzionali alla creazione di una scuola anti Covid-19, con istruzioni puntuali e precise. Invece mi sono trovato davanti un documento che dice poco o niente e scarica la patata bollente alle scuole utilizzando la leva dell’autonomia, sia in chiave strumentale di contenimento degli investimenti sulla scuola, sia per aprire le porte al mondo privato dell’extra scuola. Un documento che legittima un concetto nuovo di comunità educante omnicomprensiva pubblico-privata e che induce il pensiero verso scenari di un ulteriore privatizzazione del servizio scolastico.

Entrando nel merito del documento, per poter consentire alle scuole di progettare una ripartenza per un ritorno alla “A-normalità” da settembre, viene elaborato un nuovo concetto di comunità educante territoriale, composta oltre che dalla comunità scolastica, anche da quella extrascolastica, che include una folta schiera di operatori privati e del terzo settore del territorio.

Appunto per questo saranno predisposti tavoli regionali presso ogni Ufficio Scolastico Regionale (USR), conferenze di servizio a livello locale per mettere a fuoco nel concreto misure organizzative insieme alle Autonomie scolastiche (dpr.275/99). Nell’ambito dell’applicazione del principio di sussidiarietà e di corresponsabilità, viene aperta la scuola all’ingresso del terzo settore e ai privati. Componenti del tavolo regionale presso l’Ufficio Scolastico Regionale sono il Direttore scolastico Regionale, gli assessori Regionali all’istruzione e ai trasporti, i rappresentanti di ANCI e UPI, la protezione civile, le associazioni degli studenti e dei genitori della scuola, i sindacati di categoria della scuola, gli enti del terzo settore e le scuole private.

Le conferenze di servizio locali avranno come missione: acquisizione di spazi e arredi scolastici, ristrutturazione di “edilizia agile” e individuazione di risorse sul territorio (probabilmente locali vari e immobili). In tale campo viene prevista la possibilità di sostenere le scuole, a livello tecnico ed economico sottoscrivendo apposite convenzione con soggetti terzi, al risanamento delle strutture scolastiche, all’individuazione di ambienti specifici per le diverse discipline, all’adeguamento degli spazi al numero di alunni per classe.

Per quanto riguarda precisamente la scuola, ai sensi del regolamento sull’autonomia scolastica (D.P.R 275/99), si agirà probabilmente per una “riconfigurazione del gruppo classe in più gruppi di apprendimento”, che tradotto in volgo significa dividere la classe; un’articolazione modulare di gruppi di alunni che possono provenire anche da classi diverse o da diversi anni di corso; la possibilità di una frequenza scolastica composta di turni differenziati; una pianificazione dell’attività didattica sia in presenza che a distanza (Didattica Digitale Integrata); l’aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari anche se non previste dai recenti ordinamenti (forse anche con compensazioni tra le varie discipline); estensione del tempo scuola inglobando anche la giornata del sabato (forse si fa riferimento alle scuole che operano su 5 giorni alla settimana). A tutti gli alunni dovrà essere assicurata la stessa offerta formativa pur nella diversità delle forme organizzative. Inoltre vengono utilizzati i già noti piani di apprendimento individuali (PAI) e piani di integrazione degli apprendimenti (PIA). Questa articolata costruzione, qui sintetizzata per sommi capi, verrà integrata dall’applicazione del principio di sussidiarietà e di corresponsabilità, con l’uso dei “patti educativi di comunità” aprendo di fatto la scuola all’ingresso del privato sociale e del civismo attivo propri del terzo settore.

Con la legittimazione del nuovo concetto di comunità educante si troveranno luoghi fuori dalla scuola con tanto di sorveglianti ed educatori. Il siffatto coinvolgimento darà luogo probabilmente a convenzioni certamente non a titolo gratuito che privatizzeranno, in realtà, parte delle attività delle scuole pubbliche. Ovviamente grazie alle conferenze di servizio e ai tavoli regionali si darà la possibilità di “favorire la messa a disposizione di altre strutture o spazi, come parchi, teatri, biblioteche, cinema, musei, al fine di potervi svolgere ulteriori attività didattiche o alternative a quelle tradizionali comunque volte a finalità educative”.

Ciò significa in pratica, portare al di fuori delle mura scolastiche schiere e gruppi di alunni con tutta la complicazione del caso: aggiunta di responsabilità per i docenti accompagnatori, costi di assicurazione, trasporto, aumento dei tempi di percorrenza a discapito delle ore di lezione ecc. Tutti aspetti non trattati dal pool di esperti del CTF che non vivendo la realtà scolastica e di classe, danno valutazioni sul piano puramente teorico ben lontano da quello pratico. Questi bei concetti comporteranno che nella scuola pubblica praticheranno vari enti e associazioni del terzo settore che avranno l’incombenza della cura degli ambienti messi a disposizione, con compiti di sorveglianza, vigilanza e di responsabilità verso gli alunni (in pratica assolveranno mansioni ascrivibili al personale ATA e ai docenti).

Tralascio per ordine di spazio le altre indicazioni tra cui: i percorsi per la formazione di competenze trasversali e per l’orientamento (PCTO) degli alunni per mezzo di partner convenzionati effettuati, come al solito, a spese delle ore di materie curricolari impoverendo la formazione generale; la formazione del personale docente e ATA; il riferimento agli orari differenziati di ingresso e uscita degli alunni con la possibilità concessa dall’autonomia didattica-organizzativa (art.4 e 5 del dpr 275/99) di poter ridurre la durata dell’ora di lezione fino a 45’. In questo caso il docente si troverebbe a svolgere 24 ore di lezione di 45’ alla settimana in luogo delle 18 lezioni a 60’. Voglio constatare che a causa del covid-19, di fatto si opera un profondo cambiamento nella struttura scolastica senza alcun confronto partecipativo della comunità scolastica e delle organizzazioni sindacali della scuola.

L’abitudine a cucire l’abito addosso a insaputa di chi vive, lavora e studia nella scuola permane indelebile al di là degli avvicendamenti in plancia di comando nella politica italiana. Le indicazioni sono caratterizzate dal pesante trattamento dietetico (mancato potenziamento in organico di diritto fino al 31 agosto del 2021 di docenti e ATA e mancata riduzione del numero di alunni per classe con corrispettivo aumento del numero di classi) a cui di fatto è interessata la scuola italiana da decenni. Ciò creerà come al solito una evidente acutizzazione dei fenomeni di abbandono, insuccesso e scarso rendimento scolastico frutto anche della contrazione della qualità e quantità dell’offerta formativa. La scuola prossima ventura che aprirà a settembre, utilizzata da studenti, famiglie, docenti e ATA, sarà un prodotto sotto stretto controllo medico per spazi insufficienti ad assicurare i 4 metri quadri procapite per alunno e distanze di 1,80 metri. Il problema del potenziamento dei trasporti, scaglionati per fasce di ingresso, non viene affrontato, ma viene demandato a tavoli regionali e conferenze dei servizi con probabili conflitti di competenza in merito. Non si parla di costruire cronotopi dei tempi della città attraverso i quali calibrare e potenziare, zona per zona, i servizi pubblici onde evitare assembramenti e ingolfamenti dei mezzi di trasporto pubblico. La carenza di personale viene coperta con incremento del numero di lezioni creato con una probabile riduzione della durata dell’ora di lezione (se ne parla da tempo e nel documento troviamo un riferimento generico che rimanda all’autonomia didattica, che in questo caso viene a uso e consumo del contenimento della spesa pubblica).

Il geniale schizzo delle nuove e tanto attese linee guida introduce il principio di sussidiarietà e di corresponsabilità come leva per de-pubblicizzare e neo liberalizzare ulteriormente la scuola pubblica. Ciò apre a scenari di possibile welfare privato che da tempo preme alle porte con possibili ricadute negative anche sui livelli occupazionali del pubblico impiego e di cui lo smart working è un ottimo antesignano. Per contro si continua a gettare miliardi per missioni di pace all’estero con la baionetta in canna, si acquistano 90 cacciabombardieri dagli USA del modello F-35 Lightning della Lockeed Martin per un costo complessivo di 14 miliardi di euro (si rammenta a puro titolo storico lo scandalo Lockeed del 1976 per l'acquisto degli Hercules C-130), mentre si continua a versare miliardi per una compagnia di bandiera alla canna del gas mentre lo stato annaspa con l’acqua alla gola di una pesantissima crisi fiscale.

A fronte di questa situazione il mondo della scuola qualcosa forse potrebbe fare. Potrebbe obiettare nei collegi docenti e nei consigli di istituto, deliberando osservazioni e proposte per incidere sulle linee generali e impedire l’utilizzo strumentale dell’autonomia scolastica come grimaldello ragionieristico in funzione di contenimento della spesa pubblica. La stessa cosa potrebbero fare le assemblee del personale insieme alle RSU di scuola deliberando documenti alternativi e propositivi provenienti della comunità scolastica. Si dovrebbe replicare alle disposizioni calate dall’alto con iniziative di vario genere e opporsi all’ingresso nella scuola, attraverso il cavallo di troia della sussidiarietà e della corresponsabilità, del terzo settore e di protagonisti privati. Si dovrebbero fare un fronte di assemblee generali allargate a tutte le componenti della scuola per una possibile convocazione degli stati generali della scuola da cui partire per riportare la scuola all’articolo 33 della costituzione compresa l’abolizione della legge 62/00 che ha istituito il sistema scolastico pubblico-paritario con relativi finanziamenti alle scuole private.

Molte, tante cose si potrebbero fare se la scuola italiana cogliesse l’occasione per rialzare la testa e opporsi alla sua distruzione, altrimenti... goodbye scuola pubblica.

{D@ttero}

Articolo 33 della costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Fonte

31/10/2017

“Di Hartz si muore”. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?

I sistemi di welfare per poveri e disoccupati sono diventati una diabolica porta girevole senza uscita, anzi l’unica porta possibile sembra essere diventata quella con su scritto “Arbeit macht frei” e la prospettiva del lavoro “coatto”.

Mentre gli autori espongono il loro libro, ti scorrono davanti le immagini di “Io Daniel Blake” di Ken Loach e ti sembra di seguire la presentazione di un libro “distopico”, cioè quelli che ti anticipano scenari futuri da incubo. Eppure le argomentazioni di Giuliana Commisso e Giordano Sivini (docenti dell’Università di Calabria e autori di “Reddito di cittadinanza. Emancipazione del lavoro o lavoro coatto?” Edizioni Asterios) sono purtroppo veritiere e pertinenti.

E’ una analisi impietosa dei meccanismi perversi sui quali hanno modellato i sistemi di welfare nell’Unione Europea sia nella versione neoliberista (anglosassone) che ordoliberista (tedesca). Nel primo caso il film di Ken Loach è illuminante di quell’apparato messo in piedi per favorire formalmente “l’inclusione sociale” e che invece tende a rendere permanente la condizione di esclusione. Nel secondo agisce l’inganno retorico partorito a Bruxelles della “flexsecurity”, costruito per passare dall’obiettivo di creare occupazione a quello di stabilizzare “l’occupabilità” delle persone. E’ il modello tedesco prodotto dal commissario Hartz, quello delle riforme e dei mini-job ma anche degli “One euro jobs”, dove i poveri e i disoccupati vengono ormai concepiti come malati bisognosi di cure ma, come ha sintetizzato Giuliana Commisso, “di Hartz si muore”.

Gli elementi in comune tra i due modelli sono la filosofia coercitiva che tende a penalizzare i poveri e i disoccupati – sancendo il problema come dovuto ad un deficit personale (lo scarso impegno nella ricerca di un lavoro qualsiasi) e non al sistema – e l’orizzonte del “lavoro coatto”, obbligato, un lavoro magari a 1 euro l’ora, con la minaccia di togliere parzialmente o totalmente gli eventuali sussidi. Insomma una aperta lotta contro i poveri piuttosto che contro la povertà.

Un lavoro dunque di enorme interesse quello di Commisso e Sivini, che preferiscono parlare di reddito di esistenza invece che minimo o di cittadinanza, andrebbe conosciuto, discusso e socializzato in ogni fronte delle lotte sociali e sindacali.

Ma i due autori mostrano una grande dose di coraggio anche quando affrontano la situazione italiana, prendendo di petto frontalmente e decostruendo le direttive di due “divinità”: l’Alleanza contro la povertà messa in piedi dalle organizzazioni cattoliche che imperano nel terzo settore insieme a Cgil, Cisl, Uil e la proposta del “Reddito di Cittadinanza” del M5S. Insomma due mostri sacri della pubblica benevolenza e che in realtà quando mettono mano al tema della lotta alla povertà e del reddito per i settori sociali più deboli, partoriscono diavolerie che hanno poco da invidiare al modello neoliberista o a quello ordoliberista.

Giordano Sivini, confessa di aver guardato con simpatia al M5S... fino a quando è andato a leggersi nei dettagli la proposta sul reddito di cittadinanza. A suo avviso questa proposta riflette in pieno il modello Hartz 4 tedesco. Attiene solo a chi è al di sotto della soglia di povertà relativa (800 euro) con una integrazione per raggiungere la soglia necessaria a superarla. La critica si concentra sull’art.11 della proposta dei M5S che subordina il beneficio ai centri per l’impiego, dove il beneficiario deve certificare di essersi impegnato “almeno due ore” alla ricerca di un lavoro attraverso un diario, ricevute, scontrini, copia delle domande presentate e delle eventuali risposte ottenute, altrimenti viene sottoposto a sanzioni con vari step che sono il richiamo, la riduzione ed infine la perdita del sussidio. Ci sono poi i commi 2 e 7 dell’art.12 dove il beneficiario – che avrebbe diritto ad un “lavoro congruo” – può rifiutarlo tre volte ma poi deve accettare qualsiasi lavoro, anche non congruo. Inoltre, segnala Sivini, tra le fonti di finanziamento del Reddito di Cittadinanza originariamente venivano indicati il taglio delle spese militari, che però nella versione più recente sono scomparsi.

Nessuna indulgenza neanche verso l’Alleanza contro la povertà, vera e propria “Armada” messa in campo da 30 organizzazioni cattoliche nel terzo settore con Cgil Cisl Uil. Questa montagna ha fatto partorire al governo un topolino (il Ris diventato Rie) di 475 euro al mese a famiglia poverissima per 18 mesi e tramite una carta acquisti, ma il progetto scade ogni sei mesi e la domanda va rinnovata. Tutti i maggiorenni delle famiglie beneficiate devono andare ai centri per l’impiego e siglare un “patto di servizio”. Insieme ad una commissione (di funzionari pubblici e del privato sociale) viene fatta una analisi dei bisogni “oggettivi” della famiglia esaminata ed a questi, tutti i membri della famiglia devono attenersi. Se anche uno solo dei membri “sgarra” tutta la famiglia perde i benefici con una sorta di punizione collettiva. Si ritorna così a quel modello coercitivo contro i poveri che non solo ne lede la dignità ma li colpevolizza e li punisce.

Dopo l’esposizione del libro è seguito un dibattito interessante con gli attivisti sociali e sindacali presenti. La questione del reddito (declinato in modo diversi dalle diverse esperienze) in questi anni non è riuscita ancora a diventare una proposta di sintesi e di conflitto sociale unitario, mentre anche i sindacati si devono misurare con la difficoltà di un mondo del lavoro dove ormai dilagano i working poors, lavoratori individualizzati, figure sociali frammentate difficili da ricomporre. “Questa ricomposizione è la sfida della Federazione del Sociale della Usb” dicono Guido Lutrario e Viviana Ruggieri che hanno organizzato l’incontro proprio nella sede del sindacato.

Infine, ma non per importanza, il titolo del libro “Reddito di Cittadinanza” – forse perché l’editore ha voluto titolarlo con un tema ampiamente veicolato dai media e dai social media – non rende giustizia alla complessità e alla ricchezza del volume dei due autori. Dentro c’è descritto con dovizia di particolare quel micidiale modello che in nome della lotta alla povertà ha costruito invece delle porte girevoli dai quali i poveri, pur dandosi da fare, non riusciranno mai ad uscire. Anche perché povertà, occupabilità, formazione continua, flexsecurity sono diventate un mercato redditizio per le organizzazioni del terzo settore e i sindacati tradizionali che su questo fanno rubamazzo con i loro centri e le loro strutture. Per questo nel paese diventa urgente una “operazione verità”

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25/08/2014

Le secchiate per la Sla. Dalla sanità pubblica alla carità privata


Impossibile non commuoversi vedendo un malato di sclerosi laterale amiotrofica, altrimenti nota come "morbo di Gehrig", un famoso giocatore di baseball che fu tra i primi campioni a cadere sotto i colpi della malattia. Impossibile specie per chi, come noi, ha avuto amici che sono morti in questo modo.

Ma c'è qualcosa di decisamente malato e vergognoso nella logica sottesa alla campagna di "secchiate d'acqua gelata" che sta riempiendo i media d'agosto. Si sono sottoposti al rito, rigorosamente sotto l'occhio delle telecamere, "vip" di regime (Renzi, Galliani, il direttore de La Stampa e il suo vice, ecc.), attori, cantanti e "famosi" di varia virtù. Tutti uniti, tutti d'accordo, bisogna fare di più per combattere questa malattia di cui si sa ancora troppo poco, per la quale non esiste terapia ma solo qualche "ritardante" di scarsa efficacia, che richiede assistenza crescente con il progredire inesorabile del male.

Naturalmente siamo d'accordo sul fatto che bisogna fare di più. Le domande sorgono sul "come" fare questo qualcosa. Altrimenti tanto vale affidarsi ai "santoni" alla Vannoni e ai "metodi stamina" de noantri...

In un paese - e in una Unione Europea - che va smantellando il welfare, tagliando la spesa sanitaria e soprattutto l'assistenza domiciliare ("privatizzata" quasi 20 anni fa, quando fu affidata alle cooperative del "terzo settore" e al volontariato cattolico), una campagna mediatica così diffusa ha un solo obiettivo: convincere i cittadini, commuovendoli, a mettere la mano in tasca per fare un'offerta. Stile Telethon, insomma. Ovvero a "integrare" con l'offerta caritatevole le risorse calanti di uno Stato obbligato a ridurre il deficit e il debito.

Tanto più saremo commossi, tanto più tireremo fuori. Per questo serve così tanta gente "famosa" per rendere virale lo spot della secchiata ("gelida", poi, è per autodichiarazione, no?). Soprattutto, a forza di commozione, smetteremo di pensare che questa come altre mille malattie richiedono uno sforzo collettivo per cui già paghiamo - con le tasse, i ticket, ecc - un prezzo. A cui però corrisponde sempre meno un servizio pubblico, per rispettare i vincoli di bilancio.

Ecco: questa sostituzione del servizio sanitario nazionale pubblico con la carità privata, non soltanto a noi, speriamo, sembra veramente un orrore. Pari solo a quello della Sla.

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