Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2021
30/07/2019
Rino Gaetano ha cantato il popolo senza scadere nel populismo
Mi sono spesso interrogato su cosa avrebbe scritto Rino Gaetano oggi. Mi sono accorto che sarebbe un’operazione culturale inutile. Basta riavvolgere il nastro e ascoltare le visioni di un uomo in grado di raccontare l’Italia degli anni Settanta per molti, troppi aspetti attuale. Rino Gaetano, abbracciando le ansie delle classi sociali meno abbienti, ha saputo raccontare una società italiana corrotta, piena di vizi e pregiudizi. Lo ha fatto con sarcasmo, ma non è stato recepito dal grande pubblico dell’epoca. Il suo linguaggio è stato spesso ritenuto senza senso, le sue canzoni sono diventate hit da ballare in discoteca e il significato dei suoi testi si è perso nelle melodie leggere. Il suo rifiuto di schierarsi politicamente in pubblico lo ha sfavorito presso la critica bisognosa, in quegli anni più che mai, di istituzionalizzare.
L’occasione di riascoltare Rino Gaetano è offerta anche dalla versione rimasterizzata di Ahi Maria 40th, pubblicata di recente, l’ultima collezione dedicata al cantante. Ne sono uscite molte negli ultimi vent’anni, spesso adottando criteri insensati incapaci di tracciare il percorso di un autore in grado di raccontare l’Italia in maniera peculiare. Ahi Maria 40th ha il pregio di essere la prima raccolta edita con la famiglia Gaetano e i suoi discografici, che si sono anche occupati di curare un libro per restituire un profilo più veritiero del privato di Rino. Il cantautore crotonese, romano d’adozione, infatti è stato spesso mal raccontato, come nella miniserie della Rai del 2007 recitata da un pur ottimo Claudio Santamaria, in cui viene dipinto come un ubriacone depresso incline al tradimento, all’ossessiva ricerca dell’incarnazione dell’artista maledetto.
Decisamente frainteso durante la propria carriera, Rino Gaetano ha vissuto in ritardo un periodo di riscoperta dopo la morte improvvisa avvenuta il 2 giugno 1981 per un incidente stradale sulla Nomentana, quando aveva 31 anni. Non si è trasformato subito in un mito, come è avvenuto per altri artisti morti tragicamente, ma lo è diventato solo vent’anni dopo, quando alcuni interpreti famosi lo hanno omaggiato al concerto del primo maggio 2002, avvicinandolo a un pubblico giovane. La conoscenza del suo repertorio, però, è tuttora mediamente ferma a poche canzoni cult passate nelle pubblicità, nei talent, nelle discoteche o nei film, le stesse per cui era noto già all’epoca. Una popolarità che Rino Gaetano aveva raggiunto definitivamente nel 1978, anno della partecipazione al Festival di Sanremo.
Quando nel 1978 si presenta sul palco dell’Ariston, Rino Gaetano ha già scritto “Ma il cielo è sempre più blu”, il singolo che nel 1975 lo ha proiettato nel mondo della musica che conta. Per mantenere il successo, la casa discografica It lo spinge a presentarsi al Festival di Sanremo, che in quel momento sta attraversando una fase di crisi. Sarà proprio questa edizione a riportare in auge la kermesse canora verso il nuovo boom degli anni Ottanta. Un’edizione che funziona non tanto per i vincitori (i Matia Bazar), bensì per due protagonisti inattesi: la sedicenne Anna Oxa, arrivata seconda con “Un’emozione da poco”, e il ventottenne Rino Gaetano, che conquista il terzo posto con “Gianna”. Le canzoni del podio diventano hit in grado di scalare le classifiche, ma “Gianna” è quella che meglio resiste nel tempo, anche se contribuisce ad attribuire a Rino Gaetano l’etichetta di cantante nonsense.
L’autore televisivo Gianni Boncompagni, ad esempio, definisce il brano “senza senso” durante la trasmissione Discoring. Il nonsenso di Rino Gaetano, in realtà, ha un impianto logico: parte dalla decostruzione della parola e agisce per giustapposizione di immagini tipiche del teatro avanguardista di Majakovskij, e in particolar modo dell’assurdo di Ionesco. Quel teatro che Rino Gaetano ha sperimentato prima di diventare cantautore, recitando ad esempio il ruolo della volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, dal quale trae parte della mimica fatta di gesti minimi e netti, ghigni, sbuffi e occhi strabuzzati che, associati alle parole, diventano sberleffi. La musica di Rino Gaetano va rivista anche in ottica di quell’orrenda censura a cui sono obbligati i cantanti dell’epoca, ovvero il playback, che questo interprete contrasta con una presenza scenica irriverente, fatta di strani balletti e sketch sfrontati. Come direbbe Carmelo Bene, Rino Gaetano eccede. Eccede a tal punto che più ci si avvicina alla parola emessa, più il suo nonsenso diventa incomunicabile. Ed è forse stata la vicinanza temporale e mediatica di chi l’ha ascoltato all’epoca ad aver generato un’incomprensione del suo repertorio, rendendolo noto al grande pubblico per quei pochi brani, quasi fosse un produttore di tormentoni, ma emarginato da un’élite culturale troppo occupata a difendere la canzone “impegnata” da quella “d’amore”, ritenuta minore.
In questo fraintendimento mediatico, il 1978 è anche l’anno di “Nuntereggae più”, la canzone-manifesto di Rino Gaetano. Il cantautore elenca una serie di titoli comparsi sui giornali dell’epoca menzionando partiti, modi di dire, lo scandalo della spiaggia di Capocotta con la morte di Wanna Montesi, e alcuni nomi celebri. Non si esprime con frasi verbali, non spiega l’associazione di idee che tiene insieme il testo. Rino Gaetano nella sua scrittura agisce per sottrazione, offrendo immagini immediate: reali, popolari, dissacranti al limite del grottesco, perciò ancora più disturbanti e quindi rigettate. Per questo motivo “Nuntereggae più” si presenta fin da subito scomoda, come dimostra il trattamento riservatogli da Maurizio Costanzo nel programma Acquario condotto per la Rai, indispettito per essere stato citato nel brano insieme a Susanna Agnelli, presente in trasmissione come intervistata.
Il “non ti reggo più”, declinato nel dialetto romano sul dittongo “ae” che richiama il reggae amato da Rino e recitato dalla voce fuori campo di Mauro Vicari, non è un urlo qualunquista come potrebbe apparire in un primo momento, ma una testimonianza d’amore che Rino Gaetano lascia alla società italiana, come confessa in un’intervista al critico letterario Enzo Siciliano. Nelle sue canzoni Rino Gaetano è come se si sedesse, “Al bar o nel metrò”, affianco alla gente comune per raccontare ciò che vede e ciò che sente dire, offrendo sicuramente una propria visione ma senza ergersi a portabandiera. Rino Gaetano è un cantautore del proletariato, in grado di indagarlo costantemente nelle paure e nelle tradizioni, nelle aspettative e nelle delusioni. La cifra artistica che lo contraddistingue è la capacità di rappresentare gli esclusi, raccontando i vizi e i malanni della società capitalista (“Spendi spandi effendi”) e delle sue istituzioni (“Rare tracce”) su arrangiamenti originali, a primo acchito allegri, ballabili, senza reclamare un’appartenenza partitica. La solitudine degli emarginati, l’alienazione degli operai all’interno delle grandi industrie, le usanze del sud e i flussi migratori, e ancora l’arrivismo delle lotte tra partiti ai danni delle classi rappresentate, o la malasanità: Rino Gaetano ha raccontato con voce graffiante e ironia tutti questi aspetti italiani, e insieme ha saputo cantare i temi più frivoli senza mai risultare banale. Basta ascoltare “A Kathmandu”, in cui vengono raccontati gli effetti delle droghe leggere, oppure l’amore che sboccia in estate di “Sfiorivano le viole”, o ancora gli umori di una donna che cresce all’interno della cultura italiana come “Aida”, per trovare continue citazioni storiche. Sempre della condizione femminile, Rino Gaetano ha raccontato i temi tabù come la masturbazione in “Sei ottavi” e la sessualità libera di “Berta filava” – altro grande successo dopo “Ma il cielo è sempre più blu” – con il suo diritto di far nascere un bambino “Che non era di Mario che non era di Gino”.
Viene così il 1978, anno cruciale nella carriera di Rino Gaetano, come si è visto. L’anno di un’Italia in piena crisi istituzionale, reduce dagli anni di piombo, le guerre di mafia, gli omicidi di Aldo Moro e Peppino Impastato, l’ultimo residuo della contestazione studentesca-operaia. A Sanremo Rino Gaetano vorrebbe gareggiare con “Nuntereggae più”, ma gli viene imposto di esibirsi con “Gianna”. Accetta e si presenta con un cilindro, il frac, una maglietta da marinaio, l’ukulele e le scarpe da ginnastica. Rino Gaetano canta e fa smorfie: per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola “sesso” grazie a Gianna, una quindicenne che deve scegliere se subito politicizzarsi o prima perdere la verginità. È l’apice della sua carriera e dura poco: morirà tre anni dopo, in quell’incidente stradale.
All’interno di un’Italia in piena transizione Rino Gaetano è a tutti gli effetti un cantante “politico”, vicino ai sentimenti del popolo, capace di dipingere la società, ma non molti lo hanno compreso: è rimasto, di fatto, “senza senso”. Oggi però, con maggiore consapevolezza dei nostri coetanei dell’epoca, possediamo i mezzi e la giusta distanza temporale per comprendere la portata artistica di Rino Gaetano in grado di essere estremamente attuale nelle dinamiche quotidiane della nostra società.
Fonte
Sono sempre più convinto che Gaetano sia stato il cantautore più acuto degli anni '70.
La sua prematura scomparsa ha privato la società italiana di un artista dotato di una capacità di sintesi che sarebbe stata utilissima, probabilmente essenziale, per comprendere anzitempo – rispetto a come si è invece – verificato i malvagi anni '80 e '90.
05/06/2017
2 giugno, l’Italia di Rino Gaetano nell’anniversario della sua scomparsa
Riproponiamo un articolo pubblicato sul nostro sito nel 2011
Riscoperto dal grande pubblico solo negli ultimi anni, Rino Gaetano è uno dei musicisti più interessanti del decennio ‘70-’80. Un narratore unico nel suo genere, ha rappresentato con ironia un paese in piena strategia della tensione, diviso, occupato politicamente dai soliti noti. Un poeta appassionato e surreale, anarchico e scomodo, avanti nel tempo, incompreso nell’Italia che si conservava nel suo rassicurante bigottismo. E’ scomparso a poco più di trent’anni in un incidente stradale il 2 giugno 1981. Ha lasciato un’eredità di canzoni di sorprendente attualità. La sorella Anna, interpellata da Senza Soste ha confessato di “non sentirsi stupita che le sue canzoni siano ascoltate durante i cortei studenteschi e gli venga riconosciuto un valore anche politico. Già dagli esordi di Rino, invitavo tutti a leggere bene i testi: non sono mai stati senza senso. Politicamente aveva le sue idee, ma allo stesso tempo riusciva a prendersi gioco di tutti i politici”. Aida, è un sorta di affresco dell’Italia contemporanea, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni ’70. Riascoltandola, sembra scritta oggi. (red.)
Articolo di Riccardo Venturi
Rino scelse già nel titolo un nome simbolico. Aida. L’opera di Giuseppe Verdi scritta per celebrare l’apertura del canale di Suez (e quando si dice canale di Suez, la memoria va a strategie, a guerre, ad affari planetari). Ma anche un nome portato da centinaia di vecchiette, sulla scia dell’opera di Verdi e di una presupposta glorificazione del “genio italico” (sebbene il canale di Suez fosse stato realizzato dal francese De Lesseps, i progetti originali sembra debbano essere attribuiti all’ingegnere italiano Luigi Negrelli, che non ricevette mai nessun riconoscimento ufficiale, ma che in Italia venne a lungo considerato come il “vero realizzatore” del canale). Quindi, di autentico colpo di genio si deve parlare per la scelta di questo nome da parte di Rino Gaetano. E si parte con i brevi versi della canzone, sciorinati uno dietro l’altro, raucamente urlati, inframezzati da alcune frasi musicali. Aida, cioè l’Italia, sfoglia il suo album di fotografie. I suoi ricordi. E non sono ricordi dolci. Sono ricordi di tabù, che vanno di pari passo con le “madonne” e coi “rosari” di una tradizione cattolica che rappresenta una parte decisiva della sua storia ed anche una parte decisiva della sua tragedia.
I “mille mari” del “mare nostrum”, delle Repubbliche Marinare le cui bandiere campeggiano nel vessillo della marina militare, della retorica del paese dei santi e navigatori. Una retorica nazionalista che ha il suo sbocco naturale nell’“alalà” del fascismo. I simboli della canzone procedono in concatenazione storica perfetta e non risparmiano il costume (i “vestiti di lino e seta” sono, pochi lo sanno, una citazione da un cinegiornale dell’Istituto Luce sul matrimonio di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano: “vestiti di lino e seta, dopo la cerimonia si avviano al radioso futuro di novelli sposi”.) C’è Marlene (Marlene Dietrich o Lilì Marlene, poco importa), ci sono i Tempi Moderni di Charlot e con loro il periodo tra le due guerre.E “dopo giugno”, cioè dopo il 10 giugno 1940, data in cui Benito Mussolini si affacciò al balconcino di Palazzo Venezia per annunciare agli “italiani di cielo, di terra e di mare” che “l’ora scoccata dal destino” era giunta, ecco il “gran conflitto”, ecco l’ “Egitto” di altre retoriche guerresche (El Alamein, Giarabub...). Ecco le “marce e svastiche”, ecco i “federali” fascisti (come non tornare anche al film con Ugo Tognazzi?).
Sotto i fanali, che potrebbero essere stati proprio quelli di Lilì Marlene, c’è solo oscurità. C’è l’oscuramento delle notti di guerra. C’è il buio di un futuro che non appare possibile. Il “ritorno in un paese diviso”, in un dopoguerra “più nero nel viso” in cui l’amore però ha un colore ben preciso: il rosso.
Il primo ritornello: “Aida, come sei bella”.
Il primo grido, al tempo stesso ironico e terribilmente sincero, di amore a questo paese di merda. Finisce la prima parte della storia ed inizia la seconda.
La seconda parte, quella del primo dopoguerra. Battaglie e compromessi, un paese in preda alla povertà più nera, ai lavoratori che fanno la fame, allo spettro del “terrore russo” agitato a partire dal 1947. Il piano Marshall, l’esclusione dei comunisti dal governo, il 18 aprile. Con un solo brevissimo verso viene innestata la storia nei suoi mille rivoli. Basterebbe solo questo per far definire Rino Gaetano un grandissimo, e questa sua canzone un capolavoro assoluto. Cristo e Stalìn.
Con quello “Stalìn” pronunciato popolarescamente (a volte si diceva anche “Stalino”). Il capo dell’Unione Sovietica, il faro dei lavoratori accentato come un contadino veneto. La scomunica dei comunisti da parte di Pio XII nel 1949. I carri armati russi in piazza San Pietro nel famoso manifesto elettorale della DC (“Volete che accada questo…?”).
L’assemblea Costituente. La democrazia, seguita da quel disperato “e chi ce l’ha”, quasi a dire che la democrazia in Italia nient’altro è stata che un’illusione, una facciata dietro alla quale si nascondeva l’eterno fascismo che sempre riaffiora. Ed è storia di questi giorni. E’ storia che non finisce. Che sembra non finire mai. ”Trent’anni di safari”, di caccia grossa. La depredazione. Qui non si può fare a meno di pensare a Pasolini. Gli scandali, dalle “antilopi” della Lockheed ai “lapin” di certe dame impellicciate che facevano da pendant ai detentori del potere e che a volte ne rimanevano vittime (chi mi viene a mente? forse la patronessa Maria Pia Fanfani, forse Wilma Montesi... o forse un qualcosa a metà tra entrambe).
Aida, come sei bella. Già. Peccato che ora ti sia pure decisamente imbruttita, sconciata, istupidita. Chissà cosa avrebbe scritto Rino Gaetano se una maledetta notte di giugno non se ne fosse andato, peraltro aiutato ad andarsene proprio dallo schifo tutto italiano di non trovare un posto in un pronto soccorso. Chissà quale sarebbe stato il seguito di “Aida”. Ma è inutile chiederselo, forse.
Rino Gaetano è stato rimosso. Ogni tanto si sente “Gianna Gianna”. Per situare finalmente “Mio fratello è figlio unico” nel posto dove deve stare, c’è voluto un film su una radio repressa. Il resto? Non si sa.
AIDA
Lei sfogliava i suoi ricordi
le sue istantanee
i suoi tabù
le sue madonne i suoi rosari
e mille mari
e alalà
i suoi vestiti di lino e seta
le calze a rete
Marlene e Charlot
e dopo giugno il gran conflitto
e poi l’Egitto
un’altra età
marce svastiche e federali
sotto i fanali
l’oscurità
e poi il ritorno in un paese diviso
nero nel viso
più rosso d’amore
Aida come sei bella
Aida le tue battaglie
i compromessi
la povertà
i salari bassi la fame bussa
il terrore russo
Cristo e Stalin
Aida la costituente
la democrazia
e chi ce l’ha
e poi trent’anni di safari
fra antilopi e giaguari
sciacalli e lapin
Aida come sei bella
Fonte
*****
Riscoperto dal grande pubblico solo negli ultimi anni, Rino Gaetano è uno dei musicisti più interessanti del decennio ‘70-’80. Un narratore unico nel suo genere, ha rappresentato con ironia un paese in piena strategia della tensione, diviso, occupato politicamente dai soliti noti. Un poeta appassionato e surreale, anarchico e scomodo, avanti nel tempo, incompreso nell’Italia che si conservava nel suo rassicurante bigottismo. E’ scomparso a poco più di trent’anni in un incidente stradale il 2 giugno 1981. Ha lasciato un’eredità di canzoni di sorprendente attualità. La sorella Anna, interpellata da Senza Soste ha confessato di “non sentirsi stupita che le sue canzoni siano ascoltate durante i cortei studenteschi e gli venga riconosciuto un valore anche politico. Già dagli esordi di Rino, invitavo tutti a leggere bene i testi: non sono mai stati senza senso. Politicamente aveva le sue idee, ma allo stesso tempo riusciva a prendersi gioco di tutti i politici”. Aida, è un sorta di affresco dell’Italia contemporanea, dal fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà enormi degli anni ’70. Riascoltandola, sembra scritta oggi. (red.)
Articolo di Riccardo Venturi
I “mille mari” del “mare nostrum”, delle Repubbliche Marinare le cui bandiere campeggiano nel vessillo della marina militare, della retorica del paese dei santi e navigatori. Una retorica nazionalista che ha il suo sbocco naturale nell’“alalà” del fascismo. I simboli della canzone procedono in concatenazione storica perfetta e non risparmiano il costume (i “vestiti di lino e seta” sono, pochi lo sanno, una citazione da un cinegiornale dell’Istituto Luce sul matrimonio di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano: “vestiti di lino e seta, dopo la cerimonia si avviano al radioso futuro di novelli sposi”.) C’è Marlene (Marlene Dietrich o Lilì Marlene, poco importa), ci sono i Tempi Moderni di Charlot e con loro il periodo tra le due guerre.E “dopo giugno”, cioè dopo il 10 giugno 1940, data in cui Benito Mussolini si affacciò al balconcino di Palazzo Venezia per annunciare agli “italiani di cielo, di terra e di mare” che “l’ora scoccata dal destino” era giunta, ecco il “gran conflitto”, ecco l’ “Egitto” di altre retoriche guerresche (El Alamein, Giarabub...). Ecco le “marce e svastiche”, ecco i “federali” fascisti (come non tornare anche al film con Ugo Tognazzi?).
Il primo ritornello: “Aida, come sei bella”.
Il primo grido, al tempo stesso ironico e terribilmente sincero, di amore a questo paese di merda. Finisce la prima parte della storia ed inizia la seconda.
La seconda parte, quella del primo dopoguerra. Battaglie e compromessi, un paese in preda alla povertà più nera, ai lavoratori che fanno la fame, allo spettro del “terrore russo” agitato a partire dal 1947. Il piano Marshall, l’esclusione dei comunisti dal governo, il 18 aprile. Con un solo brevissimo verso viene innestata la storia nei suoi mille rivoli. Basterebbe solo questo per far definire Rino Gaetano un grandissimo, e questa sua canzone un capolavoro assoluto. Cristo e Stalìn.
L’assemblea Costituente. La democrazia, seguita da quel disperato “e chi ce l’ha”, quasi a dire che la democrazia in Italia nient’altro è stata che un’illusione, una facciata dietro alla quale si nascondeva l’eterno fascismo che sempre riaffiora. Ed è storia di questi giorni. E’ storia che non finisce. Che sembra non finire mai. ”Trent’anni di safari”, di caccia grossa. La depredazione. Qui non si può fare a meno di pensare a Pasolini. Gli scandali, dalle “antilopi” della Lockheed ai “lapin” di certe dame impellicciate che facevano da pendant ai detentori del potere e che a volte ne rimanevano vittime (chi mi viene a mente? forse la patronessa Maria Pia Fanfani, forse Wilma Montesi... o forse un qualcosa a metà tra entrambe).
Aida, come sei bella. Già. Peccato che ora ti sia pure decisamente imbruttita, sconciata, istupidita. Chissà cosa avrebbe scritto Rino Gaetano se una maledetta notte di giugno non se ne fosse andato, peraltro aiutato ad andarsene proprio dallo schifo tutto italiano di non trovare un posto in un pronto soccorso. Chissà quale sarebbe stato il seguito di “Aida”. Ma è inutile chiederselo, forse.
Rino Gaetano è stato rimosso. Ogni tanto si sente “Gianna Gianna”. Per situare finalmente “Mio fratello è figlio unico” nel posto dove deve stare, c’è voluto un film su una radio repressa. Il resto? Non si sa.
AIDA
Lei sfogliava i suoi ricordi
le sue istantanee
i suoi tabù
le sue madonne i suoi rosari
e mille mari
e alalà
i suoi vestiti di lino e seta
le calze a rete
Marlene e Charlot
e dopo giugno il gran conflitto
e poi l’Egitto
un’altra età
marce svastiche e federali
sotto i fanali
l’oscurità
e poi il ritorno in un paese diviso
nero nel viso
più rosso d’amore
Aida come sei bella
Aida le tue battaglie
i compromessi
la povertà
i salari bassi la fame bussa
il terrore russo
Cristo e Stalin
Aida la costituente
la democrazia
e chi ce l’ha
e poi trent’anni di safari
fra antilopi e giaguari
sciacalli e lapin
Aida come sei bella
Fonte
24/03/2017
14/02/2017
09/02/2017
07/02/2017
11/01/2017
31/12/2016
L'operaio della Fiat (La 1100)
Un ottimo pezzo per augurarsi un 2017 migliore, ma solo ai "proletari" di ogni luogo, razza, religione e sarcazzi assortiti.
Invece a padroni, dirigenti, intellettuali organici, banchieri, politici di complemento, "tecnici" (mortacci ai tecnici!!!) l'augurio di prenderselo finalmente nel culo!!!
Capisaldi 2016
Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.
A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.
Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.
C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.
A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.
Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.
Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.
Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.
Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.
Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.
Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.
Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...
Tanta roba per il trio romano dunque!
A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.
Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.
C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.
A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.
Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.
Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.
Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.
Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.
Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.
Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.
Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...
Tanta roba per il trio romano dunque!
04/12/2016
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