Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2026

Attacco ai server di Autitici/Inventati, è la guerra ibrida statunitense

La data in cui il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito nella lista dei terroristi globali da sanzionare è il 26 agosto. Due giorni dopo, sulla piattaforma web del gruppo avvengono alcune strane operazioni. Innanzitutto il sito sparisce dalla rete, ma in questo caso non c’è alcun mistero: l’indirizzo di autistici.org è gestito da un ente statunitense che, a causa delle sanzioni, lo ha reso irraggiungibile. Con qualche aggiustamento tecnico, il collettivo mitiga i danni.

PIÙ MISTERIOSO è ciò che accade dopo. Il sito noblogs.org (sempre della galassia di A/I, ospita i siti di utenti, gruppi e associazioni) subisce un attacco informatico che ne cambia la denominazione trasformandolo per pochi minuti da Noblogs a Trumpblogs, caso mai non fosse chiara la matrice del gesto. Chi penetra nei server scarica gli indirizzi mail degli utenti e le loro password criptate. L’operazione viene rivendicata sul social network X dall’utente statunitense anonimo (si firma @astrarce) che si definisce «specialista di accelerazione della deportazione». Negli stessi minuti, a dare la notizia dell’attacco è anche un’altra influencer trumpiana di X, @DataRepublican, all’anagrafe Jennica Pounds, con un milione di follower e buone competenze informatiche.

Pounds ha lavorato per il Doge di Elon Musk, l’agenzia creata da Donald Trump per licenziare migliaia di impiegati pubblici e oggi è una dipendente del ministero della guerra, com’è stato ribattezzato il Pentagono. Il 29 agosto Pounds annuncia su X la pubblicazione online di un dossier che divulga le informazioni disponibili sugli oltre settemila siti ospitati da noblogs.org. Lei stessa assicura di aver identificato «un sacco di antifascisti». «Posso confermare – scrive – che le autorità hanno tutte le informazioni contenute sui server di Noblogs». Poi ribattezza il suo «motore di ricerca» dedicato agli antifascisti «Trumpblogs», stesso nome scelto da chi poche ore prima aveva attaccato il sito Noblogs.

CIÒ CHE QUESTA sequenza dimostra va descritto con rigore. L’intrusione, la schedatura degli utenti e la ridenominazione del sito sono avvenute lo stesso giorno e sono state rivendicate pubblicamente dall’utente X @astrarce. A rilanciarla è un altro utente X, la data scientist Jennica Pounds, con un grande seguito social stipendiata dal Pentagono, che ha creato una mappa e un motore di ricerca per identificare le persone e i gruppi presenti sulla piattaforma di autistici, girando tutte le informazioni al governo Usa. I due utenti sono in stretto contatto e si spalleggiano sul social.

Ciò non dimostra con certezza che sia stata la stessa mano ad aver effettuato l’attacco informatico e la mappatura, o che il governo Usa abbia violato un sito gestito da un collettivo di un Paese alleato. Ma è il quadro che fa da sfondo a questa operazione a rafforzare queste ipotesi. Il 30 agosto, un’inchiesta del Washington Post ha rivelato che il Pentagono ha assunto in ruoli non dichiarati alcuni influencer conservatori, inquadrati come «dipendenti speciali» o «esperti altamente qualificati», senza rivelare alla stampa cosa facciano e se siano pagati. Sembra proprio l’identikit di Pounds.

LA SCHEDATURA – e forse anche l’intrusione – potrebbe essere stata commissionata dal Pentagono e la pubblicazione della mappa autorizzata successivamente. Oppure Pounds potrebbe aver costruito la mappatura per proprio conto, girandone poi alle agenzie governative i risultati. Fra le due possibilità il confine è meno netto di quanto sembri. Il 12 agosto Trump ha firmato una direttiva che autorizza aziende private selezionate a condurre operazioni cyber contro organizzazioni criminali straniere, sotto controllo federale. Secondo il sito Politico.com le attività potrebbero coinvolgere anche le società specializzate in intelligenza artificiale, che hanno dimostrato una capacità di penetrazione senza precedenti.

L’apparato statunitense di difesa oggi prevede partnership fluide fra pubblico e privato, come l’allestimento di un arcipelago di influencer e il coinvolgimento delle aziende private nelle operazioni di guerra ibrida, rendendo sempre più tenue il confine fra policy, operazioni governative e diffamazione.

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03/09/2026

La scelta poco etica di Banca Etica

di Alessandro Volpi

L’afa dell’agosto 2026 non è stata soltanto meteorologica, ma ha portato con sé una tempesta geopolitica che ha scosso le fondamenta della sovranità digitale e finanziaria italiana, segnando forse il punto di non ritorno per l’esperimento della finanza alternativa nel nostro Paese.

Al centro di questo scontro si trova il destino di Autistici/Inventati, lo storico collettivo di hacktivismo che per venticinque anni ha garantito spazi di libertà espressiva e anonimato digitale, e che oggi si ritrova paradossalmente schiacciato tra le ambizioni tecnocratiche del nuovo Rhine Group di Mario Draghi e il pugno di ferro della politica estera statunitense.

La vicenda è precipitata il 26 agosto 2026, quando il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha firmato un provvedimento senza precedenti, inserendo il collettivo A/I nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, accusandolo di fornire l’infrastruttura tecnologica per il coordinamento di movimenti eversivi transnazionali.

Questa mossa ha innescato una reazione a catena immediata e devastante attraverso il meccanismo del de-risking finanziario, costringendo Banca Etica a compiere un atto che contraddice la sua stessa ragion d’essere: la chiusura unilaterale dei conti correnti del collettivo.

In altre parole, il calcolo del rischio che la banca si assumeva per il mantenimento in vita dei conti dei A/I dopo il provvedimento di Rubio diventava l’elemento dominante rispetto all’azione etica della banca stessa.

La vicenda, peraltro, è complicata da un elemento altrettanto recente.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza molto rilevante che pone un argine fondamentale proprio all’influenza extraterritoriale delle sanzioni statunitensi sul suolo europeo, prendendo le mosse dal caso di un cittadino sloveno il cui conto corrente era stato chiuso unilateralmente dal proprio istituto bancario.

L’uomo era stato inserito nelle “liste nere” del Dipartimento del Tesoro USA (OFAC), un provvedimento che aveva spinto la banca, per timore di ritorsioni americane e per una politica di estremo de-risking, a interrompere ogni rapporto finanziario.

Con questa pronuncia, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il “diritto al conto di base” e i princìpi di sovranità sanciti dal cosiddetto Regolamento di Blocco dell’UE (Blocking Statute) prevalgono sulle decisioni politiche di Paesi terzi.

La Corte ha chiarito che una banca operante nell’Unione non può procedere alla risoluzione automatica di un contratto basandosi esclusivamente su provvedimenti amministrativi stranieri, qualora questi non siano stati recepiti formalmente dall’ordinamento europeo o dalle Nazioni Unite.

Secondo la sentenza, l’integrità del sistema bancario dell’UE non può essere sacrificata sull’altare della politica estera di Washington: gli istituti di credito hanno l’obbligo di fornire motivazioni concrete, oggettive e conformi al diritto comunitario prima di procedere a una chiusura, garantendo che nessun cittadino europeo venga privato dell’accesso ai servizi finanziari essenziali a causa di una “morte civile” decretata oltreoceano.

Questa decisione rappresenta un precedente fondamentale anche per casi come quello del collettivo Autistici/Inventati, ribadendo che la finanza europea deve rispondere alle leggi di Bruxelles e non ai decreti di Segretari di Stato stranieri, salvaguardando così l’autonomia economica dei residenti dell’Unione di fronte alle crescenti pressioni della geopolitica statunitense.

In realtà, Banca etica – nonostante questa pronuncia – ha ritenuto, appunto, che l’eccesso di rischio finanziario di una decisione contraria alle decisioni dell’amministrazione Usa, non consentisse il mantenimento in vita dei conti di A/I.

La finanza, in sostanza, prevale su qualsiasi altro aspetto: difficile da spiegare a chi sceglie Banca etica proprio per la sua sostanziale “diversità”.

Non importa quanto una banca si proclami “etica” o attenta ai diritti sociali: nel momento in cui il sistema dei pagamenti internazionale è mediato dal dollaro e regolato dalle liste di proscrizione del Dipartimento di Stato, l’autonomia decisionale di un istituto come Banca Etica svanisce, trasformandola in un semplice terminale esecutivo di decisioni prese oltreoceano.

Il rischio è che questa vicenda non sia un caso isolato, ma il modello di una nuova architettura finanziaria dove la “compliance” alle direttive Usa diventa il filtro definitivo che decide chi ha il diritto di esistere economicamente e chi deve essere cancellato.

Se una banca nata per sostenere il dissenso e l’innovazione sociale non può più proteggere un cliente come Autistici/Inventati di fronte a un’accusa politica mossa da una potenza straniera, allora il concetto stesso di finanza etica rischia di svuotarsi di significato, riducendosi a una gestione cosmetica del risparmio che si ferma esattamente dove iniziano gli interessi della sicurezza nazionale americana.

In questo scenario, il think tank di Draghi funge da ponte verso una normalizzazione dove l’efficienza del mercato e la stabilità del sistema bancario prevalgono sistematicamente sulle libertà civili, lasciando intendere che nell’Europa del 2026 non ci sia più spazio per zone d’ombra digitali o per banche capaci di resistere alle pressioni della geopolitica.

La fine del rapporto tra Banca Etica e il collettivo A/I non è dunque solo una disputa contrattuale, ma il funerale della sovranità bancaria italiana, celebrato sotto l’egida di Marco Rubio e con il silenzio-assenso delle nuove élite finanziarie europee che vedono nella tracciabilità totale e nell’allineamento atlantico l’unico futuro possibile, a costo di sacrificare l’ultimo baluardo del dissenso tecnologico e l’anima stessa del credito cooperativo.

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29/08/2026

La caccia alle streghe contro gli Antifa

C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma.

Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo?

La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti.

Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere.

È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare.

Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà.

Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa statunitense non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti.

Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche.

Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica.

Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo.

Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso.

È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona.

Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali.

Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese.

Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura.

Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi.

Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti.

Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio.

La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese.

Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia.

È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati.

La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico.

È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico.

Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia.

Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica.

Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine.

Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale.

La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia.

Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica.

Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire.

Fonte

27/08/2026

Usa - L’infrastruttura del dissenso nel mirino

Washington inserisce il collettivo italiano Autistici/Inventati nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici.

Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana.

La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti.

Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’“antiterrorismo”.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e securitaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di “terrorismo”; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’“antiterrorismo” che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.

Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
Fonte

04/09/2013

«Libertà e diritti? Tocca sudarli. Anche in rete» Infoaut intervista Autistici/Inventati

«Non pensiamo la nostra struttura come una risposta al controllo statale, ma più in generale come l'unica cosa decente venutaci in mente per garantire libertà d'espressione ed evitare la profilazione selvaggia da parte di aziende e governi». Sono queste le prime parole digitate da uno dei ragazzi di Autistici/Inventati appena cominciamo la nostra chiacchierata in una delle chat room del loro network. Una precisazione necessaria, sopratutto dopo che gli scossoni del terremoto Snowden hanno cominciato a sentirsi anche in Italia. Sono i primi giorni di agosto quando Lavabit e Silent Mail, due provider statunitensi di posta orientati alla tutela della privacy, vengono costretti a chiudere i battenti a causa delle minacce dell'NSA. Centinaia di migliaia di utenti restano improvvisamente senza strumenti di comunicazione sicura e molti di loro si rivolgono ad AI in cerca di una soluzione alternativa. In poco tempo il collettivo viene sommerso da un'ondata di richieste d'iscrizione ai suoi servizi. Un fatto che ha segnato un momento di difficoltà per la crew di hacker nostrani, tanto da determinare la temporanea sospensione dell'apertura di nuovi account. Ma che ha anche alimentato un forte dibattito in seno ai partecipanti del progetto sulle prospettive da intraprendere. È difficile per adesso dire come il datagate cambierà le esperienze di comunicazione autogestita. Autistici sa solo che potrà affrontare le nuove sfide all'orizzonte con una certezza che l'accompagna da più di 10 anni: quella di non essere un semplice servizio di posta ma una comunità. Che oggi ha bisogno del supporto di tutti quelli che si sentono di farne parte.

IFF – Dopo la chiusura di Lavabit la quantità d'iscrizione ai vostri servizi è stata tale da costringervi a sospendere temporaneamente l'apertura di nuovi account. Nella decennale storia di AI fatti di questo tipo si erano verificati solo di fronte ad eventi repressivi di estrema gravità (come il crackdown Aruba). Perché avete definito quest'ondata di richieste «preoccupante»?

Joe – Partiamo da quest'ultimo punto. Preoccupante è il fatto che ci sia gente che per le sue necessità non ha alternative rispetto ad Autistici/Inventati. Se nel tuo modello di comunicazione c'è un singolo point of failure siamo immediatamente di fronte ad un problema. Se cioè c'è un solo bersaglio da colpire, è più facile prenderlo di mira. In questo momento di fatto sono rimaste poche o nulle alternative “commerciali” che oltre ai loro servizi offrano anche la possibilità di usufruire del diritto alla privacy. Detta in altro modo sono rimaste poche alternative commerciali che non collaborino fattivamente con i servizi segreti americani.

Ginox – Oltre a questo è preoccupante che le persone che ci richiedevano un servizio si fidassero di noi solo perché avevano trovato il nostro link da qualche parte in rete. Questa dinamica riproduce un meccanismo di delega che in buona sostanza sposta solo il problema della privacy sul lato tecnico o sulla necessità immediata di trovare un'altra mail. Ma il punto da affrontare è politico: riguarda sia il rapporto tra gli americani ed il proprio governo, sia tra il resto del mondo e gli Stati Uniti.

Pepsy – A quanto detto da Joe aggiungerei anche che l'ondata era “potenzialmente” preoccupante perché Lavabit al momento della chiusura dichiarava 410.097 utenti.

IFF – Ma quante sono state le richieste di iscrizioni che avete ricevuto in quel periodo? Di quali numeri stiamo parlano?

Ginox – La curva oscilla a seconda dei lanci giornalistici sull'argomento in cui in qualche modo venivamo citati. Nello specifico, subito dopo la chiusura di Lavabit ci sono arrivate, diciamo, 10 volte il tasso di richieste che riceviamo di solito. Abbiamo registrato picchi di 200 richieste in coda giunte in poche ore, principalmente di mail. Eravamo ad un bivio: potevamo scegliere se accogliere tutti a caso oppure soffermarci a riflettere sul senso di quanto stava accadendo. Abbiamo scelto la seconda strada.

Joe – Vorrei aggiungere che tecnicamente non avremmo avuto particolari problemi a gestirci questo flusso improvviso di richieste.

Ginox – Si, sarebbe bastato prendere altri server, ma avremmo avuto sicuramente qualche difficoltà a gestire l'helpdesk. Questo tipo di scelta però non avrebbe rappresentato una soluzione.

Pepsy – E poi siamo abituati a confrontarci sempre quando c'è qualche problema, fa parte del DNA di A/I. Lo facciamo sia internamente sia attraverso i comunicati sia su cavallette.noblogs.org, dove cerchiamo un feedback dalla comunità.

Ginox – Noi vorremo che emergesse bene la contraddizione generata dalla chiusura di questi servizi commerciali. Dato che la natura del nostro progetto è differente, abbiamo pensato di prenderci del tempo: i nuovi utenti si relazionavano con noi come se fossero dei clienti e quindi ci è parso il caso di mettere in campo un momento di chiarimento. La nostra comunità resiste ai problemi repressivi o di censura perché ha delle affinità e sa unirsi nelle difficoltà. Qui invece ci sembrava che molte delle persone che richiedevano di poter utilizzare i servizi si fossero spostate da Lavabit senza battere ciglio, esattamente come avrebbero fatto con noi se ci fossimo trovati nella medesima situazione.

Joe – Infatti tra i commenti al post sul blog in cui spiegavamo che le attivazioni erano temporaneamente sospese, puoi trovare anche quelli che dicono: «Ma io vi pago!». No, non funziona così, ovviamente. Ed abbiamo cercato di ribadirlo.

IFF – Quest'impennata di richieste è arrivata solo dopo la chiusura di Lavabit (e quindi anche dopo la sovraesposizione mediatica che avete avuto sul Washington Post e sul New York Times) o anche già con l'esplosione del “datagate”?

Pepsy – Qualcosa si era cominciato a vedere già nella fase immediatamente successiva alla rivelazione di PRISM al grande pubblico.

Joe – Si, ma c'è stato un trend costante di crescita delle richieste anche prima del datagate. Poi senza dubbio con le dichiarazioni di Snowden le richieste sono aumentate. In particolar modo dopo che il sito prism-break ci ha indicato come una delle possibili alternative gratuite.

Ginox – Nella quasi totalità dei casi si è trattati comunque di richieste provenienti da utenti statunitensi.

IFF – AI è probabilmente il network autogestito più importante d'Europa. È risaputo che le Forze dell'ordine avanzino spesso richieste di log o di informazioni relative agli utenti della vostra piattaforma. Dopo il datagate avete ricevuto più pressioni rispetto al passato? È cambiato qualcosa nell'atteggiamento delle FdO?

Ginox – Non sappiamo dirlo ancora. Senza dubbio l'esposizione mediatica a cui siamo stati sottoposti negli ultimi tempi avrà modificato la percezione che hanno di noi i "servizi". Vedremo in futuro se questa cosa avrà delle conseguenze o meno. Ora come ora non è successo nulla di nuovo, né abbiamo registrato pressioni più esplicite del solito. Di tanto in tanto i nostri server sono oggetto di sequestri clamorosi. Solitamente però quelle che riceviamo dalle FdO sono richieste di routine: riguardano acquisizioni di dati che non abbiamo. Normalmente il tutto finisce con un fax dove comunichiamo che non siamo in possesso delle informazioni che ci vengono richieste.

JoeLa nostra strategia di fondo è quella di non tenere in memoria alcuna informazione utile alla profilazione degli utenti, secondo quello che per noi è semplice rispetto delle libertà individuali e buon senso. Va anche sottolineato però che in Italia le indagini tendono ormai a concentrarsi direttamente sull'utente piuttosto che sul servizio, ricorrendo anche a malware per compromettere il computer dell'indagato e tenerlo sotto controllo a sua insaputa (la nostra legislazione li chiama “captatori informatici”). L'utente finale di solito è l'anello debole della catena e le FdO nel 99% dei casi preferiscono prendere direttamente da lì le informazioni che gli servono. L'intento è duplice: da una parte raccogliere elementi probatori dall'altra portare avanti attività d'intelligence attraverso cui ricostruire gli insiemi relazionali del soggetto interessato. È anche per questo motivo che periodicamente insistiamo sul fatto che la tutela della propria privacy non può essere delegata a nessuno. Neanche a noi.

Ginox – Tutte le polizie europee mostrano un'attenzione crescente per i “captatori informatici”. La prassi è simile alle intercettazioni ambientali, ma con molte più implicazioni, poiché si va a mettere mano su quello che in seguito potrebbe essere utilizzato come prova in caso di processo. Il che è una pratica piuttosto discutibile. Per ora questi oggetti sono equiparati ad un'intercettazione, ma in maniera sufficientemente ambigua per farne uno strumento agile per le FdO, e con pochissime garanzie per gli indagati.

Pepsy - Ci sono numerose aziende anche italiane specializzate in questo genere di lavori.

Joe – Già. C'è un mare di consulenti che fanno il lavoro sporco per le procure (salvo poi mettersi le magliette hacker quando vanno ai meeting della comunità).

Ginox – In Italia il mercato della sicurezza informatica decolla intorno al 2000. Andrea Pompili, autore del libro Le Tigri di Telecom, security manager dell'azienda arrestato all'interno dell'inchiesta Telecom-Sismi, spiega bene l'atmosfera che si respirava all'epoca. Dalle sue ricostruzioni appare chiaro come quello della sicurezza sia un mercato pompato dove qualsiasi minchiata può fruttare un sacco di soldi. Cerchiamo di capirci: i “captatori informatici” non sono nulla di nuovo se non rimaneggiamenti di idee partorite in passato dal giro hacker: non fanno nulla di diverso da, che so Dark Comet o lo storico Back Orifice o altri rat (categoria di software per controllare da remoto un computer). La differenza è che oggi il commercio di questi gingilli per le intercettazioni viene infiorettato con un “marketing dell'emergenza”. Pensiamo per esempio al tormentone della cyberwar. La richiesta di questi strumenti va di pari passo con la scoperta di Stuxnet o di Flame, due malware utilizzati in operazioni di intelligence in medio oriente. Da allora tutti i governi stanno cercando di attrezzarsi. Una storia interessante in termini di malware e polizia è il caso tedesco, smascherato dal Chaos Computer Club.

Joe – Già. La cyberwar è un concetto indefinito, rarefatto, aleatorio. Una buzzword che non si capisce bene cosa indichi e che come tale di norma viene utilizzata da gente che non ne conosce il senso, non sa di cosa sta parlando e quindi usa il latinorum.

IFF – Dopo la chiusura di Lavabit e di Silent mail anche Riseup ha preso parola pubblicamente. In un suo recente comunicato ha affermato che sta ridisegnando l'architettura del suo network in modo da renderla ancora più sicura. L'obbiettivo è quello di non trovarsi in una situazione simile a quella di Lavabit, ovvero essere obbligati a scegliere tra due mali minori: collaborare con l'NSA o dover spegnere l'infrastruttura. Anche voi avete in programma qualcosa di simile o pensate che sia sufficiente il piano R* da voi implementato ormai diversi anni fa?

Joe – Riseup in questo momento sta lavorando ad un progetto che includa la crittografia end-to-end e che renda impossibile, anche allo stesso gestore del servizio, sapere cosa transita sui suoi server. Per fare questo però è necessario proporre nuovi strumenti agli utenti. Senza dubbio noi ora non forniamo crittografia end-to-end trasparente. Se vuoi cifrare la posta devi essere tu a farlo. Mi spiego meglio: ad oggi se un utente riceve in chiaro una mail su un server di AI, io in quanto amministratore sono in grado di accedere al contenuto di quella mailbox. Se tu invece attivamente scambi email solo in forma cifrata con GPG, allora neanche io ho la possibilità di leggerla. Questo non toglie che sui nostri server le caselle di posta si trovino su dischi cifrati: anche in caso di sequestro risulta molto difficile accedere a quei dati. È il motivo per cui consigliamo di scaricare la posta e non lasciarla sui server. Ed è un consiglio valido in generale, non solo per i nostri utenti.

Ginox – Stiamo osservando e studiando le soluzioni disponibili per capire come affrontare questi problemi, consapevoli del fatto che non avremo una soluzione pronta tra due mesi. Quello illustrato da Joe però è il punto della questione che Riseup sta affrontando: se anche gli amministratori di un network non hanno alcun accesso ai dati degli utenti allora non c'è profilazione possibile, né nulla di utile che possa essere richiesto in tal senso.

Joe – E così facendo viene resa ancora più complicata l'intercettazione dei dati in transito su Internet, cosa che sappiamo bene – e PRISM l'ha confermato – essere un bel problema.

Ginox – Si tratta di un progetto sicuramente più avanzato del Piano R* che abbiamo attualmente implementato e che nasceva da un contesto diverso. Noi, per la nostra “esperienza repressiva” negli anni passati ci siamo posti il problema di distribuire i server, cioè decentralizzare la struttura, e di oscurare un po' le cose per rendere bassa la probabilità che un sequestro porti al server giusto. Loro adesso stanno affrontando un altro pezzo del problema.

IFF – Autistici vive da anni di donazioni e contributi economici volontari. Prima mi raccontavate però che dopo quanto accaduto ad agosto alcuni utenti si sono detti disponibili a versare una quota annuale obbligatoria per mettervi nella condizione di continuare ad erogare i servizi e mantenere la vostra policy in fatto di privacy. Non pensate che questa opzione renderebbe più semplice affrontare la situazione d'emergenza che state attualmente attraversando?

GinoxNo, non vogliamo che le persone pensino di poter comprare libertà e diritti. Quelli tocca sudarli. È il motivo per cui eravamo in imbarazzo in questi giorni a rispondere alle richieste di attivazione: capivamo che ci trovavamo di fronte a questo ragionamento, magari fatto in buona fede ma che non va nella direzione in cui ci muoviamo noi. Non ci interessa mettere quote fisse o far diventare Autistici il nostro lavoro: non saremmo più in grado di essere credibili. Se agli utenti di Lavabit da noia aver perso un servizio utile, se si sentono privati di un loro diritto... beh, andassero nel Maryland a prendere a pietrate la sede dell'NSA e non si limitassero a cercare di comprare una mail da un'altra parte.

Joe – Tocca essere pronti ad agire in prima persona, senza deleghe. In un mondo di spettatori e votanti questo spesso è spiazzante. Il problema che sta a monte è proprio il concetto malato di democrazia che è filtrato alla gente: passa tutto per la delega, mentre perfino i teorici della democrazia borghese ti direbbero che questa è una baggianata. Poi c'è anche l'atteggiamento capitalista del mi-serve-qualcosa-e-quindi-lo-compro. Che in effetti, vedendo il mondo intorno è un meccanismo universale. Noi ovviamente ci opponiamo a questa visione. Inoltre credo sia più interessante fornire servizi ad un attivista ucraino per cui 15 euro sono una cifra significativa, piuttosto che alla middle class statunitense per cui 15 euro sono facili da spendere. Ci sono quindi ragioni pratiche e politiche per non accettare questo ragionamento.

Pepsy – Diciamo che non abbiamo simpatia per la mercificazione in genere.

IFF - Com'era ipotizzabile qualcuno ha colto al balzo la palla del “datagate”. La settimana scorsa Kim Dotcom ha lanciato una campagna di marketing per pubblicizzare un nuovo servizio di mail sicura. Così facendo ha scelto di continuare a battere quella strada che a gennaio aveva portato all'apertura di Mega, alla cui base sta un'idea semplice: gli utenti in internet non hanno alcuno status giuridico. La loro privacy non è protetta da alcun tipo di tutela legale. Chi desidera ottenere riservatezza in rete deve quindi acquistarla. Mi pare che questa dinamica presenti delle ambivalenze. Da una parte è innegabile che l'affermazione di questo modello d'impresa sancisca definitivamente la privatizzazione della privacy: questa smette di essere un diritto e viene garantita solo in quanto bene scarso, in quanto servizio erogato dietro compenso da attori privati. Con una metafora potremmo dire che anche in rete l'accesso alla cittadinanza è ancorato al reddito. Allo stesso tempo però il fiorire dell'industria della privacy rende accessibile la crittografia per le masse e più complicato il lavoro delle agenzie di law enforcement. Lo stesso caso di Lavabit è paradigmatico: fa riflettere come, nonostante la supremazia tecnologica, la più grande super potenza del mondo abbia avuto bisogno di ricorrere a pesanti intimidazioni di fronte ad uno strato di cifratura. Per altro senza nemmeno riuscire a conseguire il suo obbiettivo. Che ne pensate? Non credete che questo fenomeno possa avere anche ricadute positive?

Joe – Mi pare chiaro da quanto detto prima che crediamo che il problema della privacy sia più politico che tecnico. Quindi non penso che l'industria della privacy risolva alcunché, dato che abbiamo a che fare con un antagonista con risorse sostanzialmente illimitate e con cui ogni “corsa agli armamenti” promette poche speranze di vittoria. La soluzione tecnica non può che essere parte della soluzione. E sospetto fortemente che sia una parte abbastanza secondaria. Poi mi aspetto che un po' di gente crei servizi per riempire questo vuoto del mercato. Ci saranno quelli con buone intenzioni (come Lavabit) e quelli che sono interessati solo ai soldi, in stile Kim Dotcom. Nello specifico le iniziative di “mister Mega” hanno uno scopo fondamentale: parargli il culo mentre conta i nostri soldi. Di fronte ad un'entità come l'NSA della privacy degli utenti a lui non frega nulla: basta guardare com'è fatto mega.co.nz per capirlo. E comunque dal punto di vista dell'utente significa mettere la tua privacy nelle mani di un ente privato che ha interessi diversi dai tuoi. Io personalmente non mi fiderei mai :-)

Ginox – L'uso della crittografia di massa è sempre stato legato allo sviluppo del commercio elettronico. Negli anni '90 la crittografia viene strappata all'NSA ed ai militari perché il mercato aveva bisogno di soluzioni per garantire la sicurezza delle transazioni, altrimenti non sarebbe mai potuto decollare. Credo che questa sia un'ambiguità irrisolvibile che però lascia aperto il nodo politico della questione, come diceva anche Joe. Così va il capitalismo: distrugge valore per creare profitto, dalle macerie di una cosa ne crea un'altra e apre degli spazi di mercato.

Joe – Posso fare una postilla che mi viene spontanea? È veramente divertente vedere come funziona bene il “libero” mercato. Tanta gente nel mondo vuole ottenere un servizio di posta sicura... e la loro migliore opzione è un gruppo di attivisti anticapitalisti italiani? Beh, non mi pare esattamente un prototipo di efficienza.

Pepsy – Sulla deficienza del mercato sono d'accordo. Un po' meno sull'esempio fatto da Joe perché tutto sommato lo tsunami di richieste non è ancora arrivato: evidentemente non siamo la sola alternativa. La necessità di mail sicure d'altra parte viene gestita direttamente anche da enti e società private.

Ginox – La Germania per esempio sta tentando a sua volta un approccio diverso. Non so se definirla una barzelletta, un moto d'orgoglio o qualcosa da buttare sul piatto della diplomazia. La proposta del governo tedesco di offrire ai suoi cittadini servizi “made in Germany” è un po' l'equivalente del dire: «Non fatevi spiare dall'NSA! Fatevi spiare solo dai nostri servizi segreti!» Si tratta quindi di una soluzione che tecnicamente non risolve nulla, però sposta il soggetto in campo e delinea un'inversione di tendenza: si passa da un attore privato ad un ritorno dello stato nella gestione delle comunicazioni.

IFF – In un certo senso potremmo dire che anche la Germania sta perseguendo una balcanizzazione di Internet seguendo l'esempio russo e cinese (fatte le debite differenze ovviamente)?

Ginox – Si, qualcosa del genere, pur elaborando risposte diverse rispetto a Mosca e Pechino.

Joe – Anche perché una balcanizzazione in stile cinese in Europa non potrà mai funzionare a meno che non si voglia creare uno spaventoso effetto recessivo in uno dei pochi settori floridi dell'economia occidentale. In realtà io credo che quella del governo tedesco sia stata una mossa per dare un contentino ad un'opinione pubblica inferocita ed allo stesso tempo uno stratagemma per avere un argomento di trattativa con gli Stati Uniti.

Pepsy – Da parte mia credo che la rete sia sempre stata balcanizzata. Rispetto ad Internet c'è ancora troppa mitologia: quella di una rete “anarchica” che porta libertà. Una mitologia che cela le internet iraniane, nord coreane e cinesi e che allo stesso tempo ci fa però dimenticare che fino all'altro ieri anche in Italia bisognava dare i documenti per accedere ad un hotspot wifi pubblico. Una mitologia insomma che nasconde il fatto che la rete ha dei padroni, da sempre.

GinoxInternet riflette rapporti di forza materiali: più si espande e più si lega al reale rispetto a quando era composta da qualche milione di utenti. Nel mondo reale i soldi contano e le aziende si mangiano a vicenda. È il capitalismo baby! Il mercato è una parte importante e aggressiva della rete: è stata una scelta precisa quella di smettere di sovvenzionare Internet con soldi pubblici e fare in modo che soggetti privati la lottizzassero. Finanza e politica vanno a braccetto, la rete tende a polarizzarsi verso grossi soggetti così come il capitale tende a concentrarsi in grossi monopoli e cartelli, o a essere terreno di bolle e speculazioni. La bolla delle dotcom ha anticipato quella immobiliare a dimostrare la fragilità di questa costruzione. La privacy è un mercato come un altro, dove c'è un bisogno il mercato accorre. I flussi di bit vanno a coincidere con i flussi finanziari. Segui quest'ultimi e capisci dove si concentra il potere. Sebbene il meccanismo sembri rodato e inarrestabile, in realtà va spesso in crisi e va avanti ad azioni di forza e calci in culo, con una certa tendenza al cannibalismo. E quando si crea una contraddizione c'è spazio per inserirsi. Questo sarebbe paradossalmente un buon momento per far nascere nuovi server autogestiti o progetti simili. Non saprei se ci sono soggetti interessati a farlo.

IFF – Quindi secondo voi le rivelazioni di Snowden rappresentano un punto di forza per chi lotta per i diritti digitali?

GinoxNon solo per i diritti digitali. È un momento di forte imbarazzo per il governo americano. Se lo superano illesi allora ne usciranno fortificati. Altrimenti qualcuno ne gioverà e credo che all'orizzonte si possono anche aprire spazi per le esperienze di comunicazione autogestita (a patto di saperle cogliere ovviamente). In generale poi è interessante che un impiegato metta in crisi una struttura da miliardi di dollari.

Pepsy – Ed è sempre un bene che ci sia il fattore umano che manda all'aria il sistema alla faccia degli incubi tecnologici. In questo caso è stato mosso un primo piccolo passo essenziale nella direzione giusta: certe tematiche stanno cominciando ad uscire dall'ambito underground.

IFF – In che modo gli utenti possono aiutarvi in questo momento?

Pepsy – Diciamo che ci piacerebbe che i nostri utenti imparassero a non delegare a noi la difesa della loro privacy.

Joe – Senza dubbio possono donare, mica ci fa schifo!

Ginox – Si, ma quello possono farlo sempre. Nell'immediato i nostri problemi sono principalmente di relazione verso l'esterno. Chi utilizza i nostri servizi e vuole aiutarci può farlo diffondendo un semplice messaggio: ovvero che Autistici è in primis una comunità e non semplicemente un servizio mail. Poi certo, una crescita di consapevolezza tecnica sarebbe una cosa auspicabile e sempre utile. Sopratutto nel momento in cui ti rendi conto che dall'altra parte non si risparmiano.

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