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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/09/2026

La mossa ENI sui carburanti: non generosità, ma una farsa ben congegnata

Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.

Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.

Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo.

Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l’utile netto (adjusted) è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell’intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%.

Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali estrattori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall’estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell’estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell’estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall’Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all’interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l’estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi. 

Quanto costa a Eni produrre un barile di petrolio? Nel suo piano strategico la società dichiara che i propri giacimenti hanno un cash breakeven inferiore a 30 dollari al barile. Il cash breakeven è il prezzo, calcolato da Eni, al quale i ricavi della vendita del greggio bastano a coprire le spese e gli investimenti per estrarlo, comprese di norma le imposte e le royalty versate ai Paesi produttori. Ogni dollaro in più (rispetto ai 30 dollari al barile) si traduce in buona parte in margine per l’azienda. Nello stesso documento Eni fornisce un secondo dato, forse ancora più eloquente. Nella media degli anni tra il 2026 e il 2030, al gruppo basta un petrolio sotto i 35 dollari al barile per pagare con le vendite effettuate sia gli investimenti realizzati sia il dividendo ordinario agli azionisti. Quest’anno, secondo i dati raccolti dalla Federal Reserve di St. Louis, il greggio è passato dai circa 70 dollari di gennaio e febbraio a una media di circa 98 dollari tra marzo e agosto 2026, con un picco mensile di oltre 117 dollari ad aprile. È un prezzo più di tre volte superiore alla soglia di pareggio dichiarata da Eni (30 dollari), e su ogni barile estratto i profitti sono di conseguenza molto elevati.

A questo punto la domanda diventa politica. La scelta di Eni si presta a due letture, che non si escludono a vicenda. La prima riguarda la concorrenza. Forte dei profitti dell’estrazione, Eni può permettersi di vendere carburante a prezzi che molti concorrenti faticano a sostenere. I distributori indipendenti, che secondo la loro associazione rappresentano oltre un terzo della rete italiana, comprano il carburante all’ingrosso a prezzi di mercato. Secondo Assopetroli-Assoenergia, rischiano di dover vendere in perdita pur di non perdere clienti. Se alcuni di loro non dovessero reggere, a guadagnarci sarebbero i grandi gruppi, in grado di assorbirne quote di mercato e impianti. È una dinamica tipica dei mercati oligopolistici, in cui pochi grandi operatori finiscono per allinearsi sugli stessi prezzi e per rafforzarsi a spese dei più piccoli. Non a caso, con IP che ha applicato gli stessi prezzi su una parte della sua rete e Q8 che si prepara ad aderire dal 1° ottobre, c’è già chi parla di un cartello di fatto, favorito dal Governo, e solleva dubbi sul rispetto delle regole sulla concorrenza (un problema Antitrust). Una maggiore concentrazione potrebbe non essere un problema se le imprese del settore fossero pubbliche e interamente controllate dallo Stato. Essendo però in larga parte private, rischia di tradursi negli anni successivi in minore concorrenza, prezzi più alti e profitti maggiori per pochi.

La seconda lettura riguarda le possibili implicazioni di questa misura sulla famigerata tassa sugli extraprofitti: il Governo chiede da mesi all’UE di intervenire, per non doversi intestare una misura invisa a uno dei suoi tre padroni. L’UE, dal canto suo, se ne lava le mani e risponde che ogni stato può far da sè, seguendo l’esempio del Portogallo. Sorge dunque, legittimo, il dubbio che questa manovra da parte di Eni, che le risulterebbe assai indolore, costando soli 300 milioni se estesa fino a fine anno, avrebbe lo scopo di porre una pietra tombale sulla tassazione degli extraprofitti, senza che ne gravi l’onta sul Governo. 

Se per l’ENI, dunque, si tratta di una mossa di poco impatto economico e molto impatto mediatico, e per il Governo di un grande assist demagogico, questa misura soddisfa molto meno chi vive di un reddito fisso. Secondo la CGIA di Mestre, infatti, anche con questi nuovi prezzi, chi fa rifornimento alle pompe Eni paga la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell’inizio del conflitto. Sul gasolio, inoltre, il tetto coincide con il ridimensionamento del taglio delle accise deciso dal Governo. Il 16 settembre il Consiglio dei Ministri ha prorogato la misura, riducendone però l’entità. Lo sconto, che era di 17,1 centesimi al litro, è sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. In pratica, una parte dello sconto offerto da Eni viene assorbita dal minore sconto fiscale concesso dallo Stato. E poiché, come precisa la stessa Eni, il tetto è legato all’agevolazione sulle accise in vigore, quando lo sconto fiscale finirà anche il tetto potrebbe cambiare.

C’è poi un aspetto che riduce ulteriormente la portata della misura. Il tetto vale soltanto per il carburante venduto alle pompe, mentre resta escluso il mercato all’ingrosso, da cui si riforniscono autotrasporto, agricoltura, pesca, industria e gli stessi distributori indipendenti. Sono proprio i settori attraverso cui il costo del gasolio si trasmette ai prezzi dei beni di consumo, dal trasporto delle merci alla produzione alimentare. L’effetto della misura sull’inflazione rischia quindi di essere molto limitato, e i primi dati vanno in questa direzione. Nel primo giorno di applicazione l’impatto sulla media nazionale dei prezzi è stato minimo. Un intervento che raggiunge l’automobilista ma non il camion che porta le merci al supermercato, né il trattore che ara i campi in cui si coltivano gli ortaggi che consumiamo, ha un valore solamente simbolico e rafforza l’impressione di una misura pensata più per la demagogia che per contenere davvero il costo della vita.

Il calendario elettorale rende questa lettura ancora più plausibile. Manca circa un anno alle elezioni politiche, previste nel 2027, e il Governo sta preparando la legge di Bilancio. Il copione è chiaro. Il Governo, fiero paladino dell’austerità, è concentrato soprattutto a tenere in ordine i conti pubblici, non vuole fare nulla di strutturale per il potere d’acquisto delle famiglie. Anzi, sta riducendo anche gli aiuti già in vigore. Invece di intervenire di più, chiede aiuto alle grandi compagnie energetiche, con un appello partito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto, nessuno ha toccato i loro guadagni straordinari di quest’anno, e un gesto in cambio era il minimo. Il Governo può così mostrare prezzi calmierati sulla benzina e il gasolio senza spendere un euro, ed Eni allontana qualsiasi ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, a cui il Governo non ha comunque mai pensato davvero. Nel frattempo, i redditi delle famiglie languono, i salari restano al palo e l’inflazione continuerà a mordere il loro potere d’acquisto ancora nei prossimi mesi.

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26/09/2026

Eni abbassa i prezzi, aumentiamo la mobilitazione!

Il nervosismo dei consumatori è arrivato fino al cielo, pare. E sarà un caso, una coincidenza fortuita, l’Eni – società petrolifera tuttora controllata dallo Stato attraverso la Cassa depositi e prestiti (30,92%) e il Ministero dell’economia (2,17%) – ha deciso di fissare un prezzo massimo ai carburanti per 30 giorni a partire da lunedì prossimo.

Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.

Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da USB in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’“azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.

La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato – diceva Lucifero-Andreotti – ma spesso ci si azzecca... 

Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…

E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa”, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”.

La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.

Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).

Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.

La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.

Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.

La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc.).

Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.

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06/09/2026

Emergenza carovita e inflazione: gravità straordinaria per i consumatori italiani ed europei

I recenti dati resi noti dall’Istat tratteggiano un quadro di estrema gravità per le famiglie italiane ed europee: l’inflazione ad agosto in Italia accelera al 3,3% su base annua, toccando il picco più alto da settembre 2023.

A spingere questa pericolosa fiammata è lo shock dei beni energetici non regolamentati, saliti al +16,9% (+2,8% rispetto a luglio), unito ai rincari travolgenti dei carburanti che vedono il gasolio da trasporto al +26,7% (+5,2% su base mensile) e la benzina al +16,3%.

Con il gasolio da riscaldamento schizzato al +31,7% (+10,6% rispetto a luglio) e l’elettricità sul mercato libero arrivata al +17,9%, i costi fissi domestici e la spesa quotidiana per i beni ad alta frequenza d’acquisto (+4,3%) stanno erodendo drasticamente il potere d’acquisto di salari e pensioni, trascinando i consumatori verso un impoverimento sistemico.

Non va meglio in Europa: la Spagna ad agosto ha toccato un’inflazione al 4,5%, la Francia al 2,7%, il Belgio al 4,2%, la Germania 2,9%, mentre la Bulgaria (5,1%) condivide con la Lituania (5,8%) il superamento della soglia del 5%.

Di fronte a questa emergenza economica alimentata dall’instabilità internazionale e dalla speculazione che accompagna ogni guerra, occorre comprendere che la sola via d’uscita reale risiede in una decisa de-escalation diplomatica. Per proteggere l’economia reale ed evitare il rischio di una pesante recessione continentale, chiediamo con forza di non inasprire ulteriormente i toni e la retorica bellica verso la guerra che coinvolge la Russia, puntando con pragmatismo a canali negoziali in grado di stabilizzare i mercati energetici.

Parallelamente, è urgente esercitare forti pressioni diplomatiche sugli Stati Uniti affinché interrompano qualsiasi intervento o escalation militare nei confronti dell’Iran, così come richiedere con fermezza e con sanzioni al Governo di Israele l’immediata cessazione delle operazioni militari verso il Libano, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, precondizione fondamentale per ripristinare la sicurezza delle rotte commerciali e dei flussi energetici globali.

A livello nazionale, la tenuta sociale richiede interventi immediati e incisivi per spezzare la spirale speculativa. Si richiede la convocazione permanente e immediata presso ogni Prefettura di appositi tavoli territoriali di monitoraggio, dedicati al controllo rigoroso e trasparente della filiera dei beni energetici e della filiera agricola ed alimentare, ponendo sotto la lente d’ingrandimento ogni passaggio commerciale che grava sui bilanci familiari.

Contestualmente, si rende indispensabile l’attivazione di uno strumento governativo di calmieramento straordinario che stabilisca un paniere di beni essenziali e prodotti energetici a prezzo bloccato, prendendo come parametro di riferimento di calcolo i listini e le tariffe del 2021, antecedenti alla spirale speculativa. Infine, è indifferibile un’azione incisiva contro le irregolarità e i profitti illeciti lungo la filiera petrolifera.

Come denunciato con accuratezza dai rilievi di A.Ba.Co. nel marzo 2026 e successivamente riscontrato e verificato sul campo dalle indagini della Guardia di Finanza, si registrano numerosissime irregolarità e distorsioni speculative che si snodano lungo la filiera dei carburanti fino ad arrivare alla distribuzione finale alla pompa. Pretendiamo tolleranza zero e rigorosi controlli lungo l’intera catena, affinché gli abusi commessi alle spalle dei cittadini e dei lavoratori vengano sanzionati e stroncati senza indugio.

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12/07/2026

Meno prodotto allo stesso prezzo. I paraculi della “shrinkflation”

Per non aumentare i prezzi, e dunque non alimentare l’inflazione, ti do meno prodotto allo stesso prezzo. Le aziende ricorrono a questo trucco per continuare a guadagnare anche in tempi di riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, inoltre consentono ai governi di poter dire che i prezzi non sono aumentati e quindi anche l’inflazione non è salita. Il fenomeno infatti non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.

Il trucco si chiama shrinkflation, ed è una strategia che può far lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200%. Dal detersivo per i piatti ai biscotti, dal bagnoschiuma ai salumi confezionati.

Il governo nel 2024 con il Ddl concorrenza era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, il quale prevedeva l’obbligo temporaneo di indicare sulle etichette la riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”.

Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e formulare un nuovo provvedimento.

Dal 15 luglio ci sarà il via libera alle nuove disposizioni contro la shrinkflation, ma le norme a favore dei consumatori appaiono assai poco incisive. In base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, il messaggio viene sostituito con un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online ed in cui sarà difficile rintracciare l’indicazione utile.

Anche l’obbligo informativo avrà una durata inferiore ai 6 mesi inizialmente previsti dal governo e verrà ridotto agli attuali tre mesi a partire dalla data di immissione in commercio del prodotto in quantità ridotta.

La furbata della shrinkflation riguarda il vastissimo mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale quasi 120 miliardi di euro annui, e che – secondo il Codacons – sta portando ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%, ma che, secondo Altroconsumo, per i consumatori vede i costi al chilo o al litro lievitare fino al 200%.

Intanto salari e pensioni restano sempre al palo, anzi perdono continuamente il loro potere d’acquisto rispetto all’inflazione reale. Con un governo e un sistema di aziende formato da paraculi c’è poco da sperare, andrebbero spazzati via per rimettere le cose nel giusto equilibrio, o meglio, nei giusti rapporti di forza.

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29/05/2026

Una guerra in cui (quasi) tutti perdono

di Sergio Ferrari

A meno di tre mesi dall’inizio dell'aggressione di Israele e Stati Uniti contro Iran e Libano, si chiarisce l’effetto di questa: migliaia di vittime dirette e indirette e impatti negativi immediati e collaterali. Gli attacchi di Israele in Libano a partire dal 28 febbraio hanno già causato almeno 2.800 morti e 8.700 feriti, numero che continua a crescere nonostante il cessate il fuoco concordato in aprile. Verso la fine di quel mese, la Fondazione dei Martiri dell’Iran riconosceva quasi 3.500 morti come risultato dei bombardamenti nel loro paese. Da parte sua, un recente analisi della catena informativa tedesca Deutsche Welle calcola che, fino a questo momento, il conflitto ha generato spese militari vicine ai 30 miliardi di dollari e un fardello di infrastrutture distrutte, senza dubbio somme colossali per una eventuale futura ricostruzione.

Cereali tra le nuvole

L’aumento del costo dei combustibili a livello internazionale, conseguenza del controllo militarizzato dello Stretto di Hormuz, da dove circola un quinto del petrolio e del gas mondiale, si ripercuote direttamente sulle economie di numerose nazioni. Lo dimostra l’indice dei prezzi degli alimenti di base che l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) pubblica mensilmente.

Quello di aprile conferma una tendenza al rialzo rispetto a marzo, in particolare per quanto riguarda gli oli vegetali, la carne e i cereali: circa l’1,6%. Sebbene non si tratti di un incremento isolato, ma del terzo consecutivo, il costo degli alimenti ad aprile è aumentato del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2025, anche se è inferiore a quello di marzo 2022, quando è scoppiato il conflitto tra Russia e Ucraina.

L’aumento del prezzo dei cereali (eccetto il sorgo e l’orzo) è preoccupante. Nel caso del grano, un 0,8%, conseguenza della pressione al rialzo dovuta alla siccità subita in alcune zone degli Stati Uniti e a una maggiore probabilità che le precipitazioni in Australia si situino al di sotto della media annuale. Ma i fattori meteorologici non spiegano tutto, come sottolinea bene la FAO. Questi incrementi sono dovuti anche alle “previsioni di una riduzione delle semine di grano nel 2026 [perché] gli agricoltori stanno optando per colture che richiedono meno fertilizzanti”, che i maggiori costi energetici e le perturbazioni legate alla chiusura effettiva dello stretto di Hormuz hanno notevolmente aumentato. Da parte sua, il mais è aumentato dello 0,7%, e come il grano, non solo a causa delle condizioni climatiche avverse in Brasile e negli Stati Uniti, ma anche per la forte domanda di etanolo “in un contesto di aumento dei costi” dei combustibili grezzi. Per quanto riguarda il riso in tutte le sue varietà, l’incremento è stato dell’1,9%.

Gli oli vegetali sono aumentati del 5,9% rispetto a marzo, il livello più alto dal luglio 2022, a causa dell’aumento dei prezzi della palma, della soia, del girasole e della colza. E la carne, 1,2%, ma il 6,4% in più rispetto ad aprile 2025.

Il prezzo dei prodotti lattiero-caseari e dello zucchero, gli altri due settori di riferimento, è diminuito ad aprile. Principalmente, a causa della diminuzione delle quotazioni internazionali del burro e del formaggio, anche se il prezzo del latte intero in polvere è rimasto stabile. D’altra parte, il calo del prezzo dello zucchero è stato principalmente dovuto alle aspettative di abbondanti forniture nel Mondo, rafforzate dal miglioramento delle prospettive di produzione, in particolare in Cina e Thailandia. In modo complementare, l’inizio della nuova raccolta in condizioni meteorologiche favorevoli nel sud del Brasile ha contribuito ulteriormente alla diminuzione generale dei prezzi internazionali di questo prodotto.

In sintesi, i consumatori di tutto il Mondo si confrontano con aumenti considerevoli dei prodotti essenziali come corollario diretto della guerra scatenata in Medio Oriente.

I pochi che guadagnano molto

Nonostante la tendenza perdente della maggior parte della popolazione mondiale, esistono aziende e settori economici che stanno ottenendo enormi profitti grazie a questa congiuntura così conflittuale.

Il su e giù incontrollato del mercato energetico da quando è stato imposto il doppio tappo allo Stretto di Hormuz beneficia, in primo luogo e fondamentalmente, diverse delle più grandi aziende di idrocarburi del mondo. Tra queste, come segnala un recente analisi della catena britannica BBC, le multinazionali europee con divisioni specializzate nell’acquisto e nella vendita fisica del petrolio, così come nelle operazioni di borsa. Grazie a queste attività, tra le altre, hanno potuto approfittare dei brutali movimenti del mercato durante il primo trimestre dell’anno per incrementare astronomicamente i loro guadagni.

È il caso della britannica British Petroleum (BP), che ha più che raddoppiato i suoi introiti in quel periodo, con guadagni di 3,2 miliardi di dollari. La Shell, della stessa bandiera, ha anche superato le aspettative degli analisti quando ha riportato un aumento dei suoi ricavi dell’ordine di 6,920 miliardi di dollari. Da parte sua, quelli della multinazionale francese TotalEnergies sono aumentati di quasi un terzo, con guadagni di 5,4 miliardi di dollari.

Il sito Web indipendente Democracy Now riprende un recente analisi del quotidiano britannico The Guardian che sostiene che le 100 principali aziende di petrolio e gas del mondo – tra cui Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil – hanno ottenuto più di 30 milioni di dollari all’ora in concetto di guadagni straordinari durante il primo mese della guerra contro l’Iran. Se il prezzo del barile di petrolio continua a mantenersi attorno ai 100 dollari, alla fine dell’anno queste aziende potrebbero guadagnare, insieme, 234 miliardi di dollari. Nel frattempo, “decine di paesi affrontano deficit di bilancio dopo aver ridotto le tasse sui combustibili per alleviare la situazione dei consumatori”.

L’articolo della BBC menziona altri tre settori che hanno beneficiato durante lo stesso periodo grazie alla guerra in Medio Oriente: quello bancario, quello dell’industria bellica e quello delle energie rinnovabili. Ad esempio, la divisione di borsa di JP Morgan ha registrato entrate record di 11,6 miliardi di dollari. Solo un'altra volta aveva guadagnato tanto in un solo trimestre. E le sei banche più potenti degli Stati Uniti, conosciute come “Le Sei Grandi” (Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, oltre a JP Morgan), hanno anch'esse aumentato sostanzialmente i loro ricavi. Il settore bancario nel suo complesso ha generato guadagni dell’ordine di 47,7 miliardi di dollari in questo breve periodo.

Previsioni allarmanti

Proiezioni economiche molto varie e di fonti diverse prevedono che nel 2026 i prezzi delle materie prime continueranno ad aumentare a passi da gigante, il che spingerà l’inflazione e il rallentamento della crescita economica. Tale è la tesi principale, ad esempio, di Commodity Markets Outlook (Prospettive dei mercati delle materie prime), del Gruppo Banca Mondiale. Nel suo ultimo rapporto prevede che quest’anno i prezzi dell’energia aumenteranno del 24%, raggiungendo così il loro livello più alto dall’inizio del conflitto Russia-Ucraina, a causa del fatto che “la guerra in Medio Oriente sta provocando una grave perturbazione nei mercati mondiali delle materie prime”. E che i prezzi delle materie prime aumenteranno del 16%, spinti dal “vertiginoso incremento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, e dai massimi storici raggiunti dai prezzi di vari metalli chiave”.

Per quanto riguarda la crisi del petrolio, Commodity Markets Outlook segnala che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 35% del commercio mondiale di questo prodotto, “hanno scatenato la maggiore crisi di approvvigionamento fino ad oggi, con una riduzione iniziale di circa 10 milioni di barili al giorno”. E precisa che, a metà aprile, i prezzi del petrolio Brent si trovavano già al 50% sopra i livelli registrati all’inizio dell’anno. Infine, prevede che nel 2026 raggiungerà una media di 86 dollari al barile, un notevole aumento rispetto ai 69 dollari nel 2025. Sempre che, avverte, “le perturbazioni più acute finiscano a maggio” e il trasporto marittimo attraverso lo stretto di Hormuz ritorni “gradualmente ai livelli precedenti alla guerra”.

Questa nuova guerra, al di là del suo risultato finale, conta già miliardi di perdenti e pochi vincitori. Perdono i più deboli, a causa dei bombardamenti indiscriminati e vedendo svanire più rapidamente i loro redditi in tutto il Mondo a causa degli aumenti incontrollabili del paniere, proprio come il dolore altrui.

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12/02/2026

USA - I dazi di Trump si stanno rivelando un boomerang per l’economia

I dazi di Trump sono un boomerang per l’economia statunitense. Ad affermarlo è un rapporto del centro di ricerca tedesco Kiel Institute for the world economy ritenuto uno dei più autorevoli think tank economici a livello internazionale.

L’istituto ha analizzato circa 25 milioni di registri di spedizione da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, per arrivare alla conclusione che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%.

“In altre parole sono stati gli importatori e alla fine i consumatori americani a pagare per i dazi di Trump” affermano Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali, il secondo economista) in un articolo pubblicato dal quotidiano economico Italia Oggi.

Poco meno di un mese fa, analizzando l’economia statunitense, era stato il quotidiano economico tedesco Handesblatt a rilevare che: “i prezzi probabilmente aumenteranno ancora in modo più significativo in primavera. Questo non sarebbe un problema solo per i cittadini statunitensi, ma anche per Trump... Indipendentemente da quanta influenza Trump guadagnerà sulla Fed nei prossimi mesi, entrambi gli scenari possono far male al presidente degli Stati Uniti poco prima delle importanti elezioni di metà mandato di novembre”.

Lo studio del Kiel Institute ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono affatto diminuiti.

La retorica di Trump cianciona sulla notizia che sarebbero stati gli esportatori esteri a pagare per i dazi. In effetti nel periodo preso in esame “ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali negli USA, le quali però, sono finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori” scrivono Lettieri e Raimondi.

L’effetto principale dei dazi dunque è stato di quello di ridurre le importazioni, piuttosto che costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane.

Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.

“Ci sono diversi fattori che spiegano perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l’accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi” – osservano Lettieri e Raimondi – “Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l’unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense”.

Il Kiel Institute calcola poi che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.

Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative.

Lo studio del Kiel Institute rileva poi che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi dei Brics.

Ma è l’accumulo di problemi sui prezzi quello su cui Trump rischia di andare a sbattere. È ancora l’Handesblatt a sottolineare che “contrariamente a quanto annunciato dal presidente USA su larga scala, l’inflazione non è stata sconfitta”.

Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 mld di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.

Lettieri e Raimondi ci ricordano poi che la guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, “aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt”.

In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. “Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire” chiosano i due economisti.

Fonte

18/10/2025

Le frontiere del valore

di Michael Roberts

Güney Işıkara e Patrick Mokre hanno pubblicato un libro approfondito che espone come la teoria del valore di Marx funzioni per spiegare le tendenze e le fluttuazioni nelle moderne economie capitalistiche. Il titolo, Marx’s Theory of Value at the Frontiers – Classical Political Economics, Imperialism and Ecological Breakdown [La teoria del valore di Marx alle frontiere – Economia politica classica, imperialismo e collasso ecologico], indica al lettore che il libro tratta della legge del valore di Marx applicata a quelle che gli autori definiscono le sue “frontiere”, ovvero i mercati e il commercio, l'imperialismo e la crisi ambientale globale.

Si tratta di un progetto ambizioso, ma gli autori riescono con grande chiarezza a spiegare come il valore (creato dalla forza lavoro umana al massimo livello di astrazione) sia modificato e mediato dalla concorrenza tra capitalisti in quelli che Marx chiamava “prezzi di produzione” (dove i tassi di profitto dei singoli capitali si stabilizzano) e dai prezzi di mercato (dove i profitti in eccesso spingono i capitalisti a una concorrenza incessante).

Gli autori, ex studenti di Anwar Shaikh, adottano la sua teoria della “concorrenza reale” in contrapposizione alla tradizionale “concorrenza perfetta”. Quest'ultima si basa su una visione della produzione capitalistica fondata su armonia ed equilibrio, mentre la concorrenza reale è [caratterizzata da] una turbolenza incessante. Questa è la concorrenza reale in azione: «antagonista per natura e turbolenta nel suo funzionamento» (Shaikh). Gli autori sostengono che questa concorrenza reale sia il principio regolatore centrale del capitalismo, ma che «qualsiasi teoria della concorrenza, inclusa la concorrenza reale, deve essere supportata da una teoria del valore. Altrimenti, la fonte dei ricavi che spettano alle diverse classi sociali (tra le altre cose) rimarrà indeterminata».

Işıkara e Mokre si sono prefissati di dimostrare la connessione logica (e storica) tra il valore creato dalla forza lavoro e i prezzi di mercato. Fanno l'importante distinzione tra concorrenza «tra settori» e «all'interno di un settore».
All'interno di un settore, le imprese competono per quote dello stesso mercato; quindi i prezzi tendono a livellarsi all'interno di un dato mercato. L'impresa che domina quel mercato tenderà a fissare il prezzo, il «capitale regolatore».
Tra settori, i capitalisti spostano gli investimenti verso i settori con i tassi di profitto più elevati e quindi c'è una tendenza dei tassi di profitto a livellarsi tra i settori. Di conseguenza, il valore incorporato nelle singole merci viene modificato in «prezzi di produzione» basati sui costi, più un tasso medio generale di profitto. I prezzi di mercato pagati da consumatori e imprese si muovono attorno a questi prezzi di produzione; che, in ultima analisi, sono a loro volta regolati dai «prezzi diretti» delle merci, ovvero dal valore del lavoro in esse contenuto.
Quindi, le differenze tra prezzi diretti e prezzi di produzione, da un lato, e tra prezzi di produzione e prezzi di mercato, dall'altro, derivano da variazioni di valore.

In questi primi capitoli teorici, Işıkara e Mokre affrontano con decisione le critiche mainstream ed eterodosse alla teoria del valore di Marx, pur tralasciando saggiamente l'interminabile dibattito sul cosiddetto problema della trasformazione dei valori in prezzi, risolto altrove. E nella loro analisi empirica, gli autori forniscono prove ancora più convincenti della relazione fortemente positiva tra valori e prezzi, utilizzando un nuovo e ampio database input-output.

Işıkara e Mokre riscontrano che gli scostamenti tra i prezzi di mercato e i prezzi diretti (in percentuale sui prezzi di mercato) si attestano tra il 10 e il 20% in quasi tutti i paesi del campione, mentre gli scostamenti tra i prezzi di mercato e i prezzi di produzione sono leggermente inferiori (di circa 1-2 punti percentuali) per quasi tutti i Paesi. Gli scostamenti tra i prezzi diretti e i prezzi di produzione sono inferiori al 5% in tutti i Paesi. «Ciò supporta la visione di Ricardo secondo cui le complicazioni causate dall'accumulazione di capitale (differenze nei rapporti capitale-lavoro, tempi di rotazione, durabilità dei beni capitali e così via) portano a scostamenti dei prezzi naturali relativi (nel nostro caso, prezzi di produzione relativi) dalle grandezze sottostanti del lavoro incorporato (nel nostro caso, prezzi diretti), ma si prevede che questi scostamenti siano inferiori al 7%». Gli autori concludono che «i nostri risultati confermano che i prezzi diretti costituiscono un potente indicatore dei prezzi di produzione e di mercato e, analogamente, che i prezzi di produzione sono un potente indicatore dei prezzi di mercato». La teoria del valore di Marx ha un forte supporto empirico.

Gli autori spostano poi il valore su un'altra frontiera: il trasferimento di valore attraverso il commercio internazionale. Iniziano criticando la teoria della dipendenza: «L'indagine di Marx si concentra sulla concorrenza tra capitali, all'interno e all'esterno dei confini, in contrasto con Emmanuel, che vedeva la questione come sfruttamento di una nazione da parte di un'altra». Essi concludono: «Sarebbe corretto affermare che i capitalisti dei paesi avanzati traggono vantaggio dall'opportunità di sfruttare non solo i lavoratori domestici, ma anche quelli che vivono in altri paesi. Sono in grado di ottenere profitti superiori alla norma dal surplus sociale grazie alla concorrenza a livello internazionale. Tuttavia, un trasferimento di plusvalore dalle tasche dei capitalisti di un paese alle tasche dei capitalisti di un altro paese non può essere definito come sfruttamento del primo paese da parte del secondo. Allo stesso modo, non si può dire che le industrie si sfruttino a vicenda solo perché c'è un trasferimento di valore da un'industria all'altra».

D'altra parte, Işıkara e Mokre non seguono la linea di David Harvey nel respingere lo scambio ineguale di valore nel commercio internazionale come rilevante per l'imperialismo moderno. «L'argomentazione di Harvey è a favore dell'abbandono del concetto di imperialismo e della sua sostituzione con una nozione più fluida di egemonie mutevoli all'interno del capitalismo globale». Gli autori respingono la conclusione di Harvey sia dal punto di vista teorico che empirico. Utilizzando il loro database, hanno scoperto che «i trasferimenti internazionali di valore sono sostanziali, corrispondenti al 5,9% della produzione globale annuale nelle industrie manifatturiere nel periodo 1990-2020, con una cifra cumulativa sbalorditiva di 70.000 miliardi di dollari». Messico, Indonesia, Russia, Corea del Sud e Brasile sono i maggiori fornitori di valore, mentre Stati Uniti, Giappone e Cina sono tra i maggiori beneficiari dei trasferimenti di valore nel commercio internazionale.
I cosiddetti BRICS, in quanto maggiori rappresentanti della periferia del capitalismo mondiale, sono i maggiori perdenti, ad eccezione della Cina. In merito alla Cina, i due autori concludono che «è qualitativamente diversa dalla posizione consolidata nella letteratura, secondo cui la Cina è tra i paesi dominati, o risente di una perdita di valore nel commercio internazionale». Ma essi aggiungono anche alcune precisazioni. In primo luogo, la Cina è diventata un vincitore netto solo negli ultimi dieci anni, dopo la Grande Recessione del 2008, in seguito alla quale la crescita del commercio globale si è indebolita. Inoltre, lo studio «riguarda solo i trasferimenti di valore nelle industrie manifatturiere (tralasciando altri aspetti economici dell'imperialismo) e, di conseguenza, non è di per sé una prova che la Cina sia ora una potenza imperialista».
È importante sottolineare che la ricerca di Işıkara e Mokre analizza il trasferimento di valore scomponendolo in due elementi: l'aumento della composizione del valore del capitale [OCC - Organic Composition of Capital], che indica una maggiore superiorità tecnologica, e l'aumento del tasso di plusvalore [ROE - Rate of Exploitation], che indica un tasso di sfruttamento del lavoro più elevato. I risultati mostrano che entrambi i fattori contribuiscono al trasferimento di valore in misura pressoché uguale.
In merito alla ricerca della composizione del capitale e del tasso di sfruttamento, questo risultato è molto simile a quello ottenuto da Guglielmo Carchedi ed io nel nostro studio sullo scambio ineguale del commercio tra il nucleo imperialista e le economie periferiche. È degno di nota il fatto che, secondo i risultati di Işıkara e Mokre, i guadagni netti derivanti dal commercio cinese siano quasi interamente dovuti alla sua superiorità tecnologica rispetto ad altri paesi, mentre per gli Stati Uniti e il Regno Unito siano dovuti principalmente a tassi di sfruttamento più elevati degli altri paesi.

Tuttavia, questi risultati si basano solo sulle industrie produttive (manifatturiere); non viene preso in considerazione il flusso di valore attraverso le industrie non produttive (nonproduction) – come le attività finanziarie e assicurative – nel trasferimento del plusvalore da un paese all'altro sotto forma di profitti, commissioni e interessi. Gli autori tentano una stima della “cattura di valore non produttivo” e rilevano che il trasferimento di valore in questo settore è piuttosto modesto rispetto al trasferimento di valore nei settori manifatturieri delle economie. Tuttavia, riconoscono che nelle loro tabelle input-output, la cattura di valore non produttivo è probabilmente sottostimata.
Infatti, un altro studio di Thomas Rotta su questo argomento, che include i settori produttivi e non produttivi, rileva che la Cina è il maggiore donatore di valore, mentre gli Stati Uniti sono il maggiore catturatore di valore dell'economia mondiale. La quota statunitense di “valore catturato” per dipendente continua ad aumentare, a scapito dei paesi periferici come l'India e la Cina, anche se, come nell'analisi di Işıkara e Mokre, Rotta rileva che dalla Grande Recessione del 2008 la perdita annuale della Cina si è ridotta in modo significativo.

Esistono altri modi per analizzare il trasferimento di reddito dai paesi periferici al nucleo imperialista utilizzando i trasferimenti netti di reddito primario e il “rendimento in eccesso” sugli investimenti esteri. Quando si tratta di flussi netti di redditi transnazionali derivanti dal commercio e dagli investimenti, il nucleo imperialista guadagna visibilmente, mentre i paesi BRICS, compresa la Cina, sono dei perdenti.
Fonte: FMI

Piketty et al. hanno inoltre scoperto che, quando si calcolano i rendimenti netti delle attività estere, anche in questo caso il nucleo imperialista registra guadagni positivi, mentre i paesi BRICS (compresa la Cina) sono negativi.
Nei capitoli finali, Işıkara e Mokre spingono la teoria del valore di Marx alle frontiere della natura, ovvero la terra e l'ecologia del pianeta. Essi sostengono che la rendita, in quanto categoria generale, modifica la legge del valore, ma non la elimina. La proprietà terriera non abolisce il funzionamento della legge del valore. «La tendenziale stabilizzazione dei tassi di profitto è ancora il cuore pulsante della concorrenza capitalistica, che abbraccia tutti i settori, compresi quelli in cui la rendita deve essere pagata ai proprietari monopolistici di risorse cospicue. Nessun capitalista investirebbe in queste ultime se non potesse aspettarsi profitti normali dopo aver pagato la rendita».

Tuttavia, essi offrono l'interessante osservazione che il “capitale fittizio” aumenta effettivamente i ricavi correnti «tramite la cartolarizzazione dei ricavi e dei lavori futuri e attraverso la trasformazione di settori precedentemente pubblici (privatizzazione dei diritti pensionistici e previdenziali, degli alloggi, degli spazi urbani; appropriazione di terreni)». La finanziarizzazione è quindi una forma moderna di accumulazione di valore. Aggiungerei che il plusvalore che viene estratto dall'acquisto e dalla vendita di attività finanziarie, proviene in ultima analisi dal valore delle attività produttive: la finanza non crea nuovo valore, ma si limita a ridistribuirlo.

Işıkara e Mokre criticano l'opinione sempre più diffusa secondo cui la natura crea valore e che lo scambio ineguale di materie prime (energia, terra, ecc.) nei flussi commerciali globali, non è preso in considerazione dalla teoria del valore. Il punto qui è che «le teorie dello scambio ecologicamente ineguale si occupano principalmente dei risultati nel campo dei valori d'uso». Il pericolo è che «non riuscendo a cogliere la distinzione tra il lavoro utile e la forma sociale specificamente capitalistica di creazione di valore, si finisce per pensare che il lavoro non umano (ad esempio, quello svolto dai cavalli, dalle api, dai combustibili fossili e così via) sia altrettanto costitutivo di valore quanto il lavoro umano». Aggiungerei che il “lavoro della natura o di altre specie” viene trasformato in valore nel capitalismo solo dalla forza lavoro umana (raccolta del miele per la vendita; estrazione di petrolio e gas; lavoro dei cavalli e dei buoi, ecc.

Nel loro libro, Işıkara e Mokre dimostrano come la teoria del valore di Marx sia essenziale per comprendere le questioni principali che il mondo deve affrontare nel XXI secolo. Essi sostengono con forza che le differenze tra i prezzi di mercato, i prezzi di produzione e i valori del lavoro, sono fondamentali per comprendere i trasferimenti internazionali di valore dovuti alle diverse composizioni del capitale e ai diversi tassi di sfruttamento, nonché per spiegare il ruolo centrale della rendita e dell'accumulazione nella crisi ecologica indotta dal capitalismo. In quanto tale, il libro è «un manuale per i praticanti marxisti».

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12/10/2025

Baran, Sweezy e il potere operaio

Che cosa sono i costi di produzione socialmente necessari quando la differenza tra fabbricazione e vendita è cancellata? Se il limite posto dai costi è variabile, persino aleatorio, indefinibile, cosa sono i prezzi se non cartellini arbitrari; che sono l’interesse, il surplus, le valute, i cambi e le bilance commerciali?

La struttura del capitalismo monopolistico, dicono Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), è tale che un volume continuamente crescente di surplus non si potrebbe smaltire attraverso canali privati: in mancanza di altri sbocchi, il surplus non sarebbe prodotto affatto.

La situazione in cui una parte del surplus prodotto non trova impiego profittevole è quella del capitalismo concorrenziale. In esso un eccesso di capitali che non trova condizioni favorevoli di valorizzazione produce disoccupazione e disimpego di impianti. Il sistema del laissez-faire – la concorrenza – produce una quantità di capitali superiore alle possibilità di valorizzazioni offerte dal mercato. Fino al 1870 questo capitale in eccesso veniva distrutto. Il mercato poteva riprendere il suo regolare funzionamento solo dopo questa distruzione.

In condizioni di laissez-faire il mercato è una struttura autonoma indipendente dal desiderio e dalla volontà dei partecipanti. La concorrenza conduce i prezzi al limite dei costi socialmente necessari alla produzione della merce. C’è un limite indipendente oltre il quale il mercato boccia le offerte. Questa struttura indipendente determina contemporaneamente l’impiego dei fattori – lavoratori, clienti, fornitori, proprietari – e la distribuzione dei prodotti.

Dopo il 1870, e in maniera decisiva dopo la Grande Depressione (1873-1896), il sistema dei prezzi rappresenta un limite per la valorizzazione. I prezzi che il mercato impone alle imprese, e sotto i quali esse non possono scendere, non sono più sostenibili. Il mercato boccia il mercato. Meglio non produrre affatto che produrre in perdita. A meno che non si trovi un metodo per ingannare il mercato e superare la concorrenza.

Ma senza la concorrenza, si chiedono Baran e Sweezy, come si determinano i prezzi? Come sono remunerati i fattori e quale relazione esiste tra retribuzioni e prestazioni? Qual è, se esiste, il meccanismo che assicura un efficace impiego delle risorse e in che modo le direzioni delle società possono avere le carte in regola con i lavoratori, i clienti, i fornitori e i proprietari e nello stesso tempo agire nel pubblico interesse?

Senza la concorrenza, dicono Sweezy e Baran, i prezzi e i redditi sarebbero indeterminati e non vi sarebbero tendenze definibili verso l’equilibrio. Gli odierni teorici dell’economia rimarrebbero disoccupati.

Si può ancora misurare dopo che l’unità di misura è distrutta? Quando il mercato smette di regolare e allocare correttamente le risorse, si può ancora pensare di ricondurre le grandezze entro un ordine intelligibile, oppure tutto è smisurato e perso, confuso e disordinato e la fuffa sale al fianco della mamma e pretende un compenso?

Se il laissez-faire produce un eccesso di capitali che non possono tornare in circolo e valorizzarsi, capitali che devono dunque essere distrutti, allora bisogna trovare un modo per far rientrare questi capitali violando le condizioni imposte dal mercato e dal sistema dei prezzi. Le strade percorribili sono due:
1) abolire il mercato e il sistema dei prezzi e sostituirlo con un sistema più vantaggioso;
2) mantenere il mercato e il sistema dei prezzi, ma ingannarlo: violarne la consistenza mantenendone la struttura.

La seconda strada è quella scelta dal capitalismo monopolista.

Il capitalo quinto del libro di Baran e Sweezy – L’assorbimento del surplus: la promozione delle vendite – è spettacolare, superbo. Il libro è stato scritto tra gli anni Cinquanta e Sessanta e pubblicato nel 1966.

Il grande limite che regola i prezzi nel sistema di mercato è costituito dai costi di produzione – i costi socialmente necessari. Le imprese che non sono in grado di offrire costi di produzione entro questo limite sono sbattute fuori dal mercato. Le imprese non scelgono il prezzo, lo subiscono. Sospendo la questione della circolarità tra costi di produzione e prezzi e tutti i tratti irrazionali che affettano anche il mercato in regime di laissez-faire, e considero acquisito il limite dei prezzi di produzione.

Il potere del mercato – un potere impersonale – impone alle imprese di produrre entro i limiti dei costi socialmente necessari. Anche le imprese che sono in salute e perfettamente concorrenziali, soprattutto quelle che sono andate bene e hanno generato un surplus che vogliono investire, possono produrre alla condizione di rimanere entro i costi socialmente necessari e a patto di trovare una domanda solvibile. In ogni caso, la domanda solvibile si indirizza verso merci prodotte entro i limiti dei costi socialmente sostenibili. A parità di qualità il consumatore compra la merce che costa di meno.

Per gli economisti classici, marxisti compresi, tutto ciò che viene aggiunto a una merce e ciò che eccede i costi socialmente necessari è lavoro sprecato, risorse sprecate, lavoro improduttivo. Aumentando il costo della merce si diminuiscono le sue possibilità di vendita. Invece di renderla socialmente utile la rendono inutile.

Tutti i costi che scaturiscono solo dal mutamento di forma di una merce, scrive Marx (Capitale), non aggiungono valore a quest’ultima. Il capitale sborsato in questi costi (compreso il lavoro da esso comandato) appartiene ai faux frais della produzione. Essi costituiscono una sottrazione di surplus. Tutto ciò che eccede i costi socialmente necessari costituisce una spesa inutile che grava sul surplus e che lo riduce di un ammontare equivalente – è surplus consumato, distrutto.

Questa regolazione e ripartizione dei costi opera in un regime di mercato concorrenziale. In esso un compratore non è disposto a sobbarcarsi costi che non ritiene socialmente necessari. La musica cambia in un regime di monopolio.

Quando una o più imprese unite in un trust controllano l’offerta di un prodotto, il potere del mercato di imporre il prezzo viene bloccato. Si passa da un regime di prezzi subiti a un regime di prezzi amministrati. Il limite dei costi di produzione può essere superato e il surplus in eccesso può entrare in circolazione e trovare condizioni di valorizzazione.

La promozione delle vendite, dicono Baran e Sweezy, è un modo alternativo di utilizzo del surplus eccedente le condizione di valorizzazione ordinarie in un sistema di laissez-faire.

Non bisogna certo sottovalutare il legame tra la pubblicità e l’industria culturale, tutta la paccottiglia – faux frais – che viene finanziata dalla pubblicità. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare che tutti i discorsi critici di economisti e filosofi che hanno tentato di evidenziare i lati cattivi della pubblicità, che hanno posto l’accento sugli sprechi massicci di risorse, sul continuo drenaggio dai redditi dei consumatori e sulla sistematica distruzione delle loro libertà di scegliere tra genuine alternative, sono discorsi che depistano. In primo luogo, dicono Baran e Sweezy, in questi discorsi la pubblicità è considerata come un costo accessorio – un faux frais, appunto – che può essere eliminato se si avesse voglia e coraggio di farlo. Si tratta di quella copertura fornita al capitalismo dai sui difensori più ingenui. Una volta emendato dei sui tratti sporchi e corrotti il mercato è il migliore dei sistemi possibili. Non si tiene conto del fatto che la pubblicità è parte integrante del capitalismo monopolistico e che essa non è una sottrazione di surplus, ma un metodo per la sua valorizzazione. Senza pubblicità una parte di risorse, compresi lavoratori e capannoni industriali, rimarrebbe disoccupata. In secondo luogo, la teoria critica dice che la pubblicità è un sistema che indirizza il consumatore verso scelte irrazionali e a spendere in prodotti e servizi privi di valore, prodotti e servizi che altrimenti non verrebbero comprati. In questo caso, dicono Baran e Sweezy, la pubblicità non viene considerata come un fattore capace di modificare il volume complessivo degli acquisti dei consumatori, e dunque non viene vista come un fattore in grado di valorizzare risorse che altrimenti verrebbero distrutte.

Questo atteggiamento critico oscura completamente il ruolo della pubblicità. Secondo questi critici, senza pubblicità, i vestiti si acquisterebbero per la loro utilità, gli alimenti si comprerebbero in base al loro valore nutritivo ed economico, la automobili sarebbero ridotte all’essenziale e tenute dallo stesso proprietario per tutti i dieci o quindici anni della loro vita utile, le case sarebbero costruite per la loro capacità di dare riparo, senza badare allo stile o al quartiere. Senonché, se i consumatori si comportassero in questo modo, tutto il mercato che dipende da questi acquisti si fermerebbe, e con esso si fermerebbero i lavoratori e gli impiegati, si fermerebbero le macchine e le presse e i capannoni presto sarebbero infestati dai rovi e le strade riconquistate dalla natura. 

Questo è il nocciolo della questione, dicono Baran e Sweezy. Cosa accadrebbe infatti a un mercato continuamente affetto da domanda insufficiente? E a un sistema economico sofferente di sottoconsumo, sottoinvestimento e sottoccupazione cronici? L’importanza della pubblicità, dicono, non sta nel fatto che essa determina una redistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni o che incentiva l’acquisto di prodotti inutili, ma nei suoi effetti sul volume della domanda globale effettiva e quindi sul livello dell’occupazione e del reddito. Non si può pensare di togliere la pubblicità e tenere il mercato. Pubblicità e mercato, nell’età del monopolio, sono la stessa cosa, sono inseparabili, persino indistinguibili.

La spinta della pubblicità sulla domanda determina un impiego di quella parte del surplus che altrimenti rimarrebbe inutilizzata. Ciò non lascia le cose come stanno. Il sistema economico del laissez-faire – il sistema dei prezzi e il mercato – viene alterato. Il verificarsi di una situazione in cui gli sforzi di produzione e di vendita si compenetrano in misura tale da diventare praticamente indistinguibili, dicono Baran e Sweezy, comporta un profondo cambiamento del sistema. Quando i costi socialmente necessari non sono più distinguili dai faux frais – dai costi accessori o inutili – il sistema dei prezzi entra in un processo di disgregazione, e se continua ancora a regolare gli scambi è perché, da una parte, risponde ancora a interessi forti, e, dall’altra, perché non si riesce a trovare un sistema alternativo.

In una struttura concorrenziale, dicono Baran e Sweezy, soltanto costi di produzione minimi (in quanto determinati dalla tecnologia prevalente), insieme con costi minimi di imballaggio, trasporto e distribuzione (in quanto richiesti dalle vigenti consuetudini) sarebbero riconosciuti dal mercato – e dalla teoria economica – come costi socialmente necessari per fornire un prodotto agli acquirenti. In questo regime, dicono, i costi socialmente necessari si potrebbero chiaramente definire e misurare come spese per produrre e consegnare un prodotto utile. E una volta definiti i costi, dicono, il surplus sociale si potrebbe facilmente identificare come la differenza tra prodotto totale e costi totali.

Nei bilanci delle società monopoliste, e in genere in tutti i bilanci delle società post laissez-faire, i faux frais sono registrati come costi di produzione. I produttori rivolgono sempre più attenzione alla vendibilità del prodotto, per cui ciò che nei libri contabili risulta come costo di produzione si dovrebbe più propriamente attribuire alla produzione di apparenze vendibili, ovvero a fuffa che non aumenta l’utilità del prodotto, ma aumenta le sue probabilità di esser venduto. Con ciò la distinzione tra costi di produzione e costi accessori o inutili viene completamente cancellata. Che cosa sono infatti i costi socialmente necessari, si chiedono Baran e Sweezy, quando questa distinzione viene cancellata? Fino a quando l’industria delle vendite e l’ufficio vendite sono separati e non interferiscono con gli uffici di produzione, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus. In tal caso, dicono, i costi di vendita, come la rendita e l’interesse, si possono facilmente riconoscere come forme di surplus da dedurre dai costi globali al fine di pervenire ai veri costi di produzione socialmente necessari. Ma come dobbiamo procedere, dicono, quando i costi di promozione e vendita non si possono letteralmente distinguere dai costi di produzione, come avviene per esempio nell’industria automobilistica?

È fuori di dubbio che buona parte del lavoro che entra nella produzione di un’automobile non ha lo scopo di produrre un bene funzionale, ma uno più vendibile. Ma l’automobile, una volta progettata, dicono, è un bene prodotto dallo sforzo unitario di tutti gli operai che lavorano nella fabbrica e nella linea di montaggio. Com’è possibile distinguere gli operai produttivi da quelli improduttivi? Come è possibile separare i costi di produzione da quelli di vendita? Non è più possibile, dicono, perché gli operai che producono i cerchioni sono gli stessi che producono i copri cerchioni che rendono la macchina più vendibile, e quelli che progettano il freno sono gli stessi che progettano il cambio che duri meno di quello precedente, quelli che progettano il bene utile sono gli stessi che progettano la sua obsolescenza anticipata. La distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, sulla quale si regge l’impianto dell’economia classica e marxista, viene cancellata.

Non è un caso che proprio nei primi anni Settanta dell’Ottocento l’economia neo-classica (Jevons, 1871, Menger 1871, Walras 1874) spazzi via il lavoro e i costi di produzione come centri regolatori del sistema economico, e introduca un sistema strutturale privo di centro, senza punto di ancoraggio assoluto, dove l’uno è misura dell’altro e tutto è relativo (novanta anni dopo la letteratura impererà la lezione con Pynchon).

La teoria economica moderna, dicono Baran e Sweezy, vede le cose diversamente: tutti i costi sostenuti in questo processo sono ugualmente importanti e per definizione necessari. Per essa è da rigettare ogni distinzioni tra prodotto utile e inutile, tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, tra costi e surplus – anche la spazzatura è buona.

La teoria economica moderna, dicono, ha pacificamente accettato le cose come sono, non ha lotte da condurre, non vuole confronti tra realtà e ragione, non vuole confronti tra ragione e sragione. Va tutto bene, tutto procede bene, ogni scontrino va bene, ogni importo va bene, ogni richiesta è ricevibile, ogni compenso è giusto.

Eppure, e qui sta la grandezza di questo capitolo, una grandezza che lo pone alla pari dei Dialoghi sulla religione naturale di Hume, in questo caos dove tutto è misura di tutt’altro, e non c’è alcun centro per fissare i prezzi, e tutto è mobile e relativo e ogni segno è un azzardo, e ogni senso è un decreto, e ciò che è finto ed è fuffa è veicolo di ciò che serve ed è necessario, in questo caos, noi due, Baran e Sweezy, ripetiamo i calcoli fatti da Fisher, Griliches e Kaysen e diciamo che una macchina costruita nel 1961 dovrebbe costare meno della metà di quello che costa, che il 25% dei suoi costi sono dovuti a faux frais e l’altro 25% sono dovuti a obsolescenza pianificata, ai costi di riparazione e al consumo ingiustificabile di carburante artificialmente incrementato, e che tutti questi costi accessori pesano sul PIL degli Usa per il 2,5%. Effettuato per l’economia nel suo complesso, dicono, tale raffronto ci darebbe una stima del volume del surplus attualmente nascosto dalla compenetrazione tra gli sforzi di produzione e di vendita.

Ciò non dimostra, dicono, che attualmente sarebbe possibile eseguire questo calcolo. Non è possibile eseguire il calcolo. Nessun gruppo di economisti, dicono, per quanto ricchi di fantasia, e nessun gruppo di statistici, per quanto dotati di ingegno, potrebbe – né del resto dovrebbe – tentare di specificare la struttura della produzione che sarebbe possibile avere in un regime economico più razionale. Non c’è alcun regime economico razionale. C’è solo questo caos in cui le cose si approssimano e si respingono e trovano una sistemazione reciproca. E comunque, dicono, non c’è bisogno di accedere subito, adesso, a una dimensione razionale, per valutare razionalmente questo caos e metterci ordine. 

Non è necessario avere l’idea precisa di un’automobile ragionevolmente costruita, di un quartiere ben organizzato o di una bella composizione musicale per riconoscere che i cambiamenti di modello che ci sono continuamente imposti, gli slums che ci circondano e il rock-and-roll che ci assorda, rappresentano un modello di utilizzo delle risorse umane e materiali dannoso al nostro benessere. Non c’è bisogno di aspettare un aiuto dal cielo, basta appoggiarsi ai calcoli di Fisher, Griliches e Kaysen che, seppur azzardati, costituiscono un ottimo punto di appoggio per spiccare il salto.

Fonte

12/08/2025

Prezzi e salari, la vera sfida

Per riportare al centro dell'attenzione prezzi e salari serve una piattaforma di lotta complessiva e credibile.

E la voglia di lottare per realizzarla.

Se il dato centrale di questa fase è sicuramente la lotta alla guerra, al riarmo europeo e alle spese militari che drenano miliardi dalla spesa sociale, non si può però accantonare la questione del salario e dei prezzi, cioè della condizione materiale in cui vivono le famiglie dei lavoratori e i ceti popolari.

È paradossale ascoltare ormai da giorni le litanie sul flop delle vacanze senza che nessuno si interroghi sul perché accade. Certamente alla base ci sono i rincari che portano altri enormi utili agli operatori del settore, insaziabili evasori fiscali e sfruttatori di manodopera, accompagnati da un aumento ormai continuo e incessante del prezzo dei trasporti e dei carburanti, investiti dalla tempesta perfetta indotta dalle sanzioni e dai dazi.

Ma il problema più urgente da risolvere, di cui si parla, senza agire, solo per “fare politica” senza provare a mettere in campo iniziative adeguate, è quello dei salari e degli stipendi.

Come sempre, senza grande clamore, l’ISTAT ci informa che anche questo mese il costo dei generi alimentari e di prima necessità ha continuato inesorabilmente a crescere. Ormai è noto a tutti che la spesa alimentare e per i bisogni primari, assieme a quella per la casa e le bollette, assorbe una parte preponderante, sempre più spesso totale, delle entrate da lavoro per chi di lavoro vive e non può far conto su entrate extra o sull’evasione fiscale.

Spesso quando si parla di questione salariale ci si dimentica dei precari, dei disoccupati, dei cassaintegrati, dei working poor, dei pensionati sotto la soglia della sopravvivenza la cui condizione è sicuramente ancora più drammatica, ma che fa fatica anche solo a entrare nelle statistiche.

Le vacanze tornano ad essere, anche per chi un lavoro e un reddito ce l’ha, quel ‘di più’ a cui sempre più spesso si deve rinunciare se non si vuole bruciare reddito difficilmente recuperabile.

Ce n’è a sufficienza perché la questione dei salari e delle condizioni reali di vita delle famiglie dei lavoratori e dei ceti popolari esca dalla propaganda politico-sindacale e torni ad essere obbiettivo centrale da praticare e a cui indirizzare principalmente le lotte di autunno.

Ci sono più fronti da aggredire che concorrono all’impoverimento generalizzato e che possono diventare da subito obbiettivi concreti di lotta.

– L’assenza di un reddito di cittadinanza che si occupi stabilmente di chi un reddito proprio non ce l’ha. 

– La pervicace indisponibilità ad adottare il salario minimo come già avviene praticamente in tutti i paesi europei e che metterebbe almeno parzialmente al riparo dai contratti sotto soglia. 

– L’aumento delle pensioni minime a 1.000 euro al mese per archiviare per sempre la vergogna delle pensioni al minimo. 

– La cancellazione delle forme di lavoro precario comunque mascherate, la lotta allo sfruttamento, agli omicidi sul lavoro agli infortuni gravi e gravissimi anche introducendo il reato di omicidio sul lavoro. 

– Il ripristino di un meccanismo automatico (scala mobile) che tuteli trimestralmente i salari dall’inflazione, la cancellazione dell’IPCA. 

– L’obbligo di rinnovare i contratti, avendo già restituito quanto eroso dall’inflazione, con forti aumenti salariali attraverso cui ridistribuire la ricchezza prodotta dal lavoro, altro che legge Cisl per la compartecipazione ai destini di impresa!

– Fine della divisione dei lavoratori attraverso qualifiche, categorie e premi di produzione differenziati. 

– Stop ai compensi faraonici e consulenze milionarie ai dirigenti. 

– Controllo pubblico delle tariffe e delle bollette, istituzione di vere fasce agevolate per lavoratori e famiglie. Basta bonus. 

– Eliminazione dell’IVA, forma di prelievo fiscale per aliquote fisse che non distingue il reddito a cui vengono applicate, finendo per pesare in percentuale molto più sui redditi bassi che su quelli alti. 

– Detassazione delle pensioni e tetto massimo delle stesse a 5000 euro. 

Volendo potremmo trovare altre voci da aggiungere a questo primo elenco, assolutamente nulla di rivoluzionario, su cui avviare una campagna di aggressione e di ripresa del conflitto di classe sovvertendo una pacificazione che ha dato ai padroni e ai governi, grazie alla complicità di CgilCislUil, una forza che non hanno e che possono mantenere solo grazie ad un quadro politico e sindacale in cui il conflitto tra capitale e lavoro, così come quello tra capitale e natura, non trovano cittadinanza e forme adeguate di mobilitazione.

Avevamo la ragione e la forza, dobbiamo riorganizzare la forza.

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20/05/2025

Istat: inflazione di aprile stabile come a marzo, ma il carrello della spesa aumenta

Le ultime statistiche aggiornate e diffuse da parte dell’Istat per ciò che riguarda l’inflazione del mese di aprile mostrano come sia spesso necessario saper leggere i dati per capire dove sta ‘la fregatura’. Ad esempio, quelli sugli aumenti di prezzi devono essere ben compresi per capire quali settori sociali ne subiscono gli effetti peggiori.

Ad esempio, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,1% su base mensile, ma su base annuale è rimasta stabile rispetto a marzo (+1,9%). Questo valore è stato salutato come un segnale positivo, poiché è un dato leggermente inferiore rispetto alle stime preliminari (+2%).

Sia chiaro: l’inflazione è comunque in positivo e le retribuzioni, nonostante i recenti rinnovi di vari contratti nazionali, non riescono a stare assolutamente al passo dei prezzi. A febbraio 2025 i salari reali del settore privato non agricolo risultavano ancora inferiori dell’8% rispetto ai livelli del 2021, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha segnalato che l’Italia è il paese del G20 ad aver subito la perdita più marcata in termini di potere d’acquisto dal 2008.

Ma se inoltre andiamo a scomporre il dato sull’inflazione e osserviamo le varie voci che lo compongono, notiamo che gli alimentari passano dal +2,4% al +3% e i servizi relativi ai trasporti schizzano da +1,6% a +4,4%. Anche l’inflazione di fondo, l’indice che fotografa l’andamento dei prezzi senza i prodotti alimentari ed energetici – più volatili – passa dal +1,7% di marzo al +2,1% di aprile.

Chiudiamo con il ‘carrello della spesa’, ovvero i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, e dunque la spesa tipica di una famiglia, che ha registrato l’aumento del tasso tendenziale di variazione, da +2,1% a +2,6%. È chiaro che questo tipo di acquisti impattano in maniera più pesante sui redditi da lavoro, cioè sulla maggioranza della popolazione.

Ricordiamo che, sempre secondo l’Istat, nel 2024 si finiva entro il rischio di povertà con un reddito netto di circa 1.030 euro al mese, e nel 2022 l’ente di statistica calcolava che uno stipendio su tre tra i lavoratori dipendenti del privato rimaneva sotto i mille euro lordi mensili. Fa ancora più arrabbiare, dunque, la rivendicazione da parte di Giorgia Meloni degli ottimi risultati del comparto turistico.

Intervenendo alla 75esima assemblea di Federalberghi, dove è stata accolta con entusiasmo la notizia del superamento della Francia per il numero di presenze nel 2024 (458 milioni), la presidente del Consiglio ha parlato del settore come “uno dei motori trainanti dell’economia italiana”.

Tutti sanno che la turistificazione non solo ha portato alla trasformazione delle città in una merce, in cui ogni spazio deve essere messo a valore, e in cui i servizi ai cittadini invece peggiorano continuamente. Il turismo è anche uno dei settori in cui il lavoro è spesso precario e malpagato, e che quindi più di tutti contribuisce ai bassi salari che strozzano la gente comune.

Considerarlo uno dei motori dell’economia significa piuttosto dimostrare di non aver alcun piano strategico per lo sviluppo del paese. Intanto, i portafogli di lavoratori e pensionati continuano a soffrire la crisi.

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04/10/2024

Guerra in Medio Oriente. I prezzi del petrolio stanno già salendo

Il petrolio ha subito una impennata a New York dopo le improvvide dichiarazioni di Biden sul fatto che Israele con il supporto statunitense potrebbe colpire le installazioni petrolifere di Teheran.

Nel giro di due giorni, dal 30 settembre al 2 ottobre, i prezzi del greggio Brent erano già saliti di circa il 5% portandosi da circa 72 dollari a poco più di 75 dollari al barile.

L’attacco missilistico iraniano su Israele del 1° ottobre ha riproposto all’attenzione del mondo intero la centralità del petrolio negli equilibri economici e politici internazionali.

I ministri dei paesi arabi del Golfo e dell’Iran hanno discusso a Doha uno scenario di de-escalation esprimendo preoccupazioni per le strutture petrolifere. Al momento, non ci sono segnali chiari che Stati Uniti o Israele colpiranno direttamente le strutture petrolifere iraniane. Un tale scenario potrebbe portare alla chiusura dello Stretto di Hormuz (da cui transita il 21% della fornitura globale di petrolio) da parte della marina iraniana, danneggiando anche le esportazioni petrolifere iraniane verso l’Asia.

Troppo spesso ci si dimentica infatti della perdurante centralità del petrolio, nel convincimento che la transizione energetica l’abbia ormai messo fuori gioco, mentre continua a rappresentare la prima fonte di energia consumata nel mondo.

È bene ricordare che il Medio Oriente produce circa un terzo dell’offerta di petrolio mondiale. L’Iran produceva 4,3 milioni di barili al giorno, ossia il 13,3% della complessiva produzione Opec e il 4,2% di quella mondiale.

Secondo alcuni analisti sentiti dalla Reuters, ad agosto la produzione di petrolio dell’Iran ha raggiunto il livello più alto degli ultimi sei anni, ovvero 3,7 milioni di barili al giorno. E questo nonostante le sanzioni.

Le esportazioni petrolifere iraniane, a causa delle sanzioni occidentali, oggi sono maggiormente orientate verso l’Asia, ma una interruzione della produzione e delle vendite del petrolio iraniano diventerebbe comunque un serissimo problema.

Secondo Energy Intelligence si registra infatti un aumento della domanda globale di petrolio nel quarto trimestre di quest’anno e la necessità nel prossimo anno di aumentarne l’offerta di 2,2 milioni di barili al giorno.

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01/10/2024

Inflazione in calo, ma carrello della spesa più pesante... in attesa del taglio dei tassi

L’Istat ha già reso pubbliche le stime preliminari per l’inflazione nel mese di settembre. Quello che è chiamato l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), considerato al lordo dei tabacchi, è diminuito dello 0,2% rispetto ad agosto, e segna così un +0,7% su base annua.

Sembra una buona notizia per i costi che chi vive nel Bel Paese deve affrontare. L’inflazione allo 0,7% è il livello più basso registrato in tutto il 2024, garantito dal calo dei prezzi dei beni energetici (-8,7% dal -6,1% di agosto) e anche di alcuni servizi (ricreativi, culturali, per la cura della persona e di trasporto).

Ma non ci vuole un genio della matematica per capire che se alcuni cifre sono in ribasso ma l’inflazione ha solo una leggera flessione, allora l’aumento deve essere da qualche altra parte. È così nel comparto alimentare, con quello che viene defiito ‘carrello della spesa’ che passa dal +0,6% al +1,1%.

In pratica, si paga di più il consumo di tutti i giorni, quello che nessuno può evitare ma che impatta maggiormente sui redditi più bassi. Inoltre, le stime preliminari dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dell’1,2% su base mensile, per effetto della fine dei saldi estivi calcolati nel NIC, anche se è in decelerazione su base annua.

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha commentato così i dati: “il calo dell’inflazione è solo un’illusione, un miraggio dovuto al fatto che le vacanze degli italiani sono finite e, quindi, sono terminate le speculazioni sulle loro ferie che avevano portato a rincari astronomici“.

I dati, insomma, non sono certo ai livelli della crisi inflazionistica del 2023, ma rimangono ancora altalenanti. Per questo si attende con impazienza quale sarà la decisione della BCE alla prossima riunione che l’istituto terrà il 17 ottobre, sulla quale molti analisti scommettono per un’ulteriore taglio dei tassi di interesse visto anche il calo settembrino dell’inflazione nell’eurozona.

La probabilità di un nuovo taglio, prezzata venerdì scorso dagli investitori, si è addirittura triplicata rispetto alla settimana precedente, arrivando al 75%. Da HSBC, uno dei più grandi gruppi bancari al mondo, fanno sapere che ritengono che Lagarde taglierà i tassi di 25 punti base in ogni riunione da ottobre 2024 ad aprile 2025.

Dunque, il fronte di chi chiede un intervento più coraggioso dell’Eurotower, visto il costo che la politica monetaria sta avendo per l’economia europea, si allarga e si rafforza. David Pascucci, analista della piattaforma di broker XTB, segnala che “questi cali dell’inflazione potrebbero essere lo specchio di tassi tenuti alti per troppo tempo“.

“Un peggioramento dell’inflazione, ossia una sua discesa al di sotto del 2% sostenuta per lungo tempo“, continua Pascucci, “potrebbe essere indicatore del fatto che l’economia europea sta rallentando“. Il risultato che si porta dietro questo scenario è quello di “un possibile aumento della disoccupazione“.

Christine Lagarde, invece, continua a tirare il freno. “Guardando al futuro, l’inflazione potrebbe aumentare temporaneamente nel quarto trimestre di quest’anno, poiché i precedenti bruschi cali dei prezzi dell’energia scompariranno dai tassi annuali, ma gli ultimi sviluppi rafforzano la nostra fiducia che l’inflazione tornerà al target in modo tempestivo“.

“Ne terremo conto nella nostra prossima riunione di politica monetaria di ottobre“, ha detto la Presidente della BCE in audizione al Parlamento Europeo. Un’affermazione ancora ambigua, che apre uno spiraglio rispetto al taglio dei tassi, ma ribadisce come i dati di questo trimestre potrebbero suggerire di attendere ancora.

“Continueremo a seguire un approccio dipendente dai dati per determinare il livello e la durata appropriati della restrizione […]. I tassi di riferimento saranno mantenuti sufficientemente restrittivi per tutto il tempo necessario a raggiungere il nostro obiettivo. Non ci stiamo impegnando in anticipo su un percorso di tasso particolare“, ha continuato l’economista.

Tutto rimandato a metà ottobre, staremo a vedere.

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01/09/2024

Lo scambio ineguale di lavoro nell’economia mondiale

Da decenni, a partire dagli studi di Samir Amin, si parla di “scambio ineguale” per descrivere i rapporti tra Nord e Sud del mondo, ovvero tra l’Occidente in cui il capitalismo è nato (Europa e Usa) e paesi meno sviluppati che fino ad un certo punto sono stati indicati come “Terzo Mondo” (il primo era l’Occidente, il secondo i paesi socialisti con al centro l’URSS).

La categoria provava a cogliere, con molto acume, lo sbilanciamento sistematico delle “ragioni di scambio” tra le due aree che si traduceva in appropriazione di ricchezza da parte del paesi del “centro” anche a prescindere dagli episodi (molto frequenti, peraltro) di vera e propria rapina a mano armata (golpe, invasioni, “rivoluzioni colorate”, ecc).

Mancava però una sufficiente base empirica, fatta di dati quantitativi e della loro evoluzione nel tempo, per dimostrare la consistenza dello “scambio ineguale” in termini di valore (ore lavorate, raggruppate per “livelli di competenza”) e di grandezze omogenee. Ossia confrontabili sul piano numerico e non solo su quello concettuale o intuitivo.

In assenza di questa base l’uso della categoria è diventata un modo di dire, un’allusione, una suggestione. Ma non un’arma della critica utilizzabile in una situazione concreta, nel conflitto politico e sociale.

Nel dibattito tra i marxisti degli anni ‘70 questa tematica era stata in parte affrontata sul piano teorico soprattutto da quanti si sono misurati con il problema della “trasformazione dei valori in prezzi”. Ovvero con la difficoltà storica di riscontrare quantitativamente l’estrazione di plusvalore che avviene nel processo lavorativo anche sul piano dei prezzi di mercato, che appaiono a prima vista dipendenti solo dalle classiche oscillazioni tra offerta e domanda.

Che le dinamiche di mercato abbiano la loro importanza è indubbio, ma come fa il valore a travasarsi da una produzione all’altra (tra imprese, sistemi di impresa, stati, aree economiche, ecc) in modo tale da assicurare ai capitali più avanzati (quelli a più alta composizione organica) un profitto notevolmente più alto di quello “naturale” in una certa impresa di un certo paese?

Un notevole contributo alla chiarificazione del problema arriva ora con lo studio condotto da Jason Hicksel, e pubblicato su Nature communication che qui vi proponiamo.

È intuitiva, ma non banale, la cascata delle conseguenze analitiche e politiche. La “ricchezza” dell’Occidente è data soprattutto dall’appropriazione delle ore di lavoro compiuto fuori dai propri confini, non da qualche “superiorità oggettiva” nella produzione.

I salari occidentali, per quanto congelati di fatto da oltre 30 anni, sono immensamente superiori al resto del mondo solo grazie a questa disparità abissale (anche del 90% e oltre). Le delocalizzazioni hanno sfruttato a fondo, e ulteriormente, il differenziale salariale.

Ma questo processo ha prodotto oggettivamente le condizioni per il suo superamento, ovvero la crescita dei salari nel Sud del mondo e, forse soprattutto (per ora), l’emergere di una consapevolezza (non necessariamente “socialista”, anzi) e di una necessità di autodeterminazione. Che si traduce, in qualche modo, nei termini del “multilateralismo”.

L’abstract è particolarmente esaustivo e dunque stimolante una lettura attenta. La sezione “metodi”, dopo il testo, non è stata tradotta ma può essere consultata tramite il link alla versione originale in inglese.

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Abstract

I ricercatori sostengono che le nazioni ricche si affidano a una grande appropriazione netta di lavoro e risorse dal resto del mondo attraverso uno scambio ineguale nel commercio internazionale e nelle catene globali del valore.

In questo studio, valutiamo empiricamente questa affermazione misurando i flussi di lavoro incorporato nell’economia mondiale dal 1995 al 2021, tenendo conto dei livelli di competenza, dei settori e dei salari.

Abbiamo scoperto che, nel 2021, le economie del Nord globale hanno appropriato in modo netto 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale, in tutti i livelli di competenza e settori. Il valore salariale netto di questo lavoro appropriato era equivalente a 16,9 trilioni di euro ai prezzi del Nord, tenendo conto del livello di competenza.

Questa appropriazione raddoppia grosso modo il lavoro disponibile per il consumo del Nord, ma impoverisce il Sud della capacità produttiva che potrebbe essere utilizzata invece per i bisogni umani e lo sviluppo locale.

Lo scambio ineguale è parzialmente determinato da disuguaglianze salariali sistematiche. Abbiamo scoperto che i salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari competenza.

Mentre i lavoratori del Sud contribuiscono al 90% del lavoro che alimenta l’economia mondiale, essi ricevono solo il 21% del reddito globale.

Introduzione

Gli studiosi di economia politica internazionale sostengono che la crescita e l’accumulazione di capitale negli stati ricchi del “centro” nel Nord globale dipendano dall’appropriazione di valore – lavoro, risorse e beni – dalle “periferie” e “semi-periferie” del Sud globale.

Nell’economia mondiale contemporanea, questa appropriazione avviene in gran parte attraverso ciò che gli studiosi definiscono come “scambio ineguale” nel commercio internazionale.

La letteratura in questo campo descrive come gli stati centrali e le imprese sfruttino il loro potere geopolitico e commerciale per comprimere salari, prezzi e profitti nel Sud globale, sia a livello delle economie nazionali che all’interno delle catene globali del valore (che rappresentano oltre il 70% del commercio), in modo che i prezzi nel Sud siano sistematicamente inferiori rispetto a quelli del Nord.

Le disuguaglianze nei prezzi costringono gli stati e i produttori del Sud a esportare ogni anno più lavoro e risorse incorporati nei beni commercializzati verso il Nord globale per pagare qualsiasi livello di importazione, permettendo così alle economie del Nord di appropriarsi in modo netto del valore a vantaggio del capitale e dei consumatori del Nord.

Si ritiene che le dinamiche dello scambio ineguale si siano intensificate negli anni ’80 e ’90 con l’imposizione di programmi di aggiustamento strutturale (SAP) in tutto il Sud globale. I SAP hanno svalutato le valute del Sud, ridotto l’occupazione pubblica e rimosso le protezioni per i lavoratori e l’ambiente, esercitando una pressione al ribasso su salari e prezzi.

Hanno anche ridotto le politiche industriali e gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico, costringendo i governi del Sud a dare priorità alla produzione “orientata all’esportazione” in settori altamente competitivi e in posizioni subordinate all’interno delle catene globali del valore.

Allo stesso tempo, le imprese leader negli stati centrali hanno spostato la produzione industriale verso il Sud globale per sfruttare direttamente salari e costi di produzione più bassi, mentre utilizzano il loro dominio nelle catene globali del valore per ridurre i salari e i profitti dei produttori del Sud. Questi interventi hanno ulteriormente aumentato il potere d’acquisto relativo del Nord rispetto al lavoro e ai beni del Sud.

Diversi studi hanno cercato di quantificare indirettamente l’entità dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, aggiustando i volumi commerciali monetari per le disparità Nord-Sud nei salari o nei prezzi generali.

La ricerca più recente ha utilizzato modelli di input-output multi-regionali estesi a livello ambientale (EEMRIO), che ci permettono di tracciare i flussi di risorse incorporati nel consumo finale di ciascuna nazione.

Questi studi dimostrano empiricamente che le economie centrali si basano su un’appropriazione fisica netta di lavoro e risorse incorporati dal Sud globale.

Tuttavia, questa ricerca non ha finora analizzato direttamente le dinamiche dei prezzi associate al tempo di lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud. Inoltre, non ha risposto alle domande riguardanti l’entità delle disparità salariali Nord-Sud e lo scambio ineguale, che potrebbero essere un effetto delle differenze nel tipo di lavoro svolto, come in termini di livello di competenza o settore (ad esempio, se le disuguaglianze salariali sorgono perché il Sud commercia lavoro poco qualificato per lavoro altamente qualificato, o beni primari per beni secondari).

In questo studio, utilizziamo il modello EEMRIO EXIOBASE per tracciare i flussi di lavoro incorporato tra Nord e Sud, tenendo conto per la prima volta direttamente di settori, salari e livelli di competenza (come definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, descritta nei Metodi).

Questo ci consente di definire l’entità dell’appropriazione del lavoro attraverso lo scambio ineguale in termini di tempo di lavoro fisico, rappresentandolo anche in termini di valore salariale, in un modo che tiene conto della composizione per livello di competenza del lavoro incorporato nel commercio Nord-Sud.

La nostra categoria per il Nord globale si avvicina all’elenco FMI delle “economie avanzate”, con il Sud che comprende tutte le economie emergenti e in via di sviluppo (vedi Metodi).

Tutte le unità monetarie sono in euro costanti del 2005, corrette per l’inflazione, rappresentate ai tassi di cambio di mercato (MER), appropriati per confronti internazionali del potere d’acquisto del reddito nell’economia globale (vedi Metodi).

Arriviamo a diverse conclusioni principali. (1)

Scopriamo che il lavoro di produzione nell’economia mondiale, in tutti i livelli di competenza e settori, è prevalentemente svolto nel Sud globale (in media 90–91%), ma i risultati della produzione sono sproporzionatamente catturati nel Nord globale. (2) Il Nord si è appropriato in modo netto di 826 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud globale nel 2021 (in altre parole, al netto del commercio).

Questa appropriazione netta avviene in tutte le categorie di competenza e settori, inclusa una grande appropriazione netta di lavoro altamente qualificato. (3)

Il valore salariale netto del lavoro appropriato era di 16,9 trilioni di euro nel 2021, rappresentato nei salari del Nord, tenendo conto del livello di competenza. In termini di valore salariale, il drenaggio di lavoro dal Sud è più che raddoppiato dal 1995. (4)

I divari salariali Nord-Sud sono aumentati drasticamente nel periodo considerato, in tutte le categorie di competenza e settori, nonostante un piccolo miglioramento nella posizione relativa del Sud. I salari nel Sud sono inferiori dell’87–95% rispetto ai salari del Nord per lavoro di pari competenza nel 2021, e dell’83–98% per lavoro di pari competenza nello stesso settore. (5)

La quota del PIL destinata ai lavoratori è generalmente diminuita nel periodo, di 1,3 punti percentuali nel Nord globale e di 1,6 punti percentuali nel Sud globale.

Risultati

Contributi alla produzione globale

Abbiamo scoperto che, nel 2021, l’ultimo anno dei dati, 9,6 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione destinata all’economia globale. Di queste, il 90% è stato fornito dal Sud globale (Fig. 1).

Il Sud ha contribuito con la maggior parte del lavoro in tutti i livelli di competenza: il 76% di tutto il lavoro altamente qualificato, il 91% del lavoro mediamente qualificato e il 96% del lavoro poco qualificato. Nello stesso anno, 2,1 trilioni di ore di lavoro sono state impiegate per la produzione di beni commercializzati a livello internazionale (l’uso di “beni commercializzati” in questo documento si riferisce sia ai beni che ai servizi).

Il contributo relativo Nord-Sud alla produzione di beni commercializzati è simile a quello della produzione totale, con il Sud che contribuisce al 91% di tutto il lavoro (73% di tutto il lavoro altamente qualificato, 93% del lavoro mediamente qualificato e 96% del lavoro poco qualificato). Si noti che le ultime cifre sono sottostime, dato che la maggior parte dei paesi del Sud globale sono aggregati in regioni in EXIOBASE (vedi Tabella Supplementare 1) e il commercio all’interno di queste regioni non è rappresentato.

Il contributo del Sud alla produzione globale totale è aumentato costantemente nel periodo dal 1995, in tutte le categorie di competenze. L’aumento maggiore si è verificato nella categoria delle competenze elevate, con il contributo del Sud alla produzione ad alta competenza che è passato dal 66% del totale mondiale nel 1995 (1,9 volte superiore rispetto al Nord) al 76% nel 2021 (3,2 volte superiore rispetto al Nord).

Infatti, il Sud ora contribuisce con più lavoro ad alta competenza all’economia mondiale (1124 miliardi di ore nel 2021) rispetto a tutto il contributo combinato del lavoro ad alta, media e bassa competenza del Nord globale (971 miliardi di ore nel 2021).

Il Sud contribuisce anche alla stragrande maggioranza del lavoro in tutti i settori aggregati che abbiamo derivato da EXIOBASE, inclusi agricoltura (99%), estrazione mineraria (99%), manifattura (93%), servizi (80%) e “altro” (89%). Vedi Metodi per le aggregazioni settoriali.

Nonostante abbia contribuito al 90-91% del lavoro totale che entra nella produzione globale e nella produzione di beni commerciati nel 2021, inclusa la maggior parte del lavoro ad alta competenza, il Sud globale ha ricevuto meno della metà (44%) del reddito globale, e i lavoratori del Sud hanno ricevuto solo il 21% del reddito globale in quell’anno.

In altre parole, mentre la produzione globale è prevalentemente realizzata nel Sud globale, i rendimenti sono catturati in modo sproporzionato dal Nord globale, indicando un controllo sproporzionato del prodotto globale.

La Tabella 1 mostra che il numero totale di lavoratori occupati e il numero totale di ore lavorate è aumentato sia nel Nord che nel Sud dal 1995 al 2021, con un aumento significativamente maggiore nel Sud globale.

Le righe finali illustrano diversi punti interessanti. In primo luogo, vediamo che i lavoratori del Sud globale forniscono costantemente più lavoro per lavoratore rispetto a quelli del Nord, con margini ampi. Nell’ultimo anno di dati, i lavoratori del Sud hanno lavorato in media 466 ore in più rispetto ai loro omologhi del Nord (26% in più).

In secondo luogo, vediamo che nel Nord il tempo di lavoro per lavoratore è diminuito del 7% nel periodo, mentre nel Sud è aumentato dell’1%. Nella misura in cui l’aumento del tempo di lavoro ha contribuito alla crescita economica globale negli ultimi 25 anni, questo onere è stato sostenuto in gran parte dai lavoratori nel Sud globale.

Scambio ineguale di lavoro

La nostra analisi conferma un modello sostanziale e persistente di scambio ineguale tra il Nord e il Sud globale. Nel 2021, il Nord globale ha importato 906 miliardi di ore di lavoro incorporato dal Sud, esportandone solo 80 miliardi in cambio (un rapporto di 11:1). In media, durante il periodo considerato, il Nord ha importato 15 volte più lavoro dal Sud di quanto ne abbia esportato in cambio.

In altre parole, il Nord si appropria in modo netto di grandi quantità di lavoro dal Sud. Questa appropriazione netta si verifica in tutte le categorie di competenze, incluso il lavoro ad alta competenza.

In media, il Nord importa 4 volte più lavoro ad alta competenza dal Sud di quanto ne esporti, insieme a 17 volte più lavoro a media competenza e 29 volte più lavoro a bassa competenza. La Figura 2 mostra le esportazioni e le importazioni di lavoro da parte del Sud globale nel periodo 1995-2021.

Lo scambio ineguale di lavoro descritto sopra non è spiegato dalle differenze settoriali. Abbiamo riscontrato che il Nord globale importa in modo netto grandi quantità di lavoro dal Sud in tutti i livelli di competenze e in tutti e cinque i settori.

In media, il Nord ha importato 120 volte più lavoro agricolo di quanto ne abbia esportato, 110 volte più lavoro minerario, 11 volte più lavoro manifatturiero e 6 volte più lavoro nei servizi.

In altre parole, non è vero che il Nord importa lavoro netto nella produzione primaria dal Sud mentre esporta una quantità minore di lavoro nella produzione secondaria e terziaria. Al contrario, il Nord globale dipende da un’appropriazione netta di lavoro dal Sud in tutti i settori, inclusi la manifattura e i servizi.

Non esiste alcun settore in cui il Nord esporti lavoro netto verso il Sud. Questo è dimostrato nella Figura Supplementare 1.

I risultati della serie temporale dimostrano che la posizione del Sud globale è peggiorata durante il periodo 1995-2005, con il rapporto di scambio Sud-Nord che è aumentato da 17:1 nel 1995-97 a 21:1 nel 2003-2005.

Durante questo periodo, caratterizzato da politiche di aggiustamento strutturale draconiane applicate negli anni ’80 e ’90, le economie del Sud sono state costrette ad aumentare le loro esportazioni di lavoro incorporato del 24% semplicemente per mantenere la stessa quantità di importazioni dal Nord.

La posizione del Sud è migliorata nel decennio successivo (2005-2015), poiché le politiche di aggiustamento più aggressive sono state allentate e con l’inizio del boom delle materie prime, con il rapporto di scambio che è sceso a 10:1. Questo miglioramento è stato guidato principalmente da un miglioramento nella posizione della Cina. Tuttavia, i miglioramenti si sono arrestati dal 2015 e si è verificata una certa regressione.

Le Figure 3 e 4 mostrano la quantità totale di lavoro appropriato in modo netto dal Nord durante il periodo, per livello di competenze e settore, rispettivamente. Il Nord appropria in modo netto lavoro in tutti i livelli di competenze e in tutti i settori. Vale la pena notare che l’appropriazione nei settori secondario e terziario (manifatturiero e servizi) è ora maggiore rispetto ai settori primari (agricoltura ed estrazione mineraria), e in effetti questo è stato il caso per la maggior parte del periodo considerato.


L’appropriazione netta totale è aumentata dal 1995 fino a un picco nel 2005, per poi diminuire nel decennio 2005-2015. Abbiamo riscontrato che la diminuzione durante il periodo 2005-2015 corrisponde a un miglioramento dei salari nel Sud rispetto a quelli del Nord. Tuttavia, questo miglioramento si è arrestato nel 2015 e i rapporti salariali si sono stabilizzati (vedi la sezione intitolata “Tendenze salariali” qui sotto).

L’appropriazione è aumentata negli anni successivi, spinta da un incremento del volume degli scambi commerciali. Nel 2021 la quantità totale di appropriazione netta ha raggiunto 826 miliardi di ore. Questi dati sono sostanzialmente più grandi di quanto rilevato in studi precedenti (vedi Discussione Supplementare 3 per i dettagli).

I flussi netti dalla Cina verso il Nord rappresentano circa un sesto dei flussi totali netti Sud-Nord. È importante notare che il flusso netto Sud-Nord di lavoro incorporato non viene “pagato” da un flusso netto opposto di terra, energia o materiali incorporati (al contrario, si verificano ampi flussi netti Sud-Nord in tutte le categorie di input).

Abbiamo riscontrato che questo modello di appropriazione netta svolge un ruolo importante nel consumo del Nord (Fig. 5). In qualsiasi anno, il Nord consuma circa il doppio del lavoro che rende, grazie all’appropriazione attraverso lo scambio ineguale. Nel 2021, il lavoro appropriato in modo netto ha rappresentato il 46% del consumo totale di lavoro del Nord.

La Figura 5 mostra anche che le economie del Nord globale sono diventate sempre più dipendenti dal lavoro a bassa competenza, la stragrande maggioranza del quale è appropriata in modo netto dal Sud globale (71% nel 2021).

Sebbene la maggior parte dell’appropriazione netta di lavoro dal Sud da parte del Nord sia costituita da lavoro a competenze medie, l’appropriazione netta di lavoro ad alta competenza costituisce comunque una caratteristica significativa delle economie del Nord. Abbiamo riscontrato che le economie del Nord globale appropriano in modo netto più lavoro ad alta competenza dal Sud globale (52 miliardi di ore nel 2021) di quanto ne ottengano e consumino attraverso il commercio Nord-Nord (31 miliardi di ore nel 2021).

Il valore salariale dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale

Come hanno evidenziato studi precedenti, poiché salari e prezzi sono un risultato del potere contrattuale nell’economia mondiale (oltre al livello di mercificazione, all’estensione della concentrazione monopolistica, ecc.) così come delle dinamiche di domanda e offerta, non è possibile assegnare un “vero” valore monetario al lavoro. Il massimo che possiamo fare è rappresentare il lavoro in termini dei salari prevalenti sperimentati dai diversi agenti nell’attuale economia capitalista mondiale, puramente come punto di riferimento.

Studi precedenti sullo scambio ineguale, inclusi quelli di Samir Amin, sostengono che l’appropriazione netta di lavoro nascosto dal Sud globale dovrebbe essere rappresentata in termini dei salari prevalenti nel Nord; in altre parole, dalla prospettiva dei lavoratori e dei produttori del Nord. Questo è l’approccio che adottiamo qui.

Per prima cosa, abbiamo stabilito la scala del tempo di lavoro appropriato in modo netto per ciascun livello di competenza per ogni anno. Abbiamo quindi moltiplicato il tempo di lavoro appropriato in modo netto per i salari che i lavoratori del Nord ricevono per lo stesso livello di competenza, reso nella produzione di beni commerciati (ignorando i beni prodotti per il consumo interno finale).

Il lavoro è quindi confrontato in maniera omogenea: per esempio, la quantità appropriata di lavoro a bassa competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro a bassa competenza, la quantità appropriata di lavoro ad alta competenza è valutata al salario del Nord per il lavoro ad alta competenza, ecc.

In questo modo, abbiamo calcolato il valore salariale del lavoro appropriato in una maniera che risponde a domande di lunga data su quanto questo sia influenzato dalla composizione dei livelli di competenza nello scambio.

I nostri risultati mostrano che nel 2021 il valore salariale del lavoro appropriato in modo netto dal Sud era pari a 16,9 trilioni di euro, in EUR costanti del 2005 (Fig. 6). In altre parole, se i lavoratori del Nord dovessero svolgere la quantità di lavoro appropriato in modo netto a livello domestico, costerebbe 16,9 trilioni di euro in termini di salari (vedi Discussione Supplementare 1 per ulteriori interpretazioni).

La serie temporale mostra che il valore salariale dell’appropriazione è più che raddoppiato dal 1995. Grandi aumenti si sono verificati alla fine degli anni ’90, continuando una traiettoria ascendente iniziata durante il periodo di aggiustamento strutturale neoliberale negli anni ’80.

L’appropriazione si è stabilizzata dai primi anni 2000 al 2015, e da allora è ulteriormente aumentata. Nel periodo 1995-2021, il valore salariale totale del lavoro appropriato in modo netto ammonta a 310 trilioni di euro.

Per maggiore solidità, abbiamo anche calcolato il valore salariale della manodopera appropriabile netta utilizzando i salari del Nord per ciascun livello di competenza nel settore pertinente (in altre parole, abbiamo valutato la quantità di manodopera appropriabile netta nel settore dei servizi con il salario del Nord per il lavoro ad alta qualifica nel settore dei servizi, ecc.)

I risultati sono solo marginalmente inferiori, 14.200 miliardi di euro nel 2021. Il punto debole di questo approccio è che dà per scontate le grandi disuguaglianze salariali tra i settori all’interno del Nord globale, anche quando si corregge per le competenze, che sono dovute in gran parte ai salari estremamente bassi in agricoltura (fino a 2-3 euro all’ora; si veda la Fig. 2 supplementare). Tuttavia, è utile dimostrare che l’ampia scala del valore salariale del lavoro netto non può essere spiegata da differenze settoriali.

Tendenze salariali

Il divario salariale tra Nord e Sud è ampio e in aumento nel tempo per tutte le categorie di competenze (Fig. 7). Anche in questo caso, valutiamo solo la manodopera coinvolta nella produzione di beni commerciali.

I salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord a parità di competenze, cioè a parità di lavoro secondo la definizione dell’ILO. I salari del Sud sono inferiori dell’87% per la manodopera ad alta qualifica, del 93% per quella a media qualifica e del 95% per quella a bassa qualifica.

La disparità è così estrema che la manodopera altamente qualificata nel Sud globale riceve il 68% in meno rispetto a quella poco qualificata nel Nord globale. Detto altrimenti, per ogni ora di lavoro a un determinato livello di competenza, i lavoratori del Nord sono in grado di consumare 8-19 volte di più del prodotto globale rispetto ai lavoratori del Sud (8 volte di più per la manodopera ad alta qualifica, 14 volte di più per quella a media qualifica e 19 volte di più per quella a bassa qualifica).

Gli aumenti salariali del Sud non hanno eguagliato quelli del Nord in termini assoluti. Il salario medio del Sud è passato da 0,46 a 1,62 euro l’ora (con un aumento di 1,16 euro), mentre il salario medio del Nord è passato da 12,60 a 24,95 euro l’ora (con un aumento di 12,35 euro). I salari del Nord sono aumentati 11 volte di più di quelli del Sud. Non si tratta di un “recupero”, ma al contrario di un modello di drammatica divergenza.

Questi risultati indicano che i lavoratori del Sud globale, che ricevono in media 1,62 euro all’ora, svolgono la stragrande maggioranza (90%) della manodopera che produce per l’economia globale, la stragrande maggioranza (91%) della manodopera che produce beni scambiati e quasi la metà (46%) della manodopera che sostiene la crescita e il consumo nel Nord globale (al netto del commercio). L’economia globale è caratterizzata da un regime di manodopera a basso costo.

Questi divari salariali non sono spiegati dalle differenze settoriali. I nostri risultati mostrano divari salariali Nord-Sud ampi e crescenti per tutti i livelli di competenza in tutti i settori analizzati.

Nell’agricoltura, i salari del Sud sono inferiori dell’85-91% rispetto a quelli del Nord per ogni livello di competenza. Nel settore minerario, i salari del Sud sono inferiori del 93-98%. Nel settore manifatturiero, 89-94% in meno. Nei servizi, 83-90% in meno (si veda la Fig. 2 supplementare per i risultati completi).

Nonostante l’aumento dei divari salariali, si è registrata una certa riduzione della disuguaglianza relativa tra Nord e Sud. Nel 2021, il salario medio del Sud era inferiore del 94% rispetto al salario medio del Nord, un piccolo miglioramento rispetto al 96% del 1995 (Fig. 8). Il miglioramento della posizione del Sud si è verificato nel periodo dal 2005 al 2015. Da allora i miglioramenti sono cessati e, in parte, diminuiti.

Quota del lavoro sul PIL

Scopriamo che, a livello globale, il lavoro ha ricevuto, in media, il 51,6% del PIL mondiale nel quinquennio 2017-2021. In altre parole, solo la metà di tutto il valore prodotto nell’economia mondiale (che è rappresentato nei prezzi e incluso nei conti del PIL) è catturato dai lavoratori sotto forma di salari.

Come mostra la figura 9, si tratta di un calo rispetto alla fine degli anni ’90 (1995-1999), quando la quota del lavoro sul PIL era in media del 54,7%.

La quota dei lavoratori del Sud sul PIL del Sud è notevolmente inferiore alla media globale, con una media del 47,5% nel periodo 2017-2021, mentre la quota dei lavoratori del Nord sul PIL del Nord è superiore, con una media del 54,7% nello stesso periodo. Ciò indica che le classi lavoratrici del Sud sono più deboli nei confronti del capitale nazionale rispetto alle classi lavoratrici del Nord.

In entrambi i casi, la posizione del lavoro è peggiorata dalla fine degli anni ’90: di 1,3 punti percentuali nel Sud e di 1,6 punti percentuali nel Nord.

Discussione

I risultati di questo studio dimostrano il verificarsi di ingenti trasferimenti netti di lavoro vivo dal Sud al Nord del mondo attraverso scambi ineguali nel commercio internazionale e nelle catene di fornitura globali, a tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, per un totale di 826 miliardi di ore nel 2021.

Questi risultati illustrano diverse caratteristiche importanti dell’economia mondiale.

In primo luogo, è chiaro che le economie del Nord dipendono in modo sostanziale dal l’appropriazione netta da parte del Sud globale. L’appropriazione netta di manodopera comprende circa la metà della manodopera totale che fornisce beni e servizi per il consumo del Nord.

In altre parole, questa dinamica raddoppia la quantità totale di manodopera disponibile per le economie del Nord globale, che sostiene i loro alti livelli di consumo e di ricchezza e ne sostiene la crescita economica. Altri 826 miliardi di ore di lavoro del Sud sono di fatto aggiunte alle economie del Nord come “lavoro fantasma” invisibile.

Alla luce di questa dinamica, è chiaro che il modello di sviluppo del Nord non può essere universalizzato, in quanto si basa sull’appropriazione di altre risorse.

Inoltre, è improbabile che gli attuali livelli di consumo aggregato del Nord possano essere mantenuti in condizioni di commercio equo. Per mantenere i consumi attuali, le popolazioni del Nord dovrebbero aumentare in modo sostanziale le ore di lavoro (e allo stesso tempo impegnare sostanzialmente più terra, materiali ed energia nella produzione), il che sarebbe socialmente e politicamente difficile da realizzare.

È plausibile che le persone preferirebbero invece rinunciare ad alcuni tipi di produzione (ad esempio, la produzione di beni per il consumo d’élite) o passare a forme di approvvigionamento che richiedono meno manodopera (ad esempio, il trasporto pubblico invece dell’auto privata).

I nostri risultati indicano anche che il Sud globale viene svuotato di una grande quantità di capacità produttiva attraverso lo scambio ineguale (il 9-16% della sua capacità produttiva totale, in termini di lavoro, viene svuotato in un dato anno). 826 miliardi di ore di lavoro nel 2021 equivalgono a 369 milioni di lavoratori (ipotizzando 2.236 ore per lavoratore all’anno, che è la media del Sud globale presentata nella Tabella 1). Si tratta di una cifra superiore alla forza lavoro totale degli Stati Uniti e dell’Unione Europea messi insieme.

Questa quantità di manodopera potrebbe essere mobilitata per produrre alloggi e cibo nutriente per le comunità del Sud globale, o per costruire e impiegare il personale di ospedali e scuole, soddisfacendo così i bisogni umani locali e raggiungendo i necessari obiettivi di sviluppo; invece – a causa della compressione della manodopera e dei produttori del Sud e dei vincoli posti alla capacità degli Stati del Sud di sviluppare una maggiore sovranità economica – viene appropriata per produrre all’interno di catene di approvvigionamento globali che servono alla crescita, al consumo e all’accumulazione del Nord.

Si ritiene che lo scambio ineguale sia guidato in parte dai grandi divari salariali tra Nord e Sud. Scopriamo che i salari del Sud sono inferiori dell’87-95% rispetto a quelli del Nord per lavori di pari abilità.

La nostra analisi conferma le argomentazioni di altri (ad esempio Ruy Mauro Marini, Samir Amin, Arrighi, Emmanuel, ecc.) secondo cui questi divari salariali non possono essere spiegati da differenze settoriali, in quanto prevalgono in tutti i settori dell’economia: i salari dei lavoratori del Sud sono più bassi dell’83-98% per lavori di pari abilità all’interno dello stesso settore.

In termini assoluti, questi divari salariali sono aumentati sostanzialmente nel tempo, in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori, indicando un costante aumento della disuguaglianza assoluta di reddito tra Nord e Sud, nonostante un certo miglioramento della posizione relativa del Sud nel periodo 2005-2015.

Ciò si è verificato nonostante il costante aumento della produzione industriale come quota della produzione totale nel (e delle esportazioni dal) Sud del mondo durante il periodo studiato (13, 14) .

Concludiamo che, mentre i lavoratori del Sud contribuiscono alla maggior parte (90-91%) della manodopera che alimenta l’economia mondiale, ricevono solo il 21% del PIL globale. I rendimenti della produzione sono catturati in modo sproporzionato nel Nord globale.

È interessante notare che i nostri risultati, che descrivono la dipendenza del Nord da manodopera altamente qualificata proveniente dal Sud, confermano le dichiarazioni degli amministratori delegati di grandi aziende, i quali hanno affermato che la quantità necessaria di manodopera ingegneristica altamente qualificata per sostenere la loro produzione non è disponibile negli Stati del Nord e quindi questa produzione deve essere effettuata all’estero.

L’ex amministratore delegato di Apple, Steve Jobs, ha dichiarato che la sua azienda aveva bisogno di 30.000 ingegneri; secondo le sue parole, “in America non se ne trovano così tanti da assumere” [26] . L’attuale CEO Tim Cook ha sottolineato che la produzione di Apple si basa su grandi quantità di manodopera altamente qualificata in Cina per l’ingegneria avanzata, gli strumenti e l’innovazione. “Negli Stati Uniti si potrebbe tenere una riunione di ingegneri degli utensili e non sono sicuro che riusciremmo a riempire la stanza. In Cina si potrebbero riempire diversi campi da calcio” (25).

La manodopera altamente qualificata nel Sud globale è pagata una frazione di quella del Nord, nonostante il fatto che le aziende del Nord non possano funzionare senza di essa.

Il nostro studio dimostra che i divari salariali tra Nord e Sud e lo scambio ineguale di manodopera non possono essere spiegati dal livello di competenza o dalle differenze settoriali, poiché entrambe le dinamiche persistono in tutti i livelli di competenza e in tutti i settori. Tuttavia, una parte dello scambio ineguale può essere dovuta a differenze di produttività (ad esempio, se i lavoratori del Sud producono meno ore di lavoro rispetto ai lavoratori del Nord). Lo scambio ineguale è a volte concettualizzato come un trasferimento al netto delle differenze di produttività (9, 10).

Non è semplice valutare questo aspetto dal punto di vista empirico. I parametri standard di produttività misurano la produzione in termini di reddito o di PIL per persona occupata, che sono parametri di prezzo e non rivelano nulla della produzione fisica. Queste metriche non possono essere utilizzate per i nostri scopi: ci dicono che i salari e i prezzi del Sud sono più bassi di quelli del Nord, ma è proprio questo che deve essere spiegato (27, 28).

Gli studi sullo scambio ineguale sostengono che i prezzi sono un artefatto degli squilibri di potere (tra lavoro e capitale, fornitori e aziende leader, periferia e centro) e, pertanto, non possono essere considerati una rappresentazione accurata del valore. Se i salari e i prezzi del Sud sono compressi, la “produttività” del Sud sembrerà peggiorare anche se non c’è alcun cambiamento nella produzione fisica effettiva.

Per valutare correttamente le dinamiche della produttività sarebbe necessario misurare la produzione fisica in settori comparabili (per ulteriori approfondimenti si veda la Discussione supplementare 2).

Ci sono diverse ragioni per ritenere che le differenze di produttività fisica non possano spiegare gli ampi divari salariali tra Nord e Sud e le disuguaglianze negli scambi che osserviamo.

In primo luogo, nel caso delle industrie di esportazione (piuttosto che dei settori di sussistenza e non commerciali), la maggior parte della produzione nel Sud è realizzata con tecniche moderne, spesso con tecnologie fornite dal capitale internazionale (9, 10, 14, 20). È stato riscontrato che i lavoratori di queste industrie producono una quantità di prodotto fisico per ora pari o superiore a quella delle loro controparti del Nord (20, 29).

La produzione del Sud è inoltre caratterizzata da una maggiore intensità di manodopera, in quanto i lavoratori sono soggetti a rigidi sistemi di controllo volti a massimizzare la produzione in misura tale da non rispettare le norme sul lavoro vigenti nel Nord (30, 31, 32).

In secondo luogo, nei casi in cui le industrie esportatrici del Sud operano con tecnologie meno efficienti, le differenze di produttività rappresentano solo una piccola parte del divario salariale tra Nord e Sud e dell’appropriazione netta del tempo di lavoro (9, 20).

Il fatto fondamentale è che le imprese del Nord scelgono di utilizzare la manodopera del Sud non solo perché i salari per ora lavorata sono più economici, ma perché i salari sono più economici per unità di produzione fisica (13). La delocalizzazione avviene proprio perché la differenza salariale tra Nord e Sud è maggiore di qualsiasi differenza di produttività fisica.

In terzo luogo, le produttività fisiche possono essere confrontate in modo significativo solo per compiti e prodotti identici. Per molte industrie e categorie di prodotti, la produzione del Sud non ha un contraltare nel Nord, perché non può o non viene realizzata lì (come nel caso del caffè, del coltan, degli smartphone, del fast fashion, ecc.).

In questi casi, le produttività non possono essere confrontate e non possono spiegare le disuguaglianze salariali e gli scambi ineguali. Un’analisi più approfondita è disponibile nella Discussione supplementare 2.

È importante notare che, nei casi in cui esistono differenze di produttività fisica, spesso ciò è dovuto al fatto che per il capitale è più redditizio utilizzare metodi più economici e ad alta intensità di manodopera piuttosto che investire in attrezzature moderne – soprattutto nei casi in cui gli investimenti statali nello sviluppo tecnologico sono stati ridotti dai programmi di aggiustamento strutturale, o in cui i brevetti impediscono l’accesso a prezzi vantaggiosi alle tecnologie necessarie – proprio perché i salari del Sud sono mantenuti a livelli artificialmente bassi (34, 35).

Questa situazione avvantaggia i consumatori del Nord con beni più economici e il capitale del Nord con un maggiore surplus. In questi casi, l’uso di metodi ad alta intensità di lavoro facilita il trasferimento di valore e deve essere inteso come uno scambio ineguale.

In queste condizioni, il Sud è costretto a destinare alla produzione per il commercio internazionale una quantità di manodopera maggiore di quella che sarebbe necessaria se la tecnologia fosse impiegata in modo più razionale ed equo, drenando così – e sprecando – una capacità produttiva cruciale che potrebbe altrimenti essere destinata alla produzione di beni e servizi necessari per il benessere e lo sviluppo locale (si veda la Discussione supplementare 2).

Questo studio ha valutato i flussi di lavoro incarnato tra il centro e la periferia. Questo approccio è chiaramente utile per un’ampia analisi del sistema mondiale, ma può oscurare altre dinamiche importanti.

In futuro potrebbe essere utile esplorare una ripartizione regionale più dettagliata, per valutare come la periferia e la semiperiferia (o i Paesi a basso e medio reddito) siano influenzati in modo diverso dalla disparità di scambio. Sarebbe inoltre opportuno valutare le dinamiche di classe e le disuguaglianze all’interno dei Paesi.

Si dovrebbe comprendere che lo scambio ineguale è in ultima analisi guidato dalle società e dagli investitori che controllano le catene di approvvigionamento e dagli Stati che determinano le regole del commercio e della finanza internazionale, non dai lavoratori o dai consumatori.

I modelli di scambio ineguale possono operare anche all’interno dei Paesi, attraverso lo sfruttamento delle “periferie interne” (36) (come la manodopera agricola a bassissimo salario nel nucleo centrale, come visibile nella Fig. 2 supplementare).

Infine, la nostra analisi non si estende alle dinamiche di genere, compreso il lavoro domestico non retribuito o la riproduzione sociale, che sono anch’esse costitutive dello scambio ineguale e che dovrebbero essere esplorate nelle future ricerche EEMRIO (37, 38).

I risultati di questo studio suggeriscono che la persistenza della povertà globale e del sottosviluppo è, in gran parte, un effetto dell’appropriazione attraverso lo scambio ineguale, che è, a sua volta, un effetto della soppressione dei salari o della deflazione dei redditi nella periferia.

Le popolazioni del Sud globale subiscono una riduzione dei consumi, in modo che il lavoro, le risorse e i beni siano più facilmente disponibili per l’appropriazione da parte degli Stati e delle imprese del Nord. Questa dinamica ci aiuta anche a comprendere la persistente disuguaglianza tra il nucleo e la periferia.

In condizioni di scambio ineguale – dove la produzione dei Paesi più poveri viene destinata al consumo dei Paesi più ricchi – la convergenza non è realizzabile. Lo sviluppo e l’eliminazione della povertà, e qualsiasi traiettoria plausibile per ridurre la disuguaglianza globale, richiedono uno spostamento dell’equilibrio di potere tra Nord e Sud, in modo che quest’ultimo sia in grado di recuperare le proprie capacità produttive per soddisfare i bisogni umani.

A tal fine, i livelli salariali internazionali e i prezzi minimi delle risorse potrebbero contribuire a ridurre le disuguaglianze di prezzo e a limitare i trasferimenti di valore.

Per porre fine alle disuguaglianze di scambio sarà inoltre necessario porre fine alle condizioni di aggiustamento strutturale della finanza e democratizzare le istituzioni della governance economica globale, in modo che i governi del Sud del mondo siano liberi di utilizzare la politica industriale, fiscale e monetaria per perseguire uno sviluppo sovrano e ridurre la loro dipendenza dal capitale del Nord.

Tuttavia, è improbabile che tali riforme vengano imposte dall’alto. Ciò richiederà una lotta politica per l’autodeterminazione nazionale e la sovranità economica di portata simile al movimento anticoloniale del XX secolo.

Note

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Fonte