Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade
Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta
Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Determinare una riduzione automatica dei prezzi alla pompa da 12 a 18 centesimi al litro.
La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.
Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.
Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.
Banchi e bilanci
Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.
Da metà settembre, il movimento studentesco blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta.
La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna”.
La reazione del fronte giovanile e dei sindacati degli insegnanti è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese”. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.
Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.
I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.
La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione
Il discorso di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’“ultraviolenza urbana”.
Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati nel corso delle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.
Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes
Perché questa fretta? Perché attingere alle riserve strategiche del Paese?
La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.
L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile.
La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.
Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.
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08/10/2026
La protesta degli studenti dilaga anche in Belgio
Dalla Francia la protesta degli studenti si è estesa negli ultimi giorni al vicino Belgio. Per ora i numeri non sono altissimi, ma la protesta sta crescendo sia in termini di partecipazione che di determinazione.
Le manifestazioni sono iniziate giovedì scorso, quando davanti a numerose scuole del paese, soprattutto della regione francofona, si sono tenuti dei sit in contro i tagli all’istruzione. Nelle giornate seguenti sono scesi in piazza alcune migliaia di studenti, anche universitari, e si sono registrati i primi scontri con la polizia.
Gli studenti chiedono maggiori stanziamenti a sostegno dell’istruzione pubblica, denunciano l’importo eccessivo delle tasse scolastiche, le carenze infrastrutturali e i rincari degli abbonamenti agli autobus. Nella regione francofona – il cui governo ha deciso un taglio di 300 milioni di euro al bilancio dell’istruzione superiore – protestano anche gli insegnanti, in particolare contro un aumento di due ore dell’orario di lavoro senza che sia previsto un adeguamento dei salari.
Manifestazioni studentesche si erano già tenute a giugno, anche in questo caso nella regione francofona della Vallonia, quando soprattutto gli studenti universitari avevano protestato contro una riforma che, tra le altre cose, prevedeva l’aumento delle rette universitarie da 835 a 1.194 euro, allineandole così a quelle praticate nelle Fiandre – di lingua fiamminga – dove però i redditi medi sono più elevati.
Manifestazioni si sono tenute anche a Bruxelles ed in altre città della Vallonia come Mons e Charleroi, ma finora l’epicentro della protesta è stata la città di Liegi, dove martedì si sono registrati gli scontri più intensi. A margine del corteo, alcuni giovani hanno incendiato cassonetti e pensiline dei bus e lanciato fuochi d’artificio contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno reagito con idranti e lacrimogeni.
Manifestazione e scontri si sono ripetuti anche ieri. Dall’inizio della protesta, secondo la polizia, nella città francofona sono state arrestate 107 persone. A questi vanno aggiunti altri fermi effettuati in altre città.
Le autorità di Liegi hanno risposto alle mobilitazioni con il pugno di ferro: il sindaco Willy Demeyer ha deciso infatti di vietare gli assembramenti di oltre tre persone in tutta la città, a partire da questa mattina alle 6:00.
Gli studenti esponevano cartelli con slogan come “È un disastro, stiamo lottando per un diritto! Non per un privilegio!” e “Ho scelto l’istruzione, non gli Hunger Games!”. Alcuni studenti hanno raccontato ai media di essere in contatto con i loro colleghi francesi. «Ci sosteniamo a vicenda perché affrontiamo praticamente gli stessi problemi», ha detto ad esempio Alfred, uno studente di 19 anni, parlando con l’agenzia Reuters. Amelia Di Salve, anche lei diciannovenne e studentessa di scienze per diventare insegnante, ha affermato che il movimento studentesco belga è nato all’inizio di quest’anno e si è riacceso dopo che gli studenti hanno assistito alle manifestazioni in Francia. «Quando abbiamo visto che senza proteste non cambiava nulla, abbiamo deciso di iniziare noi... La Francia ci ha influenzato», ha raccontato la studentessa.
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07/10/2026
Intervista al sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko
Bally Bagayoko: «Ora una risposta politica, o la protesta non si fermerà». La destra, sia francese che italiana, ha dichiarato guerra al sindaco che “sta sulle barricate” insieme ai suoi concittadini. Ci è sembrato doveroso intervistarlo, ieri, prima delle manifestazioni...
450.000 manifestanti, di cui 100.000 solamente a Parigi. In questa giornata di sciopero generale era accanto ai liceali a Saint-Denis, comune della banlieue della capitale di cui è sindaco. La Cgt e gli altri grandi sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero per giovedì. Sarà ancora presente e qual è il bilancio della mobilitazione?
Si, ci sarò, perché è il momento della de-escalation e soprattutto della risposta politica, non della risposta repressiva. Ero accanto a loro la settimana scorsa e lo sarò ancora nei prossimi giorni.
Ci sarò perché sono dei liceali, quindi dei minori, e dobbiamo tutti garantire che non ci siano dei feriti tra di loro. E oggi l’inquietudine è grande perché si tratta di una ampia mobilitazione e chiedo a tutti quelli che partecipano di manifestare pacificamente.
Il Presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno hanno una responsabilità e chiedo loro di trasmettere un messaggio rassicurante per evitare di trovarsi davanti a un dramma.
Ho visto delle azioni della polizia totalmente sproporzionate rispetto alla pacificità del corteo. Io stesso sono stato colpito da tiri di gas lacrimogeno e ho rischiato di essere manganellato, mentre invece ero presente per assicurare che non ci fossero violenze. Ho anche visto dei ragazzi accanto a me che si sono fatti colpire mentre erano inermi e con le braccia alzate.
Questa non è la risposta politica attesa. Il Presidente della Repubblica deve intervenire all’altezza dei valori repubblicani, mentre ora li sta calpestando. Sono relativamente inquieto perché a ogni sequenza di questa mobilitazione lo Stato è rimasto in ritardo.
In principio ha lasciato che l’indignazione salisse, perché da diversi anni nessun investimento è stato fatto, in particolare per rispondere alla promessa repubblicana che, su tutto il territorio francese, ci siano i mezzi per l’insieme dei liceali di studiare in condizioni degne.
Le rivendicazioni sono chiare, dalla mancanza di professori a un orario scolastico che ha pochi eguali in Europa, dalle infrastrutture degradate ai problemi nell’orientamento scolastico. Abbiamo un dispositivo parcoursup che ha lasciato duemila studenti senza formazione. Quindi sono inquieto perché, dopo l'indifferenza e il ritardo nella risposta da parte del governo, ora arriva solo la risposta repressiva.
Palazzo Matignon [la sede del primo ministro, ndr] ha insistito, ieri sera, perché queste rivendicazioni siano espresse in maniera pacifica; lei ha parlato, la settimana scorsa, di una violenza che può essere legittima da parte dei liceali... Considera i suoi propositi ancora validi, ora che fa un appello a la de-escalation perché temete degli incidenti più gravi?
C’è qualcosa di molto particolare, perché coloro che sono responsabili di questa situazione, cioè il governo, non hanno avuto alcuna parola né di conciliazione, né di risposta politica concreta, e nessuno è andato a chiedergli di render conto sulla questione, né in parlamento, né sui mezzi d’informazione.
E non spetta al ministro dell’Interno Laurent Nuñez di dare una risposta educativa. Lui porta soltanto una risposta securitaria, con tutte le conseguenze che vediamo.
Io non rinnego nulla di quello che ho detto, cioè che la violenza può essere legittima. E quando dico questo intendo due cose: la prima è che la storia francese lo rende evidente, tutti i progressi sociali si sono sviluppati, sfortunatamente, su delle forme di violenza. La seconda è perché i fenomeni che osserviamo, da una parte della risposta repressiva e dall’altra delle rivendicazioni, si rifanno a questa storia.
Diversi giornalisti le hanno chiesto, dato il bilancio di 215 liceali feriti e diversi mutilati, se si è sentito in qualche modo responsabile, visto che ha accompagnato e difeso fin dall’inizio questo movimento. Cosa risponde?
Quando mi presento davanti ai licei, e invito ciascuno a farlo, di fronte ai battaglioni di poliziotti in tenuta antisommossa, sono là per calmare la situazione ed evitare il confronto. Le immagini che sono circolate, estrapolate dal loro contesto, sono strumentalizzate.
Sfido chiunque, nell’ambito di una grande manifestazione, ad andare a spegnere un incendio o togliere dei barili infiammabili senza farsi manganellare. Quindi, quando lo fanno, come nel mio caso, è un segno di rispetto. Indipendentemente da tutti quelli che puntano il dito contro noi sulla responsabilità delle violenze.
I primi responsabili sono coloro che hanno fallito nel mantenere la promessa repubblicana di una scuola degna per tutti. Trovo quindi scandaloso di chiedermi di precisare il mio pensiero sulla questione, e di dover rispondere a un governo che mi accusa di attizzare le violenze, quando le rivendicazioni dei liceali non sono nemmeno ascoltate.
Trovo che sia un attitudine totalmente irresponsabile, da parte di una grande potenza mondiale come la Francia, di scaricare la responsabilità di un movimento su un sindaco di periferia. Mentre la loro prima responsabilità, per quanto riguarda le funzioni sovrane dello Stato sull’educazione, coesione sociale e giustizia, è totalmente fallimentare, come dicono tre rapporti parlamentari.
In particolare sui quartiere popolari, e quindi una forma importante di diseguaglianza. La mia posizione, come padre di famiglia e educatore, è chiara. No alla violenza gratuita, ma le rivendicazioni vanno ascoltate.
Questa rabbia liceale è partita dalle banlieues. C’è la sensazione, come lei dice, di essere stati per molto tempo abbandonati?
Molto chiaramente. Un segno di rispetto, però, è riconoscere la legittimità della loro parola. Lo paragono ad esempio alla mobilitazione sulle violenze sessuali, di cui sono uno strenuo difensore.
Non si comincia col dire ‘aspettate, quello che dite è falso‘. Si comincia dicendo ‘sì, vi crediamo‘ per poi studiare il dossier. La stessa cosa vale per i liceali. La cronologia, ricordiamolo, è indignazione, rivendicazioni massive in maniera pacifica, poi raggruppamento e contagio, in seguito alla risposta repressiva e, infine, conflagrazione generale su tutto il territorio francese.
Non facciamo finta che lo Stato abbia risposto fin da subito. Avrebbero dovuto aprire delle discussioni con i presidi, che a loro volta avrebbero dovuto ricevere i responsabili delle organizzazioni liceali. E nessun preside ha ricevuto l’autorizzazione di ricevere le loro rivendicazioni.
Il governo ha atteso che la mobilitazione esplodesse, per poi cercare dei colpevoli. È una forma di debolezza dire che è colpa de la France Insoumise. Io rivendico di essere dalla parte dei miei cittadini, e i liceali ne fanno parte.
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Francia - L’onda studentesca si salda con i sindacati. Panico all’Eliseo
La gioventù francese non è più sola nelle piazze, e l’onda d’urto adesso fa vacillare il potere.
Nemmeno i 488 fermi eseguiti ieri in tutto il Paese, né le cariche della polizia a Place de la Nation o i lacrimogeni lanciati un po’ ovunque, sono riusciti a piegare l’«Atto III» di un movimento studentesco che continua a raccogliere una partecipazione impressionante nelle piazze, almeno 450.000 i manifestanti di ieri.
A fare da scudo ai liceali contro la brutalità esibita dalle forze antisommossa sguinzagliate, su ordine dell’Eliseo, sono scesi in campo ufficialmente i sindacati: CGT, Force Ouvrière (FO), FSU e Solidaires.
La mobilitazione si è trasformata in una spallata interprofessionale totale che ha largamente superato i confini delle scuole.
Accanto ai docenti hanno scioperato i lavoratori degli ospedali, della funzione pubblica e persino i comparti strategici dei trasporti e dell’energia, uniti contro il congelamento dei salari e i tagli del bilancio, destinati a ridurre il deficit al 5%.
Anche i trattori della Confédération paysanne erano presenti.
Hanno presidiato i licei nella Manica, nel Maine-et-Loire e nella Drôme, spingendosi in Alvernia fino a «assediare» il «Sommet de l’élevage» a Cournon-d’Auvergne, dove la Ministra dell’Agricoltura è stata costretta ad annullare la sua visita ufficiale.
Davanti a un Paese paralizzato e al drammatico bilancio dei giorni scorsi – che vede molti giovani gravemente feriti, fra cui un quattordicenne con la mano mutilata da una granata a Lens, un sedicenne gravemente ferito a un occhio a Argenteuil da un colpo di LBD e un altro adolescente che ha perso un occhio durante gli scontri a Tours – Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza un vertice all’Eliseo, ieri sera, con il Premier Lecornu, il Ministro dell’Interno Nuñez e il Ministro dell’Educazione Geffray.
Macron tenta disperatamente di presentare l’incontro come un semplice e ordinario «monitoraggio della situazione», diverse indiscrezioni confermano invece che dietro le quinte il clima era di massima tensione e che il Capo dello Stato ha mostrato segni di grande nervosismo. Il Presidente è fortemente preoccupato dal rischio di un cortocircuito istituzionale e dal totale isolamento politico del governo.
Per cercare di riprendere il controllo il vertice ha «ideato» questa manovra: l’obbligo di liberare una mezza giornata di corsi da qui a venerdì in tutti i licei francesi.
Presentata ufficialmente da Lecornu all’Assemblea Nazionale come la concessione di un “tempo di democrazia e dibattito interno”, la misura nasconde l’obiettivo di isolare la protesta dentro le mura scolastiche. Obbligando gli studenti a entrare nelle aule per discuterne anziché presidiare i cancelli, il governo spera così di smantellare i picchetti... ingenui!
Questa decisione ha scatenato invece la furia dei sindacati. Durissima la reazione dello SNPDEN-UNSA, il sindacato maggioritario dei presidi francesi: rifiutano di fare da ammortizzatori sociali e moderatori della rabbia studentesca davanti a quella che hanno apertamente liquidato come una “totale cacofonia”.
Ma la scadenza più temuta dall’intelligence e dagli apparati di sicurezza del governo si avvicina sempre più. Il 17 ottobre è prevista una grande giornata di mobilitazione e protesta nazionale contro il caro carburanti.
Non è guidata da partiti o sigle istituzionali, ma è nata da una dinamica puramente virale su TikTok, innescata dal video-sfogo del profilo anonimo «v2.95» contro la fiammata dei prezzi e si è diffusa in modo impressionante.
La scelta della data del 17 ottobre non è casuale, anticipa volutamente di un mese esatto l’anniversario della storica mobilitazione dei Gilets Jaunes del novembre 2018. Questo movimento spontaneo rifiuta i tradizionali cortei autorizzati per puntare all’azione diretta sul territorio: presidi improvvisati sugli assi strategici (Autostrade, rotonde ecc.) e blocco mirato dei depositi energetici.
Alla sola idea di una «convergenza delle lotte», ovvero di una fusione tra il movimento studentesco, la mobilitazione dei “nuovi gilets jaunes” e l’opposizione parlamentare di sinistra... il governo trema. E se poi osserva l’orizzonte che punta direttamente al 5 novembre, il governo va proprio nel panico.
È infatti questa la data scelta dall’intersindacale per far scattare uno sciopero generale che bloccherà contemporaneamente il settore pubblico e quello privato.
Se la convergenza delle lotte dovesse concretizzarsi, il movimento dell’autunno francese si trasformerebbe in uno stato di mobilitazione, di agitazione, di rivolta permanente.
Una pressione che diventerebbe presto insostenibile per il governo macronista, isolato, e in fase terminale avanzata.
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06/10/2026
Spagna: la grande rivolta contro la turistificazione
In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla gentrificazione, alla trasformazione delle città in parchi a tema per il consumo globale.
La bocciatura parlamentare di due decreti d’emergenza sulla casa ha fatto saltare ogni argine e la “protesta delle chiavi” ha portato in piazza più di mezzo milione di persone. Lo slogan è chiaro: le città appartengono a chi le vive, non ai mercati finanziari.
Città come Barcellona, Valencia e Palma di Maiorca sono diventate porti di sbarco per navi sproporzionate, l’impatto ambientale è catastrofico, i motori delle navi da crociera rimangono accesi anche in porto, inquinano senza sosta e tutto questo in cambio di: zero ricchezza, ma massimo consumo. Croceristi e aribnb sono ormai i simboli di un’industria turistica cannibale, nefasta.
Le mega crociere consumano risorse pubbliche e intascano i soldi dei biglietti. In sintonia con gli speculatori edilizi distruggono il tessuto sociale, colonizzano i quartieri, sostituiscono le popolazioni. E così i centri urbani si omologano. I negozi di prossimità spariscono.
Al loro posto nascono catene di fast food e negozi di souvenir. Tutti uguali. È la fine della storia, della singolarità, delle diverse originali identità. Interi quartieri popolari in tutti i più bei porti del Mediterraneo vengono acquistati da grandi fondi d’investimento multinazionali.
I centri storici sono diventati prodotti finanziari. La redditività degli affitti brevi tramite grandi piattaforme ha drogato il mercato immobiliare; i canoni d’affitto superano ormai i salari medi locali. I giovani non possono emanciparsi e sempre più lavoratori regolari sono costretti a vivere in auto o in una tenda.
Di fronte a questa situazione di totale degrado la protesta diffusa che dilaga sempre più, non è guidata dai partiti, ma da reti sociali nate dal basso.
Il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli Inquilini) in testa alla mobilitazione di Madrid e Barcellona, chiede il blocco totale delle licenze turistiche e l’espropriazione dei “Fondos buitre”, i fondi avvoltoi, i grandi fondi d’investimento speculativi che “volano” sopra le città in crisi per fare incetta di case a prezzi stracciati.
Stanno organizzandosi per giungere a un obbiettivo strategico: uno sciopero generale degli affitti per bloccare l’economia della rendita speculativa.
Nelle isole, il collettivo Menys Turisme, Més Vida (Meno Turismo, Più Vita) pratica la resistenza civile. Occupano le spiagge e i porti per opporsi al sovraffollamento. Chiedono una moratoria sui voli e sugli sbarchi delle navi da crociera.
A difesa dei quartieri opera la rete Stop Desahucios (Stop Sfratti). Creano barriere umane per difendere le famiglie dall’espulsione.
Nelle piazze risuona il coro: “Vecina despierta, hay buitres en tu puerta” (Vicina svegliati, ci sono gli avvoltoi alla tua porta). La Spagna sta tracciando una linea rossa globale. Le città devono tornare a essere comunità vive, non merci da vendere al miglior offerente.
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05/10/2026
Il diritto all’abitare, una questione centrale dello scontro in corso
Quanto sta accadendo nello Stato Spagnolo sul diritto all’abitare è forse il punto più avanzato dello scontro che il capitale e la borghesia portano ai settori popolari e ai lavoratori.
L’austerità imposta dalle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea sta provocando in molti Paesi una crisi senza precedenti; licenziamenti di massa, blocco dei salari, aumenti del carburante, dell’elettricità e del gas, impossibilità per le masse popolari e per le famiglie dei lavoratori di sostenere l’aumento fortissimo dei prezzi dei beni di prima necessità e il costante aumento dei costi per le abitazioni e il conseguente dilagare degli sfratti per chi non riesce più a sostenere i costi di mutui e affitti alle stelle sono tutti elementi dello scontro di classe in Europa.
Il timido tentativo del governo dello Stato Spagnolo di correre ai ripari, dopo l'enorme sollevazione popolare che ha respinto lo sfratto di una donna anziana dalla casa in cui abitava da molti anni, ha prodotto l’immediata levata di scudi della destra, da quella cosiddetta moderata a quella più estrema, che ha affossato anche un timido e insufficiente provvedimento ribadendo la propria mission, la difesa degli interessi della borghesia, delle grandi multinazionali dell’abitare e dei gruppi speculativi.
La lotta per il diritto alla casa nello Stato Spagnolo, la lotta degli studenti francesi per il diritto allo studio per tutti e di qualità, le lotte contro i licenziamenti e la trasformazione degli impianti in fabbriche di armi e di morte in Germania e Italia, il rifiuto del servizio militare da parte dei giovani europei, gli scioperi unitari dei portuali del mediterraneo per impedire il trasporto e il traffico di armi sono però segnali importanti di una ripresa complessiva del conflitto tra lavoro e capitale che va sostenuto in ogni Paese attuando i principi della solidarietà internazionalista, mettendo in relazione le lotte nei vari Paesi, contribuendo alla diffusione della controinformazione sulle lotte in corso, mantenendo aperti spazi di democrazia e di conflitto di classe, difendendo chi lotta dalla repressione.
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Piazze in collera, la vera “unità europea”
I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).
In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.
Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.
Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti...
La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.
È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.
Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.
In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.
Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza...
Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.
È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.
E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.
Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?
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02/10/2026
Bolivia. Mobilitazione generale per il 13 ottobre contro le misure antipopolari del governo Paz
Lo scorso fine settimana si è tenuto a Lauca N, presso la sede del Coordinamento delle sei Federazioni del Tropico di Cochabamba, un incontro nazionale del movimento politico Evo Pueblo.
Contadini, minatori, uomini e donne della militanza popolare hanno riempito il sito con l’intenzione di stabilire linee guida per continuare la lotta contro i nemici del popolo.
La leadership ha annunciato che l’obiettivo dell’incontro era analizzare la situazione del paese e assumere misure contro le misure economiche del governo di destra Rodrigo Paz.
La leadership dell’Evismo ha indicato che in quella regione sono arrivati i rappresentanti dei nove dipartimenti del paese del movimento Evo Pueblo, il progetto politico dell’ex presidente Morales.
La leader Leonilda Zurita ha indicato prima dell’incontro che l’obiettivo è la “difesa del paniere di famiglia” e l’analisi della situazione dopo l’eliminazione del sussidio al carburante decretato dal Governo venerdì 18 settembre.
Da parte sua, Vicente Choque, leader della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), ha denunciato anche la “privatizzazione” delle aziende statali.
Secondo Choque, questo piano si basa su un recente decreto per la riorganizzazione delle società statali e la chiusura delle imprese in perdita.
“Qui dobbiamo decidere di poter mobilitare, vedrete l’aspettativa”, ha detto alla radio dei coltivatori di coca dopo aver indicato che “c’è un diffuso disagio” contro il decreto di eliminazione del sussidio al diesel.
L’incontro nazionale di Evo Pueblo, tenutosi a Lauca, ha ampliato la sua piattaforma di richieste oltre il rifiuto del Decreto Supremo 5716, che modificava il sistema di sussidio al carburante. Le risoluzioni approvate includono questioni sulle politiche economiche, energetiche e di sicurezza del Governo di Rodrigo Paz, oltre a fissare scadenze per portare all’attenzione le principali richieste.
Tra queste vi è, appunto, anche il rifiuto del Decreto Supremo 5727, relativo ai processi di riorganizzazione, scioglimento e/o liquidazione delle società pubbliche. Evo Morales ha collegato entrambe le norme al percorso economico del governo e ha avvertito che, se alcune disposizioni non saranno abrogate, verranno promosse mobilitazioni in tutto il paese.
L’agenda approvata propone anche la restituzione alla loro funzione dei Ministeri della Pianificazione e dell’Energia, come parte di una proposta relativa alla conduzione della politica economica ed energetica.
Un altro punto messo in discussione riguarda il rapporto del governo con gli Stati Uniti, il Comando Sud e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le risoluzioni esprimono il rifiuto della partecipazione delle Forze Armate boliviane a iniziative relative al cosiddetto “Scudo delle Americhe” e mettono in discussione il loro intervento in compiti che, secondo il movimento, potrebbero portare ad azioni contro la popolazione.
La discussione si è estesa anche alla presa di posizione su una possibile modifica della Costituzione Politica dello Stato. Il movimento Evo Pueblo propone che qualsiasi riforma costituzionale debba essere attuata tramite un’Assemblea Costituente e che sia successivamente sottoposta a referendum. Allo stesso modo, le risoluzioni approvate respingono le candidature alla Presidenza e alla Vicepresidenza di persone con doppia cittadinanza.
Il movimento ha fissato il 3 ottobre come scadenza per il Governo per soddisfare le sue principali richieste.
Nel caso in cui non ci sia risposta, le risoluzioni propongono di avviare una mobilitazione a partire dal 13 ottobre. Evo Morales ha annunciato anche che si potranno tenere marce e raduni dipartimentali.
Dal governo, il Ministro della Difesa, Ernesto Justiniano Urenda, ha messo in dubbio le decisioni prese a Lauca Ñ e ha sostenuto che Morales deve rispettare le disposizioni della giustizia.
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Francia: una rentrée infiammabile
Tra le rivolte studentesche scoppiate in l’Île-de-France e divampate in tutto il paese, e l’importante giornata di sciopero di martedì 29 settembre, è stato inaugurato l’autunno francese. E non si tratta di un autunno qualunque, ma dell’anno che condurrà alle presidenziali 2027.
A differenza della rentrée 2025, quando il fumoso “Bloquons tout” nato fuori dalle strutture sindacali tradizionali, aveva intercettato una rabbia sociale diffusa ma si era scontrata con il freno dei sindacati, quest’anno è proprio il fronte sindacale a lanciare la controffensiva al governo e Macron.
Al cuore della contestazione sindacale c’è il congelamento del “punto indice” dei dipendenti pubblici francesi, annunciato a giugno e riconfermato dal primo ministro Sébastien Lecornu durante la presentazione delle principali linee del disegno di legge finanziario per il 2027.
Una misura che si inserisce nella continuità delle politiche salariali degli ultimi governi, segnate dal mancato adeguamento generale delle retribuzioni del pubblico all’aumento dei prezzi.
Nel contesto dell’inflazione e del rincaro del costo della vita – in particolare del carburante – il congelamento si traduce così in una progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori del settore pubblico.
Sebbene al centro della giornata di scioperi e manifestazioni ci siano i tre settori della pubblica amministrazione (statale, ospedaliera e territoriale), la mobilitazione è stata di più ampio respiro.
La segretaria generale della CGT, Sophie Binet, ha usato lo slogan “per i servizi pubblici e per [tutti] i salari” e dalle 170 manifestazioni organizzate nel paese si minaccia un “Ottobre nero”. L’adesione della maggior parte delle sigle sindacali – CGT, FO, CFDT, Unsa, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP – ricompone un fronte unitario che, con questa ampiezza, si era visto raramente nelle mobilitazioni degli ultimi anni, dopo la battaglia contro la riforma delle pensioni.
E già si discute di una possibile espansione del movimento, in particolare attraverso l’organizzazione di una giornata importante di mobilitazione interprofessionale.
Secondo i numeri rivendicati dalla CGT, sarebbero scesi in piazza fino a 300.000 manifestanti in più di 170 cortei sul territorio francese: si tratterebbe della più grande mobilitazione nel settore pubblico dal 2017.
Solo a Parigi 70.000 persone, e a prendersi la scena sono stati i lavoratori del pubblico, i pompieri e gli studenti liceali, rappresentando in piazza le rispettive rivendicazioni ma all’interno di una stessa prospettiva di lotta.
Sono state infatti queste componenti sociali ad alzare il livello di conflittualità nel paese: i pompieri, arrivati alla quarta giornata di protesta e in piazza per chiedere più mezzi e 20 mila nuove assunzioni, dopo un’estate segnata da incendi e forti pressioni sui servizi di emergenza; per quanto riguarda la scuola, il principale sindacato degli insegnanti delle primarie ha stimato al 40% l’adesione allo sciopero, mentre la mobilitazione dei liceali è esplosa arrivando a bloccare 350 istituti ad oggi, con rivendicazioni su sovraffollamento, carenza di insegnanti e condizioni della scuola, e con arresti e scontri che hanno trasformato il movimento studentesco in un tema politico nazionale.
Le immagini di Mélenchon e Bally Bagayoko, nuovo sindaco di Saint-Denis, acclamati dalle folle di studenti mobilitati e nei cortèges studenteschi della manifestazione di ieri, mostrano che non soltanto giovani e lavoratori francesi sono disponibili a mobilitarsi, ma che sono pronti a farsi rappresentare alle prossime elezioni presidenziali da una delle poche forze politiche che in Europa è riuscita a rompere il “samsara” del bipolarismo tra liberali di sinistra di diversa natura e destra.
LFI ha avuto la capacità di farsi cerniera tra mobilitazioni popolari e Assemblea Nazionale negli ultimi anni, traducendo alcune delle rivendicazioni emerse nelle piazze in iniziative legislative: dall’abrogazione della pensione a 64 anni alla nazionalizzazione di ArcelorMittal, fino alle proposte per l’aumento di salari e pensioni e all’abrogazione della legge Duplomb contro i pesticidi, arrivata in Parlamento dopo una petizione sottoscritta da oltre due milioni di persone.
La partecipazione e il rilancio di cortei, picchetti, mobilitazioni da parte dei numerosi élus inoumis e dei “gruppi di azione” rafforza la capillarità del “movimento” nel movimento, e contemporaneamente ha contribuito a plasmare in senso popolare le rivendicazioni e l’identità della France Insoumise negli ultimi anni.
Sebbene Le Pen sia ancora in cima ai sondaggi, Mélenchon le tiene testa con un 20% secondo le ultime stime, ad ancora 7 mesi alle elezioni, e un “Ottobre nero” ancora tutto da costruire... si aprono così scenari inediti per le classi popolari e i giovani in Francia, dove la polarizzazione sociale e politica che caratterizza l’Occidente tutto si traduce in termini istituzionali ed elettorali.
Scaldati i motori, Unité CGT – il media di una delle ali più radicali e combattive del sindacato, legato al settore delle industrie chimiche e dei sindacati vicini all’FSM – rilancia sui prossimi appuntamenti: “Diversi appelli allo sciopero, in particolare l’8 ottobre alla Total e nelle industrie chimiche, così come il 16 e 17 ottobre contro il carovita, aprono una prospettiva immediata di prosecuzione e ampliamento, attraverso lo sciopero, del movimento contro il carovita”.
Un rientro infiammabile, quindi, che diffonde la speranza di un’insubordinazione possibile e di una riattivazione sociale contro il modello anti-sociale e guerrafondaio dei governi europei.
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Crescono le rivolte contro i data center dell’IA
Il conflitto sui data center sta ormai cambiando natura: non riguarda più soltanto gruppi ambientalisti o singoli comitati locali, ma mette in discussione il rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture fisiche e comunità che devono ospitarle. Le ragioni sono molte, ma semplici. L’intelligenza artificiale appare immateriale: una domanda digitata, una risposta che arriva in pochi secondi, un modello che sembra vivere soltanto nei server.
Ma dietro ci sono edifici giganteschi, trasformatori, linee elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, terreni e migliaia di lavoratori impegnati nei cantieri. Più l’IA diventa invisibile nella vita quotidiana, più diventa fisicamente ingombrante nel territorio.
Negli Stati Uniti la protesta è diventata nazionale. Il 18 luglio si sono svolte 142 manifestazioni in 42 Stati contro la rapida espansione dei data center destinati anche a sostenere l’IA. Secondo Data Center Watch, tra aprile e giugno circa 45 progetti statunitensi, per un valore complessivo di 68 miliardi di dollari, sono stati bloccati o ritardati dalle opposizioni locali.
Il tema è soprattutto quello del prezzo materiale dell’intelligenza artificiale. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono infrastrutture energetiche dedicate e, a seconda delle tecnologie di raffreddamento, possono esercitare una forte pressione sulle risorse idriche.
In California, per esempio, la discussione è arrivata fino a San Jose, nel cuore della Silicon Valley, dove residenti e associazioni ambientaliste contestano nuovi impianti mentre l’amministrazione cittadina cerca di conciliare gli investimenti tecnologici con le preoccupazioni sull’energia, sull’acqua e sull’inquinamento.
Il caso più significativo è forse quello dello Stato di New York, che a luglio è diventato il primo Stato americano a introdurre una moratoria sui nuovi grandi data center, sospendendo per un periodo fino a un anno alcune autorizzazioni ambientali per gli impianti di grandi dimensioni. La misura è stata motivata dalla necessità di studiare gli effetti sulla rete elettrica, sulle bollette, sull’ambiente e sulle comunità locali.
Ma la protesta non è soltanto statunitense. In Europa i conflitti si stanno moltiplicando. In Irlanda diversi ricorsi hanno rallentato il progetto di un campus da circa un miliardo di euro a Rochfortbridge. In Scozia, il progetto Cato, da 600 MW e circa 5 miliardi di sterline, ha raccolto oltre 1.200 opposizioni durante la consultazione pubblica. Proteste e contestazioni sono emerse anche in Germania e Polonia.
In Olanda la questione riguarda direttamente Amsterdam, dove più di 500 persone hanno aderito alla campagna contro un grande data center a Zuidoost. Nel 2024 i data center rappresentavano già il 4,6% dell’intero consumo elettrico olandese, un dato che aiuta a capire perché la questione abbia assunto una dimensione politica.
E in Francia il conflitto ha assunto una forma ancora più clamorosa. A Étrechet, nel centro del Paese, il sindaco e altri amministratori locali si sono dimessi per protestare contro il progetto di un enorme data center di Google. L’impianto dovrebbe richiedere tra 880 megawatt e 1,1 gigawatt di elettricità, una potenza paragonabile a quella di un reattore nucleare. Gli amministratori hanno denunciato soprattutto il consumo di territorio e acqua, l’impatto paesaggistico e la pressione sulla rete elettrica.
In Italia il fenomeno si è sviluppato soprattutto in Lombardia. A sud di Milano è nata una rete di comitati, con mobilitazioni a Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Opera, Rho, Bollate, Magenta e altri comuni. Le contestazioni riguardano consumo di suolo, acqua, rumore, calore, generatori e vicinanza alle abitazioni. A fine settembre la rete Stop Data Center riuniva circa venti realtà locali.
Le proteste hanno già prodotto alcuni risultati concreti. A Travagliato, nel Bresciano, il progetto di un data center da circa 120 MW è definitivamente tramontato. Dopo il parere negativo del Comune, motivato dalla mancanza di informazioni necessarie per valutare compiutamente l’impatto ambientale, la società East Gate ha ritirato la pratica edilizia e non ha depositato il progetto per l’allacciamento elettrico.
Anche a Rozzano la mobilitazione ha contribuito, secondo i comitati, alla riapertura della consultazione pubblica nell’ambito della valutazione di impatto ambientale relativa all’ampliamento di un data center. Il caso di Opera è invece ancora aperto. Il Comune ha avviato l’iter per un progetto EdgeConneX su circa 30 mila metri quadrati, con un edificio alto 18 metri e una potenza indicata in 100 MW complessivi, dei quali 60 MW di potenza IT. La documentazione comunale mostra che il progetto è tuttora dentro un percorso amministrativo, mentre cittadini e comitati stanno contestando l’intervento.
Le domande che stanno emergendo nelle comunità sono destinate a diventare centrali: chi paga l’elettricità necessaria per alimentare questi impianti? Chi paga le nuove infrastrutture? Quanta acqua possono consumare? Quanto territorio è ragionevole destinare ai server? E soprattutto, quale beneficio rimane alle comunità che sopportano i costi ambientali e infrastrutturali dei data center?
È questo il nuovo conflitto attorno all’intelligenza artificiale: non soltanto cosa può fare l’IA, ma quanto territorio, energia e risorse siamo disposti a mettere a disposizione perché possa farlo.
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30/09/2026
Inflazione, carburanti, salari bassi: sciopero in Francia
Francia, sciopero contro la politica di austerità del governo e contro il nuovo congelamento dei salari nel settore pubblico. Sono oltre 170 le manifestazioni che hanno attraversato ieri la Francia. Una rara e compatta unione intersindacale (otto sigle tra cui CGT, CFDT, FO, UNSA, FSU, Solidaires, CFE-CGC e FA-FP) che ha coinvolto circa sei milioni di dipendenti pubblici di tre grandi settori: statale, territoriale e ospedaliero.
Il blocco del “Point d’indice” è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.
Il Primo Ministro, religiosamente macronista, Sébastien Lecornu, ha annunciato infatti l’intenzione di congelare, nuovamente, per il 2027 il valore base usato per calcolare gli stipendi di statali, militari e personale sanitario che, fra blocco salariale e picco d’inflazione generalizzato, hanno perso oltre il 16% del loro potere d’acquisto.
Un paradosso che, a causa del mancato adeguamento all’inflazione galoppante, fa sì che circa 862.000 dipendenti pubblici percepiscano oggi una retribuzione di base ormai inferiore al salario minimo legale.
Da sottolineare la fortissima presenza dei pompieri fra i numerosi manifestanti, che secondo le stime della CGT, erano complessivamente 300mila in tutta la Francia.
La mobilitazione sindacale è stata fissata strategicamente a due giorni dalla presentazione del disegno di legge finanziaria per il 2027, che prevede ancora tagli drastici a sanità, scuola e servizi (non sostituendo ad esempio un terzo dei dipendenti che vanno in pensione), mentre aumentano vertiginosamente le spese militari e per il riarmo in un paese che è ufficialmente in economia di guerra dal 2022.
Interessante infine sottolineare come alcune prefetture, alcuni rappresentanti dello Stato e del governo nelle regioni, non esitino più a qualificare come un evento di “vigilance” una mobilizzazione sindacale di massa.
Vigilance, “allerta manifestazione”, si legge sul sito di questa prefettura, che tratta una manifestazione sindacale con lo stesso segnale d’allarme di quando annuncia una tempesta climatica o un terremoto...
Il potente movimento sociale che si annuncia in Francia, inquieta visibilmente sia l’ultimo sconquassato governo macronista, sia tutti coloro che immaginavano che i giochi delle prossime presidenziali fossero già conclusi sbarrando ancora una volta a Mélenchon l’accesso al secondo turno. Lo scontro appare sempre più evidente: o una Francia ecosocialista o una Francia assolutamente liberal-fascista.
P.S. Le cariche di polizia contro gli studenti, ieri, hanno portato ad oltre 400 arresti.
L’articolo di Contre Attaque:
Si dice spesso che una società «si misura dal modo in cui tratta i suoi bambini». Con i sociopatici al governo, la questione è chiara: applicano un programma completo di tortura alla gioventù.
Distruzione dell’istruzione, arruolamento nell’esercito, devastazione dell’ambiente, divieto delle feste, repressione sistematica di tutto ciò che riunisce i giovani, precarietà assoluta, licenza di uccidere. Assolutamente tutto è fatto per spegnere le nuove generazioni, privarle di futuro e di speranza.
E quando questi giovani alzano la testa, sono orde in uniforme a farli tacere. In questi ultimi due giorni abbiamo visto adolescenti strangolate in mezzo alla strada, minori gassati e bloccati a terra, liceali picchiati, una liceale a cui viene sbattuta la testa contro una fermata del tram, arresti arbitrari e getti di gas in pieno viso. Ma anche LBD puntati all’altezza della testa, e munizioni lanciate gratuitamente in presenza di eletti. Un poliziotto ha persino sparato con il lanciagranate dritto in testa a un liceale a un metro di distanza, cosa che avrebbe potuto ucciderlo. Lo Stato ha ancora una volta mollato i suoi cani e tolto la museruola.
Ieri, il Ministro dell’Interno stesso assumeva al 100% la responsabilità di ciò che stava facendo subire alla gioventù in lotta, mentre i media occultavano gli innumerevoli video delle violenze poliziesche, fabbricando al contempo una narrazione ansiogena sui blocchi. Metodi da dittatura.
Ecco dunque una compilation di immagini dell’attuale movimento liceale. Lasciar passare questo, queste angherie commesse sui nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri amici, da orde di bruti giurati, significa lasciar passare il peggio. Se la nostra società si misura con le violenze commesse sui minori, allora siamo già caduti molto in basso, ed è più che tempo di svegliarsi.
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Spagna - A Madrid una marea umana contro gli sfratti e per una nuova politica sulle abitazioni
Una marea umana ha sfilato sabato 26 settembre per le strade di Madrid in risposta allo sfratto di Maricarmen, 87 anni, e per chiedere un radicale cambio di rotta sulle politiche abitative che ormai da quindici anni stanno martoriando la popolazione con sfratti, aumenti degli affitti, spadroneggiamento dei fondi immobiliari speculativi.
Dopo il corteo i manifestanti hanno dato vita ad una accampata con decine di tende. Rimarranno a Puerta del Sol almeno fino a martedì, quando il governo voterà sul decreto che dovrebbe limitare gli sfratti.
A innescare la mobilitazione è stata la vicenda di una donna di 87 sfrattata nel quartiere Retiro di Madrid.
Si tratta di Maricarmen che non ha nemmeno avuto il tempo di raccogliere le sue cose. Gli hanno dato un’ora per mettere in scatola i ricordi di una vita. Quando era arrivata nel quartiere di Retiro aveva 17 anni. Ora, a 87 anni, è stata costretta a lasciare quella che pensava sarebbe stata la sua ultima casa. E lo ha fatto nel modo peggiore possibile, ricoverata all’ospedale Gregorio Marañón, dopo essere stata sfrattata in modo vergognoso dalla polizia e dall’entourage giudiziario.
La sua casa è stata acquisita dal fondo Urbagestión nel 2018 per 200.000 euro. Fino a quando questa entità non è diventata la padrona della sua casa, Maricarmen aveva un vecchio contratto di affitto di 500 euro, che i nuovi proprietari intendevano aumentare a 1.600 euro. Un donatore anonimo si era offerto di pagare l’affitto, ma la proprietà si è rifiutata di negoziare.
Da quando questa donna ha reso nota la sua storia nell’ottobre 2025, è diventata un simbolo contro le speculazioni e gli sfratti.
Poco prima di mezzogiorno di mercoledì scorso, ha lasciato la casa su una barella ed è uscita in ambulanza. I manifestanti in attesa dietro il cordone della polizia non riuscivano a vederla, ma l’uscita del veicolo ha provocato un ultimo momento di rabbia e disperazione. Nel frattempo, da un lato della strada ci furono nuovamente degli scontri con gli agenti.
Durante lo sfratto un gruppo di cinquanta persone era riuscito a picchettare l’ingresso del palazzo, al di là del cordone di polizia stabilito mentre sono avvenuti scontri con i manifestanti nelle strade adiacenti con la denuncia di “uso eccessivo della forza” da parte della polizia.
Intorno alle undici del mattino la polizia antisommossa iniziò lo sfratto, rimuovendo, uno a uno, tutte le persone sedute davanti all’edificio. La maggior parte ha opposto resistenza passiva e hanno dovuto essere sollevati con la forza e trascinati a terra.
L’avvocata Alejandra Jacinto che ha potuto anche assistere allo sfratto nell’edificio di Maricarmen, ha denunciato come esso “È stato molto violento. La violenza della polizia era sproporzionata. Gli attivisti si comportavano pacificamente in ogni momento. È stata una resistenza totalmente passiva, semplicemente con cori di solidarietà a sostegno di Maricarmen e decine di poliziotti antisommossa sono apparsi e hanno iniziato a eliminare coloro che si stavano contorcendo a terra, molti dei quali hanno ferite, lividi e abrasioni”, ha raccontato a Público.
Dopo lo sfratto, il sindacato degli inquilini ha convocato una ondata di manifestazioni nelle principali città spagnole. Una delle più numerose si è svolto a Madrid davanti all’“Attico di Ayuso” (Ayuso è la sindaca di Madrid di centro-destra, ndr) complice dei fondi avvoltoio.
I sindacati degli inquilini “chiedono che il Decreto-Legge sull’Edilizia Abitativa venga sbloccato”, e i partecipanti hanno intonato slogan di condanna al grido di “vergogna” e “fondi avvoltoio fuori”, “L’attico per Maricarmen” e “Dimissioni di Ayuso”.
La manifestazione aveva poi raggiunto il Paseo de la Castellana, dove la polizia ha caricato i manifestanti.
La società che ha sfrattato Maricarmen è la Urbagestión Desarrollo e Inversión SL, ed è di proprietà di Ricardo Alonso Fernández e Fernando Alonso Fuentes, due avvocati registrati presso l’Ordine degli Avvocati di Madrid, che condividono un ufficio con l’indirizzo fiscale della società immobiliare al centro dell’indignazione dei cittadini per lo sfratto dell’anziana.
In Calle de Zurbano, nel quartiere di Chamberí e a pochi metri dal Paseo de la Castellana, si trova Neutra Abogados, la ditta dove, secondo il suo profilo Linkedin, Ricardo Alonso Fernández lavora dal 2010.
Tuttavia, negli ultimi anni l’attività di entrambi si è concentrata più sulla gestione immobiliare che sul diritto.
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26/09/2026
Eni abbassa i prezzi, aumentiamo la mobilitazione!
Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.
Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da USB in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’“azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.
La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato – diceva Lucifero-Andreotti – ma spesso ci si azzecca...
Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…
E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa”, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”.
La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.
Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).
Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.
La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.
Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.
La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc.).
Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.
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19/09/2026
Potere al Popolo a Montecitorio contro chi vuole cancellare la democrazia
Giovedì 17 settembre Potere al Popolo è stato a Montecitorio contro la legge elettorale che è appena passata al Senato in cui un emendamento antidemocratico di Fratelli d’Italia porta fino a 450mila le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (4 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).
Dopo il raduno in piazza Capranica alle persone che si sono mobilitate è stato impedito per più di un’ora e mezza di percorre i pochi metri necessari per arrivare davanti al Palazzo di Montecitorio per non arrecare disturbo ad un’iniziativa privata che vedeva coinvolti, ancora una volta, tutti insieme esponenti della destra e del centrosinistra, quali La Russa (Presidente del Senato), Alemanno (Futuro Nazionale), Giacchetti (Italia Viva) e Verini (Pd).
Potere al Popolo denuncia ancora una volta la gestione di piazza di questo governo che blinda le aule del Parlamento con una legge elettorale truffa mentre in piazza schiera la polizia per silenziare il dissenso. La legge elettorale in discussione è una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
Si tratta di una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica, come non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.
La norma fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’antisemitismo, i decreti sicurezza del Governo Meloni.
Non ci fermeremo, lanciamo fin da ora una grande manifestazione nazionale a Roma il 3 ottobre, ore 14:00 a Piazza Bocca della Verità.
Contro questo governo e in alternativa alle finte opposizioni del centrosinistra, per opporci alla guerra, per la democrazia e per i diritti sociali. Costruiamo la vera opposizione!
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11/09/2026
Catania. Foglio di via a dirigente sindacale dell’Usb, revocato
Giovedì 10 settembre la Questura di Catania ha inviato alla responsabile della Federazione USB della città la comunicazione dell’avvio di un procedimento per “l’irrogazione della misura di prevenzione del Foglio di Via con Divieto di Ritorno nel comune di Catania”. In pratica a Dafne Anastasi, dirigente di Usb da diversi anni, attivista molto conosciuta in città per le innumerevoli battaglie condotte su tantissimi fronti, si minaccia di precludere l’accesso in città e quindi la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro e di proseguire l’attività sindacale e sociale.
All’origine dell’avvio del procedimento, si legge nella comunicazione, ci sarebbe una manifestazione nell’aula del Consiglio comunale tenutasi nei mesi scorsi. Ma non può sfuggire la gravità della misura minacciata che, di fatto, mira a colpire l’organizzazione sindacale, impedendo la possibilità di agire in città ad una delle sue dirigenti più conosciute.
Dafne Anastasi la conoscono in tant3 a Catania, tra i lavoratori pubblici, nei movimenti sociali ma anche nel mondo delle istituzioni. Da diversi anni è spesso l’interfaccia di mobilitazioni e iniziative sindacali e sociali. Provare a neutralizzarla è il segno di una precisa volontà di interruzione di qualsiasi forma di dialogo con i conflitti e i problemi della città. Un segnale molto pesante che mira ad invelenire il clima e a silenziare il dissenso con la repressione.
Questo vero e proprio atto di intimidazione non può passare. Serve una risposta collettiva a chi vuole chiudere spazi alla democrazia ed al diritto per lavoratori e lavoratrici di far sentire le proprie ragioni.
L’Usb sta programmando una serie di iniziative legali e di mobilitazione per difendere la piena agibilità politica e sindacale. In ballo c’è la libertà di tutt3.
Giù le mani da Dafne.
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24/08/2026
Albania - Per il resort Kushner ha pagato un narcotrafficante
Artur Shehu, uomo d’affari di Miami accusato dalle autorità albanesi di narcotraffico e riciclaggio, è al centro dell’acquisto dei terreni destinati al resort di lusso sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente statunitense Trump.
Secondo il Wall Street Journal, ad aprile una società legata a Kushner ha pagato 125 milioni di dollari a Shehu per i terreni. Complessivamente, il gruppo di sviluppo avrebbe versato oltre 240 milioni di dollari a proprietari privati nell’area.
A giugno 2026, due mesi dopo l’acquisto, la procura speciale albanese SPAK ha ottenuto un ordine di arresto per Shehu e altre 19 persone, accusandolo di riciclaggio e partecipazione a un’organizzazione criminale strutturata.
Secondo gli inquirenti, Shehu avrebbe avuto un “ruolo di leadership” in una rete internazionale dedita al traffico di cocaina dal Sudamerica all’Europa, utilizzando anche carichi commerciali, e al riciclaggio di parte dei proventi nel settore immobiliare albanese.
I pubblici ministeri sostengono inoltre che Shehu abbia costruito il proprio patrimonio immobiliare attraverso documenti di proprietà falsificati, tra cui, secondo il Wall Street Journal, registri di epoca ottomana utilizzati per creare titoli di proprietà falsi.
Ma già nel settembre 2024 gli abitanti del villaggio di Zvernec avevano scritto alla società di Kushner: nella lettera si affermava che il terreno era stato loro sottratto da Shehu. I residenti sostengono di rivendicare il terreno da quasi vent’anni e che il sito “appartiene al villaggio e ai suoi residenti”.
Nonostante questo, Kushner ha proseguito e acquistato il terreno.
Il Primo Ministro albanese Edi Rama continua a difendere l’investimento, presentandolo come un’opportunità per attirare capitali stranieri e rafforzare l’economia.
A Tirana da oltre due mesi migliaia di persone protestano contro il progetto e, più in generale, contro la corruzione e la cementificazione della costa. Il movimento, ribattezzato “Rivoluzione dei fenicotteri”, è diventato presto una protesta anticorruzione contro il governo di Rama.
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17/08/2026
Pozzuoli - La protesta degli abbandonati
Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.
Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.
Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.
La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.
La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.
L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.
L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.
In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.
E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.
Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!
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13/08/2026
L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa
L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.
La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.
Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.
Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.
Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.
In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.
La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.
Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.
Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.
Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.
Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.
Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.
Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.
La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.
In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.
È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.
La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.
In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.
Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.
Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.
La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.
La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.
È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.
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09/08/2026
Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga
In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.
POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.
Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.
Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.
La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.
Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.
Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.
Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.
Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.
Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.
Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.
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26/07/2026
Ventimila al corteo No Tav, scontri a ridosso dei cantieri
La marcia popolare verso i cantieri della devastazione del Tav in Val di Susa era partita intorno alle 13.00 da Venaus con la partecipazione di almeno ventimila persone.
Il corteo del movimento No Tav era aperto dallo striscione “C’eravamo, ci siamo, ci saremo. Ora e sempre No Tav”. Il corteo coincide con la decima edizione del Festival “Alta Felicità” che si svolge in Val di Susa ogni anno.
Nelle prime giornate di Festival dell’Alta Felicità si è assistito ad un aumento spropositato di controlli e posti di blocco della polizia che però non hanno impedito ad una grande massa di No Tav di raggiungere Venaus.
Come concordato, mentre una parte dei manifestanti si è limitato al corteo, altri settori si sono diretti versi i cantieri.
Il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte in Valle di Susa è stato attaccato su vari fronti da alcune centinaia di manifestanti No Tav.
Due camionette dei carabinieri sono state date alle fiamme durante gli scontri. La polizia ha fronteggiato gli attacchi anche dall’interno del cantiere utilizzando lacrimogeni e idranti, mentre i manifestanti hanno lanciato pietre e bottiglie, in alcuni casi razzi e petardi, anche con mortai artigianali.
In precedenza alcune centinaia di attivisti avevano attaccato anche il cantiere del Tav a San Didero.
Il comunicato dei Comitati.
Siamo sempre qui
Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi [ieri, ndr].
20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio.
Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti.
Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa.
La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav, No alla guerra!
Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori.
Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati.
La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine.
Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo.
Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia.
In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte.
Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi.
E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei
Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata.
Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi.
La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento.
I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti.
A sarà dùra!
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