Sono detenuti in Libia ormai da 13 giorni, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie.
Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, secondo quanto riportato, era stato precedentemente concordato con le autorità locali.
Tra loro ci sono medici, giornalisti, attivisti e attiviste impegnate in una missione umanitaria. Due di loro, Dina Alberizia e Domenico Centrone, sono italiani.
La loro detenzione è stata prorogata ancora.
Secondo il diritto internazionale si tratta di detenzione arbitraria. Alcune delle persone fermate hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere accesso legale, contatti con le famiglie e informazioni certe sulla propria situazione. Lo stato psicologico e di salute è in rapido deterioramento.
Nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dell’informazione.
“Chiediamo ai governi coinvolti, compreso quello italiano, di pretendere accesso consolare immediato e il rilascio delle persone detenute” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla.
Gli attivisti del Sumud Convoy detenuti illegalmente sono al sesto giorno di sciopero della fame e della sete (senza cibo né acqua) e le loro condizioni sono preoccupanti.
Da lunedì, i dieci attivisti detenuti a Bengasi stanno rifiutando il cibo, e molte anche l’acqua, per protestare contro una detenzione illegale prolungata, i maltrattamenti e il fatto di non avere accesso a un avvocato. Alcune sono state costrette a interrompere lo sciopero, ma molte continuano nonostante il peggioramento delle loro condizioni di salute.
Le loro vite sono in pericolo. Non hanno ricevuto alcuna assistenza medica e vengono trattenute in “black sites”, luoghi di detenzione segreti o sconosciuti.
“Chiediamo il loro rilascio immediato e abbiamo bisogno che vi mobilitiate subito” – scrive in un appello la Global Sumud Flotilla – “Chiamate. Pubblicate. Fate pressione sulle autorità.
Condividete questo aggiornamento il più possibile”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026
Libia - Ancora detenuti gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame
15/01/2026
Sospeso lo sciopero della fame degli attivisti detenuti di Palestine Action
Nella giornata in cui in diverse città europee (Londra, Roma, Milano, Barcellona, L’Aja) si sono tenute manifestazioni di solidarietà con gli “hunger strikes”, i detenuti di Palestine Action hanno deciso di sospendere lo sciopero della fame in corso da 70 giorni nelle carceri britanniche in cui sono detenuti.
Tra le motivazioni che hanno portato alla scelta di sospendere l’estrema protesta, c’è la notizia che il governo britannico ha rifiutato l’offerta della israeliana Elbit Systems per un contratto da 2 miliardi di sterline. Questa era una delle richieste chiave del gruppo.
Gli attivisti di Palestine Action sono stati arrestati proprio per le azioni dimostrative compiute negli anni contro gli stabilimenti in Gran Bretagna della azienda di armamenti israeliana Elbit Systems.
Per queste azioni e per il danneggiamento di due aerei militari della RAF in una base militare, la rete Palestine Action è stata messa fuorilegge come “terrorista” dalle autorità britanniche e i suoi membri più noti sono finiti in carcere ormai da mesi. Centinaia di persone scese in piazza in solidarietà con Palestine Action sono state arrestate.
Dopo quasi settanta giorni in cui si è cominciato a temere anche per la loro vita, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie C hanno concluso lo sciopero della fame.
Un motivo di più per ritenersi soddisfatti della manifestazioni svoltesi all’ambasciata di Roma e al consolato britannico di Milano.
Fonte
Tra le motivazioni che hanno portato alla scelta di sospendere l’estrema protesta, c’è la notizia che il governo britannico ha rifiutato l’offerta della israeliana Elbit Systems per un contratto da 2 miliardi di sterline. Questa era una delle richieste chiave del gruppo.
Gli attivisti di Palestine Action sono stati arrestati proprio per le azioni dimostrative compiute negli anni contro gli stabilimenti in Gran Bretagna della azienda di armamenti israeliana Elbit Systems.
Per queste azioni e per il danneggiamento di due aerei militari della RAF in una base militare, la rete Palestine Action è stata messa fuorilegge come “terrorista” dalle autorità britanniche e i suoi membri più noti sono finiti in carcere ormai da mesi. Centinaia di persone scese in piazza in solidarietà con Palestine Action sono state arrestate.
Dopo quasi settanta giorni in cui si è cominciato a temere anche per la loro vita, Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie C hanno concluso lo sciopero della fame.
Un motivo di più per ritenersi soddisfatti della manifestazioni svoltesi all’ambasciata di Roma e al consolato britannico di Milano.
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13/01/2026
Solidarietà agli attivisti di Palestine Action in sciopero della fame. Mercoledi presidio all’ambasciata britannica
Nelle carceri britanniche otto attivisti della rete Palestine Action sono in detenzione preventiva illegalmente. Tre di loro sono in sciopero della fame da più sessanta giorni e in pericolo di morte immediata. Le loro condizioni di salute sono critiche, irreversibili, ogni giorno può essere l’ultimo.
Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.
Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.
Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.
Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.
La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.
La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.
Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.
Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.
L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”.
Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”.
È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.
Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.
Fonte
Lo Stato britannico si sta assumendo consapevolmente la responsabilità politica e materiale di ciò che potrebbe accadere.
Si tratta di Heba Muraisi, 31 anni, Lewie Chiaramello 23 anni, Kamran Ahmed, 28 anni, tutti in carcere da novembre 2024. Il processo inizierà non prima di giugno 2026.
Questa settimana in molte capitali europee si manifesterà a sostegno di questi detenuti politici e per rivendicare la piena legittimità della solidarietà con il popolo palestinese.
Anche a Roma mercoledì 14 gennaio si terrà un presidio davanti all’Ambasciata britannica (Porta Pia, ore 18:30), per esprimere solidarietà agli attivisti in sciopero della fame e denunciare le responsabilità dirette dello Stato che quell’ambasciata rappresenta.
La Gran Bretagna è storicamente complice di Israele da molti punti di vista, da quello militare a quello politico. Una complicità confermatasi anche in questi due anni di genocidio contro i palestinesi a Gaza.
La repressione contro Palestine Action, che viene accusata addirittura di terrorismo per alcune azioni dimostrative e senza sangue, è la prosecuzione diretta di questa complicità.
Decine di accademici e intellettuali di fama hanno firmato una lettera a sostegno degli attivisti di Palestine Action imprigionati nelle carceri britanniche e da più di due mesi in sciopero della fame. L’intellettuale di sinistra Tariq Ali, la filosofa Judith Butler, la scrittrice Naomi Klein, l’attivista Greta Thunberg sono solo alcune delle figure che hanno già firmato la lettera pubblicata lunedì su alcuni giornali inglesi.
Il governo britannico del “laburista” Starmer, ha messo fuori legge il gruppo di azione diretta Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo un crimine anche esprimere sostegno alle sue attività. Il gruppo è stato bandito dopo che due attivisti sono entrati nella più grande base aerea del Regno Unito su scooter elettrici e hanno danneggiato due aerei della Royal Air Force (RAF) nel giugno dello scorso anno. In altre azioni aveva danneggiato gli stabilimenti della fabbrica d’armi israeliana Elbit Systems.
L’ex ministro dell’Interno Yvette Cooper, ora ministra degli Esteri britannico, aveva messo fuorilegge Palestine Action in base al Terrorist Act del 2000. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Volker Turk, ha criticato l'utilizzo la legislazione sul terrorismo per combattere attività che costituiscono un “legittima esercizio della libertà fondamentale”. “La decisione sembra sproporzionata e superflua”, ha detto Turk lo scorso luglio. “[La proibizione] limita i diritti di molte persone coinvolte e sostenute da Palestine Action che non hanno commesso alcuna attività criminale sottostante, ma hanno piuttosto esercitato i loro diritti alla libertà di espressione, riunione pacifica e associazione”.
Centinaia di persone, anche anziani, sono state fermate nelle manifestazioni in Gran Bretagna e accusate di aver sostenuto Palestine Action per averne contestato la messa fuorilegge. La lettera pubblicata lunedì riecheggiava quella formulazione e recitava semplicemente: “Ci opponiamo al genocidio, sosteniamo i prigionieri di Palestine Action”.
È doveroso segnalare come anche qui in Italia, in reazione alle grandi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi, è in corso una crescente repressione del dissenso: una guerra politica e psicologica contro chi scende in piazza e contro i palestinesi che vivono in Italia. È evidente che le mobilitazioni hanno messo in difficoltà il governo italiano e lo stesso Israele.
Nel nostro paese si tenta di accelerare l’approvazione dei disegni di legge Delrio-Gasparri, che mirano ad accostare in modo deliberato e strumentale antisemitismo e antisionismo, due concetti radicalmente distinti, con l’unico obiettivo di silenziare e sanzionare ogni critica a Israele e al progetto sionista.
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10/01/2026
Attivisti di Palestine Action in sciopero della fame in condizioni critiche
Tre attivisti legati al gruppo Palestine Action si trovano in condizioni di salute critiche dopo settimane di sciopero della fame contro la repressione britannica del movimento di solidarietà con i palestinesi. Le testimonianze di amici e familiari che hanno visitato i detenuti descrivono un quadro clinico devastante.
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
Fonte
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
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01/01/2026
Esperti ONU esortano alla tutela dei prigionieri di Palestine Action in sciopero della fame
Riportiamo la traduzione del comunicato stampa rilasciato lo scorso 26 dicembre dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. In esso vengono riportate le dichiarazioni di un gruppo di esperti ONU al riguardo dei fatti che si stanno consumando nel Regno Unito in relazione alla repressione del movimento di solidarietà col popolo palestinese, e in relazione allo sciopero della fame cominciato ormai quasi due mesi fa dagli attivisti di Palestine Action imprigionati con accuse di terrorismo.
È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.
Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.
La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.
Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.
Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.
“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.
Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.
“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.
“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.
In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.
Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.
“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.
Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.
“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.
Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.
Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione;
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo;
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo;
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione;
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Fonte
È utile leggere queste poche righe perché, oltre a riassumere il pensiero di cinque relatori speciali dell’ONU e di un esperto indipendente, dunque di alcune delle voci più accreditate del sistema di governance internazionale, indica fuori da ogni dubbio il profilo di violazioni gravissime che stanno avvenendo in Gran Bretagna, e le inserisce dentro la cornice della repressione della solidarietà con la Palestina.
Difatti, vi sono alcuni elementi tipici delle “democrature” ormai diffuse in Occidente, che accomunano tutte le potenze imperialistiche in crisi, le quali stanno restringendo con violenza il perimetro della dialettica politica attraverso misure speciali, attacchi ai diritti politici e di parola, un uso arbitrario dell’armamentario giuridico antiterroristico.
La vittima prediletta è il movimento pro-Pal, un’enorme mobilitazione internazionale che ha messo in discussione non solo la propaganda “umanitaria” dell’Occidente ma, attraverso la complicità di quest’ultimo nel genocidio dei palestinesi, anche l’allineamento strategico con l’avamposto imperialista che è Israele: in sostanza, sulla base di un nodo squisitamente politico ha scosso alle fondamenta le basi di quello che è l’ordine imperialista, proprio nel momento in cui la sua presa egemonica è più debole che mai negli ultimi decenni.
Leggere le parole di esperti, pronunciate sulla base di quegli stessi principi su cui USA, UE e loro alleati hanno fondato la narrazione della propria superiorità politica e morale, palesa non solo il decadimento democratico dei nostri paesi, ma anche e soprattutto la necessità di un mondo nuovo, lontano da quello plasmato dalle cittadelle imperialiste. Buona lettura.
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Gli esperti delle Nazioni Unite hanno espresso oggi profonda preoccupazione per la vita e i diritti fondamentali di otto attivisti filo-palestinesi imprigionati nel Regno Unito, che sono in sciopero della fame a tempo indeterminato dal 2 novembre.
“Lo sciopero della fame è spesso l’ultima risorsa di chi ritiene che il proprio diritto a protestare e a una soluzione efficace sia stato esaurito”, hanno affermato gli esperti.
Mentre entrano nel secondo mese di sciopero, la salute dei detenuti filo-palestinesi sarebbe peggiorata in modo significativo, esponendoli a un rischio critico di gravi complicazioni, tra cui collasso degli organi, danni neurologici irreversibili, aritmie cardiache e morte.
“Il dovere di assistenza dello Stato nei confronti degli scioperanti della fame è accresciuto, non diminuito”, hanno affermato gli esperti. “Le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Gli esperti hanno ricordato che il rispetto del diritto alla salute va applicato a tutti, comprese le persone private della libertà. Hanno sottolineato che gli Stati devono rispettare l’autonomia individuale, garantire un monitoraggio medico continuo e indipendente, fornire informazioni accurate sui rischi per la salute e adottare tutte le misure necessarie per proteggere la vita e prevenire danni irreversibili, senza ricorrere a misure coercitive o punitive.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per il trattamento riservato agli scioperanti della fame, tra cui i ritardi segnalati nell’accesso alle cure mediche, l’uso eccessivo di misure di contenzione durante il ricovero ospedaliero, la negazione del contatto con i familiari e con l’assistenza legale e la mancanza di una supervisione medica indipendente e coerente, in particolare per i detenuti con gravi problemi di salute preesistenti.
“Questi rapporti sollevano seri interrogativi sul rispetto delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani, compresi gli obblighi di proteggere la vita e prevenire trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, hanno affermato gli esperti.
In precedenza gli esperti hanno espresso preoccupazione al governo del Regno Unito in merito all’applicazione delle misure antiterrorismo e di sicurezza riguardanti atti di protesta politica che non sono autenticamente terroristici secondo gli standard internazionali, e hanno messo in guardia contro la criminalizzazione di condotte che rientrano nell’esercizio protetto dei diritti alla libertà di riunione, associazione ed espressione, e contro la soppressione del legittimo dissenso politico, compresa la difesa dei diritti in Palestina.
Gli esperti hanno inoltre espresso seria preoccupazione per l’eccessiva ampiezza della definizione di terrorismo secondo la legge del Regno Unito, per la proscrizione di Palestine Action ai sensi del Terrorism Act del 2000 e per i successivi arresti di massa e le accuse penali, compresi reati legati al terrorismo, mosse contro individui per il presunto sostegno a Palestine Action.
“Questi scioperi della fame devono essere intesi nel contesto più ampio delle restrizioni all’attivismo pro-palestinese nel Regno Unito”, hanno affermato gli esperti, sottolineando che i detenuti sono trattenuti in relazione ad attività legate alle proteste.
Hanno esortato il Regno Unito a garantire immediatamente un’assistenza sanitaria adeguata a tutti gli scioperanti della fame e ad avviare un dialogo e un’azione significativi per affrontare non solo le rivendicazioni dei manifestanti, ma anche le violazioni dei diritti fondamentali e porre fine alla repressione dell’attivismo palestinese.
“Le morti evitabili in custodia non sono mai accettabili. Lo Stato ha la piena responsabilità della vita e del benessere di coloro che detiene”, hanno affermato gli esperti. “È necessario intervenire con urgenza ora”.
Gli esperti sono pronti a collaborare in modo costruttivo con il governo del Regno Unito e continueranno a monitorare attentamente la situazione.
Gli esperti in questione sono:
– Gina Romero, Relatrice speciale sui diritti alla libertà di riunione pacifica e di associazione;
– Tlaleng Mofokeng, Relatore speciale sul diritto di ogni individuo a godere del più alto standard raggiungibile di salute fisica e mentale;
– George Katrougalos, esperto indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo;
– Ben Saul, Relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella lotta al terrorismo;
– Irene Khan, Relatrice speciale sulla promozione e la protezione del diritto alla libertà di opinione e di espressione;
– Francesca Albanese, Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
Fonte
24/12/2025
Greta Thunberg arrestata a Londra per il sostegno a Palestine Action
Greta Thunberg è stata arrestata oggi a Londra, durante una protesta in sostegno dei detenuti di Palestine Action, di cui alcuni sono da oltre 50 giorni in sciopero della fame. L’attivista svedese teneva un cartello in cui c’era scritto “supporto i prigionieri di Palestine Action, mi oppongo al genocidio”, e tanto basta secondo la legge antiterrorismo britannica per arrestare una persona.
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
Fonte
Infatti, Palestine Action è stata messa al bando con la designazione di organizzazione terroristica, pur non avendo mai provocato danno alcuno alle persone: le accuse riguardano il danneggiamento di macchinari e l’imbrattamento dei motori di alcuni aerei militari. Ora, anche gli slogan riguardanti l’Intifada potranno portare all’arresto, ha annunciato la polizia britannica.
L’utilizzo arbitrario delle accuse di antisemitismo e terrorismo per colpire duramente il movimento di solidarietà con la Palestina, che da due anni riempie le piazze di mezzo mondo, nel Regno Unito ha raggiunto livelli per cui varie organizzazioni per la difesa del diritto di parola e a manifestare, e persino Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si sono detti preoccupati.
Anche Greta ha subito gli effetti di questa fascistizzazione conclamata. L’attivista era insieme ad altri manifestanti per denunciare i legami tra la compagnia assicurativa Aspen ed Elbit Systems, la società di difesa israeliana. Come successo a migliaia di persone, esponendo un cartello per i detenuti di Palestine Action, è stata poi arrestata, rischiando ora fino a sei mesi di reclusione.
Il ministro per le Prigioni, la Libertà Condizionata e quella Vigilata, James Timpson, ha cancellato ogni ipotesi di mediazione governativa, affermando: “le decisioni sulla custodia cautelare spettano a giudici indipendenti”, ribadendo così che un intervento dei ministri sarebbe “incostituzionale e inappropriato”.
Una linea di “correttezza” istituzionale che cozza pesantemente con le ritorsioni evidentemente politiche che stanno subendo gli otto militanti di Palestine Action in sciopero della fame, trattati come i peggiori detenuti politici. Le condizioni di alcuni di loro sono arrivate a un punto così critico che i loro legali non hanno escluso si possa giungere a un esito fatale.
In molti ricordano che si tratta della più grande protesta di questo genere dai tempi di quella analoga portata avanti dai prigionieri politici irlandesi a inizio anni Ottanta. In questo caso, la motivazione riguarda però quel che succede a migliaia di chilometri di distanza, e come l’imperialismo nostrano sostiene un genocidio. Ha un carattere molto più generale e universale, ed è una lotta che cammina sulle stesse gambe che hanno riempito le piazze italiane negli ultimi mesi.
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23/12/2025
Gran Bretagna - Altri due prigionieri in sciopero della fame ricoverati in ospedale
Altri due prigionieri britannici legati al gruppo di attivisti Palestine Action sono stati ricoverati in ospedale il 22 dicembre dopo settimane di sciopero della fame, aumentando l’allarme da parte di famiglie, medici e sostenitori secondo cui i detenuti rischiano la morte.
Amu Gib, 30 anni, detenuto presso l’HMP Bronzefield nel Surrey, è stato trasferito in ospedale dopo aver raggiunto il cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Kamran Ahmed, 28 anni, detenuto nel carcere di Pentonville a Londra, è stato ricoverato in ospedale all’inizio del 42° giorno dello sciopero.
I due sono tra gli otto prigionieri della rete Palestine Action – messa fuorilegge dal governo Starmer – ricoverati in ospedale da quando è iniziato lo sciopero della fame coordinato il 2 novembre, noto come il Balfour Day in quanto coincidente con il giorno della dichiarazione del governo britannico che ai primi del Novecento spianò la strada al progetto sionista in Palestina.
Il collettivo Prisoners for Palestine ha dichiarato che i detenuti stanno protestando contro quelle che descrivono come procedimenti penali politicamente motivati legati all’opposizione al sostegno del Regno Unito a Israele, nonostante l’opinione pubblica britannica sia fortemente schierata contro la politica israeliana dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023.
“Sono in custodia dello Stato, e qualsiasi danno che subiscono è una conseguenza deliberata della negligenza del governo e della politicizzazione della loro detenzione”, ha dichiarato il gruppo di sostegno allo sciopero della fame dei prigionieri.
Durante una conferenza stampa tenutasi a Londra il 18 dicembre scorso, il medico d’urgenza e docente dell’University College London, il dottor James Smith, ha avvertito che le condizioni dei detenuti erano gravemente peggiorate, affermando che “gli scioperanti della fame stanno morendo”, citando segnalazioni di monitoraggio medico di scarso standard all’interno delle carceri dove i detenuti necessitano di cure continue a livello ospedaliero.
Più di 200 membri della British Medical Association hanno lanciato allarme, mentre quasi 900 professionisti sanitari hanno firmato una lettera esortando il Segretario alla Giustizia David Lammy, il Segretario alla Salute Wes Streeting, i funzionari del NHS e le autorità carcerarie a intervenire immediatamente.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti, per lo più giovani tra i 20 e i 31 anni, affermano che sei sono ancora attivamente in sciopero della fame, mentre due sono stati costretti a sospendere a causa di gravi complicazioni mediche.
Diversi attivisti sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo, accusati di presunti effrazioni o danni penali commessi per conto di Palestine Action prima che il gruppo venisse reso illegale secondo la legislazione antiterrorismo del Regno Unito.
Le famiglie affermano che il personale carcerario ha trattato i detenuti come terroristi condannati nonostante il loro stato di custodia cautelare.
Fonte
Amu Gib, 30 anni, detenuto presso l’HMP Bronzefield nel Surrey, è stato trasferito in ospedale dopo aver raggiunto il cinquantesimo giorno di sciopero della fame.
Kamran Ahmed, 28 anni, detenuto nel carcere di Pentonville a Londra, è stato ricoverato in ospedale all’inizio del 42° giorno dello sciopero.
I due sono tra gli otto prigionieri della rete Palestine Action – messa fuorilegge dal governo Starmer – ricoverati in ospedale da quando è iniziato lo sciopero della fame coordinato il 2 novembre, noto come il Balfour Day in quanto coincidente con il giorno della dichiarazione del governo britannico che ai primi del Novecento spianò la strada al progetto sionista in Palestina.
Il collettivo Prisoners for Palestine ha dichiarato che i detenuti stanno protestando contro quelle che descrivono come procedimenti penali politicamente motivati legati all’opposizione al sostegno del Regno Unito a Israele, nonostante l’opinione pubblica britannica sia fortemente schierata contro la politica israeliana dall’inizio del genocidio a Gaza nel 2023.
“Sono in custodia dello Stato, e qualsiasi danno che subiscono è una conseguenza deliberata della negligenza del governo e della politicizzazione della loro detenzione”, ha dichiarato il gruppo di sostegno allo sciopero della fame dei prigionieri.
Durante una conferenza stampa tenutasi a Londra il 18 dicembre scorso, il medico d’urgenza e docente dell’University College London, il dottor James Smith, ha avvertito che le condizioni dei detenuti erano gravemente peggiorate, affermando che “gli scioperanti della fame stanno morendo”, citando segnalazioni di monitoraggio medico di scarso standard all’interno delle carceri dove i detenuti necessitano di cure continue a livello ospedaliero.
Più di 200 membri della British Medical Association hanno lanciato allarme, mentre quasi 900 professionisti sanitari hanno firmato una lettera esortando il Segretario alla Giustizia David Lammy, il Segretario alla Salute Wes Streeting, i funzionari del NHS e le autorità carcerarie a intervenire immediatamente.
Gli avvocati che rappresentano i detenuti, per lo più giovani tra i 20 e i 31 anni, affermano che sei sono ancora attivamente in sciopero della fame, mentre due sono stati costretti a sospendere a causa di gravi complicazioni mediche.
Diversi attivisti sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo, accusati di presunti effrazioni o danni penali commessi per conto di Palestine Action prima che il gruppo venisse reso illegale secondo la legislazione antiterrorismo del Regno Unito.
Le famiglie affermano che il personale carcerario ha trattato i detenuti come terroristi condannati nonostante il loro stato di custodia cautelare.
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19/12/2025
Londra. Condizioni critiche per i detenuti di Palestine Action, ma il governo li ignora
Nelle carceri britanniche continua lo sciopero della fame di otto attivisti del gruppo Palestine Action, definito come la maggiore iniziativa del genere nel Regno Unito da oltre quarant’anni, ovvero dalla protesta di inizio anni Ottanta dei prigionieri politici irlandesi, tra cui Bobby Sanders, che sfidarono il governo Thatcher e in dieci furono lasciati a morire.
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
Fonte
Oggi come allora, la posta in gioco è la vita dei detenuti e il riconoscimento politico delle loro azioni. Rinchiusi in cinque diversi penitenziari britannici, gli attivisti sono in custodia cautelare in attesa di processo. Due di loro hanno superato il 45° giorno di digiuno, iniziato il 2 novembre in coincidenza con l’anniversario della Dichiarazione Balfour, con cui la Corona diede legittimità al movimento coloniale sionista.
Il bilancio medico è allarmante. Gli avvocati dello studio Imran Khan & Partners hanno inviato lettere urgenti al Ministro della Giustizia, avvertendo che la morte dei detenuti non è più una remota possibilità, ma una probabilità crescente se continuerà il silenzio delle istituzioni.
Cinque scioperanti sono già stati ricoverati d’urgenza in ospedale. Tra i casi più gravi c’è quello di Qesser Zuhrah, 20 anni, che rifiuta il cibo da oltre sei settimane, ha perso conoscenza più volte, è stata preda di tremori incontrollabili, e ha passato un’intera notte a pregare di essere portata in ospedale, prima di esservi trasferita in ambulanza.
In ospedale Kamran Ahmed, 28 anni, ci è già finito due volte. Sua sorella, Shahmina Alam, ha raccontato ad Al Jazeera che parlare con lui è paradossalmente un po’ più facile quando è in prigione, “ma quando va in ospedale, la connessione si interrompe perché la prigione ci impedisce del tutto di comunicare”.
Le autorità stanno infatti portando avanti una politica chiaramente punitiva e lesiva dei diritti dei detenuti verso gli attivisti di Palestine Action (in 29 sono attualmente in carcere). Pratiche condotte con la scusante del “terrorismo”.
Infatti, il gruppo è accusato a vario titolo di aver pianificato o eseguito azioni di sabotaggio contro la Elbit Systems, il più grande produttore israeliano di armi, e i suoi partner. Le azioni contestate includono il danneggiamento di macchinari nella fabbrica di Filston nell’agosto 2024 e l’incursione nella base aerea RAF Brize Norton, dove avrebbero imbrattato con vernice rossa i motori di aerei cisterna diretti verso il Medio Oriente.
La stretta repressiva si è intensificata la scorsa estate, quando il governo ha deciso di designare Palestine Action come “organizzazione terroristica”. Da allora, oltre 2.350 persone sono state arrestate, anche solo per aver esposto cartelli di sostegno al gruppo e di condanna del genocidio dei palestinesi. Amnesty International UK è intervenuta duramente sulla questione, chiedendo ai pubblici ministeri di ritirare le accuse di terrorismo e sottolineando come l’uso di tali leggi per aggirare il giusto processo costituisca una minaccia ai diritti di espressione e riunione.
Gli scioperanti ne stanno subendo le conseguenze peggiori. I detenuti hanno dichiarato che non fermeranno la protesta finché il governo non accoglierà le loro richieste. Alcune riguardano le condizioni carcerarie: la fine della censura sulla posta e sulle comunicazioni con i legali, l’accesso ai libri e il rilascio immediato su cauzione (dato che molti dovrebbero attendere oltre un anno prima del processo).
Le richieste politiche sono però il cuore della protesta: gli attivisti esigono la revoca della messa al bando di Palestine Action, la divulgazione dei documenti sulle interferenze dello stato israeliano nei loro procedimenti giudiziari e, soprattutto, la fine delle operazioni di Elbit Systems nel Regno Unito. L’azienda produce l’85% dei droni utilizzati dall’esercito israeliano a Gaza.
Oltre 50 parlamentari britannici – tra cui Jeremy Corbyn – hanno lanciato un appello affinché il ministro della Giustizia, David Lammy, incontri i rappresentanti dei detenuti. Il membro del governo ha creato scalpore quando, avvicinato dalla sorella di uno dei detenuti durante un evento natalizio che chiedeva di fare qualcosa riguardo alla vicenda, ha risposto: “È davvero un peccato, non ne sapevo niente”, chiedendo persino se i fatti stessero avvenendo nel Regno Unito.
Una dichiarazione inaccettabile e ovviamente falsa. Il governo ha in sostanza confermato che vuole mandare a morire i detenuti con un utilizzo spregiudicato delle accuse di terrorismo, come varie organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno denunciato. È necessario mantenere alta l’attenzione a livello internazionale, e rafforzare la solidarietà con i detenuti in sciopero della fame.
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11/12/2025
Palestine Action in sciopero della fame. Proteste per la mancata copertura della BBC
Martedì 9 dicembre un gruppo di manifestanti si è radunato sotto la sede londinese della BBC per denunciare quello che definiscono un “blackout informativo” riguardo alla protesta in corso nelle carceri del Regno Unito. Al centro della manifestazione, la richiesta di rompere il silenzio sulla condizione degli attivisti legati al gruppo Palestine Action, attualmente impegnati in un drastico sciopero della fame.
Sono otto i prigionieri che hanno deciso di astenersi dal cibo. La decisione è scaturita dopo che il Ministro degli Interni britannico, Shabana Mahmood, non ha fornito alcuna risposta a una lettera formale in cui i detenuti esponevano le loro richieste relative alle condizioni di trattamento carcerario.
La situazione sanitaria sta rapidamente precipitando. Secondo le ultime notizie, cinque degli scioperanti sono già stati ricoverati in ospedale a causa del deterioramento delle loro condizioni fisiche. Tra questi figura Kamran Ahmed, il quale è stato ospedalizzato già due volte. La famiglia di Ahmed ha riferito un quadro clinico preoccupante, parlando di vertigini progressive, oppressione toracica e incapacità di mantenere l’equilibrio in posizione eretta.
La BBC è finita al centro delle polemiche per la scarsa copertura riservata alla vicenda. I sostenitori dei detenuti sottolineano la gravità dell’evento, descrivendo l’iniziativa dei detenuti come il più significativo sciopero della fame di prigionieri nel Regno Unito dal 1981, anno della storica protesta irlandese guidata da Bobby Sands.
Mentre l’emittente pubblica non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle accuse di scarsa copertura, le famiglie e gli amici stretti dei detenuti lanciano l’allarme. Oltre al rapido declino della salute dei prigionieri, i familiari denunciano una presunta negligenza da parte delle équipe mediche penitenziarie, accusate di non fornire l’assistenza adeguata in una situazione sempre più critica.
Fonte
Sono otto i prigionieri che hanno deciso di astenersi dal cibo. La decisione è scaturita dopo che il Ministro degli Interni britannico, Shabana Mahmood, non ha fornito alcuna risposta a una lettera formale in cui i detenuti esponevano le loro richieste relative alle condizioni di trattamento carcerario.
La situazione sanitaria sta rapidamente precipitando. Secondo le ultime notizie, cinque degli scioperanti sono già stati ricoverati in ospedale a causa del deterioramento delle loro condizioni fisiche. Tra questi figura Kamran Ahmed, il quale è stato ospedalizzato già due volte. La famiglia di Ahmed ha riferito un quadro clinico preoccupante, parlando di vertigini progressive, oppressione toracica e incapacità di mantenere l’equilibrio in posizione eretta.
La BBC è finita al centro delle polemiche per la scarsa copertura riservata alla vicenda. I sostenitori dei detenuti sottolineano la gravità dell’evento, descrivendo l’iniziativa dei detenuti come il più significativo sciopero della fame di prigionieri nel Regno Unito dal 1981, anno della storica protesta irlandese guidata da Bobby Sands.
Mentre l’emittente pubblica non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle accuse di scarsa copertura, le famiglie e gli amici stretti dei detenuti lanciano l’allarme. Oltre al rapido declino della salute dei prigionieri, i familiari denunciano una presunta negligenza da parte delle équipe mediche penitenziarie, accusate di non fornire l’assistenza adeguata in una situazione sempre più critica.
Fonte
22/10/2025
Gran Bretagna - Gli attivisti filopalestinesi in carcere annunciano lo sciopero della fame
Decine di attivisti di Palestine Action detenuti in custodia cautelare nelle carceri britanniche, minacciano di iniziare uno sciopero della fame a partire dal 2 novembre contro le loro condizioni carcerarie.
In una lettera inviata al ministro dell’Interno Shabana Mahmood, la campagna “Prigionieri per la Palestina” (PFP) ha avanzato una serie di richieste a “nome delle 33 persone che sono ingiustamente rinchiuse a causa dell’azione per fermare il genocidio in Palestina”.
Tra i prigionieri ci sono membri del Filton 24, un gruppo di attivisti arrestati alla fine del 2024 per una azione contro una fabbrica della israeliana Elbit Systems a Bristol nell’agosto 2024.
Tra loro ci sono anche membri dei Brize Norton 5, che avrebbero fatto irruzione in una base aerea della RAF e attaccato con vernice e piedi di porco due aerei che denunciavano essere “stati usati per operazioni militari a Gaza e in tutto il Medio Oriente”.
A tutti gli attivisti in carcere è stata negata la libertà su cauzione, con alcuni che hanno trascorso più di un anno in custodia senza processo con accuse tra cui danni penali e furto con scasso aggravato.
A luglio scorso il ministro degli Interni britannico, ha messo fuorilegge Palestine Action e ha designato il gruppo di azione diretta come una “organizzazione terroristica”.
La messa al bando significa che Palestine Action viene ritenuto simile allo Stato islamico o ad al-Qaeda dalla legge britannica, e l’espressione del sostegno o dell’appartenenza al gruppo è un reato penale che può portare a una pena detentiva fino a 14 anni.
In questi mesi centinaia di persone sono state arrestate per avere manifestato pubblicamente la loro solidarietà a Palestine Action.
Gli attivisti prigionieri hanno riferito di un peggioramento del trattamento e di crescenti restrizioni imposte dagli apparati penitenziari.
La lettera inviata dai prigionieri, avverte la ministra degli Interni, Shabana Mahmood, che se le loro richieste non fossero soddisfatte, i 33 attivisti detenuti inizieranno lo sciopero della fame il prossimo 2 novembre, l’anniversario della Dichiarazione Balfour del 1917, quando la Gran Bretagna dichiarò formalmente il suo sostegno alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Middle East Eye ha riferito che i prigionieri legati a Palestine Action stavano subendo crescenti restrizioni sulla loro posta, telefonate e visite sulla scia della proscrizione del gruppo a luglio.
Audrey Corno e Francesca Nadin, rappresentanti della campagna PFP, anche loro precedentemente imprigionate per il loro attivismo, hanno consegnato la lettera al Ministero dell’Interno nella giornata di ieri.
Le richieste includono la “fine di ogni censura” per i prigionieri, il che significa la rimozione delle restrizioni sulle loro comunicazioni, comprese le lettere personali e le telefonate.
“La censura all’interno delle carceri è uno strumento di controllo utilizzato per punire la resistenza. Le lettere, le telefonate, le dichiarazioni politiche, i libri e tutte le forme di espressione devono essere rispettate”, si legge nella lettera. La lettera chiede inoltre che ai prigionieri detenuti in custodia cautelare in relazione a Palestine Action sia concessa la libertà su cauzione immediata, sostenendo che la decisione di rifiutare la cauzione mina il loro diritto a un processo equo. “Il diritto a un processo equo deve includere il diritto di prepararsi in libertà, non dietro le sbarre”, si legge.
La lettera chiede anche il rilascio di “tutti i documenti relativi ai nostri casi per intero”.
“Ciò include tutti gli incontri tra funzionari statali britannici e israeliani, la polizia britannica, il procuratore generale, i rappresentanti di Elbit Systems e qualsiasi altro coinvolto nel coordinamento della caccia alle streghe in corso di azionisti e attivisti”, si legge nella lettera, riferendosi all’azienda israeliana di armi ripetutamente presa di mira da Palestine Action.
Fonte
In una lettera inviata al ministro dell’Interno Shabana Mahmood, la campagna “Prigionieri per la Palestina” (PFP) ha avanzato una serie di richieste a “nome delle 33 persone che sono ingiustamente rinchiuse a causa dell’azione per fermare il genocidio in Palestina”.
Tra i prigionieri ci sono membri del Filton 24, un gruppo di attivisti arrestati alla fine del 2024 per una azione contro una fabbrica della israeliana Elbit Systems a Bristol nell’agosto 2024.
Tra loro ci sono anche membri dei Brize Norton 5, che avrebbero fatto irruzione in una base aerea della RAF e attaccato con vernice e piedi di porco due aerei che denunciavano essere “stati usati per operazioni militari a Gaza e in tutto il Medio Oriente”.
A tutti gli attivisti in carcere è stata negata la libertà su cauzione, con alcuni che hanno trascorso più di un anno in custodia senza processo con accuse tra cui danni penali e furto con scasso aggravato.
A luglio scorso il ministro degli Interni britannico, ha messo fuorilegge Palestine Action e ha designato il gruppo di azione diretta come una “organizzazione terroristica”.
La messa al bando significa che Palestine Action viene ritenuto simile allo Stato islamico o ad al-Qaeda dalla legge britannica, e l’espressione del sostegno o dell’appartenenza al gruppo è un reato penale che può portare a una pena detentiva fino a 14 anni.
In questi mesi centinaia di persone sono state arrestate per avere manifestato pubblicamente la loro solidarietà a Palestine Action.
Gli attivisti prigionieri hanno riferito di un peggioramento del trattamento e di crescenti restrizioni imposte dagli apparati penitenziari.
La lettera inviata dai prigionieri, avverte la ministra degli Interni, Shabana Mahmood, che se le loro richieste non fossero soddisfatte, i 33 attivisti detenuti inizieranno lo sciopero della fame il prossimo 2 novembre, l’anniversario della Dichiarazione Balfour del 1917, quando la Gran Bretagna dichiarò formalmente il suo sostegno alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Middle East Eye ha riferito che i prigionieri legati a Palestine Action stavano subendo crescenti restrizioni sulla loro posta, telefonate e visite sulla scia della proscrizione del gruppo a luglio.
Audrey Corno e Francesca Nadin, rappresentanti della campagna PFP, anche loro precedentemente imprigionate per il loro attivismo, hanno consegnato la lettera al Ministero dell’Interno nella giornata di ieri.
Le richieste includono la “fine di ogni censura” per i prigionieri, il che significa la rimozione delle restrizioni sulle loro comunicazioni, comprese le lettere personali e le telefonate.
“La censura all’interno delle carceri è uno strumento di controllo utilizzato per punire la resistenza. Le lettere, le telefonate, le dichiarazioni politiche, i libri e tutte le forme di espressione devono essere rispettate”, si legge nella lettera. La lettera chiede inoltre che ai prigionieri detenuti in custodia cautelare in relazione a Palestine Action sia concessa la libertà su cauzione immediata, sostenendo che la decisione di rifiutare la cauzione mina il loro diritto a un processo equo. “Il diritto a un processo equo deve includere il diritto di prepararsi in libertà, non dietro le sbarre”, si legge.
La lettera chiede anche il rilascio di “tutti i documenti relativi ai nostri casi per intero”.
“Ciò include tutti gli incontri tra funzionari statali britannici e israeliani, la polizia britannica, il procuratore generale, i rappresentanti di Elbit Systems e qualsiasi altro coinvolto nel coordinamento della caccia alle streghe in corso di azionisti e attivisti”, si legge nella lettera, riferendosi all’azienda israeliana di armi ripetutamente presa di mira da Palestine Action.
Fonte
27/04/2024
Gli studenti in sciopero della fame alla Sapienza hanno incontrato il cardinale Zuppi
Gli studenti che la settimana scorsa avevano dato vita ad uno sciopero della fame e si erano incatenati sotto al Rettorato della Sapienza, continuano e allargano le loro interlocuzioni per far si che gli atenei italiani interrompano le collaborazioni con l’industria bellica e le istituzioni israeliane.
Ha destato indubbiamente una certa sorpresa l’incontro tra gli studenti e il Cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiano.
A riferire dell’incontro è il giornale cattolico Il Faro di Roma, il quale scrive che “La via del dialogo e mai la violenza”. Questa è stata l’indicazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, che ha incontrato una piccola delegazione degli studenti dell’Università La Sapienza in sciopero della fame per chiedere che l’ateneo romano rinunci ai finanziamenti legati alla ricerca che ha committenze e scopi militari.
I ragazzi – che erano accompagnati dal prof. Luciano Vasapollo e dal direttore de Il Faro di Roma Salvatore Izzo – hanno espresso al card. Zuppi il loro disagio per i rischi di escalation anche nucleare dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
“L’impegno mio personale e di tutte le nostre comunità – ha risposto Zuppi – resta quello di essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole e nei comportamenti”.
Fonte
Ha destato indubbiamente una certa sorpresa l’incontro tra gli studenti e il Cardinal Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiano.
A riferire dell’incontro è il giornale cattolico Il Faro di Roma, il quale scrive che “La via del dialogo e mai la violenza”. Questa è stata l’indicazione del presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, che ha incontrato una piccola delegazione degli studenti dell’Università La Sapienza in sciopero della fame per chiedere che l’ateneo romano rinunci ai finanziamenti legati alla ricerca che ha committenze e scopi militari.
I ragazzi – che erano accompagnati dal prof. Luciano Vasapollo e dal direttore de Il Faro di Roma Salvatore Izzo – hanno espresso al card. Zuppi il loro disagio per i rischi di escalation anche nucleare dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
“L’impegno mio personale e di tutte le nostre comunità – ha risposto Zuppi – resta quello di essere artigiani di pace, tessitori di unione in ogni contesto, pacifici nelle parole e nei comportamenti”.
Fonte
18/04/2024
Tra gli studenti in sciopero della fame alla Sapienza. Un appello a non cedere
Incastrati tra “i corpi del reato” (due macchine della polizia) ma ostinatamente sotto il Rettorato della Sapienza, una studentessa e uno studente dell’università di Roma da ieri sono in sciopero della fame e incatenati. Intorno a loro c’è un continuo pellegrinaggio di altri studenti, giornalisti, persone solidali.
Gli è arrivata la solidarietà di Fiorella Mannoia, ma anche di Giorgio Cremaschi, della Comunità Palestinese, del portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato, dell’Arci di Roma e tanti altri.
Qualche decina di metri più in là c’è la tendopoli allestita sul pratone per dare continuità alle mobilitazioni di questi giorni. Tende e cartelli contro la guerra, gli accordi con Israele, in solidarietà con il popolo palestinese ma contro la Nato. E ai tavolini gli studenti in lotta ne approfittano per studiare.
Ne troviamo un gruppo chini a studiare su tomi di codice civile, codice penale, storia contemporanea etc. Un po’ diffidenti quando pensano che siamo giornalisti come quelli che da giorni li tormentano con le domande più strampalate, ma poi ci accolgono… e ci scroccano le sigarette. Spiegano che con lo sciopero della fame intendono mantenere e rilanciare la mobilitazione in corso ormai da settimane per mettere fine alla complicità della più grande università d’Europa con gli apparati israeliani e l’industria militare.
Occorre ammettere che se il governo e la filiera dei giornali di destra e filo-israeliani (Corriere della Sera in testa) volevano giocare sull’immagine degli studenti estremisti, si sono ritrovati spiazzati da una protesta classicamente pacifica ma non meno determinata nei contenuti.
“Chiediamo alla rettrice Polimeni di riceverci, le nostre richieste, così come quelle di una parte non irrilevante del corpo docente e dei ricercatori, non sono state affatto prese in considerazione” – dicono gli studenti in sciopero della fame sotto il Rettorato – “La sospensione degli accordi di collaborazione con le istituzioni israeliane e l’industria bellica è una contraddizione politica, materiale ed etica dell’università. Ignorarla non è accettabile”.
Da qui la decisione di proseguire sia con la protesta che con la mobilitazione nell’ateneo.
Per intervistare gli studenti incatenati sotto il Rettorato occorre quasi scavalcare uno sbarramento di due automobili. Quando chiediamo il perché ci rispondono che sono le auto – una Punto civile della polizia, l’altra presa in leasing da una compagnia privata di sicurezza – oggetto della contestazione di reato di danneggiamento ai due studenti processati ieri mattina per direttissima e rinviati a giudizio per il 22 e 23 maggio.
Ci spiegano però che una delle auto – la Punto della polizia (in borghese) era senza il freno a mano tirato, per cui nella concitazione si è mossa andando a tamponare l’altra. Sull’auto civile è visibile la rientranza sul tetto dovuta al fatto che uno studente ci si era arrampicato sopra per megafonare.
Insomma una scena quasi più comica che drammatica, sicuramente meno drammatica di quanto hanno provato a disegnarla i membri del governo e le loro cordate di giornalisti. Non solo.
Immagini video e testimonianze confermano che gli studenti erano a mani nude quando si sono spintonati con gli agenti sotto al Rettorato ed anche quando gli agenti hanno usato i manganelli alla porta dell’ateneo su via Regina Elena.
Per dirla alla romana, nelle mobilitazioni di queste settimane ed anche nei giorni scorsi “Non s’è visto né un sèrcio né un tortòre”, e allora di quale violenza degli studenti stanno starnazzando da lunedi ministri, sottosegretari e portaborse?
Le memoria corre a qualche anno fa, quando venne indicata come violenza anche il bacio apposto da una manifestante No Tav sulla visiera del casco di un agente. Il senso del ridicolo non rende però chi lo esprime meno inquietante.
Più che la stigmatizzazione strumentale, e pure falsa, della “violenza” degli studenti che perde credibilità di fronte alla realtà, appare evidente come il governo e gli interessi che rappresenta temano come la peste che nelle università i giovani si siano attivati, intorno al genocidio dei palestinesi a Gaza sicuramente.
Ma le proteste di queste settimane hanno anche rivelato un malessere profondo nel mondo della formazione/istruzione pubblica che ormai dilaga anche tra docenti e ricercatori. Ne è prova l’ampia adesione all’appello sottoscritto da centinaia di docenti e ricercatori che hanno chiesto di non sottoscrivere il bando del Ministero degli Esteri per la collaborazione tra le università italiane e istituzioni israeliane.
Una questione talmente vera e seria da aver visto atenei come Torino, Pisa, Bari, Napoli deliberare in tal senso o sfilarsi rettori da fondazioni come Med-Or, creatura della maggiore industria di armamenti italiana: Leonardo.
Dovrebbe far riflettere molti la lettera inviata nei giorni scorsi alla rettrice Polimeni dalla Fondazione Elisabeth Rotschild nella quale si chiede di non accettare le richieste degli studenti e si paventano i danni che la Sapienza subirebbe se venisse meno alla collaborazione con le istituzioni israeliane.
E dovrebbe far riflettere – e agitare – lo stato di totale destrutturazione del sistema della formazione, istruzione, ricerca pubblica, portata avanti con sistematicità dalle classi dominanti e dirigenti in questi decenni.
È ora che tutta la filiera politica, massmediatica ed economica che ha prosperato rendendosi complice dei crimini di guerra israeliani (anche quelli prima del 7 ottobre e dell’operazione di Gaza, ndr), se ne faccia una ragione. E questa volta non basteranno le ricostruzioni piuttosto fantasiose e un po’ stantìe del Corriere della Sera su jihadisti e anarchici infiltrati o alla guida delle proteste studentesche. Così non è, neanche se vi pare.
Qui di seguito l’appello lanciato dagli studenti in sciopero della fame.
Gli è arrivata la solidarietà di Fiorella Mannoia, ma anche di Giorgio Cremaschi, della Comunità Palestinese, del portavoce di Potere al Popolo Giuliano Granato, dell’Arci di Roma e tanti altri.
Qualche decina di metri più in là c’è la tendopoli allestita sul pratone per dare continuità alle mobilitazioni di questi giorni. Tende e cartelli contro la guerra, gli accordi con Israele, in solidarietà con il popolo palestinese ma contro la Nato. E ai tavolini gli studenti in lotta ne approfittano per studiare.
Ne troviamo un gruppo chini a studiare su tomi di codice civile, codice penale, storia contemporanea etc. Un po’ diffidenti quando pensano che siamo giornalisti come quelli che da giorni li tormentano con le domande più strampalate, ma poi ci accolgono… e ci scroccano le sigarette. Spiegano che con lo sciopero della fame intendono mantenere e rilanciare la mobilitazione in corso ormai da settimane per mettere fine alla complicità della più grande università d’Europa con gli apparati israeliani e l’industria militare.
Occorre ammettere che se il governo e la filiera dei giornali di destra e filo-israeliani (Corriere della Sera in testa) volevano giocare sull’immagine degli studenti estremisti, si sono ritrovati spiazzati da una protesta classicamente pacifica ma non meno determinata nei contenuti.
“Chiediamo alla rettrice Polimeni di riceverci, le nostre richieste, così come quelle di una parte non irrilevante del corpo docente e dei ricercatori, non sono state affatto prese in considerazione” – dicono gli studenti in sciopero della fame sotto il Rettorato – “La sospensione degli accordi di collaborazione con le istituzioni israeliane e l’industria bellica è una contraddizione politica, materiale ed etica dell’università. Ignorarla non è accettabile”.
Da qui la decisione di proseguire sia con la protesta che con la mobilitazione nell’ateneo.
Per intervistare gli studenti incatenati sotto il Rettorato occorre quasi scavalcare uno sbarramento di due automobili. Quando chiediamo il perché ci rispondono che sono le auto – una Punto civile della polizia, l’altra presa in leasing da una compagnia privata di sicurezza – oggetto della contestazione di reato di danneggiamento ai due studenti processati ieri mattina per direttissima e rinviati a giudizio per il 22 e 23 maggio.
Ci spiegano però che una delle auto – la Punto della polizia (in borghese) era senza il freno a mano tirato, per cui nella concitazione si è mossa andando a tamponare l’altra. Sull’auto civile è visibile la rientranza sul tetto dovuta al fatto che uno studente ci si era arrampicato sopra per megafonare.
Insomma una scena quasi più comica che drammatica, sicuramente meno drammatica di quanto hanno provato a disegnarla i membri del governo e le loro cordate di giornalisti. Non solo.
Immagini video e testimonianze confermano che gli studenti erano a mani nude quando si sono spintonati con gli agenti sotto al Rettorato ed anche quando gli agenti hanno usato i manganelli alla porta dell’ateneo su via Regina Elena.
Per dirla alla romana, nelle mobilitazioni di queste settimane ed anche nei giorni scorsi “Non s’è visto né un sèrcio né un tortòre”, e allora di quale violenza degli studenti stanno starnazzando da lunedi ministri, sottosegretari e portaborse?
Le memoria corre a qualche anno fa, quando venne indicata come violenza anche il bacio apposto da una manifestante No Tav sulla visiera del casco di un agente. Il senso del ridicolo non rende però chi lo esprime meno inquietante.
Più che la stigmatizzazione strumentale, e pure falsa, della “violenza” degli studenti che perde credibilità di fronte alla realtà, appare evidente come il governo e gli interessi che rappresenta temano come la peste che nelle università i giovani si siano attivati, intorno al genocidio dei palestinesi a Gaza sicuramente.
Ma le proteste di queste settimane hanno anche rivelato un malessere profondo nel mondo della formazione/istruzione pubblica che ormai dilaga anche tra docenti e ricercatori. Ne è prova l’ampia adesione all’appello sottoscritto da centinaia di docenti e ricercatori che hanno chiesto di non sottoscrivere il bando del Ministero degli Esteri per la collaborazione tra le università italiane e istituzioni israeliane.
Una questione talmente vera e seria da aver visto atenei come Torino, Pisa, Bari, Napoli deliberare in tal senso o sfilarsi rettori da fondazioni come Med-Or, creatura della maggiore industria di armamenti italiana: Leonardo.
Dovrebbe far riflettere molti la lettera inviata nei giorni scorsi alla rettrice Polimeni dalla Fondazione Elisabeth Rotschild nella quale si chiede di non accettare le richieste degli studenti e si paventano i danni che la Sapienza subirebbe se venisse meno alla collaborazione con le istituzioni israeliane.
E dovrebbe far riflettere – e agitare – lo stato di totale destrutturazione del sistema della formazione, istruzione, ricerca pubblica, portata avanti con sistematicità dalle classi dominanti e dirigenti in questi decenni.
È ora che tutta la filiera politica, massmediatica ed economica che ha prosperato rendendosi complice dei crimini di guerra israeliani (anche quelli prima del 7 ottobre e dell’operazione di Gaza, ndr), se ne faccia una ragione. E questa volta non basteranno le ricostruzioni piuttosto fantasiose e un po’ stantìe del Corriere della Sera su jihadisti e anarchici infiltrati o alla guida delle proteste studentesche. Così non è, neanche se vi pare.
Qui di seguito l’appello lanciato dagli studenti in sciopero della fame.
Appello a democratici, pacifisti e società civile a sostenere le richieste di studenti e accademici nelle università per fermare il genocidio in Palestina.Fonte
Siamo studenti e studentesse dell’Università La Sapienza di Roma, abbiamo deciso di intraprendere uno sciopero della fame dalla mattina di mercoledi 17 aprile, incatenati sotto al rettorato del nostro ateneo.
Ci rivolgiamo a tutti coloro le cui coscienze sono scosse dalle terribili immagini del genocidio in corso a Gaza, dalla preoccupante condizione in cui versano tutti i territori palestinesi sotto attacco continuo, e dalla possibilità sempre più reale di una escalation generalizzata della guerra in Medio oriente e non solo.
Siamo arrivati alla scelta di questa forma di protesta non violenta, dopo mesi di una mobilitazione eterogenea e diffusa che ha visto in diversi settori della società una presa di posizione netta contro le guerre, per un cessate il fuoco, per fermare l’escalation in corso che rischia di trascinare il mondo in una terza guerra mondiale a pezzi.
A tutto questo però è corrisposto soltanto un preoccupante avvitamento antidemocratico che nei casi più estremi si è tradotto anche in manganelli e violenza repressiva su studenti e studentesse, tanti gli ultimi eventi noti.
È poi proprio nell’università, da tempo fulcro della coscienza critica, che una convergenza di professori, ricercatori, studenti e studiosi di ogni genere, ha messo all’ordine del giorno la necessità di mettere fine alle collaborazioni di ricerca e didattiche che legano la formazione all’industria della guerra e ad Israele, e in alcuni atenei come quelli di Torino, Pisa, Bari, Napoli e Milano questa battaglia ha conquistato alcune importanti vittorie.
Oggi tuttavia, guardandoci attorno, non riusciamo a vedere altro che l’urgenza di fare di più e fare meglio: siamo in sciopero della fame perché il nostro Paese non è ancora disposto ad adoperarsi per costruire le condizioni per la pace, ma non c’è più tempo di aspettare.
17/02/2024
Cile - Diritti Umani e sciopero della fame dei PPM CAM: il gattopardismo del PC
Questa domenica, 11 gennaio 2024, trascorsi 90 giorni di sciopero della fame di 4 weichafe della CAM e di altri 11 Prigionieri Politici Mapuche da più di 60 giorni con la stessa misura drastica, è nostro dovere denunciare la dichiarazione della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Partito Comunista del Cile, che, a nostro avviso, opportunisticamente, “solidarizza con gli scioperanti Mapuche e manifesta preoccupazione per il futuro politico dell’Araucanía“.
Il gattopardismo del PC è aumentato negli ultimi anni. Dopo essere stata una delle organizzazioni storicamente più colpite dal potere, è diventata complice ed esecutrice delle politiche repressive dello Stato cileno contro il movimento di resistenza Mapuche.
Perché è in merito agli ultimi avvenimenti e in onore del rispetto per questa degna lotta che noi scioperanti portiamo avanti, e che riteniamo strettamente legata e concatenata con le rivendicazioni territoriali e politiche del movimento autonomista Mapuche, che esprimiamo la nostra opinione e disagio per le dichiarazioni di rappresentanti del PC.
Considerando e ricordando, anzitutto, che i tre mesi di sciopero della fame hanno comportato il ricovero di 3 dei nostri weichafe in condizioni di vita gravi e critiche, come affermato dallo stesso Collegio Medico e dal servizio sanitario, le richieste di questo movimento sono state chiare: come punto centrale, chiedere la nullità del processo che ha condannato a più di 15 anni Ernesto Llaitul, Ricardo Delgado Reinao, Esteban Henríquez e Nicolás Alcaman e, come seconda richiesta, abilitare un modulo per i comuneros [membri della comunità Mapuche] che abbia condizioni carcerarie adeguate alla cultura dei membri di un popolo originario.
Ora, 48 ore dopo che la Sesta Sezione della Corte d’Appello di Concepción ha sentenziato in forma chiara e decisa l’annullamento del processo e della sentenza per la totale mancanza di garanzie di giusto processo, esemplificata dall’inesistenza di prove scientifiche di colpevolezza e dall’assenza di idoneità accreditata dei presunti “esperti”, presentati dalla Procura e dal Governo, dobbiamo venire a conoscere il pronunciamento della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Partito Comunista, composta, tra gli altri, dalle deputate Lorena Pizarro e Carmen Hertz, donato alla stampa come decorazione pubblica.
Perché non dimentichiamo che il 9 luglio 2021, quando già si sapeva della crudele esecuzione del Weichafe Pablo Marchant, el Toño, mentre era detenuto dalla polizia, l’allora deputato e candidato alla presidenza Gabriel Boric, ha twittato: “Il caso è grave. Le imprese forestali sono parte del problema“, e la sua responsabile della campagna per La Moneda, la militante comunista Camila Vallejo, ha scritto: “Giustizia per Pablo!!“.
Due mesi dopo, Boric, insieme alla sua coalizione Frente Amplio e con la complice astensione del Partito Comunista, ha approvato la proroga fino al 2030 dei sussidi statali milionari concessi alle imprese forestali e ai proprietari terrieri per continuare a saccheggiare e a depredare il Wallmapu, mentre il nostro popolo, le comunità , registrano i più alti tassi di povertà ed emarginazione dovuti principalmente alla mancanza di terre.
Non dimentichiamo che queste stesse deputate della Commissione per i Diritti Umani del PC, con l’insieme del loro gruppo aggiunto a quello del Frente Amplio, hanno votato a favore della militarizzazione di Wallmapu, che in senso stretto implica occupare con un vasto contingente poliziesco e militare dotato di mezzi blindati e armamento da guerra con il chiaro obiettivo di assediare e reprimere le comunità in resistenza e in movimento.
In effetti, la repressione più mirata e selettiva ha portato, come diretta conseguenza, all’incarcerazione e al perseguimento di dirigenti tramite la Legge di Sicurezza dello Stato, così come a falsi processi di weichafe di primo piano.
Il tutto incorniciato da forti campagne mediatiche orchestrate dal potere imprenditoriale e governativo, esacerbando così ulteriormente la criminalizzazione e la persecuzione della difesa del nostro territorio ancestrale, che in definitiva è la difesa della vita nel suo insieme, perché si tratta di una lotta contro il capitalismo, contro l’estrattivismo e per la difesa dell’itrofilmongen e la sovranità delle comunità.
Non abbiamo dubbi nell’affermare che il PC ha dato il suo appoggio alla continuità colonizzatrice rappresentata dalla “Commissione per la Pace” imposta da Boric, un processo fallito fin dall’origine, come altri precedenti, che non tiene conto della discussione sul territorio e sull’autonomia, che è la base della nostra richiesta politica.
Certamente si osserva una “presunta” contraddizione tra quanto fatto dalla Corte di Giustizia di Concepción e la volontà di non dare seguito alla richiesta di miglioramenti carcerari, che spetterebbe al sottosegretario alla Giustizia, il comunista Jaime Gajardo, per adeguarsi agli impegni firmati dallo Stato cileno nei confronti dei popoli indigeni.
Persiste la logica della persecuzione e della punizione da parte di questo Governo nei confronti dei weichafe detenuti, una questione che dipinge l’attuale governo neoliberista con la definizione di essere dalla parte dell’oligarchia e contro la resistenza mapuche.
In breve, l’azione dello Stato con la militarizzazione, la repressione e la persecuzione politica dimostra la volontà della classe dirigente, di questo Governo e dei partiti in generale, compreso il PC, di non portare avanti un dialogo né di creare le condizioni per un reale processo di ricerca della pace e della giustizia per l’eroico popolo della Nazione Mapuche.
Fonte
Il gattopardismo del PC è aumentato negli ultimi anni. Dopo essere stata una delle organizzazioni storicamente più colpite dal potere, è diventata complice ed esecutrice delle politiche repressive dello Stato cileno contro il movimento di resistenza Mapuche.
Perché è in merito agli ultimi avvenimenti e in onore del rispetto per questa degna lotta che noi scioperanti portiamo avanti, e che riteniamo strettamente legata e concatenata con le rivendicazioni territoriali e politiche del movimento autonomista Mapuche, che esprimiamo la nostra opinione e disagio per le dichiarazioni di rappresentanti del PC.
Considerando e ricordando, anzitutto, che i tre mesi di sciopero della fame hanno comportato il ricovero di 3 dei nostri weichafe in condizioni di vita gravi e critiche, come affermato dallo stesso Collegio Medico e dal servizio sanitario, le richieste di questo movimento sono state chiare: come punto centrale, chiedere la nullità del processo che ha condannato a più di 15 anni Ernesto Llaitul, Ricardo Delgado Reinao, Esteban Henríquez e Nicolás Alcaman e, come seconda richiesta, abilitare un modulo per i comuneros [membri della comunità Mapuche] che abbia condizioni carcerarie adeguate alla cultura dei membri di un popolo originario.
Ora, 48 ore dopo che la Sesta Sezione della Corte d’Appello di Concepción ha sentenziato in forma chiara e decisa l’annullamento del processo e della sentenza per la totale mancanza di garanzie di giusto processo, esemplificata dall’inesistenza di prove scientifiche di colpevolezza e dall’assenza di idoneità accreditata dei presunti “esperti”, presentati dalla Procura e dal Governo, dobbiamo venire a conoscere il pronunciamento della Commissione Nazionale per i Diritti Umani del Partito Comunista, composta, tra gli altri, dalle deputate Lorena Pizarro e Carmen Hertz, donato alla stampa come decorazione pubblica.
Perché non dimentichiamo che il 9 luglio 2021, quando già si sapeva della crudele esecuzione del Weichafe Pablo Marchant, el Toño, mentre era detenuto dalla polizia, l’allora deputato e candidato alla presidenza Gabriel Boric, ha twittato: “Il caso è grave. Le imprese forestali sono parte del problema“, e la sua responsabile della campagna per La Moneda, la militante comunista Camila Vallejo, ha scritto: “Giustizia per Pablo!!“.
Due mesi dopo, Boric, insieme alla sua coalizione Frente Amplio e con la complice astensione del Partito Comunista, ha approvato la proroga fino al 2030 dei sussidi statali milionari concessi alle imprese forestali e ai proprietari terrieri per continuare a saccheggiare e a depredare il Wallmapu, mentre il nostro popolo, le comunità , registrano i più alti tassi di povertà ed emarginazione dovuti principalmente alla mancanza di terre.
Non dimentichiamo che queste stesse deputate della Commissione per i Diritti Umani del PC, con l’insieme del loro gruppo aggiunto a quello del Frente Amplio, hanno votato a favore della militarizzazione di Wallmapu, che in senso stretto implica occupare con un vasto contingente poliziesco e militare dotato di mezzi blindati e armamento da guerra con il chiaro obiettivo di assediare e reprimere le comunità in resistenza e in movimento.
In effetti, la repressione più mirata e selettiva ha portato, come diretta conseguenza, all’incarcerazione e al perseguimento di dirigenti tramite la Legge di Sicurezza dello Stato, così come a falsi processi di weichafe di primo piano.
Il tutto incorniciato da forti campagne mediatiche orchestrate dal potere imprenditoriale e governativo, esacerbando così ulteriormente la criminalizzazione e la persecuzione della difesa del nostro territorio ancestrale, che in definitiva è la difesa della vita nel suo insieme, perché si tratta di una lotta contro il capitalismo, contro l’estrattivismo e per la difesa dell’itrofilmongen e la sovranità delle comunità.
Non abbiamo dubbi nell’affermare che il PC ha dato il suo appoggio alla continuità colonizzatrice rappresentata dalla “Commissione per la Pace” imposta da Boric, un processo fallito fin dall’origine, come altri precedenti, che non tiene conto della discussione sul territorio e sull’autonomia, che è la base della nostra richiesta politica.
Certamente si osserva una “presunta” contraddizione tra quanto fatto dalla Corte di Giustizia di Concepción e la volontà di non dare seguito alla richiesta di miglioramenti carcerari, che spetterebbe al sottosegretario alla Giustizia, il comunista Jaime Gajardo, per adeguarsi agli impegni firmati dallo Stato cileno nei confronti dei popoli indigeni.
Persiste la logica della persecuzione e della punizione da parte di questo Governo nei confronti dei weichafe detenuti, una questione che dipinge l’attuale governo neoliberista con la definizione di essere dalla parte dell’oligarchia e contro la resistenza mapuche.
In breve, l’azione dello Stato con la militarizzazione, la repressione e la persecuzione politica dimostra la volontà della classe dirigente, di questo Governo e dei partiti in generale, compreso il PC, di non portare avanti un dialogo né di creare le condizioni per un reale processo di ricerca della pace e della giustizia per l’eroico popolo della Nazione Mapuche.
Fonte
02/02/2024
Prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame
Santiago, 29 gennaio 2024
Ai Signori
Luis Cordero Vega, Ministro della Giustizia.
Jaime Gajardo Falcón, Sottosegretario della Giustizia.
Xavier Altamirano, Sottosegretario ai Diritti Umani.
Le organizzazioni e le persone che aderiscono alla presente lettera, segnalano quanto segue:
In primo luogo, facciamo presente che quattro prigionieri politici mapuche CAM stanno facendo uno sciopero della fame da 78 giorni, chiedendo innanzitutto l’annullamento del processo contro Ernesto Llaitul Pezoa, Ricardo Delgado Reinao, Nicolás Villouta Alcaman e Esteban Henríquez Riquelme, o quali, nonostante l’inesistenza di elementi probatori, sono stati ingiustamente condannati a più di 15 anni di carcere.
Questo sciopero della fame si realizza con il sostegno di 11 prigionieri politici CAM, detenuti nel CP Bío-bío e nel CCP di Temuco: il portavoce storico della CAM Héctor Llaitul Carrillanca, José Lienqueo Marquez, Roberto Garling Infanta, Bastian Llaitul Vergara, Oscar Cañupan Calfin, Axel Campos Vivallos, Pelentaro Llaitul Pezoa, Daniel Canio Tralcal, Luis Menares Chanilao, Carlos Mardones Saez, Jorge Caniupil Coña, che sono in sciopero della fame da 50 giorni.
In secondo luogo, si esige l’implementazione di un modulo comunitario nel CP Bío-bío, come previsto nei trattati internazionali sottoscritti dallo stato del Cile, tenendo in considerazione i seguenti argomenti:
1. Il riconoscimento dei 15 membri della comunità come membri del popolo originario mapuche e la rivendicazione del loro status di prigionieri politici, ogniqualvolta le loro cause siano legate al conflitto storico che esiste tra il popolo nazione mapuche, lo Stato del Cile e la lotta che si porta avanti contro l’estrattivismo, soprattutto forestale, che depreda il Wallmapu.
2. Si sa che la decisione politica di fermare e contrastare il conflitto storico ha peggiorato la persecuzione e la criminalizzazione delle rivendicazioni mapuche negli ultimi 30 anni, e ciò ha inevitabilmente portato in carcere centinaia di membri della comunità.
3. Segnaliamo che, grazie a mobilitazioni diverse ed estese, il popolo mapuche ha ottenuto, anche se in modo insufficiente, il rispetto di alcune condizioni culturali e spirituali all’interno dei vari centri penitenziari. Un esempio di questo è l’ottenimento di moduli comunitari (luoghi in cui, sia pur in modo minimo, si può esprimere l’identità e l’appartenenza mapuche) in quanto corrispondono a uno spazio sostenuto dalla Convenzione 169 dell’ILO, la cui sottoscrizione da parte dello Stato del Cile è vigente, e che era stato, in un certo senso, rispettato o almeno considerato da tutti i governi, compresi quelli di destra.
4. Ricordiamo che è stata evidente una negazione e un arretramento, da parte dell’attuale governo, poiché sono stati violati costantemente i diritti fondamentali dei prigionieri politici mapuche nelle carceri di massima sicurezza. In questo caso ci riferiamo specificamente al CP Bío-bío, situazione di cui li riteniamo responsabili per il loro ruolo di massima autorità in materia di detenzione.
5. Denunciamo le violazioni e le trasgressioni sistematiche commesse, inoltre, contro le famiglie e i membri delle comunità che visitano i prigionieri politici mapuche, che non ricevono il trattamento speciale che spetta loro in quanto membri del popolo mapuche originario, ignorando, pertanto, quanto stabilito nei trattati internazionali sottoscritti dallo Stato del Cile.
In terzo luogo, si chiede il rilascio immediato di Daniel Canio Tralcal, poiché, considerato il periodo in cui è stato ingiustamente incarcerato dallo Stato del Cile – tra il 2009 e il 2013, ed essendo stato assolto dalle imputazioni- ha il diritto di scegliere la libertà condizionale.
Riteniamo che il fatto di tenere i prigionieri politici mapuche in un carcere di massima sicurezza corrisponda ad una decisione politica e non solo amministrativa. Riconosciamo che i prigionieri politici mapuche sono privati della libertà, ma in nessun caso cessano di essere soggetti di diritti fondamentali, né perdono il loro status di membri del popolo mapuche.
Per quanto sopra esposto, chiediamo che il trattamento e le condizioni di detenzione siano coerenti con la loro situazione di prigionieri politici e con la loro condizione di membri del popolo mapuche. Chiediamo che venga data una soluzione alle richieste rappresentate con lo sciopero della fame, così come riteniamo le autorità dello Stato del Cile responsabili delle eventuali conseguenze irreversibili sulla salute e sulla vita degli scioperanti.
Fonte
Ai Signori
Luis Cordero Vega, Ministro della Giustizia.
Jaime Gajardo Falcón, Sottosegretario della Giustizia.
Xavier Altamirano, Sottosegretario ai Diritti Umani.
Le organizzazioni e le persone che aderiscono alla presente lettera, segnalano quanto segue:
In primo luogo, facciamo presente che quattro prigionieri politici mapuche CAM stanno facendo uno sciopero della fame da 78 giorni, chiedendo innanzitutto l’annullamento del processo contro Ernesto Llaitul Pezoa, Ricardo Delgado Reinao, Nicolás Villouta Alcaman e Esteban Henríquez Riquelme, o quali, nonostante l’inesistenza di elementi probatori, sono stati ingiustamente condannati a più di 15 anni di carcere.
Questo sciopero della fame si realizza con il sostegno di 11 prigionieri politici CAM, detenuti nel CP Bío-bío e nel CCP di Temuco: il portavoce storico della CAM Héctor Llaitul Carrillanca, José Lienqueo Marquez, Roberto Garling Infanta, Bastian Llaitul Vergara, Oscar Cañupan Calfin, Axel Campos Vivallos, Pelentaro Llaitul Pezoa, Daniel Canio Tralcal, Luis Menares Chanilao, Carlos Mardones Saez, Jorge Caniupil Coña, che sono in sciopero della fame da 50 giorni.
In secondo luogo, si esige l’implementazione di un modulo comunitario nel CP Bío-bío, come previsto nei trattati internazionali sottoscritti dallo stato del Cile, tenendo in considerazione i seguenti argomenti:
1. Il riconoscimento dei 15 membri della comunità come membri del popolo originario mapuche e la rivendicazione del loro status di prigionieri politici, ogniqualvolta le loro cause siano legate al conflitto storico che esiste tra il popolo nazione mapuche, lo Stato del Cile e la lotta che si porta avanti contro l’estrattivismo, soprattutto forestale, che depreda il Wallmapu.
2. Si sa che la decisione politica di fermare e contrastare il conflitto storico ha peggiorato la persecuzione e la criminalizzazione delle rivendicazioni mapuche negli ultimi 30 anni, e ciò ha inevitabilmente portato in carcere centinaia di membri della comunità.
3. Segnaliamo che, grazie a mobilitazioni diverse ed estese, il popolo mapuche ha ottenuto, anche se in modo insufficiente, il rispetto di alcune condizioni culturali e spirituali all’interno dei vari centri penitenziari. Un esempio di questo è l’ottenimento di moduli comunitari (luoghi in cui, sia pur in modo minimo, si può esprimere l’identità e l’appartenenza mapuche) in quanto corrispondono a uno spazio sostenuto dalla Convenzione 169 dell’ILO, la cui sottoscrizione da parte dello Stato del Cile è vigente, e che era stato, in un certo senso, rispettato o almeno considerato da tutti i governi, compresi quelli di destra.
4. Ricordiamo che è stata evidente una negazione e un arretramento, da parte dell’attuale governo, poiché sono stati violati costantemente i diritti fondamentali dei prigionieri politici mapuche nelle carceri di massima sicurezza. In questo caso ci riferiamo specificamente al CP Bío-bío, situazione di cui li riteniamo responsabili per il loro ruolo di massima autorità in materia di detenzione.
5. Denunciamo le violazioni e le trasgressioni sistematiche commesse, inoltre, contro le famiglie e i membri delle comunità che visitano i prigionieri politici mapuche, che non ricevono il trattamento speciale che spetta loro in quanto membri del popolo mapuche originario, ignorando, pertanto, quanto stabilito nei trattati internazionali sottoscritti dallo Stato del Cile.
In terzo luogo, si chiede il rilascio immediato di Daniel Canio Tralcal, poiché, considerato il periodo in cui è stato ingiustamente incarcerato dallo Stato del Cile – tra il 2009 e il 2013, ed essendo stato assolto dalle imputazioni- ha il diritto di scegliere la libertà condizionale.
Riteniamo che il fatto di tenere i prigionieri politici mapuche in un carcere di massima sicurezza corrisponda ad una decisione politica e non solo amministrativa. Riconosciamo che i prigionieri politici mapuche sono privati della libertà, ma in nessun caso cessano di essere soggetti di diritti fondamentali, né perdono il loro status di membri del popolo mapuche.
Per quanto sopra esposto, chiediamo che il trattamento e le condizioni di detenzione siano coerenti con la loro situazione di prigionieri politici e con la loro condizione di membri del popolo mapuche. Chiediamo che venga data una soluzione alle richieste rappresentate con lo sciopero della fame, così come riteniamo le autorità dello Stato del Cile responsabili delle eventuali conseguenze irreversibili sulla salute e sulla vita degli scioperanti.
Fonte
17/05/2023
Un nuovo sciopero della fame nel 41bis
Da oltre due mesi è in sciopero della fame Domenico Porcelli, detenuto in custodia cautelare al 41bis nel carcere sardo di Bancali. Ha 49 anni e ha deciso, come altri ristretti che però sono nel frattempo morti, di seguire la strada dell’anarchico Alfredo Cospito.
Il motivo della sua protesta è stata la proroga del regime speciale che considera priva di presupposti. Le sue legali, Maria Teresa Pintus e Livia Lauria, hanno già presentato reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere l’annullamento del decreto di 41 bis prorogato dall’attuale ministro della Giustizia.
Come riferisce a Il Dubbio l’avvocata Pintus del foro di Sassari, Porcelli ha iniziato uno sciopero della fame il 28 febbraio 2023 per far sentire la sua voce e attirare l’attenzione sulla sua difficile situazione. Durante questo periodo, ha perso ben 13 kg di peso, segno tangibile del suo impegno e della sua determinazione.
Tuttavia, la sua condizione è andata deteriorandosi nel corso delle settimane. A causa delle sue condizioni precarie, Porcelli ha dovuto affidarsi alle flebo per mantenere un minimo di forza. Ma purtroppo, da due sabati a questa parte, l’avvocata Pintus denuncia che gli sarebbe stato negato questo supporto vitale. Questo ha reso la sua situazione ancora più difficile e ha messo in luce una mancanza di attenzione nei confronti del suo diritto alla salute.
Durante il suo sciopero, Porcelli ha manifestato disestesie alla mano destra e dolore all’avambraccio destro. Fortunatamente, questi sintomi sembrano essere spariti nel corso del tempo. Tuttavia, il dolore persiste al piede.
Ma la sua vicenda, come quella dei due detenuti morti recentemente nel carcere siciliano di Augusta, non risulta attenzionata da nessun parlamentare, né tantomeno dal ministero della Giustizia, nonostante i numerosi solleciti.
Della vicenda è stato attenzionato anche il garante nazionale delle persone private della libertà. L’avvocata Pintus chiosa a Il Dubbio: «Esistono detenuti di serie A e detenuti di serie B anche all’interno del regime detentivo speciale del 41 bis, ma il diritto alla salute non è garantito per nessuno!».
Va detto che Porcelli si trova attualmente in custodia cautelare, avendo subito una condanna di primo grado lo scorso giugno a 26 anni e mezzo di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma la proroga del 41 bis nei suoi confronti è legittima o no? Il reclamo per chiedere l’annullamento presenta delle argomentazioni interessanti.
L’applicazione e il rinnovamento del regime detentivo speciale del 41 bis comportano la sospensione di alcune normali regole di trattamento e istituti previsti dall’ordinamento penitenziario. Questo regime richiede che la presunta pericolosità del detenuto sia dimostrata come attuale, concreta e tale da giustificare la violazione delle garanzie costituzionali e penitenziarie.
Tuttavia, nel caso di Porcelli, ricordiamo attualmente in custodia cautelare (in attesa di un processo e quindi “innocente fino a prova contraria”, ndr) e sottoposto a tale regime, non è mai stato dimostrato che abbia ripreso i contatti con alcuna organizzazione criminale.
Inoltre, nel frattempo non sono emerse nuove emergenze investigative che potessero confermare l’originaria valutazione sulla sua pericolosità elevata.
Questo dato è di estrema importanza, poiché la sottoposizione al cosiddetto “carcere duro” comporta una totale trasparenza dei rapporti del detenuto con l’esterno, attraverso la registrazione video e audio dei colloqui con i familiari e la censura della corrispondenza in entrata e in uscita.
Se è vero che, negli ultimi anni di detenzione, Porcelli non ha mai subito censure durante i colloqui con i familiari, lo stesso non si può dire per il diritto all’informazione e alla cultura. Il 41 bis impone il divieto per il detenuto di leggere i giornali della sua regione di appartenenza e, purtroppo, anche la censura della corrispondenza e dei mezzi di integrazione culturale, come tv, radio, libri e giornali.
Per quanto riguarda quest’ultimi, l’addetto alla censura deve verificare il contenuto degli articoli di giornale presenti nei quotidiani mensili o settimanali e, se ritiene che la lettura sia “sconveniente” per il detenuto, sottoporla alla valutazione del Magistrato di Sorveglianza competente.
Secondo il reclamo, nonostante la logica e la chiara giurisprudenza in merito, il Ministro non avrebbe compiuto lo sforzo richiesto in relazione ai parametri previsti dal 41 bis e ha prorogato la misura nei confronti di Porcelli.
Tuttavia, l’analisi puntuale dei parametri normativi pertinenti porta a insistere per la revoca di tale provvedimento. Il tempo trascorso sotto il regime di 41 bis, nel caso specifico, è solo uno degli elementi su cui si basa la richiesta di revoca.
La motivazione fornita per la proroga del regime detentivo speciale, secondo i legali di Porcelli, sarebbe illegittima e meriterebbe una severa censura, specialmente alla luce della recentissima giurisprudenza di legittimità.
Tale giurisprudenza ha sottolineato che ogni provvedimento di proroga deve contenere una motivazione specifica e autonoma sulla persistenza del pericolo per l’ordine e la sicurezza, senza utilizzare formule stereotipate che giustifichino automatismi inammissibili o basarsi su giudizi presuntivi.
Secondo il reclamo, il decreto impugnato non ha indicato alcun elemento recente che possa dimostrare l’attualità dei collegamenti del detenuto con l’organizzazione criminale, né la sua capacità di mantenere legami associativi all’interno dell’ambiente carcerario.
Pertanto, alla luce dei principi derivanti dalle norme di diritto, dalla giurisprudenza e dall’interpretazione dottrinale, per gli avvocati si deve concludere che il decreto ministeriale oggetto del reclamo è illegittimo e deve essere disapplicato poiché è stato emesso in violazione di legge, mancando i presupposti per la sua applicazione.
È essenziale sottolineare che il regime del 41 bis è una misura eccezionale che richiede una rigorosa valutazione della pericolosità del detenuto e una giustificazione chiara e motivata per la violazione delle normali garanzie costituzionali e penitenziarie. Non può essere utilizzato in maniera arbitraria o come strumento punitivo senza una valida base giuridica.
La difesa di Porcelli ha cercato di dimostrare che non esistono elementi concreti che giustifichino la sua permanenza sotto questo regime restrittivo. La mancanza di contatti con l’ambiente criminale e l’assenza di nuove emergenze investigative ne testimonierebbero la situazione attuale. Pertanto, la richiesta di revoca del regime del 41 bis per Porcelli si basa su elementi importanti.
E ancora una volta, si riaccende il focus su un regime speciale approvato sull’onda emotiva delle stragi, soprattutto dopo quella di Via D’Amelio. Misura nata in un contesto emergenziale, quando la mafia di Riina aveva deciso di fare una guerra allo Stato. L’ha persa, tutti gli stragisti sono stati arrestati. Sono passati più di 30 anni, la mafia ha scelto da tempo la “sommersione”. Ma il 41 bis rimane intatto. Usato anche come strumento preventivo nel caso di Porcelli.
Fonte
Il motivo della sua protesta è stata la proroga del regime speciale che considera priva di presupposti. Le sue legali, Maria Teresa Pintus e Livia Lauria, hanno già presentato reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere l’annullamento del decreto di 41 bis prorogato dall’attuale ministro della Giustizia.
Come riferisce a Il Dubbio l’avvocata Pintus del foro di Sassari, Porcelli ha iniziato uno sciopero della fame il 28 febbraio 2023 per far sentire la sua voce e attirare l’attenzione sulla sua difficile situazione. Durante questo periodo, ha perso ben 13 kg di peso, segno tangibile del suo impegno e della sua determinazione.
Tuttavia, la sua condizione è andata deteriorandosi nel corso delle settimane. A causa delle sue condizioni precarie, Porcelli ha dovuto affidarsi alle flebo per mantenere un minimo di forza. Ma purtroppo, da due sabati a questa parte, l’avvocata Pintus denuncia che gli sarebbe stato negato questo supporto vitale. Questo ha reso la sua situazione ancora più difficile e ha messo in luce una mancanza di attenzione nei confronti del suo diritto alla salute.
Durante il suo sciopero, Porcelli ha manifestato disestesie alla mano destra e dolore all’avambraccio destro. Fortunatamente, questi sintomi sembrano essere spariti nel corso del tempo. Tuttavia, il dolore persiste al piede.
Ma la sua vicenda, come quella dei due detenuti morti recentemente nel carcere siciliano di Augusta, non risulta attenzionata da nessun parlamentare, né tantomeno dal ministero della Giustizia, nonostante i numerosi solleciti.
Della vicenda è stato attenzionato anche il garante nazionale delle persone private della libertà. L’avvocata Pintus chiosa a Il Dubbio: «Esistono detenuti di serie A e detenuti di serie B anche all’interno del regime detentivo speciale del 41 bis, ma il diritto alla salute non è garantito per nessuno!».
Va detto che Porcelli si trova attualmente in custodia cautelare, avendo subito una condanna di primo grado lo scorso giugno a 26 anni e mezzo di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma la proroga del 41 bis nei suoi confronti è legittima o no? Il reclamo per chiedere l’annullamento presenta delle argomentazioni interessanti.
L’applicazione e il rinnovamento del regime detentivo speciale del 41 bis comportano la sospensione di alcune normali regole di trattamento e istituti previsti dall’ordinamento penitenziario. Questo regime richiede che la presunta pericolosità del detenuto sia dimostrata come attuale, concreta e tale da giustificare la violazione delle garanzie costituzionali e penitenziarie.
Tuttavia, nel caso di Porcelli, ricordiamo attualmente in custodia cautelare (in attesa di un processo e quindi “innocente fino a prova contraria”, ndr) e sottoposto a tale regime, non è mai stato dimostrato che abbia ripreso i contatti con alcuna organizzazione criminale.
Inoltre, nel frattempo non sono emerse nuove emergenze investigative che potessero confermare l’originaria valutazione sulla sua pericolosità elevata.
Questo dato è di estrema importanza, poiché la sottoposizione al cosiddetto “carcere duro” comporta una totale trasparenza dei rapporti del detenuto con l’esterno, attraverso la registrazione video e audio dei colloqui con i familiari e la censura della corrispondenza in entrata e in uscita.
Se è vero che, negli ultimi anni di detenzione, Porcelli non ha mai subito censure durante i colloqui con i familiari, lo stesso non si può dire per il diritto all’informazione e alla cultura. Il 41 bis impone il divieto per il detenuto di leggere i giornali della sua regione di appartenenza e, purtroppo, anche la censura della corrispondenza e dei mezzi di integrazione culturale, come tv, radio, libri e giornali.
Per quanto riguarda quest’ultimi, l’addetto alla censura deve verificare il contenuto degli articoli di giornale presenti nei quotidiani mensili o settimanali e, se ritiene che la lettura sia “sconveniente” per il detenuto, sottoporla alla valutazione del Magistrato di Sorveglianza competente.
Secondo il reclamo, nonostante la logica e la chiara giurisprudenza in merito, il Ministro non avrebbe compiuto lo sforzo richiesto in relazione ai parametri previsti dal 41 bis e ha prorogato la misura nei confronti di Porcelli.
Tuttavia, l’analisi puntuale dei parametri normativi pertinenti porta a insistere per la revoca di tale provvedimento. Il tempo trascorso sotto il regime di 41 bis, nel caso specifico, è solo uno degli elementi su cui si basa la richiesta di revoca.
La motivazione fornita per la proroga del regime detentivo speciale, secondo i legali di Porcelli, sarebbe illegittima e meriterebbe una severa censura, specialmente alla luce della recentissima giurisprudenza di legittimità.
Tale giurisprudenza ha sottolineato che ogni provvedimento di proroga deve contenere una motivazione specifica e autonoma sulla persistenza del pericolo per l’ordine e la sicurezza, senza utilizzare formule stereotipate che giustifichino automatismi inammissibili o basarsi su giudizi presuntivi.
Secondo il reclamo, il decreto impugnato non ha indicato alcun elemento recente che possa dimostrare l’attualità dei collegamenti del detenuto con l’organizzazione criminale, né la sua capacità di mantenere legami associativi all’interno dell’ambiente carcerario.
Pertanto, alla luce dei principi derivanti dalle norme di diritto, dalla giurisprudenza e dall’interpretazione dottrinale, per gli avvocati si deve concludere che il decreto ministeriale oggetto del reclamo è illegittimo e deve essere disapplicato poiché è stato emesso in violazione di legge, mancando i presupposti per la sua applicazione.
È essenziale sottolineare che il regime del 41 bis è una misura eccezionale che richiede una rigorosa valutazione della pericolosità del detenuto e una giustificazione chiara e motivata per la violazione delle normali garanzie costituzionali e penitenziarie. Non può essere utilizzato in maniera arbitraria o come strumento punitivo senza una valida base giuridica.
La difesa di Porcelli ha cercato di dimostrare che non esistono elementi concreti che giustifichino la sua permanenza sotto questo regime restrittivo. La mancanza di contatti con l’ambiente criminale e l’assenza di nuove emergenze investigative ne testimonierebbero la situazione attuale. Pertanto, la richiesta di revoca del regime del 41 bis per Porcelli si basa su elementi importanti.
E ancora una volta, si riaccende il focus su un regime speciale approvato sull’onda emotiva delle stragi, soprattutto dopo quella di Via D’Amelio. Misura nata in un contesto emergenziale, quando la mafia di Riina aveva deciso di fare una guerra allo Stato. L’ha persa, tutti gli stragisti sono stati arrestati. Sono passati più di 30 anni, la mafia ha scelto da tempo la “sommersione”. Ma il 41 bis rimane intatto. Usato anche come strumento preventivo nel caso di Porcelli.
Fonte
20/04/2023
Alfredo Cospito interrompe lo sciopero della fame
Dopo quasi 6 mesi di digiuno, all’indomani della decisione della Consulta sul suo caso, Alfredo Cospito, ha deciso di interrompere lo sciopero della fame contro il 41bis, iniziato il 20 ottobre.
La decisione è stata comunicata al Tribunale della Sorveglianza di Milano e, al momento, non è stata motivata: “Io sottoscritto Alfredo Cospito comunico di voler sospendere lo sciopero della fame”, la breve dichiarazione su un modello prestampato apposito per le comunicazioni fra detenuti e magistrati.
Dopo quasi 6 mesi di protesta, era giunto al limite, dimagrendo quasi 50 kg, col rischio di seri problemi cardiaci e neurologici. Di ieri la decisione della Corte Costituzionale che ha fatto cadere la norma che vincolava la Corte d’Assise d’appello di Torino a infliggergli necessariamente l’ergastolo per l’attentato alla Scuola degli allievi dei carabinieri di Fossano.
Si apre ora la possibilità anche di scontare una pena meno severa, tra i 20 e i 24 anni, per l’anarchico, da 6 mesi in sciopero della fame.
“Apprendiamo finalmente una notizia incoraggiante per tutti e tutte coloro che quotidianamente sono chiamati ad applicare il diritto o a subirne l’applicazione. La decisione di quest’oggi della Corte Costituzionale restituisce finalmente dignità alle questioni giuridiche sottese alle vicende umane, non ultima quella di Alfredo Cospito”, era stato il commento del difensore dell’anarchico Flavio Rossi Albertini.
Una sentenza che non incide, comunque, sul regime del 41bis. Di stamani la decisione di Cospito di firmare la dichiarazione di interruzione del digiuno, non motivata. Per ora resta ricoverato al San Paolo sotto osservazione medica e, quando le sue condizioni fisiche miglioreranno, sarà trasferito nuovamente nel carcere di Opera.
La decisione è stata comunicata al Tribunale della Sorveglianza di Milano e, al momento, non è stata motivata: “Io sottoscritto Alfredo Cospito comunico di voler sospendere lo sciopero della fame”, la breve dichiarazione su un modello prestampato apposito per le comunicazioni fra detenuti e magistrati.
Dopo quasi 6 mesi di protesta, era giunto al limite, dimagrendo quasi 50 kg, col rischio di seri problemi cardiaci e neurologici. Di ieri la decisione della Corte Costituzionale che ha fatto cadere la norma che vincolava la Corte d’Assise d’appello di Torino a infliggergli necessariamente l’ergastolo per l’attentato alla Scuola degli allievi dei carabinieri di Fossano.
Si apre ora la possibilità anche di scontare una pena meno severa, tra i 20 e i 24 anni, per l’anarchico, da 6 mesi in sciopero della fame.
“Apprendiamo finalmente una notizia incoraggiante per tutti e tutte coloro che quotidianamente sono chiamati ad applicare il diritto o a subirne l’applicazione. La decisione di quest’oggi della Corte Costituzionale restituisce finalmente dignità alle questioni giuridiche sottese alle vicende umane, non ultima quella di Alfredo Cospito”, era stato il commento del difensore dell’anarchico Flavio Rossi Albertini.
Una sentenza che non incide, comunque, sul regime del 41bis. Di stamani la decisione di Cospito di firmare la dichiarazione di interruzione del digiuno, non motivata. Per ora resta ricoverato al San Paolo sotto osservazione medica e, quando le sue condizioni fisiche miglioreranno, sarà trasferito nuovamente nel carcere di Opera.
*****
Comunicato stampa sulla vicenda involgente Alfredo Cospito
Comunicato stampa sulla vicenda involgente Alfredo Cospito
Era il 20 ottobre 2022 quando Alfredo Cospito, nel corso della prima udienza alla quale aveva diritto a partecipare dopo il suo trasferimento al 41 bis del 4 maggio 2022, dichiarava di voler iniziare uno sciopero della fame.
Le ragioni della protesta risiedevano nella aspra critica propugnata dall’anarchico contro il regime del 41 bis e l’ergastolo ostativo.
Dal 20 ottobre sono ormai trascorsi 181 giorni nei quali il Cospito, attraverso il suo corpo sempre più magro e provato, ha svelato cosa significhi in concreto il regime detentivo speciale: illogiche privazioni imposte ai detenuti, aspre limitazioni prive di una legittima finalità, deprivazione sensoriale, un ambiente orwelliano in cui si è costantemente osservati e ascoltati da telecamere e microfoni.
Ed ancora, impossibilità di leggere, studiare ed evolvere culturalmente e di ricevere libri e riviste dall’esterno anche quando inviati da case editrici, detenuti anziani ai quali viene impedito per decenni di abbracciare, anche solo toccare la mano, di figli, coniugi, fratelli...
Grazie alla protesta di Cospito, alle mobilitazioni del variegato mondo dell’attivismo politico extraparlamentare, al movimento anarchico, agli intellettuali schieratisi a sostegno delle ragioni della protesta, al mondo dei media che ha permesso la veicolazione di questi scomodi argomenti nelle case delle persone, milioni di soggetti, tra cui soprattutto le nuove generazioni, hanno compreso l’incompatibilità del 41 bis o.p. con i principi di umanità della pena e quindi con la Costituzione nata dalla lotta antifascista.
Grazie alla vicenda Cospito, il 41 bis è sempre meno tollerato da una opinione pubblica che in questi mesi è stata chiamata ad un ruolo attivo che superasse e bandisse l’indifferenza nei confronti dell’altro.
A questo risultato immediato se ne deve però aggiungere un altro ossia la dichiarazione di ricevibilità e conseguente registrazione del ricorso proposto dall’avv. Antonella Mascia di Strasburgo e dallo scrivente alla Corte europea dei diritti dell’uomo, avente proprio ad oggetto il regime penitenziario differenziato previsto dall’articolo 41-bis O.P.
Il ricorso, nel quale sono state lamentate gravi violazioni della Convenzione EDU, verrà valutato nel merito nel termine di due o tre anni (tali sono i tempi di una pronuncia) e potrebbe rappresentare il grimaldello giuridico che bandirà lo strumento inumano del 41 bis, così come avvenuto nel caso dell’ergastolo ostativo.
Da ultimo, ma non per minore importanza, l’oggettiva vittoria conseguita con la decisione di ieri, 18 aprile 2023, della Corte Costituzionale che, da quanto si apprende dal comunicato diffuso, non ha soltanto deciso sulle sorti del detenuto anarchico, ma ha compiuto una dichiarazione di incostituzionalità del divieto di prevalenza di tutte le attenuanti, nei confronti della recidiva reiterata, per tutti i reati la cui pena edittale sia fissa e contempli il solo ergastolo.
Conclusivamente la lotta intrapresa da Cospito può dirsi abbia raggiunto gli obiettivi prefissati, i tempi di attesa della decisione della Cedu, a differenza di quelli molto più contenuti della Consulta, non sono infatti compatibili con lo sciopero della fame mentre la decisione di Strasburgo merita di essere attesa.
Quindi Alfredo Cospito, trascorsi 180 giorni di digiuno e dopo aver esposto a rischio la propria vita, essere dimagrito 50 chilogrammi e aver ormai irrimediabilmente compromesso la propria funziona deambulatoria dovuta allo scadimento irreversibile del sistema nervoso periferico, il 19 aprile 2023 ha deciso di porre fine allo sciopero della fame.
Ciò facendo, il medesimo, ringrazia tutti e tutte coloro che hanno reso possibile questa tenace quanto inusuale forma di protesta.
Avv. Flavio Rossi Albertini
Fonte
08/04/2023
Alfredo Cospito continua lo sciopero della fame
Alfredo NON ha terminato lo sciopero della fame!
Le notizie girate in questi giorni sui media sono false e calunnianti, come oramai è abitudine in questa storia: gli è stato proposto del latte, ma Alfredo lo ha rifiutato.
Se deciderà di ricominciare a nutrirsi seguirà le indicazioni fornitegli dal medico di fiducia già da tempo.
In vista dell’udienza del 18 aprile ha deciso di riprendere gli integratori: potassio per stabilizzare il cuore, vitamine per cercare di arginare il problema neurologico agli arti inferiori, e proteici.
Dopo l’udienza presso la Corte Costituzionale a Roma, chiamata ad esprimersi sulla legittimità giuridica nel concedere o meno le attenuanti in relazione alla condanna per 285 c. p. (“strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato”, che prevede unicamente l’ergastolo) decretata dalla cassazione nell’ambito del processo Scripta Manent, deciderà come procedere.
È stanco e in alcuni momenti fatica a mantenere la concentrazione, ma è lucido e presente.
Nel reparto carcerario del San Paolo NON gli sta arrivando posta, nemmeno telegrammi.
NON gli stanno consegnando libri, nemmeno quelli che ha comprato attraverso il carcere di Opera dopo autorizzazione.
Nella stanza dove è ricoverato ha solo luce artificiale, non gli è possibile distinguere il giorno dalla notte.
E infine, i dottori del reparto di medicina penitenziaria del San Paolo, che seguono Alfredo, hanno ancora disposizione di non parlare e confrontarsi col dottore di fiducia, ma di consegnare solo le cartelle cliniche. Cosa questa che impedisce di fatto che possa essere seguito nel modo migliore.
Continuiamo la lotta a fianco di Alfredo!
Facciamogli arrivare la nostra rabbia e il nostro amore, perché senta che chi lotta non è mai solo!
Fonte
Le notizie girate in questi giorni sui media sono false e calunnianti, come oramai è abitudine in questa storia: gli è stato proposto del latte, ma Alfredo lo ha rifiutato.
Se deciderà di ricominciare a nutrirsi seguirà le indicazioni fornitegli dal medico di fiducia già da tempo.
In vista dell’udienza del 18 aprile ha deciso di riprendere gli integratori: potassio per stabilizzare il cuore, vitamine per cercare di arginare il problema neurologico agli arti inferiori, e proteici.
Dopo l’udienza presso la Corte Costituzionale a Roma, chiamata ad esprimersi sulla legittimità giuridica nel concedere o meno le attenuanti in relazione alla condanna per 285 c. p. (“strage allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato”, che prevede unicamente l’ergastolo) decretata dalla cassazione nell’ambito del processo Scripta Manent, deciderà come procedere.
È stanco e in alcuni momenti fatica a mantenere la concentrazione, ma è lucido e presente.
Nel reparto carcerario del San Paolo NON gli sta arrivando posta, nemmeno telegrammi.
NON gli stanno consegnando libri, nemmeno quelli che ha comprato attraverso il carcere di Opera dopo autorizzazione.
Nella stanza dove è ricoverato ha solo luce artificiale, non gli è possibile distinguere il giorno dalla notte.
E infine, i dottori del reparto di medicina penitenziaria del San Paolo, che seguono Alfredo, hanno ancora disposizione di non parlare e confrontarsi col dottore di fiducia, ma di consegnare solo le cartelle cliniche. Cosa questa che impedisce di fatto che possa essere seguito nel modo migliore.
Continuiamo la lotta a fianco di Alfredo!
Facciamogli arrivare la nostra rabbia e il nostro amore, perché senta che chi lotta non è mai solo!
Fonte
29/03/2023
“Se Cospito vuole morire allo Stato va bene così”
Il tribunale di sorveglianza di Milano ha rigettato l’istanza della difesa di Alfredo Cospito e dunque il militante anarchico resta al 41 bis nel reparto protetto del San Paolo di Milano.
Nel provvedimento i giudici di sorveglianza rigettano l’istanza “di differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare”, presentata dalla difesa, “e quella di collocazione permanente nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo di Milano“, proposta invece dalla Procura generale.
Anche per il Tribunale di sorveglianza di Sassari Alfredo Cospito deve restare al 41 bis nel reparto protetto del San Paolo di Milano.
I giudici hanno respinto la richiesta di differimento pena in arresti domiciliari presentata per gravi motivi di salute dagli avvocati difensori, Maria Teresa Pintus e Flavio Rossi Albertini.
Le due decisioni – di fatto identiche – non sono peraltro sorprendenti. La “sorveglianza” è il gradino più basso nella gerarchia della magistratura italiana, e sarebbe stato davvero sorprendente che fosse questo livello a mettere in discussione le sentenze già emesse dalla Cassazione, nonché la decisione del ministro della giustizia, che avevano confermato il 41bis per l’anarchico.
Dunque Alfredo resta per ora in ospedale, ma pur sempre in regime di 41bis (insomma: senza colloqui, senza libri, senza nulla, ecc).
Non è infatti sorpreso l’avvocato Flavio Rossi Albertini, che aveva presentato l’istanza. «La cosa che lo fa più arrabbiare è relativa alla consegna dei libri sono tre settimane che ha chiesto un libro di Borges e ancora non glielo hanno dato. Al 41 bis la cosa che è meno salvaguardata è il diritto allo studio, alla lettura, alla crescita morale e culturale del detenuto».
Definisce l’esito «scontato» e «un passaggio obbligato», «non confidavamo in alcun modo in questa iniziativa», ma questa sentenza fornisce l’occasione per il ricorso alla Corte europea dei diritti umani.
Da questo punto di vista la sentenza della sorveglianza di Milano offre probabilmente argomenti insperati.
I magistrati hanno voluto infatti stigmatizzare “la strumentalità della condotta che ha dato corso alle patologie oggi presenti” che sarebbe “assolutamente certa“.
Peggio ancora: per la condizione sanitaria di Cospito “non si palesa neppure astrattamente confliggente con il senso di umanità della pena, avuto riguardo alle condizioni oggettive del detenuto“.
Condizioni “che, certamente precarie e a grave rischio, sono il frutto di una deliberata e consapevole scelta e attraverso l’ubicazione nel reparto ospedaliero dove si trova possono essere monitorate nel modo più attento“.
Alfredo Cospito “è continuamente informato dai sanitari degli elevati rischi per la propria salute“ a quali “si espone nel proseguire l’attuale regime dietetico; inoltre quotidianamente e reiteratamente i sanitari gli propongono un protocollo di rialimentazione dopo il digiuno prolungato che però egli, altrettanto reiteratamente, rifiuta coscientemente“.
In pratica, è come se il Tribunale di Sorveglianza dicesse: “se vuole morire, che muoia pure; lo sciopero della fame non è che un ricatto strumentale per ottenere decisioni diverse da parte dello Stato”.
Un argomentare che può sembrare sensato a qualche fascista ubriaco, ma che va contro la storia di una forma di lotta pacifica che ha segnato la storia mondiale del dopoguerra.
Anche senza ricordare l’uso fattone dal Mahatma Gandhi – perché la Gran Bretagna se ne andasse dall’India, cosa che certamente il governo di Elisabetta II “non voleva” – basterebbe probabilmente ricordare la lunghissima sequenza di (semi-finti) scioperi della fame di Marco Pannella e dei radicali per supportare le battaglie per il divorzio e l’aborto (che certo i governi democristiani “non volevano”). Oppure per ottenere spazi mediatici, soprattutto televisivi, decisamente sproporzionati alla loro consistenza organizzativa ed elettorale.
Ogni volta che qualcuno ricorre allo sciopero della fame (o ad altre forme di lotta) cerca di ottenere qualcosa che la controparte non vuole concedere.
I magistrati, invece, tendono a qualificare lo sciopero della fame come una forma di “estorsione”, un voler forzare la decisione politica “sovrana” dell’esecutivo e delle istituzioni.
Sembrano perciò ignorare i fondamenti stessi della democrazia parlamentare borghese, che formalmente riconosce il diritto a far pesare interessi e posizioni diverse da quelle della maggioranza, purché espresse in forme “pacifiche”.
E più innocuo dello sciopero della fame, davvero, non c’è nulla. Il “contrastante” lo Stato, infatti, fa del male soltanto a se stesso, ovviamente per ottenere un’attenzione – e decisioni – che altrimenti non verrebbero fuori.
È la normalità della differenza sociale, insomma. Ma a questi magistrati – come all’attuale governo (e a quello Draghi, che aveva deciso il 41bis per Cospito) – sembra “intollerabile” e quindi meritevole della morte.
Non c’è dubbio che la Corte Europea avrà molto materiale su cui esercitare la propria attenzione...
Sempre che una sua decisione arrivi in tempo. Alfredo è in sciopero della fame ormai da 20 ottobre scorso. E per quanto grande possa essere la sua capacità di tenuta fisica, siamo ormai da tempo in zona rischio...
Fonte
Nel provvedimento i giudici di sorveglianza rigettano l’istanza “di differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare”, presentata dalla difesa, “e quella di collocazione permanente nel reparto di medicina protetta dell’ospedale San Paolo di Milano“, proposta invece dalla Procura generale.
Anche per il Tribunale di sorveglianza di Sassari Alfredo Cospito deve restare al 41 bis nel reparto protetto del San Paolo di Milano.
I giudici hanno respinto la richiesta di differimento pena in arresti domiciliari presentata per gravi motivi di salute dagli avvocati difensori, Maria Teresa Pintus e Flavio Rossi Albertini.
Le due decisioni – di fatto identiche – non sono peraltro sorprendenti. La “sorveglianza” è il gradino più basso nella gerarchia della magistratura italiana, e sarebbe stato davvero sorprendente che fosse questo livello a mettere in discussione le sentenze già emesse dalla Cassazione, nonché la decisione del ministro della giustizia, che avevano confermato il 41bis per l’anarchico.
Dunque Alfredo resta per ora in ospedale, ma pur sempre in regime di 41bis (insomma: senza colloqui, senza libri, senza nulla, ecc).
Non è infatti sorpreso l’avvocato Flavio Rossi Albertini, che aveva presentato l’istanza. «La cosa che lo fa più arrabbiare è relativa alla consegna dei libri sono tre settimane che ha chiesto un libro di Borges e ancora non glielo hanno dato. Al 41 bis la cosa che è meno salvaguardata è il diritto allo studio, alla lettura, alla crescita morale e culturale del detenuto».
Definisce l’esito «scontato» e «un passaggio obbligato», «non confidavamo in alcun modo in questa iniziativa», ma questa sentenza fornisce l’occasione per il ricorso alla Corte europea dei diritti umani.
Da questo punto di vista la sentenza della sorveglianza di Milano offre probabilmente argomenti insperati.
I magistrati hanno voluto infatti stigmatizzare “la strumentalità della condotta che ha dato corso alle patologie oggi presenti” che sarebbe “assolutamente certa“.
Peggio ancora: per la condizione sanitaria di Cospito “non si palesa neppure astrattamente confliggente con il senso di umanità della pena, avuto riguardo alle condizioni oggettive del detenuto“.
Condizioni “che, certamente precarie e a grave rischio, sono il frutto di una deliberata e consapevole scelta e attraverso l’ubicazione nel reparto ospedaliero dove si trova possono essere monitorate nel modo più attento“.
Alfredo Cospito “è continuamente informato dai sanitari degli elevati rischi per la propria salute“ a quali “si espone nel proseguire l’attuale regime dietetico; inoltre quotidianamente e reiteratamente i sanitari gli propongono un protocollo di rialimentazione dopo il digiuno prolungato che però egli, altrettanto reiteratamente, rifiuta coscientemente“.
In pratica, è come se il Tribunale di Sorveglianza dicesse: “se vuole morire, che muoia pure; lo sciopero della fame non è che un ricatto strumentale per ottenere decisioni diverse da parte dello Stato”.
Un argomentare che può sembrare sensato a qualche fascista ubriaco, ma che va contro la storia di una forma di lotta pacifica che ha segnato la storia mondiale del dopoguerra.
Anche senza ricordare l’uso fattone dal Mahatma Gandhi – perché la Gran Bretagna se ne andasse dall’India, cosa che certamente il governo di Elisabetta II “non voleva” – basterebbe probabilmente ricordare la lunghissima sequenza di (semi-finti) scioperi della fame di Marco Pannella e dei radicali per supportare le battaglie per il divorzio e l’aborto (che certo i governi democristiani “non volevano”). Oppure per ottenere spazi mediatici, soprattutto televisivi, decisamente sproporzionati alla loro consistenza organizzativa ed elettorale.
Ogni volta che qualcuno ricorre allo sciopero della fame (o ad altre forme di lotta) cerca di ottenere qualcosa che la controparte non vuole concedere.
I magistrati, invece, tendono a qualificare lo sciopero della fame come una forma di “estorsione”, un voler forzare la decisione politica “sovrana” dell’esecutivo e delle istituzioni.
Sembrano perciò ignorare i fondamenti stessi della democrazia parlamentare borghese, che formalmente riconosce il diritto a far pesare interessi e posizioni diverse da quelle della maggioranza, purché espresse in forme “pacifiche”.
E più innocuo dello sciopero della fame, davvero, non c’è nulla. Il “contrastante” lo Stato, infatti, fa del male soltanto a se stesso, ovviamente per ottenere un’attenzione – e decisioni – che altrimenti non verrebbero fuori.
È la normalità della differenza sociale, insomma. Ma a questi magistrati – come all’attuale governo (e a quello Draghi, che aveva deciso il 41bis per Cospito) – sembra “intollerabile” e quindi meritevole della morte.
Non c’è dubbio che la Corte Europea avrà molto materiale su cui esercitare la propria attenzione...
Sempre che una sua decisione arrivi in tempo. Alfredo è in sciopero della fame ormai da 20 ottobre scorso. E per quanto grande possa essere la sua capacità di tenuta fisica, siamo ormai da tempo in zona rischio...
Fonte
24/03/2023
Centinaia di prigionieri palestinesi hanno iniziato lo sciopero della fame
Da ieri, 2000 prigionieri palestinesi, hanno cominciato uno sciopero della fame. Una protesta di massa che i prigionieri palestinesi hanno chiamato: “Vulcano della libertà o del martirio.”
Tale protesta, è stata organizzata dal movimento dei prigionieri palestinesi, in risposta alle misure restrittive imposte dal ministro della “sicurezza israeliana” Itamar Ben-Gvir e contro la detenzione amministrativa.
La detenzione amministrativa, permette ad Israele di arrestare i palestinesi senza nessuna accusa e nessun processo e permette alle autorità israeliane di trattenere palestinesi per periodi di tempo indefiniti – periodi minimi di sei mesi soggetti a rinnovo – sulla base di informazioni segrete.
La detenzione amministrativa, è ritenuta illegale secondo il diritto internazionale sui diritti umani.
Questa pratica è giustificata da Israele con il codice militare 1651.
Ben-Gvir ha ordinato di effettuare ispezioni continue nelle prigioni, di chiudere i forni che producevano il pane per i prigionieri, di ridurre le volte in cui i prigionieri palestinesi posso andare al bagno.
In varie dichiarazioni Ben-Gvir ha affermato di voler eliminare tutte quelle misure che garantivano ai palestinesi “una detenzione comoda”, una “buona condizione di vita”, condizioni simili a “un campo estivo.”
La situazione dei prigionieri palestinesi in realtà è drastica, sono detenuti in celle sovraffollate e umide, vengono torturati a livello fisco e psicologico, sono sottoposti a interrogatori lunghissimi, non gli è permesso di avere un avvocato e neanche di vedere i loro famigliari.
Ieri i prigionieri hanno scritto un comunicato collettivo dicendo:
“Vi affidiamo il nostro benessere: non lasciateci soli nei campi di battaglia, esposti alle frecce degli invasori. Proteggete le nostre anime e le nostre schiene, perché voi siete quelli con valori incrollabili, principi e scommesse vincenti... liberateci mentre siamo ancora vivi, prima che diventiamo corpi morti e numeri... liberateci dai cimiteri dei vivi, prima che ci trasformiamo in lapidi dimenticate nei cimiteri dei numeri”.
Fonte
Tale protesta, è stata organizzata dal movimento dei prigionieri palestinesi, in risposta alle misure restrittive imposte dal ministro della “sicurezza israeliana” Itamar Ben-Gvir e contro la detenzione amministrativa.
La detenzione amministrativa, permette ad Israele di arrestare i palestinesi senza nessuna accusa e nessun processo e permette alle autorità israeliane di trattenere palestinesi per periodi di tempo indefiniti – periodi minimi di sei mesi soggetti a rinnovo – sulla base di informazioni segrete.
La detenzione amministrativa, è ritenuta illegale secondo il diritto internazionale sui diritti umani.
Questa pratica è giustificata da Israele con il codice militare 1651.
Ben-Gvir ha ordinato di effettuare ispezioni continue nelle prigioni, di chiudere i forni che producevano il pane per i prigionieri, di ridurre le volte in cui i prigionieri palestinesi posso andare al bagno.
In varie dichiarazioni Ben-Gvir ha affermato di voler eliminare tutte quelle misure che garantivano ai palestinesi “una detenzione comoda”, una “buona condizione di vita”, condizioni simili a “un campo estivo.”
La situazione dei prigionieri palestinesi in realtà è drastica, sono detenuti in celle sovraffollate e umide, vengono torturati a livello fisco e psicologico, sono sottoposti a interrogatori lunghissimi, non gli è permesso di avere un avvocato e neanche di vedere i loro famigliari.
Ieri i prigionieri hanno scritto un comunicato collettivo dicendo:
“Vi affidiamo il nostro benessere: non lasciateci soli nei campi di battaglia, esposti alle frecce degli invasori. Proteggete le nostre anime e le nostre schiene, perché voi siete quelli con valori incrollabili, principi e scommesse vincenti... liberateci mentre siamo ancora vivi, prima che diventiamo corpi morti e numeri... liberateci dai cimiteri dei vivi, prima che ci trasformiamo in lapidi dimenticate nei cimiteri dei numeri”.
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22/03/2023
Crisi cardiaca per Cospito. Venerdi la decisione sugli arresti domiciliari
Lo ha raccontato lo stesso anarchico in sciopero della fame dal 20 ottobre scorso all’avvocato Benedetto Ciccarone andato al padiglione detenuti dell’ospedale San Paolo per il colloquio.
Il medico di parte lo ha visitato presso il reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano. Cospito ha avuto un malore, con tremolio al braccio e dolore al petto, in seguito al quale i medici hanno riscontrato una grave aritmia cardiaca che ha fatto temere il peggio per alcuni istanti. Il detenuto anarchico, inoltre, rischia una paralisi permanente come conseguenza della denutrizione e delle ricadute sull’organismo.
“Dal monitoraggio del cuore hanno visto che c’era un problema. Gli hanno immediatamente somministrato del potassio in vena. Ha avuto una crisi cardiaca. Lui ha visto il tracciato del cuore con un grosso sbalzo, poi la situazione si è stabilizzata“.
È quanto riferisce il difensore di Alfredo Cospito, l’avvocato Flavio Rossi Albertini. Il medico aggiunge che l’anarchico in sciopero della fame da oltre quattro mesi ieri ha fatto un esame strumentale e “i medici dicono che rischia paralisi per tutta la vita. Danni irreversibili potrebbero essere già intervenuti“.
Negli ultimi giorni, sempre stando a quanto riferito dalla difesa, Cospito fatica a camminare a causa di un problema al piede dovuto alla carenza di vitamine.
L’allarme è poi rientrato ma a un certo punto si era temuto il peggio. C’era stato un po’ di trambusto. Cospito ha riferito al legale di aver visto sul foglio legato alla macchina che lo monitora lo sbalzo dei valori cardiaci. Alfredo Cospito venerdì prossimo sarà collegato in videoconferenza con l’udienza in cui il Tribunale di Sorveglianza di Milano dovrà decidere sull’istanza dei domiciliari per ragioni di salute a casa della sorella.
Fonte
Il medico di parte lo ha visitato presso il reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano. Cospito ha avuto un malore, con tremolio al braccio e dolore al petto, in seguito al quale i medici hanno riscontrato una grave aritmia cardiaca che ha fatto temere il peggio per alcuni istanti. Il detenuto anarchico, inoltre, rischia una paralisi permanente come conseguenza della denutrizione e delle ricadute sull’organismo.
“Dal monitoraggio del cuore hanno visto che c’era un problema. Gli hanno immediatamente somministrato del potassio in vena. Ha avuto una crisi cardiaca. Lui ha visto il tracciato del cuore con un grosso sbalzo, poi la situazione si è stabilizzata“.
È quanto riferisce il difensore di Alfredo Cospito, l’avvocato Flavio Rossi Albertini. Il medico aggiunge che l’anarchico in sciopero della fame da oltre quattro mesi ieri ha fatto un esame strumentale e “i medici dicono che rischia paralisi per tutta la vita. Danni irreversibili potrebbero essere già intervenuti“.
Negli ultimi giorni, sempre stando a quanto riferito dalla difesa, Cospito fatica a camminare a causa di un problema al piede dovuto alla carenza di vitamine.
L’allarme è poi rientrato ma a un certo punto si era temuto il peggio. C’era stato un po’ di trambusto. Cospito ha riferito al legale di aver visto sul foglio legato alla macchina che lo monitora lo sbalzo dei valori cardiaci. Alfredo Cospito venerdì prossimo sarà collegato in videoconferenza con l’udienza in cui il Tribunale di Sorveglianza di Milano dovrà decidere sull’istanza dei domiciliari per ragioni di salute a casa della sorella.
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