Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/03/2026

Taglio provvisorio delle accise… Un fallimento

Gli italiani si ricordano bene la campagna di Giorgia Meloni che stando all’opposizione invocava il taglio delle accise sui carburanti, indicandola come una delle impellenze per rilanciare l’economia e alleviare le difficoltà dei cittadini. Poi, appena arrivata al Governo – come colpita da una fulminea amnesia – si è scordata di quella necessità.

Ora, ridestata dai boati dei missili in Medio Oriente, e dagli improperi dei cittadini che non riescono a fare rifornimento, la Meloni non ha potuto far finta di nulla, e dopo tre anni e mezzo di Governo ha finalmente predisposto un taglio alle accise sui carburanti (seppur limitato a 20 giorni).

La logica alla base del provvedimento è semplice, si parte dalla constatazione che il prezzo del carburante che comprano i cittadini è quello che il gestore del distributore fissa liberamente sulla base di una valutazione economica. In condizioni di effettivo libero mercato (creatura mitologica) la concorrenza tra i vari distributori dovrebbe far si che il prezzo si abbassi fino a che non diventi per loro svantaggioso vendere il carburante.

Sempre sul piano teorico, il prezzo di vendita al consumatore viene inizialmente formulato dal distributore sommando i costi totali da lui sostenuti (comprese le tasse) e un ricarico, cioè il margine di profitto che egli vuole perseguire.

La logica della manovra che il Governo ha attuato, risiede nel fatto che in teoria, abbassando le tasse – che sono una parte dei costi totali, sulla base dei quali si formula il prezzo al consumatore – fermo restando il margine di profitto, si dovrebbe abbassare il prezzo finale.

Questo – giova ribadirlo – avviene solo in teoria, seppur anche in pratica potrebbe forse realizzarsi, a patto che ci sia una effettiva concorrenza tra i venditori, ossia che non ci siano “pratiche collusive”.

Con questo termine s’intende un accordo (esplicito o meno) che porti i venditori a fare delle politiche di prezzi concordate. Il caso più estremo è quello del cosiddetto “cartello”, in cui gli operatori si mettono d’accordo per tenere tutti i prezzi più alti rispetto a quelli che ci sarebbero in regime di concorrenza.

Nel caso ci si trovi di fronte a pratiche collusive, l’abbassamento delle tasse, pur riducendo i costi totali non determina un abbassamento del prezzo di vendita che, rimanendo invariato, porta ad un aumento del profitto del venditore. In definitiva, di fronte a pratiche collusive, una riduzione delle tasse ai venditori determina solo un loro ulteriore arricchimento: si fa un regalo a chi strangola i cittadini.

I cittadini che fanno rifornimento a prezzi esorbitanti sanno bene che l’aumento del carburante c’è stato non appena sono stati sparati i primi missili nel Golfo Persico. La guerra comporta il blocco dei traffici commerciali, quindi a fronte di una riduzione d’offerta di petrolio è ovvio che il suo prezzo internazionale salga.

Pertanto, aumentando il prezzo del petrolio, è evidente che debba aumentare pure quello del carburante che compra il cittadino: per il distributore aumentano i costi di acquisto del carburante (che sono una componente dei suoi costi totali) e quindi aumenterà il prezzo di vendita al cittadino. Non c’è da stupirsi o recriminare per una tal dinamica.

Ma le cose sono un po’ più complesse di come vengano raccontate. Infatti, l’automobilista riempie il proprio serbatoio con un carburante realizzato raffinando petrolio che è stato acquistato mesi (se non anni) prima. Quindi, lo shock odierno sul mercato internazionale del petrolio non deve avere effetto su una merce che è stata pagata molto prima.

Gli effetti di ogni shock dovrebbero arrivare al serbatoio del cittadino dopo diversi mesi da quando si sono verificati. Dato che l’aumento del prezzo del carburante praticato dai distributori è stato immediato – non posticipato di mesi – è evidente che c’è stata una “pratica collusiva”.

Come spiegato poco sopra, di fronte alle pratiche collusive, una riduzione delle tasse determina un aumento dei profitti degli speculatori. Questo è il fallimentare risultato dell’azione di Governo.

Se per contenere i prezzi si vuole percorrere la strada della riduzione fiscale, bisogna prima rimuover le pratiche collusive. Se si capisce che ciò non sia possibile (o non lo sia in tempi utili), l’unico modo per ridurre i prezzi è fissarli per legge, con la calmierazione.

Il Governo ha commesso un grossolano errore (diciamo così...) e sta arricchendo gli speculatori. Ora ha solo due valide vie d’uscita da questa situazione: stroncare le pratiche collusive o calmierare i prezzi. Tuttavia, probabilmente preferirà negare il problema o scaricare la colpa su qualcun altro, mentre i cittadini continueranno ad impoverirsi.

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23/08/2023

L’onda d’Urso

Dice che le accise sulla benzina servono a finanziare la flat tax.

Però della flat tax ne beneficeranno solo alcune categorie del ceto medio, dunque la morale della favola che racconta Urso è semplice: con l’aumento della benzina stiamo pagando tutti un privilegio per pochi, i quali verseranno meno tasse, sottraendoci ulteriori risorse che servirebbero a erogare i servizi pubblici.

Ce la fanno pagare due volte.

Se poi consideriamo che l’aumento dei carburanti e direttamente proporzionale all’aumento dei prezzi all’ingrosso prima e al dettaglio poi, ecco che paghiamo tre volte cara questa politica scellerata, tanto per rientrare nel perverso circuito del “non c’è due senza tre”.

Insomma, Urso confessa che stiamo pagando di più la benzina non per via dell’aumento della bolletta energetica nazionale, né per l’ingordigia della compagnie petrolifere, ma per favorire un governo servile a piccole e grandi corporazioni, le loro lobby e relative camarille.

E così si indeboliscono i più deboli, s’impoveriscono i più poveri, si alimentano ingiustizie sociali, disuguaglianze e frustrazioni, che è il risultato dell’onda d’urto di queste politiche del governo.

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19/08/2023

Caro carburanti: le misure del governo Meloni sono inutili

I prezzi alla pompa continuano a salire, nonostante l’inutile obbligo ai distributori di esporre i cartelli col prezzo medio dei carburanti.

Dall’aggiornamento dei dati forniti dal Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), i carburanti risultano ancora in salita per il self service sulla rete autostradale, con un prezzo medio di 2,019 euro al litro.

Il 14 agosto il prezzo era di 2,015 euro. Il gasolio self, sempre in autostrada è a 1,928 (1,921 alla vigilia di ferragosto), il Gpl servito è stabile a 0,842 euro come il metano a 1,528 euro.

Il ministro Adolfo Urso continua a concionare affermando che: “Il prezzo industriale della benzina depurato dalle accise è inferiore rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Spagna e Germania“. E rivendica che l’esposizione dei cartelloni con il prezzo medio, è una misura “risultata pienamente efficace che ha consentito, in un sistema di mercato, di contrastare la speculazione, dando piena trasparenza e quindi consapevolezza e capacità di scelta al consumatore“.

A Ferragosto la Guardia di finanza ha “intensificato i controlli a tutela dei cittadini“, ma i primi risultati evidenziano che l’adeguamento alle nuove regole è del tutto insufficiente. Dal primo agosto sono stati effettuati 1.230 interventi trovando irregolarità in 325 casi, con 789 violazioni contestate.

Il ministro Urso in un’intervista ha affermato che “i prezzi dei carburanti hanno cominciato a salire da quando l’Opec, il cartello dei paesi arabi alleati con la Russia ha cominciato a tagliare la produzione per far salire i prezzi del barile. Un aumento che si scarica sul consumatore“.

Il prezzo del carburante è determinato da diverse voci. Il 58% della cifra riguarda la componente fiscale, ovvero Iva e accise mentre il 42% è costituita dal prezzo industriale che include i costi della materia prima e quelli commerciali, amministrativi e logistici.

Alcune associazioni dei consumatori hanno presentato un esposto alla Guardia di Finanza chiedendo al governo di modificare i prezzi estremamente alti dei carburanti. Complessivamente lo Stato ha già incassato 2,27 miliardi in una sola settimana di esodo estivo. Il taglio delle accise costerebbe circa un miliardo di euro al mese.

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17/08/2023

Benzina e vacanze, la trappola infernale

Il fenomeno è storico: quando cominciano i periodi dell’anno dedicati alle ferie – per chi si può permettere di allontanarsi da casa – regolarmente scattano aumenti consistenti per carburanti, ombrelloni, ristoranti e bar in tutte le location turistiche, a qualsiasi livello.

Quest’anno, con ogni evidenza, si è esagerato parecchio...

Il governo parafascista che aveva promesso di tagliare le accise sui carburanti, fatti due conti nel bilancio dello Stato, ha pensato bene di lasciarle intatte. Anche perché ogni aumento, comunque originato e motivato, si traduce automaticamente in un incremento delle entrate fiscali.

Il meccanismo è noto, ma se ne parla molto poco. Sui carburanti – non solo in Italia, ma altrove in misura minore – vige una doppia tassazione.

Una, specifica, sono le “accise”. Ovvero “tasse di scopo” introdotte per affrontare eventi imprevisti e poi lasciate diventare “perpetue”, anche ad emergenza finita. Per chi non lo sapesse continuiamo a pagare l’accisa per la guerra d’Etiopia (1936, “quando c’era lui”, il dio innominato del Pantheon meloniano), quella per l’alluvione di Firenze (1966), per i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, le guerre in Libano e Bosnia, e tante altre ragioni più o meno lontane nel tempo.

Ognuna per uno o pochi centesimi, certo, ma – come diceva Totò – “è la somma che fa il totale”, che diventa alto…

La seconda è l’Iva, che c’è su tutte le merci, ma per i carburanti si applica non solo al prezzo industriale del prodotto ma anche sulle accise. Per cui, di fatto, si paga una passa sulla tassa. Geniale, no?

Sta di fatto che alla fine la parte delle tasse rappresenta oltre il 50% del prezzo finale. Sicché, è stato calcolato, solo con gli aumenti di questi giorni lo Stato finirà per incamerare oltre 2 miliardi “straordinari”. Che poi la Meloni o chi per lei ci rivenderanno come “risorsa” reperita “per far fronte alle esigenze dei più deboli”.

Ma naturalmente non c’è solo lo Stato a taglieggiare. Le multinazionali dell’energia fanno anche loro la propria parte nell’aumentare “a soggetto”, e anche gli esercenti alla pompa ci mettono la loro quota...

Ci sarà pure una ragione per cui il prezzo del prodotto finito – uguale per tutti gli operatori, visto che il prezzo del petrolio è uno soltanto (a seconda delle qualità ai fini della raffinazione) e che le raffinerie riforniscono tutti i diversi marchi facendo pagare ovviamente lo stesso prezzo – diventa poi al distributore una incognita differenziatissima, ma univocamente verso l’alto.

Il governo Meloni, sull’argomento, ha dato il peggio di sé.

Prima Adolfo Urso, ministro, si diverte con la barzelletta “Il prezzo industriale della benzina depurato dalle accise è inferiore rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Spagna e Germania“. In cui mente due volte: a) il prezzo europeo del prodotto industriale varia di un’inezia irrilevante nei vari paesi e b) le accise dipendono dal governo, non dallo spirito santo.

Non pago, lo stesso Urso ha poi vantato le virtù invisibili della “misura risultata pienamente efficace che ha consentito, in un sistema di mercato, di contrastare la speculazione, dando piena trasparenza e quindi consapevolezza e capacità di scelta al consumatore“. Il “risultato pienamente efficace” sarebbero insomma i sedici giorni consecutivi di aumenti dall’inizio di agosto…

Fioccano gli esposti e gli interventi della Guardia di Finanza, ma intanto tutto resta com’è e se ne riparlerà come sempre a babbo morto. Ossia a ferie finite, quando l’orgia dei prezzi arbitrari dovrà rientrare. Se non altro per il rischio di restare senza clienti.

È una considerazione che vale soprattutto per stabilimenti e locali (ristoranti, bar, pub, ecc.), che mai come quest’anno sembrano posseduto dalla volontà di spremere all’inverosimile lo sfortunato che osa sedersi dalle loro parti.

Sarà anche questo certamente colpa del governo che, rinviando di un altro anno l’adeguamento alle normative di assegnazione delle concessioni stabilite dalla UE, ha di fatto segnalato ai “balneari” che dal prossimo anno le concessioni saranno più care e quindi li ha incentivati a “darsi da fare” per accumulare più grasso ora.

Ma è anche colpa della miopia macroecomica di questa piccolissima “imprenditoria”, che appare affascinata del “modello Briatore-Santanché” per cui la clientela “giusta” è solo quella che può pagare cifre folli per non vedersi al tavolo vicino un parvenu.

Dimenticando che i ricchi veri, in definitiva, sono molto pochi. E dunque rischiano in questo modo di vedersi rarefare la massa dei turisti. Ovvero quelli che “fanno Pil” (come si vede ogni volta che si ragiona sulle tasse, regolarmente evase dai pochi che dovrebbero pagare molto, ma obbligatorie “alla fonte” per i percettori del solo stipendio).

In conclusione: qualcuno di questi rapaci farà pure qualche buon affare quest’anno, ma lo pagherà caro nei prossimi. Come già si vede dalla riduzione delle presenze nelle località dove si è esagerato di più e, soprattutto, dalla riduzione degli “italiani in vacanza”.

Stretti tra salari bloccati, inflazione core crescente e speculazione da strozzini. E un governo di contafrottole loro complici…

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17/01/2023

Benzinai, lo sciopero non è scongiurato

Questa mattina le associazioni dei gestori degli impianti di servizio in tutta Italia (Faib-Confesercenti, Fegica e Figisc Confcommercio) si riuniscono e voteranno per confermare lo sciopero proclamato la scorsa settimana poi sospeso dopo il primo incontro a Palazzo Chigi. “Andiamo avanti: dal decreto ci aspettavamo delle aperture che non ci sono state e invece sono arrivate sanzioni altissime per una misura come quella dei prezzi sui cartelli che non serve a nulla” affermano in una nota le associazioni dei benzinai.

Il decreto carburanti pubblicato ieri sulla Gazzetta ufficiale prevede fino a 6 mila euro di multa se sui cartelli mancherà la segnalazione del prezzo medio dei carburanti. In caso di recidiva, è prevista la sospensione dell’attività fino ad un massimo di 90 giorni.

Sotto accusa da parte dei benzinai è la sospensione dell’attività prevista dopo la terza violazione, un provvedimento che, secondo i benzinai, rischia di trasformarsi in chiusura definitiva e rischia di metterli in difficoltà con le imprese di fornitura.

Venerdì scorso c’era stato l’incontro con il governo che aveva avuto come risultato il congelamento dello sciopero in attesa della pubblicazione del decreto carburanti, ma da quanto emerge non è andata così.

“È inaccettabile. Così ricade ancora una volta tutto su di noi, come se fossimo i colpevoli degli aumenti dei prezzi, non ci stiamo”, dicono i gestori delle pompe di benzina dando per certo, a 24 ore dal nuovo incontro col governo che dovrebbe scongiurarlo, lo sciopero dei benzinai in programma il 25 e 26 gennaio prossimi, su strade e autostrade.

Ma il governo tira dritto e per ora ha confermato l’incontro di domani con le associazioni di categoria. Il governo ribadisce che solo in caso di rialzi dei prezzi, ci sarà la sterilizzazione delle accise.

Intanto l’Antitrust ha avviato istruttorie con ispezioni nei confronti di Eni, Esso, IP, Kuwait Petroleum Italia e Tamoil. Le irregolarità riscontrate, spiega l’Authority, riguardano l’applicazione alla pompa di un prezzo diverso da quello pubblicizzato, nonché l’omessa comunicazione dei prezzi dei carburanti.

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14/01/2023

Accise - Dalla guerra d’Etiopia al Decreto “Fare”. Novanta anni di furbissime tasse di scopo

L’accisa, vale la pena ricordarlo, è una imposta sulla fabbricazione e sulla vendita di prodotti di consumo. Come la benzina, il gasolio e il gas da autotrazione.

Le accise attualmente in vigore si applicano solo su alcuni beni, quali: oli minerali e loro derivati (benzina, gasolio, gpl, gas metano); bevande alcooliche (liquori, grappe, brandy); fiammiferi; tabacchi lavorati (sigarette); energia elettrica; oli lubrificanti.

Le accise sono presenti in tutto il mondo, ma con modalità e percentuali che variano da paese a paese.

Di seguito le 18 voci che fanno parte dell’elenco delle accise sulla benzina e gasolio ripristinate nel 2023. Da inizio anno infatti, il governo ha deciso di non rifinanziare lo sconto, introdotto dal governo Draghi.

Finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936.

Finanziamento della crisi di Suez del 1956.

Ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963.

Ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966.

Ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968.

Ricostruzione dopo il terremoto del Friuli del 1976.

Ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980.

Finanziamento della missione Nato in Bosnia del 1996.

Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.

Acquisto di autobus ecologici nel 2005.

Terremoto dell’Aquila del 2009.

Finanziamento alla cultura nel 2011.

Crisi libica del 2011.

Alluvione che ha colpito Liguria e Toscana nel 2011.

Ricostruzione dopo il terremoto in Emilia del 2012.

Per il decreto “Salva Italia” del 2011.

Finanziamento del “Bonus gestori” nel 2014.

Finanziamento del “Decreto fare” nel 2014.

Insomma in qualche modo quando mettiamo benzina stiamo ancora finanziando le battaglie sull’Amba Alagi o i container per i terremotati del Belice (qualcuno ci abita ancora), gli “Angeli del fango” di Firenze, ma anche le conseguenze dell’aggressione alla Libia nel 2011. Praticamente alla pompa di benzina, con i numeri che girano, vediamo scorrere la storia degli ultimi novanta anni, dal 1936 a oggi.

Secondo l’ultimo monitoraggio del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, la somma delle imposte (Iva) e delle varie accise, ammonta addirittura al 58,2% del prezzo che si paga per la benzina e al 51,1% di quello del gasolio.

Secondo i dati forniti dal Ministero per l’Ambiente, tra l’1 e l’8 gennaio, la benzina in modalità self service è passata da 1,644 a 1,812 euro al litro, con un incremento di 16,8 centesimi, mentre il gasolio è salito da 1,708 a 1,868 euro con un rialzo di 16 centesimi.

Il prezzo attuale della benzina è composto sostanzialmente da tre voci: il costo netto del combustibile, incluso il guadagno dei gestori delle pompe, le accise e l’IVA (imposta sul valore aggiunto), quindi da due fattori fiscali e solo da uno derivante dal prodotto e dagli andamenti di prezzi.

Le sole accise pesano per più di un terzo e sono composte in buona parte da imposte di scopo, introdotte dai vari governi per raggiungere determinati obiettivi fissati nel tempo.

Il 27% del prezzo della benzina è determinato dal “platts”, che è il prezzo all’ingrosso sul mercato internazionale, deciso da una agenzia specializzata con sede a Londra (così come il gas deciso ad Amsterdam). Questa agenzia definisce il prezzo dei carburanti a livello internazionale. Sul prezzo del gasolio il “platts” pesa di più di quello sulla benzina (il 32%).

I ricavi della filiera distributiva petrolifera, incidono sul prezzo dei carburanti per una minima parte rispetto alle altre due voci (quelle fiscali): siamo più o meno intorno all’8% per la benzina e il 9% per il gasolio.

Il margine lordo serve a coprire tutti i costi di distribuzione primaria e secondaria, ma anche altri oneri, come tasse e canoni. Ed è su quest’ultimo segmento, che pesa per poco meno del 12% sull’intero ammontare pagato alla pompa dagli automobilisti per la benzina e per circa l’8% sul gasolio, che l’operatore può intervenire per modificare il prezzo. Mentre sulla materia prima, pari al 30% del costo complessivo per la benzina e al 41% per il gasolio, agiscono le quotazioni internazionali e l’effetto cambio euro/dollaro.

In ultimo, ma non per importanza, c’è da considerare l'abbondante fetta di tasse. Accise e Iva insieme coprono il restante 65% per la benzina e il 59% per il gasolio, sul prezzo totale del carburante.

In definitiva, se non ci fossero le accise, la benzina e il gasolio costerebbero insomma tra il 30 e il 40% in meno rispetto al prezzo che oggi paghiamo alla pompa.

La decisione di congelare o ripristinare le accise sui carburanti è tutta politica, non dipende affatto dall’andamento dei mercati. Un governo può decidere di toglierle (rinunciando a circa un miliardo di introiti fiscali al mese), di lasciarle o di ripristinarle come ha fatto il governo Meloni dopo il congelamento deciso dal governo Draghi.

Quello che non si può fare è promettere di togliere le accise in campagne elettorale e poi rimangiarsela quando si arriva al governo.

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Il senso del ridicolo contro mano

Una delle più esilaranti parodie di Maurizio Crozza è quando, impersonando Flavio Briatore, gli fa dire che i poveri inquinano, perché le loro auto sono lente, consumano e creano ingorghi ai caselli autostradali. Mentre lui, che con le sue auto di lusso, da casello a casello ci mette un lampo e passa senza creare code, abbatte l’inquinamento.

Ecco prendete questa visione satirica del mondo reale, capovolgetela e avrete l’ultima trovata retorica di Meloni.

“Abbassare le accise favorirebbe i ricchi che di benzina ne comprano di più e quindi risparmierebbero di più di quelli che faticano ad arrivare a fine mese”.

Meloni è una che il ridicolo non si accontenta di sfiorarlo... Lei il senso del ridicolo lo imbocca contromano a tutta velocità e gli si schianta contro.

Affermare che l’aumento del costo della benzina sia solo un problema della cilindrata di un’auto e non invece dell’intero sistema della grande distribuzione italiana è da dilettanti.

Se è vero che oltre l’80 per cento delle merci di largo consumo viaggia su gomma, l’aumento dei carburanti, combinato con l’aumento del prezzo dei pedaggi autostradali, significa l’automatico rincaro dei prezzi sulle bancherelle dei mercati, sugli scaffali dei supermercati, alla cassa del negozietto sotto casa, rincari che sono già enormi.

“L’impennata dell’inflazione pesa sul carrello degli italiani che hanno speso quasi 13 miliardi in più per acquistare cibi e bevande nel 2022 a causa dell’effetto valanga dei rincari energetici e della dipendenza dall’estero, in un contesto di aumento dei costi dovuto alla guerra in Ucraina che fa soffrire l’intera filiera, dai campi alle tavole”. Lo dice Coldiretti.

Quei 13 miliardi sono all’incirca la metà della prima manovra finanziaria varata dal governo, che non ha voluto bloccare le accise sui carburanti.

La realtà sociale del paese sfugge ai ciarlatani della comunicazione di Palazzo Chigi, o per meglio dire glene importa poco. La verità sta nell’aumento medio del 9,1% dei prezzi dei beni alimentari e delle bevande nel 2022 rispetto all’anno precedente.

Secondo l’analisi Coldiretti/Censis il 72% degli italiani fa ormai solo acquisti nei discount, mentre l’83% punta su prodotti in offerta, in promozione.

Quella che costa più di tutto è la verdura, poi ci sono pane, pasta e riso, a seguire la carne e i salumi, al quarto posto la frutta che precede il pesce, poi il latte, i formaggi e le uova e infine l’olio e il burro. È proprio il famoso cibo made in Italy che tanto eccita la propaganda governativa.

Chissà se “er cognato”, ministro dell’agricoltura, è a conoscenza che – secondo la Coldiretti – l’intera filiera agroalimentare sta con l’acqua alla gola: l’agricoltura italiana subisce aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi, al +129% per il gasolio fino al +500% delle bollette per pompare l’acqua per l’irrigazione dei raccolti.

Dire roboanti castronerie è nel Dna della destra di origine fascista, come quando c’era Lui che voleva spezzare le reni alla Grecia o fermare l’invasione sul bagnasciuga (linea di galleggiamento dello scafo delle barche).

Però dire che bloccare le accise della benzina favorisce i ricchi è sensazionale. Dà l’idea di quello che ci si può aspettare dall’attuale governo.

Magari qualcosa di più serio e concreto della pezza che Giorgetti ha cercato di cucire per mettere una toppa alla toppata di Meloni.

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10/01/2023

Scaricabarile tra governo e petrolieri sull’aumento della benzina

Il governo Meloni ha eliminato dal 1 gennaio la riduzione delle accise sulle benzine e il prezzo dei carburanti è di nuovo schizzato alle stelle. A fronte della evidente impopolarità (e al tradimento delle promesse sul taglio delle accise sulla benzina), alcuni esponenti del governo l’hanno “buttata in caciara” ventilando l’ipotesi di speculazione sui prezzi.

In particolare il ministro Pichetto, ha spiegato che ai livelli attuali dei prezzi del gas e del petrolio un eventuale sforamento della soglia dei 2 euro (cosa già verificatasi in alcune pompe sulle autostrade, ndr) andrebbe considerato come un effetto speculativo, uno scenario che potrebbe richiedere un qualche intervento del governo. Il ministro dell’Economia Giorgetti, prima di Natale, aveva deciso di attivare la Guardia di Finanza per effettuare un monitoraggio contro possibili anomalie e speculazioni sui prezzi alla pompa. La prossima settimana dovrebbero essere pubblicati i risultati dei controlli effettuati e il governo deciderà se e come procedere.

Nel 2022 la riduzione delle imposte sui carburanti ha pesato per circa 1 miliardo di euro al mese. Il governo Draghi era riuscito a coprire i mancati introiti dalle accise grazie all’extragettito assicurato proprio dagli aumenti del prezzo dei carburanti. Il problema, adesso, è che questo meccanismo è saltato perché il governo Meloni ha deciso di considerare l’extragettito non più una maggiore entrata per i conti pubblici, ma un incasso ordinario, dunque non utilizzabile per finanziare gli sconti.

Ma i petrolieri italiani hanno rispedito l’accusa al mittente. I rincari sui carburanti, secondo la loro versione, sono stati determinati dalla cancellazione del taglio delle accise da parte del Governo: ne è prova che gli effetti economici del provvedimento sui prezzi di benzina e diesel, pari a 0,183 euro al litro, sono più o meno uguali agli aumenti alla pompa.

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04/01/2023

La stangata. Aumentano bollette, benzina, biglietti bus

Il carovita è già pronto ad azzannare salari e pensioni. È aumentata infatti la bolletta del gas per le famiglie ancora con regime di mercato tutelato. Nel mese di dicembre e per i consumi dello stesso mese, per le famiglie si registra un aumento del 23,3% della bolletta, rispetto a quella di novembre.

A comunicarlo è l’Arera spiegando che a dicembre il prezzo della materia prima gas per i clienti con contratti in condizioni di tutela, è stato fissato in 116,6 euro/MWh, pari alla media dei prezzi rilevati quotidianamente durante tutto il mese. Nelle prime settimane di dicembre le quotazioni del gas hanno raggiunto anche punte di circa 135 euro/MWh.

Ma a gennaio scatterà anche l’aumento del prezzo dei carburanti, per la decisione del governo di abolire lo sconto sulle accise rimasto in vigore fino al 31 dicembre. Lo sconto sulle accise era stato introdotto dal governo Draghi per venire incontro alle famiglie sempre più alle prese con l’inflazione , il caro energia e gli effetti delle sanzioni contro la Russia. Ma adesso lo sconto non è stato esteso al nuovo anno. Il governo Meloni ha ritenuto di non prorogare ulteriormente lo “scudo”. Non solo. Il provvedimento di fine novembre (“Misure urgenti in materia di accise sui carburanti e di sostegno agli enti territoriali e ai territori delle Marche colpiti da eccezionali eventi meteorologici”), se da una parte ha prorogato fino al 31 dicembre 2022 il taglio delle accise sui carburanti, dall’altra aveva già dimezzato lo sconto.

Sul piano locale, invece, nei prossimi mesi sono previsti gli aumenti dei biglietti dell’autobus in diverse città, con punte fino al 33%.

Infine, aumentano anche i pedaggi autostradali. Con il nuovo anno è infatti scattato l’aumento del 2% per i pedaggi di Autostrade per l’Italia. Per luglio è previsto un altro aumento dell’1,34%.

Benvenuti nel primo anno di governo della Meloni, impegnata a fare le stesse cose che hanno fatto i governi precedenti, anzi peggio (vedi la fine dello sconto sulle accise della benzina). Invocare lo sconto sulle accise dai banchi dell’opposizione ed eliminarlo da quelli del governo è una furbata diventata fin troppo fastidiosa. Ma in fondo è bene sapere che per il governo lavoratori, pensionati, disoccupati non sono una priorità, mica sono albergatori, ristoratori, industriali o faccendieri.

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01/03/2019

Fare soldi facendo finta di “salvare l’ambiente”

Come si fa a far cassa senza essere accusati di aumentare le tasse? Il rebus è antico e le soluzioni del potere sempre ingegnose. Il Re di Napoli, per esempio, avendo ormai esaurito il parco tasse disponibile, inventò il gioco del lotto, introducendo così la “tassa sulla speranza” contando sul fatto che sarebbe stata presa dal popolino come un’occasione di arricchimento.

Quel rebus antico oggi trova nuovi stratagemmi, a partire dalla messa a profitto della “difesa dell’ambiente”.

Ci spieghiamo subito. Il governo giallo verde, a partire da oggi primo marzo, ha introdotto un disincentivo alla vendita di auto diesel e un incentivo a favore di quelle ibride. Una misura che vale solo per le nuove immatricolazioni e che, in una fase di mercato automobilistico particolarmente depresso (-3,1% le vendite, -10% la produzione 2018), avrà effetti moderatamente recessivi.

Ma la tendenza, come emerge da molti “si dice” in ambienti ministeriali, è chiara: aumentare le accise sui carburanti, e soprattutto del gasolio, con la scusa della “transizione ecologica”. E’ la stessa linea scelta da Emmanuel Macron e che ha portato all’esplosione del movimento dei gilet gialli, non a caso partiti dai grandi insediamenti periurbani e dall’immensa provincia francese; ossia lì dove l’utilizzo dell’automobile privata non ha alternative.

Come scrive Business Insider, il ministero dell’economia sta preparando un “taglio delle tax expenditures (agevolazioni e sconti fiscali) per i ‘sussidi ambientali dannosi’: un’operazione da circa 16,2 miliardi di euro che risolverebbe non pochi problemi al Mef”.

Il trucco contabile è relativamente semplice: “il gasolio, in particolare, vanta un’accisa inferiore del 23% rispetto alla benzina”. Dunque basterebbe ridurre o eliminare questo sconto per avere immediatamente un consistente aumento delle entrate fiscali.

La giustificazione “nobile” è già ora offerta dall’Ufficio valutazione impatto del Senato: “la maggior efficienza energetica del motore diesel rispetto al motore a benzina non giustifica di per sé questa differenza di trattamento. Essa, infatti, dipende dall’effettiva caratterizzazione del parco circolante auto a gasolio rispetto a quello a benzina”, per questo “il mantenimento in Italia di un’accisa sul gasolio più bassa rispetto alla benzina non è giustificato sotto il profilo ambientale e rischia di provocare effetti distorsivi e indesiderati nella composizione del parco auto circolante, aumentando i costi esterni della mobilità passeggeri e favorendo il trasporto delle merci su strada rispetto alle modalità alternative più ecocompatibili”.

La “narrazione” è pronta, insomma, la difficoltà sta nel fatto che nessuno vi presterebbe attenzione, perché quando la gente arriva davanti alla pompa del distributore legge il prezzo, vede che il carburante imbarcato è di meno... e si incazza. Magari non blocca l’Italia col gilet giallo addosso, ma alle elezioni te la farà comunque pagare.

E’ il problema che Giovanni Tria è chiamato a risolvere, anche se non sembra avere soluzione facile.

Del resto la “transizione ecologica” non è solo un argomento retorico, ma una necessità impellente. Se la comunità scientifica ha quantificato in dodici anni lo spazio temporale per invertire la tendenza, ci sarebbe bisogno di risposte straordinarie e globali per tentare – solo tentare, perché questo lasso di tempo è davvero pochissimo – di impedire al riscaldamento climatico di superare la soglia di non ritorno. Per restare solo al settore automobilistico, per esempio, si dovrebbe imporre a tutte le case produttrici nel mondo di sfornare da ora solo modelli ecocompatibili a prezzi bassissimi, in modo da programmare una sostituzione integrale del parco auto circolante nell’arco di una decina di anni. Praticamente un sogno da illusi...

Di fonte a un problema di queste dimensioni le risposte degli Stati capitalistici avanzati sono sostanzialmente ZERO.

In Italia, per restare al noto, abbiamo avuto il divieto di vendita dei cotton fioc (sconsigliati peraltro da tutti gli otorino, ma il cui consumo annuale individuale equivale a meno della plastica da imballaggio che ci portiamo in casa con una sola spesa al supermercato) ed ora questa accoppiata disincentivi-aumento delle accise.

E’ qui che si rivela la “logica” con cui l’establishment approccia la “transizione ecologica”: scaricarne i costi sulla popolazione, senza peraltro fare assolutamente nulla nei confronti dell’apparato industriale pubblico e soprattutto privato. Abbiamo così contemporaneamente una serie di misure ecologicamente inefficaci ma economicamente redditizie. Che non risolvono alcun problema (se non in misura astronomicamente marginale), ma garantiscono profitti ed entrate fiscali.

Lo si può verificare, peraltro, con tutte le campagne para-ecologiste sfornate in ogni trasmissione o pubblicità televisiva. In cui i problemi ambientali e la loro soluzione vengono addossati ai comportamenti individuali, non al funzionamento sistemico, ossia al modo e al tipo di produzione.

Facciamo due esempi? E facciamoli...

Su tutti i prodotti – dagli alimentari ai cosmetici, dai giocattoli ai veicoli, ecc. – vengono illustrati una serie pressoché sconfinata di “consigli” perché sia il consumatore finale a scegliere una cosa invece di un’altra (es: “cosmetici non contenenti microplatische”), come se ognuno di noi, al supermercato, avesse tempo, possibilità e competenze scientifiche per fare uno screening ambientalista di ogni confezione presente sugli scaffali, leggendo e confrontando etichette (sulla cui attendibilità, peraltro...).

Anche il meno intelligente di questi consumatori disperati (poco tempo e pochi soldi in tasca) consiglierebbe a sua volta la soluzione più semplice: impedite che i prodotti “sbagliati” arrivino sul mercato, lasciando circolare soltanto quelli ecocompatibili. “Non si può”, ci risponderebbero dall’alto dei cieli di Bruxelles o del ministero di Tria, perché “il mercato è libero e le imprese non devono essere ostacolate”.

Questo è il problema, a questo livello vanno pensate le soluzioni. E nessuna sarà indolore.

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20/12/2018

Ecco a voi “la manovra”, appena tradotta dal franco-tedesco

L‘intervento della Commissione Europea sulla “manovra” si vede, si sente, si tocca... Sforbiciate paurose alla voce “uscite” e proporzionali rigonfiamenti della voce “entrate”.

Questo è un primissimo esame a caldo, sarà dunque necessario digerire tutto l‘insieme di dati e tabelle prima di poter delineare nei particolari le conseguenze di questa “legge di stabilità” partita con l‘intento di “far vedere chi siamo” in Europa e trasformatasi in una disfatta seconda solo a Caporetto.

L‘unica cosa che va sottolineata subito è che “l‘opposizione” parlamentare (il Pd, capiamoci...) la critica in modo suicida: per loro si doveva fin dall‘inizio scrivere sotto dettatura, senza nulla a pretendere.

Bisogna comunque dire che a Bruxelles hanno capito la pericolosità di una vittoria troppo schiacciante e quindi hanno autorizzato un po’ di spesa per le due misure-simbolo di questa maggioranza di governo: quota 100 per le pensioni e il reddito di cittadinanza. Naturalmente la spesa destinata a queste voci ha subito tagli drastici, ma non tali da annullare del tutto la possibilità di fare annunci sul “mantenimento delle promesse”. Bisognerà attendere la reazione delle platee degli esclusi dai due provvedimenti (molto più larghe di quanti saranno effettivamente i beneficiari, e in ogni caso secondo condizioni meno favorevoli di quanto premesso) per vedere quanto la propaganda governativa sarà stata capace di “tener buoni” gli speranzosi. Almeno un leghista e un vicino di casa di Di Maio, insomma, dovrebbero rientrarci...

Una prima riduzione arriva dalla data di partenza della nuova normativa per le pensioni (primo aprile 2019), che consente di tagliare un quarto della spesa aggiuntiva prevista nel nuovo anno. Questo “taglietto” era già stato inserito nel testo inviato per l‘esame a Bruxelles. Da lì è tornato con una ulteriore riduzione: 2,7 miliardi in meno per quota 100 e meno 1,9 miliardi per il reddito di cittandinanza. Impossibile per noi quantificare quanti beneficiari potenziali verranno esclusi, ma è evidente che si tratterà di numeri molto consistenti.

Molta pubblicità viene data al taglio delle “pensioni d‘oro”, ovvero quelle superiori ai 100.000 euro annui. Ma dal punto di vista dei risparmi per l‘erario si tratta di molliche (239 milioni in tre anni): stiamo parlando di appena 16.400 persone, che ovviamente inonderanno i tribunali con valanghe di ricorsi (l‘effetto finale, in caso di sconfitta per l‘Avvocatura di Stato, potrebbe essere persino di maggiore spesa finale). Resta comunque la domanda: quanto guadagnavano, 23 persone, per meritarsi un assegno superiore ai 100.000 euro l‘anno?

Finite le misure scintillanti, comincia la dura prosa. Anche questo governo prova a fare cassa svendendo parte del patrimonio immobiliare pubblico (attese entrate per quasi 1 miliardo); si resta in attesa di sapere di che tipo di immobili si tratti, anche se si accenna tra l‘altro a “caserme in disuso”, in genere collocate nei centri storici cittadini e quindi ormai inutilizzabili dal punto di vista militare, ma altamente appetibili per il business immobiliare. In ogni caso, per invogliare le amministrazioni locali a mollare qualche immobile, c‘è anche l‘incentivo: a loro andrà una quota degli introiti tra il 5 e il 15%. E visto il blocco dei trasferimenti in atto da anni, può diventare ossigeno puro...

Viene introdotta una non meglio precisata web tax, che dovrebbe portare comunque appena 150 milioni per l‘anno prossimo. E aumenta la tassazione sui giochi d‘azzardo in mano ai privati (450 milioni di introiti attesi). Il meccanismo di esazione è complesso, perché prevede un aumento dell’1,5% del “prelievo erariale unico” su slot e vlt e una riduzione sostanziosa delle possibilità di vincita (il cosiddetto pay out). In pratica, lo Stato e i privati si spartiranno più soldi tra quelli giocati, restituendone – come “vincite” – sempre meno. E‘ il caso di ricordare che il gioco d‘azzardo in genere – di qualunque tipo, compreso il lotto e le lotterie – era chiamato “la tassa sulla speranza”. La tassa resta, la speranza (di vincere) evapora...

Se, com‘è sperabile, dovessero calare di molto le scommesse (visto che si vincerà molto meno), anche le entrate attese si ridurrebbero in proporzione, facendo sballare un po‘ i conti.

Dopo la prosa vengono i dolori. Era stata promessa l‘assunzione regolare di molti lavoratori precari che tengono in piedi la pubblica amministrazione. Beh, tutto rinviato di (almeno) un anno. Presidenza del Consiglio, ministeri, enti pubblici non economici, agenzie fiscali e università non potranno infatti assumere personale a tempo indeterminato prima del 15 novembre 2019. E tutto per risparmiare appena 100 milioni...

Il piatto forte delle “maggiori entrate” è però l‘aumento dell‘Iva, ossia della tassa indiretta sui consumi, una tipologia che pesa molto sui redditi più bassi e nulla su quelli più alti.

Con una furbata piuttosto classica che fa pensare, tra le altre cose, che questo governo chiuderà bottega subito dopo le elezioni europee. L‘aumento automatico previsto dalle “clausole di salvaguardia” viene infatti per un verso congelato per l‘anno che comincia adesso, ma viene fatto partire dal 2020. Pudicamente, non si indicano i livelli delle nuove aliquote Iva, ma soltanto il gettito atteso dal loro aumento: 23 miliardi nel 2020 e quasi 28,75 nel 2021 e nel 2022. Una mazzata per i consumi e i consumatori delle fasce sociali meno agiate, che costringerà a “stringere la cinghia” piuttosto violentemente... ma non prima delle elezioni europee, dead line per il regolamento di conti nella maggioranza.

Un così violento aumento dell‘Iva, oltretutto, avrà immediate ripercussioni sulle stime di crescita economica. E, per quanto rinviato all’anno successivo, partirà già da un livello di crescita più basso. Il governo si è infatti vista ritoccare la crescita “attesa” nel 2019 dall’1,5 all‘1% del PIL.

Sembra un dettaglio, ma se ci ricordiamo che il livello del Pil è l’indicatore cui rapportare quelli del deficit e del debito, si vede che questa riduzione avrà effetti “spiacevoli” già in corso d‘anno, quando si comincerà a scrivere la manovra per l‘anno successivo. Il Pil atteso nel 2020 scende all’1,1% (nella Nadef era all’1,6), e nel 2021 dall’1,4% all’1 per cento. Di conseguenza, l‘obbiettivo da raggiungere nel rapporto tra debito e Pi, pari a 131,7% nel 2018, nel 2019 scende a 130,7% per calare ancora nel 2020 al 129,2% e arrivare al 128,2% nel 2021. Il deficit scende invece al 2,0% nel 2019, all’1,8% nel 2020 e all’1,5% nel 2021.

Per riuscirci, però, serviranno manovre sanguinose che – una volta arresisi al comando della Commissione – dovranno essere messe in atto. Tra un anno, certo...

Non da ultimo, e contrariamente a quanto “giurato” da Salvini in campagna elettorale, è previsto anche un aumento delle accise da 400 milioni l’anno dal 2020. Sommando aumento delle accise e quello dell‘Iva (nel prezzo dei carburanti entrano entrambe le voci, per cui paghiamo l’Iva sulle accise, ossia una tassa sulle tasse) è lecito attendersi un 2020 molto interessante, per chi è costretto a girare in macchina (per consigli, chiedete a Macron...).

Tutto questo e altro ancora entrerà nel classico “maxiemendamento” governativo su cui verrà chiesta la “fiducia” a un Parlamento che fin qui ha discusso, emendato e votato un‘altra manovra. Ma quella vera, dal 2011 a questa parte, viene scritta a Bruxelles e Francoforte, non a Palazzo Chigi.

Qual è, insomma, il vero “Palazzo d‘Inverno” del potere politico, oggi?

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04/12/2018

Macron cede sugli aumenti e prova a indebolire il movimento

Se bussi alla porta con la dovuta energia c’è una probabilità più alta che la porta si apra. O almeno si incrini la lastra d’acciaio eretta contro la mobilitazione e i bisogni popolari.

Tutti i media mainstream stanno dado in queste ore un’anticipazione: il primo ministro francese Edouard Philippe annuncerà una moratoria di alcuni mesi sull’aumento delle tasse sui carburanti, goccia che aveva fatto traboccare il vaso del malcontento e fatto scattare la mobilitazione generale sotto il segno dei gilet gialli.

L’annuncio viene dopo tre giornate di blocchi e scontri in tutta la Francia (qui in Italia si è parlato solo di Parigi, ma a Marsiglia è morta una donna anziana colpita dai lacrimogeni dentro casa, a Tolosa c’è un manifestante in coma) e in seguito all’annullamento di un incontro – anch’esso annunciato – tra il primo ministro e la cosiddetta “ala dialogante” dei Gilets Jaune.

L’aumento delle tasse su benzina e diesel sarebbe dovuto scattare dal primo gennaio, ma ora il governo dovrebbe rinviare – non annullare – la decisione a “tempi migliori”.

Diciamo che si tratta di una classica mossa per uscire dall’angolo (oltre l’80% della popolazione vede positivamente i gilets) senza concedere nulla. Il rinvio, infatti, è un modo per far sbollire la rabbia, far emergere le anime più “dialoganti”, sedare la mobilitazione dando l’impressione che si accetti di fare marcia indietro. E nel frattempo preparare meglio la seconda ondata dell’offensiva.

A questo punto si potrà misurare il livello di maturità politica del movimento nel suo insieme. Nel corso di queste settimane, infatti, la lista delle rivendicazioni si è molto arricchita, prendendo la forma di una complessiva piattaforma sociale (salario, welfare, casa, integrazione, trasporti pubblici, ecc), in gran parte condivisibile da qualsiasi altro movimento del Vecchio Continente.

Anche i pestaggi della polizia, con centinaia di feriti e arresti, hanno fatto maturare una volontà di scontro politico più alta, riassunta nella richiesta principale del movimento: le dimissioni di Macron.

Ma può valere anche l’opposto, come in ogni conflitto seri che si rispetti. Il primo “cedimento”, se il movimento francese riuscirà a mantenere la sua capacità di allargarsi a tutti i settori popolari mostrata in queste settimane, può trasformarsi in una ritirata progressiva (o rapidissima, dipende da molte condizioni) dell’establishment macroniano. Ossia nella prima seria sconfitta del “neoliberismo europeista” ad opera di un movimento che ha molte anime, ma dove è ormai chiaro che non ha alcun serio peso il “populismo nazionalista”.

Come ha sottolineato qualcuno che non appartiene affatto al fronte progressista, e anzi simpatizza con Macron, si tratta della “prima aggregazione transpartitica dai tempi della rivolta della farina di fine Settecento, quando esplose la Rivoluzione Francese”. Anche in quel caso per uno dei tanti “aumenti dei prezzi” decisi da un’autorità centrale (la monarchia di Luigi XVI).

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01/12/2018

En guerre: una rivolta sociale che coinvolge studenti e Cgt

Nel mentre scriviamo, in tutta la Francia gli studenti delle scuole medio-superiori, rispondendo all’appello di una delle maggiori organizzazioni studentesche, l’UNL, stanno bloccando numerosi istituti, di fatto affiancando i “giltes jaunes” ma con contenuti propri, su cui era stata proclamata per oggi la giornata della “collera studentesca”.

Negli scorsi giorni c’erano stati diversi episodi di “fraternizzazione” tra la “marea gialla” e le realtà studentesche, anche universitarie. Si tratta per lo più di città della Francia peri-urbana, di quella rurale e delle zone che hanno subito una pesante de-industrializzazione.

Il cuore dei blocchi, ormai è statisticamente certo, il 17 novembre ha riguardato cittadine tra i 5.000 e i 20.000 abitanti, con una presenza importante in quelle anche sotto i 5.000.

Si moltiplicano le iniziative congiunte, molte previste per questo fine settimana – non ci sarà solo la manifestazione ai “Campi Elisi” – tra i gilets jaunes e i militanti sindacali della CGT, SUD e del settore trasporti e logistica di FO.

Le giacche arancioni della CGT, saranno insieme ai Gilets Jaune un po’ in tutta la Francia, il segretario del maggior sindacato francese, Martinez, ha ribadito martedì che non si tratta di due movimenti concorrenziali; e questo sabato nella Capitale, su una ampia piattaforma sul caro-vita ha chiamato alla mobilitazione, indicendo lo sciopero nei settori che non avrebbero potuto partecipare alla manifestazione.

Sempre sabato, il Comitato Adama, una delle espressioni più avanzate della lotta alle violenze della polizia e al razzismo, e portatore dei bisogni dei quartieri popolari, sfilerà insieme ai Gilets Jaunes a Parigi, chiamando alla mobilitazione questa parte importante delle classi subalterne.

Intanto, Ruffin, deputato degli Insoumises ed ex-animatore delle nuit debout prima, e della “festa a Macron” poi, ha promosso ieri una importante assemblea all’aperto in place Republique, chiamando “le metropoli” a mobilitarsi insieme alle giacche gialle.

L’attivismo di Ruffin parte dal presupposto di compattare un “blocco storico” contro le politiche governative, in cui la variegata mouvance della sinistra alternativa, come per la campagna sul referendum del 2005 di adesione alla UE, deve intervenire anche per sottrarre vittoriosamente il terreno da sotto i piedi alla destra, neutralizzando il possibile recupero del Rassamblement National (ex-FN).

RN, è una formazione, aggiungiamo noi, il cui maggiore sponsor politico è lo stesso Macron, che l’ha eletta suo “falso nemico” in previsione delle europee di maggio prossimo, nella falsa opposizione tra “progressisti” (lui?) contro “nazionalisti”, o liberali contro “illiberali”.

Ma procediamo con calma e riassumiamo telegraficamente ciò che è successo dall’inizio di questa settimana fino ad oggi.

L’incontro tra i due portavoce (degli otto nominati dai Gilets Jaune) con alcuni esponenti del governo – questo martedì sulla piattaforma rivendicativa ufficializzata – non ha sortito alcun effetto ed è stata confermata la mobilitazione di sabato.

Il previsto incontro di oggi tra i portavoce dei Gilets Jaune e membri dell’esecutivo è saltato per volontà dei primi. Il governo, ha fatto sapere che procederà per la sua strada, non abolendo la “tassa carbone” e mantenendo gli aumenti previsti dal primo gennaio, ed allo stesso tempo non toccherà al rialzo il salario minimo intercategoriale – lo SMIC – come richiesto dai JG e dalla CGT.

Mercoledì Macron ha tenuto un discorso-fiume sulla “transizione ecologica”. In sostanza il presidente non ha assunto nessun impegno, che non fosse stato previsto nel precedente piano energetico, elaborato durante la presidenza Hollande, e nessun nuovo impegno concreto durante il suo Quinquennat, tranne che per un aumento di investimenti nelle rinnovabili e il superamento degli impianti di riscaldamento domestici a “fuel”.

Ciò che inficia alla base il suo discorso è la dilazione dell’obiettivo della parziale diminuzione della dipendenza dal nucleare per la produzione di energia elettrica – di dieci anni, dal 2025 al 2035 – e il non spegnimento in futuro di reattori nucleari che supereranno presto i quarant’anni di attività; una soglia che alza i rischi di sicurezza di non poco.

Bisogna ricordare che l’ultimo progetto di reattore di ultima generazione, l’EPR, non è entrato ancora in funzione, né in Francia né altrove, e nell’Esagono questo è in un ormai cronico ritardo – rispetto ai tempi di attivazione previsti – e ha portato i livelli di indebitamento della società EDF (controllata dallo stato) a cifre stratosferiche, senza che sia stata approntata una exit strategy da questa situazione, tra impianti che diventano obsoleti, con una drastica riduzione delle capacità di gestione e know how in declino, e costosissimi nuovi impianti di cui non si vedono i risultati, se non di aumento del debito pubblico.

Dall’ex ministro dell’ecologia del governo Hollande, passando per le ONG e le forze di opposizione che fanno della “transizione ecologica” il perno del proprio agire e del proprio programma, come i “verdi” di EELV e la France Insoumise, sono arrivate piogge di critiche su questa ennesima “trasformazione” mancata, che pure era al centro del programma di En Marche!

Il movimento dei Gilets Jaune, come hanno evidenziato i commentatori più intelligenti, ha rimesso al centro del gioco politico una questione, quella “sociale” in primis, e la frattura tra un centro metropolitano ed una variegata “periferia”, lungo la linea dello sviluppo diseguale che inizia in una banlieue ed arriva fino ai DOM-TOM, i territori d’Oltre Mare, passando per la Francia peri-urbana, quella rurale e quella pesantemente de-industrializzata.

Infatti non si placa in alcun modo la mobilitazione alla Reunion e in Guyana c’è stato lo sciopero generale sulle rivendicazioni che attendono risposta rispetto a quelle espresse nei moti insurrezionali della primavera del 2017; mentre in Nuova Caledonia c’è stato da poco un referendum sull’indipendenza, che ha visto una grossa mobilitazione popolare ed un ottimo risultato per le forze eredi della resistenza Kanak.

Come uscirà il governo da questa situazione, che vede nella ingombrante presenza dei decisori politici della UE un convitato di pietra pronto a “bacchettare” qualsiasi tentennamento nelle politiche di Austerity?

La risposta non è facile, tenendo conto che Moscovici ha “invitato” la Francia a fare “ancora uno sforzo”, soprattutto per ciò che riguarda la riduzione del deficit strutturale: la UE ha posto l’Esagono nei Paesi “a rischio di non conformità”.

La doppia strategia macroniana, suggerita da un establishment politico-economico veramente preoccupato, è quella di rinunciare, almeno a livello di narrazione, alla “verticalità” che l’ha finora contraddistinto, mutandola in un atteggiamento di maggior ascolto e condivisione con le “collettività” territoriali” a livello locale e i “corpi intermedi”, forse le uniche ancore di salvezza in grado di fargli recuperare un gap di consenso che l’ha portato ad un altro picco negativo nei sondaggi: solo il 19% dei francesi approverebbe il suo operato, contro i quattro quinti, stando ad altre rilevazioni, che invece sostengono i Gilets Juanes.

Ma il dialogo sociale reale – di cui non si vede traccia, nonostante le avances di alcuni corpi intermedi, il sindacato CFDT in primis – è una cosa; la narrazione fittizia a scopo propagandistico un altra.

Un’ultima nota: anche media e polizia sono dentro questa crisi di legittimità delle élites.

I primi, dopo avere coperto come mai prima un movimento sociale – ed il confronto con il misto di censura e stigmatizzazione negativa con cui avevano trattato la lotta degli cheminots contro la privatizzazione di SNCF è l’esempio più eclatante – dopo la manifestazione parigina hanno usato la clava e una buona dose di disinformazione facendo il gioco del governo, tra l’altro nascondendo spudoratamente la pesante azione repressiva delle forze dell’ordine, emersa sui social e nei media d’inchiesta indipendenti.

Altrettanto era successo per la giornata della collera a Marsiglia, a pochi giorni di distanza dal crollo di due edifici “insalubri” in pieno centro, gestiti da una azienda comunale mista pubblico-privato.

Molti francesi hanno appreso la vera funzione delle forze dell’ordine che gli abitanti dei quartieri popolari, i militanti sindacali e gli attivisti conoscono invece da tempo.

Dal 17 novembre la mobilitazione ha cambiato in parte forma, soggetti coinvolti e quadro rivendicativo, portando l’idea-forza delle dimissioni di Macron nella testa di sempre maggiori persone, ma non è mai scemata.

In conclusione, non sarà un sabato come gli altri in Francia, non solo per le vie della capitale, e senz’altro non è che una tappa: fino a Natale compreso, ed anche oltre, come ha dichiarato un gilet jaune dei Pirenei.

E se vogliamo chiamare le cose con il proprio nome, ciò che stiamo vedendo è una rivolta popolare, e non accenna a fermarsi.

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29/11/2018

Il movimento dei “gilets gialli” in Francia. Un contributo per l’azione

Una settimana fa, sabato 17 novembre, almeno 282.000 “gilet jaunes” si sono mobilitati in tutta la Francia per protestare contro l’aumento del prezzo della benzina. Occupazioni di incroci e rotonde e blocchi stradali, “operazioni lumaca” e “operazioni pedaggio gratuito”... sono stati più di 2.000 i presidi nel paese. Quasi 400 arresti, diverse centinaia di feriti, un morto, scontri con la polizia.

Da oltre dieci giorni, nonostante una repressione crescente, il movimento non si è dato tregua. Sabato scorso erano più di 106.000 in tutto l’Esagono, secondo il Ministero dell’Interno, di cui 8.000 «saliti» a Parigi per manifestare il loro scontento. Il divieto della prefettura di avvicinarsi all’Eliseo non ha impedito ai manifestanti di prendere l’Avenue des Champs Elysées, dove violenti scontri con la polizia sono avvenuti tutto il giorno. Alcuni gilets gialli hanno già annunciato la loro intenzione di tornare a Parigi sabato prossimo...

Chi sono i “gilets gialli” e cosa vogliono?

Mai movimento sociale francese ha avuto una visibilità mediatica pari a quella del cosiddetto “movimento dei gilets gialli”. Da dieci giorni, tutta la stampa francese è indaffarata a capire chi sono questi improbabili manifestanti che non si erano mai visti prima, di cui una buona parte dichiara orgogliosamente ai microfoni dei giornalisti che non aveva mai manifestato in vita sua; un movimento che si proclama “cittadino” e “apolitico” ed è nato fuori dai quadri politici o sindacali che solitamente dominano le grandi mobilitazioni del paese.

Il bilancio unanime è che si tratta di un movimento composito e proteiforme dai molti volti: donne e uomini, lavoratori dipendenti, precari, percettori di reddito di disoccupazione, inattivi, pensionati, professori, padroncini, operai. Qualche sindacalista e qualche partigiano si confondono nella massa. Sono sia di destra sia di sinistra, o anche no. Il loro punto comune è uno: a malapena riescono ad arrivare alla fine del mese.

In poche parole, il popolo. Ma non tutto il popolo. Il popolo che si sta mobilitando è il popolo della Francia periferica – non quella dei grandi centri urbani ma quella dei centri minori e delle zone rurali – una parte del paese che solitamente non si vede e che oggi si solleva e indossa un gilet giallo fluorescente per essere visibile, uno di quei giubbotti catarifrangenti che ogni automobilista è obbligato ad avere in macchina.

Si sono incontrati e organizzati sui social – su facebook sono apparsi da qualche settimana decina di gruppi di gilets gialli per ogni département – e a volte hanno fatto qualche assemblea di preparazione prima di ritrovarsi per strada all’alba di sabato 17, giorno di inizio del movimento.

I gilets gialli si sono organizzati per protestare contro l’aumento del prezzo del carburante. Ed hanno buone ragioni: il prezzo del gasolio è aumentato del 23% in Francia e la benzina del 14% a causa del balzo del prezzo del barile di petrolio di quest’anno. Inoltre, il governo ha annunciato di recente che i prezzi di gasolio e benzina aumenteranno ulteriormente – rispettivamente di 4 e 7 centesimi a litro in più – presentando l’aumento come rivolto a finanziare la transizione energetica in senso ecologico.

Quest’annuncio ha provocato, poco sorprendentemente, un largo scontento nelle classi basse e medie, in particolar modo quelle della Francia periferica, sulle quali le spese di trasporto incidono tanto, perché si tratta di persone che devono spostarsi ogni giorno per chilometri e chilometri, e sui cui redditi l’aumento del prezzo del carburante incide necessariamente di più.

Dal punto di vista vertenziale i gilets gialli vogliono innanzitutto l’abrogazione di questa nuova “tassa carbonio”. Ma dietro la rabbia c’è altro. La benzina è solo “la goccia d’acqua che ha fatto traboccare il vaso”, come ribadiscono continuamente da dieci giorni i gilets gialli e i loro sostenitori per giustificare le loro azioni, che hanno creato non poco scontento.

Dalle tanti voci che si sono fatte sentire nei giorni scorsi emerge chiaro il sentimento di esasperazione, la sensazione di essere l’oggetto di esclusione e di disprezzo, in particolare da parte di quella classe politica verso la quale si avverte un rigetto generalizzato. Sono molto numerosi i gilet gialli che reclamano la destituzione del governo e del Presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Ricordano continuamente che Macron è stato eletto con un consenso basso (solo il 24% dei francesi lo hanno votato) e che la sua legittimità è scarsa. Ormai c’è una parola d’ordine scandita da tutte e tutti, sui Champs Elysées come in provincia: “Macron, démission!”.

Questo sentimento di esasperazione è il risultato di anni di politiche fiscali e sociali che hanno progressivamente strozzato le classi basse e medie. Appena giunto al governo, Macron ha abolito l’ISF (Tassa patrimoniale di solidarietà), regalando 4 miliardi di euro ai più ricchi; e ha potenziato il CICE (Credito d’imposta per la solidarietà e l’occupazione), il programma di taglio dei contributi dovuti e di sgravi fiscali che permettono di trasferire 41 miliardi di euro all’anno alle imprese francesi, incluso le multinazionali.

Poco dopo, con la legge di bilancio 2018, Macron ha instaurato una flat tax che ha permesso un abbassamento della imposizione sul capitale, regalando altri 10 miliardi di euro ai più ricchi. Nello stesso tempo, ha aumentato la CSG (Contributo sociale generalizzato, è una tassa sul reddito) dei pensionati, mentre le pensioni hanno smesso di essere indicizzate sull’inflazione; ha soppresso i contratti sussidiati (che permettevano ad una fascia consistente di persone di lavorare con un contratto in parte finanziato dagli enti pubblici); ha abbassato l’entità dei contributi alloggio (APL) di 5 euro al mese per i più svantaggiati.

Come se non bastasse, la nuova “tassa carbonio” andrà a pesare molto di più sui budget delle classi medio-basse che su quello delle classi agiate – 5 volte di più per la precisione. Eppure il governo non prevede alcuna misura per controbilanciare questa evidente disparità di trattamento – per esempio dando aiuti alle famiglie più modeste.

L’effetto di queste politiche, prosecuzione di quelle già attuate dai precedenti governi Sarkozy e Hollande, è un aumento fenomenale delle diseguaglianze. Mentre le più grandi fortune di Francia si sono moltiplicate per 10 negli ultimi 20 anni,1 nello stesso lasso di tempo le classe medie e le classi popolari hanno visto i loro redditi precipitare.

Secondo un recente studio dell’OFCE e dell’INSEE, il “potere d’acquisto” – ossia il reddito disponibile – delle famiglie francesi è calato di 440 euro all’anno tra il 2008 e il 2016.2 In questo contesto, sorprende assai poco il sentimento di ingiustizia e di umiliazione che si va diffondendo. Soprattutto se pensiamo che durante la sua campagna presidenziale, Macron prometteva di aumentare il potere d’acquisto dei francesi.

L’immagine di “presidente dei ricchi” e di presidente arrogante calza ormai a pennello sull’immagine pubblica di Macron, e la frattura che si è determinata tra il popolo e l’élite di privilegiati da lui rappresentata è stata ulteriormente approfondita da una serie di scandali fiscali che hanno scandito la vita politica francese degli ultimi anni: l’affaire Bettencourt, l’affaire Thévenoud, l’affaire Cahuzac.

Nel frattempo, l’occupazione tarda a ripartire. Negli anni i vari governi che si sono susseguiti non mai hanno smesso di affermare che i regali fiscali alle imprese e ai più ricchi avrebbero stimolato gli investimenti, rilanciato la crescita e creato nuovi posti di lavoro. La verità però non mente: stiamo ancora aspettando il milione di impieghi promessi da Hollande e dal suo allora consigliere Macron grazie alla creazione del CICE nel 2012.

Il movimento non si limita alla Francia esagonale; ha raggiunto i territori d’oltremare (le “ex”-colonie), in particolare l’isola de La Réunion che è scossa da dieci giorni. In questo territorio dove il tasso di disoccupazione è molto alto la povertà è endemica – il 42% delle persone vive sotto la soglia di povertà – e dove i prezzi aumentano in continuazione, in particolare quelli della benzina, del gas e dell’elettricità, il movimento dei gilets gialli ha assunto proporzioni impressionanti.

Scontri con le forze dell’ordine, macchine incendiate e autoriduzioni nei centri commerciali, introduzione già da martedì scorso di un coprifuoco imposto dal prefetto dell’isola... il movimento non si limita più alla questione del prezzo della benzina. E infatti, benché il consiglio regionale abbia annunciato, già da mercoledì 21 l’ottenimento in deroga del blocco dei prezzi del carburante per i prossimi tre anni, le tensioni non si sono affatto placate.

Questo in primo luogo è dovuto al fatto che i gilets gialli chiedono un abbassamento, e non solo un congelamento, del prezzo della benzina. Ma c’è anche un altro elemento: le rivendicazioni del movimento vanno ben oltre la benzina, riguardano le diseguaglianze, il caro-vita, l’accesso al lavoro, ed una più generale domanda di rispetto e di poter vivere una vita degna.

Questi territori, cosi come quelli della Francia periferica e rurale, hanno sofferto particolarmente la degradazione dei servizi pubblici organizzata dai governi da oltre un decennio. Dove ospedali, tribunali, o stazioni ferrovie chiudono, è proprio il servizio che l’imposta dovrebbe finanziare che scompare dalla quotidianità delle persone. E’ così che il sentimento del “contratto sociale” si affievolisce fino a svanire, lasciando il posto alla rabbia.

Da ieri, lunedì 26 novembre, i gilets gialli si sono dotati di 8 “comunicanti nazionali” nominati su facebook e incaricati di avviare un dialogo con il governo. Pur essendo la loro rappresentatività contestata all’interno del movimento, questi portavoce hanno chiesto un incontro con il governo per portare le rivendicazioni dei gilets gialli. Le due proposte principali formulate ad oggi sono l’abbassamento di tutte le tasse e la creazione di un’”assemblea di cittadini” per discutere della transizione ecologica, della presa in considerazione della voce dei cittadini, dell’aumento del “potere d’acquisto” e della rivalorizzazione del lavoro.

Tra i temi che quest’assemblea dovrebbe discutere, c’è il divieto di utilizzo del glifosfato, la commercializzazione di bio-carburanti, la soppressione del Senato, l’organizzazione di referendum frequenti al livello nazionale e locale, l’aumento di sovvenzioni per la creazione di lavori non-precari a tempo determinato e indeterminato, il rispetto della parità di genere e dell’eguaglianza di trattamento, un innalzamento del salario minimo e un abbassamento dei contributi sociali per i padroni.

Verso una convergenza delle lotte?

È dunque tutta la politica del presidente dei ricchi, dell’anti-Robin Hood che ruba ai poveri per dare ai ricchi, che è chiamata in causa? Non si contano più i cartelli e gli slogan che invocano le dimissioni di Macron. Da un lato, dunque, questo movimento potrebbe apparire in continuità con gli altri movimenti di contestazione che hanno scosso il paese negli ultimi anni.

In effetti, la Francia è in fibrillazione da molto prima del 17 novembre, a causa degli attacchi che i lavoratori hanno subito e continuano a subire, delle due leggi sul lavoro, della riforma dell’accesso all’università, della repressione del dissenso operata in nome della lotta al terrorismo, della soppressione di ospedali, tribunali e servizi sociali. Nonostante questo, la tanto ricercata “convergenza delle lotte” sembra oggi più che mai difficile da ottenere.

I gilets gialli sono guardati con una buona dose di perplessità, sospetto e diffidenza e non parliamo della condiscendenza e del disprezzo che hanno dominato il discorso mediatico, bensì di una parte consistente dei commenti provenienti dal variegato mondo della sinistra. Bisogna infatti notare che la critica ai gilets gialli è stata influenzata da un evidente disprezzo di classe. Non si contano i commenti e le battute su questi “beaufs”, questi “imbecilli” della “France d’en bas”.3 Un certo sentimento di derisione ha attraversato anche i social vicini alla sinistra autonoma “di movimento”, prima della dimostrazione di forza del 17 novembre.

Certo, a volte le perplessità hanno avuto anche ragioni legittime. In primo luogo, i difensori della natura e della lotta ecologista sono a dir poco sconcertati dal clamore che sta avendo un movimento che chiede fondamentalmente di poter bruciare più carburante a minor prezzo e che sembra fottersene delle sedicenti intenzioni del governo di usare parte di questa “tassa carbonio” per finanziare la transizione ecologica. Questo è uno dei principali motivi per cui i sindacati e le forze di sinistra inizialmente non avevano appoggiato il movimento.

Di fronte all’ampiezza della mobilizzazione, però, molti hanno riconsiderato il loro posizionamento; tutte le forze politiche dell’opposizione (ad esclusione dei verdi) hanno allora mostrato un discreto sostegno al movimento, stando però attente a non essere accusate di operare un opportunistico “recupero” politico. Mélenchon, Ruffin e altre personalità della France Insoumise, nonché molti dei suoi militanti di base, hanno preso parte alle mobilitazioni a fianco dei gilets jaunes.

Il sindacato moderato FO Transports ha chiamato per primo martedì a raggiungere il movimento. Anche Philippe Martinez, il segretario generale del principale sindacato francese, la GGT, inizialmente scettico, ha finalmente espresso un prudente sostegno e chiamato ad una manifestazione unitaria il 1 dicembre. Anche dalla sinistra di movimento, sono arrivate le adesioni. Il comitato “La Vérité pour Adama” ad esempio – che lotta per ottenere giustizia e verità sulla morte del giovane Adama Traoré, ucciso due anni fa in un commissariato del quartiere popolare di Beaumont-sur-Oise nella banlieue parigina – ha annunciato che scenderà in piazza con i gilets sabato prossimo.

Malgrado queste adesioni tardive, molti a sinistra continuano a dubitare e a vedere di cattivo occhio questa mobilitazione. La caratterizzazione “apolitica” del movimento, e il fatto che molti gillets gialli dichiarino di non essere mai scesi in piazza prima, attrae al movimento le accuse di “egoismo” o di avere una natura “piccolo-borghese”. Gli stessi difensori della “convergenza delle lotte” stentano a sostenere le rivendicazioni di persone che non si sono mobilitate l’anno scorso contro la tripla offensiva del governo contro lavoratori delle ferrovie, studenti e migranti. Soprattutto, ci sono sospetti di infiltrazione e pilotaggio dell’estrema destra – in particolare dal Rassemblement National (RN, ex-FN, Front National), il partito fascista di Marine Le Pen che era arrivato al secondo turno dell’elezione presidenziale l’anno scorso.

D’altronde, si sono effettivamente verificati incidenti razzisti e islamofobi sin dal primo giorno di mobilitazione – incidenti che, contrariamente al solito, sono stati ampiamente mediatizzati.4 Venerdì Martinez allertava i suoi affiliati: in alcuni dei blocchi dei gilets gialli, potrebbero esserci “elementi d’estrema destra che confondono rivendicazioni e immigrazione”.5

Di fronte a questi sospetti, molti nell’area movimentista hanno chiamato alla prudenza, ad aspettare e vedere cosa succederà e quale direzione prenderà il movimento. È indubbiamente vero che si può incontrare di tutto sui blocchi: “apolitici” soprattutto, ma anche fascisti del RN, sostenitori della destra conservatrice dura di Laurent Wauquiez (Les Républicains), nazionalisti, oppure socialisti, insoumis, comunisti, sindacalisti, anarchisti, ecc.

Ma proprio per questo motivo l’atteggiamento attendista – “aspettiamo di vedere come andrà a finire” – rischia di consegnare il movimento alle tendenze reazionarie. Il malcontento delle classi medie e popolari che vedevano il loro “potere d’acquisto” diminuire e il loro crescente rigetto dei ceti politici sono stati il terreno sul quale in Italia si e costruita l’ascesa del Movimento 5 Stelle e della Lega, proprio perché non esisteva a sinistra una forza capace di rappresentare un’alternativa allo status quo.

Anche le critiche moraliste che tendono ad accusare i gilets gialli di materialismo e di egoismo, a vederle da vicino, vanno forse rimesse in discussione. Non era l’aumento del prezzo del pane il motivo principale che ha spinto le donne parigine a marciare infuriate su Versailles nell’ottobre del 1789 e a riportare il re e la sua famiglia a Parigi, dove potevano essere tenuti d’occhio dal popolo? La storia delle lotte sociali è cosparsa di movimenti sorti dall’esasperazione dovuta alle condizioni materiali delle classi popolari, movimenti che possono far nascere una maggiore consapevolezza, far emergere rivendicazioni più ampie, e che possono convergere con altre lotte. Oppure no.

In ogni caso, queste situazioni – pur complesse e multiformi – sono espressioni di un disagio reale. E starci dentro può essere una scelta giusta, anche se non semplice, al fine di provare ad intercettare questo disagio, fornirgli le giuste parole d’ordine, e ad evitare che siano recuperate, per esempio dall’estrema destra. I gilets gialli potrebbero in questo modo confluire in un movimento coeso che porti rivendicazioni non solo fiscali, ma anche ecologiche importanti: per esempio quella di restaurare l’ISF e di riprendere i 40 miliardi regalati alle imprese con il CICE per investirle nella transizione ecologica, di nazionalizzare la SNCF e di ri-sviluppare le ferrovie francesi, di migliorare i trasporti pubblici e renderli gratuiti, di tassare di più i voli interni e le compagnie aeree, ecc.

È anche vero che per ora la smisurata visibilità che i media hanno dato ai gilets gialli ha eclissato altri movimenti importanti che in questi giorni sono scesi in piazza in Francia. L’esempio più eclatante è quello delle manifestazioni organizzate sabato 24 in tutta la Francia per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Da mesi, collettivi e associazioni femministe varie si sono attivate per organizzare una “marea” contro le violenze sessiste e sessuali. Ad un anno dell’onda #MeToo, che in Francia ha avuto una risonanza importante, il progetto di “Nous Toutes” era di far nascere un movimento unitario e di massa, in un paese dove il movimento femminista è marcato da anni da tensioni e forti divisioni. E l’operazione è riuscita: sabato erano più di 50.000 le persone che sono scese in piazza in tutta la Francia, di cui 30.000 a Parigi. Poco rispetto alla manifestazione di Roma, ma tanto per la Francia, dove l’anno scorso in piazza eravamo poco più di 2000.

Quello che conta notare, è che le persone scese in piazza contro il sessismo erano molte di più degli 8000 gilets gialli che hanno marciato sugli Champs Elysées, e che nei giorni successivi sono stati la prima notizia su tutti i media.6

Si possono fare molti altri esempi di lotte di massa che si sono susseguite nelle ultime settimane in Francia, e che tuttavia non hanno ottenuto la stessa risonanza mediatica di quella dei gilets gialli: gli insegnanti hanno manifestato il 12 novembre per difendere la scuola di fronte alla soppressione di molti posti; dalla Dordogne a Rouen, i postini hanno scioperato contro lo smantellamento del servizio postale pubblico; il 20 novembre infermieri ed infermiere si sono mobilitati per il finanziamento degli ospedali. Movimenti per la difesa del servizio pubblico – dall’accesso alla sanità alla formazione professionale, passando dall’assicurazione sanitaria, la giustizia “di prossimità”, il soccorso alla persona, i servizi ai disoccupati o l’educazione – e per l’aumento dei salari ed il miglioramento delle condizioni di lavoro.7 Pochi giorni fa, il governo ha annunciato un aumento delle spese di iscrizione all’università per gli studenti stranieri “extracomunitari”. Anche questa misura porterà a nuove proteste e mobilitazioni.

Più che una convergenza delle lotte, è una moltiplicazione delle lotte quella che sembra essere in corso oggi in Francia. Lotte con pratiche differenti – gli studenti delle grandi città non posseggono né macchine né gilets gialli – ma che esprimono tutte lo stesso scontento, la stessa rabbia verso le politiche dell’attuale governo come dei precedenti.

Perché tanta visibilità? La strategia di Macron: caricaturare per meglio regnare

Vedremo nelle prossime settimane se la Francia periferica riuscirà ad unirsi con la Francia dei grandi centri urbani, degli studenti e dei lavoratori sindacalizzati. Per ora, il governo sembra intenzionato a non cambiare rotta. Domenica 25 la ministra dei trasporti, Elisabeth Borne, ha ribadito che il governo non tornerà indietro sulla “tassa carbonio”. Ieri, martedì 27, Macron ha fatto una serie di annunci sulla transizione ecologica, senza fare concessioni ai gilets gialli. Intanto, lo stato reprime e sgombera i blocchi, centinaia di persone sono state fermate dalle forze dell’ordine e alcune già condannate a pene di carcere, e il governo ha duramente condannato gli scontri avvenuti sugli Champs Elysées.

Sabato sera un tweet di Macron confermava il suo sostegno alle forze dell’ordine e dichiarava: «Vergogna a coloro che hanno provato ad intimidire i deputati. Non c’è posto per la violenza nella Repubblica». Come al solito, i principali media hanno ampiamente servito la strategia del governo, focalizzando l’attenzione sulle violenze per screditare il movimento.

Ma c’è dell’altro, di più sottile e più machiavellico – e sicuramente più pericoloso – nella strategia di Macron. Nel tentativo del governo (e dei media) di dipingere il movimento dei gilets gialli come una devianza popolare pilotata dall’estrema destra, c’è una manovra per ridare consenso al partito del Presidente, la maggioranza de La République en Marche, e preparare così il terreno per le elezioni europee.

Questa manovra è cominciata già da alcuni mesi, ed è da riconnettere anche alle perquisizioni subite dai maggiori esponenti della France Insoumise, la principale forza d’opposizione a sinistra. A settembre, dopo una primavera di mobilitazioni, ma soprattutto dopo l’”affaire Benalla” seguito alle rivelazioni dei video in cui si vede la guardia del corpo del Presidente picchiare manifestanti travestito da poliziotto, Macron è letteralmente precipitato nei sondaggi. Il leader della France Insoumise Jean-Luc Mélenchon, invece, raggiungeva il picco dei suoi consensi, diventando così la principale e più coerente forza di opposizione a Macron.

A ottobre, il governo stava attraversando un’ulteriore crisi con le dimissioni del Ministro dell’Ambiente, il verde Nicolas Hulot – che denunciava l’influenza delle lobby sulla politica – e del Ministro dell’Interno Gérard Collomb. E’ in questo contesto che sono giunti una serie di attacchi contro la France Insoumise. Lo stesso giorno in cui Macron annunciava il rimpasto ministeriale, un clamoroso raid di polizia colpiva simultaneamente una quindicina di sedi del movimento e di domicili dei suoi quadri. Un’operazione di un’ampiezza inedita nella storia politica francese, soprattutto se pensiamo che è avvenuta solo nel quadro di un’indagine preliminare riguardante le spese elettorali di FI.

Macron ha aperto così la sua campagna per le elezioni europee di maggio 2019, che mira a presentare il suo partito come la sola forza “progressista” contro i “nazionalismi”, appaiando il Rassemblement National e la France Insoumise nello stesso cestino “populista”. Nel 2017, Macron è stato eletto principalmente grazie al voto contro Le Pen – come era già avvenuto nel 2002 quando Jacques Chirac vince l’elezione contro Jean-Marie Le Pen (il padre di Marine), con l’importante differenza che, mentre Chirac aveva vinto con 82% dei voti, Macron ha vinto solo con il 66%...

La strategia di Macron consiste nel voler riproporre per le europee lo stesso scenario. Per questo motivo tende ad auto-rappresentarsi come “l’anti-Salvini” e l’”anti-Orban”. Eppure, la politica migratoria di Macron, quella messa in campo con la legge Asilo e Immigrazione dell’anno scorso, è perfettamente in linea con quella di Salvini o di Trump: ad esempio se si guarda alla detenzione di bambini ed al prolungamento delle detenzioni amministrative.8

Di fatto, la falsa alternativa che si va costruendo al livello europeo tra Macron e Orban è identica alla falsa alternativa italiana esistente tra Renzi e Salvini-Di Maio. Il populismo identitario e xenofobo che fiorisce in tutta Europa, lungi dall’essere una reazione o un’alternativa alle politiche neoliberiste, ne è un’estensione.9 Come ha sottolineato di recente il docente Quinn Slobodian, gli esponenti dell’Alternative fur Deutschland tedesca, cosi come quelli dell’estrema destra austriaca hanno legami stretti con la famosa Mont Pellerin Society, tempio intellettuale mondiale del neoliberismo.10

La flat tax voluta dal governo Salvini-Di Maio è un altro esempio della connivenza che la nuova destra identitaria intrattiene con le idee del blocco neoliberista (di centro-sinistra e centro-destra). Le due famiglie politiche alla fine dei conti si riconoscono, sia in materia di politiche economiche che di politiche migratorie, sugli stessi obiettivi: lasciar circolare i capitali e sbarrare la strada agli esseri umani. L’Europa voluta da Salvini e Orban è la declinazione e l’estensione identitaria dell’Europa neoliberista, non il suo contrario.

E’ dunque un’Europa azzuro-bruna che si sta profilando all’orizzonte. I due blocchi, malgrado le loro complicità, competeranno nelle urne. Negli ultimi sondaggi, il partito di Le Pen è in testa delle intenzioni di voto per le Europee, davanti al partito di Macron, alla destra di Les Républicains e alla France Insoumise.11

Da qualche giorno, i principali media stanno agitando lo spettro degli estremismi, quando ribadiscono che il Rassemblement National, ormai presentata come la principale forza d’opposizione del paese, agisce sotterraneamente per organizzare una sterzata violenta dei gilets gialli. Per evitare di cadere nella trappola di Macron, attiviamoci al fianco dei gilets jaunes sabato prossimo sull’Avenue degli Champs Elysées.

Note

1 https://www.challenges.fr/classement/le-patrimoine-des-10-plus-grandes-fortunes-francaises-a-explose-en-20-ans_483310

2 http://www.revolutionpermanente.fr/Pouvoir-d-achat-le-revenu-disponible-moyen-a-diminue-de-pres-de-500-euros-entre-2008-et-2016

3 https://www.arretsurimages.net/chroniques/le-matinaute/gilets-jaunes-et-passoires-thermiques

4 https://www.huffingtonpost.fr/2018/11/19/la-justice-saisie-apres-une-video-montrant-des-gilets-jaunes-tenir-des-insultes-racistes_a_23593211/

5 https://www.ouest-france.fr/societe/gilets-jaunes/martinez-parmi-les-gilets-jaunes-des-elements-d-extreme-droite-6087576

6 https://www.huffingtonpost.fr/2018/11/24/la-marche-noustoutes-a-paris-a-rassemble-bien-plus-de-monde-que-la-manif-des-gilets-jaunes_a_23599340/?utm_hp_ref=fr-homepage

7 https://www.bastamag.net/Ces-combats-pour-plus-de-justice-sociale-et-sans-gilets-jaunes-dont-les-chaines

8 https://www.jacobinmag.com/2018/11/daniele-obono-france-insoumise-macron-salvini-antiracism

9 Come lo spiega il philosopho Michel Feher: https://aoc.media/opinion/2018/08/28/alerte-orange-leurope-bleue-brune-de-guerre-commerciale-planche-de-salut/

10 http://www.publicseminar.org/2018/02/neoliberalisms-populist-bastards/

11 https://www.lci.fr/politique/europeennes-le-rassemblement-national-en-tete-des-intentions-de-vote-en-marche-recule-2104838.html

Fonte

28/11/2018

Accise sulla benzina. La Lega le mantiene, ma pesta nel torbido

L’ennesimo governo della truffa, come tutti quelli che l’hanno preceduto. Con qualche aggravante specifica, potremmo aggiungere.

Andiamo con ordine. Una delle promesse più sbandierate in campagna elettorale, soprattutto dalla Lega, è stata l’abolizione delle accise “anacronistiche” sui carburanti (ci sono ancora quelle introdotte per finanziare le guerre in Abissinia, Bosnia e Libano, la crisi del Canale di Suez, la ricostruzione dopo i terremoti in Belice, Friuli e Irpinia, l’alluvione di Firenze e il disastro del Vajont; oltre a quelle più “nuove” approvate per finanziare il rinnovo del contratto dei ferrotranvieri nel 2004, l’acquisto dei bus ecologici nel 2005, il terremoto dell’Aquila del 2009, la cultura, l’alluvione in Liguria e Toscana, l’emergenza migranti, il terremoto in Emilia e il Salva Italia del governo Monti).

Nella foga comiziante, Salvini era addirittura arrivato a giurare che sarebbe stato il primo provvedimento del suo governo. A Roma lo chiamano ormai “er frottola”, ci deve essere un motivo...

Una misura estremamente popolare, se fosse realizzata. Ma con qualche inconveniente sul fronte delle entrate fiscali (meno tasse = meno entrate), specie in un momento di trattativa con i guardiani dell’ortodossia ordoliberista, ossia la Commissione Europea.

Insomma, se semplicemente se ne fossero “dimenticati” mentre stanno “facendo” tante altre cose, magari sarebbero stati persino capiti. Ma i leghisti di governo hanno voluto esagerare, alzando la pietra da far cadere sui propri piedi.

Tutto parte da una classica furbatina parlamentare. Due oscuri deputati di seconda fascia del Pd, tali Luigi Marattin e Alessia Rotta, presentano un emendamento alla legge di stabilità che proponeva di ridurre di appena 2 centesimi le accise sulla benzina, compensando le minori entrate con una pari riduzione delle uscite per le auto blu. Invece di approvarlo, “la relatrice leghista (la deputata Silvana Comaroli, ndr.) si dice contraria alla riduzione delle accise sulla benzina perché ‘ci sono 5 anni di tempo’ per mantenere le promesse”.

Tana!, dirà qualcuno. Ma in fondo, quanti sono i politici e i partiti che una volta giunti al governo scoprono che non si può fare quel che avevano promesso?

Fosse solo questo, in effetti, sarebbe grave, ma pur sempre nella normalità della pessima politichetta italica.

Il peggio viene dal tentativo leghista (dunque ascrivibile almeno moralmente a Salvini) di appropriarsi senza sforzo di una simbolo della protesta anti-accise, ossia i gilet gialli che stanno semiparalizzando la Francia da due settimane. Un coordinamento ambulanti, a prima vista, deciso a “sostenere il governo” nella sua “battaglia contro l’Europea”.

Un gruppetto di tifosi salviniani, insomma, che si preoccupa più delle tasse e della Bolkestein sul commercio, o delle tariffe autostradali, che non delle accise sui carburanti.

Niente a che vedere con quanto sta avvenendo in Francia, insomma. Ma solo la solita vecchia ideuzza italica di far nozze con i fichi secchi e con le idee altrui...

Fonte