Questa non è una recensione. Il nuovo libro di Visalli, Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo (1), tratta troppi argomenti perché li si possa esaurire nell'angusto spazio di una recensione, ancorché corposa. In questo articolo mi limito quindi ad affrontare due temi teorici che reputo cruciali: la ridefinizione del concetto di classe (e il suo impatto sul concetto di partito) e il background "religioso" della civiltà capitalistica (e la sua capacità di "contaminare" il discorso socialista). Da queste pagine restano quindi fuori temi quali il lascito delle grandi rivoluzioni otto-novecentesche, nonché l'alternanza fra capitalismo di mercato e capitalismo politicamente regolato, associata all'alternanza fra fasi di crisi e fasi di ripresa economica, temi ai quali il lavoro di Visalli dedica ampio spazio.
1. Classe e partito: due questioni inscindibili
"Lo spettro che si aggira per l'Europa" evocato da Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti era in larga misura un'entità virtuale (decenni più tardi, al tempo della Comune, gli insorti saranno in larga misura garzoni di bottega e artigiani, più che operai in senso moderno), ma presentava già una consistenza materiale sufficiente a inquietare una borghesia timorosa di dover abbandonare il trono sul quale si era da poco seduta. Oggi, dopo che la controrivoluzione neoliberale ha espropriato il proletariato occidentale della propria identità sociale, culturale e politica, lo spettro di cui sopra sembra persino più evanescente di quello evocato un secolo e mezzo fa. Per parafrasare il sottotitolo di Visalli, potremmo dire che il fantasma del collettivo si presenta ormai come un'ombra dispersa fra una miriade di soggettività incapaci di "fare corpo". Nel secolo scorso, i marxisti rivoluzionari potevano disquisire sui metodi migliori per risvegliare la coscienza politica di una classe "oggettivamente" rivoluzionaria, ancorché frenata dalla tendenza spontanea a non oltrepassare i limiti del tradunionismo; oggi si tratta piuttosto di reintrodurre in una massa polverizzata in atomi individuali la consapevolezza di appartenere a un'unica classe sociale dotata di interessi, bisogni e aspettative comuni. Visalli indaga i presupposti teorici che renderebbero concepibile la realizzazione di un simile obiettivo.
L'analisi parte da due punti fermi. Il primo consiste nel rifiutare gli approcci "sostanzialisti", termine con il quale Visalli si riferisce ai dogmi economicisti e "oggettivisti" di un marxismo dogmatico che considera la classe operaia come una sorta di realtà "a priori", un dato di fatto che trascende le condizioni storiche concrete. Contro questa posizione scrive, citando la lezione di Labriola, (2), "le classi sociali non emergono dalla terra" non esistono come entità astratte, bensì "nascono storicamente entro e attorno una determinata forma di produzione, al punto di congiunzione di volontà e necessità". Da ciò discende il secondo punto fermo: la questione della classe è inevitabilmente intrecciata a quella dell'agire politico, vale a dire a quella del partito, si costituisce assieme all'azione, al progetto politico.
Il rifiuto dell'approccio sostanzialista non comporta la negazione dell'esistenza di interlocutori sociali concretamente definibili, atteggiamento che appartiene piuttosto alle correnti culturali che si ispirano alle filosofie post strutturaliste e post moderne. Ecco perché il libro dedica molte pagine a smontare le tesi di André Gorz e dei teorici postoperiasti (3), i quali pontificano di una presunta "fine del lavoro" equivocando il senso della profezia marxiana contenuta in un noto frammento dei Grundrisse, laddove si afferma che, raggiunto un certo livello di sviluppo delle forze produttive, la teoria del valore-lavoro non può più essere applicata, dal momento che l'unico motore della produzione di ricchezza diviene il general intellect, vale a dire l'insieme delle conoscenze scientifiche e tecnologiche generate dall'individuo sociale.
Come ho scritto in varie occasioni (4), polemizzando con questa corrente di pensiero, i teorici postmoderni si sono illusi di riconoscere nelle utopie dei profeti della rivoluzione digitale, come Yokai Benkler (5) e Manuel Castells (6), la conferma che l'appena citata profezia marxiana si era ormai trasformata in realtà di fatto. Per tutti costoro, i cosiddetti "lavoratori della conoscenza" (categoria costruita estendendo a dismisura un campo limitato a esigue minoranze, quali le comunità degli sviluppatori opensource e i membri delle culture hacker) sarebbero le avanguardie rivoluzionarie di una forza lavoro dotata di consapevolezza e competenze tali da potersi affrancare dalle vestigia di un capitalismo ridotto a spettrale residuo del passato, a una sorta di sovrastruttura parassitaria, priva di reali funzioni produttive, che sopravvive solo imponendo con la forza "leggi" economiche desuete a una comunità produttiva che sarebbe ormai in grado di autogestirsi liberamente. Nella sua variante "accelerazionista" (7) il mito guarda con speranza alle tendenze più estreme del turbo capitalismo digitale che, sostiene, a mano a mano che prevarranno sulla "Old Economy", finiranno per estinguersi a causa del loro stesso trionfo.
Il secondo punto fermo coincide con una visione che associa classe e partito in un unico processo costituente, visione in nome della quale Visalli ingaggia un'altra battaglia cruciale: quella contro la sostituzione del concetto di classe con quello di popolo. In questo caso il bersaglio polemico è la coppia Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (8) e il loro rifiuto di identificare il soggetto del conflitto sociale nelle classi lavoratrici. Questi autori rimpiazzano infatti il proletariato con il popolo, un soggetto che considerano come una costruzione puramente linguistico-discorsiva operata da leader carismatici capaci di tradurre il coacervo delle domande inevase dal sistema liberal democratico in una "catena equivalenziale", che "si fa" popolo nella misura in cui identifica nelle élite dominanti il nemico comune. Questa costruzione intellettuale si fonda su una peculiare rilettura del concetto gramsciano di egemonia, non più riferito al dominio ideologico-culturale delle classi dominanti sulle classi subalterne, bensì alla capacità di una particolare rivendicazione di sovradeterminare gli altri anelli della catena equivalenziale.
A offrire una parvenza di validità a questa tesi, argomenta Visalli, hanno contribuito la crisi economica iniziata nel 2008 e il suo aggravamento, associato alla pandemia del Covid-19. Questi due "cigni neri" hanno destabilizzato le procedure e le istituzioni del regime neoliberale, riducendone la facoltà di generare consenso e ottenere legittimazione. La società è così entrata in un momento Polanyi (8), ha cioè iniziato a reagire agli effetti distruttivi del neoliberismo su tutti gli aspetti della vita sociale. L'individualismo edonista, che per decenni era riuscito a narcotizzare le velleità di opposizione, mascherando la realtà di una rapida e vertiginosa crescita delle disuguaglianze, ha iniziato a perdere colpi a mano a mano che si esaurivano le condizioni di sicurezza e fiducia che lo rendevano possibile. Purtuttavia la consapevolezza che solo l'azione collettiva (leggi la lotta di classe) può rovesciare i rapporti di forza vigenti non è a tutt'oggi riuscita a riemergere.
Assieme alla sfasatura temporale fra "il vecchio che muore e il nuovo che non riesce a nascere", Visalli evoca il monito di Gramsci sui rischi di rivoluzione passiva associati a queste fasi di transizione che, in assenza di un credibile progetto politico alternativo, appaiono senza sbocco. L'ondata populista (di destra e di sinistra: Sanders e Trump negli Stati Uniti, Corbyn in Inghilterra; Podemos e Vox in Spagna, M5S in Italia, Mélenchon e Le Pen in Francia) se da un lato conferma questa diagnosi gramsciana, dall'altro sembrerebbe corroborare le tesi di Laclau e Mouffe, se non fosse che questi movimenti, non essendosi posti l'obiettivo del rovesciamento del regime neoliberale, bensì quello di un suo addolcimento (a sinistra), o quello della restaurazione dei suoi principi e valori originari "traditi" da caste politiche corrotte (a destra) sono quasi del tutto rifluiti sotto i colpi della reazione delle élite dominanti.
Ma se il momento populista esaurisce la sua spinta propulsiva, il momento Polanyi con le sue laceranti contraddizioni, permane e si radicalizza. E quindi crescono i rischi. Il crollo dei sistemi tecno-scientifici di protezione provocato dal Covid-19, scrive Visalli, ha imposto il ritorno dello stato in forme autoritarie, provocando la rabbia e il rifiuto delle classi medie sedotte da ideologie antipolitiche e dal sovversivismo di destra. Ma il peggio è che la mobilitazione contro il virus ha lasciato il posto alla mobilitazione totale in vista di una Terza guerra mondiale fra le potenze occidentali e i Paesi che si oppongono alla loro egemonia, di cui la guerra tra Ucraina e Russia è il primo atto. Il keynesismo di guerra torna dunque a proporsi come soluzione di ultima istanza a una crisi senza sbocco. In questa situazione tragica, scrive Visalli, il lavoro intrecciato e parallelo di ricostruzione della classe e del suo partito diventa l'obiettivo prioritario e irrinunciabile, mentre al discorso populista va riconosciuto il merito di avere evidenziato il problema di ridefinire una soggettività antagonista non più descrivibile nei termini classici della opposizione bipolare operai/padroni.
Sbarazzarsi di questo dogma che, pur essendo già discutibile ai tempi di Marx (il quale era del resto consapevole di descrivere un modello astratto a partire dall'osservazione dal processo di accumulazione originaria in Inghilterra), è rimasto in auge per più di un secolo, non è compito agevole. Visalli lo affronta rimpiazzando lo schema bipolare con una rete complessa in cui si intrecciano una serie di "diagonali" che descrivono altrettanti criteri di selezione. Da un lato resta importante, anche se non esclusivo, il criterio delle differenze quantitative e qualitative di reddito, per cui la condizione di chi ha come unica fonte di reddito la vendita della propria forza lavoro – né è in grado di determinare il prezzo di questa "finta merce" – funge da fattore unificante dell'arcipelago dei frammenti (lavoro precario, "uberizzato", finto autonomo, intermittente, terziarizzato, ecc.) in cui l'offensiva neoliberale ha fatto esplodere la classe operaia tradizionale. Dall'altro lato, occorre leggere queste nuove forme a partire dalle catene produttive globali, che dimostrano come la legge del valore si sia ampliata e complessificata, in barba a coloro che ne decretano la fine (vedi sopra). Lo sfruttamento classico viene così a intrecciarsi con il conflitto fra centri, periferie e semi periferie, tanto a livello nazionale (9) che a livello globale, uno scenario che già Lenin aveva abbozzato nelle sue tesi sull'imperialismo e che i teorici dello scambio ineguale e della dipendenza hanno ripreso ed approfondito (10). Senza tenere conto di quest'ultimo scenario resterebbe incomprensibile il fatto che le uniche rivoluzioni socialiste vittoriose sono avvenute in Paesi ex coloniali e hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, più che le minoranze operaie (un motivo in più per superare il modello classico della opposizione binaria fra capitalisti e proletariato industriale).
Quale formula organizzativa dovrebbe adottare un partito rivoluzionario per unificare questo complesso intreccio di contraddizioni, evitando la scorciatoia del populismo? Visalli sembra dirci che, al di là degli inevitabili adeguamenti di formule organizzative e linguaggi, sono ancora il gramsciano Partito Principe e il Che fare di Lenin a indicare la strada da imboccare: posto che riunificazione della classe e ricostruzione del partito sono processi interconnessi, resta il fatto che in quella magmatica materia grezza che sono le attuali classi subalterne, potenzialmente antagoniste ma attualmente ridotte alla passività, la coscienza politica, intesa come consapevolezza non solo dei propri interessi immediati ma anche del proprio ruolo nel contesto delle relazioni fra tutte le classi sociali, può penetrare solo dall'esterno. Senza dimenticare la lezione di Lukács (11), secondo cui questa coscienza importata diventa reale autocoscienza di classe solo se e quando la massa proletaria se ne appropria effettivamente, il che dovrebbe renderci consapevoli della necessità di incorporare gli strati proletari più combattivi e politicizzati già nelle prime fasi di costruzione dell'organizzazione.
2. Il capitalismo come religione
L'influsso dei fattori religiosi sulla cultura capitalista non è argomento inedito. È nota la tesi di Max Weber (12) che identifica nell'etica protestante (in particolare in quella calvinista) le radici storiche dello spirito del capitalismo e le ragioni del ritardo con cui tale spirito ha potuto trionfare nei paesi di cultura cattolica, o ha dovuto essere importato dall'esterno in quelli di cultura islamica, confuciana e buddista.
Non meno note sono le critiche rivolte a tale tesi, a partire da quella di Samir Amin (discussa in un precedente articolo su questa pagina (13)) il quale, da un lato rovescia il punto di vista weberiano, sostenendo che sono state piuttosto le religioni ad adattarsi, prima o dopo, a seconda delle differenti condizioni storiche, all'evoluzione dei rapporti sociali; dall'altro lato critica il materialismo volgare di quei marxisti che hanno eretto a dogma la battuta marxiana sulla religione come "oppio dei popoli", ricordando come in determinati contesti storici e geografici (vedi il ruolo della Teologia della Liberazione in America Latina) la religione abbia svolto al contrario un ruolo rivoluzionario. Senza dimenticare le pagine (14) in cui Lukács analizza la storia del cristianesimo e l'alternanza fra ruolo progressivo e ruolo reazionario che ne ha contraddistinto differenti fasi evolutive. E senza dimenticare che un grande filosofo marxista (ancorché eretico) come Ernst Bloch (15) ha addirittura visto nella rivoluzione bolscevica il compimento di un annuncio profetico inaugurato dal cristianesimo, proseguito dalle eresie medievali e culminato nell'utopia socialista.
Visalli affronta il tema da un altro angolo visuale, adotta cioè il punto di vista di Walter Benjamin, il quale, in alcuni testi (16), più che occuparsi del rapporto fra capitalismo e religione, descrive il capitalismo stesso in quanto religione. Il capitalismo, scrive Visalli seguendo le tracce di Benjamin, "serve alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini cui un tempo davano risposta le religioni". In altre parole: non si tratta di leggere l'influenza di credenze religiose secolarizzate sui valori della civiltà capitalistica, bensì di capire come proprio il radicale processo di secolarizzazione messo in atto da tale civiltà abbia creato un vuoto di senso che lo stesso capitalismo ha finito per riempire. Ma di che religione stiamo parlando? Siamo di fronte a un culto, risponde Visalli sempre ispirandosi a Benjamin, che si fonda quasi esclusivamente sulla ritualità, che è mero rito, ripetizione di gesti e pratiche senza una vera teologia; un culto che introduce nel mondo la dismisura, la cattiva infinità dell'accumulazione di ricchezza (in forma di denaro) fine a se stessa, che è illimitatezza di un desiderio disperato il cui fine ultimo non è la buona vita bensì la creazione di valore economico. Siamo infine di fronte a una religione mortifera, sia perché opprime il lavoro vivo per accumulare oggetti, lavoro morto, sia perché non offre redenzione bensì la disperazione di una colpa irredimibile che indossa la maschera del debito.
Ma il vero motivo per cui Visalli adotta questa lettura benjaminiana del capitalismo come culto religioso è il fatto che, adottando il punto di vista del grande eretico della Scuola di Francoforte su questo tema, è possibile mettere sotto accusa i feticci del progresso e del lavoro industriale; feticci che ispiravano la socialdemocrazia tedesca fra fine '800 e primo '900, ma che sono rimasti saldamente incastonati nella cultura di tutte le correnti – tanto riformiste che rivoluzionarie, tanto nel passato quanto nel presente – del marxismo mainstream.
Nella misura in cui il socialismo si converte ai valori dell'industrialismo progressista, non considerandoli semplicemente come strumenti per sottrarre milioni di persone alla povertà (vedi il caso della Cina socialista), bensì ipostatizzando la tecnica e lo sviluppo delle forze produttive come fattori determinanti, se non esclusivi, della transizione a un nuovo modo di produzione e a una nuova civiltà, ci si è già inconsapevolmente esposti al rischio di abbracciare la fede borghese nella natura salvifica della crescita illimitata.
Superare questo approccio, argomenta Visalli, implica rivisitare criticamente alcuni dogmi del marxismo mainstream (compresi certi passaggi dei testi marxiani). Dall'esaltazione positivista, evoluzionista e progressista del ruolo rivoluzionario della tecnica, dello sviluppo delle forze produttive, deriva infatti una visione della rivoluzione come l'esito necessario, "naturale" di presunte leggi immanenti alla storia. Abbandonare questa visione significa seguire Benjamin nel suo tentativo di ridefinire il senso del progetto rivoluzionario. La metafora benjaminiana dell'angelo della storia (17), rappresentato come una figura che il vento trascina verso un futuro cui esso volge le spalle, mentre contempla il cumulo delle rovine e delle vittime che il progresso si lascia dietro, ispira l'idea della rivoluzione come "estrema difesa davanti al disastro", più che come approdo di una evoluzione spontanea verso un futuro predestinato. Così concepita, la rivoluzione non può essere altro se non la rottura del continuum storico nell'attimo dell'azione, il "balzo di tigre" (per citare un'altra metafora benjaminiana) che spezza la continuità della dominazione.
Note
(1) A. Visalli, Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo, Meltemi, Milano 2023.
(2) Le idee di Antonio Labriola (vedi in particolare, Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, Roma 2019) esercitano una forte influenza sul pensiero di Visalli che ritiene questo autore un anticipatore di Gramsci.
(3) Cfr. A. Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 1998 e L'immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino 2003. Quanto ai teorici postoperaisti il riferimento è soprattutto ad Antonio Negri.
(4) Vedi, in particolare, Felici e sfruttati, EGEA, Milano 2011 e Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013 (anche se sul tema mi ero già espresso in lavori precedenti così come sono tornato in lavori successivi).
(5) Cfr. Y. Benkler, La ricchezza della Rete, Università Bocconi Editore, Milano 2007.
(6) Cfr. M. Castells, L'età dell'informazione: economia, società, cultura, 3 voll., Università Bocconi Editore, Milano 2002-2003.
(7) Cfr. N. Srnicek, A. Williams, Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, Nero Editions, Roma 2018.
(8) Cfr. E. Laclau, C. Mouffe, Hegemony and Socialist Strategy, Verso, Londra 1985; E. Laclau, La ragione populista, Latera, Roma-Bari 2008; E. Laclau, Le fondamenta retoriche della società, Mimesis, Milano 2017.
(9) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974.
(10) La questione della territorializzazione del conflitto di classe nei paesi a capitalismo avanzato è associata al tema del processo di gentrificazione dei centri metropolitani e del parallelo processo di periferizzazione delle città minori. Per quanto riguarda il caso francese cfr. C. Guilluy, La France périphérique, Flammarion, Paris 2014.
(11) Per una dettagliata ricostruzione della storia della teoria della dipendenza vedi A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.
(12) Cfr. G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Tasco, Milano 1997; ma soprattutto vedi Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), Meltemi, Milano 2023.
(13) Cfr. M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991; vedi anche M. Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano 1982.
(14) "Samir Amin: una spallata contro l'eurocentrismo"
(15) Cfr. G. Lukács, Ontologia, op. cit.
(16) Cfr. E. Bloch, Il Principio Speranza, 3 voll. Mimesis, Milano-Udine 2019.
(17) Visalli discute soprattutto due testi di Benjamin: le "Tesi di filosofia della storia", in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962 e Strada a senso unico, Einaudi Torino 1983.
(18) vedi nota precedente.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2020
La Cina è “perfetta”? Il Partito tra ideologia e controllo sociale
È in uscita in libreria e nei negozi online il poderoso volume “Una Cina ‘perfetta’. La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale” di Michelangelo Cocco.
Il volume, edito da Carocci e con una prefazione del prof. Guido Samarani, affronta tematiche attualissime quali lo scontro con gli Stati Uniti, l’innovazione tecnologica, la nuova via della Seta, la transizione verde, analizzando la genesi e le possibili conseguenze dei grandi progetti del Partito comunista per dar vita a una Cina “perfetta”.
Fondato a Shanghai il 23 luglio 1921, con i suoi 90 milioni di iscritti il Partito comunista cinese è il partito politico più grande del mondo. Dopo 70 anni ininterrotti al potere, il Partito ha permesso alla Repubblica popolare cinese di superare l’Unione Sovietica, diventando il regime socialista più longevo della storia. Con Xi Jinping la Cina affronta un altro tornante epocale, dopo il maoismo, la Rivoluzione culturale, il denghismo, la partecipazione al capitalismo globale.
In un mondo post-ideologico, la “Nuova era” proclamata dal segretario generale scommette sul marxismo e sul confucianesimo per disciplinare il Partito e il popolo, per centrare quella “rinascita nazionale” che renda finalmente il paese ricco, forte e protagonista sullo scacchiere internazionale.
L’ascesa della Cina però sconvolge vecchi equilibri e suscita le resistenze delle grandi potenze, che temono la competizione di un sistema autoritario efficiente, che promette di far diventare la Repubblica popolare un’economia avanzata e di riparare a decenni di catastrofe ambientale. Secondo Xi e compagni, anche la crisi del Covid-19 conferma che per affrontare le grandi sfide di governance del XXI secolo resta imprescindibile il Partito, sempre più dominante: nello Stato, nell’economia, nella società.
Fonte
Il volume, edito da Carocci e con una prefazione del prof. Guido Samarani, affronta tematiche attualissime quali lo scontro con gli Stati Uniti, l’innovazione tecnologica, la nuova via della Seta, la transizione verde, analizzando la genesi e le possibili conseguenze dei grandi progetti del Partito comunista per dar vita a una Cina “perfetta”.
Fondato a Shanghai il 23 luglio 1921, con i suoi 90 milioni di iscritti il Partito comunista cinese è il partito politico più grande del mondo. Dopo 70 anni ininterrotti al potere, il Partito ha permesso alla Repubblica popolare cinese di superare l’Unione Sovietica, diventando il regime socialista più longevo della storia. Con Xi Jinping la Cina affronta un altro tornante epocale, dopo il maoismo, la Rivoluzione culturale, il denghismo, la partecipazione al capitalismo globale.
In un mondo post-ideologico, la “Nuova era” proclamata dal segretario generale scommette sul marxismo e sul confucianesimo per disciplinare il Partito e il popolo, per centrare quella “rinascita nazionale” che renda finalmente il paese ricco, forte e protagonista sullo scacchiere internazionale.
L’ascesa della Cina però sconvolge vecchi equilibri e suscita le resistenze delle grandi potenze, che temono la competizione di un sistema autoritario efficiente, che promette di far diventare la Repubblica popolare un’economia avanzata e di riparare a decenni di catastrofe ambientale. Secondo Xi e compagni, anche la crisi del Covid-19 conferma che per affrontare le grandi sfide di governance del XXI secolo resta imprescindibile il Partito, sempre più dominante: nello Stato, nell’economia, nella società.
Fonte
23/05/2020
L’organizzazione della verità’ e gli “errori opposti”
“Verità: carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o una realtà obiettiva, e in particolare ciò che è vero in senso assoluto”.
Mi sono permesso di riportare questa definizione classica del termine “verità” intesa in senso filosofico dopo che, leggendo l’articolata analisi di Marco Assennato al proposito della pubblicazione del secondo volume degli scritti di Etienne Balibar (Il Manifesto 21 maggio), sono stato colpito dalla citazione di un frammento di Pascal “la verità marcia sempre tra errori opposti”.
Sempre seguendo la traccia di Assennato provo allora a collegare questa citazione alla posta in gioco che, fin dall’inizio, viene proposta dal testo: “Si tratta di immergersi nell’aporia che oppone da sempre – con Machiavelli – la voce del Principe e quella della Moltitudine, per imparare ad ascoltare, sui bordi del loro conflitto, la verità effettuale della cosa: verità della politica alla quale non cessiamo di correre dietro”.
A questo punto mi pare si rende necessario uno spunto di riflessione: nella modernità, infatti, l’oggetto del contendere non sembra più risiedere nel correre dietro alla verità della politica cercando di individuare la linea di marcia che si insinua tra gli errori opposti.
La questione centrale sembra essere ormai quella di individuare la capacità di “organizzare la verità” e amplificarla attraverso tutti i mezzi possibili che appunto la modernità ci ha messo a disposizione.
La “quaestio” diventa così quella della “potenza di fuoco” dell’organizzazione della verità, la forza della “bestia” capace di costruire l’immaginario al di fuori della fantasia del singolo e della sua capacità di distinguere.
A quel punto, eseguita la fusione tra verità e fantasia Principe e Moltitudine si mescolano dentro a una inedita (almeno per i nostri tempi) espressione di soggettività politica che realizza insieme “fusione” e “confusione”, facendo sparire la linea di demarcazione tra gli errori opposti.
La politica si riduce così a semplice espressione del potere e viene posta al riparo dal conflitto che potrebbe essere suscitato dalla divergenza di interessi.
La politica si trasforma in un gigantesco inganno.
Così si è superato il ‘900 affermando la “fine della storia” e la caduta delle ideologie.
Allora vale la pena ricordare ancora come, nel secolo scorso, la verità fosse posta tra gli errori opposti perché organizzata, da una parte e dall’altra, attraverso un concretamente visibile demiurgo: il partito.
Il tema del “partito” non poteva essere considerato come mero strumento dell’esercizio del potere e, insieme, come il soggetto che forniva il contributo decisivo all’annullamento delle espressioni di contraddizione sociale e politica.
Oggi viviamo una crisi nella proposta di “verità”.
Una crisi posta proprio sul terreno del passaggio dal particolare all’universale.
Emerge una difficoltà di indicazione che potrebbe essere superata tornando a riflettere sul partito come “intellettuale collettivo”, promotore di una “rivoluzione morale”.
Gramsci sviluppò la concezione del partito come “intellettuale collettivo” per il tramite del quale si costruiva la risposta alla “verità” degli altri.
Nella sua analisi il dilemma tra Principe e Moltitudini si risolveva con l’intervento diretto di grandi masse nella vita delle nazioni moderne, la costituzione di una vasta rete di organi di informazione e di mezzi di comunicazione, rendendo indispensabile l’organizzazione e la centralizzazione delle forze e delle aspirazioni, della “volontà collettiva”.
Gramsci intendeva che questa funzione – di “volontà collettiva” – fosse svolta da un organismo che fosse elemento della società complessa, nella quale proprio come quella “volontà collettiva” iniziasse a concretarsi, affermandosi anche parzialmente nell’azione.
Gramsci pensava a una “compartecipazione attiva e consapevole” allo scopo di formare un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente; ovviando così, sul piano teorico, al rischio concreto di trascinarsi in una visione totalizzante di un’unica espressione politica tendente alla ricerca della “verità”.
Da questo punto di vista assistiamo invece oggi a una sorta di abdicazione da parte delle teorie politiche critiche della società, mentre si moltiplicano teorie (e movimenti sociali) che riducono il problema a una pura e semplice mistificazione: appunto, l’organizzazione di una verità che finisce con l'ingarbugliare tra loro gli “errori opposti” e formando la riduzione corrente al pensiero unico.
Fonte
Mi sono permesso di riportare questa definizione classica del termine “verità” intesa in senso filosofico dopo che, leggendo l’articolata analisi di Marco Assennato al proposito della pubblicazione del secondo volume degli scritti di Etienne Balibar (Il Manifesto 21 maggio), sono stato colpito dalla citazione di un frammento di Pascal “la verità marcia sempre tra errori opposti”.
Sempre seguendo la traccia di Assennato provo allora a collegare questa citazione alla posta in gioco che, fin dall’inizio, viene proposta dal testo: “Si tratta di immergersi nell’aporia che oppone da sempre – con Machiavelli – la voce del Principe e quella della Moltitudine, per imparare ad ascoltare, sui bordi del loro conflitto, la verità effettuale della cosa: verità della politica alla quale non cessiamo di correre dietro”.
A questo punto mi pare si rende necessario uno spunto di riflessione: nella modernità, infatti, l’oggetto del contendere non sembra più risiedere nel correre dietro alla verità della politica cercando di individuare la linea di marcia che si insinua tra gli errori opposti.
La questione centrale sembra essere ormai quella di individuare la capacità di “organizzare la verità” e amplificarla attraverso tutti i mezzi possibili che appunto la modernità ci ha messo a disposizione.
La “quaestio” diventa così quella della “potenza di fuoco” dell’organizzazione della verità, la forza della “bestia” capace di costruire l’immaginario al di fuori della fantasia del singolo e della sua capacità di distinguere.
A quel punto, eseguita la fusione tra verità e fantasia Principe e Moltitudine si mescolano dentro a una inedita (almeno per i nostri tempi) espressione di soggettività politica che realizza insieme “fusione” e “confusione”, facendo sparire la linea di demarcazione tra gli errori opposti.
La politica si riduce così a semplice espressione del potere e viene posta al riparo dal conflitto che potrebbe essere suscitato dalla divergenza di interessi.
La politica si trasforma in un gigantesco inganno.
Così si è superato il ‘900 affermando la “fine della storia” e la caduta delle ideologie.
Allora vale la pena ricordare ancora come, nel secolo scorso, la verità fosse posta tra gli errori opposti perché organizzata, da una parte e dall’altra, attraverso un concretamente visibile demiurgo: il partito.
Il tema del “partito” non poteva essere considerato come mero strumento dell’esercizio del potere e, insieme, come il soggetto che forniva il contributo decisivo all’annullamento delle espressioni di contraddizione sociale e politica.
Oggi viviamo una crisi nella proposta di “verità”.
Una crisi posta proprio sul terreno del passaggio dal particolare all’universale.
Emerge una difficoltà di indicazione che potrebbe essere superata tornando a riflettere sul partito come “intellettuale collettivo”, promotore di una “rivoluzione morale”.
Gramsci sviluppò la concezione del partito come “intellettuale collettivo” per il tramite del quale si costruiva la risposta alla “verità” degli altri.
Nella sua analisi il dilemma tra Principe e Moltitudini si risolveva con l’intervento diretto di grandi masse nella vita delle nazioni moderne, la costituzione di una vasta rete di organi di informazione e di mezzi di comunicazione, rendendo indispensabile l’organizzazione e la centralizzazione delle forze e delle aspirazioni, della “volontà collettiva”.
Gramsci intendeva che questa funzione – di “volontà collettiva” – fosse svolta da un organismo che fosse elemento della società complessa, nella quale proprio come quella “volontà collettiva” iniziasse a concretarsi, affermandosi anche parzialmente nell’azione.
Gramsci pensava a una “compartecipazione attiva e consapevole” allo scopo di formare un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente; ovviando così, sul piano teorico, al rischio concreto di trascinarsi in una visione totalizzante di un’unica espressione politica tendente alla ricerca della “verità”.
Da questo punto di vista assistiamo invece oggi a una sorta di abdicazione da parte delle teorie politiche critiche della società, mentre si moltiplicano teorie (e movimenti sociali) che riducono il problema a una pura e semplice mistificazione: appunto, l’organizzazione di una verità che finisce con l'ingarbugliare tra loro gli “errori opposti” e formando la riduzione corrente al pensiero unico.
Fonte
09/06/2019
Rosa Luxemburg e la rivoluzione impossibile
di Fabio Ciabatti
In un periodo come quello attuale in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo può essere utile riprendere le parole di Rosa Luxemburg a proposito della rivoluzione:
Come noto il pensiero della Luxemburg è stato spesso accusato di spontaneismo. Però, se si può applicare, almeno in parte, la categoria di evento alla sua opera, allora parlare di spontaneismo non è la cosa più appropriata. Certo l’autrice contrappone spesso l’attività spontanea delle masse e la loro capacità di innovare la prassi politica all’inerzia e alla funzione frenante del partito e del sindacato. Ma se volessimo parlare in senso proprio di spontaneità dovremmo presupporre un tipo di comportamento che appartiene ad un soggetto come suo necessario attributo. Nel mettere in atto questo modo di agire il soggetto dovrebbe rimane identico sé stesso. Quello che compare nello sciopero di massa e nella rivoluzione si configura, invece, nello spirito della Luxemburg, come un vero e proprio “termine nuovo”. Il soggetto proletario si trasforma profondamente nel corso dell’evento rivoluzionario negando quell’incapacità di autogoverno delle masse sostenuta tanto dal socialdemocratico Kautsky quanto dal bolscevico Lenin, concordi nell’affermare che il socialismo va portato alla classe operaia dall’esterno. Attenzione però. Per la Luxemburg allo scoppio della rivoluzione non compare istantaneamente un soggetto bello e pronto per impadronirsi del potere e instaurare il socialismo. La rivoluzione rende visibile questa possibilità “estirpando dalle radici ... lo spirito schiavistico” proprio della disciplina “inculcata dallo Stato capitalistico”.4 In sintesi, la rivoluzione fa parte del costituirsi del soggetto.
Non esiste, in altri termini, un soggetto che nella sua conformazione prerivoluzionaria sia in grado di innescare e portare avanti un’azione rivoluzionaria. Non esiste, cioè, un termine che, mantenendosi identico a se stesso, possa costituire la mediazione tra il prima e il dopo. E questo vale tanto per il soggetto sociale, il proletariato, quanto per il soggetto politico, il partito. Per questo non è raffigurabile una prassi/processo che per mero accumulo possa costituire la transizione da un periodo “normale” a uno rivoluzionario.
Una simile tematica è in continuità con quanto sostenuto da Marx:
Se questo scarto vale per il proletariato, possiamo invece invocare l’esistenza dell’organizzazione politica come elemento mediatore che rimane identico a se stesso prima e dopo il periodo della tormenta? Secondo Rosa Luxemburg la funzione del partito nei periodi rivoluzionari soggiace intrinsecamente a forti limitazioni. Il partito non può stabilire l’inizio della rivoluzione: troppo complessi sono i fattori che portano da un conflitto singolo a un’esplosione generalizzata. Ma c’è di più. Il partito non può, in senso proprio, dirigere una rivoluzione perché un programma, anche il migliore, può contenere solo indicazioni generali di carattere essenzialmente negativo e non la miriade di provvedimenti positivi per introdurre elementi di socialismo nei rapporti sociali. Siamo lontani dalla convinzione di Lenin per il quale “La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta”.8
E’ vero che il rapporto tra masse e partito nei diversi scritti subisce delle oscillazioni. Ripetutamente la Luxemburg sostiene che la socialdemocrazia deve prendere la leadership politica durante un periodo rivoluzionario. In altri brani sottolinea invece la capacità del movimento di massa di creare la propria organizzazione nel corso degli eventi rivoluzionari. In ogni caso “l’iniziativa e la direzione non consistono nel comandare a freddo, ma nell’adattamento più accorto possibile alla situazione e nel contatto più stretto possibile con le disposizioni della massa”.9
Una cosa è però certa: le organizzazioni della classe operaia sono soggette a una necessaria dialettica che vede la costante tensione tra un riformismo di massa e un’ortodossia settaria. Le deviazioni opportunistiche, infatti, “non scaturiscono dal cervello degli uomini ma dalle condizioni sociali”,10 e per questo non possono essere evitate ma solo superate. Il socialismo “non si afferma automaticamente in ogni circostanza della lotta quotidiana della classe operaia”.11 Le organizzazioni della classe operaia si modellano sull’attività ordinaria finendo per acquisire un ruolo conservatore che si esplica nel rielaborare di continuo le piattaforme già acquisite. L’organizzazione da mezzo diventa fine che, per autoconservarsi, favorisce la cieca obbedienza delle masse e la direzione di un ceto di professionisti, mentre viene messa a rischio dalla mobilitazione rivoluzionaria delle masse.
Simili conclusioni potrebbero essere contestate se si potesse ipotizzare una catena continua di riforme che porta al socialismo. Cosa che la Luxemburg nega recisamente. Se è vero che la crescente socializzazione dell’economia capitalistica contiene in nuce elementi di socialismo, è altrettanto vero che questi elementi si manifestano attraverso l’esasperazione di antagonismi di classe e l’inasprimento del carattere classista dei rapporti giuridico-politici. La borghesia, sostiene l’autrice, rinnega la democrazia non appena diventa permeabile alle istanze popolari.
Al contrario, per il proletariato salito al potere la democrazia è un elemento vitale. “La democrazia socialista non comincia solo nella Terra promessa, dopo che è stata creata la sottostruttura dell’economia socialista, non è un regalo natalizio bello e pronto per il bravo popolo che nel frattempo avrà fedelmente sostenuto un manipolo di dittatori socialisti. La democrazia socialista ... comincia nel momento della presa del potere da parte del partito socialista”.12
Ma se quello che abbiamo fin qui detto è vero né le masse né il partito possono essere pronti per la rivoluzione prima della rivoluzione. Questa dunque, quando scoppia, è sempre “prematura”. Durante una rivoluzione bisogna sempre spingersi avanti, non indugiare a metà strada altrimenti ci si consegna alla reazione. Affinché ciò sia possibile è necessario preservare quella libertà che è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Non si tratta di “fanatismo della ‘giustizia’”,13 ma della convinzione che l’aspetto creativo, soprattutto durante una periodo rivoluzionario, è appannaggio delle masse. La rivoluzione proletaria può procedere soltanto attraverso sperimentazioni, errori, sconfitte.
L’insistenza della Luxemburg sulla capacità di avanzare attraverso le sconfitte mette in evidenza un elemento di continuità che va ad integrare il carattere evenemenziale della rivoluzione. Esiste un legame tra le diverse esplosioni rivoluzionarie anche se sono separate da periodi di apparente calma o di reazione. Con un’osservazione dal tono benjaminiano la rivoluzionaria polacca afferma: “Tutte le infinite sofferenze del proletariato moderno rievocano il ricordo delle vecchie sanguinanti ferite”.14 Viene qui evocato un vissuto collettivo proprio degli sfruttati, una memoria latente degli oppressi, un sostrato comune dal quale possono avviarsi percorsi condivisi di trasformazione soggettiva. Tutto ciò risulterebbe impensabile se non si presupponesse una rigidità dei rapporti sociali di produzione tale da rendere possibile un sentimento, per quanto vago, di un comune destino, una percezione condivisa dell’impossibilità di sottrarsi ai rapporti di sfruttamento e oppressione.
E’ questa stessa rigidità dei rapporti sociali di produzione che giustifica anche la necessità della rivoluzione. Ma necessità non significa inevitabilità. La rivoluzione è necessaria soltanto nella misura in cui si vuole evitare di cadere nel baratro cui ci conduce inerzialmente lo sviluppo capitalistico. Il capitalismo, infatti, tende al crollo una volta assorbite le aree non capitalistiche. Il crollo economico è però soltanto un punto logico di approdo, prima arriva la barbarie dell’imperialismo e della guerra, strumenti necessariamente utilizzati dalla borghesia per ritardare l’arresto dell’accumulazione capitalistica. In altri termini l’unica certezza che non può essere messa in discussione è l’alternativa tra socialismo e barbarie.
In conclusione veniamo ai nostri giorni per sottolineare il fatto che la richiamata impossibilità di pensare la fine del capitalismo non potrebbe presentarsi con tanta forza se non si accompagnasse alla radicata convinzione relativa all’incapacità di autotrasformazione dei soggetti potenzialmente interessati a tale fine. Al massimo, in una logica populista, si riesce a pensare ad una sommatoria di rivendicazioni portate avanti da gruppi sociali che rimangono essenzialmente separati, chiusi nel particolarismo delle rispettive identità. Pensiamo ad una parola d’ordine come “prima gli italiani”. Ti manca la casa, sei disoccupato, ti sfruttano sul lavoro: ognuno può interpretare questa parola d’ordine pensando alla sua situazione particolare proprio perché si tratta di una parola d’ordine vuota. L’identificazione di una causa fittizia dei problemi sociali permette di prefigurare cambiamenti per i quali non è necessario modificare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, rivendicare alcun cambiamento nella distribuzione della ricchezza tra le classi, invocare alcun nuovo indirizzo di politica economica. E di conseguenza l’unità costruita attraverso questo significante egemonico vuoto non richiede alcuna effettiva mobilitazione, tanto meno la concreta solidarietà tra i gruppi portatori di differenti istanze rivendicative. E’ sufficiente un leader carismatico.
E’ possibile utilizzare questo schema coniugandolo a sinistra, come vorrebbero due autori quali Laclau e Mouffe? Tale possibilità riposa sull’idea che una simile sommatoria di interessi possa modificare i fondamentali rapporti di forza nella società. Ma affinché ciò sia possibile occorre interpretare i rapporti sociali di produzione come estremamente elastici. Da questo punto di vista, non esistono, in senso proprio, meccanismi cogenti di funzionamento del sistema. Esisterebbero soltanto delle combinazioni contingenti di interessi dei diversi gruppi politico-sociali che possono dare luogo a configurazioni estremamente differenziate e modificabili. In questa ottica, l’articolazione dei gruppi sociali è per sua natura frammentaria, determinata da una logica tutta politica. Non esisterebbe dunque un sistema in senso proprio che possa configurare un principio di continuità tra i gruppi sociali subalterni, un sistema che possa obbligare gli oppressi e gli sfruttati a un salto di qualità nella loro capacità di confliggere con l’ordine esistente in ragione dei limiti connaturati alle possibilità di trasformazione interne al sistema stesso.
Solo se si riconosce una necessità socialmente determinata, le leggi di sviluppo del capitalismo, diventa ipotizzabile un evento che apre nuove possibilità. Se tale necessità non viene riconosciuta le possibilità sembrano già essere tutte aperte, senza bisogno di modificare alcunché della sostanza dei comportamenti sociali quotidiani. Ma il fatto di non riconoscerla non significa che non esiste. Per questo credo che occorra ancora indagare, sulla scia di Rosa Luxemburg, come il particolare (il singolo conflitto) si possa sollevare al livello dell’universale (lo sciopero generale) attraverso una prassi che trasforma e unisce i soggetti coinvolti, piuttosto che mettersi alla ricerca di un universale (il significante egemonico) che possa essere rabbassato al livello del particolare (la singola rivendicazione) attraverso un’operazione ideologica che lascia inalterati, separati e passivi i soggetti coinvolti. La seconda via potrà forse sembrare più semplice, ma configura comunque una strategia di presa di potere dall’alto. Rosa Luxemburg invece suggerisce una via diversa: “conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso”.15 Oggi potrà sembrare impossibile e fantasioso, domani potremmo considerare questa via come qualcosa di semplice e naturale.
[L’articolo pubblicato è la relazione tenuta in occasione del convegno “Rosa Luxemburg … la rosa rossa era, è e sara”, organizzato a Roma il 25 maggio dal gruppo Devianze, attivo all’interno dei COBAS Lavoro Privato. Il medesimo gruppo sta organizzando un secondo appuntamento dedicato alla rivoluzionaria polacca per Ottobre 2019, sempre a Roma. Al momento hanno confermato la partecipazione: Chiara Giorgi (docente di Storia delle istituzioni politiche) e Maria Turchetto (docente di Storia del pensiero politico).]
Note:
1) Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, Prospettiva, Roma 1997, p. 18.
2) Su questo tema si può per esempio vedere, tra i tanti testi di Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli 2011 e, in particolare il capitolo III, “La Comune di Parigi: una dichiarazione politica sulla politica”.
3) Per una sintesi sul pensiero di Alain Badiou cfr. il libro intervista Philosophy and the Event, Polity Press 2013.
4)Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa”, in Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 224.
5) Karl Marx, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 29.In un periodo come quello attuale in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo può essere utile riprendere le parole di Rosa Luxemburg a proposito della rivoluzione:
“non esiste nulla di più inverosimile, di più impossibile, di più fantasioso di una rivoluzione un’ora prima che scoppi. Non esiste nulla di più semplice, di più naturale e di più evidente di una rivoluzione nel momento in cui ha sferrato la sua prima offensiva e ha riportato la sua prima vittoria”.A partire da queste righe dedicate agli avvenimenti russi del 19171 si potrebbe dire, utilizzando un linguaggio che non appartiene alla Luxemburg, che la rivoluzione si configura come evento. Cos’è un evento? Seguiamo Badiou. Si tratta di un immanente rovesciamento delle leggi dell’apparire che ha come conseguenza il far esistere in una data situazione un termine prima inesistente. Si tratta, in altri termini dell’imprevedibile inizio di una rottura che si impone su tutti gli elementi che contribuiscono a creare la sua esistenza.2 Detto in modo ancora diverso, un evento è ciò che porta alla luce nuove possibilità che prima erano invisibili e addirittura impensabili. Non è in sé stesso la creazione di una nuova realtà, ma soltanto la creazione di una imprevista possibilità, ponendo in essere nuove soggettività e dando il via ad una serie di avvenimenti che aprono una nuova sequenza storica.3
Come noto il pensiero della Luxemburg è stato spesso accusato di spontaneismo. Però, se si può applicare, almeno in parte, la categoria di evento alla sua opera, allora parlare di spontaneismo non è la cosa più appropriata. Certo l’autrice contrappone spesso l’attività spontanea delle masse e la loro capacità di innovare la prassi politica all’inerzia e alla funzione frenante del partito e del sindacato. Ma se volessimo parlare in senso proprio di spontaneità dovremmo presupporre un tipo di comportamento che appartiene ad un soggetto come suo necessario attributo. Nel mettere in atto questo modo di agire il soggetto dovrebbe rimane identico sé stesso. Quello che compare nello sciopero di massa e nella rivoluzione si configura, invece, nello spirito della Luxemburg, come un vero e proprio “termine nuovo”. Il soggetto proletario si trasforma profondamente nel corso dell’evento rivoluzionario negando quell’incapacità di autogoverno delle masse sostenuta tanto dal socialdemocratico Kautsky quanto dal bolscevico Lenin, concordi nell’affermare che il socialismo va portato alla classe operaia dall’esterno. Attenzione però. Per la Luxemburg allo scoppio della rivoluzione non compare istantaneamente un soggetto bello e pronto per impadronirsi del potere e instaurare il socialismo. La rivoluzione rende visibile questa possibilità “estirpando dalle radici ... lo spirito schiavistico” proprio della disciplina “inculcata dallo Stato capitalistico”.4 In sintesi, la rivoluzione fa parte del costituirsi del soggetto.
Non esiste, in altri termini, un soggetto che nella sua conformazione prerivoluzionaria sia in grado di innescare e portare avanti un’azione rivoluzionaria. Non esiste, cioè, un termine che, mantenendosi identico a se stesso, possa costituire la mediazione tra il prima e il dopo. E questo vale tanto per il soggetto sociale, il proletariato, quanto per il soggetto politico, il partito. Per questo non è raffigurabile una prassi/processo che per mero accumulo possa costituire la transizione da un periodo “normale” a uno rivoluzionario.
Una simile tematica è in continuità con quanto sostenuto da Marx:
“la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società”.5Torniamo a Rosa Luxemburg. “La prassi del socialismo esige una totale trasformazione dello spirito delle masse degradato attraverso i secoli di dominio della classe borghese”. Ciò che accade nella tormenta del periodo rivoluzionario è appunto il fatto che il proletario si modifica “da padre di famiglia prudente”, a “romantico della rivoluzione”.6 In sintesi secondo la rivoluzionaria polacca il soggetto proletario prima dello scoppio rivoluzionario si presenta come degradato, polverizzato, sbriciolato, dominato, egoista, prudente, passivo; dopo, svegliato improvvisamente da una sorta di scossa elettrica, si trasforma in un soggetto unitario, attivo, solidale, idealista, insofferente verso le sue catene. Attraverso l’unità e la perfetta reciprocità di lotte economiche e lotte politiche, per mezzo della politicizzazione dei bisogni immediati della vita quotidiana il proletariato diventa in grado di “sentire immediatamente come questione generale, come faccenda di classe ogni questione di un qualunque piccolo gruppo di operai e di reagire istintivamente come un tutto”.7
Se questo scarto vale per il proletariato, possiamo invece invocare l’esistenza dell’organizzazione politica come elemento mediatore che rimane identico a se stesso prima e dopo il periodo della tormenta? Secondo Rosa Luxemburg la funzione del partito nei periodi rivoluzionari soggiace intrinsecamente a forti limitazioni. Il partito non può stabilire l’inizio della rivoluzione: troppo complessi sono i fattori che portano da un conflitto singolo a un’esplosione generalizzata. Ma c’è di più. Il partito non può, in senso proprio, dirigere una rivoluzione perché un programma, anche il migliore, può contenere solo indicazioni generali di carattere essenzialmente negativo e non la miriade di provvedimenti positivi per introdurre elementi di socialismo nei rapporti sociali. Siamo lontani dalla convinzione di Lenin per il quale “La dottrina di Marx è onnipotente perché è giusta”.8
E’ vero che il rapporto tra masse e partito nei diversi scritti subisce delle oscillazioni. Ripetutamente la Luxemburg sostiene che la socialdemocrazia deve prendere la leadership politica durante un periodo rivoluzionario. In altri brani sottolinea invece la capacità del movimento di massa di creare la propria organizzazione nel corso degli eventi rivoluzionari. In ogni caso “l’iniziativa e la direzione non consistono nel comandare a freddo, ma nell’adattamento più accorto possibile alla situazione e nel contatto più stretto possibile con le disposizioni della massa”.9
Una cosa è però certa: le organizzazioni della classe operaia sono soggette a una necessaria dialettica che vede la costante tensione tra un riformismo di massa e un’ortodossia settaria. Le deviazioni opportunistiche, infatti, “non scaturiscono dal cervello degli uomini ma dalle condizioni sociali”,10 e per questo non possono essere evitate ma solo superate. Il socialismo “non si afferma automaticamente in ogni circostanza della lotta quotidiana della classe operaia”.11 Le organizzazioni della classe operaia si modellano sull’attività ordinaria finendo per acquisire un ruolo conservatore che si esplica nel rielaborare di continuo le piattaforme già acquisite. L’organizzazione da mezzo diventa fine che, per autoconservarsi, favorisce la cieca obbedienza delle masse e la direzione di un ceto di professionisti, mentre viene messa a rischio dalla mobilitazione rivoluzionaria delle masse.
Simili conclusioni potrebbero essere contestate se si potesse ipotizzare una catena continua di riforme che porta al socialismo. Cosa che la Luxemburg nega recisamente. Se è vero che la crescente socializzazione dell’economia capitalistica contiene in nuce elementi di socialismo, è altrettanto vero che questi elementi si manifestano attraverso l’esasperazione di antagonismi di classe e l’inasprimento del carattere classista dei rapporti giuridico-politici. La borghesia, sostiene l’autrice, rinnega la democrazia non appena diventa permeabile alle istanze popolari.
Al contrario, per il proletariato salito al potere la democrazia è un elemento vitale. “La democrazia socialista non comincia solo nella Terra promessa, dopo che è stata creata la sottostruttura dell’economia socialista, non è un regalo natalizio bello e pronto per il bravo popolo che nel frattempo avrà fedelmente sostenuto un manipolo di dittatori socialisti. La democrazia socialista ... comincia nel momento della presa del potere da parte del partito socialista”.12
Ma se quello che abbiamo fin qui detto è vero né le masse né il partito possono essere pronti per la rivoluzione prima della rivoluzione. Questa dunque, quando scoppia, è sempre “prematura”. Durante una rivoluzione bisogna sempre spingersi avanti, non indugiare a metà strada altrimenti ci si consegna alla reazione. Affinché ciò sia possibile è necessario preservare quella libertà che è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Non si tratta di “fanatismo della ‘giustizia’”,13 ma della convinzione che l’aspetto creativo, soprattutto durante una periodo rivoluzionario, è appannaggio delle masse. La rivoluzione proletaria può procedere soltanto attraverso sperimentazioni, errori, sconfitte.
L’insistenza della Luxemburg sulla capacità di avanzare attraverso le sconfitte mette in evidenza un elemento di continuità che va ad integrare il carattere evenemenziale della rivoluzione. Esiste un legame tra le diverse esplosioni rivoluzionarie anche se sono separate da periodi di apparente calma o di reazione. Con un’osservazione dal tono benjaminiano la rivoluzionaria polacca afferma: “Tutte le infinite sofferenze del proletariato moderno rievocano il ricordo delle vecchie sanguinanti ferite”.14 Viene qui evocato un vissuto collettivo proprio degli sfruttati, una memoria latente degli oppressi, un sostrato comune dal quale possono avviarsi percorsi condivisi di trasformazione soggettiva. Tutto ciò risulterebbe impensabile se non si presupponesse una rigidità dei rapporti sociali di produzione tale da rendere possibile un sentimento, per quanto vago, di un comune destino, una percezione condivisa dell’impossibilità di sottrarsi ai rapporti di sfruttamento e oppressione.
E’ questa stessa rigidità dei rapporti sociali di produzione che giustifica anche la necessità della rivoluzione. Ma necessità non significa inevitabilità. La rivoluzione è necessaria soltanto nella misura in cui si vuole evitare di cadere nel baratro cui ci conduce inerzialmente lo sviluppo capitalistico. Il capitalismo, infatti, tende al crollo una volta assorbite le aree non capitalistiche. Il crollo economico è però soltanto un punto logico di approdo, prima arriva la barbarie dell’imperialismo e della guerra, strumenti necessariamente utilizzati dalla borghesia per ritardare l’arresto dell’accumulazione capitalistica. In altri termini l’unica certezza che non può essere messa in discussione è l’alternativa tra socialismo e barbarie.
In conclusione veniamo ai nostri giorni per sottolineare il fatto che la richiamata impossibilità di pensare la fine del capitalismo non potrebbe presentarsi con tanta forza se non si accompagnasse alla radicata convinzione relativa all’incapacità di autotrasformazione dei soggetti potenzialmente interessati a tale fine. Al massimo, in una logica populista, si riesce a pensare ad una sommatoria di rivendicazioni portate avanti da gruppi sociali che rimangono essenzialmente separati, chiusi nel particolarismo delle rispettive identità. Pensiamo ad una parola d’ordine come “prima gli italiani”. Ti manca la casa, sei disoccupato, ti sfruttano sul lavoro: ognuno può interpretare questa parola d’ordine pensando alla sua situazione particolare proprio perché si tratta di una parola d’ordine vuota. L’identificazione di una causa fittizia dei problemi sociali permette di prefigurare cambiamenti per i quali non è necessario modificare i rapporti di forza tra capitale e lavoro, rivendicare alcun cambiamento nella distribuzione della ricchezza tra le classi, invocare alcun nuovo indirizzo di politica economica. E di conseguenza l’unità costruita attraverso questo significante egemonico vuoto non richiede alcuna effettiva mobilitazione, tanto meno la concreta solidarietà tra i gruppi portatori di differenti istanze rivendicative. E’ sufficiente un leader carismatico.
E’ possibile utilizzare questo schema coniugandolo a sinistra, come vorrebbero due autori quali Laclau e Mouffe? Tale possibilità riposa sull’idea che una simile sommatoria di interessi possa modificare i fondamentali rapporti di forza nella società. Ma affinché ciò sia possibile occorre interpretare i rapporti sociali di produzione come estremamente elastici. Da questo punto di vista, non esistono, in senso proprio, meccanismi cogenti di funzionamento del sistema. Esisterebbero soltanto delle combinazioni contingenti di interessi dei diversi gruppi politico-sociali che possono dare luogo a configurazioni estremamente differenziate e modificabili. In questa ottica, l’articolazione dei gruppi sociali è per sua natura frammentaria, determinata da una logica tutta politica. Non esisterebbe dunque un sistema in senso proprio che possa configurare un principio di continuità tra i gruppi sociali subalterni, un sistema che possa obbligare gli oppressi e gli sfruttati a un salto di qualità nella loro capacità di confliggere con l’ordine esistente in ragione dei limiti connaturati alle possibilità di trasformazione interne al sistema stesso.
Solo se si riconosce una necessità socialmente determinata, le leggi di sviluppo del capitalismo, diventa ipotizzabile un evento che apre nuove possibilità. Se tale necessità non viene riconosciuta le possibilità sembrano già essere tutte aperte, senza bisogno di modificare alcunché della sostanza dei comportamenti sociali quotidiani. Ma il fatto di non riconoscerla non significa che non esiste. Per questo credo che occorra ancora indagare, sulla scia di Rosa Luxemburg, come il particolare (il singolo conflitto) si possa sollevare al livello dell’universale (lo sciopero generale) attraverso una prassi che trasforma e unisce i soggetti coinvolti, piuttosto che mettersi alla ricerca di un universale (il significante egemonico) che possa essere rabbassato al livello del particolare (la singola rivendicazione) attraverso un’operazione ideologica che lascia inalterati, separati e passivi i soggetti coinvolti. La seconda via potrà forse sembrare più semplice, ma configura comunque una strategia di presa di potere dall’alto. Rosa Luxemburg invece suggerisce una via diversa: “conquistare il potere politico non dall’alto ma dal basso”.15 Oggi potrà sembrare impossibile e fantasioso, domani potremmo considerare questa via come qualcosa di semplice e naturale.
[L’articolo pubblicato è la relazione tenuta in occasione del convegno “Rosa Luxemburg … la rosa rossa era, è e sara”, organizzato a Roma il 25 maggio dal gruppo Devianze, attivo all’interno dei COBAS Lavoro Privato. Il medesimo gruppo sta organizzando un secondo appuntamento dedicato alla rivoluzionaria polacca per Ottobre 2019, sempre a Roma. Al momento hanno confermato la partecipazione: Chiara Giorgi (docente di Storia delle istituzioni politiche) e Maria Turchetto (docente di Storia del pensiero politico).]
Note:
1) Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, Prospettiva, Roma 1997, p. 18.
2) Su questo tema si può per esempio vedere, tra i tanti testi di Alain Badiou, L’ipotesi comunista, Cronopio, Napoli 2011 e, in particolare il capitolo III, “La Comune di Parigi: una dichiarazione politica sulla politica”.
3) Per una sintesi sul pensiero di Alain Badiou cfr. il libro intervista Philosophy and the Event, Polity Press 2013.
4)Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa”, in Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 224.
6) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, in Scritti politici, ed cit. p. 335.
7) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed cit., p. 346.
8) Lenin, “Tre fonti e tre parti integranti del marxismo”, in Marx, Engels e il marxismo, Newton Compton Editori, Roma 1973, p. 75.
9) Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed. cit., p. 334.
10) R. Luxemburg, “Problemi di organizzazione della socialdemocrazia russa”, ed. cit, p. 235.
11) R. Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, Prospettiva, Roma 1996, pp. 45-46.
12) R. Luxemburg, La rivoluzione russa, ed. cit, p. 68.
13) R. Luxemburg, La rivoluzione russa, ed. cit, p. 68.
14) R. Luxemburg, “Sciopero di massa, partito e sindacati”, ed cit., p. 315.
15) R. Luxemburg, “Discorso sul programma”, in Scritti politici, ed. cit., p. 630
Fonte
18/04/2018
Partito dell’alternanza, Partito dell’alternativa
Nel sistema politico europeo il Labour Party britannico è sempre stato identificato come il “partito dell’alternanza”, in grado cioè – anche per via del sistema elettorale che a suo tempo (non oggi) favoriva il bipartitismo – di sostituire alternativamente i conservatori al governo dell’Union Jack: clamoroso fu il caso del 1945 quando i tories che avevano guidato il Paese alla vittoria furono sconfitti alle elezioni grazie essenzialmente al programma che il Labour aveva proposto sulla base del Piano Beveridge del “welfare state”.
Da qualche tempo, almeno dal fallimento clamoroso del processo d’innovazione del partito che – a partire dagli anni ’90 del XX secolo quale frutto della ventata neo liberista del decennio precedente – era stata avanzata da Tony Blair e dal suo “entourage”, questa capacità di alternanza sembrava essersi definitivamente appannata in quanto il Partito aveva imboccato la via di un inarrestabile declino, in coincidenza anche con profonde modificazioni dello stesso sistema politico britannico.
Oggi la situazione sembra essersi ribaltata e il Partito Laburista ha ripreso impetuosamente a crescere, sia dal punto di vista elettorale, sia dal punto di vista della struttura di partito.
Il fenomeno è stato avviato a partire dall’avvento alla segreteria di Jeremy Corbyn e dall’assunzione di una linea più tradizionalmente inserita nei canoni della sinistra sia sul piano della visione complessiva (assunzione delle contraddizioni: pacifismo, femminismo), sia di un recupero della capacità di rappresentare con immediatezza la crescita enorme delle disuguaglianze sociali.
“Le Monde Diplomatique” in edicola nel mese di Aprile dedica a questo vero e proprio fenomeno politico un’ampia analisi firmata da Allan Popelard e Paul Vannier.
La lettura di questo testo pone interrogativi anche a chi pensa di poter ricostruire non un soggetto politico dell’alternanza, ma un soggetto politico dell’alternativa con riferimenti nazionali (nel “caso italiano”) e sovranazionali (la dimensione “europea” e assieme “internazionalista”).
Non mi addentro nella distinzione tra alternanza e alternativa perché credo che i due termini risultino già sufficientemente esplicativi della diversità insita nella stessa terminologia al riguardo della rispettiva proposizione politica.
Piuttosto tengo a precisare che, a mio giudizio, alcuni fondamentali elementi emersi nell’analisi delle ragioni per le quali il Labour ha ripreso un moto ascensionale nella propria presenza politica possono essere ben utilizzati, anche in Italia, per costruire quello che manca: un partito dell’alternativa, principiando da una ferma opposizione al quadro politico esistente.
Si tratta di essere capaci di rappresentare l’opposizione politica ponendoci in diretto richiamo con le grandi contraddizioni sociali operanti (pesantemente per i ceti più deboli) nella società.
Espongo quindi alcuni punti meritevoli di riflessione, con la premessa che tra partito dell’alternanza e partito dell’alternativa non coincidono alcuni elementi posti proprio nell’ipotesi di struttura di partito come, ad esempio, l’utilizzo di elezioni primarie per le cariche interne, in luogo a una conformazione maggiormente connotata da una presenza capillare espressiva di radicamento sociale come quella della rappresentanza di un articolato dibattito a livello territoriale e di specificità sociali (l’ipotesi cioè di una base di partito strutturata su di un modello di tipo consiliare).
Andiamo per ordine:
1) La ripresa del Labour si basa essenzialmente, ma non solo, su di un mutamento radicale di posizione politica rispetto al blairismo assumendo, infatti, un quadro di riferimento tipicamente socialdemocratico di stampo tradunionista;
2) Esiste un recupero della struttura di partito con una ricerca della crescita di iscritti. Ciò avviene nonostante l’evoluzione nei rapporti politici (e sociali) dettata dall’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione e in presenza del già citato sistema britannico (primarie, collegi uninominali) che scoraggia la strutturazione di un partito a vantaggio di un assemblaggio di comitati elettorali;
3) Si muovono attorno e dentro al Labour soggetti di movimento come “Momentum” capaci – appunto – di intrecciare militanza diretta sul campo e utilizzo delle nuove tecnologie. Importante da questo punto di vista quanto emerso nella conferenza nazionale di “Momentum”: “Noi non siamo un think thank. Non produciamo relazioni. Quello che facciamo è assicurarci che la politica del Labour rifletta le aspirazioni dei suoi membri e non quelle dei tecnocrati”.
4) Si verifica un ritorno alla centralità del sindacato, nel quadro della già richiamata “rappresentanza diretta degli interessi sociali”. Da notare che nel Labour è ripresa la capacità del sindacato di interloquire direttamente con il gruppo parlamentare (all’interno del quale sono ancora molto forti i residui del “New Labour”). Anche questo punto rappresenta però uno specifico della tradizione britannica.
5) Si verifica un forte aggancio con la storia del movimento operaio.
Tutti elementi che nel perseguire l’idea, necessaria e urgente, di ricostruzione di un partito dell’alternativa in Italia dovrebbero essere prese in maggiore considerazione evitando i tanti grovigli politicisti che sembrano frenare, all’indomani di un risultato elettorale complessivamente negativo, la possibilità di una riflessione d’ampio e propositivo respiro che appare invece indispensabile collocare fuori da recinti pre – determinati in questa nostra frantumata sinistra.
Fonte
Da qualche tempo, almeno dal fallimento clamoroso del processo d’innovazione del partito che – a partire dagli anni ’90 del XX secolo quale frutto della ventata neo liberista del decennio precedente – era stata avanzata da Tony Blair e dal suo “entourage”, questa capacità di alternanza sembrava essersi definitivamente appannata in quanto il Partito aveva imboccato la via di un inarrestabile declino, in coincidenza anche con profonde modificazioni dello stesso sistema politico britannico.
Oggi la situazione sembra essersi ribaltata e il Partito Laburista ha ripreso impetuosamente a crescere, sia dal punto di vista elettorale, sia dal punto di vista della struttura di partito.
Il fenomeno è stato avviato a partire dall’avvento alla segreteria di Jeremy Corbyn e dall’assunzione di una linea più tradizionalmente inserita nei canoni della sinistra sia sul piano della visione complessiva (assunzione delle contraddizioni: pacifismo, femminismo), sia di un recupero della capacità di rappresentare con immediatezza la crescita enorme delle disuguaglianze sociali.
“Le Monde Diplomatique” in edicola nel mese di Aprile dedica a questo vero e proprio fenomeno politico un’ampia analisi firmata da Allan Popelard e Paul Vannier.
La lettura di questo testo pone interrogativi anche a chi pensa di poter ricostruire non un soggetto politico dell’alternanza, ma un soggetto politico dell’alternativa con riferimenti nazionali (nel “caso italiano”) e sovranazionali (la dimensione “europea” e assieme “internazionalista”).
Non mi addentro nella distinzione tra alternanza e alternativa perché credo che i due termini risultino già sufficientemente esplicativi della diversità insita nella stessa terminologia al riguardo della rispettiva proposizione politica.
Piuttosto tengo a precisare che, a mio giudizio, alcuni fondamentali elementi emersi nell’analisi delle ragioni per le quali il Labour ha ripreso un moto ascensionale nella propria presenza politica possono essere ben utilizzati, anche in Italia, per costruire quello che manca: un partito dell’alternativa, principiando da una ferma opposizione al quadro politico esistente.
Si tratta di essere capaci di rappresentare l’opposizione politica ponendoci in diretto richiamo con le grandi contraddizioni sociali operanti (pesantemente per i ceti più deboli) nella società.
Espongo quindi alcuni punti meritevoli di riflessione, con la premessa che tra partito dell’alternanza e partito dell’alternativa non coincidono alcuni elementi posti proprio nell’ipotesi di struttura di partito come, ad esempio, l’utilizzo di elezioni primarie per le cariche interne, in luogo a una conformazione maggiormente connotata da una presenza capillare espressiva di radicamento sociale come quella della rappresentanza di un articolato dibattito a livello territoriale e di specificità sociali (l’ipotesi cioè di una base di partito strutturata su di un modello di tipo consiliare).
Andiamo per ordine:
1) La ripresa del Labour si basa essenzialmente, ma non solo, su di un mutamento radicale di posizione politica rispetto al blairismo assumendo, infatti, un quadro di riferimento tipicamente socialdemocratico di stampo tradunionista;
2) Esiste un recupero della struttura di partito con una ricerca della crescita di iscritti. Ciò avviene nonostante l’evoluzione nei rapporti politici (e sociali) dettata dall’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione e in presenza del già citato sistema britannico (primarie, collegi uninominali) che scoraggia la strutturazione di un partito a vantaggio di un assemblaggio di comitati elettorali;
3) Si muovono attorno e dentro al Labour soggetti di movimento come “Momentum” capaci – appunto – di intrecciare militanza diretta sul campo e utilizzo delle nuove tecnologie. Importante da questo punto di vista quanto emerso nella conferenza nazionale di “Momentum”: “Noi non siamo un think thank. Non produciamo relazioni. Quello che facciamo è assicurarci che la politica del Labour rifletta le aspirazioni dei suoi membri e non quelle dei tecnocrati”.
4) Si verifica un ritorno alla centralità del sindacato, nel quadro della già richiamata “rappresentanza diretta degli interessi sociali”. Da notare che nel Labour è ripresa la capacità del sindacato di interloquire direttamente con il gruppo parlamentare (all’interno del quale sono ancora molto forti i residui del “New Labour”). Anche questo punto rappresenta però uno specifico della tradizione britannica.
5) Si verifica un forte aggancio con la storia del movimento operaio.
Tutti elementi che nel perseguire l’idea, necessaria e urgente, di ricostruzione di un partito dell’alternativa in Italia dovrebbero essere prese in maggiore considerazione evitando i tanti grovigli politicisti che sembrano frenare, all’indomani di un risultato elettorale complessivamente negativo, la possibilità di una riflessione d’ampio e propositivo respiro che appare invece indispensabile collocare fuori da recinti pre – determinati in questa nostra frantumata sinistra.
Fonte
13/04/2018
Arretramento storico e paura della politica
di Franco Astengo
Contributo per il Forum: “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo”
Care compagne e cari compagni in occasione del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti sul tema “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo” mi permetto inviarvi, come contributo personale, questo stringato intervento attraverso il quale ho cercato di affrontare alcune questioni di carattere esclusivamente teorico, esulando però dal tema organizzativo.
E’ necessario ricordare, in premessa, che la sinistra d’alternativa all’interno della cui lista (“Potere al Popolo”) si sono schierati i comunisti è risultata elettoralmente ai propri minimi storici e come sia necessario confrontare con grande attenzione il dato elettorale e la capacità di presenza e radicamento sociale.
Nelle varie proposte che da varie parti (ad esempio l’intervento di Guido Liguori pubblicato dal Manifesto il 6 aprile scorso) fin qui sono state avanzate sul tema, come quelle riguardanti il rifiuto di una soggettività politica organizzata e nell’evoluzione verso una non meglio precisata “rete di democrazia di base” (che si presume accolga l’idea della cosiddetta “democrazia diretta” mutuata, è bene ricordarlo, da quella che è stata definita “antipolitica”), si coglie tutta la sostanza dell’arretramento storico che abbiamo patito nel corso degli ultimi 25 anni (Rossanda nella sua intervista pubblicata il 5 aprile sul Manifesto ritorna come punto di partenza allo scioglimento del PCI) e la conseguente “paura della politica” che ne è derivata.
Tutte belle le proposte di mutualità, ambulatori, volontariato vario: ma è necessario riprendere a capire che questa situazione sociale e politica ha bisogno di un’opposizione che mi permetto ancora una volta di definire come “sistemica” e non soltanto di buonistici buoni esempi.
Il riferimento di queste note è stato quindi rivolto esclusivamente al piano più direttamente politico e, sotto quest’aspetto, appare del tutto obbligata l’esigenza di costruire adeguati livelli di quella che appunto ho appena definito come “opposizione sistemica”.
Si tratta di una necessità ineludibile, quella di produrre socialmente e politicamente sia pure in dimensioni numeriche ancora molto limitate proprio un’intransigente (e con questo termine comprendiamo tante questioni inclusa quella istituzionale – elettorale) opposizione.
Emerge, in questa situazione, proprio al fine di rendere almeno visibile, praticabile, condivisibile da più soggetti, la necessità di una prospettiva progettuale dell’opposizione che, però, non potrà che essere elaborata, affinata, messa in campo da una nuova soggettività politica che abbia la capacità di innovare davvero quel che serve della tradizione della sinistra e delle organizzazioni del movimento operaio.
Un soggetto dell’opposizione che risulti insieme autonomo ed egemone rispetto all’articolata (e anche contraddittoria per certi versi) area sociale e politica di riferimento.
Sarebbe necessario, secondo la visione derivante appunto dai più opportuni riferimenti storici, costruire e organizzare un partito politico: perché soltanto un partito politico, per quanto possiamo conoscere e immaginare dal punto di vista dell’organizzazione, può svolgere le funzioni necessitate dall’impostazione di un discorso che non risulti – appunto – di coscienza esterna o di puro riflesso della realtà del movimento.
Qui casca l’asino, o meglio, entra in campo la “paura della politica”.
Pur tuttavia proprio l’analisi della drammatica situazione in cui stiamo vivendo e la necessità d’iniziativa politica che essa richiede ci obbliga, se intendiamo muoverci sul terreno dell’onestà intellettuale, ad affrontare proprio il tema del partito, avanzando in questo senso alcuni elementi di riflessione, posti per ora sul piano più propriamente teorico.
Appare pura illusione pensare che la crisi stessa, assumendo sempre più il carattere di recessione, impoverimento, repressione aperta produca un meccanismo spontaneo anche nella forma di una radicalizzazione e generalizzazione della rivolta (anche su questo punto alcuni passaggi della citata intervista a Rossanda andrebbero ripresi e sviluppati).
Si rileva una sempre più crescente incongruenza tra i bisogni, oggettivamente anticapitalistici, che esprimono strati sociali numerosi e larghi e i “mezzi” disponibili anche soltanto per avanzare (appunto nella forma dell’opposizione) un livello accettabile di rivendicazioni complessive. E’ stato in questo cuneo, tanto per restare al “caso italiano”, che si è infilato – per una parte del suo modo d’essere – il M5S occupando spazi al riguardo dei quali oggi svilupperà alla fine una vera e propria azione di rigetto restituendoli forse al limbo della marginalità.
Questa contraddizione si è verificata perché in effetti, come mai nel passato, tutto quanto socialmente esiste, tutto l’arco delle forze produttive (scienza, tecnica, impianti, consuetudini, istituzioni, modelli di consumo, schemi morali e quant’altro) porta il segno del sistema, è stato creato in modo da funzionare secondo le sue leggi, e dunque – come abbiamo già visto – per ordinarsi ad altre finalità, alla soddisfazione di altri bisogni e, di conseguenza, il soggetto della proposta di alternativa a tutto ciò deve essere ripensato e ricostruito da capo.
In questo senso può valere ancora la citazione leninista circa il maggior bisogno della mediazione della coscienza, del progetto, dell’azione consapevole, organizzata, di lungo periodo, della tensione ideale verso una società che si vuol costruire. In questo senso lo “spontaneismo” si dimostra l’errore più grave e fatale.
Non si può superare lo spontaneismo sul serio dicendo che ci vuole un po’ di organizzazione e che anche la teoria ha la sua importanza; occorre vedere su che cosa può reggere tale organizzazione, su cosa può nascere tale teoria; se, non solo un riflesso di una presunta volontà di lotta, uno strumento di efficienza, una traduzione verbale di ciò che già nel movimento, sia pure in forma ridotta, esiste almeno per questa fase, ma un elemento specifico attivo che nasce da una contraddizione della realtà e la media.
La lotta di massa, fin che esiste una società di classe (ed è questo il dato culturale che dobbiamo reintrodurre nel dibattito e nella concretezza dell’azione politica quotidiana) non può produrre un’evoluzione teorica continua, ma una serie successive di rotture e di sistemi teorici, non può fare a meno di una propria “istituzione”, né controllarla pienamente, ma deve contestarla e ricostruirla. Il processo di costituzione della classe in partito è segnato dalla formazione e dalla distruzione di una serie di partiti e di una serie di sistemi teorici, tanto più che la fase ha svoltato adesso bruscamente e il rapporto tra l’insieme articolato delle classi subalterne e ciò che idealmente e socialmente il capitalismo non è stato in grado di assorbire si ripresenta continuamente trasformato.
Dobbiamo operare con molta lucidità sapendo che per molto tempo non avremo la forza, la caratterizzazione teorica, i legami sociali necessari.
Questo senso del limite ci consentirà anche di affrontare in modo costruttivo i nodi politici non sciolti, impedendoci di ritagliarci uno spazio politico tradizionale.
Su queste basi si può ancora pensare alla necessità di portare avanti un discorso di soggettività politica fondata sulla rappresentanza e sull’espressione dei soggetti portatori di contraddizioni sociali concrete e, di conseguenza, sviluppare l’opposizione ai livelli di sistema e di progettualità radicalmente alternativa com’è necessario (e urgente).
Attorno a questi punti si ritrova la necessità di una presenza dei comunisti che si collochi all’altezza della complessità di contraddizioni che segnano la realtà soprattutto attorno a due punti: il ritorno della possibilità di guerra globale sulla scena della storia e l’allargamento ben oltre la “frattura principale” della condizione di sfruttamento e di coercizione di classe quale caratteristica portante dell’attuale gestione del ciclo capitalistico.
Fonte
Contributo per il Forum: “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo”
Care compagne e cari compagni in occasione del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti sul tema “Come si organizzano i comunisti nel 21° secolo” mi permetto inviarvi, come contributo personale, questo stringato intervento attraverso il quale ho cercato di affrontare alcune questioni di carattere esclusivamente teorico, esulando però dal tema organizzativo.
E’ necessario ricordare, in premessa, che la sinistra d’alternativa all’interno della cui lista (“Potere al Popolo”) si sono schierati i comunisti è risultata elettoralmente ai propri minimi storici e come sia necessario confrontare con grande attenzione il dato elettorale e la capacità di presenza e radicamento sociale.
Nelle varie proposte che da varie parti (ad esempio l’intervento di Guido Liguori pubblicato dal Manifesto il 6 aprile scorso) fin qui sono state avanzate sul tema, come quelle riguardanti il rifiuto di una soggettività politica organizzata e nell’evoluzione verso una non meglio precisata “rete di democrazia di base” (che si presume accolga l’idea della cosiddetta “democrazia diretta” mutuata, è bene ricordarlo, da quella che è stata definita “antipolitica”), si coglie tutta la sostanza dell’arretramento storico che abbiamo patito nel corso degli ultimi 25 anni (Rossanda nella sua intervista pubblicata il 5 aprile sul Manifesto ritorna come punto di partenza allo scioglimento del PCI) e la conseguente “paura della politica” che ne è derivata.
Tutte belle le proposte di mutualità, ambulatori, volontariato vario: ma è necessario riprendere a capire che questa situazione sociale e politica ha bisogno di un’opposizione che mi permetto ancora una volta di definire come “sistemica” e non soltanto di buonistici buoni esempi.
Il riferimento di queste note è stato quindi rivolto esclusivamente al piano più direttamente politico e, sotto quest’aspetto, appare del tutto obbligata l’esigenza di costruire adeguati livelli di quella che appunto ho appena definito come “opposizione sistemica”.
Si tratta di una necessità ineludibile, quella di produrre socialmente e politicamente sia pure in dimensioni numeriche ancora molto limitate proprio un’intransigente (e con questo termine comprendiamo tante questioni inclusa quella istituzionale – elettorale) opposizione.
Emerge, in questa situazione, proprio al fine di rendere almeno visibile, praticabile, condivisibile da più soggetti, la necessità di una prospettiva progettuale dell’opposizione che, però, non potrà che essere elaborata, affinata, messa in campo da una nuova soggettività politica che abbia la capacità di innovare davvero quel che serve della tradizione della sinistra e delle organizzazioni del movimento operaio.
Un soggetto dell’opposizione che risulti insieme autonomo ed egemone rispetto all’articolata (e anche contraddittoria per certi versi) area sociale e politica di riferimento.
Sarebbe necessario, secondo la visione derivante appunto dai più opportuni riferimenti storici, costruire e organizzare un partito politico: perché soltanto un partito politico, per quanto possiamo conoscere e immaginare dal punto di vista dell’organizzazione, può svolgere le funzioni necessitate dall’impostazione di un discorso che non risulti – appunto – di coscienza esterna o di puro riflesso della realtà del movimento.
Qui casca l’asino, o meglio, entra in campo la “paura della politica”.
Pur tuttavia proprio l’analisi della drammatica situazione in cui stiamo vivendo e la necessità d’iniziativa politica che essa richiede ci obbliga, se intendiamo muoverci sul terreno dell’onestà intellettuale, ad affrontare proprio il tema del partito, avanzando in questo senso alcuni elementi di riflessione, posti per ora sul piano più propriamente teorico.
Appare pura illusione pensare che la crisi stessa, assumendo sempre più il carattere di recessione, impoverimento, repressione aperta produca un meccanismo spontaneo anche nella forma di una radicalizzazione e generalizzazione della rivolta (anche su questo punto alcuni passaggi della citata intervista a Rossanda andrebbero ripresi e sviluppati).
Si rileva una sempre più crescente incongruenza tra i bisogni, oggettivamente anticapitalistici, che esprimono strati sociali numerosi e larghi e i “mezzi” disponibili anche soltanto per avanzare (appunto nella forma dell’opposizione) un livello accettabile di rivendicazioni complessive. E’ stato in questo cuneo, tanto per restare al “caso italiano”, che si è infilato – per una parte del suo modo d’essere – il M5S occupando spazi al riguardo dei quali oggi svilupperà alla fine una vera e propria azione di rigetto restituendoli forse al limbo della marginalità.
Questa contraddizione si è verificata perché in effetti, come mai nel passato, tutto quanto socialmente esiste, tutto l’arco delle forze produttive (scienza, tecnica, impianti, consuetudini, istituzioni, modelli di consumo, schemi morali e quant’altro) porta il segno del sistema, è stato creato in modo da funzionare secondo le sue leggi, e dunque – come abbiamo già visto – per ordinarsi ad altre finalità, alla soddisfazione di altri bisogni e, di conseguenza, il soggetto della proposta di alternativa a tutto ciò deve essere ripensato e ricostruito da capo.
In questo senso può valere ancora la citazione leninista circa il maggior bisogno della mediazione della coscienza, del progetto, dell’azione consapevole, organizzata, di lungo periodo, della tensione ideale verso una società che si vuol costruire. In questo senso lo “spontaneismo” si dimostra l’errore più grave e fatale.
Non si può superare lo spontaneismo sul serio dicendo che ci vuole un po’ di organizzazione e che anche la teoria ha la sua importanza; occorre vedere su che cosa può reggere tale organizzazione, su cosa può nascere tale teoria; se, non solo un riflesso di una presunta volontà di lotta, uno strumento di efficienza, una traduzione verbale di ciò che già nel movimento, sia pure in forma ridotta, esiste almeno per questa fase, ma un elemento specifico attivo che nasce da una contraddizione della realtà e la media.
La lotta di massa, fin che esiste una società di classe (ed è questo il dato culturale che dobbiamo reintrodurre nel dibattito e nella concretezza dell’azione politica quotidiana) non può produrre un’evoluzione teorica continua, ma una serie successive di rotture e di sistemi teorici, non può fare a meno di una propria “istituzione”, né controllarla pienamente, ma deve contestarla e ricostruirla. Il processo di costituzione della classe in partito è segnato dalla formazione e dalla distruzione di una serie di partiti e di una serie di sistemi teorici, tanto più che la fase ha svoltato adesso bruscamente e il rapporto tra l’insieme articolato delle classi subalterne e ciò che idealmente e socialmente il capitalismo non è stato in grado di assorbire si ripresenta continuamente trasformato.
Dobbiamo operare con molta lucidità sapendo che per molto tempo non avremo la forza, la caratterizzazione teorica, i legami sociali necessari.
Questo senso del limite ci consentirà anche di affrontare in modo costruttivo i nodi politici non sciolti, impedendoci di ritagliarci uno spazio politico tradizionale.
Su queste basi si può ancora pensare alla necessità di portare avanti un discorso di soggettività politica fondata sulla rappresentanza e sull’espressione dei soggetti portatori di contraddizioni sociali concrete e, di conseguenza, sviluppare l’opposizione ai livelli di sistema e di progettualità radicalmente alternativa com’è necessario (e urgente).
Attorno a questi punti si ritrova la necessità di una presenza dei comunisti che si collochi all’altezza della complessità di contraddizioni che segnano la realtà soprattutto attorno a due punti: il ritorno della possibilità di guerra globale sulla scena della storia e l’allargamento ben oltre la “frattura principale” della condizione di sfruttamento e di coercizione di classe quale caratteristica portante dell’attuale gestione del ciclo capitalistico.
Fonte
19/07/2017
I comunisti, le ragioni e la forza/2 - L’organizzazione
La forma dell’Organizzazione Politica.
Abbiamo visto come nello sviluppo delle varie fasi storiche, ad ogni cambiamento prodotto dallo sviluppo capitalista sia corrisposta una modifica dell’organizzazione di classe. Questa dinamica per noi è valida ancora oggi e rispetto alle analisi che abbiamo fatto, sia sul piano della oggettività che delle condizioni soggettive, riteniamo riacquisti peso un’ipotesi di organizzazione di quadri militanti. Il partito di massa, così come lo abbiamo conosciuto, è arrivato al suo epilogo grazie alle caratteristiche dei suoi gruppi dirigenti, caratteristiche non individuali ma prodotto di un profondo processo strutturale che è approdato alla nascita del PD e sul quale non ci dilunghiamo.
A partire dalla mutazione genetica nel PCI, dal suo scioglimento e con la nascita del PRC/PdCI, il partito comunista di massa ha ritenuto esaustiva la sua funzione nella società italiana basandosi su uno schema semplice, ripetuto ossessivamente e mai messo in discussione:
– il rapporto di massa delegato al rapporto con la Cgil, sempre più con la Cgil come apparato e sempre meno con i lavoratori;
– partecipazione alle elezioni a qualsiasi costo, intendendo con esse l’unica ragione d’esistenza in vita sul piano politico;
– attività politica limitata alla propaganda e mobilitazione limitata alle manifestazioni centrali, feste, campagne elettorali.
Occorre ammettere che questo schema si è rivelato nel tempo inadeguato ed inefficace, disastroso su tutti e tre i punti. Non solo. Da questo modello di funzione politica è praticamente scomparso il tema dell’organizzazione cioè di come, dove, quando il partito organizza concretamente e – con quali strumenti propri – i settori sociali di riferimento.
Il modello dei tre fronti (strategico/ideologico, politico, sociale/sindacale sul quale torneremo successivamente) ipotizzato dalla Rete dei Comunisti, ha cercato di rispondere non solo alla crisi dei partiti comunisti tradizionali ma anche di mettere a disposizione un modello da discutere, verificare, sperimentare, un’ipotesi che è stata rimossa o rigettata sistematicamente dalla discussione nei e dei partiti comunisti esistenti in Italia dopo lo scioglimento del Pci.
In altre parole il partito di massa in questa fase storica è troppo “debole” e con troppe contraddizioni interne per affrontare le difficoltà di un passaggio complesso; in questo senso va ridato ruolo alla qualità dell’analisi e delle relazioni interne all’organizzazione, alla capacità di interpretare e costruire il conflitto di classe, alla formazione dei quadri ma anche di orientamento di ambiti sociali di “avanguardia”, tutto ciò ovviamente nei limiti delle possibilità date. Quello che deve emergere è un modo sostanzialmente diverso di come si è vissuto in questi anni e di come ancora si vive la militanza, dove la formazione politica si sostituisce all’attivismo periodico nelle scadenze elettorali e dove la necessità di costruire sistematicamente il conflitto e l’organizzazione di classe diviene un elemento centrale dell’azione dei comunisti nella società. Quello che proponiamo non è certo un’idea già definita di organizzazione, ma di ragionare sui presupposti che possano produrre un’ipotesi d’organizzazione comunista in sintonia con i tempi e con la sua collocazione in un’Unione Europea imperialista.
1) l’Organizzazione militante di quadri. La scelta del “partito dei quadri” dunque non è volontaria né dettata da settarismo, peraltro molto “impegnativo” e poco gratificante, ma è data dalla situazione; ciò non significa che quest’ipotesi sia esaustiva, si tratta di un passaggio obbligato per ridare credibilità di massa alla possibilità di cambiamento. Ritorna in ballo l’importanza della soggettività ed in questo senso ripartire dal “CHE FARE?” significa trovare un valido riferimento teorico per ricostruire un’ ipotesi sapendo che quest’elaborazione e verifica vanno fatte nelle condizioni odierne. Vale comunque la pena di ribadire che parlare di partito di quadri non significa porre un limite quantitativo e dunque avere necessariamente un approccio minoritario bensì, significa mettere al centro la qualità della militanza, la maturità dei singoli compagni che devono essere coscienti della complessità del compito che si sono scelti, oltre che darsi un’organizzazione in grado di sostenere l’impegno collettivo ed individuale richiesto.
Capacità di sintesi e rapporto di massa, organizzazione e spontaneità sono questioni estremamente moderne riportate in auge dalla riorganizzazione capitalista e dal nuovo livello di sviluppo delle forze produttive, che stanno determinando a livello mondiale una nuova situazione di movimento e dunque di apertura di spazi per le alternative. Partito o organizzazione di quadri, perché deve affrontare situazione in evoluzione con i caratteri detti. Ricostruire dunque un intellettuale collettivo significa misurarsi con i problemi dell’egemonia e della teoria oggi, e questo non può essere fatto da un corpo militante che è tale in occasione degli “eventi” politici o delle scadenze elettorali.
L’inadeguatezza di un tale agire è palese ed è inutile spiegarla; il problema che abbiamo è come predisporsi per il suo superamento. La sinistra anticapitalista, sia in Italia che più in generale in Europa, deve fare i conti con un protagonismo movimentista affermatosi in modo particolare sopra la forma partito dopo il crollo del blocco sovietico. In un quadro simile, con un livello particolare ed una coscienza di classe ai minimi termini, riproporre oggi la struttura del partito di massa può essere un grave errore strategico. Il problema dell’organizzazione politica non è quantitativo ma qualitativo; in tal senso riprendere oggi l’insegnamento di Gramsci significa affrontare nello specifico le “quistioni” della formazione e dell’autoformazione, della preparazione dei quadri, con un’etica ed una precisa disciplina rivoluzionaria.
Se le dinamiche storiche che abbiamo cercato di estrapolare sono minimamente azzeccate, e cioè la disgregazione della classe nella produzione flessibile, la complessità sociale dei centri imperialisti, le caratteristiche inedite dei sommovimenti politici legati alla nuova condizione sociale e di classe (da noi la realtà del M5S o dei populismi di destra in Europa) ne consegue, anche qui, la necessità di un approccio qualitativo che non può essere sostituito da nessun protagonismo politico/elettorale visto lo spessore delle questioni che si pongono di fronte ad una seria ricostruzione di una realtà comunista, partito od organizzazione che sia.
2) Militanza e coscienza di classe. Questo salto qualitativo dell’agire di un’organizzazione comunista non può non misurarsi con il contesto in cui deve maturare una moderna coscienza di classe, in relazione diretta con l’impegno militante individuale che sta alla base di una tale organizzazione; su questo aspetto è ineludibile un approfondimento analitico e teorico. Nelle fasi precedenti, infatti, il rapporto tra partito e soggetto sociale, la classe operaia propriamente detta, era un rapporto diretto e funzionale, ovvero la lotta politica per le classi subalterne si associava ad una possibilità di emancipazione anche a livello individuale; chi faceva militanza, partendo da una condizione sociale di classe e subalterna, faceva di quest’impegno il suo punto di forza e d’identità personale per “progredire” anche sul piano culturale.
Tutto ciò oggi può essere solo parzialmente vero se riferito alle modalità classiche del movimento operaio, ad esempio per i lavoratori immigrati che vivono una condizione di sfruttamento e di degrado sociale. Si pone, perciò, il problema dei settori sociali proletarizzati e penalizzati da questo sviluppo, spesso composti da lavoro intellettuale piuttosto che manuale, che devono anch’essi trovare gli elementi d’identità e di emancipazione che li spingano ad impegnarsi fino a modificare la propria visione del mondo, cioè quella ora fornita dal sistema dominante. Questo elemento va ben evidenziato perché mentre sembra teoricamente corretto parlare di partito di militanti, sappiamo bene che la società non produce automaticamente soggetti disponibili a questa relazione, almeno questo è quello che ci dice la nostra esperienza diretta, e questa difficoltà si manifesta mentre i militanti della nostra variegata sinistra rischiano di ripiegare e individualizzarsi ancora di più sotto il peso di nuove sconfitte e con il passare del tempo.
3) La nostra critica alla “rifondazione comunista”. La nostra impostazione e i nostri ragionamenti sulla questione del partito non possono non fare i conti con la storia concreta nel nostro paese della Rifondazione Comunista, al di là delle sue forme e delle evoluzioni diversificate che ha preso nell’arco degli ultimi 25 anni. Indubbiamente essa è stata tra le esperienze più significative dell’Europa occidentale perché, chi all’epoca decise di rompere con il PDS, poté gestire un capitale politico ed umano che il PCI e quella che era stata la sinistra extraparlamentare, ritrovatisi alla fine assieme nel PRC, avevano lasciato dopo la scissione di Occhetto dal comunismo. Nonostante che molti compagni/e della RdC siano passati dentro l’esperienza di quel partito, questa si è trovata fin dall’inizio fuori da quell’ambito a causa della divaricazione esistente tra l’analisi dei processi complessivi, che all’epoca cominciavano a segnare elementi di novità e la dinamica che prendeva corpo dal Movimento per la Rifondazione Comunista, al Partito della Rifondazione fino all’assunzione di Bertinotti alla segreteria politica. Va tenuto conto che quella scelta di estraneità fu all’epoca cosa difficilissima vista la capacità attrattiva di un’esperienza che alla sua nascita disponeva già di un potenziale politico e quantitativo molto consistente, tanto da raccogliere decine di migliaia di iscritti e da raggiungere successivamente circa il 10% dell’elettorato.
Nonostante le critiche fatte all’epoca sulla politica di quel partito, che ha avuto sempre come riferimento contraddittorio le varie mutazioni del PCI, dal PDS al PD, ed i governi di centrosinistra a guida, soprattutto, di Prodi non erano per noi queste il cuore della questione. Certamente la scelta di approvare il pacchetto Treu sulla precarietà, le giravolte sulle varie riforme delle pensioni fino ai molti voti a favore degli interventi militari, hanno segnato la divaricazione e spesso anche la contrapposizione di piazza; come avvenne ad esempio in occasione del 9 Giugno del 2007 nelle manifestazioni contro Bush dove la sinistra, allora di governo, venne letteralmente isolata da una manifestazione di decine di migliaia di persone che protestavano in alternativa al presidio della sinistra.
I punti di critica e diversificazione effettivi sono stati, invece, sempre di tipo strategico in quanto elementi evidenziati nelle nostre analisi anche se in realtà esse non hanno mai avuto cittadinanza politica in una sinistra “radicale” che oggi paga il fio della sua inconsistenza analitica e teorica. I punti su cui abbiamo battuto per anni sono questioni che oggi emergono dalla realtà dei fatti, ma che nascevano da un tentativo di non abbandonare la cassetta degli attrezzi marxisti nella visione del mondo. Vale la pena di ricordarne alcuni di questi punti.
– Certamente la questione dell’imperialismo, ovvero degli imperialismi. L’innamoramento strumentale verso la teoria dell’Impero prodotta dal pensiero di Toni Negri, grandemente sponsorizzato dal segretario Bertinotti, è stato certamente il punto dirimente della nostra divergenza con il pensiero maggioritario che viaggiava all’epoca tra i comunisti. Questa divergenza non è stata puramente teorica in quanto ha assunto nel tempo una valenza politica attorno alla natura della Unione Europea che dagli anni ’90 si è sempre più rafforzata creando prima la moneta unica e poi, di crisi in crisi, configurandosi sempre più come una nuova dimensione statuale in formazione.
Oggi la divaricazione è totale e la vicenda greca della scorsa estate ha portato alla luce le due tendenze che si sono manifestate tra i comunisti ed il movimento di classe. Pensare di democratizzare l’UE è un discrimine direttamente politico, evidente e che produce schieramento. L’errore anche in questo caso sarebbe di non continuare ad elaborare le analisi autonome sulla natura del soggetto imperialista subordinandole alle manifestazioni contingenti e contraddittorie che si producono nel corso della competizione internazionale e delle tattiche che gli imperialismi adottano.
– Un altro punto di divaricazione conseguente è stata la valutazione sulla condizione della classe reale che si veniva configurando nel paese e nel nostro continente. Il processo di costruzione del Polo Imperialista Europeo è stato un fatto strutturale, anche se è il prodotto di una strategia politica delle classi dominanti europee; un fatto che si è collocato dentro la mondializzazione effettiva del Modo di Produzione Capitalista, che ha prodotto una profonda ristrutturazione produttiva, finanziaria, commerciale ed infine sociale, del mondo del lavoro ed ideologica. Tutto ciò ha inciso su quella che abbiamo definito la composizione di classe, che oggi assume forme storicamente inedite e produce la necessità di analizzare a fondo la condizione sociale in cui agiamo e che viene sistematicamente rivoluzionata dalle contraddizioni del capitalismo.
Non solo non abbiamo la composizione di classe di fabbrica e operaia degli anni ‘70 ma quest’ultima è coinvolta nei processi economici che si sono sviluppati negli ultimi decenni. Abbiamo visto nei decenni passati, infatti, la formazione di un’aristocrazia salariata, simile a quella operaia analizzata a suo tempo da Lenin, fatta di lavoro dipendente ed autonomo, orientata verso il consumo ed il sostegno al mercato, che politicamente è stata la base sociale del centro sinistra, ed in parte anche dalla sinistra. Formazione sociale che si è fatta subalterna, grazie alla propria condizione di relativo privilegio verso il resto del mondo, allo sviluppo generale attuale, incluso quello della tendenza alla guerra. Oggi questa condizione, che ha segnato la situazione almeno fino all’inizio della crisi nel 2007, è in via di superamento perché la crisi in atto sta riproducendo i processi di diseguaglianza e di proletarizzazione classici dello sviluppo capitalista, anche del lavoro intellettuale, che nel contesto attuale penalizzano i settori sociali ed i popoli del sud Europa come la vicenda greca, ma anche quella spagnola, portoghese ed italiana, stanno plasticamente dimostrando.
– E’ esattamente in questo contesto che abbiamo mosso la critica al partito comunista di massa non perché lo ritenevamo sbagliato in base ad astratti principi politici ma perché ci sembrava che si stessero creando le condizioni storiche e materiali per il suo superamento. Né i gruppi dirigenti comunisti percepivano questi cambiamenti in quanto i riferimenti assunti erano quelli della politica contingente cosa che significava sostanzialmente pensare alle elezioni come ambito prioritario della politica e della stessa sopravvivenza di partito. Errore di calcolo, questo, che oggi appare in modo lapalissiano in quanto il partito comunista di massa è di fatto scomparso, al di là di ogni scelta, con la rescissione di tutti i legami sociali in nome della politica mentre il partito di quadri, l’unica forma che potrebbe tenere nella bufera storica in cui siamo immersi, è fuori da ogni concezione essendo stato semplicemente rimosso dalla cultura politica dei comunisti.
– Ma la concezione del partito di massa, trascinata in un contesto storico diverso, ha prodotto anche un altro danno che ha approfondito le difficoltà dei comunisti. Ci riferiamo alla questione sindacale; se la scelta strategica, infatti, è stata quella di salvaguardare il carattere di massa e dunque elettorale, sul piano sindacale le relazioni ed i progetti non potevano che privilegiare i rapporti con la CGIL. Da tempo era a tutti evidente la degenerazione di quel sindacato, CISL e UIL l’avevano preceduta, con le politiche concertative e poi complici che hanno avuto l’unico obiettivo di contenere il conflitto di classe. Dire queste cose oggi è una ovvietà in quanto è la CGIL stessa che si premura di eliminare tutti quei soggetti che sono “fuori linea” e sospetti di una pur parziale dissidenza. Questa strategia disastrosa è stata politicamente giustificata con la necessità di dare battaglia dentro il sindacato storico di classe, quando erano già evidenti i processi di degenerazione, ma in realtà ciò rifletteva la debolezza teorica e pratica della rifondazione in atto, incapace di rapportarsi ed organizzare direttamente i settori di classe con propri progetti indipendenti. Tutto sommato, quello che andava salvaguardato era il bacino elettorale rappresentato dal sindacato che una scissione della CGIL non avrebbe garantito di mantenere.
– Giustamente non possiamo dimenticare la questione dei movimenti ovvero del “movimento dei movimenti” così come venne definito. Questa ha un versante tattico legato a quel momento politico che è stato quello che prevalse all’epoca; non a caso il PRC di Bertinotti, oggi fan di Comunione e Liberazione, raggiunse il massimo del risultato elettorale. Ma c’è anche un versante strategico sul quale vale la pena di ragionare; non si può certo nascondere la dimensione di massa raggiunta, che nei primi anni 2000 portò ad ipotizzare una rinascita della sinistra “antagonista”. A quel movimento partecipammo anche noi in varie forme, oltre quella diretta della RdC, in quanto ravvisavamo una opportunità con la quale misurarsi. Detto in termini diretti se la sinistra comunista si era imbarcata e spaccata nella vicenda governativa di Prodi, riprodottasi fatalmente poi nel 2006, tutto quello che era stato il corpo sociale in particolare legato al PCI, che andava dalla CGIL/FIOM all’ARCI alla Lega delle Cooperative all’associazionismo pacifista e cattolico insomma tutta la sedimentazione culturale e sociale prodottasi dal dopoguerra, trovò una sua autonomia di movimento in una situazione di crisi politica della sinistra e di incipiente pericolo berlusconiano. Una possibilità, creatasi anche grazie al movimento di Seattle, che venne consumata negli anni successivi nel tatticismo, nelle scadenzismo elettorale e nel carrierismo individuale a noi tutti ben noto. Dunque dopo la consunzione politica dei partiti c’è stata la consunzione materiale di quel blocco sociale che sosteneva la sinistra nel nostro paese. Se quella sinistra diffusa, che poi è stata la base di tante mobilitazioni fatte anche contro le proprie rappresentanze istituzionali, oggi vive anch’essa una condizione di disgregazione e dispersione le responsabilità non possono che essere ricercate in una rifondazione che non ha saputo, voluto, essere direzione politica realmente antagonista così come invece si affermava.
In sintesi. Quello che stiamo proponendo non è certo un’ipotesi di partito, che non può che nascere nel conflitto di classe se i comunisti riescono a trovare le forme ed il modo per riproporsi come “avanguardia”, come si usava dire in altri tempi. E’ piuttosto il tentativo di riaprire la discussione su un piano che è stato completamente rimosso o che è stato delegato agli intellettuali i quali hanno fatto molti danni, ovviamente perché lasciati a se stessi e senza un termine medio di rapporto con la realtà di classe del paese. Proporre un seminario e non un convegno in cui si sostengono tesi definite significa aprire un confronto senza velleità o riduzioni organizzativistiche ma con la necessaria determinazione. Infatti la fase che si apre, le contraddizioni che si esprimeranno e le loro forme saranno del tutto inedite e, questa volta, non c’è nemmeno a disposizione quel capitale politico ed umano che negli anni ’90, pur su linee politiche poi rivelatesi sbagliate, ha permesso un protagonismo politico significativo e movimenti di massa nel nostro paese.
Nessuna sintesi organizzativa immediata ma la necessità di un confronto e di un approfondimento teorico che sia anche di formazione per le giovani generazioni; siamo disponibili ad istituire, anche formalmente, una sede stabile e periodica in cui il confronto tra comunisti sia libero dalle contingenze politiche ma che funga da bussola per il loro agire politico e nel rapporto con la classe reale del nostro paese.
Fonte
Abbiamo visto come nello sviluppo delle varie fasi storiche, ad ogni cambiamento prodotto dallo sviluppo capitalista sia corrisposta una modifica dell’organizzazione di classe. Questa dinamica per noi è valida ancora oggi e rispetto alle analisi che abbiamo fatto, sia sul piano della oggettività che delle condizioni soggettive, riteniamo riacquisti peso un’ipotesi di organizzazione di quadri militanti. Il partito di massa, così come lo abbiamo conosciuto, è arrivato al suo epilogo grazie alle caratteristiche dei suoi gruppi dirigenti, caratteristiche non individuali ma prodotto di un profondo processo strutturale che è approdato alla nascita del PD e sul quale non ci dilunghiamo.
A partire dalla mutazione genetica nel PCI, dal suo scioglimento e con la nascita del PRC/PdCI, il partito comunista di massa ha ritenuto esaustiva la sua funzione nella società italiana basandosi su uno schema semplice, ripetuto ossessivamente e mai messo in discussione:
– il rapporto di massa delegato al rapporto con la Cgil, sempre più con la Cgil come apparato e sempre meno con i lavoratori;
– partecipazione alle elezioni a qualsiasi costo, intendendo con esse l’unica ragione d’esistenza in vita sul piano politico;
– attività politica limitata alla propaganda e mobilitazione limitata alle manifestazioni centrali, feste, campagne elettorali.
Occorre ammettere che questo schema si è rivelato nel tempo inadeguato ed inefficace, disastroso su tutti e tre i punti. Non solo. Da questo modello di funzione politica è praticamente scomparso il tema dell’organizzazione cioè di come, dove, quando il partito organizza concretamente e – con quali strumenti propri – i settori sociali di riferimento.
Il modello dei tre fronti (strategico/ideologico, politico, sociale/sindacale sul quale torneremo successivamente) ipotizzato dalla Rete dei Comunisti, ha cercato di rispondere non solo alla crisi dei partiti comunisti tradizionali ma anche di mettere a disposizione un modello da discutere, verificare, sperimentare, un’ipotesi che è stata rimossa o rigettata sistematicamente dalla discussione nei e dei partiti comunisti esistenti in Italia dopo lo scioglimento del Pci.
In altre parole il partito di massa in questa fase storica è troppo “debole” e con troppe contraddizioni interne per affrontare le difficoltà di un passaggio complesso; in questo senso va ridato ruolo alla qualità dell’analisi e delle relazioni interne all’organizzazione, alla capacità di interpretare e costruire il conflitto di classe, alla formazione dei quadri ma anche di orientamento di ambiti sociali di “avanguardia”, tutto ciò ovviamente nei limiti delle possibilità date. Quello che deve emergere è un modo sostanzialmente diverso di come si è vissuto in questi anni e di come ancora si vive la militanza, dove la formazione politica si sostituisce all’attivismo periodico nelle scadenze elettorali e dove la necessità di costruire sistematicamente il conflitto e l’organizzazione di classe diviene un elemento centrale dell’azione dei comunisti nella società. Quello che proponiamo non è certo un’idea già definita di organizzazione, ma di ragionare sui presupposti che possano produrre un’ipotesi d’organizzazione comunista in sintonia con i tempi e con la sua collocazione in un’Unione Europea imperialista.
1) l’Organizzazione militante di quadri. La scelta del “partito dei quadri” dunque non è volontaria né dettata da settarismo, peraltro molto “impegnativo” e poco gratificante, ma è data dalla situazione; ciò non significa che quest’ipotesi sia esaustiva, si tratta di un passaggio obbligato per ridare credibilità di massa alla possibilità di cambiamento. Ritorna in ballo l’importanza della soggettività ed in questo senso ripartire dal “CHE FARE?” significa trovare un valido riferimento teorico per ricostruire un’ ipotesi sapendo che quest’elaborazione e verifica vanno fatte nelle condizioni odierne. Vale comunque la pena di ribadire che parlare di partito di quadri non significa porre un limite quantitativo e dunque avere necessariamente un approccio minoritario bensì, significa mettere al centro la qualità della militanza, la maturità dei singoli compagni che devono essere coscienti della complessità del compito che si sono scelti, oltre che darsi un’organizzazione in grado di sostenere l’impegno collettivo ed individuale richiesto.
Capacità di sintesi e rapporto di massa, organizzazione e spontaneità sono questioni estremamente moderne riportate in auge dalla riorganizzazione capitalista e dal nuovo livello di sviluppo delle forze produttive, che stanno determinando a livello mondiale una nuova situazione di movimento e dunque di apertura di spazi per le alternative. Partito o organizzazione di quadri, perché deve affrontare situazione in evoluzione con i caratteri detti. Ricostruire dunque un intellettuale collettivo significa misurarsi con i problemi dell’egemonia e della teoria oggi, e questo non può essere fatto da un corpo militante che è tale in occasione degli “eventi” politici o delle scadenze elettorali.
L’inadeguatezza di un tale agire è palese ed è inutile spiegarla; il problema che abbiamo è come predisporsi per il suo superamento. La sinistra anticapitalista, sia in Italia che più in generale in Europa, deve fare i conti con un protagonismo movimentista affermatosi in modo particolare sopra la forma partito dopo il crollo del blocco sovietico. In un quadro simile, con un livello particolare ed una coscienza di classe ai minimi termini, riproporre oggi la struttura del partito di massa può essere un grave errore strategico. Il problema dell’organizzazione politica non è quantitativo ma qualitativo; in tal senso riprendere oggi l’insegnamento di Gramsci significa affrontare nello specifico le “quistioni” della formazione e dell’autoformazione, della preparazione dei quadri, con un’etica ed una precisa disciplina rivoluzionaria.
Se le dinamiche storiche che abbiamo cercato di estrapolare sono minimamente azzeccate, e cioè la disgregazione della classe nella produzione flessibile, la complessità sociale dei centri imperialisti, le caratteristiche inedite dei sommovimenti politici legati alla nuova condizione sociale e di classe (da noi la realtà del M5S o dei populismi di destra in Europa) ne consegue, anche qui, la necessità di un approccio qualitativo che non può essere sostituito da nessun protagonismo politico/elettorale visto lo spessore delle questioni che si pongono di fronte ad una seria ricostruzione di una realtà comunista, partito od organizzazione che sia.
2) Militanza e coscienza di classe. Questo salto qualitativo dell’agire di un’organizzazione comunista non può non misurarsi con il contesto in cui deve maturare una moderna coscienza di classe, in relazione diretta con l’impegno militante individuale che sta alla base di una tale organizzazione; su questo aspetto è ineludibile un approfondimento analitico e teorico. Nelle fasi precedenti, infatti, il rapporto tra partito e soggetto sociale, la classe operaia propriamente detta, era un rapporto diretto e funzionale, ovvero la lotta politica per le classi subalterne si associava ad una possibilità di emancipazione anche a livello individuale; chi faceva militanza, partendo da una condizione sociale di classe e subalterna, faceva di quest’impegno il suo punto di forza e d’identità personale per “progredire” anche sul piano culturale.
Tutto ciò oggi può essere solo parzialmente vero se riferito alle modalità classiche del movimento operaio, ad esempio per i lavoratori immigrati che vivono una condizione di sfruttamento e di degrado sociale. Si pone, perciò, il problema dei settori sociali proletarizzati e penalizzati da questo sviluppo, spesso composti da lavoro intellettuale piuttosto che manuale, che devono anch’essi trovare gli elementi d’identità e di emancipazione che li spingano ad impegnarsi fino a modificare la propria visione del mondo, cioè quella ora fornita dal sistema dominante. Questo elemento va ben evidenziato perché mentre sembra teoricamente corretto parlare di partito di militanti, sappiamo bene che la società non produce automaticamente soggetti disponibili a questa relazione, almeno questo è quello che ci dice la nostra esperienza diretta, e questa difficoltà si manifesta mentre i militanti della nostra variegata sinistra rischiano di ripiegare e individualizzarsi ancora di più sotto il peso di nuove sconfitte e con il passare del tempo.
3) La nostra critica alla “rifondazione comunista”. La nostra impostazione e i nostri ragionamenti sulla questione del partito non possono non fare i conti con la storia concreta nel nostro paese della Rifondazione Comunista, al di là delle sue forme e delle evoluzioni diversificate che ha preso nell’arco degli ultimi 25 anni. Indubbiamente essa è stata tra le esperienze più significative dell’Europa occidentale perché, chi all’epoca decise di rompere con il PDS, poté gestire un capitale politico ed umano che il PCI e quella che era stata la sinistra extraparlamentare, ritrovatisi alla fine assieme nel PRC, avevano lasciato dopo la scissione di Occhetto dal comunismo. Nonostante che molti compagni/e della RdC siano passati dentro l’esperienza di quel partito, questa si è trovata fin dall’inizio fuori da quell’ambito a causa della divaricazione esistente tra l’analisi dei processi complessivi, che all’epoca cominciavano a segnare elementi di novità e la dinamica che prendeva corpo dal Movimento per la Rifondazione Comunista, al Partito della Rifondazione fino all’assunzione di Bertinotti alla segreteria politica. Va tenuto conto che quella scelta di estraneità fu all’epoca cosa difficilissima vista la capacità attrattiva di un’esperienza che alla sua nascita disponeva già di un potenziale politico e quantitativo molto consistente, tanto da raccogliere decine di migliaia di iscritti e da raggiungere successivamente circa il 10% dell’elettorato.
Nonostante le critiche fatte all’epoca sulla politica di quel partito, che ha avuto sempre come riferimento contraddittorio le varie mutazioni del PCI, dal PDS al PD, ed i governi di centrosinistra a guida, soprattutto, di Prodi non erano per noi queste il cuore della questione. Certamente la scelta di approvare il pacchetto Treu sulla precarietà, le giravolte sulle varie riforme delle pensioni fino ai molti voti a favore degli interventi militari, hanno segnato la divaricazione e spesso anche la contrapposizione di piazza; come avvenne ad esempio in occasione del 9 Giugno del 2007 nelle manifestazioni contro Bush dove la sinistra, allora di governo, venne letteralmente isolata da una manifestazione di decine di migliaia di persone che protestavano in alternativa al presidio della sinistra.
I punti di critica e diversificazione effettivi sono stati, invece, sempre di tipo strategico in quanto elementi evidenziati nelle nostre analisi anche se in realtà esse non hanno mai avuto cittadinanza politica in una sinistra “radicale” che oggi paga il fio della sua inconsistenza analitica e teorica. I punti su cui abbiamo battuto per anni sono questioni che oggi emergono dalla realtà dei fatti, ma che nascevano da un tentativo di non abbandonare la cassetta degli attrezzi marxisti nella visione del mondo. Vale la pena di ricordarne alcuni di questi punti.
– Certamente la questione dell’imperialismo, ovvero degli imperialismi. L’innamoramento strumentale verso la teoria dell’Impero prodotta dal pensiero di Toni Negri, grandemente sponsorizzato dal segretario Bertinotti, è stato certamente il punto dirimente della nostra divergenza con il pensiero maggioritario che viaggiava all’epoca tra i comunisti. Questa divergenza non è stata puramente teorica in quanto ha assunto nel tempo una valenza politica attorno alla natura della Unione Europea che dagli anni ’90 si è sempre più rafforzata creando prima la moneta unica e poi, di crisi in crisi, configurandosi sempre più come una nuova dimensione statuale in formazione.
Oggi la divaricazione è totale e la vicenda greca della scorsa estate ha portato alla luce le due tendenze che si sono manifestate tra i comunisti ed il movimento di classe. Pensare di democratizzare l’UE è un discrimine direttamente politico, evidente e che produce schieramento. L’errore anche in questo caso sarebbe di non continuare ad elaborare le analisi autonome sulla natura del soggetto imperialista subordinandole alle manifestazioni contingenti e contraddittorie che si producono nel corso della competizione internazionale e delle tattiche che gli imperialismi adottano.
– Un altro punto di divaricazione conseguente è stata la valutazione sulla condizione della classe reale che si veniva configurando nel paese e nel nostro continente. Il processo di costruzione del Polo Imperialista Europeo è stato un fatto strutturale, anche se è il prodotto di una strategia politica delle classi dominanti europee; un fatto che si è collocato dentro la mondializzazione effettiva del Modo di Produzione Capitalista, che ha prodotto una profonda ristrutturazione produttiva, finanziaria, commerciale ed infine sociale, del mondo del lavoro ed ideologica. Tutto ciò ha inciso su quella che abbiamo definito la composizione di classe, che oggi assume forme storicamente inedite e produce la necessità di analizzare a fondo la condizione sociale in cui agiamo e che viene sistematicamente rivoluzionata dalle contraddizioni del capitalismo.
Non solo non abbiamo la composizione di classe di fabbrica e operaia degli anni ‘70 ma quest’ultima è coinvolta nei processi economici che si sono sviluppati negli ultimi decenni. Abbiamo visto nei decenni passati, infatti, la formazione di un’aristocrazia salariata, simile a quella operaia analizzata a suo tempo da Lenin, fatta di lavoro dipendente ed autonomo, orientata verso il consumo ed il sostegno al mercato, che politicamente è stata la base sociale del centro sinistra, ed in parte anche dalla sinistra. Formazione sociale che si è fatta subalterna, grazie alla propria condizione di relativo privilegio verso il resto del mondo, allo sviluppo generale attuale, incluso quello della tendenza alla guerra. Oggi questa condizione, che ha segnato la situazione almeno fino all’inizio della crisi nel 2007, è in via di superamento perché la crisi in atto sta riproducendo i processi di diseguaglianza e di proletarizzazione classici dello sviluppo capitalista, anche del lavoro intellettuale, che nel contesto attuale penalizzano i settori sociali ed i popoli del sud Europa come la vicenda greca, ma anche quella spagnola, portoghese ed italiana, stanno plasticamente dimostrando.
– E’ esattamente in questo contesto che abbiamo mosso la critica al partito comunista di massa non perché lo ritenevamo sbagliato in base ad astratti principi politici ma perché ci sembrava che si stessero creando le condizioni storiche e materiali per il suo superamento. Né i gruppi dirigenti comunisti percepivano questi cambiamenti in quanto i riferimenti assunti erano quelli della politica contingente cosa che significava sostanzialmente pensare alle elezioni come ambito prioritario della politica e della stessa sopravvivenza di partito. Errore di calcolo, questo, che oggi appare in modo lapalissiano in quanto il partito comunista di massa è di fatto scomparso, al di là di ogni scelta, con la rescissione di tutti i legami sociali in nome della politica mentre il partito di quadri, l’unica forma che potrebbe tenere nella bufera storica in cui siamo immersi, è fuori da ogni concezione essendo stato semplicemente rimosso dalla cultura politica dei comunisti.
– Ma la concezione del partito di massa, trascinata in un contesto storico diverso, ha prodotto anche un altro danno che ha approfondito le difficoltà dei comunisti. Ci riferiamo alla questione sindacale; se la scelta strategica, infatti, è stata quella di salvaguardare il carattere di massa e dunque elettorale, sul piano sindacale le relazioni ed i progetti non potevano che privilegiare i rapporti con la CGIL. Da tempo era a tutti evidente la degenerazione di quel sindacato, CISL e UIL l’avevano preceduta, con le politiche concertative e poi complici che hanno avuto l’unico obiettivo di contenere il conflitto di classe. Dire queste cose oggi è una ovvietà in quanto è la CGIL stessa che si premura di eliminare tutti quei soggetti che sono “fuori linea” e sospetti di una pur parziale dissidenza. Questa strategia disastrosa è stata politicamente giustificata con la necessità di dare battaglia dentro il sindacato storico di classe, quando erano già evidenti i processi di degenerazione, ma in realtà ciò rifletteva la debolezza teorica e pratica della rifondazione in atto, incapace di rapportarsi ed organizzare direttamente i settori di classe con propri progetti indipendenti. Tutto sommato, quello che andava salvaguardato era il bacino elettorale rappresentato dal sindacato che una scissione della CGIL non avrebbe garantito di mantenere.
– Giustamente non possiamo dimenticare la questione dei movimenti ovvero del “movimento dei movimenti” così come venne definito. Questa ha un versante tattico legato a quel momento politico che è stato quello che prevalse all’epoca; non a caso il PRC di Bertinotti, oggi fan di Comunione e Liberazione, raggiunse il massimo del risultato elettorale. Ma c’è anche un versante strategico sul quale vale la pena di ragionare; non si può certo nascondere la dimensione di massa raggiunta, che nei primi anni 2000 portò ad ipotizzare una rinascita della sinistra “antagonista”. A quel movimento partecipammo anche noi in varie forme, oltre quella diretta della RdC, in quanto ravvisavamo una opportunità con la quale misurarsi. Detto in termini diretti se la sinistra comunista si era imbarcata e spaccata nella vicenda governativa di Prodi, riprodottasi fatalmente poi nel 2006, tutto quello che era stato il corpo sociale in particolare legato al PCI, che andava dalla CGIL/FIOM all’ARCI alla Lega delle Cooperative all’associazionismo pacifista e cattolico insomma tutta la sedimentazione culturale e sociale prodottasi dal dopoguerra, trovò una sua autonomia di movimento in una situazione di crisi politica della sinistra e di incipiente pericolo berlusconiano. Una possibilità, creatasi anche grazie al movimento di Seattle, che venne consumata negli anni successivi nel tatticismo, nelle scadenzismo elettorale e nel carrierismo individuale a noi tutti ben noto. Dunque dopo la consunzione politica dei partiti c’è stata la consunzione materiale di quel blocco sociale che sosteneva la sinistra nel nostro paese. Se quella sinistra diffusa, che poi è stata la base di tante mobilitazioni fatte anche contro le proprie rappresentanze istituzionali, oggi vive anch’essa una condizione di disgregazione e dispersione le responsabilità non possono che essere ricercate in una rifondazione che non ha saputo, voluto, essere direzione politica realmente antagonista così come invece si affermava.
In sintesi. Quello che stiamo proponendo non è certo un’ipotesi di partito, che non può che nascere nel conflitto di classe se i comunisti riescono a trovare le forme ed il modo per riproporsi come “avanguardia”, come si usava dire in altri tempi. E’ piuttosto il tentativo di riaprire la discussione su un piano che è stato completamente rimosso o che è stato delegato agli intellettuali i quali hanno fatto molti danni, ovviamente perché lasciati a se stessi e senza un termine medio di rapporto con la realtà di classe del paese. Proporre un seminario e non un convegno in cui si sostengono tesi definite significa aprire un confronto senza velleità o riduzioni organizzativistiche ma con la necessaria determinazione. Infatti la fase che si apre, le contraddizioni che si esprimeranno e le loro forme saranno del tutto inedite e, questa volta, non c’è nemmeno a disposizione quel capitale politico ed umano che negli anni ’90, pur su linee politiche poi rivelatesi sbagliate, ha permesso un protagonismo politico significativo e movimenti di massa nel nostro paese.
Nessuna sintesi organizzativa immediata ma la necessità di un confronto e di un approfondimento teorico che sia anche di formazione per le giovani generazioni; siamo disponibili ad istituire, anche formalmente, una sede stabile e periodica in cui il confronto tra comunisti sia libero dalle contingenze politiche ma che funga da bussola per il loro agire politico e nel rapporto con la classe reale del nostro paese.
Fonte
I comunisti, le ragioni e la forza/1
Parlare di Partito Comunista qui ed ora non è certo cosa facile e da
l’idea di parlare di un altro mondo e di un’altra epoca tanto è stata
devastante la storia delle organizzazioni comuniste di questi ultimi
decenni in Italia ma anche nel resto dell’Europa. Questa constatazione e
lo stato d’animo che ne deriva, che ha spinto molti militanti a
rivolgersi verso altri orizzonti anch’essi bruciati in tempi molto
rapidi, ci deve invece spingere ad operare un salto di qualità teorico
nell’affrontare la questione del partito che in realtà è la questione di
come le classi subalterne resistono e reagiscono allo stato attuale
delle cose. Parlare di partito significa dunque parlare della classe con
cui abbiamo a che fare, reale e non mitologica, ma significa avere
anche una idea dei processi generali e di quelli storici che stanno
modellando il mondo attuale.
Se abbiamo dato una lettura dei processi storici legata al rapporto contraddittorio tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione, individuando fasi egemoniche e fasi di crisi non possiamo non leggere sotto questa luce anche la storia delle organizzazioni del movimento operaio. Il succedersi di periodi “rivoluzionari” e regressivi della borghesia hanno determinato anche i caratteri dei partiti operai e dei partiti comunisti i quali hanno dovuto fare i conti con gli sviluppi prodotti dalle classi dominanti modificandosi, evolvendo o cambiando natura. Processi questi che negli ultimi trent’anni abbiamo visto materializzarsi fornendoci una esperienza diretta, forse storicamente unica, di come la dialettica della realtà costringe a fare i conti con se stessi.
Per essere più concreti nell’analisi riportiamo una parte dello scritto di Giorgio Gattei, prodotto in occasione di un nostro seminario tenuto nel 1999, riportato sul quaderno “Partito e Teoria” che fornisce un’utilissima chiave di lettura non solo storica ma anche funzionale alle questioni che affrontiamo oggi sul nodo strategico dell’organizzazione dei comunisti: “Ma allora per comprendere le diverse modalità del suo apparire storico, pare necessario istituire un qualche rapporto tra la forma d’organizzazione politica che di volta in volta si è data la classe e la sua particolare “composizione” che le diverse maniere del produrre capitalistico, anch’esse di volta in volta storicamente determinate, pongono in essere.
La premessa è che si deve riconoscere che la storia del modo capitalistico di produzione, pur nell’invarianza dei suoi connotati strutturali di fondo (che sono la compravendita della forza lavoro e l’estorsione di plusvalore), non resta immutabile ma è segnata da una successione di modificazioni che ne variano, in particolare, l’organizzazione del lavoro.
Si parla al proposito di veri e propri “mutamenti di forma” dell’intero ordine produttivo e se ne individuano, pur all’interno dell’identità del modo capitalista, almeno queste diverse configurazioni: la rivoluzione della fabbrica a vapore alla fine del XVIII secolo, la novità della produzione meccanizzata “di serie” a mezzo del XIX secolo, l’avvento della produzione Tayloristica “in linea” alla svolta del XX secolo, il trapasso alla produzione/consumazione di massa che s’impone alla metà del XX secolo (rispetto alla fase precedente la trasformazione non è di poco conto, come poi si vedrà) ed infine l’affermazione di quella produzione “flessibile” (o snella o comunque la si voglia chiamare) che segna il nostro trapasso di secolo.
Ad ogni trasformazione della maniera capitalistica del produrre ha di volta in volta corrisposto una modificazione del carattere della “composizione di classe”: Dall’operaio generico delle fabbriche di primo ottocento all’operaio “di mestiere” di metà secolo scorso; dall’operaio “alla catena” del primo novecento all’operaio/consumatore-massa di metà secolo nostro, ed infine a quell’operaio “debole” (o comunque lo si voglia chiamare) col quale stiamo entrando nel terzo millennio di cronologia cristiana.
Conseguentemente fino ad ora sono state quattro le “forme partito” che si sono presentate sulla scena storica, ossia tante quante sono state le trasformazioni strategiche della “composizione di classe” indotte dalle modificazioni della “maniera del produrre” che si sono succedute dalla rivoluzione industriale. E se ne attende naturalmente una quinta, adeguata al livello dell’accumulazione “flessibile” e del lavoratore “debole”, ma essa è ancora di là da venire o almeno è ancora difficile da distinguere nella confusione del nostro tempo.”
Questa relazione tra capacità egemonica, composizione di classe e carattere del partito di classe va vista non in modo automatico ne può essere scambiata per una interpretazione sociologica della politica. Come sempre è utile andare a recuperare nel bagaglio del movimento operaio storico elaborazioni fatte in altri momenti non come riferimento sacrale ma come capacità di cogliere le tendenze di fondo sapendo che le forme concrete non possono che essere date dal contesto storico che agisce nel tempo preso in considerazione. In questo senso è estremamente utile tornare ad un articolo del 1916, “L’imperialismo e la scissione del Socialismo”, in cui Lenin mette in relazione la vittoria dell’imperialismo nel coinvolgere il movimento operaio nella prima guerra mondiale con l’emergere nella classe dell’aristocrazia operaia subalterna alla borghesia, prodotta dalla riorganizzazione produttiva e dalla conseguente modifica della composizione di classe, con la scissione del movimento socialista, che non ha solo riguardato la linea politica ma anche la forma della stessa organizzazione di partito.
Se adottassimo un approccio meccanicistico sarebbe facile fare un parallelo diretto, tante sono le somiglianze, con la subalternità della sinistra di oggi all’imperialismo della UE, la scomposizione e separazione della classe dovuta ai processi di ristrutturazione e la necessità di una organizzazione antagonista e rivoluzionaria oltre la nostra sinistra. Purtroppo le cose non sono così semplici perché le condizioni sono molto diverse ma il metodo di analisi proposto da Lenin in quello scritto è ancora valido adeguandolo al contesto storico che caratterizza la nostra epoca. Bisogna, dunque, partire dalla modificazione del contesto complessivo che si avvia con la fine dell’URSS e con una trasformazione completa del contesto strutturale internazionale ancor prima che quella realizzatasi sul piano politico e dei rapporti di forza internazionali.
Il primo elemento da prendere in considerazione è che nel dopoguerra con un partito comunista uscito vittorioso dalla guerra di liberazione, anche come conferma dell’assetto organizzativo e politico prodottosi nella lotta antifascista, il problema che si pone Togliatti, e con lui alla quasi totalità del partito comunista, è proprio il cambiamento del ruolo e dell’assetto del partito stesso. E’ il “partito nuovo” che deve cambiare se stesso in base alle mutate condizioni complessive. La fine del fascismo e la battaglia politica sui caratteri della democrazia italiana, il ruolo della classe operaia nella lotta antifascista e il radicamento che il partito aveva, era stato conquistato con la vecchia forma organizzata; la nascita delle democrazie di transizione nell’Est Europa e la divisione del mondo in blocchi sono le condizioni generali che hanno portato il PC, clandestino prima e poi combattente armato nella resistenza, a cambiare radicalmente i propri caratteri mantenendo però il carattere di classe che ha poi segnato il conflitto politico nel nostro paese per i successivi decenni.
La vittoria sul Fascismo non portò a confermare il modello politico che pure aveva vinto, ma si produsse invece una radicale trasformazione del partito che, abbandonata la dimensione limitata, prima per scelte settarie e poi per la clandestinità imposta dal fascismo, modificava se stesso per poter accedere alla dimensione del partito di massa. Gli sviluppi successivi hanno indubbiamente confermato che quelle scelte erano adeguate al nuovo contesto nazionale ed internazionale, anche se la discussione di merito sulle opzioni possibili all’epoca non va certo data per scontata. Come non si può rimuovere dalla riflessione l’evoluzione riformista avuta dal PCI soprattutto a partire dagli anni ’70 e concretizzatasi con la strategia del compromesso storico, di cui oggi nel PD vediamo gli esiti finali.
Quello che però a noi oggi interessa capire ed evidenziare è il metodo di analisi della fase complessiva relativa al dopoguerra, la capacità di cogliere le trasformazioni sociali, in primo luogo il ruolo centrale della classe operaia di fabbrica riferito a quell’assetto produttivo, ed, infine, la capacità di dotarsi delle forme di organizzazione adeguate a raccogliere la spinta del conflitto di classe di quel periodo.
Oggi siamo da tempo dentro una modifica altrettanto radicale del contesto in cui agiamo, dove alla crisi del movimento di classe, oltre che comunista, corrisponde una profonda crisi dell’assetto capitalistico che fa riemergere le sue contraddizioni strutturali, lucidamente interpretate dalle categorie del pensiero marxista. Non si può pensare di affrontare una fase di cambiamento come questa senza porsi i problemi relativi alla forma organizzata dei partiti e delle organizzazioni di classe e comuniste.
Quello che non si può negare è la capacità che il movimento comunista ha avuto nello strutturare i suoi partiti in base alle condizioni che si manifestavano nei diversi singoli paesi, ribadendo in questo modo che l’organizzazione rimane sempre uno strumento, da modificare quando necessario e contro ogni feticismo organizzativistico.
Siamo in Italia, in Europa, cioè in uno dei cuori della trasformazione avviata dal capitale per far fronte di nuovo alle proprie contraddizioni, trasformazioni che riguardano in primo luogo le condizioni dei popoli e delle classi subalterne di questo continente; eppure su come si deve organizzare il movimento di classe e con esso i comunisti siamo all’afonia totale, si naviga più che nella confusione nella ignavia di chi intende svolgere un ruolo antagonista. Le organizzazioni presenti, inclusi i partiti, vivono una condizione che non è di massa, in quanto sono caduti quasi tutti i rapporti con le classi subalterne, ma non è neanche di militanti poiché il concetto di militanza è stato svuotato dall’accettazione della cultura egemone, che al massimo ci concede il “volontariato”, e da una pratica interna alle organizzazioni schiacciata sulla contingenza, piuttosto che su quello della qualità e della formazione, e sul protagonismo individuale.
Ricostruire perciò un confronto tra le condizioni attuali e quelle della fase precedente, relativa al partito di massa, mettere a fuoco le differenze e le differenti necessità politiche alle quali deve fare fronte un’organizzazione comunista, è un lavoro utile a definire per approssimazione lo strumento organizzativo di cui dotarci oggi.
1) Oltre la Nazione. Un elemento di evidente differenza tra la nascita del partito comunista di massa e la situazione attuale è il “teatro” della lotta di classe. Il PCI fin dal 1944 si pone come forza nazionale ovvero reclama per la classe operaia un ruolo nazionale e di ricostruzione dal tracollo prodotto dal Fascismo, ma anche di ricomposizione dei settori sociali diversi dalla classe operaia, dai contadini fino agli intellettuali, dalle donne ai giovani, tutti segnati dalla vicenda bellica, ricomposizione intesa come “Blocco Storico” che riprende la lezione del Gramsci della “questione nazionale” e di quella meridionale. L’ambito materiale dentro il quale svolgere la lotta di classe ed una funzione emancipatrice generale era la Nazione. Era anche la presa d’atto della divisione del mondo in sfere di influenza tra USA e URSS e del fatto che la rivoluzione doveva ripiegare su una democrazia progressiva. In realtà questa è stata la condizione obiettiva in cui si è fatto politica fino agli anni ’90, e quando, nei momenti di acutizzazione del conflitto politico e di classe, si è cercato di rompere quell’equilibrio la risposta del potere è stata di tipo golpistico, terroristico e violento.
Diventa inevitabile comprendere come le diverse condizioni storiche possano determinare diversi modi di agire ed organizzarsi dei comunisti. Non partiamo da zero, nel senso che in Italia la fine del PCI non ha corrisposto alla diaspora e scomparsa dei comunisti, anzi è cresciuta un’esperienza come quella della Rifondazione Comunista che ha continuato sulla strada tracciata dal PCI, ma anche delle organizzazioni politiche degli anni ’70, riproponendo un partito di massa che, per senso comune dei militanti, era l’unica strada da intraprendere visto anche l’entusiasmo con cui è iniziata negli anni ’90 quell’esperienza, per la gran parte di quei militanti che non volevano accettare la liquidazione di una storia importante.
Certamente la conclusione, di fatto, di quel tipo di realtà può essere messa nel conto di dirigenti “deviati” quali Cossutta e Bertinotti, ma questa sarebbe poco più di una scusa che riconsegnerebbe la Storia in mano agli individui e non ai processi generali. Dobbiamo dunque andare più a fondo e indubbiamente balza agli occhi il venir meno della dimensione nazionale, che era stata la culla nella quale era cresciuto il movimento di classe e comunista: è bene ricordare ambedue i fattori. Un venir meno prodotto dal balzo in avanti delle forze produttive che richiedevano altri involucri statuali per poter produrre profitti e competere in modo più cospicuo; per noi ciò ha significato la costituzione sempre più concreta dell’Unione Europea. Forze produttive che però hanno trascinato con sé tutti gli aspetti della vita dei popoli coinvolti, dalla comunicazione alla formazione culturale, dagli apparati produttivi alle istituzioni politiche, insomma un salto storico del quale si è sottovalutato il rilievo fino al sopraggiungere della crisi finanziaria del 2007.
In negativo è scontato indicare le responsabilità, la miopia, di quei gruppi dirigenti in tutt’altre faccende affaccendati, ad esempio quelle elettorali, ma allo stato attuale il problema principale è quello di capire come adeguare, di nuovo, il movimento di classe e comunista alla nuova dimensione storica che ha superato la precedente dimensione nazionale. Naturalmente questo processo di superamento dei confini nazionali coinvolge tutte le aree economiche e monetarie che, in diversi modi, si sono predisposti a questo passaggio dimensionale della produzione e della circolazione di capitale, vedi il ruolo del NAFTA per gli USA. Ma riconcepire una prospettiva per i comunisti del nostro paese significa accettare in primis la sfida della qualità teorica e politica, la sola cosa che può metterli in condizione di comprendere le dinamiche della realtà e di attrezzarsi adeguatamente, anche concependo ipotesi alternative e di rottura a quelle della Unione Europea, ideologicamente presentata come unico esito possibile per i popoli del continente.
2) Fine della democrazia borghese? Un altro dato di fondo che ha caratterizzato la nascita e l’affermazione del partito di massa è stata la lotta per la democrazia. Attorno a questo nodo del conflitto di classe nel nostro paese ci sono stati momenti costitutivi di quel periodo storico, la battaglia vinta contro la legge truffa nel 1953, il governo Tambroni caduto dopo il tentativo nel ’60 di rilegittimare i fascisti accettando il loro appoggio all’esecutivo, la ventennale lotta nei posti di lavoro per i diritti sindacali in cui centrale è stato lo scontro con la FIAT Vallettiana, altri momenti ancora di conflitto politico sono stati fondamentali per allargare gli spazi democratici in un paese in cui la classe dirigente portava ancora i caratteri della cultura reazionaria sopravvissuta al fascismo.
Va chiarito però un carattere centrale di quel periodo. La battaglia sulla democrazia, l’allargamento dei suoi spazi non erano finalizzati solo all’affermazione di principi generali ma erano vissuti, dal movimento di classe nel nostro paese, come una “tappa” della lotta per la trasformazione sociale in Italia. Era ormai chiaro che non si poteva fare “come in Russia” ma si poteva ipotizzare una transizione democratica e pacifica verso un sistema sociale più equilibrato e non ancora socialista.
D’altra parte in quegli anni i paesi dell’est europeo non avevano immediatamente adottato il modello sovietico, esisteva infatti la proprietà privata seppure controllata, c’erano altri partiti oltre quelli comunisti, ed era chiaro che in quelle condizioni continuava la lotta di classe, cioè era chiaro che la società era ancora suddivisa in classi. Esplicativo dell’orientamento del PCI dell’epoca sono gli articoli di Eugenio Reale e di Eugenio Varga pubblicati sui numeri di Rinascita di Maggio e Giugno 1947 dove questa lettura dei paesi dell’est Europa viene spiegata in modo dettagliato.
Era questo lo sfondo in cui si sviluppava nel nostro paese, ed in altri in Europa, la battaglia per la democrazia intesa in modo “progressivo”, un contesto in cui si poteva anche ipotizzare una riunificazione dei partiti di classe ovvero del PCI e del PSI.
E’ chiara anche la differenza tra quella democrazia come terreno del conflitto per la trasformazione e quella di cui si è parlato dopo. Infatti già dall’inizio degli anni ’70 questa concezione progressiva viene meno da parte del PCI il quale, a causa del forte scontro politico, accetta in pieno la concezione della democrazia formale, ovvero borghese. La difesa della Costituzione Italiana diventa perciò di tipo “religioso” come accettazione di tavole inviolabili ed immodificabili; avendo abbandonato ogni ipotesi di transizione si fa diventare la democrazia borghese il terreno politico più avanzato non in termini di classe ma in termini di valori generali, socialmente indistinti. Si assume lo Stato borghese così com’è, come baluardo da difendere tout court.
Non vogliamo qui dare giudizi di merito su quelle modifiche politiche ma rilevare come la questione democratica si sia trasformata e come il partito di massa abbia adeguato la propria concezione e relazioni alle condizioni specifiche di quei tempi, arrivando cioè ad una sostanziale modifica della propria finalità strategica.
Questo passaggio non ha avuto solo effetti sulla sua linea politica ma ha inciso profondamente sul modo d’essere del partito di massa e delle sue relazioni interne. Venendo meno il “Fine”, ovvero la “Rivoluzione” intesa anche nelle sue forme democratiche così come le aveva concepite il PCI (sono di quel periodo le dichiarazioni di Berlinguer sull’utilità dell’“ombrello” della NATO e sulla fine della spinta propulsiva dell’URSS) al primo posto è balzata la politica vista come tattica, esclusivamente relativa agli scenari politico/elettorali del momento. Ciò ha causato una mutazione della percezione della politica da parte dei quadri del partito, rimuovendo l’aspetto strategico e facendoli acconciare sulla sola dimensione pratica o, per meglio dire, pragmatica.
Tutto ciò ha avuto un effetto sulla “teoria”, ovvero sulla capacità di interpretare il mondo nelle sue dinamiche fondamentali, ed ha avuto un sottoprodotto dapprima inavvertito ma poi manifesto sui ruoli individuali, sempre più prevalenti nei gruppi dirigenti: chi non ricorda il supponente protagonismo di Occhetto? Questa maturazione perversa si è poi palesata appieno con la rottura degli involucri organizzativi delle organizzazioni della sinistra, non solo del PCI, ed è stata un presupposto della corruzione politica ed economica che ha poi portato alla devastazione attuale.
Oggi la situazione è ulteriormente modificata, la democrazia è diventata, come il lavoro, una variabile dipendente e dunque disponibile alle modifiche necessarie al livello di sviluppo delle attuali società capitalistiche. La crisi, la costruzione del Polo Imperialista Europeo, la trasformazione delle classi dirigenti a classi dominanti, portano evidentemente alla riduzione della democrazia borghese fino alla sua scomparsa di fatto, a causa delle condizioni generali imposte dal livello sempre più intenso della competizione globale che l’assetto capitalistico richiede.
Oggi è evidente che parlare di come i comunisti debbano organizzarsi e di quale funzione debbano avere non può prescindere da questa evoluzione politica e di come il contesto democratico del nostro paese stia sempre più degradando; il partito di massa così come è stato “imbalsamato” negli ultimi decenni, mostra in questa fase il suo superamento se non altro perché i partiti della sinistra italiana sono stati espulsi, non avendo alcun eletto, dal contesto istituzionale.
3) Dal bipolarismo al multipolarismo. Il cambiamento “ambientale” dell’agire dei comunisti non ha riguardato solo la dimensione nazionale ma coinvolge in pieno anche il dato internazionale che sempre ha determinato nell’ultimo secolo anche le dinamiche più specificamente nazionali. E’ quasi superfluo starle a ricordare in questo dibattito tanto sono evidenti: sostanzialmente si è passati dal bipolarismo prodotto dalla competizione, anch’essa globale, tra URSS ed USA ad un mondo multipolare dove le aree imperialiste si trovano a collaborare/competere con paesi che imperialisti non sono, in una dinamica che non ha mostrato ancora i suoi effetti ultimi. E’ una situazione storicamente inedita in cui lo strapotere dei paesi dominanti non è così completo pur in assenza di una compiuta alternativa sociale al capitalismo. Questo mutamento richiede una qualità nella capacità di analisi dell’organizzazione ben diversa dalla fase precedente.
Sono infatti venuti meno alcuni parametri fondamentali che hanno formato generazioni di giovani, militanti, semplici iscritti ai partiti. Uno è certamente la questione dell’imperialismo; dal 1945 l’unico imperialismo noto è stato quello degli USA, contrariamente a quanto avvenuto nelle fasi storiche precedenti alla seconda guerra mondiale, quando non esisteva l’imperialismo ma “gli imperialismi”, una differenza non da poco per chi ha percepito nella propria esperienza pratica solo quello USA.
Con la fine dell’URSS e con il ruotare della storia all’indietro, verso l’inizio del ‘900, si è continuato a pensare come prima ad un solo imperialismo ignorando il ruolo crescente che assumevano l’Unione Europea e l’Euro come protagonisti della competizione globale, cosa questa che oggi emerge, invece, chiaramente dentro la crisi finanziaria mondiale. Non è stato solo un errore di carattere teorico ma ha anche fatto emergere l’incapacità di lettura delle dinamiche sociali e dei settori di classe del nostro paese, che nel frattempo accumulavano modifiche materiali, culturali e politiche sempre più forti. Se ci fosse stata questa capacità, sarebbe stato infatti chiaro che queste modifiche imponevano di riflettere, rivedere e riconcepire le relazioni tra la soggettività politica organizzata e la realtà della classe in via di modificazione.
Ma il passaggio ad uno scenario mondiale multipolare ha posto un altro ostacolo alla capacità politica delle forze comuniste; infatti mentre si continuava giustamente a concepire la necessità della trasformazione sociale, della rivoluzione, il modello da seguire, il come concretamente si poteva organizzare una società alternativa, è venuto meno con la fine dell’URSS e ciò ha richiesto anche qui un salto di qualità politica e teorica. La critica all’URSS non risale certo alla fine di quell’assetto statuale ma essa era presente, ed a ragione, già dagli anni ’60 con la posizione del Partito Comunista Cinese e si è poi sviluppata con il crescere dei movimenti rivoluzionari internazionali fino agli anni ’70 e, dunque, anche nel nostro paese. Ma se quel modello non era certo il migliore da seguire oggi nella nostra condizione politica possiamo toccare con mano il ruolo antimperialista che oggettivamente svolgeva e non certo sul versante “reazionario” della Storia.
Oggi a oltre venti anni di distanza possiamo dire che la Storia si è rimessa in qualche modo in movimento mostrando, prima di tutto, che il capitalismo mantiene tutte le proprie contraddizioni con i tragici effetti sociali, economici e bellici che possiamo osservare ma soprattutto che la fine del cosiddetto socialismo reale non ha significato la fine di tutte le esperienze rivoluzionarie che sono nate nel corso del secolo scorso.
Sapere che il capitalismo non è la fine della Storia è certamente un elemento importante, ma per noi il problema è anche come una struttura comunista si organizza per interpretare e collocare nella propria azione questa nuova realtà internazionale. Realtà che incide concretamente nella dimensione nazionale ma che non offre più, come prima avveniva, un modello sociale alternativo “certo”. Tutto questo ovviamente è rilevante per le caratteristiche dell’“intellettuale collettivo” da costruire in un contesto in cui un modello alternativo di società non è immediatamente proponibile ai settori sociali di un paese interno all’Unione Europea.
4) Attraversando il deserto culturale. Nell’affermare ciò non ci riferiamo alla Cultura con la C maiuscola che appartiene, naturalmente, agli intellettuali ma a quel bagaglio, a quel sapere collettivo che nasce dalle esperienze storiche concrete dei popoli e delle classi e che è fatto di riferimenti, di valori, di rapporti e comportamenti che producono una conseguente coscienza ed identità di se stessi.
Il passaggio dal partito clandestino del periodo fascista a quello di massa avviene in un drammatico periodo storico segnato dalla guerra e dalla lotta di liberazione, dove le mistificazioni ideologiche non avevano più senso, dove la verità emergeva dalla durezza dello scontro e dove ognuno era costretto a prendersi le proprie responsabilità schierandosi da una o dall’altra parte. Una simile scelta implicava inevitabilmente la necessità di capire bene la realtà, le sue evoluzioni ed i propri interessi, per questo esistevano allora i pensieri forti che “fornivano” riferimenti e valori. Alla fine della guerra e della lotta di liberazione le classi subalterne del nostro paese uscivano in una condizione politica ribaltata da quella vissuta nel fascismo dove la passività e la sudditanza erano i valori del regime. A questa imponente impresa aveva contribuito il partito clandestino, di quadri, e la lotta di liberazione ma proprio da questo risultato nasceva l’ipotesi del partito di massa anche perché la cultura popolare che si era generata da quel passaggio storico permetteva la mutazione alla dimensione di massa.
Oggi qual’è la condizione che vive su questa dimensione una forza comunista? Conosciamo bene lo stato di arretratezza della coscienza, non di classe ma perfino di quella civile; venti anni di devastanti campagne ideologiche hanno costruito artificialmente valori e riferimenti culturali che solo la crisi attuale sta smontando con lentezza. Ma più determinante è stata la scomparsa di ogni riferimento realmente alternativo ed antagonista; per quanto riguarda la sinistra in Italia va detto che è stata promossa una sorta di pentitismo di massa, cioè è stata diffusa la convinzione che tutto quello che era stato fatto nel ’900 era comunque sbagliato. Va aggiunto anche che questo visione delle cose in realtà è penetrata a fondo nel vasto popolo della sinistra, che non è stato portato a ragionare sugli errori di merito, tanti e seri, ma su un’idea di fallimento che spingeva a pensare secondo schemi ideologici che l’avversario di classe “gentilmente” ci forniva.
L’affermazione del partito del leader, che ha sostituito l’intellettuale collettivo e le pratiche democratiche nelle organizzazioni, l’accettazione del berlusconismo come male assoluto, l’assunzione politicamente paralizzante della logica del meno peggio, la perdita del valore dell’indipendenza della classe e comunque il profondo senso d'impotenza e subordinazione alle dinamiche istituzionali, sono le forme in cui si è manifestata l’accettazione dello stato delle cose esistente. E’ in questa condizione, caratterizzata dalle macerie culturali della classe, che l’idea del partito di massa entra in crisi ma è comunque in tale situazione che va riconcepito il ruolo dell’organizzazione comunista e di una conseguente egemonia sui settori sociali.
Fonte
Se abbiamo dato una lettura dei processi storici legata al rapporto contraddittorio tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione, individuando fasi egemoniche e fasi di crisi non possiamo non leggere sotto questa luce anche la storia delle organizzazioni del movimento operaio. Il succedersi di periodi “rivoluzionari” e regressivi della borghesia hanno determinato anche i caratteri dei partiti operai e dei partiti comunisti i quali hanno dovuto fare i conti con gli sviluppi prodotti dalle classi dominanti modificandosi, evolvendo o cambiando natura. Processi questi che negli ultimi trent’anni abbiamo visto materializzarsi fornendoci una esperienza diretta, forse storicamente unica, di come la dialettica della realtà costringe a fare i conti con se stessi.
Per essere più concreti nell’analisi riportiamo una parte dello scritto di Giorgio Gattei, prodotto in occasione di un nostro seminario tenuto nel 1999, riportato sul quaderno “Partito e Teoria” che fornisce un’utilissima chiave di lettura non solo storica ma anche funzionale alle questioni che affrontiamo oggi sul nodo strategico dell’organizzazione dei comunisti: “Ma allora per comprendere le diverse modalità del suo apparire storico, pare necessario istituire un qualche rapporto tra la forma d’organizzazione politica che di volta in volta si è data la classe e la sua particolare “composizione” che le diverse maniere del produrre capitalistico, anch’esse di volta in volta storicamente determinate, pongono in essere.
La premessa è che si deve riconoscere che la storia del modo capitalistico di produzione, pur nell’invarianza dei suoi connotati strutturali di fondo (che sono la compravendita della forza lavoro e l’estorsione di plusvalore), non resta immutabile ma è segnata da una successione di modificazioni che ne variano, in particolare, l’organizzazione del lavoro.
Si parla al proposito di veri e propri “mutamenti di forma” dell’intero ordine produttivo e se ne individuano, pur all’interno dell’identità del modo capitalista, almeno queste diverse configurazioni: la rivoluzione della fabbrica a vapore alla fine del XVIII secolo, la novità della produzione meccanizzata “di serie” a mezzo del XIX secolo, l’avvento della produzione Tayloristica “in linea” alla svolta del XX secolo, il trapasso alla produzione/consumazione di massa che s’impone alla metà del XX secolo (rispetto alla fase precedente la trasformazione non è di poco conto, come poi si vedrà) ed infine l’affermazione di quella produzione “flessibile” (o snella o comunque la si voglia chiamare) che segna il nostro trapasso di secolo.
Ad ogni trasformazione della maniera capitalistica del produrre ha di volta in volta corrisposto una modificazione del carattere della “composizione di classe”: Dall’operaio generico delle fabbriche di primo ottocento all’operaio “di mestiere” di metà secolo scorso; dall’operaio “alla catena” del primo novecento all’operaio/consumatore-massa di metà secolo nostro, ed infine a quell’operaio “debole” (o comunque lo si voglia chiamare) col quale stiamo entrando nel terzo millennio di cronologia cristiana.
Conseguentemente fino ad ora sono state quattro le “forme partito” che si sono presentate sulla scena storica, ossia tante quante sono state le trasformazioni strategiche della “composizione di classe” indotte dalle modificazioni della “maniera del produrre” che si sono succedute dalla rivoluzione industriale. E se ne attende naturalmente una quinta, adeguata al livello dell’accumulazione “flessibile” e del lavoratore “debole”, ma essa è ancora di là da venire o almeno è ancora difficile da distinguere nella confusione del nostro tempo.”
Questa relazione tra capacità egemonica, composizione di classe e carattere del partito di classe va vista non in modo automatico ne può essere scambiata per una interpretazione sociologica della politica. Come sempre è utile andare a recuperare nel bagaglio del movimento operaio storico elaborazioni fatte in altri momenti non come riferimento sacrale ma come capacità di cogliere le tendenze di fondo sapendo che le forme concrete non possono che essere date dal contesto storico che agisce nel tempo preso in considerazione. In questo senso è estremamente utile tornare ad un articolo del 1916, “L’imperialismo e la scissione del Socialismo”, in cui Lenin mette in relazione la vittoria dell’imperialismo nel coinvolgere il movimento operaio nella prima guerra mondiale con l’emergere nella classe dell’aristocrazia operaia subalterna alla borghesia, prodotta dalla riorganizzazione produttiva e dalla conseguente modifica della composizione di classe, con la scissione del movimento socialista, che non ha solo riguardato la linea politica ma anche la forma della stessa organizzazione di partito.
Se adottassimo un approccio meccanicistico sarebbe facile fare un parallelo diretto, tante sono le somiglianze, con la subalternità della sinistra di oggi all’imperialismo della UE, la scomposizione e separazione della classe dovuta ai processi di ristrutturazione e la necessità di una organizzazione antagonista e rivoluzionaria oltre la nostra sinistra. Purtroppo le cose non sono così semplici perché le condizioni sono molto diverse ma il metodo di analisi proposto da Lenin in quello scritto è ancora valido adeguandolo al contesto storico che caratterizza la nostra epoca. Bisogna, dunque, partire dalla modificazione del contesto complessivo che si avvia con la fine dell’URSS e con una trasformazione completa del contesto strutturale internazionale ancor prima che quella realizzatasi sul piano politico e dei rapporti di forza internazionali.
A) Un metodo da applicare ancora
Il primo elemento da prendere in considerazione è che nel dopoguerra con un partito comunista uscito vittorioso dalla guerra di liberazione, anche come conferma dell’assetto organizzativo e politico prodottosi nella lotta antifascista, il problema che si pone Togliatti, e con lui alla quasi totalità del partito comunista, è proprio il cambiamento del ruolo e dell’assetto del partito stesso. E’ il “partito nuovo” che deve cambiare se stesso in base alle mutate condizioni complessive. La fine del fascismo e la battaglia politica sui caratteri della democrazia italiana, il ruolo della classe operaia nella lotta antifascista e il radicamento che il partito aveva, era stato conquistato con la vecchia forma organizzata; la nascita delle democrazie di transizione nell’Est Europa e la divisione del mondo in blocchi sono le condizioni generali che hanno portato il PC, clandestino prima e poi combattente armato nella resistenza, a cambiare radicalmente i propri caratteri mantenendo però il carattere di classe che ha poi segnato il conflitto politico nel nostro paese per i successivi decenni.
La vittoria sul Fascismo non portò a confermare il modello politico che pure aveva vinto, ma si produsse invece una radicale trasformazione del partito che, abbandonata la dimensione limitata, prima per scelte settarie e poi per la clandestinità imposta dal fascismo, modificava se stesso per poter accedere alla dimensione del partito di massa. Gli sviluppi successivi hanno indubbiamente confermato che quelle scelte erano adeguate al nuovo contesto nazionale ed internazionale, anche se la discussione di merito sulle opzioni possibili all’epoca non va certo data per scontata. Come non si può rimuovere dalla riflessione l’evoluzione riformista avuta dal PCI soprattutto a partire dagli anni ’70 e concretizzatasi con la strategia del compromesso storico, di cui oggi nel PD vediamo gli esiti finali.
Quello che però a noi oggi interessa capire ed evidenziare è il metodo di analisi della fase complessiva relativa al dopoguerra, la capacità di cogliere le trasformazioni sociali, in primo luogo il ruolo centrale della classe operaia di fabbrica riferito a quell’assetto produttivo, ed, infine, la capacità di dotarsi delle forme di organizzazione adeguate a raccogliere la spinta del conflitto di classe di quel periodo.
Oggi siamo da tempo dentro una modifica altrettanto radicale del contesto in cui agiamo, dove alla crisi del movimento di classe, oltre che comunista, corrisponde una profonda crisi dell’assetto capitalistico che fa riemergere le sue contraddizioni strutturali, lucidamente interpretate dalle categorie del pensiero marxista. Non si può pensare di affrontare una fase di cambiamento come questa senza porsi i problemi relativi alla forma organizzata dei partiti e delle organizzazioni di classe e comuniste.
Quello che non si può negare è la capacità che il movimento comunista ha avuto nello strutturare i suoi partiti in base alle condizioni che si manifestavano nei diversi singoli paesi, ribadendo in questo modo che l’organizzazione rimane sempre uno strumento, da modificare quando necessario e contro ogni feticismo organizzativistico.
Siamo in Italia, in Europa, cioè in uno dei cuori della trasformazione avviata dal capitale per far fronte di nuovo alle proprie contraddizioni, trasformazioni che riguardano in primo luogo le condizioni dei popoli e delle classi subalterne di questo continente; eppure su come si deve organizzare il movimento di classe e con esso i comunisti siamo all’afonia totale, si naviga più che nella confusione nella ignavia di chi intende svolgere un ruolo antagonista. Le organizzazioni presenti, inclusi i partiti, vivono una condizione che non è di massa, in quanto sono caduti quasi tutti i rapporti con le classi subalterne, ma non è neanche di militanti poiché il concetto di militanza è stato svuotato dall’accettazione della cultura egemone, che al massimo ci concede il “volontariato”, e da una pratica interna alle organizzazioni schiacciata sulla contingenza, piuttosto che su quello della qualità e della formazione, e sul protagonismo individuale.
B) Le nuove condizioni.
Ricostruire perciò un confronto tra le condizioni attuali e quelle della fase precedente, relativa al partito di massa, mettere a fuoco le differenze e le differenti necessità politiche alle quali deve fare fronte un’organizzazione comunista, è un lavoro utile a definire per approssimazione lo strumento organizzativo di cui dotarci oggi.
1) Oltre la Nazione. Un elemento di evidente differenza tra la nascita del partito comunista di massa e la situazione attuale è il “teatro” della lotta di classe. Il PCI fin dal 1944 si pone come forza nazionale ovvero reclama per la classe operaia un ruolo nazionale e di ricostruzione dal tracollo prodotto dal Fascismo, ma anche di ricomposizione dei settori sociali diversi dalla classe operaia, dai contadini fino agli intellettuali, dalle donne ai giovani, tutti segnati dalla vicenda bellica, ricomposizione intesa come “Blocco Storico” che riprende la lezione del Gramsci della “questione nazionale” e di quella meridionale. L’ambito materiale dentro il quale svolgere la lotta di classe ed una funzione emancipatrice generale era la Nazione. Era anche la presa d’atto della divisione del mondo in sfere di influenza tra USA e URSS e del fatto che la rivoluzione doveva ripiegare su una democrazia progressiva. In realtà questa è stata la condizione obiettiva in cui si è fatto politica fino agli anni ’90, e quando, nei momenti di acutizzazione del conflitto politico e di classe, si è cercato di rompere quell’equilibrio la risposta del potere è stata di tipo golpistico, terroristico e violento.
Diventa inevitabile comprendere come le diverse condizioni storiche possano determinare diversi modi di agire ed organizzarsi dei comunisti. Non partiamo da zero, nel senso che in Italia la fine del PCI non ha corrisposto alla diaspora e scomparsa dei comunisti, anzi è cresciuta un’esperienza come quella della Rifondazione Comunista che ha continuato sulla strada tracciata dal PCI, ma anche delle organizzazioni politiche degli anni ’70, riproponendo un partito di massa che, per senso comune dei militanti, era l’unica strada da intraprendere visto anche l’entusiasmo con cui è iniziata negli anni ’90 quell’esperienza, per la gran parte di quei militanti che non volevano accettare la liquidazione di una storia importante.
Certamente la conclusione, di fatto, di quel tipo di realtà può essere messa nel conto di dirigenti “deviati” quali Cossutta e Bertinotti, ma questa sarebbe poco più di una scusa che riconsegnerebbe la Storia in mano agli individui e non ai processi generali. Dobbiamo dunque andare più a fondo e indubbiamente balza agli occhi il venir meno della dimensione nazionale, che era stata la culla nella quale era cresciuto il movimento di classe e comunista: è bene ricordare ambedue i fattori. Un venir meno prodotto dal balzo in avanti delle forze produttive che richiedevano altri involucri statuali per poter produrre profitti e competere in modo più cospicuo; per noi ciò ha significato la costituzione sempre più concreta dell’Unione Europea. Forze produttive che però hanno trascinato con sé tutti gli aspetti della vita dei popoli coinvolti, dalla comunicazione alla formazione culturale, dagli apparati produttivi alle istituzioni politiche, insomma un salto storico del quale si è sottovalutato il rilievo fino al sopraggiungere della crisi finanziaria del 2007.
In negativo è scontato indicare le responsabilità, la miopia, di quei gruppi dirigenti in tutt’altre faccende affaccendati, ad esempio quelle elettorali, ma allo stato attuale il problema principale è quello di capire come adeguare, di nuovo, il movimento di classe e comunista alla nuova dimensione storica che ha superato la precedente dimensione nazionale. Naturalmente questo processo di superamento dei confini nazionali coinvolge tutte le aree economiche e monetarie che, in diversi modi, si sono predisposti a questo passaggio dimensionale della produzione e della circolazione di capitale, vedi il ruolo del NAFTA per gli USA. Ma riconcepire una prospettiva per i comunisti del nostro paese significa accettare in primis la sfida della qualità teorica e politica, la sola cosa che può metterli in condizione di comprendere le dinamiche della realtà e di attrezzarsi adeguatamente, anche concependo ipotesi alternative e di rottura a quelle della Unione Europea, ideologicamente presentata come unico esito possibile per i popoli del continente.
2) Fine della democrazia borghese? Un altro dato di fondo che ha caratterizzato la nascita e l’affermazione del partito di massa è stata la lotta per la democrazia. Attorno a questo nodo del conflitto di classe nel nostro paese ci sono stati momenti costitutivi di quel periodo storico, la battaglia vinta contro la legge truffa nel 1953, il governo Tambroni caduto dopo il tentativo nel ’60 di rilegittimare i fascisti accettando il loro appoggio all’esecutivo, la ventennale lotta nei posti di lavoro per i diritti sindacali in cui centrale è stato lo scontro con la FIAT Vallettiana, altri momenti ancora di conflitto politico sono stati fondamentali per allargare gli spazi democratici in un paese in cui la classe dirigente portava ancora i caratteri della cultura reazionaria sopravvissuta al fascismo.
Va chiarito però un carattere centrale di quel periodo. La battaglia sulla democrazia, l’allargamento dei suoi spazi non erano finalizzati solo all’affermazione di principi generali ma erano vissuti, dal movimento di classe nel nostro paese, come una “tappa” della lotta per la trasformazione sociale in Italia. Era ormai chiaro che non si poteva fare “come in Russia” ma si poteva ipotizzare una transizione democratica e pacifica verso un sistema sociale più equilibrato e non ancora socialista.
D’altra parte in quegli anni i paesi dell’est europeo non avevano immediatamente adottato il modello sovietico, esisteva infatti la proprietà privata seppure controllata, c’erano altri partiti oltre quelli comunisti, ed era chiaro che in quelle condizioni continuava la lotta di classe, cioè era chiaro che la società era ancora suddivisa in classi. Esplicativo dell’orientamento del PCI dell’epoca sono gli articoli di Eugenio Reale e di Eugenio Varga pubblicati sui numeri di Rinascita di Maggio e Giugno 1947 dove questa lettura dei paesi dell’est Europa viene spiegata in modo dettagliato.
Era questo lo sfondo in cui si sviluppava nel nostro paese, ed in altri in Europa, la battaglia per la democrazia intesa in modo “progressivo”, un contesto in cui si poteva anche ipotizzare una riunificazione dei partiti di classe ovvero del PCI e del PSI.
E’ chiara anche la differenza tra quella democrazia come terreno del conflitto per la trasformazione e quella di cui si è parlato dopo. Infatti già dall’inizio degli anni ’70 questa concezione progressiva viene meno da parte del PCI il quale, a causa del forte scontro politico, accetta in pieno la concezione della democrazia formale, ovvero borghese. La difesa della Costituzione Italiana diventa perciò di tipo “religioso” come accettazione di tavole inviolabili ed immodificabili; avendo abbandonato ogni ipotesi di transizione si fa diventare la democrazia borghese il terreno politico più avanzato non in termini di classe ma in termini di valori generali, socialmente indistinti. Si assume lo Stato borghese così com’è, come baluardo da difendere tout court.
Non vogliamo qui dare giudizi di merito su quelle modifiche politiche ma rilevare come la questione democratica si sia trasformata e come il partito di massa abbia adeguato la propria concezione e relazioni alle condizioni specifiche di quei tempi, arrivando cioè ad una sostanziale modifica della propria finalità strategica.
Questo passaggio non ha avuto solo effetti sulla sua linea politica ma ha inciso profondamente sul modo d’essere del partito di massa e delle sue relazioni interne. Venendo meno il “Fine”, ovvero la “Rivoluzione” intesa anche nelle sue forme democratiche così come le aveva concepite il PCI (sono di quel periodo le dichiarazioni di Berlinguer sull’utilità dell’“ombrello” della NATO e sulla fine della spinta propulsiva dell’URSS) al primo posto è balzata la politica vista come tattica, esclusivamente relativa agli scenari politico/elettorali del momento. Ciò ha causato una mutazione della percezione della politica da parte dei quadri del partito, rimuovendo l’aspetto strategico e facendoli acconciare sulla sola dimensione pratica o, per meglio dire, pragmatica.
Tutto ciò ha avuto un effetto sulla “teoria”, ovvero sulla capacità di interpretare il mondo nelle sue dinamiche fondamentali, ed ha avuto un sottoprodotto dapprima inavvertito ma poi manifesto sui ruoli individuali, sempre più prevalenti nei gruppi dirigenti: chi non ricorda il supponente protagonismo di Occhetto? Questa maturazione perversa si è poi palesata appieno con la rottura degli involucri organizzativi delle organizzazioni della sinistra, non solo del PCI, ed è stata un presupposto della corruzione politica ed economica che ha poi portato alla devastazione attuale.
Oggi la situazione è ulteriormente modificata, la democrazia è diventata, come il lavoro, una variabile dipendente e dunque disponibile alle modifiche necessarie al livello di sviluppo delle attuali società capitalistiche. La crisi, la costruzione del Polo Imperialista Europeo, la trasformazione delle classi dirigenti a classi dominanti, portano evidentemente alla riduzione della democrazia borghese fino alla sua scomparsa di fatto, a causa delle condizioni generali imposte dal livello sempre più intenso della competizione globale che l’assetto capitalistico richiede.
Oggi è evidente che parlare di come i comunisti debbano organizzarsi e di quale funzione debbano avere non può prescindere da questa evoluzione politica e di come il contesto democratico del nostro paese stia sempre più degradando; il partito di massa così come è stato “imbalsamato” negli ultimi decenni, mostra in questa fase il suo superamento se non altro perché i partiti della sinistra italiana sono stati espulsi, non avendo alcun eletto, dal contesto istituzionale.
3) Dal bipolarismo al multipolarismo. Il cambiamento “ambientale” dell’agire dei comunisti non ha riguardato solo la dimensione nazionale ma coinvolge in pieno anche il dato internazionale che sempre ha determinato nell’ultimo secolo anche le dinamiche più specificamente nazionali. E’ quasi superfluo starle a ricordare in questo dibattito tanto sono evidenti: sostanzialmente si è passati dal bipolarismo prodotto dalla competizione, anch’essa globale, tra URSS ed USA ad un mondo multipolare dove le aree imperialiste si trovano a collaborare/competere con paesi che imperialisti non sono, in una dinamica che non ha mostrato ancora i suoi effetti ultimi. E’ una situazione storicamente inedita in cui lo strapotere dei paesi dominanti non è così completo pur in assenza di una compiuta alternativa sociale al capitalismo. Questo mutamento richiede una qualità nella capacità di analisi dell’organizzazione ben diversa dalla fase precedente.
Sono infatti venuti meno alcuni parametri fondamentali che hanno formato generazioni di giovani, militanti, semplici iscritti ai partiti. Uno è certamente la questione dell’imperialismo; dal 1945 l’unico imperialismo noto è stato quello degli USA, contrariamente a quanto avvenuto nelle fasi storiche precedenti alla seconda guerra mondiale, quando non esisteva l’imperialismo ma “gli imperialismi”, una differenza non da poco per chi ha percepito nella propria esperienza pratica solo quello USA.
Con la fine dell’URSS e con il ruotare della storia all’indietro, verso l’inizio del ‘900, si è continuato a pensare come prima ad un solo imperialismo ignorando il ruolo crescente che assumevano l’Unione Europea e l’Euro come protagonisti della competizione globale, cosa questa che oggi emerge, invece, chiaramente dentro la crisi finanziaria mondiale. Non è stato solo un errore di carattere teorico ma ha anche fatto emergere l’incapacità di lettura delle dinamiche sociali e dei settori di classe del nostro paese, che nel frattempo accumulavano modifiche materiali, culturali e politiche sempre più forti. Se ci fosse stata questa capacità, sarebbe stato infatti chiaro che queste modifiche imponevano di riflettere, rivedere e riconcepire le relazioni tra la soggettività politica organizzata e la realtà della classe in via di modificazione.
Ma il passaggio ad uno scenario mondiale multipolare ha posto un altro ostacolo alla capacità politica delle forze comuniste; infatti mentre si continuava giustamente a concepire la necessità della trasformazione sociale, della rivoluzione, il modello da seguire, il come concretamente si poteva organizzare una società alternativa, è venuto meno con la fine dell’URSS e ciò ha richiesto anche qui un salto di qualità politica e teorica. La critica all’URSS non risale certo alla fine di quell’assetto statuale ma essa era presente, ed a ragione, già dagli anni ’60 con la posizione del Partito Comunista Cinese e si è poi sviluppata con il crescere dei movimenti rivoluzionari internazionali fino agli anni ’70 e, dunque, anche nel nostro paese. Ma se quel modello non era certo il migliore da seguire oggi nella nostra condizione politica possiamo toccare con mano il ruolo antimperialista che oggettivamente svolgeva e non certo sul versante “reazionario” della Storia.
Oggi a oltre venti anni di distanza possiamo dire che la Storia si è rimessa in qualche modo in movimento mostrando, prima di tutto, che il capitalismo mantiene tutte le proprie contraddizioni con i tragici effetti sociali, economici e bellici che possiamo osservare ma soprattutto che la fine del cosiddetto socialismo reale non ha significato la fine di tutte le esperienze rivoluzionarie che sono nate nel corso del secolo scorso.
Sapere che il capitalismo non è la fine della Storia è certamente un elemento importante, ma per noi il problema è anche come una struttura comunista si organizza per interpretare e collocare nella propria azione questa nuova realtà internazionale. Realtà che incide concretamente nella dimensione nazionale ma che non offre più, come prima avveniva, un modello sociale alternativo “certo”. Tutto questo ovviamente è rilevante per le caratteristiche dell’“intellettuale collettivo” da costruire in un contesto in cui un modello alternativo di società non è immediatamente proponibile ai settori sociali di un paese interno all’Unione Europea.
4) Attraversando il deserto culturale. Nell’affermare ciò non ci riferiamo alla Cultura con la C maiuscola che appartiene, naturalmente, agli intellettuali ma a quel bagaglio, a quel sapere collettivo che nasce dalle esperienze storiche concrete dei popoli e delle classi e che è fatto di riferimenti, di valori, di rapporti e comportamenti che producono una conseguente coscienza ed identità di se stessi.
Il passaggio dal partito clandestino del periodo fascista a quello di massa avviene in un drammatico periodo storico segnato dalla guerra e dalla lotta di liberazione, dove le mistificazioni ideologiche non avevano più senso, dove la verità emergeva dalla durezza dello scontro e dove ognuno era costretto a prendersi le proprie responsabilità schierandosi da una o dall’altra parte. Una simile scelta implicava inevitabilmente la necessità di capire bene la realtà, le sue evoluzioni ed i propri interessi, per questo esistevano allora i pensieri forti che “fornivano” riferimenti e valori. Alla fine della guerra e della lotta di liberazione le classi subalterne del nostro paese uscivano in una condizione politica ribaltata da quella vissuta nel fascismo dove la passività e la sudditanza erano i valori del regime. A questa imponente impresa aveva contribuito il partito clandestino, di quadri, e la lotta di liberazione ma proprio da questo risultato nasceva l’ipotesi del partito di massa anche perché la cultura popolare che si era generata da quel passaggio storico permetteva la mutazione alla dimensione di massa.
Oggi qual’è la condizione che vive su questa dimensione una forza comunista? Conosciamo bene lo stato di arretratezza della coscienza, non di classe ma perfino di quella civile; venti anni di devastanti campagne ideologiche hanno costruito artificialmente valori e riferimenti culturali che solo la crisi attuale sta smontando con lentezza. Ma più determinante è stata la scomparsa di ogni riferimento realmente alternativo ed antagonista; per quanto riguarda la sinistra in Italia va detto che è stata promossa una sorta di pentitismo di massa, cioè è stata diffusa la convinzione che tutto quello che era stato fatto nel ’900 era comunque sbagliato. Va aggiunto anche che questo visione delle cose in realtà è penetrata a fondo nel vasto popolo della sinistra, che non è stato portato a ragionare sugli errori di merito, tanti e seri, ma su un’idea di fallimento che spingeva a pensare secondo schemi ideologici che l’avversario di classe “gentilmente” ci forniva.
L’affermazione del partito del leader, che ha sostituito l’intellettuale collettivo e le pratiche democratiche nelle organizzazioni, l’accettazione del berlusconismo come male assoluto, l’assunzione politicamente paralizzante della logica del meno peggio, la perdita del valore dell’indipendenza della classe e comunque il profondo senso d'impotenza e subordinazione alle dinamiche istituzionali, sono le forme in cui si è manifestata l’accettazione dello stato delle cose esistente. E’ in questa condizione, caratterizzata dalle macerie culturali della classe, che l’idea del partito di massa entra in crisi ma è comunque in tale situazione che va riconcepito il ruolo dell’organizzazione comunista e di una conseguente egemonia sui settori sociali.
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