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12/04/2026
19/05/2025
Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte
di Carlo Formenti
5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto
Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.
Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.
Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate” (sottolineatura mia) (p. 136).
L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).
Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)
In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.
L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza” (sottolineatura mia).
Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.
5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto
Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.
Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.
A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.
Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate” (sottolineatura mia) (p. 136).
L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).
Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)
In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.
L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza” (sottolineatura mia).
Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.
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Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).
A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).
L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).
Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.
Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.
Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).
Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.
“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.
“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”
“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
*****
Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.
A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).
Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.
*****
Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.
Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).
Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).
Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).
La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)
Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.
Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...
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Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).
Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.
È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.
La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).
Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).
La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.
Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).
Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.
A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...]” (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.
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Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.
Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.
Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).
Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.
Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.
Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).
Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).
Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).
Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).
Note
(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.
(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.
(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.
(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.
(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.
(6) Op. cit.,p. 478.
(7) Ivi, p. 479.
(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.
(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.
(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.
(11) Op. cit., p. 474.
(12) Ivi, p. 468.
(13) Ivi, p. 475.
(14) Ivi, p. 480.
(15) Ivi, p. 481.
(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.
(17) Ivi, p. 97.
(18) Ivi, pp. 107 e segg.
(19) Ibidem.
(20) Ibidem.
(21) Ibidem.
(22) Ivi, p. 119.
(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.
(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.
(25) Ivi, p. 177.
(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.
(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.
(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.
(30) Ivi, p. 57.
(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).
(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.
(33) Ibidem, p. 31.
Fonte
05/08/2024
Pericoli di guerra e recessione USA mandano in fibrillazione le Borse
“Dopo un venerdì nero sui mercati, arriva un lunedì da dimenticare” scrive oggi Milano Finanza.
Forti vendite in Asia per timori di una recessione in atto negli Usa e di una Fed che ora sarà costretta a tagliare i tassi dello 0,5% a settembre. A questo si aggiungono le forti tensioni in Medio Oriente con l’attesa di un attacco dell’Iran in giornata su Israele.
Anche secondo Il Sole 24 Ore “prosegue il sentiment negativo sui mercati azionari europei, reduci da una settimana turbolenta, con lo spettro recessione negli Stati Uniti in agguato, che ha trascinato giù anche l’Asia, mentre sale l’allerta per l’escalation del conflitto in Medio Oriente”.
La situazione più pesante appare quella del Giappone (dove le borse hanno chiuso questa mattina). Qui si parla apertamente di panic sell (panico da vendite) e dell’azzeramento dei guadagni di borsa del 2024. È in corso un ribasso devastante dell’indice di borsa Nikkei, che registra la “seconda peggior performance dal 1987, anno del famigerato lunedì nero che scosse le borse mondiali”.
Il Nikkei annulla i guadagni visti da inizio anno in poche sedute, “il panic sell è ovvio e la fuga dal rischio è palese. Crollano anche i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi che si riportano dalla zona dell’1% allo 0,75%, quindi forti acquisti anche sui bond così come per il cambio dollaro-yen che si porta da area 146 a 142 nella notte. Guadagni da inizio anno azzerati per il Nikkei che con questo crollo segna una delle sue peggiori pagine storiche per ribassi giornalieri”, lo afferma un analista consultato da Milano Finanza. Il mercato sta “confermando che il deterioramento della situazione macroeconomica si sta palesando con estrema violenza sul mercato azionario”.
Ma cosa accadendo sui mercati? Secondo l’analista di Xtb David Pascucci, consultato da Milano Finanza, “il legame tra tasso di disoccupazione, mercati azionari, inflazione e tassi di interesse alti è assolutamente fondamentale e il recente rialzo del tasso di disoccupazione negli Usa apre la pista a quella che potrebbe essere una recessione, recessione confermata dal Sahm Indicator che si riporta sopra lo 0,5, livello che non si vedeva dal 2008 escludendo la distorsione del periodo pandemico”. Secondo l’analista “La narrativa strong & resilient di Powell (governatore della Fed statunitense, ndr) è alla fine crollata sotto i colpi spietati del mercato che non si fida più delle parole ma dei fatti”.
Fonte
Forti vendite in Asia per timori di una recessione in atto negli Usa e di una Fed che ora sarà costretta a tagliare i tassi dello 0,5% a settembre. A questo si aggiungono le forti tensioni in Medio Oriente con l’attesa di un attacco dell’Iran in giornata su Israele.
Anche secondo Il Sole 24 Ore “prosegue il sentiment negativo sui mercati azionari europei, reduci da una settimana turbolenta, con lo spettro recessione negli Stati Uniti in agguato, che ha trascinato giù anche l’Asia, mentre sale l’allerta per l’escalation del conflitto in Medio Oriente”.
La situazione più pesante appare quella del Giappone (dove le borse hanno chiuso questa mattina). Qui si parla apertamente di panic sell (panico da vendite) e dell’azzeramento dei guadagni di borsa del 2024. È in corso un ribasso devastante dell’indice di borsa Nikkei, che registra la “seconda peggior performance dal 1987, anno del famigerato lunedì nero che scosse le borse mondiali”.
Il Nikkei annulla i guadagni visti da inizio anno in poche sedute, “il panic sell è ovvio e la fuga dal rischio è palese. Crollano anche i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi che si riportano dalla zona dell’1% allo 0,75%, quindi forti acquisti anche sui bond così come per il cambio dollaro-yen che si porta da area 146 a 142 nella notte. Guadagni da inizio anno azzerati per il Nikkei che con questo crollo segna una delle sue peggiori pagine storiche per ribassi giornalieri”, lo afferma un analista consultato da Milano Finanza. Il mercato sta “confermando che il deterioramento della situazione macroeconomica si sta palesando con estrema violenza sul mercato azionario”.
Ma cosa accadendo sui mercati? Secondo l’analista di Xtb David Pascucci, consultato da Milano Finanza, “il legame tra tasso di disoccupazione, mercati azionari, inflazione e tassi di interesse alti è assolutamente fondamentale e il recente rialzo del tasso di disoccupazione negli Usa apre la pista a quella che potrebbe essere una recessione, recessione confermata dal Sahm Indicator che si riporta sopra lo 0,5, livello che non si vedeva dal 2008 escludendo la distorsione del periodo pandemico”. Secondo l’analista “La narrativa strong & resilient di Powell (governatore della Fed statunitense, ndr) è alla fine crollata sotto i colpi spietati del mercato che non si fida più delle parole ma dei fatti”.
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07/09/2023
Recessione. Se Roma piange Berlino non ride
La Germania è in recessione e ciò si ripercuote anche sul Pil dell’Italia. Questo è il quadro dipinto dal Centro studi Confindustria a fine luglio.
La Germania è infatti tra i principali mercati di sbocco per i beni italiani: le nostre imprese sono subfornitrici di molte industrie tedesche, specie nell’automotive e soprattutto di beni intermedi. Intere aree produttive del nostro paese dipendono dall’andamento della produzione in Germania. Ma l’economia tedesca ha iniziato il 2023 con un calo del Pil dello 0,1%, dopo quello di -0,4% di fine 2022.
In pratica, sta subendo la seconda recessione nell’arco di tre anni. Infatti è dal 2019 che la “locomotiva d’Europa” batte in testa e fa i conti con la recessione. Ma nel 2022 ad aggravare le cose è arrivato lo shock dei prezzi energetici, la guerra in Ucraina, la decisione di rinunciare agli acquisti a prezzi vantaggiosi del gas russo.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Germania quest’anno potrebbe essere l’unico membro del G7 con un PIL in contrazione, con un calo stimato intorno allo 0,3%. Le cause andrebbero ricercate soprattutto nella flessione dell’export verso la Cina e nel crollo dei consumi interni dovuto all’inflazione.
Allo shock di quello che molti cominciano a definire il rischio “stagflazione” (stagnazione+inflazione) le autorità tedesca reagiscono con furore e con qualche trucco contabile.
La Germania “non è il malato d’Europa”, questa è “una diagnosi sbagliata” e “il modello economico tedesco non è obsoleto” ha dichiarato dal presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, in un’intervista al quotidiano Handelsblatt. Il banchiere centrale tedesco ha commentato la recessione tecnica in cui si trova il suo Paese, le cui previsioni economiche appaiono cupe. Nagel è uno dei fustigatori rigoristi che in questi anni hanno preteso lo strangolamento della Grecia e l’austerity in Italia.
Ma a svelare le furbate sul bilancio della virtuosa Germania, è stata proprio la Corte dei Conti tedesca, denunciando che centinaia di miliardi di interventi pubblici non erano presenti nel bilancio ordinario tedesco, ma classificati in fondi extrabilancio.
A questi ultimi l’Eurostat aveva dato il placet affinché venissero rilevati come deficit e debito non nell’anno in cui le misure erano varate, ma esclusivamente in quello in cui fossero eventualmente utilizzate davvero e per la sola parte utilizzata pro quota.
In Germania è bene sapere che sono attivi 29 ‘fondi speciali’ a livello federale per un totale di 869 miliardi totali, di cui 522 miliardi di debito potenziale a fine 2022. La Corte dei Conti tedesca sottolinea che si tratta di una cifra circa cinque volte superiore all’indebitamento registrato nel periodo di pianificazione finanziaria dal 2023 al 2027.
“Gli attivi speciali sono quindi, per la maggior parte, dei depositi di debito esternalizzati”, accusano i magistrati contabili tedeschi, chiarendo che “è più esatto parlare di debiti speciali piuttosto che di attivi speciali”. Di conseguenza, anche l’indebitamento netto effettivo, compresi i fondi speciali, è notevolmente superiore all’indebitamento netto indicato nel bilancio federale.
L’uso fuori controllo di fondi speciali mette quindi a rischio le prerogative parlamentari in termini di budget e secondo la Corte dei Conti “i fondi speciali esistenti devono essere valutati regolarmente e la loro continuazione deve essere ben giustificata”. I fondi speciali più recenti sono dello scorso anno.
Tra questi ci sono il fondo da 100 miliardi per le spese militari tedesche e quello per la stabilizzazione economica da 200 miliardi a fronte della crisi energetica dovuta all’interruzione dell’importazione di gas russo a prezzi vantaggiosi.
La settimana scorsa, il governo tedesco ha messo a punto un pacchetto di aiuti alle aziende e alle famiglie che comporterà un calo del gettito fiscale di circa 7 miliardi di euro nel primo anno: 2,6 miliardi per il governo federale, 2,5 miliardi per gli Stati federali e 1,9 miliardi per i Comuni.
La maggior parte del piano in 10 misure presentato da Scholz martedì era già stata annunciata, compreso il Fondo speciale per il clima e la trasformazione del valore di circa 212 miliardi di euro per il periodo dal 2024 al 2027.
Di contro si segnala però l’aumento delle buste paga: in Germania i salari sono finora cresciuti nel 2023 del 6,6%, più dell’inflazione sotto la spinta degli accordi per le categorie più forti come i metalmeccanici e i lavoratori della Lufthansa. Uno scenario che la Bce e i rigoristi di Bruxelles vedono come fumo negli occhi, anche in Germania, ma soprattutto negli altri paesi come l’Italia.
Fonte
La Germania è infatti tra i principali mercati di sbocco per i beni italiani: le nostre imprese sono subfornitrici di molte industrie tedesche, specie nell’automotive e soprattutto di beni intermedi. Intere aree produttive del nostro paese dipendono dall’andamento della produzione in Germania. Ma l’economia tedesca ha iniziato il 2023 con un calo del Pil dello 0,1%, dopo quello di -0,4% di fine 2022.
In pratica, sta subendo la seconda recessione nell’arco di tre anni. Infatti è dal 2019 che la “locomotiva d’Europa” batte in testa e fa i conti con la recessione. Ma nel 2022 ad aggravare le cose è arrivato lo shock dei prezzi energetici, la guerra in Ucraina, la decisione di rinunciare agli acquisti a prezzi vantaggiosi del gas russo.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la Germania quest’anno potrebbe essere l’unico membro del G7 con un PIL in contrazione, con un calo stimato intorno allo 0,3%. Le cause andrebbero ricercate soprattutto nella flessione dell’export verso la Cina e nel crollo dei consumi interni dovuto all’inflazione.
Allo shock di quello che molti cominciano a definire il rischio “stagflazione” (stagnazione+inflazione) le autorità tedesca reagiscono con furore e con qualche trucco contabile.
La Germania “non è il malato d’Europa”, questa è “una diagnosi sbagliata” e “il modello economico tedesco non è obsoleto” ha dichiarato dal presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, in un’intervista al quotidiano Handelsblatt. Il banchiere centrale tedesco ha commentato la recessione tecnica in cui si trova il suo Paese, le cui previsioni economiche appaiono cupe. Nagel è uno dei fustigatori rigoristi che in questi anni hanno preteso lo strangolamento della Grecia e l’austerity in Italia.
Ma a svelare le furbate sul bilancio della virtuosa Germania, è stata proprio la Corte dei Conti tedesca, denunciando che centinaia di miliardi di interventi pubblici non erano presenti nel bilancio ordinario tedesco, ma classificati in fondi extrabilancio.
A questi ultimi l’Eurostat aveva dato il placet affinché venissero rilevati come deficit e debito non nell’anno in cui le misure erano varate, ma esclusivamente in quello in cui fossero eventualmente utilizzate davvero e per la sola parte utilizzata pro quota.
In Germania è bene sapere che sono attivi 29 ‘fondi speciali’ a livello federale per un totale di 869 miliardi totali, di cui 522 miliardi di debito potenziale a fine 2022. La Corte dei Conti tedesca sottolinea che si tratta di una cifra circa cinque volte superiore all’indebitamento registrato nel periodo di pianificazione finanziaria dal 2023 al 2027.
“Gli attivi speciali sono quindi, per la maggior parte, dei depositi di debito esternalizzati”, accusano i magistrati contabili tedeschi, chiarendo che “è più esatto parlare di debiti speciali piuttosto che di attivi speciali”. Di conseguenza, anche l’indebitamento netto effettivo, compresi i fondi speciali, è notevolmente superiore all’indebitamento netto indicato nel bilancio federale.
L’uso fuori controllo di fondi speciali mette quindi a rischio le prerogative parlamentari in termini di budget e secondo la Corte dei Conti “i fondi speciali esistenti devono essere valutati regolarmente e la loro continuazione deve essere ben giustificata”. I fondi speciali più recenti sono dello scorso anno.
Tra questi ci sono il fondo da 100 miliardi per le spese militari tedesche e quello per la stabilizzazione economica da 200 miliardi a fronte della crisi energetica dovuta all’interruzione dell’importazione di gas russo a prezzi vantaggiosi.
La settimana scorsa, il governo tedesco ha messo a punto un pacchetto di aiuti alle aziende e alle famiglie che comporterà un calo del gettito fiscale di circa 7 miliardi di euro nel primo anno: 2,6 miliardi per il governo federale, 2,5 miliardi per gli Stati federali e 1,9 miliardi per i Comuni.
La maggior parte del piano in 10 misure presentato da Scholz martedì era già stata annunciata, compreso il Fondo speciale per il clima e la trasformazione del valore di circa 212 miliardi di euro per il periodo dal 2024 al 2027.
Di contro si segnala però l’aumento delle buste paga: in Germania i salari sono finora cresciuti nel 2023 del 6,6%, più dell’inflazione sotto la spinta degli accordi per le categorie più forti come i metalmeccanici e i lavoratori della Lufthansa. Uno scenario che la Bce e i rigoristi di Bruxelles vedono come fumo negli occhi, anche in Germania, ma soprattutto negli altri paesi come l’Italia.
Fonte
17/08/2023
L'economia di guerra della Russia
di Michael Roberts
Questa settimana la banca centrale russa ha tenuto una riunione straordinaria per discutere il livello del suo tasso di interesse dopo che il rublo russo è sceso al punto più debole in quasi 17 mesi. L'incontro ha deciso di aumentare il tasso di interesse della banca per i prestiti al 12% (dall'8,5%) al fine di sostenere il rublo.
La valuta russa ha costantemente perso valore dall'inizio dell'anno e ora ha superato i 100 RUB/$. È in calo del 26%. La causa principale di questo declino è il calo dei proventi delle esportazioni di petrolio e l'aumento del costo delle spese militari per proseguire la guerra contro l'Ucraina.
Quando è iniziata l'invasione russa nel febbraio 2022, il rublo è sceso al minimo storico di 150 RUB/$. I ricchi russi hanno prelevato i loro soldi per un importo di 170 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali è finita nelle proprietà e nelle banche europee.
Settimane dopo l'invasione russa dell'Ucraina, un funzionario statunitense ha predetto che le sanzioni avrebbero dimezzato il PIL della Russia. Ma questo si è rivelato un'assurdità, il PIL russo è sceso solo del 2,5%. Questo perché la banca centrale ha introdotto controlli sui capitali che hanno bloccato il flusso di denaro dei ricchi russi verso l'estero. E mentre il prezzo dell'energia è salito alle stelle nel corso dell'anno successivo, il rublo ha guadagnato forza e ha raggiunto il massimo di sette anni. I ricavi delle esportazioni sono aumentati, mentre le sanzioni e il calo della domanda interna hanno portato a un calo delle importazioni, quindi la bilancia commerciale e il conto corrente della Russia sono aumentati notevolmente, rafforzando il rublo. Due terzi del surplus commerciale erano dovuti all'aumento dei proventi delle esportazioni e un terzo al calo delle importazioni.
Sembrava che le sanzioni contro le banche e le società russe e il divieto di utilizzare l'energia russa non fossero riusciti a mettere in ginocchio l'economia russa. La Russia è stata in grado di reindirizzare le sue esportazioni di energia in Asia (seppur a un prezzo inferiore) e trovare spedizioni "ombra" per consegnarle.
Ma i prezzi dell'energia sono scesi negli ultimi sei mesi e il prezzo massimo del petrolio russo imposto dagli alleati della NATO ha avuto qualche effetto nel ridurre i proventi delle esportazioni, mentre i costi della guerra sono aumentati. Il budget per la difesa del 2023 è previsto a 100 miliardi di dollari, ovvero un terzo di tutta la spesa pubblica.
La produzione nazionale della Russia è aumentata del 4,9% nel secondo trimestre del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022. Si tratta di un dato positivo, ma gran parte dell'aumento della produzione è relativo ad attrezzature e servizi militari. La produzione di “prodotti metallici finiti”, cioè armi e munizioni, è aumentata del 30% nella prima metà dell'anno rispetto alla precedente. Anche la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici è aumentata del 30%, mentre la produzione di abbigliamento speciale è aumentata del 76%. Al contrario, la produzione di auto è in calo di oltre il 10% su base annua. La Russia è ora un'economia di guerra. La Russia è stata in grado di importare molti dei beni che l'Occidente ha vietato – dagli iPhone alle automobili ai chip dei computer – ma lo fa attraverso paesi terzi, una via indiretta che aumenta i prezzi.
Immediatamente dopo l'inizio dell'invasione, i salari reali per il russo medio sono diminuiti drasticamente mentre l'economia domestica è crollata. Ma la tenuta delle entrate energetiche e la bassa domanda interna ha mantenuto bassa l'inflazione dei prezzi. Poiché i lavoratori russi erano sempre più impiegati nella produzione di armi o nell'esercito, i salari aumentavano. Nel maggio 2023, i salari reali sono aumentati del 13,3% su base annua. Un tale miglioramento senza dubbio aiuta a mantenere il sostegno al regime di Putin.
Ma negli ultimi mesi la ricchezza delle entrate energetiche è diminuita. I ricavi delle esportazioni di energia della Russia dovrebbero diminuire da 340 miliardi di dollari nel 2022 a 200 miliardi di dollari quest'anno e del prossimo. Il surplus delle partite correnti della Russia è sceso a 25,2 miliardi di dollari nei primi sette mesi dell'anno, un calo dell'85% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
All'inizio della guerra, la Russia disponeva di un ampio stock di attività finanziarie "per un giorno di pioggia". Ma adesso piove, anche se solo lievemente. Il National Wealth Fund (NWF) della Russia aveva risparmi e beni per un valore del 10,2% del PIL all'inizio dell'invasione. Ma ora è sceso al 7,2% poiché i rubli perdono valore e le spese di guerra aumentano.
E l'economia civile e la produzione domestica stanno soffrendo. Le sanzioni stanno bloccando le importazioni di tecnologia e altri componenti chiave della produzione. Circa il 65% delle imprese industriali in Russia dipende dalle attrezzature importate.
Tuttavia, l'impatto delle sanzioni occidentali resta lento. Potrebbe indebolire la produttività russa e la produzione interna a lungo termine, ma non fermerà ora la macchina da guerra russa e le entrate energetiche per finanziarla. Ciò potrebbe accadere solo se l'Asia in rapida crescita guidata da Cina e India si rifiutasse di acquistare petrolio e gas russi, ma è vero il contrario: stanno acquistando di più a prezzi bassi.
La macchina da guerra russa continuerà a marciare, ma con l'accelerazione dell'emigrazione dei lavoratori qualificati e del capitale posseduto dai russi più ricchi, sta indebolendo la valuta e riducendo la manodopera qualificata disponibile nella produzione.
L'inflazione era diminuita nell'ultimo anno a causa del crollo della domanda interna e delle merci importate dall'estero. Ma se la valuta continua a scendere, l'inflazione inizierà a salire, incrementando la pressione sulla banca centrale per aumentare i tassi di interesse al fine di sostenere la valuta e cercare di frenare l'inflazione. Un rublo più forte e tassi di interesse più elevati significherebbero minori entrate in valuta estera e un'economia interna più debole. Ciò colpirà duramente le famiglie russe.
Allo stato attuale, la crescita media potenziale russa non è probabilmente superiore all'1,5% all'anno poiché la crescita russa è limitata dall'invecchiamento e dal calo della popolazione, con bassi tassi di investimento e produttività. La redditività del capitale produttivo russo anche prima della guerra era molto bassa.
L'economia suggerisce che Putin può continuare la guerra contro l'Ucraina per diversi anni a venire, anche tenendo conto del crollo della valuta e dell'aumento dell'inflazione e dei tassi di interesse. Naturalmente, ciò non tiene conto degli sviluppi politici (come la rivolta di Wagner o possibili risultati positivi della controffensiva ucraina sostenuto dalla NATO). Tutto questo potrebbe minacciare il governo di Putin, e il prossimo marzo si terranno le elezioni presidenziali, come presumibilmente si dovrebbero tenere in Ucraina. Sia Putin che Zelensky dovranno affrontare gli elettori, almeno in teoria.
Ma il messaggio di fondo è che la debolezza degli investimenti, della produttività e della redditività del capitale russo, anche escludendo le sanzioni, significa che la Russia rimarrà debole economicamente per il resto di questo decennio.
Fonte
Questa settimana la banca centrale russa ha tenuto una riunione straordinaria per discutere il livello del suo tasso di interesse dopo che il rublo russo è sceso al punto più debole in quasi 17 mesi. L'incontro ha deciso di aumentare il tasso di interesse della banca per i prestiti al 12% (dall'8,5%) al fine di sostenere il rublo.
La valuta russa ha costantemente perso valore dall'inizio dell'anno e ora ha superato i 100 RUB/$. È in calo del 26%. La causa principale di questo declino è il calo dei proventi delle esportazioni di petrolio e l'aumento del costo delle spese militari per proseguire la guerra contro l'Ucraina.
Quando è iniziata l'invasione russa nel febbraio 2022, il rublo è sceso al minimo storico di 150 RUB/$. I ricchi russi hanno prelevato i loro soldi per un importo di 170 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali è finita nelle proprietà e nelle banche europee.
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| Russia: flussi netti di capitali esteri in miliardi di dollari trimestrali |
Settimane dopo l'invasione russa dell'Ucraina, un funzionario statunitense ha predetto che le sanzioni avrebbero dimezzato il PIL della Russia. Ma questo si è rivelato un'assurdità, il PIL russo è sceso solo del 2,5%. Questo perché la banca centrale ha introdotto controlli sui capitali che hanno bloccato il flusso di denaro dei ricchi russi verso l'estero. E mentre il prezzo dell'energia è salito alle stelle nel corso dell'anno successivo, il rublo ha guadagnato forza e ha raggiunto il massimo di sette anni. I ricavi delle esportazioni sono aumentati, mentre le sanzioni e il calo della domanda interna hanno portato a un calo delle importazioni, quindi la bilancia commerciale e il conto corrente della Russia sono aumentati notevolmente, rafforzando il rublo. Due terzi del surplus commerciale erano dovuti all'aumento dei proventi delle esportazioni e un terzo al calo delle importazioni.
Sembrava che le sanzioni contro le banche e le società russe e il divieto di utilizzare l'energia russa non fossero riusciti a mettere in ginocchio l'economia russa. La Russia è stata in grado di reindirizzare le sue esportazioni di energia in Asia (seppur a un prezzo inferiore) e trovare spedizioni "ombra" per consegnarle.
Ma i prezzi dell'energia sono scesi negli ultimi sei mesi e il prezzo massimo del petrolio russo imposto dagli alleati della NATO ha avuto qualche effetto nel ridurre i proventi delle esportazioni, mentre i costi della guerra sono aumentati. Il budget per la difesa del 2023 è previsto a 100 miliardi di dollari, ovvero un terzo di tutta la spesa pubblica.
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| Spesa pubblica per la guerra, in miliardi di rubli |
La produzione nazionale della Russia è aumentata del 4,9% nel secondo trimestre del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022. Si tratta di un dato positivo, ma gran parte dell'aumento della produzione è relativo ad attrezzature e servizi militari. La produzione di “prodotti metallici finiti”, cioè armi e munizioni, è aumentata del 30% nella prima metà dell'anno rispetto alla precedente. Anche la produzione di computer, prodotti elettronici e ottici è aumentata del 30%, mentre la produzione di abbigliamento speciale è aumentata del 76%. Al contrario, la produzione di auto è in calo di oltre il 10% su base annua. La Russia è ora un'economia di guerra. La Russia è stata in grado di importare molti dei beni che l'Occidente ha vietato – dagli iPhone alle automobili ai chip dei computer – ma lo fa attraverso paesi terzi, una via indiretta che aumenta i prezzi.
Immediatamente dopo l'inizio dell'invasione, i salari reali per il russo medio sono diminuiti drasticamente mentre l'economia domestica è crollata. Ma la tenuta delle entrate energetiche e la bassa domanda interna ha mantenuto bassa l'inflazione dei prezzi. Poiché i lavoratori russi erano sempre più impiegati nella produzione di armi o nell'esercito, i salari aumentavano. Nel maggio 2023, i salari reali sono aumentati del 13,3% su base annua. Un tale miglioramento senza dubbio aiuta a mantenere il sostegno al regime di Putin.
Ma negli ultimi mesi la ricchezza delle entrate energetiche è diminuita. I ricavi delle esportazioni di energia della Russia dovrebbero diminuire da 340 miliardi di dollari nel 2022 a 200 miliardi di dollari quest'anno e del prossimo. Il surplus delle partite correnti della Russia è sceso a 25,2 miliardi di dollari nei primi sette mesi dell'anno, un calo dell'85% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
All'inizio della guerra, la Russia disponeva di un ampio stock di attività finanziarie "per un giorno di pioggia". Ma adesso piove, anche se solo lievemente. Il National Wealth Fund (NWF) della Russia aveva risparmi e beni per un valore del 10,2% del PIL all'inizio dell'invasione. Ma ora è sceso al 7,2% poiché i rubli perdono valore e le spese di guerra aumentano.
E l'economia civile e la produzione domestica stanno soffrendo. Le sanzioni stanno bloccando le importazioni di tecnologia e altri componenti chiave della produzione. Circa il 65% delle imprese industriali in Russia dipende dalle attrezzature importate.
Tuttavia, l'impatto delle sanzioni occidentali resta lento. Potrebbe indebolire la produttività russa e la produzione interna a lungo termine, ma non fermerà ora la macchina da guerra russa e le entrate energetiche per finanziarla. Ciò potrebbe accadere solo se l'Asia in rapida crescita guidata da Cina e India si rifiutasse di acquistare petrolio e gas russi, ma è vero il contrario: stanno acquistando di più a prezzi bassi.
La macchina da guerra russa continuerà a marciare, ma con l'accelerazione dell'emigrazione dei lavoratori qualificati e del capitale posseduto dai russi più ricchi, sta indebolendo la valuta e riducendo la manodopera qualificata disponibile nella produzione.
L'inflazione era diminuita nell'ultimo anno a causa del crollo della domanda interna e delle merci importate dall'estero. Ma se la valuta continua a scendere, l'inflazione inizierà a salire, incrementando la pressione sulla banca centrale per aumentare i tassi di interesse al fine di sostenere la valuta e cercare di frenare l'inflazione. Un rublo più forte e tassi di interesse più elevati significherebbero minori entrate in valuta estera e un'economia interna più debole. Ciò colpirà duramente le famiglie russe.
Allo stato attuale, la crescita media potenziale russa non è probabilmente superiore all'1,5% all'anno poiché la crescita russa è limitata dall'invecchiamento e dal calo della popolazione, con bassi tassi di investimento e produttività. La redditività del capitale produttivo russo anche prima della guerra era molto bassa.
L'economia suggerisce che Putin può continuare la guerra contro l'Ucraina per diversi anni a venire, anche tenendo conto del crollo della valuta e dell'aumento dell'inflazione e dei tassi di interesse. Naturalmente, ciò non tiene conto degli sviluppi politici (come la rivolta di Wagner o possibili risultati positivi della controffensiva ucraina sostenuto dalla NATO). Tutto questo potrebbe minacciare il governo di Putin, e il prossimo marzo si terranno le elezioni presidenziali, come presumibilmente si dovrebbero tenere in Ucraina. Sia Putin che Zelensky dovranno affrontare gli elettori, almeno in teoria.
Ma il messaggio di fondo è che la debolezza degli investimenti, della produttività e della redditività del capitale russo, anche escludendo le sanzioni, significa che la Russia rimarrà debole economicamente per il resto di questo decennio.
Fonte
16/08/2023
Guerra in Ucraina - Kiev non sfonda, in Occidente inizia lo scaricabarile?
di Gianandrea Gaiani
Sui fronti di Zaporizhia e Donetsk in oltre due mesi di controffensiva gli ucraini vantano di aver liberato un’area di 360 chilometri quadrati, meno dell’estensione del comune di Ferrara (402 kmq) e una superficie pari allo 0,02% del territorio ucraino controllato dai russi (nella mappa qui sotto in blu le aree conquistate dagli ucraini in due mesi di attacchi sul Fronte di Zaporoizhia).
Successi territoriali a dir poco limitati a qualche villaggio raso al suolo nella “terra di nessuno” dove peraltro i russi hanno riguadagnato posizioni contrattaccando negli ultimi giorni. Piccoli successi inficiati soprattutto dall’avanzata delle truppe di Mosca tra le regioni di Luhansk e Kharkiv, specie nel settore di Kupyansk dove le truppe di Mosca sarebbero a meno di 7 chilometri dalla città e avrebbero ammassato ampie riserve, forse per lanciare una più ampia offensiva.
Pesanti le perdite subite da Kiev. Secondo i russi i caduti tra il 4 giugno e fine luglio sarebbero tra 36mila e 42 mila a seconda delle stime oltre a 1.700 mezzi corazzati e blindati e 350 pezzi d’artiglieria distrutti, danneggiati o finiti in mani russe. La distruzione di molti mezzi non ha scoraggiato i comandi ucraini che continuano a rinnovare gli assalti sui fronti di Zaporizhia e Donetsk affidandoli soprattutto alla fanteria con conseguenze sulle perdite ben evidenziate da molti canali Telegram militari sia russi che ucraini.
La controffensiva a lungo preannunciata e poi scatenata il 4 giugno aveva l’obiettivo (più politico che militare) di strappare a ogni costo quanto più territorio ucraino alle truppe russe per continuare a ottenere il supporto militare ed finanziario dell’Occidente: impossibile infatti ritenere che l’obiettivo di riconquistare tutti i territori perduti (inclusa persino la Crimea) fosse alla portata delle forze di Kiev.
Un obiettivo che, come ha sostenuto in più occasioni il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, permetterebbe agli ucraini di negoziare da una posizione più forte con i russi. Per Kiev invece nessun negoziato sarà possibile fino al completo ritiro russo anche dalla Crimea.
Verso un cambio di narrazione
Anche per queste ragioni la controffensiva ucraina continua, sanguinosa anche se meno intensa, in cerca di successi spendibili sul piano politico. Nonostante si continuino a inviare armi e mezzi a Kiev, in Occidente appare sempre più palpabile il progressivo cambio di narrazione e di prospettive.
Se nella primavera 2022 l’accordo mediato dalla Turchia (e rivendicato anche recentemente da Ankara) per far cessare il conflitto venne fatto fallire dalla linea sostenuta apertamente da Londra e Washington per cui “la guerra doveva continuare per logorare la Russia”, oggi anche i vertici della NATO si limitano a spingere gli ucraini a cercare successi per negoziare meglio con Mosca.
Da un lato USA e alleati dichiarano che sono gli ucraini a dover scegliere se e quando negoziare con i russi, dall’altro Zelensky ha messo fuori legge tutte le opposizioni e si appoggia sulle forze ultra-nazionaliste che non gli perdonerebbero negoziati in cui giocoforza Kiev dovrebbe cedere ampi territori.
I grandi media statunitensi hanno sempre offerto uno sguardo sulla guerra più realistico rispetto a quelli europei e soprattutto italiani ma negli ultimi giorni reportage, commenti e analisi pubblicati oltre Atlantico sembrano preparare l’opinione pubblica alla possibile sconfitta o quanto meno al mancato successo della controffensiva Ucraina.
Ieri il New York Times segnalava, in un articolo che citava alcuni analisti militari, progressi ucraini in due settori del Fronte di Zaporizhia rilevando avanzate di 16/19 chilometri ma rispetto alle linee di partenza delle forze di Kiev nella controffensiva, non in profondità nelle linee russe che restano intatte.
L’obiettivo di Kiev è raggiungere il Mar d’Azov per interrompere la continuità geografica tra il Donbass occupato dai russi e la Crimea, meta che resta al momento lontana mentre gli stessi analisti citati dal quotidiano statunitense avvertono che le forze ucraine devono ancora affrontare una lunga, lenta e sanguinosa avanzata contro le truppe russe posizionate dietro difese ben progettate e fortificate.
Il 3 agosto il New York Times evidenziava il fallimento della controffensiva e dell’addestramento impartito dall’Occidente agli ucraini mettendo in guardia dai rischi di puntare sul logoramento delle forze russe considerato che Mosca gode di un significativo vantaggio sull’Ucraina in termini di uomini e risorse e che Putin sembra contare proprio sull’esaurimento delle forze e delle riserve di munizioni ucraine per vincere il conflitto.
Sul piano territoriale, inoltre, i successi ucraini restano circoscritti, e “le speranze della NATO di grandi avanzate da parte delle formazioni corazzate ucraine non si sono materializzate, almeno per ora”. Il NYT sottolineava inoltre che la rinuncia alle dottrine occidentali da parte delle forze ucraine solleva quesiti in merito alla qualità e all’efficacia dell’addestramento e dei mezzi forniti dall’Occidente, visto anche il vasto dispendio economico (quasi 50 miliardi di dollari di aiuti militari elargiti finora solo dagli Stati Uniti).
Nei giorni scorsi ancora il New York Times riferiva delle pesanti perdite subite da molte brigate ucraine, alcune ritirate dal fronte perché ormai prive di capacità di combattimento.
“Molti pensavano che sarebbe stato molto veloce e che saremmo stati in Crimea in autunno. Ma ogni metro è molto difficile”, ha detto il comandante di un battaglione che ha ammesso di aver subito pesanti perdite a causa dei campi minati, dell’artiglieria e degli attacchi aerei russi. “Ho perso molto e alcuni dei nuovi arrivati sono mentalmente a pezzi” ammettendo di aver subito perdite simili nella regione di Kherson l’anno scorso.
Militari sentiti dal NYT accusano i comandanti di spingere le reclute in battaglia, di utilizzare unità impreparate come avanguardia e che il tipo di addestramento e molti mezzi ricevuti dall’Occidente sono forse adatti alle guerre anti-insurrezionali in Iraq e Afghanistan ma non certo a confrontarsi con la potenza di fuoco dei russi in una battaglia convenzionale.
Un riferimento ai mezzi ruotati MRAP, concepiti per proteggere i militari dagli ordigni improvvisati (IED) di talebani e ISIS, poi forniti in gran quantità all’esercito di Kiev e mostrati distrutti o danneggiati in gran numero dai media e dai social russi.
Il 10 agosto il Washington Post ha scritto che dopo due mesi di controffensiva con pochi progressi visibili sul fronte e un’estate implacabile e sanguinosa in tutto il paese, la narrativa di unità e perseveranza senza fine ha cominciato a sfilacciarsi.
Il numero di morti – migliaia, incalcolabili – aumenta ogni giorno. Milioni di persone sono sfollate e non vedono alcuna possibilità di tornare a casa. In ogni angolo del paese, i civili sono esausti per l’ondata di recenti attacchi russi...
A Smila, nell’Ucraina centrale, la fornaia Alla Blyzniuk, 42 anni, ha detto al WP di vendere giornalmente dolci per i ricevimenti funebri mentre i genitori si preparano a seppellire i loro figli uccisi sul fronte a centinaia di chilometri di distanza.
Prima, ha detto, anche quando la situazione era dolorosa, “le persone erano unite”. Si sono offerti volontari, hanno preparato i pasti l’uno per l’altro e hanno consegnato cibo ai soldati. Ora, ha detto, c’è un senso di delusione collettiva. Blyzniuk vive anche nella paura che suo marito o due figli in età da combattimento vengano mobilitati. Ha già notato che molti meno uomini camminano per le strade della sua città rispetto a prima. L’Ucraina non rivela il conteggio delle sue perdite militari, ma tutti condividono storie, ha detto, di reclute al fronte sopravvissute solo due o tre giorni.
Un militare dei reparti sanitari ha detto al WP che “a volte i corpi dei soldati sono così fatti a pezzi che devono usare due o tre sacchi per contenerli. Ci sono momenti in cui un soldato viene restituito con solo il 15% del corpo. Non ho mai visto così tanto sangue prima. È un prezzo così duro per la libertà”.
Brucia anche il contrasto tra i drammi della guerra e la vita “normale” di tanti a Kiev. Yulia Paltseva, 36 anni, ha detto al WP di essere rimasta scioccata dal modo in cui i residenti di Kiev continuano a fare feste e socializzare. Il suo ragazzo è al fronte e sarà presto trasferito a combattere vicino a Bakhmut.
“Tutte quelle persone che ballano e sorridono dovrebbero ricordare che ci sono quei soldati come il mio ragazzo nelle trincee senza alcuna rotazione e che vengono bombardati ogni giorno”, ha detto.
Le critiche tedesche ai militari ucraini
Testimonianze e analisi crude appaiono sempre più spesso sui media statunitensi, con minore frequenza su quelli europei mentre in Germania il quotidiano Bild ha rivelato il 24 luglio un documento riservato della Bundeswehr intitolato “Osservazioni sulle Forze armate ucraine”, in cui con molti dettagli si esprimono critiche alle forze armate ucraine per la fallita controffensiva.
In particolare i militari tedeschi lamentano la disorganizzazione delle forze di Kiev nonostante l’addestramento ricevuto in Germania. L’Ucraina, secondo la Bundeswehr, ha creato troppe piccole unità formate a volte solo da 10-30 soldati addestrati in occidente. Una situazione che aumenta il “pericolo di fuoco amico” e non aiuta a “stabilire una supremazia” sul campo come ci si aspettava, mentre “gli elementi di manovra mancano di punto focale per costruire il proprio slancio o stabilire la supremazia del fuoco”. Le Forze armate tedesche quindi attribuiscono il flop della controffensiva alla “dottrina operativa Ucraina”.
Secondo la Bundeswehr, non c’è stato un corretto apprendimento dell’addestramento occidentale, che ha contrastato con la dottrina di combattimento dei soldati ucraini più esperti. Secondo il documento, infatti, i militari più giovani o con esperienza recente di combattimento hanno ottenuto maggiore successo a livello di formazione rispetto ai veterani. Tuttavia, una volta tornati in Ucraina, hanno dovuto affrontare il problema di essere comandati da ufficiali che non hanno agito secondo le procedure occidentali.
Il documento tedesco evidenzia che la superiorità delle truppe ucraine su quelle russe, auspicata dagli addestratori dei Paesi occidentali, è “svanita” e sottolinea che “più un militare ucraino acquisisce esperienza di combattimento e più sale di gerarchia, meno interiorizza o accetta i fondamenti dell’addestramento occidentale”. Secondo l’analista militare Julian Röpke, in questo modo il comando ucraino annulla i successi dei soldati addestrati in Occidente e perde un vantaggio nel conflitto.
A Londra invece, il report quotidiano attribuito all’intelligence (in realtà un classico prodotto delle Operazioni Psicologiche) ha scritto qualche giorno or sono che la crescita della vegetazione sul campo di battaglia nel sud dell’Ucraina è probabilmente uno dei fattori che contribuiscono al generale lento progresso della controffensiva ucraina. Erbacce e arbusti sulla terra lasciata incolta per 18 mesi aiuterebbero i russi a camuffare le posizioni difensive rendendo più difficile la bonifica dei campi minati.
Valutazioni opportunistiche
Le valutazioni ingenerose della Bundeswehr non sembrano tenere conto di alcuni aspetti che peraltro avrebbero dovuto risultare evidenti già da tempo e che in più occasioni abbiamo evidenziato su Analisi Difesa.
Dal quartier generale di Berlino non è emerso nessun cenno di autocritica per l’addestramento sommario impartito in Germania come altrove per appena un paio di mesi in molti a casi a reclute del tutto inesperte, al rapido addestramento di equipaggi trasformati in carristi in appena 8 settimane e mandati all’assalto in mezzo a campi minati, droni, missili anticarro e artiglierie a bordo di carri armati e veicoli corazzati occidentali privi di protezioni aggiuntive e corazzature reattive.
Comprensibile che reclute inesperte abbiano appreso meglio come impiegare un veicolo corazzato occidentale rispetto ai veterani, abituati a impiegare quelli di tipo russo/sovietico (solo per citare una differenza, i carri russi hanno 3 uomini di equipaggio, quelli occidentali 4). Per i vertici militari di Berlino le problematiche emerse in battaglia non sono legate a singoli errori o carenze nell’addestramento effettuato dagli eserciti occidentali ma alla “dottrina operativa Ucraina”.
Eppure basterebbe notare che l’esercito di Kiev ha sofferto il sacrificio di tante brigate di veterani nelle battaglie invernali di logoramento a Bakhmut, Soledar, Avdiivka e Marinka. O che l’Ucraina ha ricevuto si tanti armamenti e veicoli ma delle tipologie più varie mettendo in campo 170 diversi sistemi d’arma principali e veicoli corazzati e blindati di cui è impossibile gestire la logistica specie in un contesto così usurante come una guerra convenzionale su vasta scala.
In un Occidente abituato da decenni a impiegare numeri limitati di militari professionisti in conflitti anti-insurrezionali non dovrebbe sfuggire la difficoltà a impiegare in una guerra a elevata intensità truppe di leva, spesso poco e mal addestrate ed equipaggiate, tenuto conto che l’Ucraina sta raschiando il fondo del barile per colmare nei ranghi i vuoti lasciati dalle perdite subite.
Sul sito del ministero della Difesa ucraino è recentemente apparsa un’ampia sezione che invita combattenti stranieri ad arruolarsi nella Legione Internazionale.
Peraltro le criticità anche sociali del sistema di arruolamenti di massa in una nazione ad altissimo tasso di corruzione e illegalità è apparsa in tutta la sua evidenza con la rimozione, ordinata da Zelensky l’11 agosto, di tutti i comitati militari regionali. Sono già in corso 112 procedimenti penali contro funzionari dei comitati con l’accusa di abuso di potere con casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”.
Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali e avrebbero incassato denaro, case all’estero e auto di lusso per evitare a qualcuno il richiamo alle armi. Senza contare che in tema di corruzione e malversazione anche la posizione del ministro della Difesa Oleksi Reznikov appare da mesi traballante.
Quanto alle critiche per i mancati successi ucraini qualche domanda dovremmo pure porcela anche in ambito UE/NATO. Possibile che nessuno abbia notato che per armare le reclute ucraine abbiamo svuotato i magazzini di munizioni ma anche di armi e mezzi a volte nuovi e in servizio, più spesso radiati da tempo e a volte in pessime condizioni?
Semmai dovremmo chiederci quanti reparti di eserciti NATO reggerebbero per oltre due mesi le perdite e l’usura di un’offensiva contro le linee russe a Bakhmut o l’assalto alla Linea Surovikin. Siamo certi che ci sia oggi un solo stato membro della NATO in grado di sopportare tra i propri militari di professione le perdite sofferte dagli ucraini di leva nel Donbass? Sopportarle non solo in termini militari ma anche di tenuta sociale e politica della nazione.
Di certo, dalle notizie emerse in questi ultimi 18 mesi, nessun esercito europeo avrebbe a disposizione il numero di truppe, armi pesanti e soprattutto munizioni per tenere 800 chilometri di fronte contro i russi neppure qualche settimana. Sarebbe meglio ricordare tutto questo prima di impartire lezioni col ditino alzato a chi in trincea combatte, muore o resta mutilato, per giunta andando all’assalto quasi sempre senza nessuna copertura aerea.
Prepararsi al peggio?
La tendenza allo scaricabarile, ad auto assolversi dalle responsabilità per una sconfitta che è anche nostra, (il sottosegretario di Stato Victoria Nuland ha detto che Washington ha lavorato per molti mesi con gli ucraini a pianificare la controffensiva) mentre i militari ucraini cadono a migliaia di fronte alle linee russe non fa onore all’Europa e alla NATO e potrebbe indicare l’affermarsi in Occidente di una nuova narrazione, tesa a prendere gradualmente le distanze dai fallimenti, sconfitte o mancate vittorie di Kiev.
I primi segnali di questa tendenza legata agli insuccessi della controffensiva ucraina si erano avuti al vertice NATO di Vilnius con il battibecco a distanza tra il ministro della Difesa britannico Ben Wallace e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky circa la necessità che gli ucraini mostrino riconoscenza per quanto fatto dall’Occidente per aiutarli.
Un dibattito presto rientrato ma a Vilnius gli ucraini hanno toccato con mano l’improvvisa freddezza degli alleati rispetto all’approccio applicato nel conflitto riassumibile nello slogan “armiamoci e partite”. Non si può escludere quindi che i vertici politici di Stati Uniti ed Europa abbiano ormai compreso che l’Ucraina non può vincere e che qualcuno cerchi una exit strategy dal conflitto, certo poco onorevole ma non sorprendente se guardiamo ai tanti precedenti da Saigon a Kabul.
L’Europa è economicamente in ginocchio, Germania e Italia in testa con le loro industrie manifatturiere: il crollo della produzione industriale unito a energia a caro prezzo ed incerto approvvigionamento e alta inflazione stanno concretizzando il rischio della de-industrializzazione. Solo negli ultimi giorni il Financial Times ha reso noto che le perdite dirette delle società europee nel mercato russo ammontano ad almeno 100 miliardi di euro dall’inizio della guerra in Ucraina senza contare l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime con il settore petrolifero che ha sofferto maggiormente.
Eppure solo un anno or sono Ursula von der Leyen (peraltro in buona compagnia) ci spiegava che la Russia sarebbe collassata in poche settimane e che i soldati russi rubavano le schede elettroniche da frigoriferi e lavatrici per sopperire alle carenze dell’industria bellica.
Invece, comunque vada sui campi di battaglia ucraini, l’Europa ha già rovinosamente perso il conflitto e a spiegarci quello che ci attende nel dopoguerra ha provveduto l’8 agosto l’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale, spiegando che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto” (700/1.000 miliardi di euro) e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione.
Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.
I prodromi della sconfitta?
Oltreoceano lo scenario che si sta delineando appare quindi chiaro: dopo essersi suicidata con sanzioni e guerra alla Russia per seguire supinamente gli anglo-americani, l’Europa impoverita, indebolita e disarmata dovrà farsi carico anche della ricostruzione di un’Ucraina devastata che rappresenterà a lungo un fardello per il Vecchio Continente.
Del resto in autunno prenderà il via un’altra infuocata campagna per la Casa Bianca e nessun candidato incasserà consensi dal permanere del rischio di una guerra con la Russia in cui non si può mai escludere l’escalation nucleare, né tantomeno dal buttare denaro nel tritacarne ucraino
Lo ha ricordato indirettamente il 4 agosto un sondaggio pubblicato da CNN in cui emerge che il 55% degli americani è contrario ad ulteriori stanziamenti federali per l’Ucraina: il 51% degli intervistati ritiene che Washington abbia fatto abbastanza per Kiev, contro un 48% di opinione contraria, in netto calo rispetto al 62% di un anno fa.
Per quanto riguarda il genere di aiuti da fornire, il 63% menziona la cooperazione d’intelligence, il 53% l’addestramento militare, il 43% la fornitura di armi e solo il 17% sosterrebbe un dispiegamento di truppe statunitensi sul terreno. Il sondaggio dimostra inoltre una forte divisione basata sullo schieramento politico: il 71% di coloro che si dichiarano Repubblicani si oppongono ad ulteriori finanziamenti da parte del Congresso, mentre il 62% dei Democratici è favorevole.
Per chiarire ancora meglio lo scenario che si sta configurando negli Stati Uniti, il 12 agosto il deputato repubblicano Warren Davidson ha scritto su X (ex Twitter) che “gli americani sono stanchi di finanziare infinite guerre per procura. Oggi io e i miei colleghi abbiamo inviato una lettera chiedendo al presidente Biden di ritirare l’ultimo pacchetto di aiuti fino a quando il Congresso non avrà ricevuto una strategia e una missione complessiva per il coinvolgimento in Ucraina”.
Nella lettera, sottoscritta insieme con altri 11 colleghi della Camera dei Rappresentanti, si legge: “Stiamo scrivendo per esprimere la nostra forte opposizione alla Sua più recente richiesta di stanziamenti supplementari di 40 miliardi di dollari, inclusi 24 miliardi per l’Ucraina. Questa richiesta aggrava la spesa in deficit fuori controllo della Sua amministrazione e aggira l’accordo bipartisan sul tetto del debito. Gli americani sono stanchi di finanziare guerre infinite e vogliono politiche che non solo aiutino a ripristinare la situazione fiscale a Washington, ma mettano anche l’America e i cittadini americani al primo posto”.
Davidson e i repubblicani hanno scritto che prima che “il Congresso possa finanziare responsabilmente la guerra per procura in corso in Ucraina”, l’amministrazione Biden “ha l’obbligo di spiegare, esplicitamente e ufficialmente, ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere in Ucraina”. I firmatari della lettera chiedono al presidente di “ritirare” la sua richiesta di stanziamenti multimiliardari fino a quando non fornirà “al Congresso una strategia e una missione complessivi per il coinvolgimento degli Stati Uniti in Ucraina”.
La lettera di Davidson costituisce probabilmente solo un anticipo dell’aspro dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi negli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina, col rischio che dalle critiche alle spese finanziarie e al coinvolgimento militare ad annunciare che “questa non è la nostra guerra” il passo sia davvero breve.
Fonte
Sui fronti di Zaporizhia e Donetsk in oltre due mesi di controffensiva gli ucraini vantano di aver liberato un’area di 360 chilometri quadrati, meno dell’estensione del comune di Ferrara (402 kmq) e una superficie pari allo 0,02% del territorio ucraino controllato dai russi (nella mappa qui sotto in blu le aree conquistate dagli ucraini in due mesi di attacchi sul Fronte di Zaporoizhia).
Successi territoriali a dir poco limitati a qualche villaggio raso al suolo nella “terra di nessuno” dove peraltro i russi hanno riguadagnato posizioni contrattaccando negli ultimi giorni. Piccoli successi inficiati soprattutto dall’avanzata delle truppe di Mosca tra le regioni di Luhansk e Kharkiv, specie nel settore di Kupyansk dove le truppe di Mosca sarebbero a meno di 7 chilometri dalla città e avrebbero ammassato ampie riserve, forse per lanciare una più ampia offensiva.
Pesanti le perdite subite da Kiev. Secondo i russi i caduti tra il 4 giugno e fine luglio sarebbero tra 36mila e 42 mila a seconda delle stime oltre a 1.700 mezzi corazzati e blindati e 350 pezzi d’artiglieria distrutti, danneggiati o finiti in mani russe. La distruzione di molti mezzi non ha scoraggiato i comandi ucraini che continuano a rinnovare gli assalti sui fronti di Zaporizhia e Donetsk affidandoli soprattutto alla fanteria con conseguenze sulle perdite ben evidenziate da molti canali Telegram militari sia russi che ucraini.
La controffensiva a lungo preannunciata e poi scatenata il 4 giugno aveva l’obiettivo (più politico che militare) di strappare a ogni costo quanto più territorio ucraino alle truppe russe per continuare a ottenere il supporto militare ed finanziario dell’Occidente: impossibile infatti ritenere che l’obiettivo di riconquistare tutti i territori perduti (inclusa persino la Crimea) fosse alla portata delle forze di Kiev.
Un obiettivo che, come ha sostenuto in più occasioni il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, permetterebbe agli ucraini di negoziare da una posizione più forte con i russi. Per Kiev invece nessun negoziato sarà possibile fino al completo ritiro russo anche dalla Crimea.
Verso un cambio di narrazione
Anche per queste ragioni la controffensiva ucraina continua, sanguinosa anche se meno intensa, in cerca di successi spendibili sul piano politico. Nonostante si continuino a inviare armi e mezzi a Kiev, in Occidente appare sempre più palpabile il progressivo cambio di narrazione e di prospettive.
Se nella primavera 2022 l’accordo mediato dalla Turchia (e rivendicato anche recentemente da Ankara) per far cessare il conflitto venne fatto fallire dalla linea sostenuta apertamente da Londra e Washington per cui “la guerra doveva continuare per logorare la Russia”, oggi anche i vertici della NATO si limitano a spingere gli ucraini a cercare successi per negoziare meglio con Mosca.
Da un lato USA e alleati dichiarano che sono gli ucraini a dover scegliere se e quando negoziare con i russi, dall’altro Zelensky ha messo fuori legge tutte le opposizioni e si appoggia sulle forze ultra-nazionaliste che non gli perdonerebbero negoziati in cui giocoforza Kiev dovrebbe cedere ampi territori.
I grandi media statunitensi hanno sempre offerto uno sguardo sulla guerra più realistico rispetto a quelli europei e soprattutto italiani ma negli ultimi giorni reportage, commenti e analisi pubblicati oltre Atlantico sembrano preparare l’opinione pubblica alla possibile sconfitta o quanto meno al mancato successo della controffensiva Ucraina.
Ieri il New York Times segnalava, in un articolo che citava alcuni analisti militari, progressi ucraini in due settori del Fronte di Zaporizhia rilevando avanzate di 16/19 chilometri ma rispetto alle linee di partenza delle forze di Kiev nella controffensiva, non in profondità nelle linee russe che restano intatte.
L’obiettivo di Kiev è raggiungere il Mar d’Azov per interrompere la continuità geografica tra il Donbass occupato dai russi e la Crimea, meta che resta al momento lontana mentre gli stessi analisti citati dal quotidiano statunitense avvertono che le forze ucraine devono ancora affrontare una lunga, lenta e sanguinosa avanzata contro le truppe russe posizionate dietro difese ben progettate e fortificate.
Il 3 agosto il New York Times evidenziava il fallimento della controffensiva e dell’addestramento impartito dall’Occidente agli ucraini mettendo in guardia dai rischi di puntare sul logoramento delle forze russe considerato che Mosca gode di un significativo vantaggio sull’Ucraina in termini di uomini e risorse e che Putin sembra contare proprio sull’esaurimento delle forze e delle riserve di munizioni ucraine per vincere il conflitto.
Sul piano territoriale, inoltre, i successi ucraini restano circoscritti, e “le speranze della NATO di grandi avanzate da parte delle formazioni corazzate ucraine non si sono materializzate, almeno per ora”. Il NYT sottolineava inoltre che la rinuncia alle dottrine occidentali da parte delle forze ucraine solleva quesiti in merito alla qualità e all’efficacia dell’addestramento e dei mezzi forniti dall’Occidente, visto anche il vasto dispendio economico (quasi 50 miliardi di dollari di aiuti militari elargiti finora solo dagli Stati Uniti).
Nei giorni scorsi ancora il New York Times riferiva delle pesanti perdite subite da molte brigate ucraine, alcune ritirate dal fronte perché ormai prive di capacità di combattimento.
“Molti pensavano che sarebbe stato molto veloce e che saremmo stati in Crimea in autunno. Ma ogni metro è molto difficile”, ha detto il comandante di un battaglione che ha ammesso di aver subito pesanti perdite a causa dei campi minati, dell’artiglieria e degli attacchi aerei russi. “Ho perso molto e alcuni dei nuovi arrivati sono mentalmente a pezzi” ammettendo di aver subito perdite simili nella regione di Kherson l’anno scorso.
Militari sentiti dal NYT accusano i comandanti di spingere le reclute in battaglia, di utilizzare unità impreparate come avanguardia e che il tipo di addestramento e molti mezzi ricevuti dall’Occidente sono forse adatti alle guerre anti-insurrezionali in Iraq e Afghanistan ma non certo a confrontarsi con la potenza di fuoco dei russi in una battaglia convenzionale.
Un riferimento ai mezzi ruotati MRAP, concepiti per proteggere i militari dagli ordigni improvvisati (IED) di talebani e ISIS, poi forniti in gran quantità all’esercito di Kiev e mostrati distrutti o danneggiati in gran numero dai media e dai social russi.
Il 10 agosto il Washington Post ha scritto che dopo due mesi di controffensiva con pochi progressi visibili sul fronte e un’estate implacabile e sanguinosa in tutto il paese, la narrativa di unità e perseveranza senza fine ha cominciato a sfilacciarsi.
Il numero di morti – migliaia, incalcolabili – aumenta ogni giorno. Milioni di persone sono sfollate e non vedono alcuna possibilità di tornare a casa. In ogni angolo del paese, i civili sono esausti per l’ondata di recenti attacchi russi...
A Smila, nell’Ucraina centrale, la fornaia Alla Blyzniuk, 42 anni, ha detto al WP di vendere giornalmente dolci per i ricevimenti funebri mentre i genitori si preparano a seppellire i loro figli uccisi sul fronte a centinaia di chilometri di distanza.
Prima, ha detto, anche quando la situazione era dolorosa, “le persone erano unite”. Si sono offerti volontari, hanno preparato i pasti l’uno per l’altro e hanno consegnato cibo ai soldati. Ora, ha detto, c’è un senso di delusione collettiva. Blyzniuk vive anche nella paura che suo marito o due figli in età da combattimento vengano mobilitati. Ha già notato che molti meno uomini camminano per le strade della sua città rispetto a prima. L’Ucraina non rivela il conteggio delle sue perdite militari, ma tutti condividono storie, ha detto, di reclute al fronte sopravvissute solo due o tre giorni.
Un militare dei reparti sanitari ha detto al WP che “a volte i corpi dei soldati sono così fatti a pezzi che devono usare due o tre sacchi per contenerli. Ci sono momenti in cui un soldato viene restituito con solo il 15% del corpo. Non ho mai visto così tanto sangue prima. È un prezzo così duro per la libertà”.
Brucia anche il contrasto tra i drammi della guerra e la vita “normale” di tanti a Kiev. Yulia Paltseva, 36 anni, ha detto al WP di essere rimasta scioccata dal modo in cui i residenti di Kiev continuano a fare feste e socializzare. Il suo ragazzo è al fronte e sarà presto trasferito a combattere vicino a Bakhmut.
“Tutte quelle persone che ballano e sorridono dovrebbero ricordare che ci sono quei soldati come il mio ragazzo nelle trincee senza alcuna rotazione e che vengono bombardati ogni giorno”, ha detto.
Le critiche tedesche ai militari ucraini
Testimonianze e analisi crude appaiono sempre più spesso sui media statunitensi, con minore frequenza su quelli europei mentre in Germania il quotidiano Bild ha rivelato il 24 luglio un documento riservato della Bundeswehr intitolato “Osservazioni sulle Forze armate ucraine”, in cui con molti dettagli si esprimono critiche alle forze armate ucraine per la fallita controffensiva.
In particolare i militari tedeschi lamentano la disorganizzazione delle forze di Kiev nonostante l’addestramento ricevuto in Germania. L’Ucraina, secondo la Bundeswehr, ha creato troppe piccole unità formate a volte solo da 10-30 soldati addestrati in occidente. Una situazione che aumenta il “pericolo di fuoco amico” e non aiuta a “stabilire una supremazia” sul campo come ci si aspettava, mentre “gli elementi di manovra mancano di punto focale per costruire il proprio slancio o stabilire la supremazia del fuoco”. Le Forze armate tedesche quindi attribuiscono il flop della controffensiva alla “dottrina operativa Ucraina”.
Secondo la Bundeswehr, non c’è stato un corretto apprendimento dell’addestramento occidentale, che ha contrastato con la dottrina di combattimento dei soldati ucraini più esperti. Secondo il documento, infatti, i militari più giovani o con esperienza recente di combattimento hanno ottenuto maggiore successo a livello di formazione rispetto ai veterani. Tuttavia, una volta tornati in Ucraina, hanno dovuto affrontare il problema di essere comandati da ufficiali che non hanno agito secondo le procedure occidentali.
Il documento tedesco evidenzia che la superiorità delle truppe ucraine su quelle russe, auspicata dagli addestratori dei Paesi occidentali, è “svanita” e sottolinea che “più un militare ucraino acquisisce esperienza di combattimento e più sale di gerarchia, meno interiorizza o accetta i fondamenti dell’addestramento occidentale”. Secondo l’analista militare Julian Röpke, in questo modo il comando ucraino annulla i successi dei soldati addestrati in Occidente e perde un vantaggio nel conflitto.
A Londra invece, il report quotidiano attribuito all’intelligence (in realtà un classico prodotto delle Operazioni Psicologiche) ha scritto qualche giorno or sono che la crescita della vegetazione sul campo di battaglia nel sud dell’Ucraina è probabilmente uno dei fattori che contribuiscono al generale lento progresso della controffensiva ucraina. Erbacce e arbusti sulla terra lasciata incolta per 18 mesi aiuterebbero i russi a camuffare le posizioni difensive rendendo più difficile la bonifica dei campi minati.
Valutazioni opportunistiche
Le valutazioni ingenerose della Bundeswehr non sembrano tenere conto di alcuni aspetti che peraltro avrebbero dovuto risultare evidenti già da tempo e che in più occasioni abbiamo evidenziato su Analisi Difesa.
Dal quartier generale di Berlino non è emerso nessun cenno di autocritica per l’addestramento sommario impartito in Germania come altrove per appena un paio di mesi in molti a casi a reclute del tutto inesperte, al rapido addestramento di equipaggi trasformati in carristi in appena 8 settimane e mandati all’assalto in mezzo a campi minati, droni, missili anticarro e artiglierie a bordo di carri armati e veicoli corazzati occidentali privi di protezioni aggiuntive e corazzature reattive.
Comprensibile che reclute inesperte abbiano appreso meglio come impiegare un veicolo corazzato occidentale rispetto ai veterani, abituati a impiegare quelli di tipo russo/sovietico (solo per citare una differenza, i carri russi hanno 3 uomini di equipaggio, quelli occidentali 4). Per i vertici militari di Berlino le problematiche emerse in battaglia non sono legate a singoli errori o carenze nell’addestramento effettuato dagli eserciti occidentali ma alla “dottrina operativa Ucraina”.
Eppure basterebbe notare che l’esercito di Kiev ha sofferto il sacrificio di tante brigate di veterani nelle battaglie invernali di logoramento a Bakhmut, Soledar, Avdiivka e Marinka. O che l’Ucraina ha ricevuto si tanti armamenti e veicoli ma delle tipologie più varie mettendo in campo 170 diversi sistemi d’arma principali e veicoli corazzati e blindati di cui è impossibile gestire la logistica specie in un contesto così usurante come una guerra convenzionale su vasta scala.
In un Occidente abituato da decenni a impiegare numeri limitati di militari professionisti in conflitti anti-insurrezionali non dovrebbe sfuggire la difficoltà a impiegare in una guerra a elevata intensità truppe di leva, spesso poco e mal addestrate ed equipaggiate, tenuto conto che l’Ucraina sta raschiando il fondo del barile per colmare nei ranghi i vuoti lasciati dalle perdite subite.
Sul sito del ministero della Difesa ucraino è recentemente apparsa un’ampia sezione che invita combattenti stranieri ad arruolarsi nella Legione Internazionale.
Peraltro le criticità anche sociali del sistema di arruolamenti di massa in una nazione ad altissimo tasso di corruzione e illegalità è apparsa in tutta la sua evidenza con la rimozione, ordinata da Zelensky l’11 agosto, di tutti i comitati militari regionali. Sono già in corso 112 procedimenti penali contro funzionari dei comitati con l’accusa di abuso di potere con casi di “arricchimento illegale e fondi ottenuti irregolarmente per profitti personali”.
Nell’ultimo mese alcuni responsabili dei Centri territoriali di reclutamento e sostegno sociale sono stati coinvolti in scandali e avrebbero incassato denaro, case all’estero e auto di lusso per evitare a qualcuno il richiamo alle armi. Senza contare che in tema di corruzione e malversazione anche la posizione del ministro della Difesa Oleksi Reznikov appare da mesi traballante.
Quanto alle critiche per i mancati successi ucraini qualche domanda dovremmo pure porcela anche in ambito UE/NATO. Possibile che nessuno abbia notato che per armare le reclute ucraine abbiamo svuotato i magazzini di munizioni ma anche di armi e mezzi a volte nuovi e in servizio, più spesso radiati da tempo e a volte in pessime condizioni?
Semmai dovremmo chiederci quanti reparti di eserciti NATO reggerebbero per oltre due mesi le perdite e l’usura di un’offensiva contro le linee russe a Bakhmut o l’assalto alla Linea Surovikin. Siamo certi che ci sia oggi un solo stato membro della NATO in grado di sopportare tra i propri militari di professione le perdite sofferte dagli ucraini di leva nel Donbass? Sopportarle non solo in termini militari ma anche di tenuta sociale e politica della nazione.
Di certo, dalle notizie emerse in questi ultimi 18 mesi, nessun esercito europeo avrebbe a disposizione il numero di truppe, armi pesanti e soprattutto munizioni per tenere 800 chilometri di fronte contro i russi neppure qualche settimana. Sarebbe meglio ricordare tutto questo prima di impartire lezioni col ditino alzato a chi in trincea combatte, muore o resta mutilato, per giunta andando all’assalto quasi sempre senza nessuna copertura aerea.
Prepararsi al peggio?
La tendenza allo scaricabarile, ad auto assolversi dalle responsabilità per una sconfitta che è anche nostra, (il sottosegretario di Stato Victoria Nuland ha detto che Washington ha lavorato per molti mesi con gli ucraini a pianificare la controffensiva) mentre i militari ucraini cadono a migliaia di fronte alle linee russe non fa onore all’Europa e alla NATO e potrebbe indicare l’affermarsi in Occidente di una nuova narrazione, tesa a prendere gradualmente le distanze dai fallimenti, sconfitte o mancate vittorie di Kiev.
I primi segnali di questa tendenza legata agli insuccessi della controffensiva ucraina si erano avuti al vertice NATO di Vilnius con il battibecco a distanza tra il ministro della Difesa britannico Ben Wallace e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky circa la necessità che gli ucraini mostrino riconoscenza per quanto fatto dall’Occidente per aiutarli.
Un dibattito presto rientrato ma a Vilnius gli ucraini hanno toccato con mano l’improvvisa freddezza degli alleati rispetto all’approccio applicato nel conflitto riassumibile nello slogan “armiamoci e partite”. Non si può escludere quindi che i vertici politici di Stati Uniti ed Europa abbiano ormai compreso che l’Ucraina non può vincere e che qualcuno cerchi una exit strategy dal conflitto, certo poco onorevole ma non sorprendente se guardiamo ai tanti precedenti da Saigon a Kabul.
L’Europa è economicamente in ginocchio, Germania e Italia in testa con le loro industrie manifatturiere: il crollo della produzione industriale unito a energia a caro prezzo ed incerto approvvigionamento e alta inflazione stanno concretizzando il rischio della de-industrializzazione. Solo negli ultimi giorni il Financial Times ha reso noto che le perdite dirette delle società europee nel mercato russo ammontano ad almeno 100 miliardi di euro dall’inizio della guerra in Ucraina senza contare l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime con il settore petrolifero che ha sofferto maggiormente.
Eppure solo un anno or sono Ursula von der Leyen (peraltro in buona compagnia) ci spiegava che la Russia sarebbe collassata in poche settimane e che i soldati russi rubavano le schede elettroniche da frigoriferi e lavatrici per sopperire alle carenze dell’industria bellica.
Invece, comunque vada sui campi di battaglia ucraini, l’Europa ha già rovinosamente perso il conflitto e a spiegarci quello che ci attende nel dopoguerra ha provveduto l’8 agosto l’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale, spiegando che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto” (700/1.000 miliardi di euro) e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione.
Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.
I prodromi della sconfitta?
Oltreoceano lo scenario che si sta delineando appare quindi chiaro: dopo essersi suicidata con sanzioni e guerra alla Russia per seguire supinamente gli anglo-americani, l’Europa impoverita, indebolita e disarmata dovrà farsi carico anche della ricostruzione di un’Ucraina devastata che rappresenterà a lungo un fardello per il Vecchio Continente.
Del resto in autunno prenderà il via un’altra infuocata campagna per la Casa Bianca e nessun candidato incasserà consensi dal permanere del rischio di una guerra con la Russia in cui non si può mai escludere l’escalation nucleare, né tantomeno dal buttare denaro nel tritacarne ucraino
Lo ha ricordato indirettamente il 4 agosto un sondaggio pubblicato da CNN in cui emerge che il 55% degli americani è contrario ad ulteriori stanziamenti federali per l’Ucraina: il 51% degli intervistati ritiene che Washington abbia fatto abbastanza per Kiev, contro un 48% di opinione contraria, in netto calo rispetto al 62% di un anno fa.
Per quanto riguarda il genere di aiuti da fornire, il 63% menziona la cooperazione d’intelligence, il 53% l’addestramento militare, il 43% la fornitura di armi e solo il 17% sosterrebbe un dispiegamento di truppe statunitensi sul terreno. Il sondaggio dimostra inoltre una forte divisione basata sullo schieramento politico: il 71% di coloro che si dichiarano Repubblicani si oppongono ad ulteriori finanziamenti da parte del Congresso, mentre il 62% dei Democratici è favorevole.
Per chiarire ancora meglio lo scenario che si sta configurando negli Stati Uniti, il 12 agosto il deputato repubblicano Warren Davidson ha scritto su X (ex Twitter) che “gli americani sono stanchi di finanziare infinite guerre per procura. Oggi io e i miei colleghi abbiamo inviato una lettera chiedendo al presidente Biden di ritirare l’ultimo pacchetto di aiuti fino a quando il Congresso non avrà ricevuto una strategia e una missione complessiva per il coinvolgimento in Ucraina”.
Nella lettera, sottoscritta insieme con altri 11 colleghi della Camera dei Rappresentanti, si legge: “Stiamo scrivendo per esprimere la nostra forte opposizione alla Sua più recente richiesta di stanziamenti supplementari di 40 miliardi di dollari, inclusi 24 miliardi per l’Ucraina. Questa richiesta aggrava la spesa in deficit fuori controllo della Sua amministrazione e aggira l’accordo bipartisan sul tetto del debito. Gli americani sono stanchi di finanziare guerre infinite e vogliono politiche che non solo aiutino a ripristinare la situazione fiscale a Washington, ma mettano anche l’America e i cittadini americani al primo posto”.
Davidson e i repubblicani hanno scritto che prima che “il Congresso possa finanziare responsabilmente la guerra per procura in corso in Ucraina”, l’amministrazione Biden “ha l’obbligo di spiegare, esplicitamente e ufficialmente, ciò che gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere in Ucraina”. I firmatari della lettera chiedono al presidente di “ritirare” la sua richiesta di stanziamenti multimiliardari fino a quando non fornirà “al Congresso una strategia e una missione complessivi per il coinvolgimento degli Stati Uniti in Ucraina”.
La lettera di Davidson costituisce probabilmente solo un anticipo dell’aspro dibattito che si svilupperà nei prossimi mesi negli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina, col rischio che dalle critiche alle spese finanziarie e al coinvolgimento militare ad annunciare che “questa non è la nostra guerra” il passo sia davvero breve.
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