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07/05/2026

La NATO vuole il “suo” cinema di propaganda

La Nato organizza incontri riservati con sceneggiatori e registi per influenzare la narrazione pubblica sulla sicurezza

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i regimi autoritari convocavano registi e scrittori per metterli al servizio dello Stato. Oggi, a quanto pare, lo fa la Nato. E, almeno nelle intenzioni, con lo stesso manuale: «sedurre il narratore per controllare la storia».

Lo rivela un’esclusiva del Guardian: l’Alleanza Atlantica sta organizzando una serie di incontri a porte chiuse con sceneggiatori, registi e produttori cinematografici e televisivi, tra Stati Uniti ed Europa. Dopo Los Angeles, Bruxelles e Parigi, il prossimo appuntamento è a Londra, con i membri della Writers’ Guild of Great Britain. Il tutto con il placido sostegno di un ex portavoce Nato, James Appathurai, oggi funzionario per le minacce ibride, cyber e nuove tecnologie.

Nato, incontri a porte chiuse con registi e sceneggiatori

Il tema di discussione dell’incontro, che si svolgerà nel rispetto della Chatham House Rule – secondo cui i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non possono rivelare l’identità degli intervenuti né la loro affiliazione – sarà «l’evoluzione della situazione della sicurezza in Europa e oltre».

In un’e-mail del WGGB (Writers’ Guild of Great Britain) visionata dal Guardian, emerge chiaramente come gli incontri con rappresentanti della Nato abbiano già prodotto risultati concreti. Secondo il documento, le conversazioni avrebbero infatti dato vita a «tre progetti distinti» attualmente in fase di sviluppo, tutti «ispirati, almeno in parte, da queste discussioni».

Il testo dell’e-mail sottolinea inoltre i valori fondanti dell’Alleanza Atlantica, scrivendo che la Nato «si fonda sulla convinzione che la cooperazione e il compromesso, la coltivazione dell’amicizia e delle alleanze, rappresentino la strada da percorrere».

Gli organizzatori dell’evento si spingono oltre, affermando che «anche se un messaggio così semplice dovesse trovare spazio in una storia futura, sarebbe sufficiente». Tradotto: non serve un film apertamente bellicista pro-Nato. Basta che il sottotesto sia quello giusto.

“Offensivo usare l’arte per sostenere una guerra”

A parlare chiaro è Alan O’Gorman, sceneggiatore del film Christy, vincitore agli Irish Film & Television Awards 2026. La sua reazione è netta: «È oltraggioso, è chiaramente propaganda. Molte persone, me compreso, hanno amici o familiari che vengono da paesi che non sono nella Nato e che hanno sofferto a causa di guerre che la NATO ha combattuto e alimentato».

La sensazione, condivisa da altri colleghi invitati, è di essere stati convocati non per un confronto, ma per una seduzione a senso unico. «Siamo abbastanza offesi che l’arte venga usata in un modo che sostiene la guerra», aggiunge O’Gorman, che parla di «fearmongering» – creazione di paura – diffuso in Europa per giustificare una spesa militare senza precedenti.

Questo, naturalmente, contempla una narrazione volta a identificare la Federazione russa come il nemico alle porte pronto a prendersi pezzi d’Europa in nome di un’ideologia imperialistica ed espansionistica. Nulla di diverso da certa filmografia anni ’80 Usa nei quali i russi – i sovietici, durante la Guerra Fredda – venivano raffigurati come spietati, senza cuore e avidi di potere. I cattivi per eccellenza.

Come i regimi (e non solo)

I regimi totalitari del Novecento – dal nazismo al fascismo – hanno sempre considerato il cinema e la televisione come strumenti di mobilitazione e propaganda di stato. L’eroe che combatte, la minaccia incombente, la vittima che chiede aiuto: è la grammatica della propaganda, che oggi viene ripresentata come «consultazione culturale» o «partenariato narrativo».

E non solo i regimi: i ministeri della Difesa di mezzo mondo finanziano film e serie tv in continuazione per promuovere una narrazione favorevole a quel Paese.

Qui, però, la propaganda è più subdola e sofisticata, e veniamo a saperlo da un’inchiesta del Guardian. E quando l’arte si piega alla ragion di Stato – anche quando questa si presenta come democratica e occidentale – cessa di essere arte e diventa strumento di manipolazione.

Per questo sarebbe legittimo pretendere trasparenza: i cittadini hanno il diritto di sapere quali sono i tre progetti già approvati e in fase di produzione. Non è solo una questione di libertà artistica, ma di elementare democrazia.

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