Certe operazioni non sono “reinterpretazioni”. Sono svuotamenti.
Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.
Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.
E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.
Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.
È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.
Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.
C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.
Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.
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