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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2026

Libia - Ancora detenuti gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame

Sono detenuti in Libia ormai da 13 giorni, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie.

Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, secondo quanto riportato, era stato precedentemente concordato con le autorità locali.

Tra loro ci sono medici, giornalisti, attivisti e attiviste impegnate in una missione umanitaria. Due di loro, Dina Alberizia e Domenico Centrone, sono italiani.

La loro detenzione è stata prorogata ancora.

Secondo il diritto internazionale si tratta di detenzione arbitraria. Alcune delle persone fermate hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere accesso legale, contatti con le famiglie e informazioni certe sulla propria situazione. Lo stato psicologico e di salute è in rapido deterioramento.

Nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dell’informazione.

“Chiediamo ai governi coinvolti, compreso quello italiano, di pretendere accesso consolare immediato e il rilascio delle persone detenute” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla.

Gli attivisti del Sumud Convoy detenuti illegalmente sono al sesto giorno di sciopero della fame e della sete (senza cibo né acqua) e le loro condizioni sono preoccupanti.

Da lunedì, i dieci attivisti detenuti a Bengasi stanno rifiutando il cibo, e molte anche l’acqua, per protestare contro una detenzione illegale prolungata, i maltrattamenti e il fatto di non avere accesso a un avvocato. Alcune sono state costrette a interrompere lo sciopero, ma molte continuano nonostante il peggioramento delle loro condizioni di salute.

Le loro vite sono in pericolo. Non hanno ricevuto alcuna assistenza medica e vengono trattenute in “black sites”, luoghi di detenzione segreti o sconosciuti.

“Chiediamo il loro rilascio immediato e abbiamo bisogno che vi mobilitiate subito” – scrive in un appello la Global Sumud Flotilla – “Chiamate. Pubblicate. Fate pressione sulle autorità. 
Condividete questo aggiornamento il più possibile”.

Fonte

31/01/2026

Il manualetto di sicurezza digitale

Guerre di Rete rende disponibile per tutti i suoi lettori il Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. 

Un mese fa Guerre di Rete aveva presentato una sua nuova pubblicazione, un ebook, intitolato: Manualetto di sicurezza digitale per giornalisti e attivisti. Inizialmente l’ebook era stato spedito in anteprima ai partecipanti al nostro crowdfunding.

Da oggi chiunque può scaricarlo liberamente da questo link. 

Il manualetto è rivolto a due categorie essenziali per il funzionamento della democrazia e del dibattito pubblico, che troppe volte abbiamo visto essere target di attacchi informatici, sorveglianza, campagne d’odio e di molestie nel mondo, in Europa, in Italia.

È scritto da giornalisti e attivisti in maniera semplice e discorsiva, ma fornisce anche indicazioni pratiche di base per iniziare a sistemare e a proteggere la propria vita digitale. Passa in rassegna questioni di cybersicurezza fondamentali (utili a tutti), ma si sofferma anche su aspetti specifici legati alle attività di queste due categorie.

Come spiego ripetutamente nell’introduzione al volume, il nostro ebook è solo un manualetto. Non pretende di essere una panacea, non assicura di risolvere tutto o di schermarvi da qualsiasi cosa. Tuttavia, può essere un inizio importante.

L’ebook è un lavoro collettivo, con tre curatori (Carola Frediani, Sonia Montegiove, Patrizio Tufarolo) e una serie di autori (i giornalisti Raffaele Angius, Carola Frediani, Sonia Montegiove, Rosita Rijtano, e gli attivisti CRP, Matteo Spinelli e Taylor), e con Federico Nejrotti di Ufficio Furore che ne ha curato la grafica.

*****

Introduzione al Manualetto

“Il nostro rapporto con le tecnologie è inevitabilmente contraddittorio. Mai come ora siamo circondati da strumenti abilitanti, che ci consentono di allargare le nostre capacità, ridurre sforzi e tempi di vecchie attività, dotarci di una somma di poteri da cui ormai siamo dipendenti, tanto da avere la sensazione di non poterne più fare a meno.

Eppure questi stessi strumenti, in maniera spesso invisibile e inattesa, possono aprire dei varchi sulle nostre vite, il nostro lavoro, le nostre relazioni. E quando succede, proprio la loro potenza, insieme alla capacità di archiviazione, l’ubiquità, la granularità con cui estraggono informazioni che prima non sarebbero mai state raccolte, diventano un’arma a doppio taglio.

Questo vale per tutti, ma soprattutto per giornalisti e attivisti, che fanno dello scambio di informazioni (anche delicate, riservate, sensibili) una delle loro ragion d’essere. Il problema è che la macchina, intesa come l’assemblaggio caotico e strabordante di dispositivi, account, servizi digitali che ognuno di noi gestisce alla bell’e meglio mentre è intento a vivere, funziona splendidamente (o dà l’idea di funzionare in tal modo) senza disfunzioni, senza avvertimenti, senza preavvisi, fino al giorno in cui non funziona più.

Fino al giorno in cui si riceve una strana notifica di Apple o Meta di essere stati oggetto di un attacco statale; fino a quando ritroviamo i nostri dati più privati online; o non riusciamo a entrare nel nostro account Instagram, che ha iniziato nel frattempo a delirare; o veniamo informati che qualcuno è entrato nella nostra casella di posta; o veniamo respinti alla frontiera senza nemmeno sapere perché; o la nostra fonte passa dei guai, e ci resta il sospetto che sia a causa delle comunicazioni avute con noi.

L’elenco potrebbe continuare e, a seconda dei Paesi e delle situazioni, appesantirsi. Perché mai come oggi giornalisti e attivisti possono essere un obiettivo: di criminali, di Stati, di poteri economici, di gruppi ideologizzati, di individui ossessionati, di società private di indagine.

È con questa consapevolezza che come Guerre di Rete abbiamo deciso di scrivere e pubblicare questo manualetto. Il diminutivo è d’obbligo per due motivi: non c’è manuale che possa coprire in modo esaustivo l’argomento o garantire sicurezza; e, in ogni caso, l’obiettivo del nostro ebook è quello di essere uno strumento propedeutico, per principianti o poco più, che vogliano gettare alcune fondamenta nella loro impalcatura digitale. Non sarà abbastanza, ma nemmeno vano.

Il nostro pubblico principale sono giornalisti e attivisti per le ragioni spiegate sopra, anche se ci sono delle differenze tra questi due profili, che non abbiamo approfondito in questo livello iniziale. Riteniamo comunque che buona parte di questo ebook – scritto e rivisto da giornalisti, esperti di sicurezza e attivisti – vada bene per entrambi i gruppi (e a dire il vero, non solo per loro).

Fatto questo chiarimento generale, due note di contenuto. Il manualetto ha un perimetro circoscritto. Intanto, si concentra solo sul digitale. Un’ovvietà, penseranno alcuni. Non proprio. Per giornalisti e attivisti la sicurezza digitale e quella fisica tendono a intrecciarsi e a influenzarsi spesso.

Un’informazione su un dispositivo, in certi contesti, può farti arrestare; un post sui social può consentire circostanziate minacce fisiche; un’app o una configurazione particolare di sicurezza possono generare sospetti a un controllo.

In alcuni casi i due piani entrano in conflitto: ci sono situazioni in cui portare con sé un telefono o altri dispositivi può essere pericoloso, ma lasciarli incustoditi in un hotel potrebbe diventare un rischio digitale. Come avrete già capito da questi esempi, distillare indicazioni al riguardo in un manuale è assai problematico. La sovrapposizione di sicurezza fisica e digitale richiede un’analisi ad hoc e un piano specifico, che tengano conto della persona, del contesto, delle minacce, delle inconciliabilità, e di molti altri fattori.

Un altro limite del manualetto è che ci siamo concentrati sulle minacce cyber, non dando molto spazio alle fughe di dati che possono derivare da un uso sconsiderato di alcuni strumenti. Ad esempio, tutti quei tool di AI utilizzati per “sbobinare” interviste, trasformare audio in testo, fare ricerche su documenti di lavoro, riassumere riunioni e via dicendo. Prima di utilizzarli bisognerebbe sempre verificare quali sistemi di sicurezza adottino e come siano gestiti i dati: verifiche che a volte portano a sorprese spiacevoli. In generale, bisogna essere molto cauti se il materiale trattato contiene parti riservate e off the record.

Infine, un elemento generale di difficoltà sono proprio le minacce. Chi si occupa davvero di cybersicurezza è dotato di umiltà, e se non era umile ha imparato a esserlo col tempo. Perché la base di conoscenza acquisita, per quanto solida, è incredibilmente mutevole. Perché la complessità del piano umano, tecnico e organizzativo (di cui parleremo più sotto) è tale che l’errore, l’imprevisto, la falla sono sempre da mettere in conto. Le risorse stesse dedicate alla sicurezza devono essere aggiornate in continuazione.

E tuttavia, sottolineati tutti questi limiti, siamo convinti che sia possibile fare la differenza. Che informare su questi temi possa aiutare concretamente persone che si occupano di questioni importanti per la società. Questo manualetto vuole fare la sua parte. Aiutarvi a iniziare un percorso. A rafforzare le vostre difese. A limitare le probabilità e gli impatti di eventuali minacce. A reagire e rispondere in modo più consapevole. A rendere la vita più dura agli attaccanti. Magari, qualche volta, a smascherarli più facilmente.

Il manualetto segue un percorso che va dal facile al difficile, da quello che va messo subito in sicurezza, e con poca fatica, a quello che richiede più lavoro. Si inizia inquadrando alcuni aspetti generali – i diversi piani della sicurezza, l’analisi delle minacce – e poi si va nel pratico. Siamo partiti dalla mail perché sappiamo che è ancora l’hub centrale delle nostre vite, e quindi un fortino da difendere.

Passiamo poi ai social media che, nel bene e nel male, restano un luogo fondamentale per giornalisti e attivisti, sottovalutato dal punto di vista della sicurezza. Eppure una revisione attenta delle impostazioni di visibilità e di privacy dei nostri account potrebbe far emergere informazioni che non siamo consapevoli di “pubblicizzare”. Poi parliamo di come si comunica con una fonte, o con qualcuno che necessiti di non essere esposto: il problema del primo contatto, quali app (e perché) possono essere utili, quali sistemi adottare per ricevere soffiate.

Sistemate la mail, i social, e le comunicazioni, è tempo di pensare ai dispositivi. Sono cifrati? Abbiamo backup? Come li gestiamo? È il caso di compartimentare?

Successivamente, ci addentriamo nell’aspetto della cybersicurezza più noto e forse temuto: phishing, malware, spyware. Senza fare miracoli, un utente consapevole può però alzare di tanto l’asticella della sua protezione.

Infine, dopo una sezione su strumenti avanzati, più tecnica, concludiamo su come reagire a un attacco, e su dove trovare risorse utili.

E qui si conclude il nostro manualetto. Speriamo possa esservi utile. Noi abbiamo fatto la nostra parte. Ora è il vostro turno.”

Fonte

13/06/2025

La Marcia su Gaza è pronta a fare pressione verso Rafah

Sono migliaia gli attivisti solidali con la Palestina che sono arrivati in Egitto da un cinquantina di paesi per dare vita alla “Marcia globale per Gaza” in solidarietà con la popolazione palestinese sottoposta al genocidio da parte di Israele.

L’obiettivo è raggiungere la città di Al Arish e poi marciare per i 48 chilometri che la separano dal valico di Rafah.

Una fonte della sicurezza egiziana ha dichiarato che più di 100 attivisti sono stati arrestati dalle autorità al loro arrivo in Egitto per partecipare alla Global March to Gaza. 

Una quarantina quelli algerini, un gran numero di marocchini con visti turistici, attivisti francesi, molti di origine araba, una delegazione tunisina composta esclusivamente da donne. Sono stati tutti detenuti al loro arrivo al Cairo per la Marcia Globale verso Gaza. Il video mostra alcuni degli attivisti detenuti mentre vengono deportati.

Radio Onda d’Urto riferisce che presso l’aeroporto internazionale del Cairo, a partire dalla serata di ieri, chiunque arrivasse da scali internazionali – in particolare da Italia ed Europa – è stato fermato, interrogato e in diversi casi rimpatriato.

Sono ancora in corso interrogatori e fermi: nonostante gli organizzatori fossero in contatto con la diplomazia egiziana, il Cairo ha mobilitato esercito e polizia per bloccare attivisti e attiviste. A molti di loro sono stati sequestrati passaporti e telefoni e si trovano da ore bloccati all’aeroporto. Diverse persone sono già state rimpatriate in Italia. Altre sono state deportate in Turchia e poi rimpatriate.

È presente anche una delegazione italiana, composta da circa 200 persone dirette al Cairo per unirsi alle altre decine di migliaia provenienti da oltre 50 Paesi del mondo.

L’arrivo della Marcia a Gaza, precisamente al valico di Rafah, è previsto per il 15 giugno.

Ieri il ministro della Difesa israeliano ha invitato l’Egitto a bloccare due convogli di attivisti filo-palestinesi diretti al valico di Rafah, in Egitto, con Gaza. “Mi aspetto che le autorità egiziane impediscano l’arrivo di manifestanti jihadisti al confine tra Egitto e Israele e non permettano loro di compiere provocazioni o tentare di entrare a Gaza”, ha dichiarato Israel Katz in una nota.

Fonte

01/11/2020

USA - Tecniche di riconoscimento facciale per identificare i poliziotti

“Ora ci stiamo avvicinando alla soglia tecnologica dove gli individui possono ricambiare lo Stato con la stessa moneta”. Ora gli attivisti di tutto il mondo stanno ribaltando il processo e stanno sviluppando strumenti che possono smascherare le forze dell’ordine in caso di cattiva condotta.

All’inizio di Settembre, il Consiglio Comunale di Portland, Oregon, si è riunito online per prendere in considerazione una legislazione globale che vietasse l’utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale.

I disegni di legge non solo vieterebbero alla polizia di utilizzarli per smascherare manifestanti e individui fotografati nelle immagini di sorveglianza, ma impedirebbero anche alle aziende e a una serie di altre organizzazioni di utilizzare il software per identificare una persona sconosciuta.

Al momento dei commenti pubblici, un uomo del luogo, Christopher Howell, ha detto di essere preoccupato per un divieto generalizzato. Ha dato una motivazione sorprendente.

“Sono coinvolto nello sviluppo del riconoscimento facciale, infatti lo utilizzo sugli agenti di polizia di Portland, poiché non si identificano con il pubblico”, ha affermato Howell.

Durante l’estate, con la città presa d’assalto da manifestazioni contro la violenza della polizia, i leader del dipartimento dissero agli agenti in divisa se potevano registrare il proprio nome. Il signor Howell voleva dunque sapere: il suo uso della tecnologia di riconoscimento facciale sarebbe diventato illegale?

Il sindaco di Portland, Ted Wheeler, disse al signor Howell che il suo progetto era “un tantino inquietante”, ma un avvocato della città chiarì che i disegni di legge non si applicherebbero ai singoli. Il Consiglio ha poi approvato la legislazione all’unanimità.

Il signor Howell ci rimase male per la descrizione data dal signor Wheeler al suo progetto, ma fu risollevato dal fatto che poteva continuare a lavorarci. “C’è troppa violenza qui a Portland” ha rivelato in un’intervista telefonica. “Sapere chi sono gli ufficiali, sembra una base di partenza”.

Howell, 42 anni, è un eterno manifestante e un programmatore informatico autodidatta; in una scuola di specializzazione ha iniziato a lavorare con la tecnologia della rete neurale, un’intelligenza artificiale che impara a prendere decisioni dai dati che riceve, come le immagini.

Egli ha dichiarato che, durante una protesta di mezzogiorno a giugno, la polizia gli ha gettato addosso dei lacrimogeni e così ha iniziato a cercare un modo per costruire uno strumento di riconoscimento facciale che potesse ostacolare i tentativi degli ufficiali di proteggere la propria identità.

“Questa è stata una sorta di ‘doccia fredda’ per me, una sorta di punto d’incontro tra quello che so fare e quelli che sono i miei interessi attuali”, ha dichiarato. “La responsabilità è importante. Dobbiamo sapere chi sta facendo cosa, così possiamo affrontarlo”.

Howell non è solo nella sua ricerca. Le forze dell’ordine hanno utilizzato il riconoscimento facciale per identificare criminali, usando fotografie dai database del governo o attraverso una società chiamata Clearview AI, reperibile in rete.

Ora gli attivisti di tutto il mondo stanno ribaltando il processo e stanno sviluppando strumenti che possono smascherare le forze dell’ordine in caso di cattiva condotta.

“Non mi sorprende affatto”, ha dichiarato Clare Garvie, avvocato presso il Center on Privacy and Technology della Georgetown University. “Penso che molti diranno: ‘tutto è lecito in amore e in guerra’, ma questo evidenzia il rischio che comporterebbe lo sviluppo di questa tecnologia senza pensare al suo uso nelle mani di tutti i possibili attori”.

Le autorità coinvolte finora non sono rimaste soddisfatte. Nel Luglio 2019, il New York Times ha riportato che Colin Cheung, un manifestante a Hong Kong, ha creato uno strumento per identificare gli agenti di polizia usando le loro fotografie disponibili online. Dopo aver pubblicato un video di questo progetto su Facebook, fu arrestato. Alla fine il signor Cheung abbandonò il lavoro.

Questo mese, l’artista Paolo Cirio ha pubblicato online fotografie di 4.000 volti di agenti di polizia francese per una mostra chiamata “Capture”, che ha descritto come il primo passo nello sviluppo di un’app di riconoscimento facciale.

I volti li ha raccolti da 1000 fotografie prese da internet e da fotografi che hanno partecipato alle proteste in Francia. Cirio, 41 anni, ha eliminato le foto dopo che il ministro degli Interni francese ha minacciato un’azione legale, ma spera di ripubblicarle.

“Riguarda la privacy di tutti”, ha detto Cirio, il quale pensava che il riconoscimento facciale dovrebbe essere vietato. “È infantile cercare di fermarmi, come un artista che sta cercando di sollevare un problema, invece di affrontarlo”.

Molti ufficiali di polizia di tutto il mondo coprono, in tutto o in parte, il proprio volto, come si può notare da recenti video di violenza della polizia in Bielorussia. Il mese scorso, Andrew Maximov, un informatico del luogo, ora residente a Los Angeles, ha caricato un video su YouTube per dimostrare come la tecnologia del riconoscimento facciale poteva essere usata per rimuovere digitalmente le maschere.

Non è chiaro se il processo sia stato eseguito in modo corretto. Il video, che è stato riportato in precedenza da un sito di notizie sulla Russia chiamato Meduza, ha registrato oltre un milione di visualizzazioni.

“Per un po’ di tempo tutti erano consapevoli che lo Stato poteva utilizzare questo strumento per identificare e gravare sugli individui, ma ora ci stiamo avvicinando alla soglia tecnologica dove gli individui possono farlo sullo Stato”, ha affermato Maximov, 30 anni. “Non è solo la perdita dell’anonimato. È la minaccia dell’infamia”.

Gli attivisti affermano che sta diventando relativamente semplice costruire strumenti di riconoscimento facciale grazie ad algoritmi di riconoscimento delle immagini pronti all’uso, che sono stati rilasciati negli ultimi anni.

Howell, a Portland utilizzava una piattaforma rilasciata da Google, TensorFlow, la quale aiuta le persone a costruire modelli di apprendimento automatico.

“È il processo tecnologico, non sto inventando nulla di nuovo”, ha detto. “Qui il vero problema è ottenere immagini di qualità”.

Howell ha raccolto migliaia di fotografie delle forze dell’ordine di Portland da articoli di giornale e social media dopo aver trovato i loro nominativi sui siti web della città. Ha fatto anche una richiesta di documentazione pubblica per un elenco di ufficiali di polizia con i loro nominativi e numero di matricola, ma gli è stata negata.

Facebook è stata una fonte preziosissima per la ricerca delle immagini. “Qui sono tutti a un barbecue o quel che è, qualche volta in divisa”, ha detto Howell. “Sono poche le persone che possono farlo ragionevolmente come un individuo”.

Howell ha dichiarato che il suo strumento rimase un work in progress ed era in grado di riconoscere solo circa il 20% delle forze di polizia di Portland. Non lo ha rilasciato pubblicamente, ma ha detto che aveva già aiutato un amico a verificare l’identità di un ufficiale. Ha rifiutato di fornire maggiori dettagli.

Derek Carmon, un addetto stampa della polizia di Portland, ha dichiarato che “durante le proteste i badge sono stati cambiati con un diverso identificativo per contrastare il doxing [1] degli ufficiali”, ma gli stessi ufficiali sono tenuti a indossare i badge per “ragioni che non hanno a che vedere con le proteste”.

Carmon disse che le persone potrebbero presentare denuncia utilizzando il numero identificativo di un ufficiale. Rifiutò inoltre di commentare il software di Howell.

I vecchi tentativi di identificare gli ufficiali di polizia hanno fatto affidamento al crowdsourcing. Il notiziario ProPublica chiese ai lettori di identificare gli ufficiali in una serie di video di violenza della polizia.

Nel 2016, a Chicago, un gruppo antisorveglianza, il Lucy Parsons Lab, ha avviato OpenOversight, “un database degli agenti di polizia consultabile pubblicamente”. Si chiese alle persone di caricare foto di ufficiali in divisa e abbinarle ai nominativi o ai numeri di badge.

“Facciamo attenzione alle informazioni che sollecitiamo. Non vogliamo incoraggiare le persone a seguire gli ufficiali nei parco giochi con i loro figli”, ha dichiarato Jennifer Helsby, sviluppatore e leader della OpenOversight. “Questo ha portato all’identificazione degli agenti”.

Per esempio, secondo il direttore della strategia pubblica dell’istituto, Maira Khwaja, il database ha aiutato i giornalisti dell’Invisible Institute, una nuova organizzazione di notizie locale, ad identificare gli ufficiali di Chicago che, quest’estate, hanno colpito i manifestanti con i manganelli.

Foto di più di 1.000 ufficiali sono state caricate sul sito, ha detto Helsby, aggiungendo che altre versioni di database aperti sono state avviate in altre città, compresa Portland. Questa versione prende il nome di Cops.Photo ed è una dalle quali Howell ha ottenuto foto identificate degli ufficiali di polizia.

Inizialmente Howell voleva rendere pubblico il suo lavoro, ma ora a preoccuparlo è che la distribuzione del suo strumento ad altri potrebbe essere illegale secondo le nuove leggi di riconoscimento facciale della città, ha detto.

“Ho richiesto una consulenza legale e richiederò di più”, ha dichiarato Howell. Lo ritenne imprudente realizzare un’app illegale di riconoscimento facciale perché la polizia “tanto per cominciare non lo apprezzerà”.

Poi ha aggiunto “sarei un ingenuo a non preoccuparmene”. “Ma penso valga la pena farlo”.

Note: [1] Doxing: “atto di ricercare e di rivelare delle informazioni personali di qualcuno senza il suo consenso, rendendo noti dati sensibili”.

Traduzione dal New York Times a cura di Martina Di Carlo, revisione di Giacomo Alessandroni per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l’autore della traduzione.

Fonte