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sabato 24 dicembre 2016

Un nuovo ’93? Il contesto internazionale

La maggiore differenza fra la situazione del 1993 e quella attuale sta nel contesto internazionale che stava costruendo un nuovo ordine mondiale monopolare, in piena espansione finanziaria e con classi dirigenti che godevano di un sufficiente (se non ampio) consenso popolare nel 1993 e che oggi è l’esatto contrario.

Oggi, l’ordine mondiale monopolare è franato, ma non è stato sostituito da un diverso ordine mondiale multipolare. Gli Usa conservano ancora consistenti residui dell’ordine monopolare: il controllo della moneta di riferimento internazionale, una supremazia militare scossa dalle sconfitte mediorientali ma che ne fanno ancora la maggiore potenza mondiale e di molte lunghezze, la maggiore centrale della finanza mondiale, il peso preponderante negli organismi internazionali, ma non hanno più la forza di imporre unilateralmente le decisioni della comunità internazionale, non riescono ad avere un colpo d’ala che li trascini fuori dalla crisi e questo determina un malessere interno che si è espresso nell’elezione di Trump.

D’altra parte, i Bric sono fortemente cresciuti (e dietro di loro avanza una nuova schiera di emergenti come Messico, Indonesia, Corea...) stanno diventando rispettabili potenze militari (India e Cina) o lo stanno ri-diventando (Russia), ma iniziano a risentire della crisi euro-americana, hanno perso lo slancio economico di otto anni fa, non riescono a sovvertire la preponderanza americana.

Gli Usa continuano ad essere l’unica superpotenza in grado di intervenire militarmente in ogni angolo del pianeta, ma, a differenza del passato, devono fare i conti con la grande potenza della regione in cui intervenissero; mentre gli emergenti hanno la forza di imporsi come grande potenza di area regionale, ma non riescono a ridurre al loro livello la super potenza americana. Abbiamo una sola super potenza e quattro grandi potenze regionali.

Insomma gli Usa non hanno più la forza imperiale di venti anni fa, ma hanno la forza per impedire che si affermi un equilibrio multipolare basato su grandi potenze regionali e senza nessuna super potenza. Ma i Brics hanno la forza per impedire l’ordine monopolare, ma non quella per  ricacciare gli Usa entro la rispettiva area regionale.

Per di più, c’è una profonda asimmetria fra i paesi occidentali, a regime liberaldemocratico e ad economia liberista, nei quali la finanza ha un forte potere condizionante, ed i paesi emergenti, in particolare Russia e Cina, dove il potere politico ha assai meno condizionamenti ed in cui sussistono molti elementi di capitalismo di stato.

E così non abbiamo due ipotesi di ordine mondiale ma nessun ordine mondiale vigente, mentre i vari attori si sfidano indirettamente in  varie crisi locali sempre più numerose (Ucraina, Siria, Iran, Oceano Pacifico, Oceano Indiano ecc.) che, per ora, scaricano la tensione che si va accumulando e se ci si consente l’ossimoro, siamo in una situazione di “stallo instabile”.

D’altra parte il blocco euro-americano è stato investito da una crisi finanziaria, che è man mano divenuta economica con i tassi occupazionali più bassi dell’ultimo trentennio, una massiccia erosione dei salari ed una conseguente caduta dei consumi. Il suo eccezionale prolungamento (di fatto, l’unica crisi paragonabile è quella del 1929) sta ora ripercuotendosi sui paesi fornitori di materie prime (Brasile in primo luogo, ma anche Russia) e sui paesi in cui era stata delocalizzata la manifattura (in particolare in Cina, che resiste in parte grazie alla tenuta del mercato interno). Di fronte a questo andamento economico-finanziario, le banche centrali e quelle di investimento, non hanno trovato altro rimedio che continue ondate di liquidità che hanno avuto soprattutto l’effetto di ingigantire il debito grazie al meccanismo degli interessi.

Le classi dirigenti rifiutano di prendere atto dell’origine della crisi: la strutturazione iper-finanziaria dei mercati che ha trovato sfogo prima nel crollo dei mutui sub-prime e dopo nello scoppio delle successive bolle delle materie prime e nel gonfiamento dei debiti pubblici. Dell’enorme massa di liquidità emessa ben poco è andato all’economia reale (forse neppure il 10%) mentre il resto ha trovato re-impieghi finanziari. Si è affermato un modello di “produzione di denaro a mezzo denaro” saltando il passaggio della merce che nessuno ha messo o mette in discussione. Così come non è messo in discussione l’assurdo ordinamento tributario punitivo nei confronti dei ceti medi e delle classi subalterne e premiale nei confronti delle grandi centrali finanziarie. La mobilità incontrollata dei capitali ha di fatto concesso al grande capitale privato di scegliersi lo stato cui pagare le tasse e che, prevedibilmente, è sempre quello a minor costo. L’inevitabile risultato è stata una fortissima pressione fiscale dei paesi più indebitati (come Grecia, Portogallo ed Italia) che sta soffocando ogni possibilità di ripresa di quei paesi.

Peraltro, questa sordità delle classi dirigenti economiche ma anche politiche, è del tutto comprensibile dal loro punto di vista, dato che rivedere le regole dell’ordinamento neo liberista implicherebbe una secca perdita di potere delle classi capitalistiche.

D’altra parte, la persistenza del sistema di potere neo liberista è anche prodotta dalla assenza di una opposizione interna al sistema politico: la completa omologazione delle socialdemocrazie al neo liberismo, di cui, ormai, sono solo una piccola variante, ha privato il sistema di ogni possibilità ai autocorrezione.

E questo è il principale motivo dell’ondata neo liberista che si è scatenata tanto in Europa, quanto negli Usa. La crisi continua a mordere e non c’è una ipotesi riformista, per cui l’elettorato esce dallo schema prefissato e vota partiti neo populisti prevalentemente di destra. Questa prevalenza di una protesta di destra è fortemente assecondata da due fattori: il fenomeno migrativo e la protesta contro un ordinamento che, minando il principio di sovranità nazionale, svuota di significato il principio della sovranità popolare e, di conseguenza, la democrazia.

Il fenomeno dell’immigrazione fornisce un comodo nemico su cui scaricare la colpa di tutto, un po’ come con gli ebrei nella crisi degli anni trenta e, nello stesso tempo, la coincidenza con il terrorismo jihadista fornisce alimento all’industria della paura.

La sinistra, da questo punto di vista (parlo della sinistra non liberista, ovviamente,) non riesce a muoversi sui due terreni per retaggi ideologici che, privi di qualsiasi aggiornamento alla situazione esistente, impediscono ogni chiarezza di pensiero e di azione. Sulla questione dell’immigrazione, la sinistra (dalla Linke a Podemos alla sinistra italiana) non riesce ad andare oltre un genericissimo internazionalismo venato di buonismo, ma non è in grado di prospettare una concreta politica di accoglienza ed integrazione. Sulla critica alla globalizzazione, la sinistra teme ogni presa di distanza da essa (in particolare in tema di unificazione europea e moneta unica) come un ritorno al nazionalismo di cui diffida. Il risultato è una sostanziale paralisi che rende irrilevante la sinistra che non vuole i tecnocrati di Bruxelles e le politiche di austerità, ma difende l’Euro (come se le due cose fossero estranee l’una all’altra), e si accontenta di favoleggiare su “un nuovo Euro” che nei fatti non può esistere. Il risultato è di diventare irrilevante nello scontro fra l’ondata populista e l’establishment.

Per troppo tempo la sinistra ha smesso di studiare e di discutere, accontentandosi di mandare in Parlamento un drappello di politici di professione privi di ogni cultura politica. Ma si può sempre ricominciare.

Dunque, ora abbiamo una ondata di protesta che delegittima le classi dirigenti dall’interno, quel che costituisce un elemento di fragilità in più ed una condizione favorevole al crollo del sistemi politico italiano ancora più spiccata che nel 1992-93.


Molti spunti interessanti nell'analisi di Giannuli che però non capisco dove voglia andare a parare chiaramente, o meglio mi pare del tutto interna alla concezione del modo di produzione capitalista come sistema unico e quindi a politiche di sinistra riformiste.

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