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mercoledì 31 luglio 2019

Le Monografie di Frusciante: Takeshi Kitano (Luglio 2019)


Negoziato Cina-Usa: sono le imprese di stato il vero scoglio

Sono le imprese di Stato il vero scoglio del negoziato Cina Usa.

Trump le vuole smantellare. Xi, fin dal 2013, ne ha fatto il suo asse centrale, che gli occidentali non gli perdoneranno mai, vogliosi di privatizzazioni come nella Russia di Yeltsin o nell’Italia post 1992.

Gli americani temono le loro economie di scala, il loro tasso di investimento, enormemente superiore a quello Usa, la massa finanziaria dedicata alla ricerca e soprattutto l’intreccio con le banche pubbliche, con la banca centrale e con il governo, in una sorte di mobilitazione totale dell’immenso risparmio cinese. Xi ha adottato la Nep di Lenin con la sua potenza di fuoco.

Già oggi nella classifica di Fortune i cinesi superano gli americani nella classifica mondiale, con 129 imprese contro 121 Usa. Di queste 129, l’80% sono pubbliche e ora la loro potenza di fuoco si proietta verso il mercato mondiale.

Questo teme Trump, vuole il loro smantellamento, che i cinesi non gli concedono.

Da qui lo stallo da un anno.

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L’asse franco-tedesco sul fronte militare-informatico

L’Europa ha avuto una storia complessa, attraversata da guerre con le quali ha ridisegnato continuamente i suoi confini, e le contese per lembi di terra hanno infiammato eserciti e popoli.

Non c’è secolo che non abbia contato le sue vittime, non c’è secolo che non abbia avuto narrazioni drammatiche dipanate tra morte e distruzione.

Anche il secolo attuale è attraversato da una guerra invisibile, quella finanziaria, ed è una guerra che, al pari di quelle tradizionali, conta i suoi morti, anche senza il fragore delle bombe, senza il sangue dei soldati, ma con il silenzio assordante della morte per povertà.

La guerra finanziaria è stata dichiarata contro tutti i poveri, senza distinzione, sia europei sia non europei.

Uno dei personaggi che più di altri è responsabile per aver causato perdite umane tra i poveri, mantenendo intatte, ma anche aggravando le cause della povertà, è la francese Christine Lagarde quando era Direttrice Generale del Fondo Monetario Internazionale.

Quando fu accusata di aver adottato politiche criminali, fu memorabile la domanda retorica che lei pose pubblicamente a se stessa: “Allora io sarei il capo dei criminali?”.

Non ebbe risposte, ma solo un silenzio confermativo da parte degli astanti.

Negli anni successivi, in Grecia, giusto per citare un esempio particolarmente odioso, grazie alle ricette della Lagarde, si è registrato un incremento preoccupante della mortalità infantile quale effetto collaterale delle sue politiche di austerity imposte a quella nazione.

Questo secolo si è predisposto anche ad un altro tipo di guerra non convenzionale, la cyber war, la guerra cibernetica, che fa spostare l’attenzione sulla tedesca Ursula Von Der Leyen.

In Germania Ursula von der Leyen, quando era Ministro della Difesa, ha istituito nel Bundeswher, l’esercito tedesco, un comando informatico, già operativo dal 2017 ma che sarà a pieno regime nel 2021.

Il comando informatico, al pari della marina o dell’aeronautica, ha una struttura organizzativa indipendente, ed è diventata il sesto ramo dell’esercito tedesco.

Il comando informatico ha il compito prioritario di proteggere tutte le reti informatiche civili, industriali e militari della nazione, ma in realtà è addestrato per attacchi digitali con la finalità di sabotare i sistemi informatici, i computer, i sistemi di controllo, le reti di un’altra nazione con lo scopo di provocare danni significativi.

Dunque attacchi informatici offensivi che, nelle preoccupazioni espresse da molte forze politiche, dovrebbero richiedere il preventivo mandato del Bundestag, mentre invece sono forti i timori, non smentiti, che il comando informatico, presentato come necessaria unità difensiva dalla Von Der Leyen, presto si trasformerà in un’unità militare offensiva senza controlli, ad onta della protezione dei dati privati e, soprattutto, ad onta della democrazia.

Nel gennaio 2019 Francia e Germania, sottoscrivendo il Trattato di Aquisgrana, hanno consolidato la cooperazione tra le due nazioni, non soltanto sul piano economico, ma anche su quello militare, prevedendo una collaborazione diretta tra i rispettivi ministri.

L’asse franco-tedesco ha creato, di fatto, un’Europa a due velocità, con due sole nazioni capofila, mentre per le altre si alimenteranno le disuguaglianze interne, si favorirà la nascita di governi liberticidi, si determineranno condizioni di sfruttamento e povertà senza precedenti.

Il Trattato di Aquisgrana non è stato sottoscritto invano: la nomina della francese Christine Lagarde alla Presidenza della Banca Centrale Europea e l’elezione della tedesca Ursula Von Der Leyen alla Presidenza della Commissione europea, ne sono gli immediati effetti tangibili.

In tutto questo l’Italia resta avvitata tra la violenza delle istituzioni e la barbarie degli imbecilli al potere, incapaci di risollevare l’economia anche perché incapaci di opporsi ai diktat della Troika.

Sono solo capaci di fare la voce grossa con 50 naufraghi disidratati, ma di fronte agli ordini della Lagarde e della Von Der Leyen saranno pecore tosate, beleranno pavidi e prontamente sottomessi, affinché non ci si soffermi troppo sulla loro mediocrità.

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The Who - Baba O'Riley

The Who - Baba O'Riley
(inclusa nell'album "Who's The Next", Decca Records, 1971)



Per comprendere quanto sia stata grande l’influenza del minimalismo americano sulla musica pop-rock, uno degli esempi più lampanti è quello dello storico brano dei Who, tratto da “Who's Next” (1971), “Baba O'Riley”. Sicuramente non è il primo caso che dimostra questa influenza, basterebbe pensare ai bordoni di “Heroin” nell'esordio dei Velvet Underground per capire quanto la viola di John Cale sia ispirata al minimalismo di La Monte Young, o ai Third Ear Band che nel 1971 proponevano dal vivo brani come “Eternity In D”.

C’è però qualcosa che rende “Baba O'Riley” fondamentalmente diversa da queste esperienze e persino più significativa. Per prima cosa, mentre i Velvet Underground o i Third Ear Band nascono, fin dagli inizi, come band legate all'avanguardia e alla sperimentazione, i Who sono decisamente legati al mondo del rock giovanile britannico. Di conseguenza il loro avvicinamento all'avanguardia è un evento significativo in quanto segna l'ingresso definitivo del minimalismo americano nel mondo della musica pop. Inoltre i Who non si approcciano al minimalismo della “nota eterna” di La Monte Young (ad esempio il lungo bordone ripetuto di “The Tortoise, His Dreams And Journeys” del 1964), ma si avvicinano al minimalismo mistico californiano, cioè al capolavoro pubblicato due anni prima “A Rainbow in Curved Air” (1969) di Terry Riley. Non note lunghe ma piccoli pattern di schegge impazzite che si ripetono incessantemente. Basta ascoltare l’intro del brano con un flusso di note del synth di Townshend velocissime che si ripetono con piccoli cambiamenti. Al loro interno è impossibile stabilire quale sia il tempo, per farlo si deve attendere - al quarantaduesimo secondo - l’ingresso del piano.

E’ uno straordinario esempio di come l’avanguardia possa legarsi in modo indissolubile al rock più trascinante e popolare, addirittura contribuendo a far diventare un brano una hit mondiale, senza perdere la sua natura di avanguardia, quindi potenzialmente solo per ascoltatori di nicchia. Intro minimalista dedicata a Terry Riley, successivo ingresso di piano, batteria, basso, chitarra e voce che rendono “Baba O’Riley” uno dei grandi classici del pop-rock mondiale, con stacchi imperiosi e granitici con loop minimalista costantemente in sottofondo, fino all’inatteso colpo di genio con assolo di violino che accelera gradualmente sino ai rapidi ritmi finali. Oltre che a Terry Riley il brano è dedicato al santone indiano Meher Baba e avrebbe dovuto far parte (insieme a "Won't Get Fooled Again") della rock opera “Lifehouse”, mai completata. I testi raccontano di una Gran Bretagna distopica, distrutta da guerre e inquinamento, dove la libertà è definitivamente perduta. Alcuni giovani però (“Teenage Wasteland” quello che doveva essere il titolo iniziale) riescono a creare una resistenza.

Tra citazioni musicali e inni di libertà, “Baba O’Riley” appare oggi come un piccolo miracolo del genio della band britannica, un’opera anticipatrice che stupisce ancor oggi per la sua preveggenza.

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martedì 30 luglio 2019

Nausea


Nausea, un po' verso tutta la propria vita e pure se stessi.

L’alleanza Russia-Cina? L’abbiamo fatta nascere noi (e adesso fa paura)

Scaglione è una tra le pochissime firme della stampa generalista - insieme a nomi come Alberto Negri e guido Salerno Aletta - che merita sempre di essere letta, per la capacità che possiede di focalizzare tematiche e movimenti che solitamente passano in sordina o, peggio, vengono sottaciuti, dal resto dei commentatori.

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Ai primi di giugno Xi Jinping, segretario del Partito comunista cinese dal 2012 e presidente della Repubblica Popolare cinese dal 2013, ha compiuto la sua ottava visita ufficiale di Stato in Russia. È andato a San Pietroburgo portandosi appresso qualche centinaio di pezzi grossi dell’industria, ha partecipato al Forum russo-cinese per l’energia (inaugurato l’anno scorso) e ha firmato una ventina di accordi con Vladimir Putin. Uno di questi prevede che due compagnie cinesi acquisiscano ognuna il 10% di Utrennoye, uno dei più promettenti giacimenti artici di gas naturale.

Il Forum era stato polemicamente disertato dall’ambasciatore Usa a Mosca. Forse perché il Dipartimento di Stato si è accorto che il commercio di risorse naturali (gas e petrolio in primo luogo, ovviamente) non solo vale il 40% degli scambi tra i due Paesi ma vale anche un mucchio di euro. L’export russo verso la Cina, infatti, si svolge sempre meno in dollari e sempre più in euro. La valuta europea a fine 2018 ha raggiunto il 37,6% del volume totale degli scambi, erodendo in misura mai vista prima, e tuttora crescente, la preminenza del dollaro.

Per finire: Russia e Cina, dopo diverse esercitazioni militari congiunte (“Vostok 2018” in Russia, “Mare Unito” quest’anno in Cina), si sono messe a pattugliare insieme i cieli dell’Asia, facendo vivamente inquietare sia i giapponesi sia i coreani del Sud.

Queste storie sui giornali arrivano poco e male. Però da tempo, nelle ambasciate e negli uffici “giusti”, quando quelli che sanno le cose si ritrovano con quelli che vorrebbero saperle, proprio di questo si discute. Dove vogliono arrivare Russia e Cina? Della Cina si sa: da quando c’è Xi Jinping vuole arrivare dappertutto, con la nuova Via della Seta verso l’Europa, il Filo di Perle nell’Oceano indiano e tutta quella strategia del sorriso commerciale che mimetizza denti politici da squalo. E la Russia? Mosca le va appresso, ben felice di venderle quelle materie prime che sono il motore della macchina economica cinese. Ben felice, insomma, di renderla sempre più forte.

C’è qualcuno, ohibò, che di tutto questo s’inquieta: ma come si permettono? Altri che si rallegrano, perché vedono una Russia sconfitta nel suo assalto all’Occidente che si consegna armi e bagagli al pescecane cinese, pronto a papparsela. L’uno e l’altro atteggiamento, però, sono figli di un clamoroso errore di prospettiva. A furia di raccontarci che la Russia è un babau pronto a tutto, che i suoi hacker sono onnipotenti e onnipresenti, che se non potenziamo la Nato presto saremo invasi dai tank mandati dal Cremlino, abbiamo perso la dimensione reale delle cose. Un po’ come quelli che, abituati a raccontar balle, sono poi i primi a crederci.

L’alleanza tra Russia e Cina è strategica perché siamo stati noi a renderla tale. Da sempre la Russia, sterminato deposito di risorse naturali, cerca una partnership solida e affidabile con “qualcuno” che abbia invece competenza manifatturiera. Negli anni Sessanta, mentre il complesso militar-industriale mandava cani e astronauti nello spazio, l’industria sovietica era costretta a chiamare la Fiat (che superò la concorrenza di Ford e Renault) per motorizzare il Paese. Nacque così Togliattigrad, città da 400 mila abitanti e fabbrica da 600 mila veicoli l’anno. Quelli erano anche gli anni in cui i rapporti tra Russia e Cina andavano definitivamente in malora, per riprendersi solo con Mikhail Gorbaciov e la sua perestrojka.

La vocazione per l’Europa della Russia, insomma, è molto più profonda e di data molto più antica di quella per la Cina. E d’altra parte, che ci sarebbe di più logico di una sana alleanza tra gli estrattori di gas e petrolio dell’Est e i manifatturieri dell’Ovest? Nulla. Converrebbe a entrambi, e molto. Infatti gli Usa, che in questa alleanza tra produttori vedono con ragione un rischio per la loro supremazia mondiale, si sono messi di traverso in ogni modo. Allargando la Nato e facendo allargare la Ue a quei Paesi nazionalisti e sovranisti che ora tanto comodo fanno alla Nato, e in buona sostanza spingendo la Russia sempre più a Est a cominciare dalle guerre balcaniche di Bill Clinton, prontamente sposate dalle sinistre di tutta Europa. Per arrivare all’Ucraina del 2014, dove il sentimento nazionalista e sovranista (in quel caso non demonizzato, tutt’altro), evidente da anni e attizzato dal mal governo del filo-russo Janukovich, venne potenziato da robuste iniezioni di denaro e sollecitazioni americane.

In pratica, gli Usa sono arrivati al più vasto confine con la Russia, dando per scontato che al confine in sé erano già arrivati mettendo sotto la tutela della Nato i Paesi baltici. Il problema è che al Cremlino e dintorni, nel frattempo, si erano insediati i due più grandi contropiedisti dell’evo moderno, tipi che Chiarugi manco lo vedevano. Uno è Vladimir Putin, ovvio. L’altro è Sergej Lavrov, dal 2004 ministro degli Esteri, uno che parla persino il singalese e che bazzicava i meandri dell’Onu quando ancora c’era l’Urss e lui era un giovanotto.

Ora, qualcuno sa spiegare dove sarebbe l’offensiva anti-occidentale di un Paese che un bel giorno del 2014 si sveglia con il fondato timore di vedere gli incrociatori della Nato ormeggiati a Sebastopoli? Quei due, però, non sono tipi che stanno a pettinare le bambole. Crimea? Fatto? Donbass? Fatto. E per buona misura, ecco l’intervento militare in Siria (ottobre 2015) a fianco di Bashar al-Assad, tipo apertura di un secondo fronte nel confronto con gli Usa. Ma il colpo da maestro Lavrov l’aveva fatto nel 2013, concordando con la Casa Bianca lo smantellamento dell’arsenale chimico di Assad e così eliminando la ragione principale per cui gli Usa avrebbero potuto intervenire sul fronte siriano. Certo, Lavrov non gliel’aveva detto, a Obama, che poi sarebbero intervenuti loro, i russi. Ma forse se n’era scordato, mica si può tenere a mente tutto.

La partnership economica e politica della Russia con la Cina sta tutta dentro questa storia. Al Cremlino sarebbe piaciuto assai costruirne una con l’Europa, ma sappiamo com’è andata. Li abbiamo spinti a Est? E a Est i russi hanno trovato un altro popolo assai industrioso, inventore e produttore dalla notte dei tempi e, casualmente, tanto tanto assetato di energia. I cinesi, in pratica degli europei con gli occhi a mandorla. Possiamo lamentarcene? Mica tanto. L’Italia, per dirne una. La Russia è sempre stata un fornitore di gas puntuale e non troppo esoso. Adesso facciamo il Tap perché, dicono, dobbiamo diversificare le fonti di approvvigionamento. E loro ne vendono di più alla Cina, che prende quel gas, lo pompa nelle sue fabbriche e aumenta la propria forza contrattuale sul mercato globale. Come si è ben visto durante la visita di Xi Jinping in Europa, quando noi gli abbiamo venduto qualche arancia mentre la Germania gli ha passato le concessioni e i progetti per la produzione dell’auto elettrica e la Francia un bel po' di contratti nell’aerospazio. Cosine così.

E tornando quindi a quelle cene in cui ci si chiede dove andranno a parare Russia e Cina, sarebbe interessante anche capire che cos’abbia in testa il nuovo vertice della Ue. Al momento, per quel poco che se ne vede, sembra roba da far fregare le mani a Donald Trump. L’assalto (mancato, ma di poco: la nuova Presidentessa della Commissione è stata eletta per il classico pelo) dei sovranisti ha spostato a destra l’asse complessivo, con i Verdi fuori, i liberali (diciamo pure Emmanuel Macron) assai più dentro di prima, i socialisti appesi a un ramo e i popolari costretti a liquidare il candidato ufficiale e a scegliere Ursula van der Leyen, un ministro della Difesa molto filo-Nato e filo-Usa. Se l’Ussuri si è seccato, l’Atlantico si è un bel po’ ristretto. A ben vedere, nemmeno questa sembra, regnante Donald Trump e “America first!”, una bellissima notizia.

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Rino Gaetano ha cantato il popolo senza scadere nel populismo


Mi sono spesso interrogato su cosa avrebbe scritto Rino Gaetano oggi. Mi sono accorto che sarebbe un’operazione culturale inutile. Basta riavvolgere il nastro e ascoltare le visioni di un uomo in grado di raccontare l’Italia degli anni Settanta per molti, troppi aspetti attuale. Rino Gaetano, abbracciando le ansie delle classi sociali meno abbienti, ha saputo raccontare una società italiana corrotta, piena di vizi e pregiudizi. Lo ha fatto con sarcasmo, ma non è stato recepito dal grande pubblico dell’epoca. Il suo linguaggio è stato spesso ritenuto senza senso, le sue canzoni sono diventate hit da ballare in discoteca e il significato dei suoi testi si è perso nelle melodie leggere. Il suo rifiuto di schierarsi politicamente in pubblico lo ha sfavorito presso la critica bisognosa, in quegli anni più che mai, di istituzionalizzare.

L’occasione di riascoltare Rino Gaetano è offerta anche dalla versione rimasterizzata di Ahi Maria 40th, pubblicata di recente, l’ultima collezione dedicata al cantante. Ne sono uscite molte negli ultimi vent’anni, spesso adottando criteri insensati incapaci di tracciare il percorso di un autore in grado di raccontare l’Italia in maniera peculiare. Ahi Maria 40th ha il pregio di essere la prima raccolta edita con la famiglia Gaetano e i suoi discografici, che si sono anche occupati di curare un libro per restituire un profilo più veritiero del privato di Rino. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, infatti è stato spesso mal raccontato, come nella miniserie della Rai del 2007 recitata da un pur ottimo Claudio Santamaria, in cui viene dipinto come un ubriacone depresso incline al tradimento, all’ossessiva ricerca dell’incarnazione dell’artista maledetto.

Decisamente frainteso durante la propria carriera, Rino Gaetano ha vissuto in ritardo un periodo di riscoperta dopo la morte improvvisa avvenuta il 2 giugno 1981 per un incidente stradale sulla Nomentana, quando aveva 31 anni. Non si è trasformato subito in un mito, come è avvenuto per altri artisti morti tragicamente, ma lo è diventato solo vent’anni dopo, quando alcuni interpreti famosi lo hanno omaggiato al concerto del primo maggio 2002, avvicinandolo a un pubblico giovane. La conoscenza del suo repertorio, però, è tuttora mediamente ferma a poche canzoni cult passate nelle pubblicità, nei talent, nelle discoteche o nei film, le stesse per cui era noto già all’epoca. Una popolarità che Rino Gaetano aveva raggiunto definitivamente nel 1978, anno della partecipazione al Festival di Sanremo.

Quando nel 1978 si presenta sul palco dell’Ariston, Rino Gaetano ha già scritto “Ma il cielo è sempre più blu”, il singolo che nel 1975 lo ha proiettato nel mondo della musica che conta. Per mantenere il successo, la casa discografica It lo spinge a presentarsi al Festival di Sanremo, che in quel momento sta attraversando una fase di crisi. Sarà proprio questa edizione a riportare in auge la kermesse canora verso il nuovo boom degli anni Ottanta. Un’edizione che funziona non tanto per i vincitori (i Matia Bazar), bensì per due protagonisti inattesi: la sedicenne Anna Oxa, arrivata seconda con “Un’emozione da poco”, e il ventottenne Rino Gaetano, che conquista il terzo posto con “Gianna”. Le canzoni del podio diventano hit in grado di scalare le classifiche, ma “Gianna” è quella che meglio resiste nel tempo, anche se contribuisce ad attribuire a Rino Gaetano l’etichetta di cantante nonsense.

L’autore televisivo Gianni Boncompagni, ad esempio, definisce il brano “senza senso” durante la trasmissione Discoring. Il nonsenso di Rino Gaetano, in realtà, ha un impianto logico: parte dalla decostruzione della parola e agisce per giustapposizione di immagini tipiche del teatro avanguardista di Majakovskij, e in particolar modo dell’assurdo di Ionesco. Quel teatro che Rino Gaetano ha sperimentato prima di diventare cantautore, recitando ad esempio il ruolo della volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, dal quale trae parte della mimica fatta di gesti minimi e netti, ghigni, sbuffi e occhi strabuzzati che, associati alle parole, diventano sberleffi. La musica di Rino Gaetano va rivista anche in ottica di quell’orrenda censura a cui sono obbligati i cantanti dell’epoca, ovvero il playback, che questo interprete contrasta con una presenza scenica irriverente, fatta di strani balletti e sketch sfrontati. Come direbbe Carmelo Bene, Rino Gaetano eccede. Eccede a tal punto che più ci si avvicina alla parola emessa, più il suo nonsenso diventa incomunicabile. Ed è forse stata la vicinanza temporale e mediatica di chi l’ha ascoltato all’epoca ad aver generato un’incomprensione del suo repertorio, rendendolo noto al grande pubblico per quei pochi brani, quasi fosse un produttore di tormentoni, ma emarginato da un’élite culturale troppo occupata a difendere la canzone “impegnata” da quella “d’amore”, ritenuta minore.

In questo fraintendimento mediatico, il 1978 è anche l’anno di “Nuntereggae più”, la canzone-manifesto di Rino Gaetano. Il cantautore elenca una serie di titoli comparsi sui giornali dell’epoca menzionando partiti, modi di dire, lo scandalo della spiaggia di Capocotta con la morte di Wanna Montesi, e alcuni nomi celebri. Non si esprime con frasi verbali, non spiega l’associazione di idee che tiene insieme il testo. Rino Gaetano nella sua scrittura agisce per sottrazione, offrendo immagini immediate: reali, popolari, dissacranti al limite del grottesco, perciò ancora più disturbanti e quindi rigettate. Per questo motivo “Nuntereggae più” si presenta fin da subito scomoda, come dimostra il trattamento riservatogli da Maurizio Costanzo nel programma Acquario condotto per la Rai, indispettito per essere stato citato nel brano insieme a Susanna Agnelli, presente in trasmissione come intervistata.

Il “non ti reggo più”, declinato nel dialetto romano sul dittongo “ae” che richiama il reggae amato da Rino e recitato dalla voce fuori campo di Mauro Vicari, non è un urlo qualunquista come potrebbe apparire in un primo momento, ma una testimonianza d’amore che Rino Gaetano lascia alla società italiana, come confessa in un’intervista al critico letterario Enzo Siciliano. Nelle sue canzoni Rino Gaetano è come se si sedesse, “Al bar o nel metrò”, affianco alla gente comune per raccontare ciò che vede e ciò che sente dire, offrendo sicuramente una propria visione ma senza ergersi a portabandiera. Rino Gaetano è un cantautore del proletariato, in grado di indagarlo costantemente nelle paure e nelle tradizioni, nelle aspettative e nelle delusioni. La cifra artistica che lo contraddistingue è la capacità di rappresentare gli esclusi, raccontando i vizi e i malanni della società capitalista (“Spendi spandi effendi”) e delle sue istituzioni (“Rare tracce”) su arrangiamenti originali, a primo acchito allegri, ballabili, senza reclamare un’appartenenza partitica. La solitudine degli emarginati, l’alienazione degli operai all’interno delle grandi industrie, le usanze del sud e i flussi migratori, e ancora l’arrivismo delle lotte tra partiti ai danni delle classi rappresentate, o la malasanità: Rino Gaetano ha raccontato con voce graffiante e ironia tutti questi aspetti italiani, e insieme ha saputo cantare i temi più frivoli senza mai risultare banale. Basta ascoltare “A Kathmandu”, in cui vengono raccontati gli effetti delle droghe leggere, oppure l’amore che sboccia in estate di “Sfiorivano le viole”, o ancora gli umori di una donna che cresce all’interno della cultura italiana come “Aida”, per trovare continue citazioni storiche. Sempre della condizione femminile, Rino Gaetano ha raccontato i temi tabù come la masturbazione in “Sei ottavi” e la sessualità libera di “Berta filava” – altro grande successo dopo “Ma il cielo è sempre più blu” – con il suo diritto di far nascere un bambino “Che non era di Mario che non era di Gino”.

Viene così il 1978, anno cruciale nella carriera di Rino Gaetano, come si è visto. L’anno di un’Italia in piena crisi istituzionale, reduce dagli anni di piombo, le guerre di mafia, gli omicidi di Aldo Moro e Peppino Impastato, l’ultimo residuo della contestazione studentesca-operaia. A Sanremo Rino Gaetano vorrebbe gareggiare con “Nuntereggae più”, ma gli viene imposto di esibirsi con “Gianna”. Accetta e si presenta con un cilindro, il frac, una maglietta da marinaio, l’ukulele e le scarpe da ginnastica. Rino Gaetano canta e fa smorfie: per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso” grazie a Gianna, una quindicenne che deve scegliere se subito politicizzarsi o prima perdere la verginità. È l’apice della sua carriera e dura poco: morirà tre anni dopo, in quell’incidente stradale.

All’interno di un’Italia in piena transizione Rino Gaetano è a tutti gli effetti un cantante “politico”, vicino ai sentimenti del popolo, capace di dipingere la società, ma non molti lo hanno compreso: è rimasto, di fatto, “senza senso”. Oggi però, con maggiore consapevolezza dei nostri coetanei dell’epoca, possediamo i mezzi e la giusta distanza temporale per comprendere la portata artistica di Rino Gaetano in grado di essere estremamente attuale nelle dinamiche quotidiane della nostra società.

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Sono sempre più convinto che Gaetano sia stato il cantautore più acuto degli anni '70.
La sua prematura scomparsa ha privato la società italiana di un artista dotato di una capacità di sintesi che sarebbe stata utilissima, probabilmente essenziale, per comprendere anzitempo – rispetto a come si è invece – verificato i malvagi anni '80 e '90.

Iraq - presioni statunitensi sul governo in chiave anti iraniana

di Stefano Mauro

Alcuni rappresentanti americani sono stati, nelle scorse settimane, in Iraq per discutere con il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, riguardo all’interruzione degli scambi economici e finanziari con l’Iran e per richiedere lo scioglimento delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hasched Shaabi o Ump), considerate da Washington come una diretta emanazione di Teheran.

Richieste, secondo quanto afferma la stampa irachena, rifiutate dal primo ministro a causa della difficile posizione di Baghdad che si trova in mezzo ad un conflitto a “bassa intensità” tra Washington e Teheran. Lo stato iracheno, infatti, ha numerosi legami economici, commerciali, energetici e religiosi con l’Iran ed una simile scelta significherebbe sicuramente una destabilizzazione del già fragile governo di unità nazionale del premier iracheno.

Per quanto riguarda la seconda richiesta Mahdi ha cercato di trovare una soluzione “diplomatica” che riesca a preservare gli equilibri interni tra le differenti confessioni irachene, visto che le pressioni e le minacce americane rischiano di compromettere gli sforzi fatti fino ad oggi e di favorire Daesh che, nonostante la sconfitta di un anno fa, resta ancora presente nella provincia di Anbar.

Proprio in quest’ottica ha emesso un’ordinanza, denominata Diwani, che richiede “a tutte le fazioni di chiudere il loro quartier generale con la scelta di integrarsi all’interno delle forze armate o impegnarsi nell’arena politica (senza armi, ndr). Qualsiasi fazione che rifiuta segretamente o apertamente di rispettare queste istruzioni sarà considerata illegale”. L’ultimatum per il rispetto dell’ordinanza è il 31 luglio.

Una scelta considerata positiva dall’amministrazione americana, che però, potrebbe portare lo stato iracheno ad una lotta intestina. Se da una parte alcune organizzazioni dell’Hashed Shaabi hanno appreso e condiviso la scelta del premier – soprattutto per quanto riguarda i diritti di cui godranno i miliziani in termini di stipendi, protezione sociale e medica – da un altro punto di vista si sono dichiarati contrari ad una scelta che viene vista come “un’interferenza americana negli affari interni dell’Iraq”.

“Forse il governo centrale di Baghdad” – ha dichiarato il leader del gruppo Harakat Hezbollah al Nujaba, Akram al Kaabi – “ha dimenticato che sono state tutte le formazioni dell’Hashed Shaabi a respingere Daesh ed a sconfiggere le milizie jihadiste di Al Baghdadi”. “Bisogna anche ricordare che in quel periodo gli Usa non hanno fatto nulla per riorganizzare l’esercito iracheno ed aiutarci, mentre adesso richiedono un nostro smantellamento, quando siamo quasi sul punto di eliminare definitivamente la presenza jihadista dalle nostre regioni” – ha concluso al Kaabi.

Frizioni che potrebbero portare ad uno scontro diretto tra le milizie delle Unità di Mobilitazione Popolare – formate anche da battaglioni sunniti e cristiani – e le truppe americane presenti in Iraq.

Già nel periodo post elettorale l’inviato di Washington per la Coalizione internazionale anti-Daesh, Bret McGurk, aveva tentato di far eleggere un ufficiale iracheno, filo-americano, a capo del governo, prima che venisse nominato il premier Mahdi.

Episodio che aveva avuto un seguito, secondo la stampa irachena, con l’episodio che vide protagonista il generale di brigata Mahmoud al-Fallahi, comandante dell’esercito dell’Anbar e capo del confine con Siria, Giordania e Arabia Saudita. Al Fallahi, secondo il canale libanese al Mayadeen, aveva trasmesso alla CIA tutte le coordinate della posizione di Hezbollah-Iraq ad al-Qa’em, al confine siriano, le posizioni, le armi, la logistica ed i nomi dei comandanti dei gruppi Nujaba, e Kataib Imam Ali. Informazioni ottenute dall’intelligence iraniana, grazie al suo sistema di controllo su whattsapp, e che, successivamente, avevano portato ad un bombardamento israeliano proprio su quelle postazioni.

Il primo ministro iracheno, secondo il portale Iraq Daily, ha utilizzato questo stratagemma per diminuire il potere delle Ump, una mossa considerata “rischiosa” visto che Abdel Mahdi “non gode di sufficiente sostegno politico da parte dei partiti politici per soddisfare pienamente i desideri degli Stati Uniti”. Un’instabilità politica che, in caso di conflitto con l’Iran, potrebbe destabilizzare per l’ennesima volta i fragili equilibri interni tra le diverse confessioni e che potrebbe causare seri problemi alla stessa amministrazione americana.

Sono chiare le parole di al-Kaabi al riguardo: “Oggi l’Iraq è molto più forte e organizzato, ed è in grado di trasformare la presenza americana sul nostro territorio in un inferno”.

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Podemos e M5S vittime dell'effetto Zelig

Nei miei ultimi libri ho analizzato la mutazione genetica che ha fatto sì che le sinistre (tanto le socialdemocratiche che le radicali) siano trasmigrate nel campo liberale (sia pure con diverse sfumature), abbandonando la rappresentanza delle classi subalterne per rivolgere la propria attenzione ai ceti medi riflessivi. Ho anche tentato di indicare tanto le cause “esterne” (le trasformazioni del sistema capitalistico e il loro impatto sulla stratificazione di classe), quanto quelle “interne” (il mancato svecchiamento dell’apparato ideologico ereditato dal passato) del fenomeno. Si tratta di temi troppo impegnativi da affrontare nello spazio di un post, per cui mi limito qui a evidenziare quello che è forse il sintomo più clamoroso della mutazione, vale a dire l’impulso suicida che accomuna tutte le forze politiche che tuttora si definiscono di sinistra. In particolare, vorrei sottolineare che, a essere afflitti dal sintomo in questione, sono anche quei populismi “di sinistra” che pure sembravano avviati ad occupare il vuoto politico lasciato dalle “vecchie” sinistre, tanto da alimentare il sospetto che basti collocarsi in quell’area per condannarsi all’autodistruzione.

I casi di Podemos e dell’M5S sono particolarmente significativi. Si tratta di due forze che presentano differenze tutt’altro che marginali: l’M5S ha sempre affermato di non essere di destra né di sinistra, mentre Podemos, dopo esitazioni iniziali, ha rivendicato l’appartenenza al campo delle sinistre radicali; i programmi politici del primo appaiono studiati per rivolgersi a una base sociale trasversale, mentre quelli del secondo sono più orientati verso gli interessi degli strati sociali inferiori. Ma le affinità sono più significative: entrambi sono partiti di opinione, senza forti radici nella società e nel territorio, con una struttura verticale che vede un leader carismatico, con il suo cerchio magico, che intrattiene una relazione diretta con la base; entrambi privilegiano i media – vecchi e nuovi – rispetto alle vecchie strutture partitiche come canali di mobilitazione e organizzazione; i loro successi elettorali si fondano soprattutto sulla denuncia morale (con particolare attenzione al fenomeno della corruzione) dei vizi della “casta”, cioè delle tradizionali élite economiche, partitiche e mediatiche (anche se Podemos conserva una qualche velleità antisistema che l’M5S ha viceversa completamente  accantonato); entrambi sono partiti con parole d’ordine anti euro per adagiarsi ben presto su posizioni europeiste “critiche”; infine entrambi condividono con le sinistre tradizionali la cultura del politicamente corretto (Unidos Podemos si è addirittura ribattezzato Unidas Podemos, in ossequio alla retorica femminista).

In ragione di tali affinità, entrambe queste forze erano fin dall’inizio esposte, a mano a mano che venivano occupando quote significative del tradizionale spazio elettorale di sinistra, a una sorta di “effetto Zelig” (per citare il film di Woody Allen), al rischio, cioè, di sviluppare una sorta di assimilazione mimetica nei confronti dei titolari dello spazio in questione. E infatti così è avvenuto. Oggi Podemos, dopo avere regalato al rivitalizzato Psoe di Sanchez il ruolo di garante della democrazia di fronte alla minaccia (volutamente enfatizzata) del populismo di destra, ha visto dimezzare il proprio elettorato e si scopre indotto ad appoggiare un governo socialista (guidato cioè dal partito che per anni aveva accusato di essere corrotto e di condurre politiche antipopolari!) nel quale occuperà una posizione marginale e subordinata (per una impietosa analisi del disastro della sinistra radicale spagnola, invito chi conosce lo spagnolo ad ascoltare una lunga intervista dell’ex segretario di Izquierda Unida, Julio Anguita).

Peggio, se possibile, ha fatto l’M5S. Incapace di fronteggiare l’iniziativa politica della Lega, sempre più abile nell’incarnare un ampio blocco sociale che aggrega settori del capitale italiano più esposti ai danni collaterali del processo di globalizzazione e strati proletari preoccupati dalla concorrenza della forza lavoro straniera, ed esposti al degrado dei quartieri periferici. Incapace, soprattutto, di incalzare l’invadente partner di governo sul terreno delle disuguaglianze, dell’occupazione, della difesa degli interessi dell’intera comunità nazionale (e non solo di una parte di essa) di fronte ai diktat dell’Europa a trazione franco-tedesca. Così l’M5S anche se non si è (ancora) alleato con il PD, si è trasformato di fatto in una sorta di “copia” dei democratici: cala le brache su NoTav e austerità dettata dalla Ue; depone ogni velleità di nazionalizzazione (vedi i casi Autostrade e Ilva); oppone deboli resistenze al “separatismo dei ricchi” incarnato dalle richieste autonomiste delle regioni del Nord; fa poco o nulla per tutelare gli interessi del Meridione, cui pure deve i propri successi elettorali. Risultato: se si votasse oggi Salvini prenderebbe il doppio dei voti dei grillini, mentre l’M5S appare sempre più orientato a cercare sponda nel PD.

Non a caso, sul Corriere della Sera del 22 luglio troviamo un fondo di Paolo Mieli che gongola perché la Lega, pur avendo vinto le Europee, appare sempre più isolata, e un M5S in stato confusionale appare sempre più tentato di guardare “a sinistra”. Troviamo anche una lunga intervista di Dario Franceschini che rimprovera al PD di Renzi di avere regalato l’M5S all’abbraccio della Lega, senza capire le differenze fra le due attuali forze di governo (e invita implicitamente il PD di Zingaretti a porre rimedio a quell’errore). Insomma: le élite neoliberali sognano di ritornare al bipolarismo fra una destra e una sinistra (sia pure rivestite da abiti nuovi di zecca) che si alternino pacificamente nel ruolo di gestori degli affari delle classi dominanti.

In conclusione: qualsiasi forza politica che voglia realmente costruire un’alternativa di sistema, è caldamente invitata a evitare velleità di “rifondazione” della sinistra, perché quello spazio politico – insieme alla parola che lo connota – è ormai irreversibilmente associato alla conservazione dell’esistente. C’è ancora una destra, non c’è più una sinistra, quindi, per svolgere il ruolo che quest’ultima ha avuto nel Novecento, occorre inventare qualcos’altro.

Carlo Formenti

Fonte

Don Camillo (1952) di Julien Duvivier - Minirece


Autonomia differenziata e dissoluzione dell’unità nazionale: ce lo chiede l’Europa?

Dietro le apparenze, l’autonomia differenziata sembra essere parte di un più generale processo di costruzione di una Europa (e di un’Italia) “a due velocità”. Le regioni italiane con il Pil più elevato vogliono competere alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere (contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale.

In Francia, una recente riforma ha ridotto il numero delle regioni da 22 a 13. Le regioni troppo piccole o poco popolate avevano bisogno di raggiungere “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire “di competere con le collettività simili in Europa”. Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera e, guarda caso, la Lombardia. Al di là delle indubbie e anche notevoli differenze, riforma regionale francese ed autonomia differenziata compongono un quadro sostanzialmente unitario. Chi legga con attenzione le bozze di intesa dell’autonomia differenziata trova ben pochi riferimenti di tipo identitario e molta governance, efficienza amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Il dibattito sull’impatto potenzialmente devastante di una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano questo punto, il quale ci offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio.

A ben vedere, anche la gestione dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera per le aziende del territorio. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita dalle regioni ricche come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa, loro naturale punto di riferimento. Il resto è folklore, una caramella dal gusto vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici dei dialetti e dei sapori perduti.

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Per comprendere in tutta la loro complessità – ragioni di fondo e razionalità generale che le ispira – le dinamiche sottese all’autonomia differenziata e gli effetti che potrebbero derivare da una sua realizzazione, è necessario allontanarsi dai confini nazionali ed aprirsi su uno scenario europeo.

Un contributo particolarmente significativo in tale direzione viene certamente dalla Francia, dove la riforma regionale promossa dalla legge 2015-29 del 16 gennaio 2015 (entrata ufficialmente in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo) ha ridisegnato il territorio, riducendo il numero delle regioni da 22 a 13. La riduzione si è ottenuta attraverso la creazione di sette nuove regioni, nate dalla fusione di 16 vecchie regioni, alle quali si aggiungono le sei che hanno mantenuto inalterata la loro entità territoriale. La riforma, fortemente voluta dall’allora Presidente François Hollande ed approvata dal Parlamento, malgrado le perplessità di molti politici e i malumori e le proteste delle collettività coinvolte e che non sono state consultate, si poneva come obiettivo principale quello di dotare le regioni “di una massa critica” che permettesse loro “di esercitare le competenze strategiche loro attribuite e di realizzare una maggiore efficienza”. (https://journals.openedition.org/echogeo/14506?lang=en).

La diversità del quadro politico-istituzionale tra i due Paesi e della composizione socio-economica (per non parlare del retaggio storico) vieta qualsiasi facile parallelismo con il processo innescato in Italia dalla riforma del titolo V; basti qui accennare ad una differenza non di poco conto: la riforma delle regioni in Francia procede dallo stato centrale che stabilisce una diversa ripartizione territoriale ed un incremento uniforme delle competenze attribuite alle regioni (sostegno alle imprese, formazione, territorio, trasporti) al fine di potenziare efficienza e coesione dello stato stesso. Il quadro complessivo che ne risulta si colloca abbastanza lontano dal rischio di dissoluzione dell’unità nazionale insito nell’autonomia differenziata, la quale spingerà le diverse regioni del nostro Paese a correre ciascuna per conto proprio nella richiesta di ambiti di gestione diretta, nella speranza di conseguire benefici e/o arginare perdite.

Non solo: le regioni francesi oggetto di fusione risultavano, secondo l’opinione dei sostenitori della riforma, troppo piccole o poco popolate per potersi fare carico vantaggiosamente dello sviluppo economico del loro territorio e, quindi, in una posizione di debolezza rispetto alle regioni economicamente e demograficamente più forti. Qui, la spinta di fondo sembra invertita rispetto a quella “secessione dei ricchi” che presiede in Italia all’autonomia differenziata.

Eppure, al di là delle indubbie e anche notevoli differenze, nonostante le diverse modalità di autorappresentazione, nonché di realizzazione istituzionale, riforma regionale francese ed autonomia differenziata finiscono per incontrarsi su un terreno comune, e si chiariscono a vicenda, fino a comporre un quadro sostanzialmente unitario. La massa critica così ottenuta dalle nuove regioni d’Oltralpe si configura come “una dimensione adeguata alle sfide economiche e di mobilità”, tale da consentire non solo un rilancio delle competenze strategiche, ma anche “di competere con le collettività simili in Europa. (http://prefectures-regions.gouv.fr/corse/layout/set/print/Outils/FAQ) Fra tali collettività regionali si citano la Catalogna, la Baviera, la Lombardia. (https://www.jstor.org/stable/40782088?seq=1#page_scan_tab_contents).

Dall’altro lato del confine, tra le materie per le quali molte regioni chiedono l’attribuzione di ulteriore autonomia figura l’internazionalizzazione delle imprese e del commercio con l’estero. L’impatto sociale e culturale potenzialmente devastante di una regionalizzazione di sanità, scuola e ricerca ha posto in secondo piano questo punto, il quale, dietro il suo carattere apparentemente anodino, quasi rituale in un universo dominato dalle istanze economiche, ci offre, in realtà, la chiave di volta di tutto l’edificio.

Chi legga con attenzione le bozze elaborate dalle diverse regioni italiane per negoziare con lo Stato “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai sensi dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione” trova ben pochi riferimenti di tipo identitario, tarati sulla valorizzazione della cultura locale, di usi e costumi comunitari e molta governance, efficienza amministrativa, crescita economica, sinergia con le imprese, promozione dell’innovazione. Anche la gestione dell’istruzione e della ricerca risponde alla necessità di formare manodopera a diversi livelli – dall’esecutivo al direttivo – per le aziende del territorio. L’impressione che se ne ricava è che il percorso intrapreso con l’autonomia differenziata sia parte organica di un più generale processo di “agganciamento e costruzione reale di un nucleo duro della U.E. in una Europa (e in un’Italia) a due velocità” (http://contropiano.org/news/politica-news/2019/02/21/discutendo-di-unita-della-sinistra-nella-metropoli-milanese-0112628

Ovvero: le regioni italiane con il Pil più elevato vogliono competere alla pari con le regioni più ricche e produttive d’Europa, in un quadro di semplificazione burocratica e senza quei lacci e lacciuoli (sempre più allentati, a dire il vero) che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza (contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, per citarne alcuni), disponendo, inoltre, di risorse più elevate, grazie al trattenimento in loco di una parte consistente del gettito fiscale.

Insomma, quella che tende a presentarsi come un’operazione di ancoraggio e prossimità alle realtà locali è, in realtà, una spericolata incursione nella competizione globale, per la quale lo Stato italiano (malgrado tutte le riforme all’insegna del neoliberismo degli ultimi trent’anni) non sembra ancora offrire garanzie adeguate. Il resto è folklore, una caramella dal gusto vagamente dolciastro ad uso e consumo (anche elettorale) dei nostalgici dei dialetti e dei sapori perduti. D’altronde, l’inserimento nei programmi scolastici di ore di lingua e cultura locale sembra, ad oggi, avere attecchito con un certo successo solo in Veneto. Senza trascurare i rischi inerenti a tale proposta (e la cui disamina esula dai limiti del presente lavoro), non è casuale che nelle varie bozze d’intesa, ciò che interessa in materia d’istruzione sia, piuttosto, il reclutamento degli insegnanti, l’alternanza scuola-lavoro, i rapporti con le imprese, l’orientamento universitario, la gestione delle scuole private. La proiezione delle regioni oltre i confini nazionali e la loro ambizione di proporsi come attori politici di primo piano si appoggia sui trattati europei, in particolare quello di Maastricht, cui si deve la creazione del Comitato europeo delle Regioni (C.d.R.) che permette ai poteri locali (regioni, province, comuni, città) di intervenire direttamente in seno all’Unione Europea, laddove siano in gioco proposte di legge le quali coinvolgano i territori che ricadono sotto la loro amministrazione.

Inoltre, il trattato di Lisbona riconosce al C.d.R. il diritto di interpellare la Corte di giustizia europea in caso di violazione dei suoi diritti e qualora ritenga che un testo di legge dell’U.E. non rispetti il principio di sussidiarietà o le competenze locali. Come è noto, le regioni hanno stabilito loro rappresentanze a Bruxelles, il cui obiettivo è quello di promuovere le regioni stesse, attraverso lobbying, ricerca di fondi, supporto a imprese, università e diversi enti territoriali. Tali rappresentanze sono note ai cittadini italiani, più che per queste attività, per i costi esorbitanti (affitto od acquisto delle sedi, emolumenti dei funzionari e degli immancabili consulenti...) rivelati, qualche anno fa, da alcune inchieste giornalistiche (https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-07/regioni-bruxelles-costose-sedi-135707.shtml?uuid=Abn9SvKG).

Le tre regioni capofila nell’avviare il percorso dell’autonomia differenziata sono, naturalmente, fra le più attive a Bruxelles e conoscere il loro spettro di azione nella capitale belga può fornire qualche utile spunto per comprendere meglio il nuovo ruolo delle regioni nell’ambito dell’U.E. “Casa Lombardia” ospita diverse associazioni, fra cui Assolombarda, la Conferenza dei rettori delle università della regione, il Consiglio regionale Lombardo, la Federlegno, il Politecnico, l’Unioncamere Lombardia, la Cattolica, il parco Tecnologico padano, le Ferrovie Nord, la Conftrasporti. Ha attivato una rete di 5000 contatti con organismi comunitari ed analoghe rappresentanze di regioni e stati europei. È proprio grazie a questa corposa rete di relazioni che la regione Lombardia ha potuto vincere un bando da 17 milioni di euro per un progetto volto a migliorare l’habitat delle aree naturali regionali inserite nella rete Natura 2000. Quanto all’Emilia- Romagna, essa è particolarmente attenta a stabilire collegamenti fra università ed aziende nell’ottica di promuovere l’innovazione tecnologica in ambiti molto diversi che spaziano dall’agricoltura alla meccatronica, passando per l’edilizia, la meccanica, la salute e l’industria culturale. Il Veneto, infine, ha realizzato un servizio di Europrogettazione che assiste il territorio nei progetti europei e nella ricerca di partner, ciò che gli ha consentito di portare nella regione ben 85 ricerche partner e di esportarne 32 in altre regioni europee. (Tutti questi dati sono stati presi da https://www.glistatigenerali.com/istituzioni-ue/eccellenze-silenzi-cosa-fanno-le-regioni-italiane-a-bruxelles/)

Sono, naturalmente, dati incompleti, ma sufficienti per suggerire un’idea del nuovo ruolo assunto dalle regioni in ambito europeo e della vera posta in gioco messa sul piatto dell’autonomia differenziata. Un ulteriore tassello è rappresentato dalla quantità e dall’estensione delle reti formate dalle diverse regioni europee, a partire da interessi comuni che si dispiegano soprattutto nei settori della formazione, del mercato del lavoro, della ricerca, dell’innovazione, del turismo sostenibile e dei trasporti. Il protagonismo politico, le convenienze e le opportunità economiche, l’efficacia, l’efficienza e la competitività garantite dalle reti costituiscono le coordinate di una nuova relazione fra regioni, stati nazionali ed Unione Europea che sembra orientarsi verso un potenziamento delle competenze delle prime a discapito di quelle sino ad oggi prerogativa dei secondi.

Lo scenario non è leggibile solo in chiave quantitativa: il dato saliente è rappresentato, infatti, dal rapporto diretto fra regioni ed U.E. e fra le diverse regioni tra di loro. L’Europa delle regioni o delle macro-regioni, pur nel mantenimento di queste all’interno di un quadro nazionale di appartenenza sempre più esangue e formale, potrebbe essere uno degli esiti di questo processo, la modalità più adeguata per la creazione di una comunità sovranazionale leggera ed agile, fondata su progetti e disponibile al libero gioco del mercato, senza quelle fastidiose remore ereditate dal passato che ancora pretendono di intralciarne l’affermazione in ogni ambito vitale.

Le regioni-pilota dell’autonomia differenziata (di cui si potrebbe anche ipotizzare la riconfigurazione come macro-regione del Nord), in virtù del loro grande dinamismo economico, ambiscono ad inserirsi in questo processo da protagoniste, nell’ottica di un’Italia e di un’Europa a più velocità, secondo il metro dell’efficienza e della competitività. In questo quadro, il localismo, ben lontano dall’essere istanza di autodeterminazione di una comunità desiderosa di darsi ordinamenti e forme di vita radicati nella propria storia e cultura, è spregiudicato trampolino di lancio verso una dimensione internazionale all’insegna della competizione globale. In questa corsa spietata, l’Italia è percepita da tali regioni come un carrozzone troppo lento ed ammaccato, per riuscire a tenere il passo con i bolidi del Nord Europa , loro naturale punto di riferimento. Con buona pace del campanile di San Marco, della bela madunina e del solidarismo cooperativo.

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Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente

Da oltre vent’anni a questa parte, il dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con il paradigma della scarsità delle risorse che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al deficit e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo perdi la credibilità dei mercati e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del default, agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi – questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome default.

Nel disinteresse generale, pochi giorni fa (esattamente, il 10 luglio 2019) si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: in un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.

Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.

L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.

La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda. Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.

Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.

Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.

Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.

Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.

Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.

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Blade Runner 2019

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento e pattuglie in fiamme”.

Un pusher rifilare una “sola“ con aspirina C a due cocainomani wasp, chiattilli e per giunta americani. Farsi sgamare, farsi fottere il borsello dai due tossici “solati”, chiamarli sul proprio cellulare rubato insieme al borsello, e farsi fare il cosiddetto “cavallo di ritorno” (100€ e un grammo di coca per il borsello).

Tutto questo al largo dei bastioni di Orione. O di Trastevere, non ricordo!

E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser e uscire dal culo dell’Escobar di Trastevere (o di Tannhäuser, non ricordo) mentre telefonava agli sbirri per farsi aiutare coi tossici che aveva solato e lo avevano fottuto.

A Tannhäuser era regolare. I pusher e gli sbirri erano amici. Facevano affari e in qualche caso sniffavano insieme.

E ho visto il caramba morire con 11 coltellate perché pensava che bastasse presentarsi lì per far tremare di paura i due chiattilli wasp.

Ma non aveva calcolato che nel regno delle Stelle e Strisce chimiche sono molto più abituati degli italiani di Tannhäuser ad uccidere per legittima difesa. Loro, d’altronde, coi ddl sicurezza ci hanno fatto il Far West! E così il caramba morì.

E ho visto altri sbirri daltonici scambiare due chiattilli statunitensi bianchi, biondi e con gli occhi azzurri, per due magrebini morti di fame, neri, coi capelli e gli occhi neri.

Come cazzo facessero gli sbirri daltonici a fare gli sbirri daltonici al largo dei bastioni di Orione, non l’ho mai capito.

E ho letto comunicati delle Forze dell’Ordine, deliri della Bestia, giornali del regime dei cinque Minchje e delle sette Leghe e post razzisti, su cui era scritto un soggetto e una sceneggiatura da horror splatter. A metà strada tra il kitsch, il surreale e l’angosciosa distorsione espressionista del Gabinetto del dottor Caligari. Con il cliché dell’Uomo Nero, omicida e assetato di sangue, al fine scorticato vivo dalla plebe inferocita. Ma non andò così.

E ho visto uno dei wasp legato ad una sedia, come se fosse torturato, confessare di aver ucciso il caramba di Orione. La tortura, gli sbirri di Orione, di Tannhäuser e del regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, l’hanno sempre usata, sennò non saprebbero lavorare. Ricordo che la usavano anche sui compagni delle Br. Quelli del Blade Runner degli anni '70 e '80. E pure vent’anni dopo. Tra i buchi neri di Bolzaneto, e le galassie spente della Diaz.


Ma il ragazzino wasp l’ho visto in foto, sulla Stampa di Tannhäuser. E mi sono chiesto, ma come cazzo ci è arrivata questa foto alla Stampa di Tannhäuser? E ho visto carabinieri coglioni e bastardi condividere foto su Wozzapp. E allora mi sono chiesto se i carabinieri coglioni e bastardi poi tanto coglioni non fossero.

E forse, il regno delle cinque Minchje e delle sette Leghe, sui bastioni di Orione, è solo una provincia dell’impero delle Stelle e delle Strisce chimiche. E allora, la foto è uscita per restituire i chiattilli wasp all’imperatore dal parrucchino biondo. L’esotico Trompe l’oeil. Ho visto. Ho visto. Ho visto. Ma non ci capisco più un cazzo.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Perché voi umani di Orione, di Tannhäuser, dell’impero a Stelle e Strisce chimiche, del regno dei cinque Minchje e delle sette Leghe siete la sfaccimma della ggente!».

Così disse il Cyberpunk morendo. Non prima di aver mandato affanculo lo sbirro cacciatore e assassino di ribelli!

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Immigrati pericolosi? Forse i nazisti ucraini...

Mai come ora il dibattito sui migranti è stato politicizzato, tuttavia si tende a trascurare un aspetto importantissimo inerente la sfera ideologica, cioè l’orientamento politico dei migranti.

Molti tendono a considerare i migranti come una categoria omogenea e completamente spersonificata, come se fossero incapaci di esprimere una propria visione politica. Nulla di più sbagliato. I migranti e le comunità in cui si riuniscono devono essere valutati caso per caso sul piano ideologico e su quello pratico.

L’esempio dei migranti ucraini è emblematico, ce ne sono moltissimi che sono ottime persone, mentre altri sono l’esatto contrario. Nel nostro paese ci sono numerose comunità ucraine, alcune delle quali – da cinque anni a questa parte – si sono fatte portatrici di valori ultra-reazionari e fascistoidi, arrivando anche a recuperare fardelli del nazismo. In Italia vediamo regolarmente manifestazioni di ucraini in cui si sventolano i vessilli rossi e neri dell’era collaborazionista con il Terzo Reich o in cui si ostenta il ritratto del protagonista di quella fase storica, il nazista Stepan Bandera.

Alcune comunità ucraine (spesso in combutta con la rappresentanza diplomatica) arrivano a fare di peggio, cercando di coprire i crimini compiuti da fanatici ucraini. I casi più emblematici e prossimi sono l’aggressione avvenuta sulla metropolitana di Roma o la battaglia in difesa di un soldato ucraino recentemente condannato in Italia per l’omicidio di un giornalista che si trovava in Donbass (Andrea Rocchelli).

Ci sono dei migranti per cui in Italia non ci sarà mai posto: i fascisti. Noi abbiamo sconfitto il fascismo nel 1945 e da allora lottiamo incessantemente per non farlo tornare. Sul fascismo non si possono accettare compromessi, neanche in nome dell’accoglienza.

Va segnalata una esagerata asimmetria tra (il giusto) allarme per i terroristi islamici che potrebbero arrivare in Italia con i flussi migratori di mussulmani, rispetto alla totale noncuranza per l’evenienza che tra gli emigrati ucraini ci possano essere dei nazisti responsabili di orribili crimini ed efferatezze.

L’Ucraina è un paese fallito, prossimo al collasso e pertanto la popolazione si riversa in massa all’estero. Le statistiche ufficiali raccontano che nel paese ci siano oltre quaranta milioni di persone, ma verosimilmente ne sono rimaste poco più di venticinque milioni.

La diaspora ucraina ha guardato molto all’Italia, ufficialmente qui ci sono oltre 240mila ucraini e dovrebbero essere il quinto gruppo etnico (i primi sono i rumeni, con oltre 1,2 milioni). Tuttavia il dato è ampiamente sottostimato, in quanto molti ucraini sono in Italia senza registrazione o sotto falsa identità rumena per poter liberamente circolare nella UE (andando cosi a dare una spiegazione all’esorbitante numero di rumeni).

Il numero di ucraini in Italia è destinato a crescere ulteriormente anche per via del fatto che sono state introdotte nuove agevolazioni all’ingresso in territorio UE. Si tratta di un modo per rafforzare i legami con Kiev all’interno dello scontro geopolitico in atto.

L’Italia è la terza destinazione per importanza della diaspora ucraina, dopo Russia e Polonia. Ovviamente quei fascisti ucraini che vogliano emigrare difficilmente prenderebbero in considerazione l’idea d’andare in Russia o in Polonia, due stati verso cui il nazionalismo ucraino prova un odio profondo. Quindi ci troviamo con il concreto rischio che un gran numero di nazisti, compresi i combattenti dei battaglioni punitivi, arrivino in Italia.

Ciò può essere accelerato anche da eventuali cambi negli assetti politici ucraini, cioè nell’ipotesi in cui i nazisti vedano compressi i propri spazi d’agibilità. Già nelle elezioni legislative tenutesi due domeniche fa, i partiti fascisti hanno raccolto dei consensi risibili e non si sono neanche avvicinati alla soglia di sbarramento fissata per poter ottenere dei seggi. Sebbene questi gruppi abbiano un consenso popolare limitatissimo, dispongono di un’eccellente apparato militare e pertanto sono in grado di tenere in ostaggio l’Ucraina. Ciò genera una contraddizione che potrebbe presto deflagrare.

In definitiva, se in Italia si volesse affrontare coerentemente la questione dei migranti, andrebbe tenuta in debita considerazione la sfera politica e non limitarsi a quella umanitaria o securitaria. Noi abbiamo una buona Costituzione e dobbiamo pretendere che sia rispettata (in ogni suo punto) da chiunque voglia venire nel nostro Paese.

Un simile discorso si può estendere anche al resto della UE, sperando oltretutto che per gli ucraini vengano rivisti i meccanismi d’ingresso recentemente adottati. Se così non sarà, si andrà incontro ad un rischio tanto grave quanto grande.

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lunedì 29 luglio 2019

Allucinazione Perversa (1990) di Adrian Lyne - Minirece


L'eredità di Amano, defunto direttore dell'AIEA, inquieta israele

di Michele Giorgio

La nomina del successore di Yukiya Amano alla direzione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è una delle variabili che potrebbero influenzare gli sviluppi della crisi legata all’accordo sul programma nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) e il confronto tra Tehran e Washington.

Non sorprende che uno dei protagonisti della crisi, Israele – che si è battuto contro il Jcpoa e ha accolto con soddisfazione la decisione di Trump di uscire dall’accordo e di approvare sanzioni contro le esportazioni iraniane di petrolio – stia analizzando con attenzione vita, carriera e posizioni di coloro che dovrebbero prendere il posto di Amano. Il governo Netanyahu auspica, e con ogni probabilità sta già facendo, pressioni per ottenere che il vertice dell’Aiea si mostri più duro nei confronti dell’Iran.

Yukiya Amano è stato un convinto sostenitore dell’intesa del 2015 messa a dura prova dal ritiro unilaterale degli Usa. Nato nel 1947, il diplomatico giapponese era un prodotto della generazione traumatizzata dalla distruzione con le bombe atomiche Usa di Hiroshima e Nagasaki.

Quello spettro lo aveva spinto per tutta la vita a lavorare per il disarmo atomico e a trovare attraverso la diplomazia le migliori soluzioni politiche. «Se hai intenzione di litigare con un Paese che forse pensa di costruire armi nucleari, è meglio non farlo sentire in un angolo», ha dichiarato in una intervista del 2016. Per questo l’Iran, che pure non ha avuto rapporti semplici con Amano e talvolta lo ha accusato di essere nel campo americano, ha espresso dispiacere per la morte del direttore dell’Aiea.

«Mi rattrista la notizia della prematura scomparsa di Yukiya Amano, era un sostenitore convinto del Jcpoa fin dal suo inizio e ci aspettiamo che il suo successore segua lo stesso percorso», ha auspicato il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif. Anche gli Usa si sono detti dispiaciuti ma Trump e i falchi nel suo entourage hanno più volte accusato di mancanza di aggressività il diplomatico giapponese che, a loro dire, accettava facilmente le dichiarazioni dell’Iran sul suo programma nucleare.

Al momento della morte Amano era impegnato a convincere l’Iran a rimanere nel Jcpoa anche se Trump lo aveva abbandonato, provocando la crisi in atto dalle conseguenze imprevedibili. L’Aiea è quindi costretta a lavorare per una difficile successione in una fase delicata. Israele, riportava a inizio settimana il Jerusalem Post, ritiene che siano due i veri candidati alla successione.

A contendersi il comando saranno l’ambasciatore argentino all’Aiea, Rafael Grossi, e il rumeno Cornel Feruta, già capo dello staff di Amano. Feruta è considerato un sincero e accanito sostenitore dell’accordo del 2015 e se sarà eletto, aggiungeva il quotidiano di Gerusalemme, potrebbe ritrovarsi in conflitto con gli Stati Uniti e Israele.

Il rumeno nel 2016 ha dichiarato: «Penso che il Jcpoa rappresenti un vero successo dal punto di vista della verifica dei programmi nucleari». E come Amano anche Feruta ritiene che l’Iran pur avendo pensato, negli anni passati, alla possibilità di assemblare bombe atomiche, poi non sia andato oltre gli studi scientifici. Posizione in netto contrasto con quella di Tel Aviv che accusa l’Iran di volersi dotare di ordigni nucleari.

Di Rafael Grossi si sa poco. È stato e sarebbe ancora un sostenitore del Jcpoa ma di recente, partecipando a incontri e conferenze, ha fatto capire che gli sviluppi della crisi in atto avranno un impatto sulla tenuta e la validità dell’accordo siglato quattro anni fa.

Israele comunque è pessimista ed esprime forti dubbi sulla politica di controllo dell’Aiea delle centrali iraniane, al di là della linea di chi prenderà il posto di Amano. Ciò mentre, proprio Israele, continua a detenere segretamente armi atomiche e a non aderire al Trattato di non proliferazione nucleare.

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Il pogrom è solo rimandato...

C’è il corpo della vittima, il colpevole ha confessato, l’arma del delitto è stata trovata. C’è pure il movente. Che è quello da cui partire per cercare di capire un certo numero di stranezze nel caso del carabiniere assassinato a Roma. Perché se le vie del Signore sono infinite e quelle del crimine sono ingarbugliate, qui ci sono almeno tre cose che non quadrano:

1. È chiaro che i due giovani americani che vengono truffati da uno spacciatore non possono chiamare i carabinieri. Cercano di cavarsela da soli prendendosela con chi gli ha indicato i pusher che li hanno poi truffati: per ritorsione gli portano via il borsello dicendogli (in americano?): se rivuoi il borsello facci riavere i 100 euro che abbiamo pagato per l’aspirina al posto della coca. Una truffa classica, come quella del mattone al posto dell’apparecchio radio. Ma la domanda è: come facevano a sapere a chi rivolgersi?

2. È meno usuale che lo spacciatore abbia chiamato i carabinieri, dopo aver organizzato la trappola dell’appuntamento con i due americani, attraverso una telefonata al proprio cellulare: da quale telefono ha chiamato?

3. È quanto meno singolare che due carabinieri vadano all’appuntamento-trappola, da soli e in borghese. Il reato non era poi così grave. Ma ammesso si ritenesse urgente agire in flagranza di reato, perché un appostamento e un intervento così improvvisato, senza appoggio?

Gli investigatori hanno agito con rapidità e sono riusciti a catturare i colpevoli e l’arma del delitto in poche ore. La cosa dimostra che la capacità investigativa delle nostre polizie è di ottimo livello. La magistratura, invece, non ha ancora finito il suo lavoro: sarà il processo a fare chiarezza su tutti gli aspetti di questa vicenda dolorosa e triste, ma anche tragica e grottesca. Sappiamo quello che è successo, i giudici stanno lavorando per scoprire perché è successo.

C’è tuttavia da rilevare che non c’è alcun bisogno di caricare gli uomini e le donne delle forze dell’ordine di funzioni pretoriane di cui non si sente la necessità, come invece sembra voler fare il ministro dell’Interno che spesso interferisce a sproposito, cioè con mere intenzioni propagandistiche.

Stavolta è andato assolutamente fuori misura: ha indicato i colpevoli tra i suoi bersagli preferiti, gli immigrati; si è sostituito alla magistratura invocando pene esemplari; ha addirittura inventato i lavori forzati a vita come pena per i colpevoli. Troppa fretta? Troppi fumetti? Troppa protagonismo?

Fatto sta che c’è mancato poco a scatenare un pogrom contro gli immigrati. I social hanno amplificato gli appelli alla caccia all’uomo lanciato dai soliti mestatori a pagamento, i telegiornali hanno fatto da cassa di risonanza, qualche testata giornalistica ha invocato la forca, neanche troppo velatamente. C’è stato un episodio inquietante: un certo numero di volanti della Polizia ha fatto un carosello a sirene spiegate di fronte al comando dell’Arma a Roma, con tanto di beneplacito del Questore.

Tutto questo fa pensare male. E cioè che la disponibilità emotiva al linciaggio sia stata testata con successo. Sembrerebbe tutto pronto per il prossimo pretesto.

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Ciò che mi manca. Assenze non programmate dal Sahel

Partivo e già cominciavano a mancarmi. Neppure entrato nel nuovo aeroporto di Niamey che iniziavo a sentirne la mancanza.

Il poliziotto che mi aveva lasciato entrare nell’atrio della nuova aerostazione solo perché l’aereo che attendevo era in ritardo. Mi ha chiesto se mi ricordavo di lui e gli ho detto di sì, perché era rimasto colpito dall’orologio tascabile di quelli antichi che solo aveva visto nei film. Gli ho promesso che, se possibile, gliene avrei portato uno al ritorno.

Poi, una volta nel piano superiore, l’altro poliziotto che controllava i documenti mi ha giustamente fatto osservare che il mio permesso di soggiorno era scaduto da sette mesi. Alla mia promessa di farlo rinnovare in tempo prima del ritorno in Niger mi ha lasciato passare senza nulla chiedere in cambio.

In aereo, poi, ero accanto ad un giovane eritreo che, con altri cinquanta come lui, stavano viaggiando per la Francia, dopo aver passato otto mesi a Niamey. Evacuati dalla Libia erano rimasti in paziente attesa di un Paese che li avrebbe accolti come rifugiati per rifarsi una vita.

Seduti accanto in aereo abbiamo fatto entrambi il segno della croce prima di mangiare quanto la compagnia Air France ci ha messo a disposizione per la cena col menu a scelta. Ha preso una coca e mi ha mostrato la sua croce di legno dicendo che lui era cristiano. Al momento di separarci ha ritirato la mia borsa che si trovava nel portabagagli in alto rispetto al sedile 23 J del volo AF 0339, con destinazione Parigi Charles de Gaulle.

Mi mancava la confusione all’uscita dell’aeroporto. Le mani che insistono per prendere e poi portare i bagagli fino all’auto. In genere, giusto quando tutto sembra pronto, spunta un’altra mano per aiutare a mettere la valigia nel portabagagli. La difesa dell’occupazione passa anche da queste semplici operazioni di moltiplicazione.

E poi mancano i semafori che non funzionano, i vigili che parlano in continuazione al cellulare e poi salutano gli autisti che passano. Mi manca financo la signora sordomuta che chiede un ‘aiuto per l’amore di dio’ alla rotonda che si affaccia al Palazzetto dello Sport di Niamey. La stessa che, dimenticando di essere muta, fa le rimostranze se quanto offerto non è all’altezza delle sue aspettative. Il tutto dopo l’ordinanza che vieta la mendicanza a partire dal primo maggio di quest’anno.

Ma è passato il peggio, il grande ‘summit dei capi di stato’, che ha lasciato come eredità nuove strade, alberghi cinque stelle e l’accordo ratificato sul libero commercio per il continente africano che mai entrerà in vigore.

Mi mancano i bambini che sanno e possono ancora giocare sulle strade spingendo i copertoni delle moto fingendosi al gran premio. La gente che, non conoscendosi, saluta sulla strada e, con aria di complicità, accelera il passo se si annuncia la pioggia.

Mi mancano i dromedari che passano accanto alle macchine senza fare rumore e gli asini che, da veri signori della strada, cercano di rimanere fedeli alla corsia preferenziale a loro riservata. Mancano gli appelli alla preghiera che ritmano il tempo di ogni giorno.

Mi manca soprattutto lei. Seducente senza volerlo e onnipresente in tutte le circostanze. Protagonista indiscussa della vita sociale: la politica internazionale, l’economia e il governo attuale.

Mi manca lei, la sabbia che si corica languidamente sulle strade e passa la notte coi pochi clienti che spariscono prima dell’alba, quando arriveranno i pulitori coi giubbetti verdi a spostarla da un’altra parte. Senza fissa dimora, forte della sua debolezza, si infiltra ovunque e tutto riveste del suo manto volutamente trascurato.

Mi manca la sua precarietà, il suo senso delle proporzioni, la capacità di assunzione dei suoi limiti e la sua sconcertante umiltà. Passeranno i cieli e la terra, i cantieri che rinnovano la città, i regimi militari e le repubbliche marinare, passeranno gli eserciti e i capitani di ventura, passeranno i condottieri e i temibili pirati della nave di sabbia, passeranno le epopee, gli avventurieri e i grandi commercianti di schiavi, i predicatori e i dittatori. Passeranno tutti senza fermarsi.

Rimarrà solo lei, la sabbia, per costruire castelli senza porte.

Casarza Ligure, luglio 2019

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La danza intorno all’Iran non è per nulla immobile

Quel che accade nel Mediterraneo e in Medio Oriente ci riguarda direttamente. Ma sembra un argomento quasi tabù per il dibattito pubblico italiano, distratto dai latrati parafascisti di certi ministri. Intanto, però, i processi vanno avanti..

Eravamo abituati alla predominanza assoluta dell’imperialismo statunitense, molto visibile sul piano militare ma assai più pervasivo su quello economico-finanziario. Oggi invece sono apparsi altri attori, sia a livello globale che regionale. E l’opzione militare diventa assai più rischiosa, specie quando l’asimmetria di potenza diventa meno sbilanciata di quanto poteva essere con la Jugoslavia, l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi.

L’analisi di Guido Salerno Aletta, che qui di seguito ripubblichiamo, evidenzia diversi elementi per nulla al centro del “dibattito pubblico”, anche se difficilmente può sfuggire la loro rilevanza geostrategica.

In particolare due:
a) le piattaforme per le transazioni finanziarie (di cui gli Usa hanno ancora il quasi-monopolio, tanto da costringere Russia e Cina a prepararne delle nuove);
b) il ruolo ancora centrale del dollaro, altrettanto “sfidato” (quantomeno dall’euro).

Si comprende dunque come le sanzioni all’Iran agiscano soprattutto su questo piano, bypassando anche la frenesia israeliana che spinge per un attacco militare, mettendo in difficoltà l’Unione Europea – che ancora riconosce l’accordo firmato da Obama, insieme a Mosca e Pechino – e divaricando quindi gli interessi economici tra le due sponde dell’Atlantico.

Benvenuti nel mondo multipolare, certamente più complesso di quello “unipolare e globalizzato” dentro cui era dominante il “pensiero unico”. Chi ancora ragiona dentro quegli schemini ideologici semplificati si smarrisce presto, così come accadde a quanti non seppero prendere le misure alla fine del “mondo diviso in due”, all’inizio degli anni ‘90...

Buona lettura.

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Iran: crisi regionale, scontro globale

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Non sono le petroliere sequestrate, quella iraniana nello stretto di Gibilterra e per ritorsione quella britannica nello Stretto di Hormuz, a marcare una differenza sostanziale rispetto alle precedenti situazione di massima tensione nei rapporti con l’Iran. Ne abbiamo viste di tutti i colori, a partire dai 52 americani tenuti in ostaggio nella Ambasciata americana assediata a Teheran nel 1980 e poi trattenuti per 444 giorni.

Le vicende di questi ultimi mesi non riguardano tanto la nuova prova di forza degli Usa nei confronti di Teheran, con una escalation di sanzioni che ha pochi precedenti, quanto l’emersione di un conflitto globale in materia di piattaforme che consentono le transazioni finanziarie internazionali e di una distanza che sembra ormai quasi incolmabile, tra gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra, sui seguiti da dare al Trattato JCPOA del 2015, e da cui il Presidente americano Trump ha deciso unilateralmente il recesso nel 2018.

Francia, Germania e Regno Unito marciano all’unisono: nella Persia sono di casa. La Storia ha superato definitivamente la temporanea cesura dei due blocchi antagonisti, che non è durata neppure per tutta la seconda metà del Novecento. L’Unione europea è un soggetto politico, in quanto sempre più sottende la convergenza di alcuni specifici interessi nazionali.

La prossima riunione della JCPOA Joint Commission, che si terrà a Vienna il prossimo 28 luglio, sarà presieduta da Federica Mogherini, nella sua qualità di Alto Rappresentante europeo per la politica estera. Si terrà secondo il formato E3+2, sigla che mette insieme da una parte i tre Paesi europei che ne fanno parte (Francia, Gran Bretagna e Germania) e dall’altra Cina e Russia.

Messa così, sarebbe l’America di Trump ad essere rimasta isolata dal resto del mondo sulla questione iraniana. In realtà, sta dimostrando ancora quasi intatta la capacità di dominare il mondo globalizzato attraverso il controllo delle transazioni finanziarie, che passano sul sistema SWIFT, ed attraverso la estensione automatica delle sanzioni ai Paesi terzi che non si adeguano alle sue decisioni, escludendoli a loro volta dalla possibilità di continuare ad avere relazioni commerciali e finanziarie con gli Usa. Nessuno si può permettere tanto.

Il primo nodo riguarda la realizzazione di piattaforme alternative per le transazioni commerciali internazionali: mentre l’Ue sta cercando di allentarlo, parzialmente e limitatamente alla questione iraniana, Cina e Russia hanno deciso di reciderlo nettamente, già da tempo, non solo nell’ambito dei rapporti bilaterali ma in prospettiva anche nell’ambito del Gruppo BRICS.

Il secondo nodo riguarda l’uso nelle transazioni di una moneta alternativa al dollaro. Anche l’uso della valuta americana può arrivare ad essere inibito: chi detiene dollari ne ha il possesso e la disponibilità, ma essi rimangono sempre di proprietà del governo americano. L’Europa ha a disposizione l’euro, una alternativa valida e credibile al dollaro. Per lo yuan, invece, il cammino per farne una moneta di riferimento per le transazioni internazionali sarà ancora lungo.

Le sanzioni comminate dagli Usa nei confronti dell’Iran sono dunque molto più aspre che in passato, in quanto non riguardano più solo l’embargo petrolifero, ma il divieto di ogni transazione finanziaria internazionale, che si estende anche ai Paesi terzi che intrattengono rapporti con Teheran.

Le reazioni ci sono state, ma non sono all’altezza della sfida americana: dal 29 giugno, per cercare di aggirare questa sanzione che impedirebbe anche ai Paesi aderenti alla UE di continuare a commerciare con Teheran, la componente europea del Gruppo E3+2 ha annunciato la adozione di una apposita piattaforma, INSTEX, che consente gli scambi con l’Iran utilizzando come moneta di rifermento l’euro.

Per non incappare nella estensione delle sanzioni americane in materia di transazioni finanziarie, si è deciso però di farne una piattaforma che consente solo lo scambio di merci contro merci. Poiché se ne esclude il petrolio, per via dell’accettazione da parte europea di questo embargo americano, l’Iran ha ben poco da offrire come export. Ed, infatti, Teheran ritiene questo strumento assolutamente insufficiente perché non comprende il petrolio, anzi lo esclude.

Secondo l’Ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, INSTEX “da solo non è assolutamente in grado di rappresentare quel salto di qualità o di rispondere alle esigenze iraniane, che Teheran pone per poter normalizzare la situazione”. In ogni caso, rappresenta “uno strumento che ha delle potenzialità ma che non è risolutivo”.

Il sostanziale silenzio americano sul piano militare, nonostante le provocazioni in atto, dimostra la impraticabilità di un intervento armato. Meglio strangolare economicamente il regime di Teheran, per farlo scendere a patti sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, che potrebbe servire alla realizzazione di armi atomiche, piuttosto che ripetere le esperienze dell’invasione dell’Iraq. Anche allora, Saddam Hussein era stato accusato dagli Usa di detenere “armi di distruzione di massa”: si tratta, ancora una volta, della sicurezza di Israele.

Al riguardo, il Premier Benjamin Netanyahu, è stato durissimo, commentando la decisione assunta a Bruxelles dai Ministri degli esteri dell’Unione il 15 luglio scorso, secondo cui il recente annuncio iraniano di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio al di là della soglia massima prevista dal Trattato non è poi di entità così grave da giustificare un recesso dei tre Paesi (Francia, Germania e Regno Unito) dal Trattato medesimo.

Paragonando la pavidità europea attuale verso il riarmo iraniano a quella che caratterizzò la Conferenza di Monaco nel ’38 che spianò la strada al Nazismo, ha affermato che l’Unione europea potrebbe non accorgersi della minaccia dell’Iran “fino a quando i missili nucleari iraniani non cadranno sul suolo”.

La strategia americana sembra funzionare: il presidente iraniano Hassan Rohani, parlando in una riunione del suo gabinetto, appena martedì scorso ha affermato che “ci sono Paesi che stanno mediando tra l’Iran e le altre parti, scambi di contatti e di lettere, così che tutti sappiano che l’Iran non perderà l’opportunità di colloqui giusti e legali per risolvere i problemi. Ma non ci siederemo al tavolo della capitolazione in nome dei negoziati”. Se ci sarà una tregua nella “guerra economica” all’Iran costituita dalle sanzioni Usa, “si potrà preparare il terreno per negoziati che raggiungano una conclusione”. D’altra parte, secondo Rohani, non c’è solo Israele a tirare le fila della strategia americana, ma anche gli avversari regionali della Repubblica islamica, tra cui l’Arabia Saudita.

E l’Italia, che fa? Gioca di sponda e guarda alla Libia. Nonostante le ruvidità delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, compromesse dopo l’assassinio del giovane Regeni di cui ancora non si conosce la vera matrice, mantiene buone relazioni sul piano economico e soprattutto nel settore petrolifero: si insinua tra i sostenitori del generale Khalifa Haftar, la cui marcia verso Tripoli, annunciata con grande clamore, si è dimostrata un fiasco.

Approfitta poi dell’indebolimento oggettivo della Turchia, sia sul piano economico che delle relazioni con Washington, pesantemente compromesse dalla decisione di Ankara di acquistare il sistema contraereo S400 dalla Russia, che le è già valsa l'esclusione dal programma di approvvigionamento dei caccia F35. La strategia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan, che puntava ad una presenza anche in Libia, oltre che ad una spartizione della Siria, ha subito un duplice colpo di arresto. Il Presidente della Turchia, che aveva lasciato anzitempo la Conferenza di Palermo, piccato per essere stato escluso dal tavolo ristretto delle trattative sul futuro della Libia, è in forte difficoltà.

Anche l’Arabia Saudita non è nelle migliori condizioni, non solo per via delle disavventure in cui è incorso il principe Mohammad bin Salman, quanto per la endemica riduzione delle entrate petrolifere del Regno che non gli consente di finanziare gli interventi all’estero con l'ampiezza del passato.

L’Italia, preferendo consolidare le relazioni politiche e petrolifere con il Qatar, rispetto a quelle con gli Emirati Arabi Uniti che in Libia sostengono finanziariamente il generale Khalifa Haftar, ha fatto una scelta di campo che va a sostenere indirettamente il Premier libico al-Sarraj: costui conta infatti sull’aiuto delle milizie di Misurata, che a loro volta beneficiano del supporto qatarino.

Al generale Haftar è rimasto solo il sostegno francese, ma anche questo è stato compromesso, almeno sul piano mediatico, dal rinvenimento in una base del generale, nella città di Gharian, di quattro missili anticarro “Javelin” di costruzione americana, che erano stati venduti alla Francia con il divieto di ulteriore cessione. La Difesa francese ha precisato che i missili erano stata forniti in dotazione per autodifesa alle forze francesi in Libia “schierate a scopi di intelligence antiterrorismo”. Quelli rinvenuti, poi, erano “danneggiati e fuori uso”, temporaneamente immagazzinati per la distruzione, e comunque “non sono stati trasferiti alle forze locali”, intendendo i ribelli filo-Haftar.

È una zeppa, di cui ha dato notizia il New York Times sulla base di informazioni fornite dal Dipartimento della Difesa statunitense, che la dice lunga sulla distanza tra i due Presidenti, Donald Trump ed Emmanuel Macron.

La partita a scacchi continua, e non riguarda solo l’Iran.

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