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19/05/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 5 parte

di Carlo Formenti

5. Crisi, centralizzazione, caduta del saggio del profitto

Analizzerò il contributo di Marx all’analisi delle crisi capitalistiche partendo dal seguente presupposto: dal Capitale non è a mio avviso possibile derivare un modello monocausale del fenomeno, benché si sia tentato di farlo imputando, di volta in volta, la caduta del saggio di profitto, la sovrapproduzione, il sottoconsumo, le turbolenze finanziarie, ecc. La mia tesi è che, mentre i motivi delle crisi variano a seconda del periodo storico in cui si sono verificate, esse sono tutte associate a due caratteristiche strutturali del modo di produzione capitalistico che stanno “a monte” delle cause contingenti: il carattere “anarchico” di tale modo di produzione, cioè l’assenza di una programmazione razionale del processo complessivo di riproduzione sociale, e la necessità di garantire a ogni costo la continuità del ciclo complessivo del capitale, pena la rovina.

Inizio da quest’ultimo argomento, che Marx tratta nei primi quattro capitoli del Libro II (“Il ciclo del capitale denaro”, “Il ciclo del capitale produttivo”, “Il ciclo del capitale merce”, “Le tre figure del processo ciclico”). A pagina 83 del capitolo I leggiamo (le sottolineature sono mie) :
“Il processo ciclico del capitale è quindi unità di circolazione e produzione; include l’una e l’altra. In quanto le fasi D-M, M’-D’ sono atti circolatori, la circolazione del capitale fa parte della circolazione generale delle merci; ma, in quanto sono sezioni funzionalmente determinate, stadi del ciclo del capitale che appartiene non soltanto alla sfera di circolazione, ma anche alla sfera di produzione, il capitale [denaro] descrive entro la circolazione generale delle merci un ciclo suo proprio. Nel primo stadio, la circolazione generale delle merci gli permette di rivestire la forma nella quale potrà funzionare come capitale produttivo; nel secondo gli permette di spogliarsi della sua funzione di merce, in cui non può rinnovare il proprio ciclo, e nello stesso tempo gli apre la possibilità di separare il suo proprio ciclo di capitale dalla circolazione del plusvalore ad esso concresciuto. Il ciclo del capitale denaro è quindi la forma fenomenica più unilaterale, dunque la più evidente e caratteristica del ciclo del capitale industriale, il cui fine e motivo animatore – valorizzazione del valore, creazione di denaro, accumulazione – vi è rappresentato in modo che salta agli occhi”.
Per inciso, sottolineo che queste righe esprimono, con parole diverse, lo stesso concetto di un altro passaggio in cui Marx scrive che, per il capitalista, la forma ideale di attività è quella sintetizzata dalla formula D-D, cioè la creazione di denaro mediante denaro, mentre la fase produttiva del ciclo è solo un mezzo necessario, un impiccio del quale egli non può fare a meno per realizzare il suo vero obiettivo. Teniamo presente questo punto cruciale (che in sostanza descrive i processi di finanziarizzazione in cui è immerso l'occidente capitalistico – ndR) e andiamo avanti.

A pagina 100 (siamo nel capitolo II, dedicato al ciclo del capitale produttivo) Marx, ragionando sulla possibilità che la metamorfosi D-M, che prelude all’acquisizione delle risorse necessarie all’avvio del processo produttivo, si imbatta in qualche ostacolo come, per esempio, una carenza di mezzi di produzione sul mercato, scrive che in questo caso “il flusso del processo di riproduzione è interrotto, esattamente come quando il capitale resta immobile in forma di capitale merce [cioè in caso di carenza di sbocchi di mercato]. La differenza è però questa: esso può persistere nella forma di denaro più a lungo che nella transeunte forma merce. Non cessa di essere denaro quando non funziona come capitale denaro, ma cessa di essere merce, e in generale, valore d’uso, quando viene trattenuto troppo a lungo nella sua funzione di capitale merce”.

Con ciò siamo arrivati al nodo cruciale che Marx sintetizza all'inizio del Capitolo IV (“Le tre figure del processo ciclico”): “La continuità è il segno caratteristico della produzione capitalistica” (p. 132), dispiegando ulteriormente il concetto nella pagina successiva: “Tutte le parti del capitale percorrono nell’ordine il processo ciclico, occupano contemporaneamente diversi stadi dello stesso. Così il capitale industriale, nella continuità del suo ciclo, viene a trovarsi contemporaneamente in tutti i suoi stadi e nelle diverse forme di funzione che vi corrispondono (...) Il ciclo reale del capitale industriale nella sua continuità (sottolineatura mia) è, quindi, non soltanto unità di processo di circolazione e processo di produzione, ma unità di tutti e tre i suoi cicli”.
Ed è precisamente nel binomio unità-continuità del ciclo che si annida il seme della crisi: “Ogni arresto nel susseguirsi delle parti getta lo scompiglio nel loro giustapporsi; ogni arresto in uno stadio ne provoca uno più o meno grave in tutto il ciclo non solo della parte di capitale che si è fermata, ma della totalità del capitale individuale” (p. 134).
Detto, per inciso, che uno dei fattori che possono provocare un arresto sono le lotte operaie (1), va chiarito che quanto abbiamo appena letto vale tanto per il capitale individuale quanto per quello complessivo, dal momento che “la produzione capitalistica esiste e può continuare ad esistere solo finché il valore capitale venga valorizzato, cioè descriva il suo processo ciclico come valore resosi autonomo; finché, dunque, le rivoluzioni di valore vengano in qualche modo superate e compensate (sottolineatura mia) (p. 136).

L’imperativo di garantire la continuità del processo di valorizzazione, assieme all’assenza di regolazione sociale della produzione, fa sì che possa accadere, anche se e quando la produzione viaggia a pieno regime, che “una gran parte delle merci sia entrata solo in apparenza nel consumo [mentre] in realtà giaccia invenduta (...) si trovi ancora, di fatto, sul mercato. Flusso di merci segue a flusso di merci, finché accade che il flusso passato risulti solo in apparenza inghiottito dal consumo. I capitali merce si contendono l’un l'altro il posto sul mercato. Pur di vendere, gli ultimi arrivati vendono sotto prezzo [sono indotti a] vendere a qualunque prezzo per essere in grado di pagare. Questa vendita non ha assolutamente nulla a che vedere con lo stato effettivo della domanda: ha solo a che vedere con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di convertire merce in denaro. Scoppia allora la crisi” (Libro II, pp. 102-103).

Parliamo dunque qui di sovrapproduzione, la cui altra faccia è il sottoconsumo, a proposito del quale Marx scrive (Libro II, p. 101) “per la classe dei capitalisti, la costante esistenza della classe operaia è necessaria [non solo per produrre plusvalore, ma perché] è anche necessario il consumo (...) del lavoratore”; concetto che nel Libro III (p.610) approfondisce così: “la capacità di consumo degli operai è limitata sia dalle leggi del salario, sia dal fatto di essere impiegati solo finché è possibile impiegarli con profitto”; per concludere poco dopo che “La causa ultima di ogni vera crisi resta sempre la miseria e la limitatezza dei consumi delle masse rispetto alla tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive come se il loro limite fosse soltanto costituito dalla capacità di consumo assoluta della società”. La contraddizione tra la fame assoluta di profitto del capitalista e la limitata capacità di consumo delle masse, ci fa capire che la sovrapproduzione è sempre relativa, come Marx ribadisce in questo lungo passaggio: “Non è che si producano troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario. Se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo decente e umano la massa della popolazione (...) periodicamente si producono troppi mezzi di lavoro e mezzi di sussistenza, per farli funzionare come mezzi di sfruttamento dei lavoratori a un saggio di profitto dato. Si producono troppe merci per poter realizzare nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica il valore in esse contenuto e il plusvalore ivi racchiuso, e riconvertirli in nuovo capitale (...) Non è che si produca troppa ricchezza. È che si produce periodicamente troppa ricchezza nella sua contraddittoria forma capitalista.” (Libro III, pp. 329-330)

In sintesi: il carattere anarchico del modo di produzione capitalistico genera la dismisura della produzione; conseguenza della dismisura è la possibilità che si diano interruzioni della continuità del ciclo di accumulazione; l’interruzione genera la crisi che, nei passaggi appena citati, assume la forma della sovrapproduzione, che però non è la causa, bensì l’effetto delle contraddizioni strutturali del modo di produzione.

L’interruzione del ciclo, tuttavia, può essere provocata anche da altri fattori. All’inizio del Capitolo XXVI del Libro III (“Accumulazione del capitale denaro e suo influsso sul saggio di interesse”, pp.525 e segg.), Marx cita il seguente estratto dal volume The Currency Theory reviewed (1845): “In Inghilterra ha luogo una costante accumulazione di ricchezza addizionale [una gran parte della quale era presumibilmente il frutto del saccheggio dell’India e altre colonie, NdA], che tende infine ad assumere la forma del denaro. Ma dopo l’aspirazione a guadagnar denaro, il desiderio più ardente è quello di disfarsene in questa o quella forma d’investimento che arrechi un interesse o profitto; giacché il denaro in quanto tale non produce ricchezza (sottolineatura mia).

Trova qui conferma la tesi marxiana secondo cui il plusvalore irrigidito in tesoro “costituisce capitale denaro latente, perché fin quando persiste nella forma denaro, non può svolgere funzioni di capitale” (Libro II, pp. 104-105). Ma colpisce ancor più l’attualità di queste righe, che avremmo potuto leggere su un giornale americano ai primi del Duemila, poco prima dell’esplosione della bolla speculativa dei subprime. Sappiamo infatti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le enormi masse di denaro affluite negli Stati Uniti da ogni parte del mondo, anche in conseguenza dello sganciamento del dollaro dall’oro, faticavano a trovare impieghi remunerativi nel settore industriale, il che ha provocato un’accelerazione mostruosa del processo di finanziarizzazione. Queste situazioni di “pletora di capitale denaro” sono destinate, scrive Marx, ad aumentare “via via che si sviluppa il credito”, spingendo l’economia al di là dei limiti connaturati al modo di produzione capitalistico, per cui generano “eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito” (Libro III, p. 637). Profezia che ha avuto clamorosa conferma nella seconda metà del secolo scorso, allorché, esaurita la spinta alla crescita industriale, l’eccesso si è progressivamente concentrato nel settore finanziario. E poiché nemmeno la finanza può crescere all’infinito, si è disperatamente tentato di farla crescere su se stessa, dilatando l’economia del debito, le scommesse sul futuro, i titoli speculativi ad alto rischio, ecc. Trasformando cioè l’economia in una immane bisca, finché alcune puntate troppo azzardate – vedi la cartolarizzazione massiva di debiti inesigibili - hanno generato il crac. Il ciclo è sempre il solito: il carattere anarchico del modo di produzione genera la dismisura (in questo caso finanziaria), la dismisura provoca l’interruzione del ciclo, l’interruzione provoca la crisi.

*****

Nella seconda parte di questa quinta e ultima tappa del nostro viaggio attraverso i Libri II e III del Capitale ci occuperemo della concentrazione e centralizzazione dei capitali, nonché della cosiddetta legge della caduta del saggio di profitto, fenomeni che, come vedremo, Marx mette in relazione. Approcciamo il problema del saggio di profitto partendo dal concetto di composizione organica del capitale. “Un certo numero di operai corrisponde ad una certa quantità di mezzi di produzione; quindi una certa quantità di lavoro vivo ad una certa quantità di lavoro già oggettivato nei mezzi di produzione”, scrive Marx (Libro III, p.191), quindi prosegue: “Questo rapporto è molto diverso in diverse sfere di produzione, spesso in diversi rami di una sola e medesima industria, quantunque occasionalmente possa essere esattamente o quasi lo stesso in rami d’industria assai distanti fra loro. Questo rapporto costituisce la composizione tecnica del capitale, ed è la vera base della sua composizione organica”.
In conclusione, anche se si possono dare, a seconda del valore dei mezzi di produzione messi in moto dalla forza lavoro, differenze più o meno grandi fra composizione tecnica e composizione di valore, la definizione completa del concetto che ci viene data da Marx è la seguente: “Chiamiamo composizione organica del capitale la sua composizione di valore, nella misura in cui è determinata dalla sua composizione tecnica e la rispecchia” (Libro III, p. 192).

A mano a mano che aumenta la concentrazione del capitale, che vengono introdotti nuovi mezzi di produzione, che il progresso tecnologico e scientifico alimentano l’incessante sviluppo della produttività del lavoro, che quantità crescenti di macchine vengono messe all’opera dal lavoro vivo “questo graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio di profitto pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale” (Libro III, p. 272).
La legge appena enunciata, chiarisce Marx poche pagine dopo “non esclude affatto che la massa assoluta del lavoro messo in moto e sfruttato dal capitale sociale (...) cresca; non esclude neppure che i capitali sottoposti al comando dei singoli capitalisti comandino una massa crescente di lavoro e quindi pluslavoro”, infatti la diminuzione è relativa e non ha nulla a che vedere con la grandezza assoluta del lavoro e del pluslavoro messi in moto, dal momento che “La caduta del saggio di profitto non deriva da una diminuzione assoluta, ma da una diminuzione soltanto relativa della parte variabile del capitale totale, dalla sua diminuzione in confronto alla parte costante” (Libro III, pp. 278-279).

L’allargamento della scala della produzione e l’aumento della produttività del lavoro sociale fanno dunque sì che “ogni prodotto individuale preso a sé contiene una somma di lavoro minore che in stadi più bassi della produzione” (Ivi, p. 273). Nello stesso tempo, alla caduta del saggio di profitto associata all’aumento della produttività si accompagna un aumento della massa del profitto. Ciò basta a neutralizzare gli effetti della legge? No, pur se Marx elenca una serie di controtendenze che ne frenano la progressione. Il singolo capitalista può aumentare il saggio di plusvalore sfruttando certe invenzioni prima che si generalizzino (ma prima o poi si generalizzano e il saggio di plusvalore torna a livellarsi); l’aumento della sovrappopolazione relativa “è inseparabile dallo sviluppo della forza produttiva del lavoro che si esprime nella caduta del saggio di profitto e ne è accelerata” (Ivi, p. 303) e consente di abbassare i salari al disotto della media – il che rende più a buon mercato sia gli elementi del capitale costante sia i mezzi di sussistenza (2) – ma essi non possono scendere oltre un certo limite e, d’altro canto “la compensazione del numero ridotto di operai grazie all’aumento del grado di sfruttamento del lavoro si imbatte in confini insuperabili; se quindi può ostacolare la caduta del saggio di profitto, non può annullarla” (Ivi, p. 317).

Infine Marx cita, fra i fattori che operano in controtendenza alla legge, il commercio estero (soprattutto coloniale): “i capitali investiti nel commercio estero possono fornire un più alto saggio di profitto perché (...) qui si è in concorrenza con merci prodotte da paesi con minori facilità di produzione, cosicché il paese più progredito vende le proprie merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato che i paesi concorrenti”; e poche righe sotto, anticipa la tesi dello scambio ineguale che verrà sviluppata nel secondo dopoguerra dai teorici del sottosviluppo (3): “Lo stesso rapporto si può stabilire nei confronti del paese in cui si esportano e da cui si importano merci: avviene che questo dia in natura più lavoro oggettivato di quanto ne riceve, e tuttavia ottenga la merce a un prezzo inferiore a quello al quale potrebbe produrla egli stesso” (Ivi, p. 305); e nella stessa pagina aggiunge che i capitali investiti in colonie “possono fornire saggi di profitto più alti, perché ivi il saggio di profitto è più elevato a causa del più basso sviluppo industriale e, grazie all'impiego di schiavi, coolies, ecc., vi è anche più elevato lo sfruttamento del lavoro”.

Torniamo al Libro II (Capitolo IV, “Le tre figure del processo ciclico”, p. 136) dove leggiamo: “Il processo si svolge in modo del tutto normale se i rapporti di valore restano costanti; si svolge, in realtà, finché le perturbazioni nel ripetersi del ciclo [le discontinuità del ciclo stesso] si compensano; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto più capitale denaro deve possedere il capitalista industriale per poter attendere la compensazione; e poiché (...) la scala di ogni processo di produzione si allarga, e con essa cresce la grandezza minima del capitale da anticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista individuale in monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati”. Mentre nel capitolo XIV (“Il tempo di circolazione”, p. 310) scrive, a proposito dei vantaggi generati dallo sviluppo di grandi centri nei quali convergono vie e mezzi di trasporto: “questa particolare facilità dei traffici e la rotazione in tal modo accelerata del capitale (...) determinano una più rapida concentrazione sia del luogo di produzione, sia del luogo di smercio. Con la concentrazione così accelerata di masse di uomini e capitali in dati punti, va di pari passo la concentrazione di queste masse di capitali in poche mani”.

Dunque i processi di concentrazione e centralizzazione si alimentano a vicenda, ma qual è la loro relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto? Rieccoci al Libro III (Capitolo XV “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche alla legge” pp. 309 e segg.) dove troviamo la risposta: “l’accumulazione accelera la caduta del saggio di profitto in quanto implica la concentrazione dei lavori su grande scala, quindi una più alta composizione organica di capitale (...) la caduta del saggio di profitto accelera a sua volta la concentrazione del capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione dei più piccoli capitalisti e degli ultimi resti di produttori immediati...” (4).

Subito dopo, con un crescendo incalzante, il testo accelera verso la sentenza di morte per il modo di produzione capitalista. Ecco la sequenza:
“La contraddizione consiste in ciò, che il modo di produzione capitalistico racchiude una tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive (...) mentre d’altro lato ha come scopo la conservazione del valore capitale esistente e la sua valorizzazione nella misura estrema (...) Il suo carattere specifico è di servirsi del valore capitale esistente come mezzo per la valorizzazione massima possibile di questo valore. I metodi con cui essa raggiunge questo scopo comprendono: la diminuzione del saggio di profitto,la svalorizzazione del capitale esistente e lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte”.

“La svalorizzazione periodica del capitale esistente [che serve a frenare la caduta del saggio di profitto e ad accelerare l’accumulazione con la formazione di nuovo capitale] turba (...) il processo di circolazione e riproduzione del capitale, ed è quindi accompagnata da improvvisi arresti e crisi del processo produttivo”.

“La diminuzione del capitale variabile in rapporto al capitale costante (...) dà impulsò all’aumento della popolazione operaia, mentre crea di continuo una sovrappopolazione artificiale. L'accumulazione del capitale (...) viene rallentata dalla caduta del saggio di profitto, per accelerare ulteriormente l’accumulazione del valore d’uso; a sua volta, questa dà all'accumulazione considerata quanto al valore un ritmo accelerato”

“La produzione capitalistica tende incessantemente a superare questi suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che le contrappongono di nuovo, e su scala più imponente, questi stessi limiti”.
Ergo: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso”.

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Giunti a questo punto, dobbiamo prendere atto di un inconfutabile dato di fatto: mentre le contraddizioni del modo di produzione capitalistico descritte nel Capitale hanno trovato innumerevoli conferme storiche, la loro mancata soluzione non ha provocato la prevista crisi terminale del sistema.

A cosa possiamo imputare questa errata previsione? Elenco qui di seguito le due cause che considero determinanti:
1) la deformazione prospettica provocata da una concezione teleologica del processo storico, al quale vengono attribuite leggi immanenti, automatismi “oggettivi” che ne orientano le presunte tendenze di fondo (anche se sappiamo che in alcuni testi tardi Marx ha rinnegato tale visone);
2) la descrizione della classe operaia come forza produttiva del capitale, priva di soggettività autonoma, classe in sé e non per sé (un limite cui solo la teoria leninista del partito è riuscita a porre rimedio).

Naturalmente si potrebbe citare anche la prospettiva eurocentrica da cui Marx ha osservato la realtà mondiale, sottovalutando le capacità di resilienza e resistenza di classi, popoli e culture extraeuropee alla colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico; così come si potrebbe citare la sua descrizione del processo di socializzazione del capitale come prodromo della transizione alla società dei produttori associati, un fattore che è stato sfruttato per giustificare sia il gradualismo riformista dei partiti socialdemocratici che i deliri operaisti sul cosiddetto “comunismo del capitale”, ma questi sono limiti imputabili al contesto storico in cui Marx si è trovato a svolgere il suo lavoro teorico. Ciò detto, mi avvio a concludere questo percorso analizzando i contributi di tre autori che hanno provato a spingere la teoria al di là dei limiti appena accennati, vale a dire Rosa Luxemburg, il duo Paul Baran e Paul Sweezy e Giovanni Arrighi.

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Nella sua ponderosa Accumulazione del capitale (5) Rosa Luxemburg, oltre a ricostruire – e a criticare – gli schemi della riproduzione semplice e della riproduzione allargata che Marx formula nella Terza Sezione (“La riproduzione e circolazione del capitale totale sociale”) del Libro II del Capitale, ripercorre le controversie teoriche sull’argomento che si sono susseguite fra gli economisti classici ed altri autori a lei contemporanei. Non la seguirò in questo accidentato percorso, né tantomeno nelle complicate argomentazioni logico-matematiche con cui la grande teorica e leader comunista cerca di dimostrare che gli schemi marxiani non funzionano. Anche perché, come lei stessa osserva giustamente nella sua “Anticritica”, l’appendice in cui replica ai critici che ne contestavano le tesi, gli schemi matematici in quanto tali non possono dimostrare alcunché, visto che lo stesso Marx non li intendeva come una dimostrazione delle proprie teorie, bensì come un modello, un esempio del modo in cui pensava che funzionassero i meccanismi della riproduzione sociale totale. La mia critica, argomenta Luxemburg, non riguarda tanto gli schemi, quanto il fatto che il loro presupposto storico è insostenibile.

Il vero nodo della questione, scrive, è il fatto che: “Nel II, come anche nel I Libro del Capitale, Marx parte dal presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione” (6). Ciò è confermato dalle seguenti parole di Marx (si tratta di una citazione dal Libro I): “Per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza, liberi da circostanze perturbanti accessorie, dobbiamo considerare tutto il mondo commerciale come una nazione e presupporre che la produzione capitalistica si sia imposta dovunque e abbia conquistato tutti i rami dell'industria”. Il guaio, commenta Luxemburg, è che il presupposto da cui muove Marx “per cogliere l’oggetto della ricerca nella sua purezza” è palesemente falso, perché in realtà come tutti sanno e come lo stesso Marx ammette, aggiunge la Luxemburg poche righe sotto, la produzione capitalistica “non è affatto l’unica, né il suo dominio è esclusivo e totale (...) in tutti i paesi capitalistici [anche i più sviluppati] esistono numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci (...) esistono anche in Europa paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine (...) esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a mettere radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i loro popoli presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva, alla feudale, contadina, artigiana” (7).

Che l’osservazione appena citata fosse valida ai tempi in cui l’autrice scriveva è incontestabile. Ma, come abbiamo a nostra volta sostenuto sulle pagine di questo blog, analizzando le tesi di Gabriele e Jabbour sulla convivenza fra modi di produzione (8), quelle di vari autori afro marxisti (9) e quelle di Giovanni Arrighi, ispirate all’opera del grande storico dell’economia Fernand Braudel (10), la sua validità permane intatta ai giorni nostri. Se la produzione capitalistica fosse acquirente illimitata di se stessa, se cioè produzione e mercato di sbocco si identificassero in un continuo gioco di scambi reciproci fra settori produttivi di mezzi di produzione e settori produttivi di mezzi di sussistenza, argomenta Luxemburg, le crisi periodiche non avrebbero ragione di esistere, l’accumulazione capitalistica sarebbe un processo illimitato esente da conflitti e contraddizioni, e ogni discorso sulla necessità della transizione al socialismo perderebbe senso. Viceversa noi sappiamo che questa armonia sistemica non esiste, “che ogni imprenditore produce alla cieca, in concorrenza con altri, e vede solo ciò che gli passa davanti al naso (...) che l’attuale produzione assolve il proprio scopo al modo dei sonnambuli, attraverso un eccesso o un difetto, entro continue oscillazioni dei prezzi e crisi”(11). Sappiamo d’altro canto che la produzione capitalistica, “pur con le sue diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse, che, sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il profitto, essa deve oggettivamente soddisfare i bisogni materiali della società” (12).

Anarchia della produzione, necessità di soddisfare i bisogni materiali della società aumentando nel contempo i profitti: una contraddizione che può essere affrontata solo garantendo un continuo allargamento della produzione, pena interruzioni catastrofiche del ciclo. Perché il meccanismo stia in piedi ad onta delle sue contraddizioni immanenti, occorre dunque che esista la possibilità di un continuo allargamento del fabbisogno sociale: nel nostro magazzino “dovremo trovare anche un terzo gruppo di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenti il plusvalore estorto ai lavoratori, che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato all’accumulazione” (13).

La soluzione sta nel fatto che, contrariamente al modello immaginato da Marx, che si fonda sul presupposto che la produzione capitalistica sia l’unica ed esclusiva forma di produzione, l’accumulazione capitalistica si compie in un ambiente fatto di diverse forme precapitalistiche, per cui “la produzione capitalistica conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e paesi (...) perciò fin dall’inizio si svolse fra la produzione capitalistica e il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio, in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di una ulteriore capitalizzazione in denaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l'allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non capitalistiche” (14)

Le argomentazioni teoriche di Rosa Luxemburg non sono mai piaciute agli economisti marxisti in quanto considerati scientificamente approssimativi e “ideologici”. Eppure è evidente che la teoria leninista dell’imperialismo (benché Lenin abbia a sua volta criticato l’opera della Luxemburg) trova qui un’amplificazione che, da un lato, corrobora la tesi della convergenza di interessi fra proletariato dei paesi industrialmente avanzati e masse dei paesi sottosviluppati, dall'altro lato offre spunti di riflessione in merito alla possibilità di costruire blocchi di classe anticapitalisti all’interno dei singoli paesi (non a caso le tesi luxemburghiane hanno goduto di ampi favori nei paesi dell’America Latina, dove la convivenza fra diversi modi di produzione è una diffusa realtà di fatto). Né è un caso se le sue idee hanno goduto della simpatia di autori come Paul Sweezy (che firmò l’Introduzione alla Accumulazione), il quale ha inaugurato una generazione di teorici marxisti che, nel secondo dopoguerra, sono tornati a riflettere sul concetto di imperialismo.

Chiudo con un’annotazione critica: se la Luxemburg ha il merito di avere messo in luce gli “automatismi riproduttivi” che, in certe sezioni del Capitale, rischiano di oscurare la conflittualità immanente al modo di produzione capitalistico, dall’altro lato ha il demerito di avere elaborato un’ennesima variante della teoria del “crollismo”. Infatti, ipotizzando che arrivi una fase storica in cui si avveri il presupposto marxiano della sparizione dei modi di produzione precapitalistici, scrive: “Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un'ulteriore espansione risulterà impossibile; dall’altra parte nella misura in cui questa tendenza s’impone [realizzando il dominio assolto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo] dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale...”(15).
E qui è difficile evitare la tentazione di citare l’ironica battuta di Giorgio Ruffolo: il capitale ha i secoli contati...

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Nell’articolo su lavoro produttivo e lavoro improduttivo, abbiamo anticipato alcune idee di Paul Baran e Paul Sweezy sul capitale monopolistico e sull'imperialismo. In particolare, abbiamo introdotto il concetto di surplus – definito come “la differenza fra ciò che la società produce e i costi per produrlo” – grandezza che comprende il plusvalore. Per Marx quest’ultimo rappresenta la somma di profitto, interesse e rendita ad esclusione delle entrate dello stato, delle spese per trasformare le merci in denaro e dei salari dei lavoratori improduttivi, ma Baran e Sweezy sostengono che mentre tale esclusione è giustificata finché si ragiona di economia concorrenziale, diviene anacronistica nell’era del capitale monopolistico, in cui la quota del plusvalore rispetto al surplus sociale complessivo tende a contrarsi, mentre quest’ultimo tende a crescere in misura tale da compensare, se non neutralizzare, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ciò riduce o elimina il rischio di crisi? No, rispondono Baran e Sweezy: seppure l’unità tipica del mondo capitalistico non è più la piccola impresa, bensì la grande società per azioni che produce una parte importante del prodotto di una o più industrie, e seppure quest'ultima dispone di un orizzonte temporale più esteso di quello del singolo capitalista, per cui compie i suoi calcoli in modo più razionale, resta il fatto che “il capitalismo monopolistico è altrettanto privo di un piano quanto il suo predecessore concorrenziale. Le grandi società per azioni sono in rapporto fra loro, con i consumatori, con il lavoro, con le imprese minori principalmente attraverso il mercato. Il funzionamento del sistema è tuttora il risultato non intenzionale delle azioni egoistiche delle numerose unità che lo compongono” (16).

Permane quindi il carattere anarchico della produzione, ovvero la prima causa potenziale di crisi. Che dire del secondo fattore, cioè della possibilità di rallentamento o interruzione del ciclo? A provocarlo è ora soprattutto l’eccesso di surplus che non trova sbocco, sono cioè quei profitti che, se non vengono investiti né consumati, non sono tali: “il problema di realizzare il plusvalore è in realtà più cronico oggi che ai tempi di Marx”. Ciò che ha impedito a Marx e agli economisti classici di interrogarsi più a fondo sull'adeguatezza dei modi di assorbimento del surplus è stata probabilmente la loro convinzione che il dilemma centrale del capitalismo si riassumesse nella caduta tendenziale del saggio di profitto: “Viste da questo angolo visuale – scrivono Baran e Sweezy – le barriere allo sviluppo capitalistico sembravano consistere più in una carenza del surplus necessario per mantenere il ritmo dell’accumulazione che in una insufficienza dei modi caratteristici di utilizzazione del surplus” (17). Se invece la barriera principale diventa quest’ultima, il rischio è che l’eccesso di capacità finisca per scoraggiare ulteriori investimenti e che, con il venir meno degli investimenti, calino reddito, occupazione e surplus, per cui ecco la crisi. La soluzione consiste, a questo punto, nello stimolare con ogni mezzo la domanda, pena la stasi e la morte del sistema.

È a partire da qui che l’analisi di Baran e Sweezy tende a convergere con quella della Luxemburg: al pari di costei, i due sono infatti convinti che, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico sarebbe in uno stato permanente di depressione. Bisogna cioè abbandonare il modello riproduttivo che si fonda esclusivamente sugli scambi reciproci fra diversi settori produttivi, nonché sui consumi di capitalisti, operai e percettori di rendita. Per spiegare il modello alternativo che emerge dalla loro analisi con concetti a noi più familiari, potremmo dire che esso si fonda su fenomeni quali la terziarizzazione, la finanziarizzazione, l'economia del debito, il keynesismo di guerra (inteso come effetto combinato di imperialismo, sistema militare-industriale, neocolonialismo). Ma ascoltiamo le loro parole.

La lotta contro gli spettri di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici, argomentano Baran e Sweezy, richiede la crescita di nuovi strati improduttivi di forza lavoro, che vanno ad aggiungersi ai tradizionali ceti divoratori di surplus: “si è avuto un aumento di stratificazione all’interno della classe lavoratrice in senso stretto e molte categorie di impiegati e di operai specializzati hanno conseguito redditi e posizioni sociali che fino a non molto tempo fa erano godute solo dai componenti delle classe medie. Contemporaneamente, sono aumentati i vecchi ceti ‘divoratori di surplus’ e sono sorti nuovi ceti: tecnocrati delle imprese e dell’amministrazione, banchieri e avvocati, redattori pubblicitari ed esperti di relazioni pubbliche, agenti di cambio e assicuratori, esperti immobiliari e così via” (18).

Paradigma del nuovo terziario parassitario, scrivono Baran e Sweezy, è la pubblicità e tutto quanto vi ruota attorno (promozione delle vendite, marketing, packaging, design del prodotto, ecc.): “l’importanza economica della pubblicità non sta fondamentalmente nel fatto che essa determina una ridistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni, ma nei suoi effetti sul volume della domanda effettiva globale e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito” (19). Quindi, da un lato, creazione di reddito e assorbimento di surplus, ma dall'altro “gli effetti indiretti sono forse non meno importanti e agiscono nella stessa direzione (...) essi sono di due specie: quelli che riguardano la disponibilità e la natura delle occasioni di investimento, e quelli che riguardano la divisione del reddito sociale complessivo fra consumo e risparmio [leggasi la propensione al consumo]... Permettendo di creare la domanda di un prodotto, la pubblicità incoraggia l’investimento in impianti e attrezzature che altrimenti non si farebbero”. Infine funzione della pubblicità è “quella di condurre per conto dei produttori e venditori di beni di consumo, una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo [utilizzando a tale scopo] i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni, l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale” (21).

La guerra contro i risparmi implica, a sua volta, la crescita esponenziale di quell'altro settore improduttivo che va sotto la voce di attività finanziarie, assicurative e immobiliari: “l’intera attività parassitaria di compravendita e speculazione immobiliare (...) non avrebbe alcuna ragione di esistere in un ordinamento sociale razionale. La maggior parte di ciò che la nostra società spende per l’attività finanziaria assicurativa e immobiliare è una semplice forma di assorbimento del surplus, caratteristica del capitalismo in generale e (...) del capitalismo monopolistico in particolare” (22). Detto che Baran e Sweezy hanno assistito solo alla fase iniziale di un processo che, pochi anni dopo, al culmine della rivoluzione neoliberale, avrebbe toccato vertici parossistici, fino all'esplosione della bolla del 2008, gli va comunque riconosciuto di avere intuito lo stretto legame fra terziarizzazione e finanziarizzazione.

Passiamo al tema dell’imperialismo, rispetto al quale si potrebbe dire che l’approccio di Baran e Sweezy rappresenta un ponte fra le tesi di Lenin e della Luxemburg e quelle dei teorici del sistema mondo. Sappiamo (vedi nota 3) che Baran e Sweezy lamentano il fatto che Marx non abbia ampliato il suo modello teorico fino a comprendere le regioni sottosviluppate del mondo. Ciò è vero solo in parte (23), ma è innegabile che Marx abbia parzialmente trascurato il fatto che, scrivono Baran e Sweezy, “fin dai suoi primissimi inizi nel Medioevo, il capitalismo è sempre stato un sistema internazionale e gerarchico costituito da una o più metropoli al vertice e da alcune colonie completamente dipendenti alla base, ordinate secondo molti gradi di classificazione e subordinazione. Queste caratteristiche sono di fondamentale importanza per il funzionamento del sistema nel suo complesso e dei suoi singoli componenti (...) La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso (..) abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori” (24).

Prima di concludere, credo vada infine riconosciuto a Baran e Sweezy – benché non abbiano potuto assistere alla caduta dell’Unione Sovietica, al successivo tentativo degli Stati Uniti di ergersi a unica potenza mondiale, e all’ascesa della Cina che ne ha frustrato il progetto – il merito di avere messo in luce il duplice meccanismo per cui la metropoli imperiale gode, da un lato, dei mostruosi sovraprofitti che le multinazionali realizzano a spese delle nazioni periferiche e semiperiferiche, dall'altro dell’ancora più mostruoso assorbimento di surplus garantito dal gigantesco apparato militare che la potenza egemone mantiene per conservare il proprio ruolo. Il sistema militare industriale non serve solo in vista di eventuali conflitti interimperialistici, serve anche e soprattutto a conservare il controllo sul proprio dominio imperiale. Ma serve soprattutto ad assorbire le eccedenze di capitali: lo si è visto con la Seconda guerra mondiale, che ha realizzato ciò che le politiche keynesiane seguite alla crisi del '29 non erano riuscite a fare, e lo stiamo vedendo oggi, dal momento che la crisi della globalizzazione e la conseguente contrazione dell’area di controllo imperiale spingono il sistema a scommettere di nuovo sul keynesismo di guerra.

A coronamento del loro modello di auto-riproduzione sistemica, Baran e Sweezy, concentrano l’attenzione sulle nuove forme che tale modello impone alla lotta di classe: “Se si assume la stabilità del capitalismo monopolistico, con la sua provata incapacità di fare uso razionale (...) del suo enorme potenziale produttivo, è necessario decidere se si preferisce la disoccupazione di massa e le caratteristiche della grande depressione, o la relativa sicurezza di occupazione e di benessere materiale assicurata dagli enormi bilanci militari [e dalla creazione di ampi strati di lavoro improduttivo e altri parassiti “divoratori di surplus” NdA]. Poiché la maggior parte degli americani, operai compresi [ma vale purtroppo anche per larga parte dei cittadini europei] assumono ancora senza discussione la stabilità del sistema, è del tutto naturale che essi preferiscano la situazione che personalmente e privatamente è più vantaggiosa per loro [o meglio: che continuano a credere tale contro ogni evidenza...] (25). Ecco perché, argomentano, l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, un tempo nelle mani del proletariato dei paesi avanzati, è passata in quelle delle masse periferiche che lottano contro l’oppressione e lo sfruttamento imperialistici.

*****

Nella parte su socializzazione e socialismo, avevo elogiato un articolo di Bellamy Forster che lamenta il ripudio del concetto di imperialismo da parte dei marxisti occidentali. Qui devo però precisare che dissento da alcuni suoi giudizi. In particolare, Bellamy elenca David Harvey e Giovanni Arrighi fra gli autori che hanno “tradito” il concetto in questione. L’accusa ha qualche fondamento nel caso di Harvey (26), mentre mi pare francamente ingiustificata nel caso di Arrighi, il quale, anche se nei suoi ultimi lavori non usa quasi mai il termine imperialismo, ha dato, assieme a Wallerstein e altri autori (27), un contributo decisivo alla comprensione alle dinamiche del funzionamento del capitalismo come sistema mondiale, a partire dai rapporti di dipendenza fra centri e periferie. Se preferisce ricorrere al concetto gramsciano di egemonia per descrivere tali rapporti, è perché cerca di estendere l’analisi ai fattori socioculturali, e non limitarsi a quelli economici. Questa scelta lo pone sulla scia di autori come Karl Polanyi (28) e Fernand Braudel (29) e, nel contesto degli argomenti di cui stiamo qui discutendo, ha notevoli implicazioni nei confronti di tre concetti marxiani discussi in precedenza:
1) l’idea che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico tenda a stabilire il primato del capitale industriale sui capitali finanziario e commerciale;
2) l’idea che tale sviluppo (in assenza di una rivoluzione socialista) comporti l’annientamento di tutti gli altri modi di produzione (visione che il diamat staliniano ha “canonizzato” nella concezione della storia come successione di stadi: comunistico primitivo, schiavistico, medioevale, capitalistico);
3) l’idea che la concorrenza sia la causa principale di gran parte delle contraddizioni sistemiche.

Che Marx abbia descritto l’industria moderna come la forma più evoluta del modo di produzione capitalistico, argomenta Arrighi, è dovuto al fatto che, nel XIX secolo, il capitalismo era sembrato “specializzarsi” in tale ramo d’attività, per cui si comprende perché, secondo Marx, questo particolare settore economico rappresenti il “vero volto” del capitale. Eppure non va dimenticato che, soprattutto nel Libro III, lo stesso Marx ribadisce in varie occasioni che i capitalisti prediligono – e scelgono appena possibile – la forma D-D’ rispetto ai rischi dell’avventura industriale, che considerano come un male necessario per valorizzare il proprio capitale. Arrighi, al pari di Braudel, batte ancora più decisamente su questo tasto, mettendo in luce come il capitalismo, in tutto il corso della sua lunga storia, non si sia mai lasciato ingabbiare nella produzione e nel commercio di singole merci, né in particolari settori di attività, ma abbia costantemente mantenuto un rapporto “strumentale” nei confronti dei mondi del commercio e della produzione. Le sue caratteristiche sono invece sempre state la plasticità, l'eclettismo, l'adattabilità camaleontica, doti che gli hanno consentito di sfruttare le più svariate opportunità di esercitare quella capacità di “procreare” (il termine è di Marx), che più di ogni altra ne connota l’essenza.

Passiamo a un altro punto. Secondo Braudel, il capitalismo non è mai stato in grado di esaurire l’intera vita economica, di “contenere” l’intera società produttiva. Ancora nell’Europa di oggi (scrive alla fine degli anni Settanta) esistono larghe fasce di autoconsumo, così come esistono piccole imprese artigianali e commerciali, nonché vari tipi di attività che esulano dalla contabilità nazionale. Certo, è soprattutto nel Medioevo che la quasi totalità della produzione è assorbita dall’autoconsumo della famiglia e del villaggio e non entra nei circuiti del mercato. Ed è sempre nel Medioevo che i principali agenti del mercato sono venditori ambulanti e bottegai; ma già allora su questo livello inferiore si elevava l’élite dei grandi mercanti, che dominavano fiere e borse e controllavano il commercio di lunga distanza. Grazie alla concentrazione di masse crescenti di denaro nelle loro mani, costoro iniziarono a svolgere funzione di finanziatori di altri mercanti e di principi, nonché ad acquistare direttamente da contadini e artigiani i loro prodotti per esercitare la funzione di grossisti (è il primo passo verso lo sfruttamento del lavoro a domicilio che nel Libro I del Capitale Marx descrive come l'antenato della manifattura).

Questa sfera superiore della circolazione che si innalza al di sopra degli scambi quotidiani dei mercati elementari e dei traffici a breve distanza, secondo Braudel, è già capitalismo (siamo a cavallo dei secoli XIV e XV, ma in alcune regioni d’Europa si può risalire più indietro). Un fenomeno che lo stesso Braudel definisce contromercato, in quanto, grazie alla sua dimensione internazionale, si sbarazza delle regole dei mercati tradizionali (locali), aggira barriere politiche e giuridiche, gestisce “scambi ineguali in cui la concorrenza... ha poco spazio ed in cui il mercante gode di due vantaggi: in primo luogo quello di avere interrotto il rapporto diretto e lineare tra il produttore ed il consumatore (...); in secondo luogo, dispone del denaro in contanti che è il suo principale alleato” (30). Come dire che la cosiddetta libera concorrenza è sempre stata un mito degli economisti liberal borghesi, mentre il capitalismo è nato tendenzialmente monopolista e tale è rimasto.

Torneremo fra poco sull’argomento, ma prima occorre prendere atto di un corollario di questo modo di approcciare la storia del capitalismo. La coesistenza fra il livello inferiore dell’economia di mercato e il livello superiore del protocapitalismo non è una fase transitoria, contingente. Contrariamente a Marx, il quale prevede che, a mano a mano che il proto capitalismo mercantile evolve in modo di produzione capitalistico maturo, il livello inferiore sia destinato a sparire, nella concezione che abbiamo appena descritto, il livello superiore non può distruggere il livello inferiore per il semplice motivo che la sua natura è quella di un parassita che sfrutta tutto ciò che gli sta sotto, che ne succhia le risorse per metterle a frutto e valorizzare alla seconda potenza il valore creato dagli altri modi di produzione, del quale si appropria. Al modello del marxismo ortodosso, basato sulla successione di stadi (schiavitù, servaggio, capitalismo), subentra la visione di una coesistenza fra modi di produzione diversi – visione condivisa da Luxemburg, Baran e Sweezy, i teorici della dipendenza, Gabriele e Jabbour, oltre che da Braudel e Arrighi.

Riprendiamo il tema del monopolio come tendenza originaria. Per Arrighi, come per Braudel, l’argomento è intrecciato con la questione del rapporto fra concentrazione del potere capitalistico e stato; questione che Marx, ricorda Arrighi, affronta nel Libro I del Capitale a partire dal ruolo del debito pubblico nel sostenere l’espansione iniziale del capitalismo. Ecco la citazione in questione: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica (...) Come con un colpo di bacchetta [il debito pubblico] conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usuraio. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero altrettanto denaro in contanti” (31).

Ragionando su questo rapporto storico fra stato e capitale, e sul ruolo che esso ha svolto nella costruzione del dominio europeo sul resto del mondo, Arrighi scrive a sua volta: “la transizione realmente importante che esige una spiegazione non è quella dal feudalesimo al capitalismo, ma quella da un potere capitalistico diffuso a uno concentrato. E l'aspetto più rilevante di questa transizione (...) è la singolare fusione di stato e capitale (sottolineatura mia) che in nessun luogo fu realizzata in modo tanto favorevole al capitalismo come in Europa” (32). Ecco perché, aggiunge Arrighi citando Braudel, il capitalismo può trionfare solo quando si identifica con lo stato, quando è lo stato. Non solo il capitalismo monopolistico, ma anche il capitalismo monopolistico di stato si rivela dunque come una caratteristica originaria del capitalismo; “la concorrenza fra gli stati per il capitale mobile è stata il complemento di questo processo”, aggiunge Arrighi poche righe sotto, e alla pagina successiva scrive: “la concorrenza interstatale è stata una componente decisiva in ciascuna fase di espansione finanziaria e un fattore fondamentale nella formazione di questi blocchi di agenti governativi e imprenditoriali che hanno guidato l’economia-mondo capitalistica attraverso le sue successive fasi di espansione” (33).

Per non dilungarmi eccessivamente, evito di entrare nel merito dell’alternanza di cicli egemonici (Genova, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti) che Braudel e Arrighi considerano il modo in cui l’economia mondo si è sviluppata negli ultimi cinque secoli, né discuterò la tesi secondo cui le fasi di finanziarizzazione marcano le crisi di passaggio da un ciclo egemonico all’altro, né tantomeno metterò a confronto il pensiero di Braudel e Arrighi in merito alla previsione sul modo in cui potrà risolversi la crisi dell’ultimo di questi cicli, egemonizzato dagli Stati Uniti (ricordo solo che Braudel non offre risposte chiare, mentre Arrighi ha prima ragionato sull’emergenza dell’area asiatica, per poi concentrarsi sulla Cina).

Siamo così arrivati alla fine di questo lungo percorso in cinque tappe attraverso il II e III Libro del Capitale, e attraverso il pensiero di alcuni autori che si sono cimentati con le questioni sollevate da questa monumentale opera. Chi si fosse aspettato una conclusione deve rassegnarsi: l’intento di questo lavoro, come ho chiarito sin dall’inizio, era stilare un elenco di quelli che ritengo i principali nodi problematici che Marx ci ha lasciato in eredità, e di indicare alcune direzioni di ricerca per affrontarli e approfondirli. Immaginare di estrarne una “sintesi” sarebbe folle, dal momento che vorrebbe dire pensare di riscrivere un Capitale dei giorni nostri, impresa assai al di là delle mie capacità (e penso di quelle di chiunque altro).

Note

(1) L’intera teorizzazione operaista in merito alla possibilità di rovesciare il modo di produzione capitalistico a partire dalla fabbrica, invece che dal rapporto complessivo fra tutte le classi sociali (cfr. M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi 1966), si fonda sulla capacità delle lotte dell’operaio massa di interrompere il ciclo produttivo della grande fabbrica fordista.

(2) Un altro modo in cui si è realizzato tale risultato, è stato quello reso possibile dalla cosiddetta Walmart Economy, vale a dire dall’importazione massiccia di prodotti cinesi a buon mercato (distribuiti dalla catena commerciale Walmart) che hanno consentito di abbassare drasticamente i costi di riproduzione della forza-lavoro americana.

(3) Vedi, fra gli altri, G. Myrdal, Teoria economica e paesi sottosviluppati, Feltrinelli, Milano 1959. Un secolo dopo Marx, Baran e Sweezy lamenteranno il fatto che le intuizioni marxiane sul tema dello scambio ineguale fra centri e periferie e sul rapporto sviluppo/sottosviluppo siano rimaste episodiche, mentre la sua attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul mondo capitalistico sviluppato.

(4) A questa citazione segue un passaggio già citato in precedenza: “Una volta di più, non si tratta che della separazione, ma alla seconda potenza, delle condizioni di lavoro di produttori, ai quali questi più piccoli capitalisti appartengono perché in essi il lavoro personale recita ancora una sua parte”.

(5) R. Luxemburg, L'accumulazione del capitale e Anticritica, (Introduzione di Paul Sweezy, Traduzione di Bruno Maffi), Einaudi, Torino 1960.

(6) Op. cit.,p. 478.

(7) Ivi, p. 479.

(8) Cfr. A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(9) Vedi, in particolare, C. Robinson, Black Marxism, Alegre 2023.

(10) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, il Mulino, Bologna 1977.

(11) Op. cit., p. 474.

(12) Ivi, p. 468.

(13) Ivi, p. 475.

(14) Ivi, p. 480.

(15) Ivi, p. 481.

(16) P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, p. 46.

(17) Ivi, p. 97.

(18) Ivi, pp. 107 e segg.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem.

(22) Ivi, p. 119.

(23) Vedi, fra gli altri testi, i saggi suoi e di Engels raccolti nel volume India, Cina, Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(24) Il capitale monopolistico, cit., pp. 151, 152.

(25) Ivi, p. 177.

(26) Mi riferisco in particolare alle critiche che Harvey ha rivolto al libro di Prabhat e Utsa Patnaik, Una teoria dell’imperialismo (Meltemi) negando che il rapporto fra Gran Bretagna e India sia classificabile come un caso di tipico di imperialismo.

(27) Cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(28) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.

(29) Cfr. F. Braudel, La dinamica del capitalismo, cit.

(30) Ivi, p. 57.

(31) Questo brano, con qualche minima differenza di traduzione, si trova alle pagine 942 e 943 (Libro I) dell’edizione del Capitale che sto utilizzando qui (UTET 1974, Traduzione di Bruno Maffi).

(32) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano 1996, p. 30.

(33) Ibidem, p. 31.

Fonte

14/04/2025

Armarsi per salvare il capitalismo finanziario!

Dopo «Perché la guerra?», «Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale» e «I vicoli ciechi del pensiero critico occidentale» (I) e (II), un nuovo articolo di Maurizio Lazzarato per inquadrare i fenomeni politici contemporanei e capire la natura del riarmo europeo e della guerra.

Secondo l'autore, è in corso, dal punto di vista capitalistico, una lotta feroce tra Trump e le élite sconfitte nelle elezioni presidenziali statunitensi, che hanno ancora forti presenze nei centri di potere, soprattutto in Europa.

Così, la corsa agli armamenti non assume la forma di «keynesismo militare» perché ha una logica differente: garantire surplus finanziari ai fondi di investimento, non adeguatamente rappresentati dal governo del tycoon. Una guerra che è scontro politico, tra diversi fattori soggettivi capitalistici.

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Per quanto grande sia una Nazione, se ama la guerra perirà; per quanto pacifico sia il mondo, se dimentica la guerra sarà in pericolo
dal Wu Zi, antico trattato militare cinese

Quando diciamo sistema di guerra intendiamo un sistema quale è appunto quello vigente che assume la guerra anche solo programmata e non combattuta come fondamento e culmine dell’ordine politico, cioè del rapporto tra i popoli e tra gli uomini. Un sistema dove la guerra non è un evento, ma una istituzione, non è una crisi ma una funzione, non è una rottura ma un cardine del sistema, una guerra sempre deprecata e esorcizzata, ma mai abbandonata come possibilità reale
Claudio Napoleoni, 1986

L’avvento di Trump è apocalittico nel senso letterale del termine: getta via ciò che copre, toglie il velo, disvela. L’agitazione convulsiva del tycoon ha il grande merito di mostrare la natura del capitalismo, il rapporto tra guerra, politica e profitto, tra capitale e Stato – di solito occultato dai meccanismi democratici, dai diritti dell’uomo, dai valori e dalla missione della civilizzazione occidentale.

La stessa ipocrisia è al centro della narrazione costruita per legittimare gli 840 miliardi di euro per il riarmo che l'Unione Europea impone, attraverso il ricorso allo stato di eccezione agli Stati membri. Armarsi non significa, come dice Draghi, difendere «i valori cha hanno fondato la nostra società europea» e hanno «garantito per decenni, ai suoi cittadini la pace, la solidarietà e con l’alleato americano, la sicurezza, la sovranità e l’indipendenza», ma significa salvare il capitalismo finanziario.

Non c’è neanche bisogno di fare grandi discorsi e documentate analisi per mascherare la pochezza di queste narrazioni. È bastato un altro massacro di 400 civili palestinesi per far emergere la verità dell’indecente chiacchiericcio sull’unicità e la supremazia morale e culturale dell’Occidente.

Trump non è un pacifista, si limita a riconosce la sconfitta strategica della Nato nella guerra in Ucraina, mentre le élite europee rifiutano l’evidenza. Per queste ultime, «pace» significa tornare allo stato catastrofico in cui hanno ridotto le loro nazioni. La guerra deve continuare perché per loro, come per i democratici e il deep state Usa, è il mezzo per uscire dalla crisi cominciata nel 2008, in un processo simile alla grande crisi del 1929. Trump pensa di risolvere i problemi privilegiando l’economia senza rinnegare la violenza, il ricatto, l’intimidazione, la guerra. È molto probabile che né gli uni né gli altri riescano nel loro intento perché hanno un problema enorme: il capitalismo, nella sua forma finanziaria, è in profonda crisi e proprio dal suo centro, gli USA, arrivano segnali «drammatici» per le élite che ci governano. I capitali, invece di convergere verso gli Stati Uniti, fuggono verso l’Europa. Grande novità, sintomo di grandi rotture imprevedibili che rischiano di essere catastrofiche.

Il capitale finanziario non produce merci ma bolle – che si gonfiano negli Usa e scoppiano tutte a danno del resto del mondo – vere e proprie armi di distruzione di massa. La finanza americana succhia valore (capitali) da tutto il mondo, lo investe in una bolla, che presto o tardi scoppierà, obbligando le popolazioni del pianeta all’austerità, ai sacrifici per ripagare i suoi fallimenti: prima la bolla di internet, poi la bolla dei subprime che ha causato una delle più grandi crisi finanziarie della storia del capitalismo, aprendo le porte alla guerra. Hanno tentato di far gonfiare anche la bolla del capitalismo green – che non è mai decollata – e quella, incomparabilmente più grande, delle imprese high tech. Per tamponare le falle dei disastro dei debiti privati scaricati sui debiti pubblici, la Federal Reserve e la Banca centrale europea hanno inondato i mercati di liquidità, che invece di «sgocciolare» nell’economia reale, è servita proprio ad alimentare la bolla high tech e lo sviluppo dei fondi di investimento, come i cosiddetti «Big Three»: Vanguard, BlackRock e State Street – trio che rappresenta il più grande monopolio della storia del capitalismo, gestendo 50.000 miliardi di dollari, azionista di riferimento in tutte le più importanti imprese quotate in borsa. Ora anche questa bolla si sta sgonfiando.

Neanche dimezzando il valore di capitalizzazione del listino della Borsa di Wall Street ci avvicineremmo al valore reale, infinitamente minore, delle imprese high tech, i cui titoli sono stati gonfiati proprio dai fondi per mantenere alti i dividendi per i loro «risparmiatori» – i democratici, in realtà, contavano anche di sostituire il welfare con la finanza per tutti, come prima avevano delirato sulla casa per tutti gli americani.

Ora la pacchia volge al termine. La bolla ha raggiunto il suo limite e i valori scendono con il rischio concreto di un crollo. Se aggiungiamo l’incertezza che le politiche di Trump, rappresentante di una finanza che non è quella dei fondi di investimento, stanno introducendo in un sistema che i fondi stessi erano riusciti a stabilizzare con il concorso dei democratici, possiamo comprendere le paure dei «mercati». Il capitalismo occidentale ha bisogno di un’altra bolla perché funziona come riproduzione del sempre uguale. Il tentativo trumpiano di ricostruire l’industria manifatturiera negli Usa è destinato a un insuccesso sicuro.

L’identità perfetta di «produzione» e distruzione

L’Europa, che spende molto più della Russia in armi – sono attribuite alla Nato il 55% delle spese in armamenti a livello mondiale, alla Russia «solo» il 5% – ha deciso un grande piano di investimenti di 800 miliardi di euro per aumentare ancora la spesa militare.

In Europa sono ancora attivi reti politiche ed economiche e centri di potere che fanno riferimento alla strategia rappresentata da Biden, uscita sconfitta dall’ultima elezione presidenziale. Per questo motivo l'Europa è lo spazio giusto, affondando sulla guerra, per costruire una bolla fondata sugli armamenti che compensi le crescenti difficoltà dei «mercati» statunitensi. Da dicembre, i titoli delle imprese che producono armi sono già oggetto di speculazione, passando di aumento in aumento e funzionando da rifugio sicuro per i capitali che reputano la situazione statunitense troppo rischiosa. Al centro dell’operazione, i fondi di investimento, tra i maggiori azionisti delle principali compagnie di armamenti. Essi detengono quote significative in Boeing, Lockheed Martin e RTX ed influenzano la gestione e le strategie di queste società. Anche in Europa sono presenti nel complesso militare-industriale: il titolo di Rheinmetall – società tedesca che produce i Leopard e che è il più grande produttore di munizioni d'Europa – è aumentato del 100% negli ultimi mesi, superando, in termini di capitalizzazione, la principale casa automobilistica del continente, Volkswagen, ultimo segno del crescente appetito degli investitori per i titoli legati alla difesa. Ovviamente, Rheinmetall ha come azionisti principali Blackrock, Société Générale, Vanguard ecc.

L’Unione europea vuole raccogliere e convogliare il risparmio continentale verso gli armamenti, con conseguenze catastrofiche per il proletariato e una ulteriore divisione dell’Unione. La corsa agli armamenti non potrà funzionare da «keynesismo di guerra» perché gli investimenti in armi intervengono in una economia finanziarizzata e non più industriale. Costruita con soldi pubblici, darà profitti a una piccola minoranza di privati, mentre peggiorerà le condizioni della stragrande maggioranza della popolazione.

La bolla degli armamenti non potrà che produrre gli stessi effetti della bolla americana delle imprese high tech. Dopo il 2008, le somme di denaro catturate per essere investite nella bolla delle tecnologie, non sono mai «sgocciolate» verso il proletariato statunitense. Hanno invece prodotto una sempre più intensa deindustrializzazione, posti di lavoro dequalificati e precari, bassi salari, una povertà dilagante, la distruzione del poco di Welfare ereditato dal New Deal e la conseguente privatizzazione di tutti i servizi. È ciò che, senza ombra di dubbio, la bolla finanziaria produrrà in Europa. La finanziarizzazione porterà non solo alla completa distruzione dello Stato sociale e alle definitive privatizzazioni dei servizi, ma anche all'ulteriore frammentazione politica di ciò che resta dell’Unione Europea. I debiti, contratti da ogni Stato separatamente, dovranno essere ripagati e produrranno delle enormi differenze tra gli Stati europei nella capacità di onorarli.

Il vero pericolo non è la Russia ma la Germania. Il riarmo da 500 miliardi – con ulteriori 500 miliardi pronti per le infrastrutture – costituisce un passo determinante nella costruzione della bolla. L’ultima volta che il paese teutonico si è riarmato ha combinato disastri mondiali – pensate ai 25 milioni di morti solo nella Russia sovietica, alla soluzione finale ecc. Da qui la celebre affermazione di François Mauriac: «amo talmente la Germania che ne preferisco due». Aspettando gli ulteriori sviluppi del nazionalismo e dell’estrema destra – già al 21% – che il «Deutschland ist zurück» produrrà inevitabilmente, essa imporrà la solita egemonia imperialista sugli altri paesi Europei. I governanti tedeschi hanno rapidamente abbandonato il credo ordo-liberale, che aveva un fondamento politico, non economico, e hanno abbracciato fino in fondo la finanziarizzazione anglo-americana, ponendosi lo stesso obiettivo: comandare e sfruttare l’Europa. Il Financial Times racconta di una decisione presa da Merz, uomo di BlackRock, e dal ministro del tesoro Kukies, uomo di Goldman Sachs, con l’avvallo dei partiti di «sinistra» SPD e Die Linke, che, come i loro predecessori nel 1914, si assumono un’altra volta la responsabilità di carneficine future.

Solo il piano tedesco sembra avere qualche credibilità nel progetto complessivo europeo. Per quanto riguarda gli altri Stati, vedremo chi avrà il coraggio di tagliare ancora più radicalmente pensioni, sanità, istruzione, ecc. per una minaccia inventata.

Se il precedente imperialismo interno tedesco era fondato sull’austerità, sul mercantilismo delle esportazioni, sul blocco dei salari e sulla distruzione dello Stato sociale, il prossimo sarà fondato sulla gestione di un’economia di guerra europea, gerarchizzata sui differenziali dei tassi di interesse da pagare per rimborsare il debito contratto.

I paesi già pesantemente indebitati – Italia, Francia, ecc. – dovranno trovare gli acquirenti dei titoli emessi per pagare il debito in un «mercato» europeo sempre più concorrenziale. Agli investitori converrà comprare titoli tedeschi – più precisamente quelli emessi dalle imprese di armamenti su cui giocherà la speculazione al rialzo –, e titoli del debito pubblico europeo, sicuramente più sicuri e redditizi di quelli di paesi super indebitati. Il famoso «spread» giocherà ancora un suo ruolo come nel 2011. I miliardi necessari a pagare i mercati non saranno disponibili per lo Stato sociale. L’obiettivo strategico di tutti i governi e di tutte le oligarchie da cinquanta anni a questa parte, ossia la distruzione e la privatizzazione della spesa sociale per la riproduzione del proletariato, sarà raggiunto. Ventisette egoismi nazionali si batteranno tra loro con nessuna posta in gioco, perché la storia – che, secondo alcuni, «siamo gli unici a sapere cosa sia» – ci ha messi in un angolo, inutili e irrilevanti dopo secoli di colonialismo, guerre e genocidi.

La corsa agli armamenti è accompagnata da una martellante giustificazione della guerra contro tutti – cioè Russia, Cina, Corea del Nord, Iran, Brics+ – che non può essere abbandonata e che rischia di realizzarsi perché questo delirante quantitativo di armi deve comunque «essere consumato».

La lezione di Rosa Luxemburg, Kalecki, Baran e Sweezy

Solo gli sprovveduti possono dirsi stupefatti da quello che sta succedendo. Tutto si sta invece ripetendo in un contesto differente, un capitalismo finanziario e non più industriale come nel XX secolo.

La guerra e gli armamenti sono al centro dell’economia e della politica da quando il capitalismo è diventato imperialista. E sono anche il cuore del processo di riproduzione del capitale e del proletariato, in feroce concorrenza tra loro. Ricostruiamo rapidamente il quadro teorico fornito da Rosa Luxemburg, Kalecki, Baran e Sweezy, saldamente piantato, a differenza delle inutili teorie critiche contemporanee, sulle categorie di imperialismo, monopolio e guerra, che ci offre uno specchio della situazione contemporanea.

Partiamo dalla crisi del 1929, che affonda le sue radici nella Prima guerra mondiale e nel tentativo di uscirne attraverso l’attivazione della spesa pubblica tramite l’intervento dello Stato. Secondo Baran e Sweezy (d’ora in poi B&S) negli anni Trenta il problema era costituito dal volume della spesa pubblica, incapace di contrastare le forze depressive dell’economia privata monopolistica:
Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Usa nel suo complesso, il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche, ha riconosciuto che nel decennio 1930 - 1940, «la grande crisi» non terminava mai.
Se ne uscirà solo con la Seconda guerra mondiale: «Poi sopraggiunse la guerra, e con la guerra la salvezza [...] la spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere» perché la spesa pubblica passò da 17,5 a 103,1 miliardi di dollari.

B&S dimostrano che la spesa pubblica non riuscì a portare agli stessi risultati di quella militare perché fu limitata da un problema politico che è ancora il nostro. Perché il New Deal, e la conseguente spesa pubblica, non riuscirono a raggiungere un obiettivo che «era a portata di mano, come poi dimostrò la guerra»? Perché sulla natura e sulla composizione della spesa pubblica, cioè della riproduzione del sistema e del proletariato, si scatenò la lotta di classe.
Data la struttura di potere del capitalismo monopolistico degli Usa, l’aumento di spesa civile aveva quasi raggiunto i suoi limiti estremi. Le forze che si opponevano alla ulteriore espansione erano troppo potenti per essere vinte.
Le spese sociali entravano in concorrenza o arrecavano danno alle imprese e alle oligarchie, sottraendo loro potere economico e politico.
Poiché gli interessi privati controllano il potere politico i limiti della spesa pubblica sono rigidamente fissati senza alcuna preoccupazione dei bisogni sociali, per quanto possano essere vergognosamente evidenti.
E questi limiti valevano anche per spese, sanità e istruzione, che all’epoca, a differenza di oggi, non erano direttamente in concorrenza con gli interessi privati delle oligarchie.

La corsa agli armamenti permette l’aumento della spesa pubblica da parte dello Stato, senza che questa si trasformi in aumento dei salari e del consumo del proletariato. Quindi, come investire denaro pubblico, per evitare la depressione economica che il monopolio porta con sé, evitando il rafforzamento del proletariato? Spendendo «per armamenti, per più armamenti, per sempre più armamenti».

Michael Kalecki, lavorando sullo stesso periodo, ma concentrandosi sulla Germania nazista, riesce a delucidare altri aspetti del problema. Contro ogni economicismo – che minaccia sempre la comprensione del capitalismo da parte delle teorie critiche, anche quelle marxiste – egli mette in evidenza la natura politica del ciclo del capitale:
La disciplina nelle fabbriche e la stabilità politica sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti.
Il ciclo politico del capitale che ormai può essere garantito solo dall’intervento dello Stato, deve ricorrere alla spesa in armamenti e al fascismo. Anche per Kalecki, il problema politico si manifesta nella «direzione e nei fini della spesa pubblica». L’avversione alla «sovvenzione dei consumi di massa» è motivata dalla distruzione che determina «delle basi dell’etica capitalista “ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte” (a meno che tu non viva dei redditi del capitale)».

Come fare perché la spesa pubblica non si tramuti in aumento di occupazione, consumo e salari e quindi in forza politica del proletariato? Le oligarchie risolvono l’inconveniente col fascismo. Così facendo, la macchina statale è sotto controllo del grande capitale e dei vertici fascisti e «la concentrazione delle spese statali negli armamenti», mentre la «disciplina di fabbrica e la stabilità politica è assicurata dallo scioglimento dei sindacati e dai campi di concentramento. La pressione politica sostituisce qui la pressione economica della disoccupazione».

Da qui l’immenso successo dei nazisti presso la maggior parte dei liberali, sia inglesi che americani.

La guerra e la spesa per armamenti sono centrali per la politica americana anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, perché è inconcepibile una struttura politica senza una forza armata, senza cioè un monopolio del suo esercizio. Il volume dell’apparato militare di una nazione dipende dalla posizione occupata nella gerarchia mondiale dello sfruttamento.
Le nazioni più importanti avranno sempre bisogno del massimo e l’entità del loro fabbisogno (di forza armata) varierà a seconda che sia o no in corso tra loro una lotta vivace per il primo posto.
Le spese militari continuano dunque a crescere nel centro dell’imperialismo:
Naturalmente la maggior parte dell’espansione della spesa pubblica ha avuto luogo nel settore militare che è passata da meno dell’1 a più del 10% del PNL, e che rappresenta circa i due terzi dell’aumento complessivo di spesa pubblica a partire dal 1920. Questo massiccio assorbimento del surplus in preparativi militari è stato il fatto centrale della storia americana del dopoguerra.
Kalecki fa notare che nel 1966 «oltre la metà dell’accrescimento del reddito nazionale si risolve nell’accrescimento delle spese militari».

Ora, nel dopoguerra, il capitalismo non può più contare sul fascismo per controllare la spesa sociale. L’economista polacco, «allievo» di Rosa Luxemburg, fa notare:
Una della funzioni fondamentali dell’hitlerismo fu di vincere l’avversione del grande capitale alla politica anticongiunturale su larga scala. La grande borghesia aveva dato il suo assenso all’abbandono del laisser-faire e all’accrescimento radicale del ruolo dello stato nell’economia nazionale, alla condizione che l’apparato statale si trovasse sotto controllo diretto della sua alleanza con il vertice fascista
e che la destinazione e il contenuto della spesa pubblica fosse determinata dagli armamenti. Nei trenta gloriosi, dovendo abbandonare il fascismo che assicurava la direzione della spesa pubblica, gli Stati e i capitalisti sono costretti a un compromesso politico. Rapporti di forza determinati dal secolo delle rivoluzioni, obbligano lo Stato e i capitalisti a concessioni che sono comunque compatibili con i profitti che raggiungono tassi di crescita prima sconosciuti. Ma anche questo compromesso è di troppo perché, malgrado i grandi profitti, «i lavoratori diventano in tale situazione “recalcitranti” e i “capitani di industria” diventano ansiosi di “dar loro una lezione”».

La contro-rivoluzione, dispiegatasi a partire dalla fine degli anni Sessanta, avrà al suo centro la distruzione della spesa sociale e la feroce volontà di orientare la spesa pubblica verso i soli ed esclusivi interessi delle oligarchie. Il problema, a partire dalla Repubblica di Weimar, non è mai stato quello di un generico intervento dello Stato in economia: la questione è di come lo stesso Stato fosse stato investito dalla lotta di classe e costretto a cedere alle richieste delle lotte operaie e proletarie.

Nei tempi di «pace» della guerra fredda, senza l’ausilio del fascismo, l’esplosione delle spese militari necessita di una legittimazione, assicurata da una propaganda capace di evocare continuamente la minaccia di una guerra incombente, di un nemico alle porte pronto a distruggere i valori occidentali: «I creatori ufficiosi e ufficiali della pubblica opinione hanno pronta la risposta: gli Stati Uniti devono difendere il mondo libero dalla minaccia dell’aggressione sovietica (o cinese)».

Kalecki, per lo stesso periodo specifica: «I giornali, il cinema, le stazioni radiofoniche e televisive cha lavorano sotto l’egida della classe dominante, creano un’atmosfera che favorisce la militarizzazione dell’economia».

La spesa per armamenti non ha solo una funzione economica, ma anche di produzione di soggettività assoggettate. La guerra esaltando la subordinazione e il comando «contribuisce a creare una mentalità conservatrice».
Mentre la massiccia spesa pubblica per l’istruzione e il benessere tende a minare la posizione di privilegio dell’oligarchia, la spesa militare fa il contrario. La militarizzazione favorisce tutte le forze reazionarie (...) si determina un rispetto cieco per l’autorità; si insegna e si impone una condotta di conformismo e di sottomissione; e l’opinione contraria si considera come un fatto anti patriottico o addirittura un tradimento.
Il capitalismo produce un soggetto che, proprio per la forma politica del suo ciclo, è seminatore di morte e distruzione, piuttosto che un promotore del progresso. Ce lo dice Richard B. Russel, senatore conservatore del Sud degli USA già negli anni Sessanta, citato da B&S:
C’è qualcosa nei preparativi di distruzione che induce gli uomini a spendere denaro più spensieratamente che se si trattasse di scopi costruttivi. Perché succede questo non lo so; ma da trent’anni circa che sono al Senato ho capito che nell’acquistare armi per uccidere, distruggere, cancellare città dalla faccia della terra ed eliminare grandi sistemi di trasporto c’è qualcosa che spinge gli uomini a non calcolare la spesa con la stessa attenzione impiegata quando si tratta di pensare ad alloggio decenti e a cure sanitarie per gli esseri umani.
La riproduzione del capitale e del proletariato si è politicizzata grazie alle rivoluzioni del XX secolo. La lotta di classe investendo anche questa realtà ha fatto emergere une opposizione radicale tra la riproduzione della vita e la riproduzione della sua distruzione che, dagli anni Trenta, non ha fatto altro che approfondirsi.

Come funziona il capitalismo?

La guerra e gli armamenti, esclusi praticamente dall’insieme delle teorie critiche del capitalismo, funzionano da discriminanti nell’analisi del capitale e dello Stato.

È molto difficile definire il capitalismo semplicemente come «modo di produzione», come faceva Marx: economia, guerra, politica, Stato, tecnologia sono, infatti, elementi strettamente intrecciati e inseparabili. La «critica dell’economia» non basta per produrre una teoria rivoluzionaria. Già con l’avvento dell’imperialismo, un cambiamento radicale nel funzionamento del capitalismo e dello Stato era stato introdotto, reso evidente in maniera cristallina da Rosa Luxemburg. Secondo quest'ultima, l'accumulazione ha due aspetti: il primo «riguarda la produzione del plus-valore – nella fabbrica, nella miniera, nello sfruttamento agricolo – e la circolazione delle merci nel mercato. Considerata da questo punto di vista, l’accumulazione è un processo economico la cui fase più importante è una transazione tra il capitalista e il salariato». Il secondo aspetto ha il mondo intero come teatro, una dimensione mondiale irriducibile al concetto di «mercato» e alle sue leggi economiche.
Qui i metodi impiegati sono la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, la guerra. La violenza, la truffa, l’oppressione, la predazione si sviluppano apertamente, senza maschera, ed è difficile riconoscervi le leggi rigorose del processo economico nell’intrecciarsi di violenze economiche e brutalità politiche.
La guerra non è la continuazione della politica ma coesiste, da sempre, con essa, e questo è palese se guardiamo al funzionamento del mercato mondiale. Qui, dove guerra, truffa e predazione convivono con l’economia, la legge del valore non ha mai veramente funzionato. Il mercato mondiale sembra molto differente da quello tratteggiato da Marx. Le sue considerazioni sembrano non valere più. O meglio, vanno specificate: solo nel mercato mondiale il denaro e il lavoro diventerebbero adeguati al loro concetto, portando a compimento la loro astrazione e la loro universalità. Al contrario, ciò che possiamo constatare è che il denaro, la forma più astratta e universale del capitale, è sempre la moneta di uno Stato. Il dollaro è la moneta degli Stati Uniti e regna solo in quanto tale. L’astrazione della moneta e la sua universalità (e i suoi automatismi) sono appropriate da una «forza soggettiva» e vengono gestite secondo una strategia che non è contenuta nella moneta.

Anche la finanza, come la tecnologia, sembra essere oggetto di appropriazione da parte di forze soggettive «nazionali», molto poco universali. Nel mercato mondiale anche il lavoro astratto non trionfa in quanto tale, ma incontrando invece altre tipologie di lavoro, radicalmente diverse (lavoro servile, lavoro schiavistico ecc.).

L’azione di Trump, lasciato cadere il velo ipocrita del capitalismo democratico, ci svela il segreto dell’economia: essa può funzionare solo a partire da una divisione internazionale della produzione e della riproduzione definite e imposte politicamente, cioè con l’uso della forza che implica anche la guerra.

La volontà di sfruttamento e di dominio, gestendo contemporaneamente rapporti politici, economici e militari, costruisce una totalità, che non può mai chiudersi su se stessa, ma resta sempre aperta, scissa da conflitti, guerre, predazioni. In questa totalità scissa convergono e si governano l’insieme dei rapporti di potere. Trump interviene su vari aspetti della vita politica e quotidiana statunitense nello stesso momento in cui vorrebbe imporre una nuova collocazione mondiale, sia politica che economica, agli USA. Agisce dal micro al macro: azione politica che i movimenti contemporanei non hanno proprio negli orizzonti dei pensieri.

La costruzione della bolla finanziaria, processo che possiamo seguire passo dopo passo, avviene allo stesso modo. Gli attori che concorrono alla sua produzione sono molteplici: l’Unione Europea, gli Stati che devono indebitarsi, la Banca europea, la Banca degli investimenti europei, i partiti politici, i media e l’opinione pubblica, i grandi fondi di investimento (tutti statunitensi) che organizzano il traghettamento di capitali da una borsa all’altra, le grandi imprese. La bolla economica e i suoi automatismi potranno funzionare solo quando lo scontro/cooperazione tra questi centri di potere avrà emesso il suo verdetto. L'ideologia sul «funzionamento automatico» di questo processo è da sfatare. Il «pilota automatico», soprattutto a livello finanziario, esiste e funziona solo dopo che è stato istituito politicamente: non c'era nei Trenta gloriosi perché si era deciso politicamente in tal senso; funziona dalla fine degli anni Settanta, per esplicita volontà politica.

La molteplicità di attori che si agita da mesi è tenuta insieme da una strategia. Ci sono due elementi soggettivi che intervengono in maniera fondamentale. Dal punto di vista capitalistico, è in corso una lotta feroce tra il «fattore soggettivo» Trump e il «fattore soggettivo» delle élite sconfitte nelle elezioni presidenziali, che hanno ancora forti presenze nei centri di potere negli Usa e in Europa.

Ma affinché il capitalismo funzioni, dobbiamo prendere in considerazione anche un fattore soggettivo proletario. Esso gioca un ruolo decisivo: o si farà il portatore passivo del nuovo processo di produzione/riproduzione del capitale o tenderà a rifiutarlo e a distruggerlo. Constatata l’incapacità del proletariato contemporaneo, il più debole, il più disorientato, il meno autonomo e indipendente della storia del capitalismo, la prima opzione sembra la più probabile. Ma se non riuscirà a opporre una sua strategia alle continue innovazioni strategiche del nemico, capace di rinnovarsi continuamente, cadremo dentro una asimmetria di rapporti di potere che ci riporterà ad una situazione antecedente alla rivoluzione francese, in un nuovo/già visto «ancien régime».

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14/08/2021

Il nemico nel proprio paese. 150 anni di Karl Liebknecht

“L’abbiamo giurato a Karl Liebknecht, stringiamo la mano a Rosa Luxemburg”.

Questa canzone viene cantata soprattutto durante la manifestazione annuale a Berlino in onore dei due fondatori-leader del movimento operaio tedesco. Questi versi, composti nel 1919 da uno sconosciuto, sembrano mostrare una gerarchia: al primo posto Karl, al secondo Rosa.

Ed è stato in un certo senso così anche cinquant’anni più tardi: nella Repubblica Democratica Tedesca: prima Liebknecht, il pragmatico, poi Luxemburg, la teorica-difficile (un po’ sospetta); nella Repubblica Federale Tedesca Luxemburg quasi sconosciuta – forse per ignoranza. Le cose cambiano con il ‘68 nella Germania Ovest: da quel momento in poi, Rosa “brilla” più di Karl, l’icona della sinistra radicale diventa lei.

Ma chi era questo – meno conosciuto in Italia – Karl Liebknecht? È tempo di riportare Karl Liebknecht in superficie, perché nessuno a sinistra in Germania ha combattuto come lui contro il militarismo, il capitale e la guerra; nessuno – e pochissimi lo sanno – ha criticato come lui da comunista la teoria marxiana.

Ma andiamo per gradi. Si potrebbe dire che Karl Liebknecht nasce, il 13 agosto 1871, marxista: i suoi padrini di battesimo sono Karl Marx e Friedrich Engels, suo padre è cofondatore del partito socialdemocratico tedesco SPD.

La carriera politica dell’avvocato Karl Liebknecht iniziò dopo la morte del padre nel 1900. Ma nella SPD ha avuto una posizione difficile fin dall’inizio: le sue idee antimilitariste radicali, che erano una spina nel fianco dell’industria bellica tedesca, furono respinte. Tuttavia, diventa membro del Reichstag (il parlamento tedesco) – un’espressione del rispetto che si era guadagnato all’interno della classe operaia. Per la sua opera Militarismo e antimilitarismo fu condannato il 12 ottobre 1907 a un anno e mezzo di reclusione per alto tradimento. Dopo il verdetto, tuttavia, fu celebrato con entusiasmo dalle masse davanti alla corte imperiale di Lipsia.

“Abbasso la guerra! Abbasso il governo!”

La sua lotta contro la guerra lo rese definitivamente un’icona del movimento operaio, ma anche il nemico pubblico numero uno, quando si scontrò con il suo partito dopo lo scoppio della guerra nel 1914 e fu l’unico membro del Reichstag a votare contro i crediti di guerra.

Nel maggio 1915 pubblica il suo pamphlet più importante contro la guerra mondiale: Il nemico principale di ogni popolo sta nel suo stesso paese.
“Gli imperialisti austriaci e tedeschi speculano sull’oblio del popolo tedesco, sulla sua pazienza troppo spesso provata... Abbiamo visto che quando è scoppiata la guerra, le masse sono state attirate dalle classi dominanti con melodie allettanti per lo scopo della guerra capitalista. Abbiamo visto come scoppiano le scintillanti bolle di sapone della demagogia, come invece della felicità la miseria e l’infelicità regnano tra la gente; come le lacrime delle vedove di guerra e degli orfani di guerra si sono gonfiate a fiumi... I nemici della classe operaia contano sull’oblio delle masse – badate che calcolino male! Speculano sulla longanimità delle masse... Proletari di tutti i paesi, seguite l’esempio eroico dei vostri fratelli italiani! Unitevi nella lotta di classe internazionale contro le cospirazioni della diplomazia segreta, contro l’imperialismo, contro la guerra, per una pace nello spirito socialista. Il nemico principale è nel tuo paese!”

(Karl Liebknecht: Der Hauptfeind steht im eigenen Land, Mai 1915. In: Karl Liebknecht: Gesammelte Reden und Schriften. Vol. VIII. Dietz Berlino 1974)
Insieme a Rosa Luxemburg fondò la “Spartakusbund” (Lega di Spartaco) nel gennaio 1916; scrisse instancabilmente saggi, tenne conferenze ai congressi dei lavoratori e socialisti sui pericoli del militarismo. Il 1° maggio 1916 Karl Liebknecht iniziò il suo discorso al Potsdamer Platz di Berlino con le parole “Abbasso la guerra! Abbasso il governo!”. Non andò oltre. Fu subito arrestato e poi condannato a quattro anni di carcere.

Quando Liebknecht fu graziato alla fine della Prima Guerra Mondiale, il clima politico era cambiato. La Germania era alla vigilia di una rivoluzione. Quando scoppiano le rivolte nel novembre 1918, Liebknecht e Luxemburg sono i protagonisti.

Il 9 novembre Liebknecht proclamò la Repubblica Socialista Tedesca dal balcone del Castello di Berlino. (Poco prima il socialdemocratico Philipp Scheidemann aveva proclamato la Repubblica tedesca dal balcone del Reichstag). Nei giorni che seguirono fu costituito un governo sotto la guida del socialdemocratico Friedrich Ebert. Liebknecht non voleva entrare a far parte di questo governo perché, a suo avviso, i suoi ex compagni avevano tradito tutti gli ideali del partito accettando la guerra. Quindi invitò le masse a combattere questo governo e a continuare la rivoluzione. Dopo quattro anni di guerra, tuttavia, le idee di Liebknecht non trovarono risposta da parte delle masse.

Da braccato a martire

Per assicurarsi il potere appena conquistato, il governo rivoluzionario socialdemocratico collaborò con le vecchie élite. Le ribellioni che divamparono nel Natale 1918 e nel gennaio 1919 furono brutalmente represse. Alla fine dell’anno gli “Spartachisti” si unirono ai socialdemocratici di minoranza e fondarono il Partito Comunista di Germania, KPD. Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg erano i coordinatori, ma furono ostracizzati dalla stampa fedele al governo e messi alla gogna come traditori.

Non erano più al sicuro in nessun luogo ed erano in fuga da giorni quando furono rintracciati e arrestati nell’appartamento di un amico la sera del 15 gennaio 1919 e trasportati via. Karl Liebknecht fu costretto a uscire dall’auto dopo un breve tragitto: gli spararono alle spalle. In seguito si diffuse la notizia che questo era l’unico modo per impedire un tentativo di fuga. Poco dopo fu ammazzata anche Rosa Luxemburg e il suo corpo gettato in un canale.

Karl Liebknecht fu sepolto in una fossa comune il 25 gennaio 1919, insieme ad altre 32 vittime della “rivolta di Spartaco” nel cimitero centrale di Berlin- Friedrichsfelde. In seguito, dopo il ritrovamento del corpo di Rosa Luxemburg, per la quale inizialmente era stata sepolta simbolicamente una bara vuota, ci fu un altro servizio funebre il 13 giugno 1919.

Come ricordare quindi “l’icona” Karl Liebknecht?

Sebbene l’antimilitarismo abbia plasmato il suo lavoro in molti modi, Liebknecht incarnò anche il tipo di un politico universale. La riduzione all’antimilitarismo non gli rende giustizia, anzi la falsifica. Il suo lavoro sull’industria degli armamenti e l’analisi dell’imperialismo continuano a suscitare interesse. I suoi discorsi parlamentari combinavano sempre analisi perspicace con incessante scoperta delle cause dei disagi politici e sociali e degli interessi che vi stavano dietro.

Fonte

09/06/2019

Rosa Luxemburg e la rivoluzione impossibile

di Fabio Ciabatti

In un periodo come quello attuale in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo può essere utile riprendere le parole di Rosa Luxemburg a proposito della rivoluzione:
“non esiste nulla di più inverosimile, di più impossibile, di più fantasioso di una rivoluzione un’ora prima che scoppi. Non esiste nulla di più semplice, di più naturale e di più evidente di una rivoluzione nel momento in cui ha sferrato la sua prima offensiva e ha riportato la sua prima vittoria”.
A partire da queste righe dedicate agli avvenimenti russi del 19171 si potrebbe dire, utilizzando un linguaggio che non appartiene alla Luxemburg, che la rivoluzione si configura come evento. Cos’è un evento? Seguiamo Badiou. Si tratta di un immanente rovesciamento delle leggi dell’apparire che ha come conseguenza il far esistere in una data situazione un termine prima inesistente. Si tratta, in altri termini dell’imprevedibile inizio di una rottura che si impone su tutti gli elementi che contribuiscono a creare la sua esistenza.2 Detto in modo ancora diverso, un evento è ciò che porta alla luce nuove possibilità che prima erano invisibili e addirittura impensabili. Non è in sé stesso la creazione di una nuova realtà, ma soltanto la creazione di una imprevista possibilità, ponendo in essere nuove soggettività e dando il via ad una serie di avvenimenti che aprono una nuova sequenza storica.3

Come noto il pensiero della Luxemburg è stato spesso accusato di spontaneismo. Però, se si può applicare, almeno in parte, la categoria di evento alla sua opera, allora parlare di spontaneismo non è la cosa più appropriata. Certo l’autrice contrappone spesso l’attività spontanea delle masse e la loro capacità di innovare la prassi politica all’inerzia e alla funzione frenante del partito e del sindacato. Ma se volessimo parlare in senso proprio di spontaneità dovremmo presupporre un tipo di comportamento che appartiene ad un soggetto come suo necessario attributo. Nel mettere in atto questo modo di agire il soggetto dovrebbe rimane identico sé stesso. Quello che compare nello sciopero di massa e nella rivoluzione si configura, invece, nello spirito della Luxemburg, come un vero e proprio “termine nuovo”. Il soggetto proletario si trasforma profondamente nel corso dell’evento rivoluzionario negando quell’incapacità di autogoverno delle masse sostenuta tanto dal socialdemocratico Kautsky quanto dal bolscevico Lenin, concordi nell’affermare che il socialismo va portato alla classe operaia dall’esterno. Attenzione però. Per la Luxemburg allo scoppio della rivoluzione non compare istantaneamente un soggetto bello e pronto per impadronirsi del potere e instaurare il socialismo. La rivoluzione rende visibile questa possibilità “estirpando dalle radici ... lo spirito schiavistico” proprio della disciplina “inculcata dallo Stato capitalistico”.4 In sintesi, la rivoluzione fa parte del costituirsi del soggetto.

Non esiste, in altri termini, un soggetto che nella sua conformazione prerivoluzionaria sia in grado di innescare e portare avanti un’azione rivoluzionaria. Non esiste, cioè, un termine che, mantenendosi identico a se stesso, possa costituire la mediazione tra il prima e il dopo. E questo vale tanto per il soggetto sociale, il proletariato, quanto per il soggetto politico, il partito. Per questo non è raffigurabile una prassi/processo che per mero accumulo possa costituire la transizione da un periodo “normale” a uno rivoluzionario.

Una simile tematica è in continuità con quanto sostenuto da Marx:
“la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società”.5
Torniamo a Rosa Luxemburg. “La prassi del socialismo esige una totale trasformazione dello spirito delle masse degradato attraverso i secoli di dominio della classe borghese”. Ciò che accade nella tormenta del periodo rivoluzionario è appunto il fatto che il proletario si modifica “da padre di famiglia prudente”, a “romantico della rivoluzione”.6 In sintesi secondo la rivoluzionaria polacca il soggetto proletario prima dello scoppio rivoluzionario si presenta come degradato, polverizzato, sbriciolato, dominato, egoista, prudente, passivo; dopo, svegliato improvvisamente da una sorta di scossa elettrica, si trasforma in un soggetto unitario, attivo, solidale, idealista, insofferente verso le sue catene. Attraverso l’unità e la perfetta reciprocità di lotte economiche e lotte politiche, per mezzo della politicizzazione dei bisogni immediati della vita quotidiana il proletariato diventa in grado di “sentire immediatamente come questione generale, come faccenda di classe ogni questione di un qualunque piccolo gruppo di operai e di reagire istintivamente come un tutto”.7

Se questo scarto vale per il proletariato, possiamo invece invocare l’esistenza dell’organizzazione politica come elemento mediatore che rimane identico a se stesso prima e dopo il periodo della tormenta? Secondo Rosa Luxemburg la funzione del partito nei periodi rivoluzionari soggiace intrinsecamente a forti limitazioni. Il partito non può stabilire l’inizio della rivoluzione: troppo complessi sono i fattori che portano da un conflitto singolo a un’esplosione generalizzata. Ma c’è di più. Il partito non può, in senso proprio, dirigere una rivoluzione perché un programma, anche il migliore, può contenere solo indicazioni generali di carattere essenzialmente negativo e non la miriade di provvedimenti positivi per introdurre elementi di socialismo nei rapporti sociali. Siamo lontani dalla convinzione di Lenin per il quale “La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta”.8
E’ vero che il rapporto tra masse e partito nei diversi scritti subisce delle oscillazioni. Ripetutamente la Luxemburg sostiene che la socialdemocrazia deve prendere la leadership politica durante un periodo rivoluzionario. In altri brani sottolinea invece la capacità del movimento di massa di creare la propria organizzazione nel corso degli eventi rivoluzionari. In ogni caso “l’iniziativa e la direzione non consistono nel comandare a freddo, ma nell’adattamento più accorto possibile alla situazione e nel contatto più stretto possibile con le disposizioni della massa”.9

Una cosa è però certa: le organizzazioni della classe operaia sono soggette a una necessaria dialettica che vede la costante tensione tra un riformismo di massa e un’ortodossia settaria. Le deviazioni opportunistiche, infatti, “non scaturiscono dal cervello degli uomini ma dalle condizioni sociali”,10 e per questo non possono essere evitate ma solo superate. Il socialismo “non si afferma automaticamente in ogni circostanza della lotta quotidiana della classe operaia”.11 Le organizzazioni della classe operaia si modellano sull’attività ordinaria finendo per acquisire un ruolo conservatore che si esplica nel rielaborare di continuo le piattaforme già acquisite. L’organizzazione da mezzo diventa fine che, per autoconservarsi, favorisce la cieca obbedienza delle masse e la direzione di un ceto di professionisti, mentre viene messa a rischio dalla mobilitazione rivoluzionaria delle masse.

Simili conclusioni potrebbero essere contestate se si potesse ipotizzare una catena continua di riforme che porta al socialismo. Cosa che la Luxemburg nega recisamente. Se è vero che la crescente socializzazione dell’economia capitalistica contiene in nuce elementi di socialismo, è altrettanto vero che questi elementi si manifestano attraverso l’esasperazione di antagonismi di classe e l’inasprimento del carattere classista dei rapporti giuridico-politici. La borghesia, sostiene l’autrice, rinnega la democrazia non appena diventa permeabile alle istanze popolari.

Al contrario, per il proletariato salito al potere la democrazia è un elemento vitale. “La democrazia socialista non comincia solo nella Terra promessa, dopo che è stata creata la sottostruttura dell’economia socialista, non è un regalo natalizio bello e pronto per il bravo popolo che nel frattempo avrà fedelmente sostenuto un manipolo di dittatori socialisti. La democrazia socialista ... comincia nel momento della presa del potere da parte del partito socialista”.12

Ma se quello che abbiamo fin qui detto è vero né le masse né il partito possono essere pronti per la rivoluzione prima della rivoluzione. Questa dunque, quando scoppia, è sempre “prematura”. Durante una rivoluzione bisogna sempre spingersi avanti, non indugiare a metà strada altrimenti ci si consegna alla reazione. Affinché ciò sia possibile è necessario preservare quella libertà che è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Non si tratta di “fanatismo della ‘giustizia’”,13 ma della convinzione che l’aspetto creativo, soprattutto durante una periodo rivoluzionario, è appannaggio delle masse. La rivoluzione proletaria può procedere soltanto attraverso sperimentazioni, errori, sconfitte.

L’insistenza della Luxemburg sulla capacità di avanzare attraverso le sconfitte mette in evidenza un elemento di continuità che va ad integrare il carattere evenemenziale della rivoluzione. Esiste un legame tra le diverse esplosioni rivoluzionarie anche se sono separate da periodi di apparente calma o di reazione. Con un’osservazione dal tono benjaminiano la rivoluzionaria polacca afferma: “Tutte le infinite sofferenze del proletariato moderno rievocano il ricordo delle vecchie sanguinanti ferite”.14 Viene qui evocato un vissuto collettivo proprio degli sfruttati, una memoria latente degli oppressi, un sostrato comune dal quale possono avviarsi percorsi condivisi di trasformazione soggettiva. Tutto ciò risulterebbe impensabile se non si presupponesse una rigidità dei rapporti sociali di produzione tale da rendere possibile un sentimento, per quanto vago, di un comune destino, una percezione condivisa dell’impossibilità di sottrarsi ai rapporti di sfruttamento e oppressione.

E’ questa stessa rigidità dei rapporti sociali di produzione che giustifica anche la necessità della rivoluzione. Ma necessità non significa inevitabilità. La rivoluzione è necessaria soltanto nella misura in cui si vuole evitare di cadere nel baratro cui ci conduce inerzialmente lo sviluppo capitalistico. Il capitalismo, infatti, tende al crollo una volta assorbite le aree non capitalistiche. Il crollo economico è però soltanto un punto logico di approdo, prima arriva la barbarie dell’imperialismo e della guerra, strumenti necessariamente utilizzati dalla borghesia per ritardare l’arresto dell’accumulazione capitalistica. In altri termini l’unica certezza che non può essere messa in discussione è l’alternativa tra socialismo e barbarie.

In conclusione veniamo ai nostri giorni per sottolineare il fatto che la richiamata impossibilità di pensare la fine del capitalismo non potrebbe presentarsi con tanta forza se non si accompagnasse alla radicata convinzione relativa all’incapacità di autotrasformazione dei soggetti potenzialmente interessati a tale fine. Al massimo, in una logica populista, si riesce a pensare ad una sommatoria di rivendicazioni portate avanti da gruppi sociali che rimangono essenzialmente separati, chiusi nel particolarismo delle rispettive identità. Pensiamo ad una parola d’ordine come “prima gli italiani”. Ti manca la casa, sei disoccupato, ti sfruttano sul lavoro: ognuno può interpretare questa parola d’ordine pensando alla sua situazione particolare proprio perché si tratta di una parola d’ordine vuota. L’identificazione di una causa fittizia dei problemi sociali permette di prefigurare cambiamenti per i quali non è necessario modificare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, rivendicare alcun cambiamento nella distribuzione della ricchezza tra le classi, invocare alcun nuovo indirizzo di politica economica. E di conseguenza l’unità costruita attraverso questo significante egemonico vuoto non richiede alcuna effettiva mobilitazione, tanto meno la concreta solidarietà tra i gruppi portatori di differenti istanze rivendicative. E’ sufficiente un leader carismatico.

E’ possibile utilizzare questo schema coniugandolo a sinistra, come vorrebbero due autori quali Laclau e Mouffe? Tale possibilità riposa sull’idea che una simile sommatoria di interessi possa modificare i fondamentali rapporti di forza nella società. Ma affinché ciò sia possibile occorre interpretare i rapporti sociali di produzione come estremamente elastici. Da questo punto di vista, non esistono, in senso proprio, meccanismi cogenti di funzionamento del sistema. Esisterebbero soltanto delle combinazioni contingenti di interessi dei diversi gruppi politico-sociali che possono dare luogo a configurazioni estremamente differenziate e modificabili. In questa ottica, l’articolazione dei gruppi sociali è per sua natura frammentaria, determinata da una logica tutta politica. Non esisterebbe dunque un sistema in senso proprio che possa configurare un principio di continuità tra i gruppi sociali subalterni, un sistema che possa obbligare gli oppressi e gli sfruttati a un salto di qualità nella loro capacità di confliggere con l’ordine esistente in ragione dei limiti connaturati alle possibilità di trasformazione interne al sistema stesso.

Solo se si riconosce una necessità socialmente determinata, le leggi di sviluppo del capitalismo, diventa ipotizzabile un evento che apre nuove possibilità. Se tale necessità non viene riconosciuta le possibilità sembrano già essere tutte aperte, senza bisogno di modificare alcunché della sostanza dei comportamenti sociali quotidiani. Ma il fatto di non riconoscerla non significa che non esiste. Per questo credo che occorra ancora indagare, sulla scia di Rosa Luxemburg, come il particolare (il singolo conflitto) si possa sollevare al livello dell’universale (lo sciopero generale) attraverso una prassi che trasforma e unisce i soggetti coinvolti, piuttosto che mettersi alla ricerca di un universale (il significante egemonico) che possa essere rabbassato al livello del particolare (la singola rivendicazione) attraverso un’operazione ideologica che lascia inalterati, separati e passivi i soggetti coinvolti. La seconda via potrà forse sembrare più semplice, ma configura comunque una strategia di presa di potere dall’alto. Rosa Luxemburg invece suggerisce una via diversa: “conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso”.15 Oggi potrà sembrare impossibile e fantasioso, domani potremmo considerare questa via come qualcosa di semplice e naturale.

[L’articolo pubblicato è la relazione tenuta in occasione del convegno “Rosa Luxemburg … la rosa rossa era, è e sara”, organizzato a Roma il 25 maggio dal gruppo Devianze, attivo all’interno dei COBAS Lavoro Privato. Il medesimo gruppo sta organizzando un secondo appuntamento dedicato alla rivoluzionaria polacca per Ottobre 2019, sempre a Roma. Al momento hanno confermato la partecipazione: Chiara Giorgi (docente di Storia delle istituzioni politiche) e Maria Turchetto (docente di Storia del pensiero politico).]

Note:

1) Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, Prospettiva, Roma 1997, p. 18.
2) Su questo tema si può per esempio vedere, tra i tanti testi di Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli 2011 e, in particolare il capitolo III, “La Comune di Parigi: una dichiarazione politica sulla politica”.
3) Per una sintesi sul pensiero di Alain Badiou cfr. il libro intervista Philosophy and the Event, Polity Press 2013.
4)Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa”, in Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 224. 
5) Karl Marx, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 29.
6) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, in Scritti politici, ed cit. p. 335.
7) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed cit., p. 346.
8) Lenin, “Tre fonti e tre parti integranti del marxismo”, in Marx, Engels e il marxismo, Newton Compton Editori, Roma 1973, p. 75.
9) Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed. cit., p. 334.
10) R. Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa”, ed. cit, p. 235.
11) R. Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, Prospettiva, Roma 1996, pp. 45-46.
12) R. Luxemburg, La rivoluzione russa, ed. cit, p. 68.
13) R. Luxemburg, La rivoluzione russa, ed. cit, p. 68.
14) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed cit., p. 315.
15) R. Luxemburg, “Discorso sul programma”, in Scritti politici, ed. cit., p. 630

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