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sabato 31 dicembre 2016

Capisaldi 2016

Ultimi scampoli d'anno, quindi tempo di resoconti, una volta tanto, almeno si spera... puntuali.

A livello generale è il caso di rispolverare il vecchio adagio "anno bisesto, anno funesto" data la merda che ha abbondantemente caratterizzato ogni ambito della vita umana in questo 2016.

Dei decessi nel mondo dell'arte hanno parlato tutti e pure troppo, io per fortuna – non me ne voglia nessuno – mi inquieto molto di più per i licenziamenti di massa, ultimi in ordine di tempo quelli operati da Almaviva, e per i frutti malati che la competizione globale continua a produrre in Medio Oriente piuttosto che in Ucraina.

C'è stato anche del buono, comunque, mi riferisco allo scollamento ormai conclamato tra masse ed élite dirigenti che nel corso dell'anno si è materializzato nella Brexit, nell'elezione di Trump e nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre, tre eventi che hanno aperto faglie potenzialmente insanabili nei rapporti "democratici" che hanno accompagnato l'ultimo trentennio, almeno in occidente.

A dispetto dell'anno precedente, che fu piuttosto avaro quanto a nuovi ascolti, il 2016 è stato ricco di soddisfazioni a partire dai classici, con Led Zeppelin e Black Sabbath impostisi stabilmente nei miei ascolti giornalieri, passando per una rinnovata passione per il cantautorato italiano – Fabrizio De André con Volume 8 e Rino Gaetano con... tutta la sua produzione – e due inaspettati ritorni.

Il primo è stato Pylon, ultimo album dei Killing Joke che mi ha lasciato assolutamente senza parole: sinteticamente posso scrivere che a mio parere si tratta della migliore uscita della formazione britannica dai tempi di Pandemonium. Un'uscita che segna il passo perchè fonde meglio di quanto sia mai stato fatto (ed io conosca) sonorità post-punk, groove industrial e potenza elettronica in un'amalgama che non stanca nonostante l'attualissima – in senso sociale e politico – ossessività che caratterizza ogni brano.

Il secondo è, invece, The Most Intelligent Child di quei Moloty che, ormai 3 anni fa, furono la miccia che fece definitivamente esplodere la rivoluzione all'interno dei miei ascolti.

Dopo aver partecipato alla campagna di finanziamento per il disco che mi sono trovato tra le mani, li avevo letteralmente persi di vista e ne avevo anche limitato molto gli ascolti, prevalentemente perché la loro musica, per me trova la migliore dimensione in momenti di riflessione intellettuale ed umana che, col peggioramento delle condizioni materiali personali, trovano sempre meno spazio in cui svilupparsi.

Ritrovarli è stato, quindi, un piacevolissimo deja-vu oltre che un'occasione, l'ennesima, per prendere atto e riflettere che questo stile di vita, così appiattito sul nasci – consuma (sempre meno che c'è deflazione) – muori è sempre più asfissiante soprattutto a livello psicologico ed emotivo.

Ho scritto deja-vu perché il nuovo album s'inserisce perfettamente nel solco tracciato dal suo predecessore, con la differenza che questa volta l'esperienza non è a "basso costo" e si sente. A giudicare dalla qualità della registrazione e più in generale di come suona il disco, penso che la campagna di autofinanziamento abbia prodotto frutti lusinghieri e le composizioni, ma soprattutto le atmosfere della formazione romana, non hanno potuto che giovarne enormemente.

Dal momento che, come ho scritto poc'anzi, sono particolarmente legato all'atmosfera che i Molotoy mi aiutano a costruire, ho registrato con un certo fastidio il numero maggiore d'inserti vocali presenti nel disco rispetto al passato. Pur rendendomi conto che la scelta sia artisticamente e commercialmente funzionale alle economie del gruppo a me non garba.

Resta comunque il fatto che, nei miei ascolti, i Molotoy continuano a configurarsi come gli unici "esordienti" in cui sia palpabile una sincerità nell'arte smarrita più o meno come risulta smarrita la capacità di rompere gli schemi all'interno dell'intellettualismo di sinistra...

Tanta roba per il trio romano dunque!

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