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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/08/2026

La caccia alle streghe contro gli Antifa

C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma.

Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo?

La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti.

Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere.

È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare.

Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà.

Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa statunitense non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti.

Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche.

Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica.

Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo.

Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso.

È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona.

Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali.

Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese.

Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura.

Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi.

Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti.

Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio.

La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese.

Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia.

È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati.

La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico.

È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico.

Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia.

Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica.

Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine.

Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale.

La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia.

Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica.

Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire.

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08/08/2026

Cos’è l’antifascismo oggi?

di Giorgio Cremaschi

Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.

Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.

Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.

È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?

Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.

Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.

Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.

I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.

Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”

Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.

Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.

Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.

La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.

Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.

Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.

Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.

Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.

L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.

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10/05/2026

9 maggio, socialismo o barbarie. Comunisti in piazza contro la guerra e per l’alternativa


Sabato pomeriggio le strade da Piazza Vittorio a San Lorenzo hanno visto sfilare la manifestazione in occasione del 9 maggio che celebra la sconfitta del nazifascismo in Europa. Se liberali, conservatori e destre hanno provato a manipolarla facendola diventare la giornata dell’Europa, nel nostro paese è venuta crescendo la determinazione di impedire che il revisionismo storico – e un anticomunismo di ritorno – ometta il ruolo avuto dall’URSS nella sconfitta del nazifascismo.

Migliaia di persone hanno riaffermato questa verità storica e politica coniugandola con l’agenda politica attuale, in particolare contro la guerra su cui ci stanno trascinando le classi dominanti europee e ribadendo la necessità di una alternativa a tutto campo ad un futuro fatto di guerre, regressione sociale e di civiltà.

Una prima esperienza di corteo per celebrare il 9 maggio c’era stata lo scorso anno. Quest’anno si è replicato con numeri ancora maggiori.

Se qualcuno immaginava una manifestazione di vecchi comunisti è rimasto sorpreso e smentito dalla stragrande maggioranza di giovani e giovanissimi che ha caratterizzato il corteo.

Sulla manifestazione di ieri a Roma lasciamo parlare le immagini.

Fonte e foto del corteo

02/05/2026

Stravolgere Bella ciao: quando l’ignoranza diventa spettacolo

Certe operazioni non sono “reinterpretazioni”. Sono svuotamenti.

Quello che è accaduto sul palco del concertone del Primo Maggio, con la versione di Bella ciao cantata da Delia, appartiene esattamente a questa categoria: un gesto che non innova, non amplia, non attualizza – semplicemente cancella.

Cambiare “partigiano” in “essere umano” non è una variazione poetica. È un errore politico e culturale grossolano. Significa non aver capito nulla di quella canzone, della storia che porta dentro, del conflitto che nomina. Bella ciao non è un inno generico all’umanità: è una canzone partigiana, cioè una canzone schierata. Racconta una scelta, una presa di posizione, una rottura. Togliere quella parola significa neutralizzarla, disinnescarla, renderla innocua.

E oggi, in un tempo in cui i rigurgiti fascisti non sono più neanche troppo mascherati, “partigiano” è una parola ancora più necessaria. È una parola che divide, certo. Ma divide tra chi riconosce la storia della Resistenza e chi prova a diluirla in un indistinto moralismo buono per tutte le stagioni. Non c’è nessun “campo da allargare”, nessuna riscrittura da fare: c’è una memoria da rispettare.

Quello che colpisce, però, è anche il contesto. Il concertone del Primo Maggio, promosso da CGIL, CISL e UIL, continua a smarrire il proprio senso politico, trasformandosi in un contenitore sempre più svuotato, dove tutto può essere detto e il contrario di tutto può essere messo in scena. Anche a costo di accettare sponsorizzazioni da aziende legate, direttamente o indirettamente, al genocidio in corso in Palestina – mentre sul palco si canta una versione edulcorata e depoliticizzata di uno dei simboli più forti dell’antifascismo.

È un cortocircuito evidente: da un lato si cancella il conflitto nelle parole, dall’altro lo si legittima nei fatti.

Sul piano artistico, poi, la scelta è ancora più imbarazzante. Alterare Bella ciao in questo modo significa dimostrare una lacuna culturale enorme. Basta pensare a The Partisan di Leonard Cohen, che ha saputo restituire, in un altro contesto e in un’altra lingua, la stessa radicalità senza mai tradirne il senso. Qui invece siamo all’opposto: una banalizzazione che impoverisce tutto, musica compresa.

C’è poi un punto più ampio, che riguarda il clima culturale in cui tutto questo diventa possibile. Se i fascisti diventano “ragazzi di Salò”, se i neofascisti vengono raccontati come “idealisti”, se la storia viene continuamente riscritta e relativizzata, allora non sorprende che qualcuno pensi di poter riscrivere anche Bella ciao. Non è un incidente: è il prodotto di un processo.

Ma proprio per questo non può passare sotto silenzio. Perché le parole contano. E “partigiano” non è una parola qualsiasi. È una scelta di campo. Sostituirla non è inclusione. È rimozione.

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28/04/2026

Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo

Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).

A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.

Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.

A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.

Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.

Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione

Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).

Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.

Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.

Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.

Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.

Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.

Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).

L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.

E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?

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26/04/2026

Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente

Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.

Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.

Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.

Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.

Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.

Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.

Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).

Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno... 

In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.

Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).

Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.

Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.

La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.

Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.

A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)... 

È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata... 

Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.

C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid... 

Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.

Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo... 

Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.

Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.

Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.

I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.

I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…

P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...

Fonte

Un 25 aprile senza sconti per nessuno

Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza oggi (ieri -ndR) in tutte le città italiane per celebrare la giornata della Liberazione dal nazifascismo.

Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.

A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.

Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.

Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.

A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.

Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.

A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.

Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.

Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.

A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.

L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.

C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.

C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.

C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.

Fonte

22/02/2026

Il martire nero della République: i governi europei contro l’antifascismo

A quasi una settimana dalla morte di Quentin Deranque, non si è ancora arrestata la furia mediatica e politica che ha macabramente colorato di nero il dibattito francese negli ultimi giorni. Strette nel cordoglio, la sinistra liberale e la destra colgono l’occasione per costruire su questo caso un precedente anti-sinistra progressista, trasformando il “martire” dei neonazi francesi in martire nazionale, in piena continuità con il processo – di respiro europeo – di sdoganamento del fascismo e di criminalizzazione dell’antifascismo e dei movimenti sociali.

Dal 12 febbraio, mentre i media continuavano a diffondere la retorica del “clima di violenza prodotto dall’ultragauche” e da La France Insoumise, quindici sedi del partito sono state attaccate, si sono tenute marce notturne intimidatorie in molte città francesi, sono arrivate minacce di morte ai militanti del sindacato Solidaires ed è stata assaltata una delle loro sedi. Il 18 febbraio, infine, una mail anonima ha annunciato una minaccia di bomba contro la sede centrale di LFI:
«Ho appena piazzato degli esplosivi nei vostri locali, ho fatto bene il mio lavoro (di notte) in modo che non si possano trovare, vi ucciderò tutti. Ucciderò tutti i magrebini, i gauchisti e gli altri negri, tutto esploderà alle 13 e morirete tutti. La pagherete cento volte per aver assassinato Quentin». 
Si capisce bene allora che il clima di violenza sta effettivamente montando, ma è di segno totalmente opposto, e ripropone un copione storicamente ricorrente: l’avvicinamento dei partiti liberali alle squadracce fasciste in funzione anti-sociale e anti-progressista.

Il tornante delle elezioni presidenziali del 2027, catalizza questo processo in chiave anti-insoumise, e contro tutto quel settore sociale e popolare che riempie le piazze e anima gli scioperi, costituendo la reale opposizione alla Francia di Macron e Lecornou.

Come ha detto Saïd Bouamama nel film-intervista di Blast «Comment la France est devenue un état policier»: «la tentation du fascisme ne monte que lorsque, en face, une évolution sociale est possible», ovvero «La tentazione del fascismo cresce solo quando, di fronte, è possibile un’evoluzione sociale».

Dopo che già l’assistente di Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, presente sulla scena dello scontro, era stato momentaneamente dimesso dalla sua carica parlamentare, adesso il ministro degli interni Bruno Retailleau chiede direttamente le dimissioni di Raphaël Arnault, deputato della France Insoumise e tra i fondatori della Jeune Garde, organizzazione antifascista creata nel 2019 proprio a Lione – città che si distingue tristemente per la presenza di nutriti gruppi neofascisti – e sciolta a giugno 2025, insieme a Urgence Palestine.

Senza soffermarsi sui dettagli, è utile fare un passo indietro per tracciare la dinamica della vicenda, che delinea un modello ben noto: una contestazione delle “femministe” nazionaliste di Némesis, spalleggiate dai loro camerati, alla conferenza tenuta dalla deputata palestinese Rima Hassan, e lo scontro cercato dagli squadristi – armati e mascherati, come si vede in questa foto e in alcuni video – al margine dell’evento (Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”).

Le comode versioni dei fatti, secondo cui Deranque sarebbe capitato lì quasi per caso, tradiscono la reale identità del ragazzo, ricordato dal collettivo neonazista Luminis Paris come militante modello, e la cui appartenenza ideologica lo rende “martire d’Europa” per la nostra più vicina Lega dei Patrioti.

Se è vero che le conseguenze di quanto accaduto sono, su un piano privato, insopportabili, non si può tuttavia considerare quanto rivendicato – e strumentalizzato – politicamente, in termini privati, senza guardare alla dimensione strutturale di questo tipo di violenza e al clima sociale e politico in cui si inserisce.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che l’attività dei militanti neofascisti si basa ideologicamente su nazionalismo, xenofobia e razzismo e si struttura intorno alla scelta della violenza come strumento mirato di “pulizia” e intimidazione.

Secondo dati ufficiali dell’Università di Sciences Po, tra il 1968 e il 2021 si sono registrati in Francia 52 morti dovuti all’estrema destra e solo 5 imputati all’estrema sinistra. Questa sproporzione chiarisce da quale parte sta la volontà strutturale di annientare il nemico, e da che parte il tentativo di “contenere” la violenza nera, che agisce indiscriminatamente contro senzatetto, immigrati e persone variamente discriminate, con il benestare di polizia, giornali, giustizia e politica. 

Gli eventi di questi giorni testimoniano la continuità di questa connivenza strutturale: il 12 febbraio, nonostante l’Institut d’études politiques (IEP) – dove si sarebbe tenuta la conferenza con Rima Hassan – avesse avvisato le forze dell’ordine della conclamata minaccia di contestazione fascista all’evento, la polizia non si è neanche presentata, perché impegnata a sorvegliare un’azione antimilitarista all’Università Lione 3... 

Per questo motivo l’IEP avrebbe rafforzato la sicurezza autogestita in occasione dell’evento, non riuscendo comunque ad impedire il degenerare degli eventi, che hanno avuto luogo fuori dagli spazi accademici.

Solo qualche giorno prima, il 7 febbraio, la polizia interveniva zelantemente gasando il corteo antifascista mobilitatosi contro il covo di fascisti “la Taverne de Thor” negli Champs de la Meuse.

L’antifascismo autorganizzato nasce dunque come vera e propria esigenza in risposta all’“incuria” complice delle istituzioni rispetto alla gestione della minaccia fascista, con l’obiettivo di difendere minoranze razzializzate, soggettività queer, attivisti e militanti nei loro spazi di espressione politica e nei quartieri.

Come ricorda Mélenchon in occasione del suo “moment politique”, all’indomani degli eventi, la prima attività dei fascisti è storicamente sempre stata quella di impedire alle forze progressiste e comuniste di radunarsi e discutere.

Negli ultimi anni la Jeune Garde Antifasciste aveva costituito il servizio d’ordine del partito di Mélenchon, rappresentando il cordone sanitario necessario in un contesto marcato da provocazioni e aggressioni di carattere esplicitamente fascista, come le recenti minacce di morte e di stupro a Mathilde Panot e Rima Hassan.

Dopo la morte di Hacen Diarra in un commissariato nel 20esimo arrondissement a fine gennaio, passata sotto silenzio, e il giudizio della corte di Cassazione che scagiona i tre gendarmi accusati della morte di Adama Traoré nel 2016, diventato simbolo delle violenze poliziesche di carattere razzista, il minuto di silenzio per il neonazista Deranque il 17 febbraio all’Assemblea Nazionale è ancora più rumoroso, svelando l’identità profondamente razzista della classe politica francese.

Sarebbe eufemistico anche parlare di “doppio standard”, trattandosi di una violenza sistematica, in cui Stato, polizia e squadristi convergono nell’alimentare il terrorismo xenofobo e “bianco”, con 107 morti in custodia o nel corso di operazioni di polizia dal 2022, secondo dati ufficiali di un’indagine europea.

In questo contesto di violenza esacerbata, la criminalizzazione giudiziaria e politica dell’antifascismo e dei movimenti sociali rende sempre più vulnerabile l’assetto democratico dei paesi europei.

A Budapest, il 4 febbraio si è concluso il processo di primo grado contro tre militanti antifascisti – Maya, Anna e Gabriele – con condanne rispettivamente a 8, 2 e 7 anni di carcere. Il procedimento, lo stesso che aveva coinvolto anche Ilaria Salis, riguarda presunte aggressioni a militanti di estrema destra durante il raduno neonazista del “Giorno dell’onore”, che ogni 13 febbraio celebra i soldati del Terzo Reich che nel 1945 non si arresero all’Armata Rossa.

Nel frattempo, nel Regno Unito 24 attivisti sono detenuti da oltre un anno senza processo per azioni contro l’industria bellica, mentre il governo Starmer ha classificato Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo perseguibile anche il sostegno pubblico.

Nei Paesi Bassi deputati di destra ed estrema destra hanno presentato una mozione per vietare gli “antifa”; in Belgio il leader del Mouvement Réformateur ha definito il movimento “il più grande pericolo per la democrazia” annunciando iniziative per scioglierlo.

In Austria e Germania si moltiplicano repressione e inchieste contro realtà antifasciste e solidali con la Palestina, in un clima politico che tende ad assimilare antifascismo ed estrema destra sotto l’etichetta generica di “estremismi”.

In Italia il governo Meloni sta portando a compimento il processo di sdoganamento del neofascismo in Italia, riducendo d’altra parte sistematicamente le libertà per ogni tipo di opposizione sociale e progressista.

Dall’aggressione neofascista subita dallo chef Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, nel 2024 dopo le sue prese di posizione antifasciste, fino ai raduni del 7 febbraio per il “Giorno del Ricordo” spesso trasformati in passerelle identitarie, il clima si è fatto sempre più teso.

Il Comitato “Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani) ha annunciato iniziative in oltre 60 città italiane per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare sulla “remigrazione”, sono già oltre 112mila le firme raccolte online.

Intanto, dopo lo sgombero dello storico centro sociale torinese Askatasuna e il corteo violentemente represso del 31 gennaio, il governo ha rilanciato la linea dura parlando di “attacco allo Stato” e annunciando un nuovo pacchetto sicurezza che amplia strumenti repressivi e sanzioni contro il dissenso politico.

In questo contesto si inserisce anche l’arrivo in Italia di Némésis-Italia, costola del collettivo identitario femminile francese, autore della contestazione a Rima Hassan del 12 febbraio, che utilizza la retorica della difesa delle donne per legarla a un discorso anti-migranti e securitario.

Tra campagne contro gli “antifa”, mobilitazioni sulla “sicurezza” e nuove proposte di legge securitarie, si consolida in Europa un quadro in cui l’estrema destra prova a legittimarsi sul piano istituzionale mentre l’antifascismo e i movimenti sociali vengono sempre più trattati come un problema di ordine pubblico.

È quanto mai necessario continuare a costruire alternative concrete, organizzate e radicate nei settori sociali come argine all’escalation nera, costruendo alleanze internazionali articolate lungo pilastri senza confini: contro fascismo, guerra e crisi sociale.

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L’intervista di Radio Onda d’Urto a Pierre, della redazione di Contre Attaque.

Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione?

D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia.

Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti.

Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.

Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra.

Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri.

Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico.

I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta.

Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.

Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video (qui la parte tagliata, ndr). La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali.

La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese.

Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché in quel momento non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.

Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Nemmésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata.

Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro.

Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti.

Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista.

Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira... La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni e con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.

Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima.

Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì.

I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra.

Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.

Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la creme de la creme dei fascisti più violenti e radicali.

Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.

Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.

Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise.

Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra.

Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma non lo è, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati.

A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.

Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco.

È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise.

Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.

Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.

Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti.

Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.

Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono da anni in un clima di impunità. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese?

Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.

Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.

Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti.

L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.

Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes.

A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.

I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato.

Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.

Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?

Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene.

Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta dell'iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo.

Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco israeliano che ha diffuso propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 ottobre 2023.

E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News.

Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema.

Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese.

La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi le Canard Enchaîné, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media.

Ma nella maggior parte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.

Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il clima che ci hai descritto?

In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista.

Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni.

Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.

Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.

Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo.

In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra... Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti.

Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente perseguito dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.

E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.

E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Nemesis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa.

La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo.

In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?

Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente compenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più.

La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale.

Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore.

E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti.

E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse.

Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento Blocchiamo tutto, dato che la polizia è stata, come dire, così efficiente e violenta.

Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento Blocchiamo tutto per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento blocchiamo tutto.

In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.

Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira.

Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.

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17/02/2026

Ciao Federico, ci mancherai

Non è per niente facile scrivere queste righe per ricordare Federico Frusciante e davvero non avremmo mai voluto scriverle; invece, così, di punto in bianco, ci è arrivata questa mattonata sulla testa, come è arrivata a tutta Livorno ma non solo, a tutti gli amici, i fan, i followers che Federico aveva in tutta Italia. Da ieri siamo più poveri e più soli: ci mancheranno il suo rigore morale e intellettuale, la sua bravura, la sua pazzesca competenza cinematografica, la sua capacità di intrattenere e divertire, il suo antifascismo militante sempre e comunque che lui metteva in ogni azione quotidiana e che difendeva sempre a testa alta. Perché Federico, quando parlava di un qualsiasi film, non parlava solo di cinema ma di società, di cultura, di politica mirando a scovare qualsiasi subdola particella di fascismo insita nel film che recensiva. Fascismo che, subdolamente, cambia faccia, e allora lo chiamiamo patriarcato, maschilismo, prevaricazione, arroganza che lui era straordinariamente capace di intravedere nelle opere cinematografiche di cui con competenza parlava.

Potete crederci: Federico non era solo un appassionato di film cosiddetti di genere, come l’horror da lui molto amato, ma un appassionato di tutto il cinema e sapeva parlare di qualsiasi film con competenza, dall’epoca del muto ai giorni d’oggi, dal cinema di genere ai più grandi registi. In anni e anni di gestione della sua videoteca “Videodrome” (nome che aveva ricavato dal capolavoro di Cronenberg), a Livorno, ha fatto conoscere e amare il cinema a generazioni di livornesi con i suoi consigli, le sue battute, la sua competenza. “Videodrome” non era solo un videonoleggio ma un luogo di aggregazione per ritrovarsi e improvvisare discussioni e chiacchierate sui più svariati argomenti, prima che imperversassero le piattaforme digitali di streaming. E, una volta chiuso il videonoleggio, ha intensificato la sua attività di youtuber instradando al cinema migliaia di giovani in tutta Italia, aprendo loro la mente, facendoli appassionare. Dietro un’apparenza ruvida era la persona più dolce del mondo, un grande gigante buono: anche per questo ci mancherà tantissimo.

Ma, banalmente possiamo dire che Federico non morirà mai perché ci sono le sue idee, i suoi video, le sue parole che ancora risuonano forti del suo indistruttibile antifascismo pieno di vita contro la morte che quotidianamente ci circonda, giorno dopo giorno. Continuiamo a guardare il cinema e la società come ci ha insegnato, con tanta critica costruttiva ma anche con tanto amore e passione. Lui, così refrattario a qualsiasi banalizzazione istituzionale, aveva un sogno: realizzare una “Casa del cinema” a Livorno, uno spazio pubblico dove proiettare film gratuitamente per tutti, dove discutere di cinema e dare l’opportunità a molti giovani cineasti in difficoltà di poter proiettare il loro film. Un sogno di cui le istituzioni cittadine si dovrebbero ricordare, almeno ora, per sconfiggere il devastante piattume culturale che ci circonda, adesso ancora di più.

La Redazione di Codice Rosso

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15/02/2026

Cuba manda un messaggio al Sud Globale. E a noi

In una recente conferenza stampa di oltre due ore tenuta a La Avana, il Presidente cubano Diaz-Canel ha risposto a diverse domande delineando con chiarezza la situazione di Cuba, le misure che il governo sta implementando e quelle che intende introdurre, in un messaggio di unità rivolto, in primo luogo, al popolo cubano e con parole d’ordine chiare di fronte all’idea trumpiana del “collasso” e dello “stato fallito”: Resistenza, difesa delle idee della Rivoluzione e fiducia nella vittoria. Parole d’ordine forti, che non negano i tempi duri che si stanno attraversando e che potrebbero durare a lungo.

È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.

Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare statunitense.

Il suo intervento però si spinge oltre e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.

Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.

Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi, che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.

Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.

Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.

Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.

È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.

Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.

Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.

Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.

Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.

Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel:


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05/12/2025

Libri, antifascismo, diritti sociali e manifestazioni culturali

Più Libri Più Liberi… ma, e non certo da oggi, sarebbe meglio dire “più contraddizioni”. O anche, tanto per essere chiari, “più cavolate”.

Di fronte alla manifestazione del fascismo in ogni sua forma, infatti, è ridicolo, offensivo e volgare appellarsi a concetti quali la libertà di stampa o di opinione.

Come è stato detto e ribadito con i fatti, il fascismo non è un’opinione, è un crimine. E combatterlo è, né più né meno, un dovere civico e morale. Certamente, però, a essere contraddittorio è che ci si stupisca che il fascismo, avanzante nella società, esista anche nel mondo dei libri.

Nella prossima edizione di Più Libri Più Liberi ci saranno diversi editori di “destra”, capeggiati, quest’anno dagli “identitari” di Passaggio al Bosco. Ma che dire degli editori di area democratica che da anni posteggiano allegramente nella fiera letteraria di destra Libropolis di Pietrasanta (https://www.libropolis.org/ospiti-ed-editori/) senza che la stessa area democratica – o addirittura di movimento – abbia nulla da ridire?

In realtà, in questi anni, abbiamo assistito a una continua fascistizzazione dello scenario politico generale, con l’assunzione di provvedimenti terrificanti nella loro portata repressiva. Basti citare il recente Decreto Sicurezza per farsi un’idea di ciò che il fascismo è e a cosa il fascismo serva: nei momenti di crisi economica, a comprimere le aspirazioni di chi vive del proprio lavoro a vantaggio degli interessi del grande capitale. E che ci siano Più o Meno Libri, poco importa.

Senz’altro in questi ultimi anni ci sono Più Sfratti e Meno Case Popolari, Più Sfruttamento e Meno Lavoro Garantito, Più Povertà e Meno Valore dei Salari percepiti dalla classe operaia, Più Devastazione Sociale ed Ambientale e Meno Tutela del Territorio, Più Analfabetismo e Meno Scuola, Più Malattia e Meno Sanità, Più Femminicidi e Meno Consultori, Più Guerra e Meno Pace o, per dirla in sintesi: Più Fascismo e Meno Democrazia.

La Red Star Press ha sempre pensato che la partita per i Libri e per la Cultura non si giochi nella sovrastruttura del sistema, ma nel suo cuore.

Per questo il nostro slogan è, non ci stancheremo mai di ripeterlo: «Cosa ci facciamo di un libro se non abbiamo un lavoro decente e neppure una casa?»; ed è sempre per questo che, come casa editrice dedicata alla storia e alla cultura del movimento operaio, siamo convinti che lo spazio per i libri e per la cultura debba essere guadagnato al centro della partecipazione alle battaglie per la conquista dei diritti sociali: all’interno della lotta di classe.

Allo stesso modo pensiamo che sia necessario difendere con le unghie e con i denti gli spazi di agibilità conquistati negli anni a caro prezzo.

Per questo i nostri lettori e le nostre lettrici ci troveranno come sempre nello stand C04 di Più Libri Più Liberi dietro le insegne antifasciste che ci hanno sempre contraddistinto e che proprio raccogliendo consenso nelle manifestazioni di massa capiscono di essere tutt’altro che sole.

Tornando, però, alla prossima edizione di Più Libri Più Liberi, fa davvero specie che l’ex deputato dem Emanuele Fiano, presidente di “Sinistra per Israele”, si stupisca di presenze come quella di Passaggio al Bosco a Più Libri Più Liberi (https://ilmanifesto.it/passaggio-al-bosco-la-presenza...https://bit.ly/4opqs4k).

Assumendo come reale lo stupore di Fiano, sarà bene far notare al politico del PD come, nel corso del Genocidio in Palestina, le posizioni più estremisticamente a favore di Israele – i sionisti – non abbiano fatto altro che trovare nella destra e nell’estrema destra i propri alleati più fedeli. Il risultato, oltre all’impunito massacro di decine di migliaia di palestinesi, è stato anche un ulteriore spostamento a destra dell’asse politico dell’intero Occidente, dove i governi si sono ostinatamente rivelati sordi alle oceaniche manifestazioni che hanno continuato a rivendicare giustizia e libertà per la Palestina, preoccupandosi solo dei modi per silenziare le voci dissonanti, aggredendo le persone comuni, il “nemico interno”.

Da buoni cani da guardia del capitale, i fascisti hanno supportato e supportano senza nessun problema l’atlantismo guerrafondaio di Trump, il sionismo genocidario di Israele (ammesso che ci sia una reale differenza tra le due cose...) e i governi servili come quello italiano. Ma alla fine non mancano di presentare il proprio conto.

Per le antifasciste e gli antifascisti una battaglia da combattere con la consapevolezza che “neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince”.

P.S. Come era prevedibile, la presa di parola antifascista, da parte nostra un semplice atto dovuto, ha comportato immediatamente una minaccia. La Red Star Press viene indicata come se fosse un bersaglio da colpire: un invito all’azione che non di rado personaggi a posteriori fatti passare per “matti” hanno raccolto. In ogni caso ribadiamo quello che abbiamo già detto e che appartiene da sempre alla storia del movimento operaio: “Il fascismo non è un’opinione, è un crimine”. Combatterlo non è nient’altro che un dovere civico e morale. Per il resto, da domani ci troverete a Più Libri Più Liberi, nello stand C04. Uno dei motti della nostra casa editrice, ben conscia delle sue dimensioni minime, è “dove andiamo resistiamo”. Resistete con noi.

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04/02/2025

Perché i Rome hanno suonato in spazi antifascisti?

La scorsa settimana il cantautore lussemburghese Jerome Reuter, e il suo gruppo “Rome”, si è esibito in diverse città d’Italia.

In particolare, bisogna soffermarsi sulle date romana e bolognese, in quanto i concerti sono avvenuti in spazi (Innit e Freakout) rispettivamente afferenti al mondo ARCI e AICS, quindi antifascisti per costituzione.

Partiamo dal progetto musicale in particolare: Rome, da un paio di decenni a questa parte, sta cercando di rendere appetibile ad un pubblico sempre meno ristretto sonorità storicamente afferenti al neofolk, sottogenere nato negli anni ‘80 nel Regno Unito dall’eclettismo del post-punk e dell’industrial, spogliandolo delle varie sperimentazioni fatte nel corso dei decenni dagli artisti più diversi ed arrivando quindi ad un suono decisamente più orecchiabile, per quanto ovviamente ancora lontano dall’essere mainstream.

Componente fondamentale del genere neofolk è il rimando alla storia europea e agli stati d’animo che esprime l’artista verso un mondo attuale che sembra essere perduto.

Chiaro che questa mancanza di visione politica della contemporaneità ha portato sin da subito il genere a fare rimandi espliciti all’occultismo e al misticismo, se non addirittura all’apologia, più o meno velata, del nazismo.

Rome, quindi, come altri artisti, si pone immediatamente su un terreno scivoloso. Il suo primo album interamente in inglese “Flowers from Exile” (2009) dà spazio ai ricordi e alle voci di tutti i militanti politici, anarchici in particolare, scappati dalla Spagna alla fine della guerra civile vinta dai franchisti.

La retorica dei “vinti” diventa quindi una costante nell’opera di Rome, che ricompare cinque anni dopo in “A Passage to Rhodesia”, vero e proprio lavoro di retorica sulla pugnalata alle spalle inferta ai colonialisti rhodesiani da parte del mondo occidentale nel loro tentativo di costruire uno stato esplicitamente fondato sull’apartheid.

Il boicottaggio dei prodotti provenienti della Rhodesia, assieme a quello del Sud Africa, fu in realtà ciò che portò alla fine di regimi suprematisti in quell’angolo di mondo ed è tuttora un punto di riferimento per la campagna di boicottaggio dello Stato genocida di Israele.

In seguito, nel corso dell’ultimo decennio, Reuter si sbraccia nel tentativo di difendere la superiorità occidentale nelle sue opere successive.

Il culmine di questo suo sostegno è il concerto del 26 agosto 2023 a Kiev, in un periodo in cui ci veniva detto che la capitale ucraina sarebbe stata rasa al suolo da un momento all’altro, per lanciare il nuovo disco del gruppo, “Gates of Europe” (“Cancelli d’Europa”), che, neanche a dirlo, sulla copertina raffigura, assieme all’ormai onnipresente tridente, simbolo dei collaborazionisti nazisti dell’OUN, un leone stilizzato chiaramente ripreso dalla Divisione Galizia, componente a maggioranza ucraina delle SS.

Crediamo che vada ribadita la necessità di stroncare la presenza di certi artisti soprattutto negli spazi che si dichiarano portatori dei valori dell’antifascismo.

Se è vero che la “battaglia delle idee” deve essere combattuta contro governi occidentali che sempre più si pongono in termini autoritari e reazionari, realisticamente la capillarità, la totalità del Capitale in crisi influenza tutti gli spazi vitali della cultura.

Di conseguenza, in campo artistico, retoriche e sonorità contrapposte all’industria culturale non sono antifasciste di per sé, né lo è la cosiddetta “libertà artistica”.

Dare, quindi, per scontato che qualsiasi atto artistico, per quanto radicale nella forma o per quanto provochi emozioni forti nel pubblico, senza focalizzarsi sulla sostanza di ciò che vuole comunicare, sia meritevole di essere mostrato è un gioco se va bene banale, ma che può presto diventare pericoloso.

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15/06/2024

Ilaria Salis è libera. “L’antifascismo è anche una comunità resistente e solidale”

La polizia ungherese ha posto fine alla detenzione e Ilaria Salis ha lasciato gli arresti domiciliari a Budapest dopo che le è stato tolto il braccialetto elettronico.

La richiesta di scarcerazione era stata depositata dal suo avvocato ungherese Gyorgy Magyar subito dopo la sua elezione come eurodeputata con Alleanza Verdi Sinistra ed è stata scarcerata dalla detenzione domiciliare.

Quanto prima dovrebbe rientrare in Italia, da libera e nonostante il gran rodimento di culo della destra e dei fascisti italiani e ungheresi. In particolare la stampa di destra sta conducendo una campagna contro Ilaria Salis arrivando ad annunciare già adesso la richiesta di revoca dell’immunità parlamentare e il pignoramento dello stipendio da europarlamentare.

“In un quadro tendente al nero in mezzo continente – in Francia, Germania, Austria, ma anche Italia (solo che da noi c’eravamo arrivati prima) – queste elezioni europee ci restituiscono anche il motivo di un sorriso: l’elezione di Ilaria Salis!” – commenta il portavoce nazionale di Potere al Popolo Giuliano Granato – “Perché, come ha scritto Alessandro Robecchi, “un’antifascista che esce di galera è sempre una buona notizia”. Orgoglioso che la comunità di Potere al Popolo abbia contribuito al risultato!”.

Qui sotto il post con cui Ilaria Salis ringrazia chi si è mobilitato per la sua liberazione

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“Non riesco ancora a crederci né a descrivere la mia emozione. Non potrò mai ringraziare abbastanza tutte le persone che mi hanno sostenuto con il loro voto.

Il mio primo pensiero va a tutte le persone detenute in Italia e all’estero e ai loro diritti. A chiunque combatte per la libertà e l’uguaglianza e si trova a subire ingiustizie.

L’antifascismo, oltre che un valore umano e una prospettiva politica, è anche una comunità resistente e solidale.

Abbiamo dimostrato che la solidarietà non è uno slogan vuoto, ma qualcosa di concreto e tangibile. Una potenza che, se ci crediamo e se vogliamo, può davvero migliorare il mondo.

Mentre le destre radicali avanzano in tutta Europa è necessario battersi per cambiare radicalmente lo stato di cose presenti. Io sono pronta per fare la mia parte.

Questa forza collettiva e coraggiosa che si è manifestata nei miei confronti, dobbiamo essere capaci di rafforzarla e diffonderla ovunque, in Italia, in Europa e nel mondo intero!”

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