Avevamo raccontato esattamente un mese fa la storia dei quattro attivisti di Palestine Action condannati per danneggiamento a uno dei siti britannici dell’israeliana Elbit Systems, reato a cui però la corte avrebbero tentato di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo” in sede di scrittura della sentenza. Così è successo.
Alla Woolwich Crown Court sono state emesse infatti pesanti condanne verso quattro membri di Palestine Action, per un’azione svoltasi nell’agosto 2024. Gli attivisti hanno effettuato un raid in uno stabilimento della Elbit a Bristol, danneggiando attrezzature militari che sarebbero poi state usate nella pulizia etnica dei palestinesi.
Quattro dei sei imputati sono stati giudicati colpevoli, ma l’attribuzione di una natura terroristica al reato di danneggiamento è arrivata dopo. Secondo il giudice Jeremy Johnson le loro azioni hanno evidenziato una chiara matrice eversiva dovuta al tentativo di intimidire l’azienda e influenza la politica britannica attraverso danni alle proprietà della Elbit.
Il bilancio è molto pesante: 7 anni e 8 mesi per Samuel Corner, ex studente di Oxford; 5 anni per Charlotte Head e Leona Kamio; 4 anni e 8 mesi per Fatema Rajwani. Gli attivisti di Palestine Action hanno sempre difeso l’operazione di sabotaggio, sostenendo la “scusante legittima” per cui le loro azioni sarebbero state effettuate per prevenire crimini più gravi. Possibilità prevista dalla legislazione britannica, ma negata ai giovani militanti.
L’ONG Filton 25 Defence Committee ha rilasciato una dura dichiarazione di condanna contro il verdetto: “i quattro manifestanti oggi condannati hanno distrutto oltre 40 armi israeliane, tra cui droni assassini, utilizzati in quasi tutti i massacri di palestinesi a Gaza. Con la loro azione diretta, hanno salvato delle vite. Questo non è terrorismo, è un dovere. La sentenza odierna sarà impugnata per correggere questa grave ingiustizia”.
Durante la lettura della sentenza, venerdì, all’esterno del tribunale si sono radunati circa 500 sostenitori per manifestare solidarietà. La polizia ha effettuato oltre 100 fermi complessivi, tra cui almeno 72 persone arrestate specificamente per aver esposto cartelli a sostegno del gruppo, che rimane tuttora proscritto.
Il pronunciamento sul ricorso presentato dal governo per ribaltare la decisione dell’Alta Corte di Londra, che aveva obbligato a togliere Palestine Action dalla lista delle organizzazioni terroristiche, dovrebbe arrivare a breve. Il clima nel paese resta incandescente, con circa 3 mila persone arrestate in virtù della legge antiterrorismo.
Tutto ciò si inserisce nel quadro di un Regno Unito in cui il governo, in continuità con il sionismo internazionale, ha fomentato una retorica islamofobica, su cui è cresciuto l’odio razziale che oggi sta mettendo a ferro e fuoco Belfast. Il cortocircuito e il fallimento del Labour sono evidenti, e la respinta del ricorso su Palestine Action potrebbe mettere una serie ipoteca sul governo Starmer.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2026
15/05/2026
Gran Bretagna - Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai media di rivelare i dettagli più controversi del processo.
Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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14/02/2026
Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista”
La rete di attivisti britannica Palestine Action ha vinto in primo grado il ricorso all’Alta Corte di Londra contro la messa al bando per “terrorismo” dell’organizzazione di solidarietà con la Palestina voluta dal governo Starner.
Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.
Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.
“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook – “ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.
Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.
Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.
Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.
La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.
L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.
Fonte
Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.
Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.
“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook – “ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.
Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.
Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.
Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.
La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.
L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.
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06/02/2026
Gran Bretagna - Assolti sei attivisti di Palestine Action. Perde pezzi la proscrizione per terrorismo
Riportiamo la traduzione di un post di Jonathan Cook apparso su Facebook, con allegata anche la traduzione di un articolo di circa tre settimane fa, apparso sul suo blog e a cui fa riferimento nello post stesso. Cook è un giornalista britannico che ha lavorato per anni sul tema Palestina, con importanti reportage fatti direttamente da Nazareth per varie importanti testate, tra cui The Guardian e Middle East Eye: insomma, un attento commentatore dei fatti.
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
In questo caso, i fatti sono quelli della solidarietà internazionale con i palestinesi che resistono al genocidio. E la deriva repressiva e lesiva dei diritti di manifestare e di espressione del dissenso in una cosiddetta “democrazia”, come sta avvenendo nel Regno Unito con la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, e come avviene in tanti altri paesi occidentali che devono affrontare il sommovimento delle coscienze dovuto alla complicità dei propri governi con i crimini israeliani.
La necessità per il capitale occidentale in crisi, economica ed egemonica, è quella di stroncare questo movimento, e soprattutto di far morire prima ancora che nascano ipotesi organizzate che mettano in discussione in maniera sistemica l’ordine mortifero su cui le nostre classi dirigenti hanno fondato il proprio dominio negli ultimi decenni.
L’Occidente come blocco sta mostrando in maniera sempre più evidente le proprie divisioni strategiche, ma quello che i suoi paesi condividono è la deriva bellicista come strumento per mantenere la propria primazia. Alla guerra esterna, ovviamente, corrisponde poi la guerra interna, fatta sempre più attraverso legislazioni speciali dal sapore fascista e legislazioni antiterrorismo.
Sotto la corona di Re Carlo, però, la “democratura” occidentale ha subito un colpo non indifferente. Buona lettura.
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Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo.
Oggi la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse.
Se sei sconcertato dal motivo per cui la giuria si è rifiutata di condannare gli imputati di Palestine Action, è perché, a differenza loro, non hai sentito le prove reali. Hai sentito quello che i media volevano farti sapere.
Il potente discorso dell’avvocato al processo Filton ricorda alla giuria il suo diritto di sfidare il giudice. Keir Starmer e i media hanno bisogno di condanne per giustificare la proscrizione di Palestine Action come gruppo terroristico. Rajiv Menon KC spiega alla giuria perché rappresenta un’ultima, vitale difesa contro la tirannia del governo.
Ringrazio Craig Murray, ex ambasciatore del Regno Unito diventato whistleblower (informatore, o segnalatore di illeciti o condotte dannose per l’interesse pubblico, ndr), per avermi segnalato quello che lui giustamente definisce “uno dei più grandi discorsi legali – compresi quelli storici – che abbia mai letto”. E lo è davvero.
È stato realizzato da Rajiv Menon KC ed è indirizzato alla giuria dell’attuale “Processo Filton” presso la Woolwich Crown Court. Lì, sei attivisti legati a Palestine Action sono processati per un’irruzione nell’agosto 2024 in una fabbrica di Bristol di proprietà del più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. I sei hanno usato dei martelli per distruggere i droni killer che venivano costruiti nella fabbrica e inviati in Israele per essere utilizzati nel genocidio di Gaza.
Al momento dell’irruzione, Palestine Action era un’organizzazione legale. Quasi un anno dopo, il governo di Keir Starmer la dichiarò un gruppo terroristico: la prima volta nella storia britannica che un’organizzazione di azione diretta non violenta veniva messa al bando.
Gli imputati, come altri attivisti di Palestine Action detenuti in custodia cautelare, sono stati trattati come terroristi – con restrizioni speciali e disumane in carcere – sebbene nessuno di loro sia accusato di reati di terrorismo. Questo è il contesto del prolungato sciopero della fame di altri tre attivisti – non quelli attualmente sotto processo – che sta mettendo le loro vite in imminente pericolo (lo sciopero della fame è stato sospeso, ndr).
Il processo Filton è stato strumentalizzato a fini politici dal governo di Starmer, attivamente complice del genocidio israeliano, e dai media britannici istituzionali, che hanno cercato di oscurare la natura criminale delle azioni di Israele. Entrambi sperano di usare un eventuale verdetto di colpevolezza come giustificazione per la proscrizione di Palestine Action come organizzazione terroristica.
Come sottolinea Murray, un’altra commissione dell’Alta Corte (di Giustizia, ndr), incaricata di esaminare la legalità della messa al bando decisa dal governo, ha finora rinviato la sua decisione. È probabile che attenda la conclusione del processo Filton per potersi avvalere di un eventuale verdetto di colpevolezza per schierarsi dalla parte del governo.
Tutti riporranno le loro speranze sulla condanna di uno degli imputati, Samuel Corner, per l’accusa di aver ferito una poliziotta durante una colluttazione avvenuta per uno dei martelli utilizzati per distruggere i droni di Elbit.
L’obiettivo è stato quello di suggerire che questo incidente fosse intenzionale e indicativo di una presunta agenda terroristica segreta di Palestine Action. È palesemente ridicolo, ma sembra aver preso piede tra le fasce più impressionabili dell’opinione pubblica, esposte a una copertura mediatica costantemente distorta.
Il signor Menon è l’avvocato che rappresenta Charlotte Head, la quale, come altri quattro attivisti, è accusata di tre reati: furto con scasso aggravato, danneggiamento e disordini violenti.
Nel suo discorso, smantella con attenzione le contestazioni dell’accusa – e, naturalmente, del governo – secondo cui l’irruzione sia ascrivibile al furto con scasso aggravato. Come sottolinea Menon, affinché ciò sia vero, Head e gli altri avrebbero dovuto nutrire l’intenzione di usare i martelli per colpire le guardie quando irruppero nella fabbrica. Non ci sono prove che ciò sia avvenuto.
Respinge anche l’accusa mossa a Head di disordini violenti. Affinché anche ciò sia vero, avrebbe dovuto essere attivamente in collusione con gli altri nell’uso o nella minaccia di violenza – violenza che non fosse legittima difesa o per difendere qualcun altro. Questa accusa di solito si applica in circostanze come risse da pub o risse durante partite di calcio. Il test è se un ipotetico “spettatore di ragionevole fermezza” – qualcuno estraneo – riterrebbe la propria incolumità in pericolo a causa della rissa.
Ancora una volta, Menon sostiene in modo convincente che questa fattispecie non è applicabile al caso di Head e suggerisce che il motivo per cui il filmato dello scontro tra gli attivisti e le guardie di sicurezza appare così minaccioso è dovuto in gran parte al fatto che una delle guardie ha minacciato le donne e ha aggredito due volte con una mazza un attivista disarmato, Jordan Devlin.
Ma la parte più sorprendente del suo discorso riguarda la terza accusa: il danneggiamento. Gli imputati hanno una sola linea di difesa disponibile contro questo reato. In gergo legale, si chiama “giustificazione legittima”. Significa che qualsiasi danno penale da loro causato può essere considerato legittimo perché concepito per impedire la commissione di un crimine ben più grave – in questo caso il genocidio.
A un certo punto del processo, un membro della giuria ha inviato una nota al giudice “Justice” Johnson, ponendo proprio questa domanda: “se decidessimo che loro [gli imputati] credono sinceramente di aver compiuto un’azione che ha tutelato delle vite e di essere stati moralmente obbligati a distruggere le armi che ritenevano sarebbero state usate per uccidere civili in quello che ritengono essere un genocidio illegale, ciò costituirebbe una giustificazione legittima?”
Il giudice, che ha ripetutamente soffocato i tentativi della difesa di fornire prove del coinvolgimento di Elbit System nel genocidio, ha risposto che la giuria non deve prendere in considerazione tale “giustificazione legittima”. Le sue parole sono state: “non vi è alcuna prova in questo caso di qualcosa che possa, in base alla legge, costituire una giustificazione legittima, quindi non è qualcosa che dovreste prendere in considerazione”.
Menon si rifiuta di accettare la situazione senza reagire e sta sfidando con i suoi discorsi la decisione del giudice, in un modo che sfiora, ma evita accuratamente, l’oltraggio alla corte.
Egli sta difendendo con entusiasmo il diritto delle giurie di rifiutare l’interferenza dei giudici e il loro diritto di farsi un’opinione autonoma sia sulla colpevolezza sia sui fattori che potrebbero attenuarla, e lo fa proprio nel momento in cui Starmer e i suoi ministri cercano di sradicare il principio dei processi con giuria.
Vale la pena leggere tutto il discorso di Menon, sebbene sia molto lungo. Ne riporto solo una piccola parte: la sua sfida diretta al giudice, con il passaggio più coraggioso evidenziato in grassetto. È una difesa efficace di uno dei nostri diritti fondamentali, diritti che vengono gradualmente indeboliti dal crescente autoritarismo dell’establishment.
Rajiv Menon KC per conto dell’imputata Charlotte Head, 8 gennaio 2026.
*****
La signora Heer [l’avvocato dell’accusa], nel suo discorso conclusivo, più o meno sullo stesso tema, vi ha detto che gli imputati che hanno testimoniato non hanno sollevato alcuna vera e propria contestazione all’accusa di danneggiamento. Mi dispiace, ma non è corretto affermare che gli imputati che hanno testimoniato non abbiano sollevato alcuna contestazione. Una ne hanno sollevata. Hanno sostenuto di avere una “giustificazione legittima”. Questa era la loro contestazione. Ma quello che è successo è che Sua Signoria [il giudice] ha precluso tale difesa, e questa è la situazione in cui ci troviamo. La loro contestazione era la “giustificazione legittima” e la corte l’ha poribita come difesa legittima. Quindi, dove vi porta questo, membri della giuria?
Potreste essere perdonati se pensaste che Sua Signoria vi stia di fatto ordinando, per legge, di condannare Charlotte [Head], su cui mi concentrerò per ora, per danneggiamento. Ma sbagliereste a pensarlo. Sua Signoria non vi sta ordinando di condannarla. Anzi, non solo non vi sta ordinando di condannarla, ma gli è anche assolutamente vietato farlo per legge. La legge è chiarissima su questo punto. Nessun giudice, in nessun caso penale, è autorizzato a ordinare a una giuria di condannare un imputato per qualsiasi accusa penale, qualunque siano le prove. Questa è la legge.
Vi prego di ricordare questo principio fondamentale quando vi ritirerete per deliberare. Vi prego di non fraintendere nulla nelle istruzioni di Sua Signoria o nella sua sintesi (che seguirà l’arringa della difesa) come se equivalesse a un’ordine di condannare l’imputata. Sarebbe un terribile errore. Ripeto, Sua Signoria non vi sta assolutamente ordinando di condannare, perché per legge gli è vietato farlo.
La giuria ha tutto il diritto di essere confusa su questo punto, perché è un punto confuso. Avete tutto il diritto di pensare che la distinzione tra proibire l’unica difesa disponibile a un’accusa penale basata sui fatti e ordinare la condanna sia, nella migliore delle ipotesi, una distinzione senza differenza. Avete tutto il diritto di pensare che le due cose equivalgano effettivamente alla stessa cosa. Ma il fatto è che non sono assolutamente la stessa cosa. Sono fondamentalmente diverse. Lasciate che provi a spiegare perché.
Se date un’occhiata alle istruzioni legali e alla prima sezione, intitolata “Funzioni del giudice e della giuria”, vedrete che è piuttosto lunga. Non la esaminerò punto per punto, ma vi chiedo di leggerla attentamente quando vi ritirerete. Tutte le istruzioni contenute in questo documento sono importanti, ma suggerirei che quelle sulle funzioni del giudice e della giuria siano particolarmente importanti in questo caso. Il punto chiave da riassumere è che i fatti, e i verdetti che emettete dopo averli considerati, sono esclusivamente per voi.
Quindi nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare. È semplice. Questa è la legge. Quindi, a scanso di equivoci, non vi chiedo assolutamente di ignorare le direttive legali di Sua Signoria. Al contrario, vi chiedo di seguirle, in particolare questa sezione sulle funzioni del giudice e della giuria, e vi ricordo che nessuno, nemmeno Sua Signoria, può indicarvi a quali conclusioni fattuali giungere esaminando questo caso, né può ordinarvi di condannare gli imputati per nessuna delle accuse a loro carico.
In effetti, fu già nel 1670 che l’indipendenza della giuria fu definitivamente sancita senza ombra di dubbio. William Penn e William Meade erano quaccheri. Furono processati per aver predicato a un’assemblea illegale. Nel 1670 (circa 20 o 30 anni dopo la fine della guerra civile inglese) era considerato un reato tenere un’assemblea religiosa di più di cinque persone al di fuori degli auspici della Chiesa d’Inghilterra. E William Penn e William Meade avevano predicato a un gruppo di più di cinque persone per le strade di Londra. Furono processati all’Old Bailey (storico tribunale penale di Londra, ndr) davanti a un giudice e a una giuria e, al termine dell’udienza, il giudice ordinò alla giuria di condannarli, ma la giuria si rifiutò di farlo.
Il giudice, furioso, ordinò nuovamente alla giuria di condannarli, affermando che non sarebbero stati congedati finché non l’avessero fatto. La giuria si rifiutò nuovamente di condannarli. Il giudice pose l’intera giuria sotto custodia per due giorni e ordinò che venissero loro negati cibo e acqua. Mentre i giurati venivano condotti dal tribunale alla prigione, si dice che William Penn abbia gridato: “siete inglesi, difendete i vostri privilegi, non cedete i vostri diritti”, al che un membro della giuria, Edward Bushel, rispose: “non lo faremo mai”. Quando la giuria tornò in tribunale due giorni dopo, senza aver ricevuto né cibo né acqua, il giudice ordinò nuovamente di condannare gli imputati. La giuria continuò a rifiutarsi e emise un verdetto di non colpevolezza.
Il giudice multò la giuria per oltraggio alla corte e li tenne in custodia fino al pagamento delle multe. Otto giurati hanno pagarono le loro multe, ma quattro si rifiutarono, e uno di questi era Edward Bushel, che ha quindi presentato istanza a un tribunale superiore per quello che viene chiamato un ordine di habeas corpus, che, se emesso dal tribunale, avrebbe comportato il suo immediato rilascio. Il tribunale superiore emise tale ordine, ed Edward Bushel e gli altri tre giurati furono rilasciati, sancendo il diritto di una giuria a emettere un verdetto senza timore di punizioni da parte del giudice del processo.
La sfida legale di Edward Bushel è diventata nota come il “caso Bushel” ed è tra i più celebri nella storia del diritto britannico. All’interno dell’Old Bailey, nel centro di Londra, c’è una targa in marmo che recita quanto segue:
Nei pressi di questo sito, William Penn e William Meade furono processati nel 1670 per aver predicato a un’assemblea illegale in Grace Church Street. Questa targa commemora il coraggio e la perseveranza della giuria, composta da Thomas Veer, Edward Bushel e altri 10 giurati, che si rifiutarono di emettere un verdetto contro di loro, nonostante fossero stati rinchiusi senza cibo per due notti e multati per il verdetto finale di non colpevolezza. Il caso di questi giurati fu rivisto per mezzo di un ordine di habeas corpus e il Giudice Capo Vaughan emise il parere della corte, che stabilì il diritto delle giurie di emettere il verdetto in base alle proprie convinzioni.Considerando tutto questo insieme, membri della giuria, potete dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. È un verdetto perfettamente giusto e appropriato da parte vostra, in questo caso. Vi prego di non pensare nemmeno per un attimo che vi sia in qualche modo impedito dalla legge di farlo. Anzi, dovreste dichiarare Charlotte e i suoi co-imputati non colpevoli di danneggiamento. Ci vorranno senza dubbio grande coraggio e indipendenza, lo ammetto, per farlo. Ma i fatti, in ultima analisi, sono solo per voi. Vi prego di non dimenticarlo. E non preoccupatevi: la buona notizia è che siamo andati avanti dal 1670. Non c’è alcuna possibilità che veniate incarcerati o multati per le conclusioni fattuali a cui giungerete o per il verdetto che avrete emesso.
E questo mi porta, per quanto riguarda il reato di danneggiamento, alla sintesi delle prove da parte di Sua Signoria, che seguirà l’arringa della difesa. Ora, non ho idea di come proporrà la questione, di come affronterà tale sintesi. Potrebbe fare quello che fa la maggior parte dei giudici oggigiorno, ovvero riassumere le prove senza fare alcun commento, senza esprimere alcuna opinione, senza alcuna argomentazione, senza alcuna distorsione, senza alcuna insinuazione, ovvero con assoluta neutralità. Potreste pensare che questo sia l’approccio più equo, dato che un giudice di primo grado è come un arbitro. Ma il nostro sistema consente ai giudici di commentare ed esprimere opinioni, anche con fermezza, in determinate circostanze. Finché la sintesi rimane equilibrata e imparziale, finché non viene violato il diritto fondamentale di ogni imputato a un giusto processo, finché la giuria è informata che avete il diritto di respingere qualsiasi parere giudiziario sui fatti, se lo desiderate, come come quello che vi ha indicato Sua Signoria, e finché qualsiasi parere o commento giudiziario non viene erroneamente espresso come un’indicazione legale da seguire. Pertanto, se Sua Signoria decide di esprimere un parere sulle prove, vi prego di non interpretare erroneamente, in nessuna circostanza, tale parere come un’indicazione legale, perché non lo è.
Ovviamente, se siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete adottarla. Ma è altrettanto vero il contrario. Se non siete d’accordo con l’opinione del giudice, potete respingerla. È un vostro diritto. È un vostro privilegio, in quanto giurati, perché, ripeto, siete gli unici giudici dei fatti. Nessuno, nemmeno Sua Signoria, può ordinarvi di condannare in questo caso. Ecco cosa dico sul reato di danneggiamento.
Nota bene: Craig Murray sta promuovendo una revisione giudiziaria separata da quella inglese in Scozia, dove il sistema giuridico è diverso. Ci sono buone probabilità che riesca a far togliere la proscrizione di Palestine Action in Scozia, rendendo così ridicolo il mantenimento di questa condizione in Inghilterra e Galles.
Di fatto, sta sfidando il governo britannico. Possiamo essere certi che Starmer farà tutto il possibile per far annullare qualsiasi sentenza scozzese che gli vada contro. Murray ha bisogno di soldi per sostenere la sua causa e difenderci tutti dalla terrificante ingerenza del governo.
Fonte
15/01/2026
Sospeso lo sciopero della fame degli attivisti detenuti di Palestine Action
Nella giornata in cui in diverse città europee (Londra, Roma, Milano, Barcellona, L’Aja) si sono tenute manifestazioni di solidarietà con gli “hunger strikes”, i detenuti di Palestine Action hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame in corso da 70 giorni nelle carceri britanniche in cui sono detenuti.
Tra le motivazioni che hanno portato alla scelta di sospendere l’estrema protesta, c’è la notizia che il governo britannico ha rifiutato l’offerta della israeliana Elbit Systems per un contratto da 2 miliardi di sterline. Questa era una delle richieste chiave del gruppo.
Gli attivisti di Palestine Action sono stati arrestati proprio per le azioni dimostrative compiute negli anni contro gli stabilimenti in Gran Bretagna della azienda di armamenti israeliana Elbit Systems.
Per queste azioni e per il danneggiamento di due aerei militari della RAF in una base militare, la rete Palestine Action è stata messa fuorilegge come “terrorista” dalle autorità britanniche e i suoi membri più noti sono finiti in carcere ormai da mesi. Centinaia di persone scese in piazza in solidarietà con Palestine Action sono state arrestate.
Dopo quasi settanta giorni in cui si è cominciato a temere anche per la loro vita, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie C hanno concluso lo sciopero della fame.
Un motivo di più per ritenersi soddisfatti della manifestazioni svoltesi all’ambasciata di Roma e al consolato britannico di Milano.
Fonte
Tra le motivazioni che hanno portato alla scelta di sospendere l’estrema protesta, c’è la notizia che il governo britannico ha rifiutato l’offerta della israeliana Elbit Systems per un contratto da 2 miliardi di sterline. Questa era una delle richieste chiave del gruppo.
Gli attivisti di Palestine Action sono stati arrestati proprio per le azioni dimostrative compiute negli anni contro gli stabilimenti in Gran Bretagna della azienda di armamenti israeliana Elbit Systems.
Per queste azioni e per il danneggiamento di due aerei militari della RAF in una base militare, la rete Palestine Action è stata messa fuorilegge come “terrorista” dalle autorità britanniche e i suoi membri più noti sono finiti in carcere ormai da mesi. Centinaia di persone scese in piazza in solidarietà con Palestine Action sono state arrestate.
Dopo quasi settanta giorni in cui si è cominciato a temere anche per la loro vita, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie C hanno concluso lo sciopero della fame.
Un motivo di più per ritenersi soddisfatti della manifestazioni svoltesi all’ambasciata di Roma e al consolato britannico di Milano.
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13/01/2026
Solidarietà agli attivisti di Palestine Action in sciopero della fame. Mercoledi presidio all’ambasciata britannica
Nelle carceri britanniche otto attivisti della rete Palestine Action sono in detenzione preventiva illegalmente. Tre di loro sono in sciopero della fame da più sessanta giorni e in pericolo di morte immediata. Le loro condizioni di salute sono critiche, irreversibili, ogni giorno può essere l’ultimo.
Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.
Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.
Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.
Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.
La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.
La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.
Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.
Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.
L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”.
Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”.
È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.
Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.
Fonte
Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.
Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.
Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.
Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.
La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.
La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.
Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.
Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.
L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”.
Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”.
È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.
Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.
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10/01/2026
Attivisti di Palestine Action in sciopero della fame in condizioni critiche
Tre attivisti legati al gruppo Palestine Action si trovano in condizioni di salute critiche dopo settimane di sciopero della fame contro la repressione britannica del movimento di solidarietà con i palestinesi. Le testimonianze di amici e familiari che hanno visitato i detenuti descrivono un quadro clinico devastante.
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
Fonte
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
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01/01/2026
Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame
Riportiamo la traduzione del comunicato stampa rilasciato lo scorso 26 dicembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In esso vengono riportate le dichiarazioni di un gruppo di esperti ONU al riguardo dei fatti che si stanno consumando nel Regno Unito in relazione alla repressione del movimento di solidarietà col popolo palestinese, e in relazione allo sciopero della fame cominciato ormai quasi due mesi fa dagli attivisti di Palestine Action imprigionati con accuse di terrorismo.
È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.
Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.
La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.
Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.
“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.
Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.
“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.
“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.
In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.
Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.
“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.
Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.
“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.
Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.
Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione;
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo;
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo;
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione;
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Fonte
È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.
Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.
La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.
Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.
*****
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.
“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.
Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.
“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.
“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.
In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.
Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.
“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.
Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.
“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.
Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.
Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione;
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo;
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo;
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione;
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Fonte
24/12/2025
Greta Thunberg arrestata a Londra per il sostegno a Palestine Action
Greta Thunberg è stata arrestata oggi a Londra, durante una protesta in sostegno dei detenuti di Palestine Action, di cui alcuni sono da oltre 50 giorni in sciopero della fame. L’attivista svedese teneva un cartello in cui c’era scritto “supporto i prigionieri di Palestine Action, mi oppongo al genocidio”, e tanto basta secondo la legge antiterrorismo britannica per arrestare una persona.
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
Fonte
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
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23/12/2025
Gran Bretagna - Altri due prigionieri in sciopero della fame ricoverati in ospedale
Altri due prigionieri britannici legati al gruppo di attivisti Palestine Action sono stati ricoverati in ospedale il 22 dicembre dopo settimane di sciopero della fame, aumentando l’allarme da parte di famiglie, medici e sostenitori secondo cui i detenuti rischiano la morte.
Amu Gib, 30 anni, detenuto presso l’HMP Bronzefield nel Surrey, è stato trasferito in ospedale dopo aver raggiunto il cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Kamran Ahmed, 28 anni, detenuto nel carcere di Pentonville a Londra, è stato ricoverato in ospedale all’inizio del 42° giorno dello sciopero.
I due sono tra gli otto prigionieri della rete Palestine Action – messa fuorilegge dal governo Starmer – ricoverati in ospedale da quando è iniziato lo sciopero della fame coordinato il 2 novembre, noto come il Balfour Day in quanto coincidente con il giorno della dichiarazione del governo britannico che ai primi del Novecento spianò la strada al progetto sionista in Palestina.
Il collettivo Prisoners for Palestine ha dichiarato che i detenuti stanno protestando contro quelle che descrivono come procedimenti penali politicamente motivati legati all’opposizione al sostegno del Regno Unito a Israele, nonostante l’opinione pubblica britannica sia fortemente schierata contro la politica israeliana dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023.
“Sono in custodia dello Stato, e qualsiasi danno che subiscono è una conseguenza deliberata della negligenza del governo e della politicizzazione della loro detenzione”, ha dichiarato il gruppo di sostegno allo sciopero della fame dei prigionieri.
Durante una conferenza stampa tenutasi a Londra il 18 dicembre scorso, il medico d’urgenza e docente dell’University College London, il dottor James Smith, ha avvertito che le condizioni dei detenuti erano gravemente peggiorate, affermando che “gli scioperanti della fame stanno morendo”, citando segnalazioni di monitoraggio medico di scarso standard all’interno delle carceri dove i detenuti necessitano di cure continue a livello ospedaliero.
Più di 200 membri della British Medical Association hanno lanciato allarme, mentre quasi 900 professionisti sanitari hanno firmato una lettera esortando il Segretario alla Giustizia David Lammy, il Segretario alla Salute Wes Streeting, i funzionari del NHS e le autorità carcerarie a intervenire immediatamente.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti, per lo più giovani tra i 20 e i 31 anni, affermano che sei sono ancora attivamente in sciopero della fame, mentre due sono stati costretti a sospendere a causa di gravi complicazioni mediche.
Diversi attivisti sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo, accusati di presunti effrazioni o danni penali commessi per conto di Palestine Action prima che il gruppo venisse reso illegale secondo la legislazione antiterrorismo del Regno Unito.
Le famiglie affermano che il personale carcerario ha trattato i detenuti come terroristi condannati nonostante il loro stato di custodia cautelare.
Fonte
Amu Gib, 30 anni, detenuto presso l’HMP Bronzefield nel Surrey, è stato trasferito in ospedale dopo aver raggiunto il cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Kamran Ahmed, 28 anni, detenuto nel carcere di Pentonville a Londra, è stato ricoverato in ospedale all’inizio del 42° giorno dello sciopero.
I due sono tra gli otto prigionieri della rete Palestine Action – messa fuorilegge dal governo Starmer – ricoverati in ospedale da quando è iniziato lo sciopero della fame coordinato il 2 novembre, noto come il Balfour Day in quanto coincidente con il giorno della dichiarazione del governo britannico che ai primi del Novecento spianò la strada al progetto sionista in Palestina.
Il collettivo Prisoners for Palestine ha dichiarato che i detenuti stanno protestando contro quelle che descrivono come procedimenti penali politicamente motivati legati all’opposizione al sostegno del Regno Unito a Israele, nonostante l’opinione pubblica britannica sia fortemente schierata contro la politica israeliana dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023.
“Sono in custodia dello Stato, e qualsiasi danno che subiscono è una conseguenza deliberata della negligenza del governo e della politicizzazione della loro detenzione”, ha dichiarato il gruppo di sostegno allo sciopero della fame dei prigionieri.
Durante una conferenza stampa tenutasi a Londra il 18 dicembre scorso, il medico d’urgenza e docente dell’University College London, il dottor James Smith, ha avvertito che le condizioni dei detenuti erano gravemente peggiorate, affermando che “gli scioperanti della fame stanno morendo”, citando segnalazioni di monitoraggio medico di scarso standard all’interno delle carceri dove i detenuti necessitano di cure continue a livello ospedaliero.
Più di 200 membri della British Medical Association hanno lanciato allarme, mentre quasi 900 professionisti sanitari hanno firmato una lettera esortando il Segretario alla Giustizia David Lammy, il Segretario alla Salute Wes Streeting, i funzionari del NHS e le autorità carcerarie a intervenire immediatamente.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti, per lo più giovani tra i 20 e i 31 anni, affermano che sei sono ancora attivamente in sciopero della fame, mentre due sono stati costretti a sospendere a causa di gravi complicazioni mediche.
Diversi attivisti sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo, accusati di presunti effrazioni o danni penali commessi per conto di Palestine Action prima che il gruppo venisse reso illegale secondo la legislazione antiterrorismo del Regno Unito.
Le famiglie affermano che il personale carcerario ha trattato i detenuti come terroristi condannati nonostante il loro stato di custodia cautelare.
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20/12/2025
La Gran Bretagna si “fascistizza”
Chi inneggia all’intifada adesso rischia l’arresto: lo ha annunciato la polizia inglese, la quale ha fatto sapere che alle manifestazioni per la Palestina gli slogan e i cartelli che incitano a una “intifada globale” saranno considerati come reati.
È una svolta che prende strumentalmente a pretesto la strage di Sidney, dove due pakistani islamici hanno ucciso 15 cittadini ebrei che celebravano la festa di Hanukkah, e l’assalto alla sinagoga di Manchester lo scorso 2 ottobre.
La campagna di criminalizzazione contro l’evocazione dell’Intifada globale non è però una particolarità britannica, ma è il tema di una recente operazione mediatica della propaganda israeliana, ripresa in diversi articoli pubblicati anche su giornali italiani filosionisti come Il Foglio e Il Giornale. Da giorni infatti la categoria di “Intifada globale” è diventata chiave di lettura e categoria da criminalizzare.
Come noto l’Intifada è il nome delle due rivolte popolari palestinesi contro l’occupazione israeliana alla fine degli anni ‘80 e poi nel 2000, ma l’appello a “globalizzare l’intifada” rilanciato in molte manifestazioni viene ora letto strumentalmente e assurdamente come un incitamento alla violenza generalizzata contro gli ebrei nel mondo.
I capi di Scotland Yard di Londra e Manchester hanno pubblicato un comunicato congiunto in cui affermano che “le parole e gli slogan usati, specialmente durante le manifestazioni, contano e hanno conseguenze nel mondo reale”.
La Gran Bretagna, insieme alla Germania, si conferma così come il paese europeo in cui la repressione della libertà di espressione e la criminalizzazione delle manifestazioni per la Palestina è più feroce.
Gli attivisti di Palestine Action, messa fuorilegge, stanno conducendo da giorni uno sciopero della fame nelle carceri in cui sono stati rinchiusi dal governo che ha anche arrestato nelle strade centinaia di attivisti solidali con i prigionieri e il movimento Palestine Action.
La fascistizzazione delle “democrazie europee” procede a passo spedito, per la gioia dei sionisti e del loro amico Netanyahu.
Fonte
È una svolta che prende strumentalmente a pretesto la strage di Sidney, dove due pakistani islamici hanno ucciso 15 cittadini ebrei che celebravano la festa di Hanukkah, e l’assalto alla sinagoga di Manchester lo scorso 2 ottobre.
La campagna di criminalizzazione contro l’evocazione dell’Intifada globale non è però una particolarità britannica, ma è il tema di una recente operazione mediatica della propaganda israeliana, ripresa in diversi articoli pubblicati anche su giornali italiani filosionisti come Il Foglio e Il Giornale. Da giorni infatti la categoria di “Intifada globale” è diventata chiave di lettura e categoria da criminalizzare.
Come noto l’Intifada è il nome delle due rivolte popolari palestinesi contro l’occupazione israeliana alla fine degli anni ‘80 e poi nel 2000, ma l’appello a “globalizzare l’intifada” rilanciato in molte manifestazioni viene ora letto strumentalmente e assurdamente come un incitamento alla violenza generalizzata contro gli ebrei nel mondo.
I capi di Scotland Yard di Londra e Manchester hanno pubblicato un comunicato congiunto in cui affermano che “le parole e gli slogan usati, specialmente durante le manifestazioni, contano e hanno conseguenze nel mondo reale”.
La Gran Bretagna, insieme alla Germania, si conferma così come il paese europeo in cui la repressione della libertà di espressione e la criminalizzazione delle manifestazioni per la Palestina è più feroce.
Gli attivisti di Palestine Action, messa fuorilegge, stanno conducendo da giorni uno sciopero della fame nelle carceri in cui sono stati rinchiusi dal governo che ha anche arrestato nelle strade centinaia di attivisti solidali con i prigionieri e il movimento Palestine Action.
La fascistizzazione delle “democrazie europee” procede a passo spedito, per la gioia dei sionisti e del loro amico Netanyahu.
Fonte
19/12/2025
Londra. Condizioni critiche per i detenuti di Palestine Action, ma il governo li ignora
Nelle carceri britanniche continua lo sciopero della fame di otto attivisti del gruppo Palestine Action, definito come la maggiore iniziativa del genere nel Regno Unito da oltre quarant’anni, ovvero dalla protesta di inizio anni Ottanta dei prigionieri politici irlandesi, tra cui Bobby Sanders, che sfidarono il governo Thatcher e in dieci furono lasciati a morire.
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
Fonte
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
Fonte
11/12/2025
Palestine Action in sciopero della fame. Proteste per la mancata copertura della BBC
Martedì 9 dicembre un gruppo di manifestanti si è radunato sotto la sede londinese della BBC per denunciare quello che definiscono un “blackout informativo” riguardo alla protesta in corso nelle carceri del Regno Unito. Al centro della manifestazione, la richiesta di rompere il silenzio sulla condizione degli attivisti legati al gruppo Palestine Action, attualmente impegnati in un drastico sciopero della fame.
Sono otto i prigionieri che hanno deciso di astenersi dal cibo. La decisione è scaturita dopo che il Ministro degli Interni britannico, Shabana Mahmood, non ha fornito alcuna risposta a una lettera formale in cui i detenuti esponevano le loro richieste relative alle condizioni di trattamento carcerario.
La situazione sanitaria sta rapidamente precipitando. Secondo le ultime notizie, cinque degli scioperanti sono già stati ricoverati in ospedale a causa del deterioramento delle loro condizioni fisiche. Tra questi figura Kamran Ahmed, il quale è stato ospedalizzato già due volte. La famiglia di Ahmed ha riferito un quadro clinico preoccupante, parlando di vertigini progressive, oppressione toracica e incapacità di mantenere l’equilibrio in posizione eretta.
La BBC è finita al centro delle polemiche per la scarsa copertura riservata alla vicenda. I sostenitori dei detenuti sottolineano la gravità dell’evento, descrivendo l’iniziativa dei detenuti come il più significativo sciopero della fame di prigionieri nel Regno Unito dal 1981, anno della storica protesta irlandese guidata da Bobby Sands.
Mentre l’emittente pubblica non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle accuse di scarsa copertura, le famiglie e gli amici stretti dei detenuti lanciano l’allarme. Oltre al rapido declino della salute dei prigionieri, i familiari denunciano una presunta negligenza da parte delle équipe mediche penitenziarie, accusate di non fornire l’assistenza adeguata in una situazione sempre più critica.
Fonte
Sono otto i prigionieri che hanno deciso di astenersi dal cibo. La decisione è scaturita dopo che il Ministro degli Interni britannico, Shabana Mahmood, non ha fornito alcuna risposta a una lettera formale in cui i detenuti esponevano le loro richieste relative alle condizioni di trattamento carcerario.
La situazione sanitaria sta rapidamente precipitando. Secondo le ultime notizie, cinque degli scioperanti sono già stati ricoverati in ospedale a causa del deterioramento delle loro condizioni fisiche. Tra questi figura Kamran Ahmed, il quale è stato ospedalizzato già due volte. La famiglia di Ahmed ha riferito un quadro clinico preoccupante, parlando di vertigini progressive, oppressione toracica e incapacità di mantenere l’equilibrio in posizione eretta.
La BBC è finita al centro delle polemiche per la scarsa copertura riservata alla vicenda. I sostenitori dei detenuti sottolineano la gravità dell’evento, descrivendo l’iniziativa dei detenuti come il più significativo sciopero della fame di prigionieri nel Regno Unito dal 1981, anno della storica protesta irlandese guidata da Bobby Sands.
Mentre l’emittente pubblica non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle accuse di scarsa copertura, le famiglie e gli amici stretti dei detenuti lanciano l’allarme. Oltre al rapido declino della salute dei prigionieri, i familiari denunciano una presunta negligenza da parte delle équipe mediche penitenziarie, accusate di non fornire l’assistenza adeguata in una situazione sempre più critica.
Fonte
16/10/2025
La repressione britannica sulla Palestina messa sotto accusa dal Consiglio d’Europa
Che ci sia un’ondata repressiva senza precedenti nel Regno Unito, per cancellare il dissenso verso la complicità del governo Starmer con la politica genocidiaria di Israele, è chiaro a tutti ed è stato evidenziato anche dal nostro giornale. Da qualche settimana, in realtà, ad aver sollevato l’allarme sulle centinaia di arresti è stato anche Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa.
Il salto di qualità nelle intimidazioni di Downing Street si è avuta questa estate, quando la rete di attivisti Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da allora, chiunque abbia anche solo esposto un cartello con il quale condannava la messa al bando di quella realtà, in virtù della normativa britannica, è stato sistematicamente arrestato dalla polizia.
La misura della crisi democratica innescata da questa pesante limitazione dell’espressione del dissenso è plasticamente mostrata da presidi in cui i manifestanti sono stati arrestati a centinaia. E tutto ciò non è passato inosservato nemmeno a un organo che di certo non può essere tacciato di essere un braccio di quelle ‘autocrazie’ che tanto spesso alle ‘democrature’ occidentali piace stigmatizzare.
O’Flaherty ha infatti inviato una lettera ufficiale alla ministra dell’Interno di Londra, Shabana Mahmood, sentondosi in dovere di aggiungere qualche specifica alle indicazioni date dopo una precedente visita svoltasi a inizio luglio. Proprio la proscrizione di Palestine Action, “che è stata criticata da esperti ONU e dall’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU” ricorda il suo omologo del Consiglio d’Europa, ha fatto precipitare la situazione.
Il funzionario europeo sottolinea anche che “la legislazione nazionale volta a contrastare il ‘terrorismo’ o l'‘estremismo violento’ non deve imporre alcuna limitazione ai diritti e alle libertà fondamentali, incluso il diritto alla libertà di riunione pacifica, che non sia strettamente necessaria per la tutela della sicurezza nazionale e dei diritti e delle libertà altrui”, cosa che invece è avvenuta in maniera sistematica in Gran Bretagna.
Ma c’è di più. O’Flaherty pone sotto osservazione l’intero apparato legislativo britannico riguardante le proteste, dato che solleva domande in relazione alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. “L’adozione del Police Crime, Sentencing and Courts Act 2022 e del Public Order Act 2023 – scrive nella lettera – continua a consentire alle autorità di imporre limiti eccessivi alla libertà di riunione e di espressione, con il rischio di forme eccessive di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine”.
Il Commissario del Consiglio d’Europa chiede, dunque, che Londra proceda a una “revisione completa della conformità dell’attuale legislazione sulla sorveglianza delle proteste con gli obblighi del Regno Unito in materia di diritti umani”. Questa lettera è stata inviata lo scorso 23 settembre, ma da allora la ministra britannica Mahmood non solo non ha fatto nulla, ma ha persino annunciato il peggioramento di tale quadro normativo.
Infatti, pochi giorni fa, la responsabile dell’Interno ha espresso la volontà di imporre nuove restrizioni alle proteste, attraverso le quali la polizia potrà imporre agli attivisti di modificare il luogo di una manifestazione se la frequenza di particolari proteste in particolari luoghi abbia portato a disordini.
Se per disordini si intende l’arresto in massa di persone pacificamente sedute per terra, che tengono un cartello opponendosi alla messa al bando di Palestine Action, si capisce come questo tipo di provvedimento avrà un effetto liberticida sul diritto a manifestare. In pratica, ogni luogo sensibile e di governo diventerebbe proibito al dissenso. Con buona pace di chi si fa difensore della putrescente ‘democrazia’ occidentale.
Fonte
Il salto di qualità nelle intimidazioni di Downing Street si è avuta questa estate, quando la rete di attivisti Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche. Da allora, chiunque abbia anche solo esposto un cartello con il quale condannava la messa al bando di quella realtà, in virtù della normativa britannica, è stato sistematicamente arrestato dalla polizia.
La misura della crisi democratica innescata da questa pesante limitazione dell’espressione del dissenso è plasticamente mostrata da presidi in cui i manifestanti sono stati arrestati a centinaia. E tutto ciò non è passato inosservato nemmeno a un organo che di certo non può essere tacciato di essere un braccio di quelle ‘autocrazie’ che tanto spesso alle ‘democrature’ occidentali piace stigmatizzare.
O’Flaherty ha infatti inviato una lettera ufficiale alla ministra dell’Interno di Londra, Shabana Mahmood, sentondosi in dovere di aggiungere qualche specifica alle indicazioni date dopo una precedente visita svoltasi a inizio luglio. Proprio la proscrizione di Palestine Action, “che è stata criticata da esperti ONU e dall’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU” ricorda il suo omologo del Consiglio d’Europa, ha fatto precipitare la situazione.
Il funzionario europeo sottolinea anche che “la legislazione nazionale volta a contrastare il ‘terrorismo’ o l'‘estremismo violento’ non deve imporre alcuna limitazione ai diritti e alle libertà fondamentali, incluso il diritto alla libertà di riunione pacifica, che non sia strettamente necessaria per la tutela della sicurezza nazionale e dei diritti e delle libertà altrui”, cosa che invece è avvenuta in maniera sistematica in Gran Bretagna.
Ma c’è di più. O’Flaherty pone sotto osservazione l’intero apparato legislativo britannico riguardante le proteste, dato che solleva domande in relazione alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. “L’adozione del Police Crime, Sentencing and Courts Act 2022 e del Public Order Act 2023 – scrive nella lettera – continua a consentire alle autorità di imporre limiti eccessivi alla libertà di riunione e di espressione, con il rischio di forme eccessive di sorveglianza da parte delle forze dell’ordine”.
Il Commissario del Consiglio d’Europa chiede, dunque, che Londra proceda a una “revisione completa della conformità dell’attuale legislazione sulla sorveglianza delle proteste con gli obblighi del Regno Unito in materia di diritti umani”. Questa lettera è stata inviata lo scorso 23 settembre, ma da allora la ministra britannica Mahmood non solo non ha fatto nulla, ma ha persino annunciato il peggioramento di tale quadro normativo.
Infatti, pochi giorni fa, la responsabile dell’Interno ha espresso la volontà di imporre nuove restrizioni alle proteste, attraverso le quali la polizia potrà imporre agli attivisti di modificare il luogo di una manifestazione se la frequenza di particolari proteste in particolari luoghi abbia portato a disordini.
Se per disordini si intende l’arresto in massa di persone pacificamente sedute per terra, che tengono un cartello opponendosi alla messa al bando di Palestine Action, si capisce come questo tipo di provvedimento avrà un effetto liberticida sul diritto a manifestare. In pratica, ogni luogo sensibile e di governo diventerebbe proibito al dissenso. Con buona pace di chi si fa difensore della putrescente ‘democrazia’ occidentale.
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05/09/2025
Gran Bretagna - Raid dell’antiterrorismo contro i solidali con Palestine Action
Il 2 settembre, all’alba, la polizia britannica ha fatto irruzione nelle case di cinque membri di Defend Our Juries (DOJ), arrestando le cinque persone. Nei film siamo abituati a vedere trattamenti del genere per pericolosi boss mafiosi o terroristi, e difatti l’operazione è stata svolta dall’antiterrorismo, ma nei confronti di un’organizzione che si occupa di denunciare le violazioni della libertà di parola.
Non è la prima volta che attivisti della DOJ vengono bersagliati da misure di repressione, dato che si sono mossi massicciamente per difendere Palestine Action, rete di sostegno alla causa del popolo palestinese che è stata dichiarata organizzazione terroristica da Londra. Ciò ha reso chiunque anche solo solidarizzi con Palestine Action perseguibile come un pericolo per la sicurezza nazionale.
Gli arresti sono avvenuti poche ore prima rispetto a quando DOJ avrebbe dovuto annunciare in una conferenza stampa i dettagli di una mobilitazione di massa da lanciare a breve a Londra. Il fatto che l’antiterrorismo sia andato a prelevare gli attivisti a casa è ancora peggiore se si considera che l’operazione voleva avere lo scopo evidente di intimidere e scoraggiare proprio la protesta promossa da DOJ.
La conferenza stampa è stata dunque rimandata a mercoledì. DOJ ha fatto sapere che gli arrestati sono dei “portavoce chiave” del movimento. Alcune fonti hanno affermato che lo studente di giurisprudenza Paddy Friend è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act del 2000 per aver ospitato una videochiamata Zoom con i membri della campagna di solidarietà, riporta The Cradle.
Anche Amnesty International ha condannato le irruzioni nelle case degli attivisti, le quali sono state definite una violazione del diritto internazionale. Kerry Moscogiuri, alla guida delle iniziative di Amnesty International UK, ha affermato che le proteste pacifiche come quelle promosse da DOJ sono protette dalle convenzioni sui diritti umani.
La manifestazione, che doveva tenersi sabato, è stata confermata, e si prevede la partecipazione di almeno 1.500 persone. DOJ ha detto che, questa volta, la mobilitazione non avrà limiti di tempo, ed è abbastanza facile attendersi che la polizia eseguirà vari altri arresti, come è già successo in precedenti piazze per centinaia di attivisti.
Infatti, anche se Palestine Action potrà discutere il proprio caso di fronte all’Alta Corte nel prossimo novembre, il giudice che si occupa del caso ha rifiutato di sospendere momentaneamente la messa al bando dell’organizzazione. Nel frattempo, il governo ‘di sinistra’ di Starmer si mostra accondiscendente verso le violenze razziste che stanno attraversando la Gran Bretagna.
Già l’anno scorso il Regno Unito era stato attraversato da mobilitazioni contro i migranti. Questa estate sono continuate, in particolare davanti ad alberghi e pensioni dove vengono alloggiati i migranti in attesa che le loro richieste d’asilo vengono passate al vaglio. Il caso del Bell Hotel, in Epping, Sussex, è diventato il catalizzatore di queste proteste, spesso organizzate da formazioni di estrema destra.
Starmer, invece di combattere l’ondata razzista, ha affermato di capire perfettamente i dimostranti. “La maggior parte della gente del posto non vuole questi hotel nelle loro città, nei loro luoghi, e nemmeno io. Sono completamente d’accordo con loro su questo”, ha aggiunto, prima di ripromettere, come aveva già fatto in passato, di voler chiudere ogni singolo istituto di accoglienza.
Mentre la retorica antimigranti viene assecondata e fomentata, il governo britannico etichetta come terrorista un’organizzazione che si batte per interrompere la catena di complicità del proprio paese nel genocidio dei palestinesi, e va ad arrestare nelle loro case gli attivisti che protestano contro questa escalation repressiva. Questa è lo stato di putrefazione che ha raggiunto la democrazia occidentale.
Fonte
Non è la prima volta che attivisti della DOJ vengono bersagliati da misure di repressione, dato che si sono mossi massicciamente per difendere Palestine Action, rete di sostegno alla causa del popolo palestinese che è stata dichiarata organizzazione terroristica da Londra. Ciò ha reso chiunque anche solo solidarizzi con Palestine Action perseguibile come un pericolo per la sicurezza nazionale.
Gli arresti sono avvenuti poche ore prima rispetto a quando DOJ avrebbe dovuto annunciare in una conferenza stampa i dettagli di una mobilitazione di massa da lanciare a breve a Londra. Il fatto che l’antiterrorismo sia andato a prelevare gli attivisti a casa è ancora peggiore se si considera che l’operazione voleva avere lo scopo evidente di intimidere e scoraggiare proprio la protesta promossa da DOJ.
La conferenza stampa è stata dunque rimandata a mercoledì. DOJ ha fatto sapere che gli arrestati sono dei “portavoce chiave” del movimento. Alcune fonti hanno affermato che lo studente di giurisprudenza Paddy Friend è stato arrestato ai sensi dell’articolo 12 del Terrorism Act del 2000 per aver ospitato una videochiamata Zoom con i membri della campagna di solidarietà, riporta The Cradle.
Anche Amnesty International ha condannato le irruzioni nelle case degli attivisti, le quali sono state definite una violazione del diritto internazionale. Kerry Moscogiuri, alla guida delle iniziative di Amnesty International UK, ha affermato che le proteste pacifiche come quelle promosse da DOJ sono protette dalle convenzioni sui diritti umani.
La manifestazione, che doveva tenersi sabato, è stata confermata, e si prevede la partecipazione di almeno 1.500 persone. DOJ ha detto che, questa volta, la mobilitazione non avrà limiti di tempo, ed è abbastanza facile attendersi che la polizia eseguirà vari altri arresti, come è già successo in precedenti piazze per centinaia di attivisti.
Infatti, anche se Palestine Action potrà discutere il proprio caso di fronte all’Alta Corte nel prossimo novembre, il giudice che si occupa del caso ha rifiutato di sospendere momentaneamente la messa al bando dell’organizzazione. Nel frattempo, il governo ‘di sinistra’ di Starmer si mostra accondiscendente verso le violenze razziste che stanno attraversando la Gran Bretagna.
Già l’anno scorso il Regno Unito era stato attraversato da mobilitazioni contro i migranti. Questa estate sono continuate, in particolare davanti ad alberghi e pensioni dove vengono alloggiati i migranti in attesa che le loro richieste d’asilo vengono passate al vaglio. Il caso del Bell Hotel, in Epping, Sussex, è diventato il catalizzatore di queste proteste, spesso organizzate da formazioni di estrema destra.
Starmer, invece di combattere l’ondata razzista, ha affermato di capire perfettamente i dimostranti. “La maggior parte della gente del posto non vuole questi hotel nelle loro città, nei loro luoghi, e nemmeno io. Sono completamente d’accordo con loro su questo”, ha aggiunto, prima di ripromettere, come aveva già fatto in passato, di voler chiudere ogni singolo istituto di accoglienza.
Mentre la retorica antimigranti viene assecondata e fomentata, il governo britannico etichetta come terrorista un’organizzazione che si batte per interrompere la catena di complicità del proprio paese nel genocidio dei palestinesi, e va ad arrestare nelle loro case gli attivisti che protestano contro questa escalation repressiva. Questa è lo stato di putrefazione che ha raggiunto la democrazia occidentale.
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20/07/2025
Regno Unito - Altri cento arresti tra i solidali con Palestine Action
Sabato è stata un’altra giornata di proteste nel Regno Unito, con piazze schierate a fianco della resistenza palestinese come da quasi due anni a questa parte. Ieri, però, la repressione britannica ha raggiunto livelli molto preoccupanti nei confronti dei manifestanti che protestavano contro la messa al bando della rete Palestine Action.
L’organizzazione è stata dichiarata illegale ai sensi del Terrorism Act del 2000 lo scorso 5 luglio, dopo che qualche giorno prima dei suoi attivisti erano entrati nella base area di Brize Norton, vicino Oxford, per imbrattare due velivoli con della vernice causando danni, dicono le autorità, per circa 7 milioni di sterline.
Nonostante i vari appelli sostenuti da importanti figure pubbliche del Regno Unito, alla fine il governo Starmer ha proceduto a dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica, obbligandone la messa al bando. Ora, l’appartenenza ad essa o anche il semplice sostegno comportano accuse che si traducono in pene fino a 14 anni di reclusione.
Questo non ha spaventato i solidali con la Palestina e con la rete di attivisti, che hanno continuato a scendere in piazza criticando questo atto repressivo, considerato un grave colpo alla libertà di parola. La scorsa settimana, già 41 manifestanti sono stati arrestati di fronte al Parlamento britannico, ma ieri l’attività di polizia ha fatto un ulteriore salto di qualità.
Sabato varie piazze sono state chiamate per denunciare ancora una volta il genocidio in Palestina, il sostegno di Londra a Tel Aviv, e la messa al bando di Palestine Action. I manifestanti si sono radunati non solo di fronte a Westminster, ma anche a Manchester, Edimburgo, Bristol e Truro, portando con sé dei semplici cartelli.
Stando ai dati per ora diffusi dalla polizia e da Defend Our Juries, un’altra organizzazione che si occupa di denunciare le violazioni della libertà di parola, le forze dell’ordine avrebbero arrestato ben 97 attivisti. In sostanza, il doppio delle persone tratte in custodia nel corso di tutto il mese. Poiché anche indossare un semplice gadget di Palestine Action può comportare sei mesi di reclusione, è facile capire come si sia avuta questa escalation repressiva.
Mentre venerdì i 4 appartenenti all’organizzazione arrestati per i fatti di Brize Norton sono comparsi in un’udienza preliminare, che ha confermato il processo e il suo inizio nel gennaio 2027, Huda Ammori, co-fondatrice di Palestine Action, domani parteciperà a un’altra udienza, presso l’Alta Corte di Giustizia di Londra, per ottenere l’autorizzazione a presentare una revisione della messa al bando. La vicenda sembra destinata a continuare, nelle aule giudiziarie così come nelle strade.
Fonte
L’organizzazione è stata dichiarata illegale ai sensi del Terrorism Act del 2000 lo scorso 5 luglio, dopo che qualche giorno prima dei suoi attivisti erano entrati nella base area di Brize Norton, vicino Oxford, per imbrattare due velivoli con della vernice causando danni, dicono le autorità, per circa 7 milioni di sterline.
Nonostante i vari appelli sostenuti da importanti figure pubbliche del Regno Unito, alla fine il governo Starmer ha proceduto a dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica, obbligandone la messa al bando. Ora, l’appartenenza ad essa o anche il semplice sostegno comportano accuse che si traducono in pene fino a 14 anni di reclusione.
Questo non ha spaventato i solidali con la Palestina e con la rete di attivisti, che hanno continuato a scendere in piazza criticando questo atto repressivo, considerato un grave colpo alla libertà di parola. La scorsa settimana, già 41 manifestanti sono stati arrestati di fronte al Parlamento britannico, ma ieri l’attività di polizia ha fatto un ulteriore salto di qualità.
Sabato varie piazze sono state chiamate per denunciare ancora una volta il genocidio in Palestina, il sostegno di Londra a Tel Aviv, e la messa al bando di Palestine Action. I manifestanti si sono radunati non solo di fronte a Westminster, ma anche a Manchester, Edimburgo, Bristol e Truro, portando con sé dei semplici cartelli.
Stando ai dati per ora diffusi dalla polizia e da Defend Our Juries, un’altra organizzazione che si occupa di denunciare le violazioni della libertà di parola, le forze dell’ordine avrebbero arrestato ben 97 attivisti. In sostanza, il doppio delle persone tratte in custodia nel corso di tutto il mese. Poiché anche indossare un semplice gadget di Palestine Action può comportare sei mesi di reclusione, è facile capire come si sia avuta questa escalation repressiva.
Mentre venerdì i 4 appartenenti all’organizzazione arrestati per i fatti di Brize Norton sono comparsi in un’udienza preliminare, che ha confermato il processo e il suo inizio nel gennaio 2027, Huda Ammori, co-fondatrice di Palestine Action, domani parteciperà a un’altra udienza, presso l’Alta Corte di Giustizia di Londra, per ottenere l’autorizzazione a presentare una revisione della messa al bando. La vicenda sembra destinata a continuare, nelle aule giudiziarie così come nelle strade.
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14/07/2025
Gran Bretagna - Arrestati 41 sostenitori di Palestine Action
La polizia britannica ha arrestato a Londra 41 attivisti di Palestine Action, che stavano manifestando fuori dal Parlamento.
Il gruppo di attivisti solidali con il popolo palestinese è stato definito dalle autorità lo scorso 2 luglio come “organizzazione terroristica nel Regno Unito”, dopo che alcuni militanti avevano fatto irruzione in una base della Royal Air Force danneggiando degli aerei per protestare contro il sostegno del Regno Unito a Israele. “Gli agenti hanno effettuato 41 arresti per aver mostrato sostegno a un’organizzazione vietata. Una persona è stata arrestata per aggressione”, ha dichiarato la Polizia metropolitana di Londra in un comunicato.
Palestine Action è stata fondata nel 2020 dopo che gli attivisti hanno fatto irruzione e hanno dipinto con vernice spray la sede londinese della più grande azienda di armi israeliana, Elbit Systems.
La sua rete di attivisti ha successivamente utilizzato tattiche, tra cui l’azione diretta, per colpire quelli che dice essere i “facilitatori aziendali del complesso militare-industriale israeliano”, spesso irrompendo negli uffici e nelle fabbriche per verniciare con vernice spray o danneggiare attrezzature che dicono siano utilizzate per commettere crimini di guerra nella Palestina occupata.
Elbit Systems è l’obiettivo principale del gruppo, spingendo diverse aziende a recidere i legami con l’appaltatore della difesa e facendo perdere miliardi in contratti annullati e disinvestimenti, secondo Palestine Action.
La banca Barclays che possedeva 16.000 azioni di Elbit Systems, ha disinvestito in ottobre, mentre il Ministero della Difesa del Regno Unito ha annullato contratti per 280 milioni di sterline con la società israeliana.
Molti attivisti di Palestine Action finiti a processo sono stati assolti dalle giurie sulla base di “difesa di necessità”, vale a dire che il danno alla proprietà era giustificato in quanto era inteso a prevenire le morti.
Ma queste sentenze sono state state sistematicamente ignorante dal governo britannico, utilizzando una legislazione anti-protesta che ha ampliato i poteri della polizia per reprimere le manifestazioni pacifiche e imporre condanne per gli attivisti giudicati colpevoli.
Ciò è culminato con l’uso senza precedenti di accuse di terrorismo contro un gruppo di attivisti di Palestine Action con un procedimento noto come Filton 18.
Un anno fa sei attivisti di Palestine Action hanno guidato un furgone modificato nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit System a Filton, Bristol. Gli attivisti hanno smantellato le armi, compresi i modelli di droni quadricotteri schierati da Israele nella sua guerra contro Gaza, causando danni per 1 milione di sterline (1,24 milioni di dollari).
Fonte
Il gruppo di attivisti solidali con il popolo palestinese è stato definito dalle autorità lo scorso 2 luglio come “organizzazione terroristica nel Regno Unito”, dopo che alcuni militanti avevano fatto irruzione in una base della Royal Air Force danneggiando degli aerei per protestare contro il sostegno del Regno Unito a Israele. “Gli agenti hanno effettuato 41 arresti per aver mostrato sostegno a un’organizzazione vietata. Una persona è stata arrestata per aggressione”, ha dichiarato la Polizia metropolitana di Londra in un comunicato.
Palestine Action è stata fondata nel 2020 dopo che gli attivisti hanno fatto irruzione e hanno dipinto con vernice spray la sede londinese della più grande azienda di armi israeliana, Elbit Systems.
La sua rete di attivisti ha successivamente utilizzato tattiche, tra cui l’azione diretta, per colpire quelli che dice essere i “facilitatori aziendali del complesso militare-industriale israeliano”, spesso irrompendo negli uffici e nelle fabbriche per verniciare con vernice spray o danneggiare attrezzature che dicono siano utilizzate per commettere crimini di guerra nella Palestina occupata.
Elbit Systems è l’obiettivo principale del gruppo, spingendo diverse aziende a recidere i legami con l’appaltatore della difesa e facendo perdere miliardi in contratti annullati e disinvestimenti, secondo Palestine Action.
La banca Barclays che possedeva 16.000 azioni di Elbit Systems, ha disinvestito in ottobre, mentre il Ministero della Difesa del Regno Unito ha annullato contratti per 280 milioni di sterline con la società israeliana.
Molti attivisti di Palestine Action finiti a processo sono stati assolti dalle giurie sulla base di “difesa di necessità”, vale a dire che il danno alla proprietà era giustificato in quanto era inteso a prevenire le morti.
Ma queste sentenze sono state state sistematicamente ignorante dal governo britannico, utilizzando una legislazione anti-protesta che ha ampliato i poteri della polizia per reprimere le manifestazioni pacifiche e imporre condanne per gli attivisti giudicati colpevoli.
Ciò è culminato con l’uso senza precedenti di accuse di terrorismo contro un gruppo di attivisti di Palestine Action con un procedimento noto come Filton 18.
Un anno fa sei attivisti di Palestine Action hanno guidato un furgone modificato nel centro di ricerca e sviluppo di Elbit System a Filton, Bristol. Gli attivisti hanno smantellato le armi, compresi i modelli di droni quadricotteri schierati da Israele nella sua guerra contro Gaza, causando danni per 1 milione di sterline (1,24 milioni di dollari).
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