Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/12/2023

Ferragni-Fedez, tra bulimia ed emesi

Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui,
mediato dalle immagini.
È l’altra faccia del denaro. È l’ideologia per eccellenza.
Guy Debord

Il pasticciaccio di Natale, prodotto da Chiara Ferragni e dall’industria dolciaria “Balocco”, spacciato come donazione a favore dell’ospedale “Regina Margherita” di Torino e quindi sanzionato con una maxi-multa milionaria per pratica commerciale scorretta dall’Antitrust, è solo l’ultima delle molteplici prestazioni che hanno contraddistinto il ‘modus operandi’ della nota ‘influencer’ e di suo marito.

L’impagabile coppia Ferragni-Fedez merita peraltro di essere rammentata per la predilezione mostrata verso le operazioni di carità pelosa, come quella promossa con la raccolta di 4 milioni e mezzo di euro e finalizzata a costruire un reparto aggiuntivo di terapia intensiva presso l’Ospedale San Raffaele di Milano.

Sennonché questa cifra, che può sembrare enorme, sopperiva solo in minima parte a quanto serve per far funzionare un reparto di terapia intensiva.

In realtà, sarebbero serviti non benefattori interessati esclusivamente ad ottenere maggiore visibilità, ma risorse molto più consistenti da destinare al sistema sanitario pubblico e quindi un regime di tassazione più rigoroso fondato, come oggi da più parti si richiede, su una patrimoniale consistente.

Per quanto riguarda la Ferragni, vi è da rilevare che i suoi successi si devono senz’altro alle sue eccellenti capacità imprenditoriali, che nascono da un determinato ambiente socio-economico e servono a riprodurlo ed espanderlo.

Cosa, questa, riconosciuta e legittimata dalle stesse autorità pubbliche, le quali nella persona del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, a suo tempo premiarono la coppia Ferragni-Fedez con l’“Ambrogino d’oro”, e nella persona dell’allora Presidente del Consiglio, Mario Draghi, invitarono la premiata coppia a promuovere l’uso della mascherina anticontagio.

Comprendere i meccanismi che presiedono a quella che è una totalitaria mercificazione del mondo non è facile; ancor meno facile è contrastarli quando sono diventati ormai senso comune di massa.

Basti pensare che la coppia Ferragni-Fedez è riuscita a farsi sponsorizzare da tutta una serie di aziende ogni aspetto e momento del proprio matrimonio e della stessa vita domestica.

Tuttavia, bisogna conoscere lo specifico ‘modus operandi’ attraverso il quale un prodotto perfetto per la post-modernità ‘social’, quale è quello messo a punto dalla coppia in questione, viene creato, confezionato e venduto.

Orbene, tutte le operazioni di beneficenza poste in atto dalla coppia Ferragni-Fedez pretendono formalmente di regolarsi sulle esigenze dei consumatori (o ‘follower’, che dir si voglia) e di fornire loro ciò che questi desiderano o si aspettano.

In realtà, mentre si tende a sopprimere nei destinatari di tali operazioni ogni traccia di autonomia, la vera autonomia e l’effettiva sovranità, come peraltro la coppia in questione non si cura nemmeno di nascondere, è quella che viene esercitata da loro due e che, all’insegna del principio bulimico del “mangia-e-bevi-finché-vomiti”, batte ogni primato nel campo delle attività più autoreferenziali.

Del resto, è noto che questo genere di operazioni, piuttosto che adeguarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa. Diciamo allora che i loro autori allestiscono delle “macchine sostitutive” che producono nello stesso tempo il desiderio e la sua soddisfazione.

In tal modo, attingendo al pozzo di San Patrizio dei ‘valori’ e dei ‘disvalori’ in qualche misura socialmente riconosciuti (dalla carità alla zoofilia, dall’assistenza sanitaria per i bimbi all’inclusione sociale degli omosessuali ecc.), i loro artefici le fanno funzionare con consumata perizia come se i venditori fossero anch’essi dei clienti.

Osservando il loro comportamento verbale nel corso delle azioni che essi conducono, si riceve in effetti l’impressione di un falsetto quasi esibito, come quella che si prova quando gli adulti che vogliono affibbiare qualcosa a un bambino ricorrono a quell’odioso trucco che consiste nello stordire il bambino col linguaggio che essi vorrebbero che questi adoperasse, e a tal fine gli presentano il regalo più discutibile anticipando quell’espressione di affascinato rapimento che si propongono di evocare in lui.

Così, come avviene con l’industria pubblicitaria di cui la coppia catodica in questione con le sue iniziative auto-promozionali rappresenta un settore particolarmente dinamico e spregiudicato, le “macchine sostitutive” che tale coppia si adopera ad allestire sono modellate, per usare un termine tecnico della sociologia, sulla “regressione mimetica”, ovvero sulla manipolazione degli istinti mimetici repressi.

In altri termini, la coppia adopera il collaudato metodo di anticipare la propria imitazione da parte dello spettatore e, servendosi di determinati gesti e determinate parole, fa apparire come già esistente l’intesa che essa mira a creare. E ci riesce tanto meglio in quanto, in un contesto socio-culturale abbastanza ampio e sempre più stordito, può effettivamente contare su quell’intesa.

Con siffatti procedimenti la coppia Ferragni-Fedez scaglia le sue “macchine sostitutive” come direttissimi sugli spettatori o ‘follower’, identificati in ogni caso quali clienti ovvero acquirenti dei prodotti creati con tali macchine.

E il tono dell’imbonimento è quello di chi somministra il cibo ai piccoli che intende incantare e divorare: «Buona la minestrina, ti piace la minestrina? Ti farà tanto bene, tanto bene», sussurra con un ghigno accattivante la strega dai capelli color paglia e dagli occhi cilestrini.

Dal canto suo, il bruno eroe dal ciuffo ribaldo, il quale esibisce sul collo un reticolato di tatuaggi, innesca la regressione mimetica modulando le parole di questa triste canzone: «Siamo specchi che non riflettono. / Prigionieri del presente / in un paese senza futuro. / O reagiamo o ci ritroveremo / a cucire l’orlo del baratro» (il testo è tratto da “Generazione Boh” di Fedez).

Mentre la forbice tra l’ideologia e la realtà viene progressivamente ridotta sino alla completa equiparazione, la coppia in parola può adornarsi perfino di un’etichetta ‘radical’ e, rappresentando la società come se una pedagogia neoliberista dell’emancipazione bastasse a rimediare a tutto, non solo difende i processi degenerativi in corso da ogni attacco aggregando una sorta di fronte popolare delle persone giuste, aggiornate e ragionevoli, ma, nel momento stesso in cui invita un simile fronte a darsi da fare per rendere abitabile la casa comune, ignora necessariamente su che base questa viene demolita dai suoi padroni.

Fonte

21/04/2021

Imprese “sociali”: il corpo grosso dell’occupazione nel Terzo Settore /4

Il settore del No profit vede convivere strutture diverse. Le imprese sociali vere e proprie – definite come “di fatto” – sono più di 22mila, nelle quali sono occupati quasi 650mila dipendenti, il che corrisponde rispettivamente al 6,3% delle istituzioni ma ben al 71% dei dipendenti del settore no profit. Di queste imprese del terzo settore, oltre la metà (57,5%) sono cooperative sociali, precisamente 12.956, seguite dalle associazioni (15,4%).

La IV edizione del Rapporto sull’impresa sociale in Italia curato da Iris Network, riconosce come imprese sociali le istituzioni no profit che soddisfino i seguenti criteri:

a. presenza di almeno un dipendente;

b. soddisfazione di almeno una delle seguenti condizioni

– il rapporto tra fatturato e i costi per beni, servizi, e personale è superiore al 50%;

– trattasi di un’istituzione no profit con forma giuridica d’impresa non necessariamente con la qualifica di impresa sociale;

– trattasi di una scuola paritaria con attività commerciale;

– trattasi di una istituzione no profit con attività commerciale operante nell’ambito della sanità.

Delle oltre 22mila imprese sociali “di fatto”, quindi, più del 40% occupa un numero di addetti superiore a 10. Il 46,3% hanno un fatturato inferiore ai 200 mila euro, anche se il 10,8% supera i 2 milioni di euro. Quasi la metà opera al Nord (47,6%), dove il 37,2% delle imprese ha un fatturato superiore ai 500 mila euro, mentre al Sud il 55,2% ha un fatturato che non supera i 200 mila euro. Il 31% delle imprese sociali opera nei servizi sociali, il 19% nell’inserimento lavorativo, ma significativa anche la componente attiva nel settore istruzione e ricerca (18,3%), cultura e sport (18,2%) e sanità (8%).

Una associazione del Terzo Settore può assumere lavoratori dipendenti per svolgere l’attività prevista. Ma, nell’organico dell’associazione, il lavoro volontario o retribuito in maniera forfettaria deve comunque essere preponderante rispetto al lavoro salariato.

Generalmente, si può assumere personale tramite:

– contratto di lavoro subordinato;

– contratto a progetto o parasubordinato;

– rapporto di lavoro occasionale;

– voucher per lavoro accessorio.

Questi contratti sono assimilabili a normali contratti di lavoro e quindi soggetti a tutti gli adempimenti previsti dalla legge. Ma i contratti e le condizioni di lavoro nel Terzo Settore, e non solo nel mondo delle cooperative sociali, hanno dato vita ad un vero e proprio verminaio in cui coesistono situazioni regolari, precarietà e sottoretribuzioni diffuse e situazioni ben oltre la legalità contrattuale.

Il rapporto di lavoro più utilizzato dalle associazioni nel no profit è quello del lavoro occasionale, che consiste in un lavoro autonomo esercitato in modo non continuativo e non abituale, che non può durare per più di 30 giorni per anno solare. I corrispettivi ricevuti come retribuzione per questo tipo di rapporto vanno inseriti nella categoria fiscale redditi diversi e, se sono superiori ai 5.000 euro annui, il lavoratore dovrà iscriversi alla gestione separata dell’INPS.

Secondo le nuove norme (aggiornate al marzo 2021), gli “Enti del Terzo Settore” sono tutti quegli enti – comprese associazioni e fondazioni – costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi.

Gli enti del Terzo Settore, devono esercitare in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, che sono elencate dell’articolo 5 del testo della riforma, come ad esempio prestazione sociali, socio-sanitarie e sanitarie, di tutela dell’ambiente, di formazione, ricerca scientifica, attività culturali, cooperazione allo sviluppo e accoglienza umanitaria etc.

Si tratta quindi di una vastissima serie di attività, dove rientrano tutte le finalità svolte precedentemente dalle varie tipologie associative iscritte nei diversi registri (onlus, APS, ODV). Tali enti dovranno obbligatoriamente iscriversi nel registro unico nazionale degli enti del terzo settore.

Le attività delle associazioni del Terzo Settore, in base all’art.79, a favore di soci o non soci, potranno essere a pagamento, ma sarà considerata di natura non commerciale solo se le entrate andranno a coprire le spese per lo svolgimento dell’attività, senza conseguire un risultato economico positivo. Sono comunque considerate non commerciali le raccolte pubbliche di fondi effettuate occasionalmente (il famoso crowdfunding), i contributi erogati dalle amministrazioni pubbliche (spesso la parte più consistente delle entrate), le quote associative annuali.

Se le donazioni a una onlus arrivano da un’azienda, questa può dedurre la somma versata, ovvero considerarla un costo e diminuire di conseguenza l’utile su cui si pagano le imposte. Anche per le aziende c’è un limite alla deduzione ammissibile: il valore maggiore tra il 2% del reddito d’impresa e 30mila euro se la donazione è verso un’organizzazione senza contabilità con partita doppia, limite che può salire al 10% del reddito (fino a un massimo di 70mila euro) se l’organizzazione redige un bilancio.

Nel caso in cui un’azienda invece di denaro faccia una donazione in beni in natura, come derrate alimentari o prodotti farmaceutici, può dedurre a bilancio i costi sostenuti per tali prodotti. Una volta donati, inoltre, tali beni si considerano distrutti ai fini Iva, e cioè l’azienda cedente ha il diritto di detrarre la relativa imposta sul valore aggiunto.

Beneficenza e attenzione “al sociale” dunque, ma anche opportunità fiscali e aggiustamenti contabili molto utili alle aziende private.

Vedi le altre puntate:

Terzo Settore: una invasione di campo sui servizi pubblici /1

Terzo Settore: il business della benevolenza /2

Terzo Settore: l’ipoteca delle Fondazioni sul No profit /3

Fonte