Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/09/2025

L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA

Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.

Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.

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19/01/2025

L’illusione della “strada giusta” sull’inflazione nella propaganda di Urso

Gli ultimi dati pubblicati dall’Istat sono subito finiti sulla bocca del ministro Urso, per millantare l’inseimento sulla “strada giusta”, come ha avuto a dire. Infatti, l’istituto di statistica ha confermato che l’inflazione di dicembre ha seguito le stime, aumentando di soltanto lo 0,1% rispetto al mese precedente.

L’analisi mostra come i prezzi al consumo siano aumentati solo dell’1% nel 2024: un netto miglioramento, se consideriamo che nel 2023 erano in rialzo del 5,7%. Ma il miglioramento è sempre relativo, dato che l’incremento dello scorso anno si aggiunge ai precedenti, senza che i salari abbiano vissuto la stessa dinamica (non sono insomma cresciuti del 6,7% in due anni...).

Non bisogna inoltre ignorare il fatto che si sono tenuti sopra l’indice generale dell’inflazione i beni alimentari, e in particolare quelli non lavorati (+2,3%), con il costo del “carrello della spesa” che si è dunque ridotto, ma viaggia ancora sul +2%. Va ricordato che ciò colpisce innanzitutto i redditi più bassi, che spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di prima necessità.

Infine, per il futuro preoccupano molto le previsioni riguardanti il rincaro dei prezzi dell’energia, dovuto ai recenti risvolti successivi allo stop del transito del gas russo attraverso l’Ucraina. Già gli energetici regolamentati sono passati da +7,4% a +12,7%, e si è ridotta la flessione dei non regolamentati da -6,6% a -4,2%. Poiché l’energia entra nella formazione dei prezzi di tutte le merci, non bisognerà attendere molto per vedere questi aumenti trasferirsi ai prodotti finali.

Per questo non bisogna lasciarsi ingannare dal fatto che, per le famiglie a minore capacità di spesa, l’inflazione in media d’anno è rimasta più o meno stabile (+0,1%), mentre per quelle più agiate la discesa dell’inflazione è stata meno ampia (da +5,7% a +1,6%). Le percentuali non rendono conto di quanti soldi si hanno in tasca .

A rendere chiara tale questione è stata l’Unione Nazionale dei Consumatori, che in una nota del suo presidente Massimiliano Donà scrive: “per una coppia con due figli l’incremento del costo della vita complessivamente è pari a 272 euro su base annua e questo rialzo va ad aggiungersi ai 1.734 euro del 2023 che le famiglie continuano a pagare, per un totale di 2.006 euro in due anni”.

Il Codacons ha diffuso stime più pesanti, parlando di un esborso per il 2024 maggiore di ben 448 euro. La Federconsumatori ha messo poi in guardia da una stangata sull’energia che potrebbe costare alle famiglie italiane 914 euro in più in questo 2025, mentre Confesercenti ha sottolineato come “i costi di energia elettrica, gas e combustibili sono stati ancora superiori di quasi il 70% rispetto ai livelli del 2021”.

È facile dunque comprendere un altro dato pubblicato dall’Istat solo pochi giorni fa: sono stati quasi 10 milioni gli italiani tra i 18 e i 74 anni – circa un quarto del totale – che hanno richiesto un prestito o un aiuto economico nel 2023.

Se questo andazzo si può chiamare “strada giusta” lo lasciamo valutare ai lettori.

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19/12/2024

Stellantis, fumo e servilismo

Non tutti sanno che la Cassa Integrazione fornisce al lavoratore una retribuzione equivalente a circa 5 euro netti all’ora. Con questo reddito da fame decine di migliaia di lavoratori Stellantis dovranno vivere in Italia per gran parte del prossimo anno.

Questa è la prima vera notizia dell’incontro tra Stellantis, sindacati e governo che ha visto il ministro Urso festeggiare ed incensare Imparato, il nuovo super manager del gruppo, mentre la FIM CISL già rinverdiva il suo ruolo di fedelissima dell’azienda e FIOM UILM borbottavano perplesse.

Siamo lontani anni luce dalla durissima lotta in corso alla Volkswagen per tutelare i salari e i diritti dei lavoratori, minacciati dai tagli aziendali.

In Stellantis la richiesta di escludere per i prossimi anni i licenziamenti, anche negli appalti, e di integrare con fondi aziendali la magrissima CIG, non sono nemmeno sul tavolo. Pazienza però, perché l’azienda promette che dal 2026 arriveranno investimenti e nuove produzioni e tutto ricomincerà ad andare bene.

Se in Italia ci fosse ancora una dimensione rispettosa delle relazioni industriali, le promesse senza veri impegni di Jean Philippe Imparato sarebbero respinte al mittente non solo dai sindacati, ma anche da un governo degno di questo nome.

Invece il ministro del Made in Italy, la denominazione in inglese è già programmatica, Adolfo Urso, di fronte al manager Stellantis si è comportato come il ragionier Fantozzi di fronte al capufficio: come è buono lei!

Gli stentorei proclami di Giorgia Meloni contro l’azienda e la proprietà Agnelli Elkann sono finiti a tarallucci e vino, come per altro sempre fa questo governo finto sovranista quando si trova di fronte la dura brutale sovranità di padroni e potenti veri.

Ma cosa ha davvero messo Stellantis sul tavolo? 2 miliardi di investimenti, che sono stati pompati come un generoso Bengodi, quando sono il minimo necessario semplicemente per non chiudere le fabbriche. E 6 miliardi di acquisto dall’indotto, che sono in realtà pura normalità e comunque molto meno di quanto la sola FIAT faceva in passato.

Sono stati annunciati modelli di auto ibride, che vengono quindici anni dopo quelli dei concorrenti; e poi alcune piattaforme per vetture elettriche, sulle quali finora abbiamo solo la catastrofica 500 elettrica. E infatti, al di là delle vaghe e confuse promesse, Imparato si è ben guardato dal riproporre l’obiettivo di un milione di auto prodotte in Italia.

Questo volume produttivo è quello che l’ex CEO Tavares, anche allora con gli applausi del sorridente Urso, aveva dichiarato essere il solo in grado di garantire occupazione e stabilimenti in Italia. Ora scompare anche dall’orizzonte delle promesse.

Per dare una proporzione ai 2 miliardi d’investimento in Italia che oggi primeggiano su tutti i giornali, bisogna sapere che in questo stesso periodo le grandi aziende automobilistiche stanno programmando decine e decine di miliardi di investimenti e che un solo modello integralmente nuovo di autovettura richiede almeno 3/4 miliardi di investimenti.

Mi si obietterà che i 2 miliardi di investimenti esaltati da Urso sono solo una parte di tutti quelli che farà Stellantis. Esatto ed è stupefacente che al tavolo ministeriale nessuno abbia fatto questa semplice domanda: gli investimenti del gruppo in Italia che percentuale sono rispetto a quelli complessivi del gruppo in tutti i paesi dove opera?

Perché se fossero davvero una quota rilevante, vorrebbe dire che Stellantis investe meno, molto meno dei suoi diretti concorrenti. Se invece quegli investimenti fossero una piccola parte di ciò che Stellantis spenderà altrove, allora vuol dire che l’Italia resta la Cenerentola del gruppo. E infatti l’unico vero nuovo investimento annunciato nel passato, la grande fabbrica di batterie e impianti elettrici a Termoli, è semplicemente sparito. Quella fabbrica si farà in Spagna.

Insomma l’incontro con Stellantis al ministero è avvenuto rispettando il solito copione: il manager rassicura, il governo applaude, la stampa esalta, il sindacato si divide tra chi dice viva e chi prova con fatica a dire che non basta.

Ricordo che nel 2010, dopo aver imposto ai lavoratori dì Pomigliano di rinunciare al contratto nazionale con il ricatto della delocalizzazione della produzione, Sergio Marchionne annunciò il programma Fabbrica Italia con 20 miliardi di investimenti.

Poi nel 2012 lo stesso amministratore delegato della FIAT dichiarò che la situazione era cambiata e che Fabbrica Italia non c’era più. Tutto il palazzo politico e mediatico, che aveva esaltato a dismisura quel progetto, non disse nulla sulla sua cancellazione.

Nel 2015 John Elkann, dopo la fusione tra FIAT e Chrysler che diede origine alla FCA, addirittura promise 55 miliardi di investimenti per 80 nuovi modelli di auto. È vero che non specificò in quanti secoli ciò sarebbe avvenuto, ma ciò bastò a politici e stampa per esaltare l’intraprendenza e la lungimiranza del nuovo gruppo industriale e della sua proprietà. E non a caso John Elkann oggi continua rifiutare ogni presenza in Parlamento, forse qualcuno potrebbe ricordare e chiedere conto.

I 2 miliardi di oggi, che dovrebbero salvare la produzione di auto in Italia, sono molto meno delle promesse del passato, che almeno rispondevano alla dimensione di ciò che sarebbe davvero necessario per non chiudere le fabbriche. Ed è bene ricordare che solo negli ultimi tre anni la famiglia Agnelli Elkann ha accumulato utili superiori a quanto promette di investire.

Variano molto le cifre delle promesse di FIAT, FCA, Stellantis, ma restano costanti il servilismo della politica e dei governi, la propaganda mediatica, la debolezza o la complicità sindacale, con cui sono accolte. E finora tutte le promesse di FIAT, FCA, Stellantis sono state smentite dai fatti.

Fumo e servilismo sono le costanti che accompagnano le vicende della sempre più scarsa produzione di auto in Italia. Intanto gli operai si dovranno abituare a vivere nel 2025 con una retribuzioni media equivalente a 5 euro all’ora. A meno che i lavoratori e la parte più onesta dei sindacati finalmente non si ribellino.

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09/09/2024

“Basta green deal!”. Imprese e reazionari gettano la maschera

Non è durata molto la stagione del “green deal”, ossia l’innamoramento capitalistico per le tecnologie capaci di ridurre le emissioni climalteranti facendone il driver per una nuova fase di crescita dei profitti. È finita insomma l’epoca in cui i potenti accoglievano Greta Thurnberg come un interlocutore popolare (ora viene arrestata come tanti altri perché manifesta contro il genocidio palestinese a Gaza).

Il malessere dei costruttori di auto europei è diventato un programma politico chiaramente indirizzato a rinviare sine die la “neutralità climatica” e chissenefrega della scienza che certifica un sempre più rapido degrado ambientale, prima di tutto climatico.

In Italia Confindustria ha rotto gli indugi, nella certezza di avere un governo già ampiamente allineato. Lasciamo perdere il solito Salvini, che a Cernobbio si è presentato sventolando slide sul ritorno al nucleare (“di terza generazione avanzato”, naturalmente, che ha l’unico difetto di non esistere...), la flat tax e lo stop al divieto di produrre motori endotermici a partire dal 2035.

Quest’ultimo punto, più seriamente, è stato promesso dal “ministro per le imprese e il made in Italy”, Adolfo Urso, fin dal vertice europeo convocato il 25 settembre a Bruxelles dalla presidenza ungherese, seguito il giorno dopo dal consiglio Competitività.

L’obiettivo è chiaro: «Non possiamo aspettare la fine del 2026 per rivedere gli obiettivi del Green Deal, altrimenti rischiamo il collasso dell’industria automobilistica europea e l’invasione di Bruxelles da parte degli operai in rivolta» (naturalmente tace sul fatto che il suo governo sta lavorando all’ennesimo “decreto sicurezza” per vietare preventivamente qualsiasi manifestazione, operaia e non, figuriamoci poi le “rivolte”...).

In pratica si vuole accantonare completamente questo programma, usando il passepartout della “neutralità tecnologica”, un fumoso concetto che lascia “libertà a individui e organizzazioni di scegliere la tecnologia più appropriata adeguata alle loro esigenze e ai loro requisiti per lo sviluppo, l’acquisizione, l’uso o la commercializzazione”.

E appare lampante che se alle imprese si lascia “libertà” di scegliere la tecnologia produttiva per loro più conveniente, nulla cambierà fin quando un’altra tecnologia (non necessariamente più “ecologica”) non garantirà loro maggiori profitti.

A dargli ragione del resto c’è direttamente il nuovo presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che definisce sbrigativamente “una follia” lo stop ai motori endotermici, e predica che «Non possiamo perdere filiere importanti, oltre all’auto anche la ceramica, il vetro, il settore navale per fare alcuni esempi».

«Le transizioni vanno realizzate con le giuste tempistiche, l’obiettivo di azzerare le emissioni al 2050 è molto ambizioso, non è solo una nostra osservazione, ma l’ha detto anche il Governatore della Banca d’Italia. Dobbiamo proteggere il know how del nostro paese».

In pratica si propone di passare da una politica industriale che prova a mettere al centro obiettivi universali provati scientificamente (un freno al cambiamento climatico e all’inquinamento ambientale) ad una orientata soltanto dagli interessi delle imprese a perseguire il massimo profitto.

Inutile persino obiettare, a questi trogloditi del protezionismo retrogrado, che altri paesi – Cina in testa – stanno da anni lavorando con successo al rinnovamento tecnologico della produzione industriale, sviluppando oltretutto prodotti che costituiscono ormai i nuovi standard (non solo le auto elettriche, ma l’intero ventaglio delle energie alternative).

Si tratta di investire, magari con l’appoggio finanziario e le indicazioni obbligatorie del “pubblico”. Ma su questa musica gli imprenditori europei (non solo italiani) si dimostrano di una sordità allucinante. Meglio continuare a fare quello che sanno già fare, magari taroccando i test (come aveva fatto Volkswagen con i suoi motori diesel), piuttosto che rischiare di perdere qualche milione.

E dire che perfino loro riconoscono che il problema «non è più il costo del lavoro [destra e centrosinistra collaborano da 40 anni nello “spezzare le reni” ai lavoratori, ndr] né l’incertezza politica o regolatoria, ma i costi dell’energia».

Nel settore auto il problema, sia tecnologico che occupazionale, riguarda in Europa soprattutto tre paesi: Germania, Francia e Italia. Dunque i tre “pesi massimi” industriali della UE. Il che rende più semplice l’obiettivo di rivedere drasticamente tempi e modi della – a questo punto – presunta “transizione ecologica”.

Facile prevedere che la Commissione von der Leyen 2 rovescerà molto velocemente gli obiettivi fissati dalla von der Leyen 1, con tanti saluti alla moderazione delle emissioni di CO2.

I reazionari di ultradestra, negazionisti espliciti del cambiamento climatico, hanno addirittura facile gioco perché – come nella citazione di Urso all’inizio dell’articolo – una transizione tecnologica fatta con i piedi, come è stata pensata fin qui (imposizioni di legge, senza o quasi investimenti pubblici, scaricando sul “cliente finale” tutti i costi), incide negativamente sia sull’occupazione che sui consumi.

In soldoni: se si viene obbligati a cambiare l’auto mentre i salari sono fermi o addirittura calano (l’Italia batte ogni record, in materia), senza che venga prevista una sostanziosa politica di incentivi e di infrastrutture, avremo una popolazione che diventa ostile alle politiche “green”.

Se poi, come avviene per le auto costruite in Europa, l’alternativa a “zero emissioni” è carissima e non garantisce neanche il normale utilizzo che ormai si fa dell’automobile (l’autonomia di 2-300 km, con tempi di ricarica lunghi, è un handicap grave rispetto all’endotermico), il gioco dei retrogradi industriali diventa facilissimo.

Dimostrando, una volta di più, che la “centralità delle imprese” è mortifera.

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26/07/2024

Stellantis va in vacanza, con l’utile dimezzato e 3 mila lavoratori in contratto di solidarietà

Siamo ormai nel pieno dell’estate, ma se si pensava di poter fare a meno della protervia di Stellantis per almeno un mese ci si sbagliava di grosso. Anche stavolta gli affari dei padroni non vanno bene, e a farne le spese saranno i lavoratori.

Martedì scorso l’Amministratore Delegato Tavares aveva annunciato nuove assunzioni per Mirafiori (e Atessa). Il giorno dopo, invece, la sua azienda ha informato i sindacati che, da settembre, saliranno a oltre 3 mila i lavoratori posti sotto contratto di solidarietà.

L’annuncio riguarda 1.057 operai della linea della 500 BEV, 115 del reparto Costruzione e stampi e 334 delle presse. Questi si aggiungono agli addetti delle linee della 500 elettrica e dei modelli Maserati già sottoposti a questa misura.

Il sito torinese è ai minimi storici in quanto a produzione. Fino al 30 giugno, vi sono state prodotte quasi i due terzi in meno di vetture rispetto allo stesso periodo del 2023.

Intanto, Stellantis continua a chiedere al governo italiano di garantire sussidi e facilitazioni per rilanciare l’attività. Il solito ricatto delle multinazionali che esigono dal pubblico, altrimenti minacciano di andarsene e portare il lavoro altrove.

Ma le prospettive che il colosso dell’auto ha da proporre sono assai fumose, soprattutto dopo i risultati del semestre appena concluso. I ricavi netti sono stati pari a 85 miliardi di euro, in calo del 14% rispetto all’anno precedente, e l’utile netto si è fermato a 5,6 miliardi di euro: quasi la metà in meno.

Ovviamente, il titolo è crollato in borsa appena dopo l’annuncio. Il motivo di questo tragico andamento è stato indicato soprattutto nella riduzione delle quote di mercato, a cui si vuole porre rimedio rilanciando la presenza su quello nordamericano.

Queste dichiarazioni non hanno fatto di certo ben disporre il ministro delle Imprese Urso. “Abbiamo tutte le condizioni per attrarre altri produttori [...]. Per chi vuole assemblare nel nostro Paese, ovviamente lo può fare, ma non è made in Italy”.

Il riferimento è all’accordo con la cinese Leapmotor, per l’assemblaggio dei suoi veicoli su territorio italiano. Il nodo di come attrarre investimenti per garantire i livelli produttivi del paese è stato al centro del braccio di ferro tra Urso e Stellantis, coinvolgendo direttamente anche il Dragone.

Ora sembra arrivare un altro dossier a mandare in crisi il rapporto tra Palazzo Chigi e la multinazionale. Stellantis ha infatti ceduto la quota di maggioranza di Comau, azienda di automazione e robot all’avanguardia, al fondo USA One Equity Partners.

La promessa che la sede rimarrà in Italia non vale molto, visti i trascorsi. Il ministero delle Imprese ha diramato una nota nella quale si fa sapere che si sta valutando l’applicabilità della disciplina della Golden Power, cioè la possibilità di intervenire su operazioni di interesse nazionale.

Bisogna però dire che la cessione era già prevista sin da accordi stipulati nel 2021, sui quali il governo di allora non aveva fatto la voce grossa. E fino a oggi nemmeno quello Meloni, a dimostrazione che anche questi eventi si inseriscono in questo braccio di ferro con Stellantis.

La classe politica continua a pensare il proprio ruolo come galoppini delle grandi imprese (e nel quadro degli interessi strategici UE), senza realizzare una propria visione di sviluppo e una politica industriale seria e programmata nel tempo.

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09/07/2024

Urso in Cina, le opportunità economiche da costruire intorno a dazi e sanzioni

A giugno l’Unione Europea ha varato l’aumento dei dazi sui veicoli elettrici delle case automobilistiche cinesi, come risultato di un’indagine sui sussidi dati ad esse da Pechino e considerati concorrenza sleale. Sappiamo però che, ad ogni modo, ci sono trattative in corso.

Basti pensare che il giorno dell’entrate in vigore di queste misure, il nostro ministro delle imprese, Adolfo Urso, è volato in Cina e, al ritorno, ha voluto ribadire come il Dragone rimanga un partner commerciale fondamentale. E come i suoi investimenti siano guardati con estremo interesse.

Una posizione che sembra cozzare con la soddisfazione mostrata solo poche settimane fa per i dazi imposti da Bruxelles. Ma che lo stesso ministro ha ricondotto alle opportunità di una soluzione negoziale sul tema e una cooperazione win-win con i cinesi.

Sul sito dell’ambasciata d’Italia a Pechino si legge che la due giorni di Urso aveva come obiettivo quello di “verificare la possibile cooperazione e le partnership industriali negli ambiti della tecnologia green e della mobilità elettrica”.

Urso ha parlato a varie figure, tra cui Jin Zhuanglong, ministro dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione cinese, con il quale si è deciso di realizzare un memorandum di cooperazione industriale. In prospettiva, si vuole rendere l’Italia un “hub produttivo in Europa e nel Mediterraneo”.

A questo scopo, il ministro italiano ha incontrato anche il presidente di Chery Automobile, con la quale c’è in corso una discussione per il suo approdo quale produttore in Italia. Urso ha incontrato anche i vertici di altre case automobilistiche, quali Dongfeng, JAC e CCIG.

Non a caso, ad accompagnare Urso, c’era anche Roberto Vavassori, oggi a capo dell’ANFIA, la associazione che rappresenta le imprese automotive. Che non possono affidarsi troppo a Stellantis, il grande ‘campione europeo’ di origine italiana, per mantenersi appetibili sul mercato.

La multinazionale guidata da Tavares, infatti, ha firmato un accordo per assembleare i mezzi della Leapmotor, ma in Polonia. La conquista del mercato europeo da parte delle auto elettriche cinesi è considerata inevitabile, ma per inserirsi nella filiera l’Italia non è considerata molto appetibile.

È chiaro che, con questa missione, Urso ha voluto anche tentare di guadagnarsi un po’ di margine di trattativa con Stellantis stessa. Anche per ciò che riguarda la gigafactory per batterie elettriche di Termoli, progetto da poco sospeso.

Infine, il ministro delle Imprese ha avuto colloqui per approfondire anche i nodi legati allo sviluppo e alle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, in particolare eolico offshore floating e turbine.

Dunque, guerra commerciale, ma fino a un certo punto. Una strategia che prevede di attaccare le imprese cinesi e allo stesso tempo di sfruttarne la penetrazione nei mercati occidentali, che per ora funziona ma che non è detto potrà durare a lungo.

Quello che rimane completamente fuori dalla bussola dell’azione politica in area euroatlantica è una concreta transizione ecologica e il posizionamento prioritario dell’ambiente sul profitto, rischiando di creare problemi anche all’enorme sforzo cinese nel combattere il cambiamento climatico.

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22/06/2024

Nuove misure su spazio e materie prime critiche. Il governo si butta nella competizione globale

Due giorni fa la riunione del Consiglio dei Ministri ha dato via libera a vari decreti e disegni di legge. Tra di essi, vanno annoverate anche alcune modifiche degli strumenti in ambito fiscale, con un altro favore alle imprese: il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, ha spiegato che non ci saranno “sanzioni per le imprese che ammettono, in via preliminare, eventuali violazioni con il fisco“.

Come se se ne sentisse il bisogno, di garantire ancora ulteriore impunità ai prenditori italiani. Ma ad ogni modo, qui vogliamo concentrarci su altre due disposizioni, che sono perfettamente calate nei tempi che viviamo, ovvero quella sulla “space economy” e quella sulle materie prime critiche.

Lo stesso ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sottolineato che si tratta di “due importanti provvedimenti legislativi che riguardano il futuro“. Per questi settori i fondi sono stati trovati (o almeno promessi) senza troppi problemi, nonostante ci si aspetti un’ulteriore ondata di tagli e privatizzazioni dopo la procedura di infrazione sui nostri conti pubblici aperta dalla UE.

Partiamo dal disegno di legge quadro sullo spazio. Nel comparto, ha detto Urso, il governo ha “allocato 7,3 miliardi di euro tra fondi PNRR, fondi nazionali, fondi attribuiti all’Esa (Agenzia spaziale europea) e all’Asi (Agenzia spaziale italiana) da qui al 2026” per permettere “alle nostre imprese di diventare protagoniste in questa nuova avventura“.

L’esecutivo della Meloni, sin dal suo insediamento, ha guardato allo spazio come a un orizzonte attraverso cui rilanciare il paese nella competizione globale. Sulla stessa linea, è stata già annunciata per settembre una legge quadro sulla blue economy, un ramo di quella green che punta alle zero emissioni attraverso l’innovazione tecnologica e il riuso di risorse già consumate attraverso differenti trasformazioni.

Collegato al tema delle risorse è anche l’altra misura che qui analizziamo nel dettaglio. Col decreto legge sulle materie prime critiche, ha detto sempre Urso, “abbiamo finalizzato il fondo strategico del Made in Italy e 1 miliardo di euro come prima dotazione proprio a sviluppare la filiera strategica di estrazione delle materie prime così anche per far nascere un grande attore nazionale, che oggi non abbiamo“.

“In occidente le imprese minerarie significative le hanno gli australiani e i canadesi. Oggi tutti i paesi europei si stanno orientando su questa strada, per non passar dalla subordinazione del carbon fossile russo a una più grave subordinazione alle materie prime critiche e alla tecnologia cinese che oggi detiene quasi il monopolio“.

La logica di costruirsi una filiera integrata, un ‘campione europeo‘ anche in questo settore, con l’Italia che giochi un ruolo centrale, è ancora una volta esplicitata da Urso, senza mezzi termini. Del resto, già in passato aveva ribadito la necessità di guardare alle risorse del nostro sottosuolo, e addirittura a quelle del sottosuolo lunare.

Con questo provvedimento, infatti, si allinea la legislazione italiana allo European Critical Raw Materials Act, che dovrebbe garantire l’approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime critiche. Un comitato tecnico di nuova istituzione predisporrà triennalmente un piano nazionale per rafforzare la filiera italiana in questa direzione.

Ovviamente, ciò avverrà con una serie di sussidi, incentivi e garanzie per le imprese coinvolte, che lavoreranno a stretto contatto con i ministeri, usufruendo anche di una certa semplificazione burocratica. Ciò avverrà soprattutto per i progetti dichiarati strategici.

In pratica, miniere ed estrattori che sventreranno il territorio, probabilmente con meno controlli, e contro cui ogni protesta sarà repressa con gli strumenti che si vogliono adottare col famigerato disegno di legge 1660. Tutto in nome dell’indipendenza dalla Cina nella conversione ecologica, invece che nello spirito della cooperazione per affrontare insieme la crisi climatica.

L’inasprirsi della competizione globale e il ritorno di una logica per blocchi fa sentire i suoi effetti, a livello economico, militare e di tutela dei fondamentali principi democratici. L’opposizione si rende necessaria.

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23/08/2023

L’onda d’Urso

Dice che le accise sulla benzina servono a finanziare la flat tax.

Però della flat tax ne beneficeranno solo alcune categorie del ceto medio, dunque la morale della favola che racconta Urso è semplice: con l’aumento della benzina stiamo pagando tutti un privilegio per pochi, i quali verseranno meno tasse, sottraendoci ulteriori risorse che servirebbero a erogare i servizi pubblici.

Ce la fanno pagare due volte.

Se poi consideriamo che l’aumento dei carburanti e direttamente proporzionale all’aumento dei prezzi all’ingrosso prima e al dettaglio poi, ecco che paghiamo tre volte cara questa politica scellerata, tanto per rientrare nel perverso circuito del “non c’è due senza tre”.

Insomma, Urso confessa che stiamo pagando di più la benzina non per via dell’aumento della bolletta energetica nazionale, né per l’ingordigia della compagnie petrolifere, ma per favorire un governo servile a piccole e grandi corporazioni, le loro lobby e relative camarille.

E così si indeboliscono i più deboli, s’impoveriscono i più poveri, si alimentano ingiustizie sociali, disuguaglianze e frustrazioni, che è il risultato dell’onda d’urto di queste politiche del governo.

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17/08/2023

Benzina e vacanze, la trappola infernale

Il fenomeno è storico: quando cominciano i periodi dell’anno dedicati alle ferie – per chi si può permettere di allontanarsi da casa – regolarmente scattano aumenti consistenti per carburanti, ombrelloni, ristoranti e bar in tutte le location turistiche, a qualsiasi livello.

Quest’anno, con ogni evidenza, si è esagerato parecchio...

Il governo parafascista che aveva promesso di tagliare le accise sui carburanti, fatti due conti nel bilancio dello Stato, ha pensato bene di lasciarle intatte. Anche perché ogni aumento, comunque originato e motivato, si traduce automaticamente in un incremento delle entrate fiscali.

Il meccanismo è noto, ma se ne parla molto poco. Sui carburanti – non solo in Italia, ma altrove in misura minore – vige una doppia tassazione.

Una, specifica, sono le “accise”. Ovvero “tasse di scopo” introdotte per affrontare eventi imprevisti e poi lasciate diventare “perpetue”, anche ad emergenza finita. Per chi non lo sapesse continuiamo a pagare l’accisa per la guerra d’Etiopia (1936, “quando c’era lui”, il dio innominato del Pantheon meloniano), quella per l’alluvione di Firenze (1966), per i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, le guerre in Libano e Bosnia, e tante altre ragioni più o meno lontane nel tempo.

Ognuna per uno o pochi centesimi, certo, ma – come diceva Totò – “è la somma che fa il totale”, che diventa alto…

La seconda è l’Iva, che c’è su tutte le merci, ma per i carburanti si applica non solo al prezzo industriale del prodotto ma anche sulle accise. Per cui, di fatto, si paga una passa sulla tassa. Geniale, no?

Sta di fatto che alla fine la parte delle tasse rappresenta oltre il 50% del prezzo finale. Sicché, è stato calcolato, solo con gli aumenti di questi giorni lo Stato finirà per incamerare oltre 2 miliardi “straordinari”. Che poi la Meloni o chi per lei ci rivenderanno come “risorsa” reperita “per far fronte alle esigenze dei più deboli”.

Ma naturalmente non c’è solo lo Stato a taglieggiare. Le multinazionali dell’energia fanno anche loro la propria parte nell’aumentare “a soggetto”, e anche gli esercenti alla pompa ci mettono la loro quota...

Ci sarà pure una ragione per cui il prezzo del prodotto finito – uguale per tutti gli operatori, visto che il prezzo del petrolio è uno soltanto (a seconda delle qualità ai fini della raffinazione) e che le raffinerie riforniscono tutti i diversi marchi facendo pagare ovviamente lo stesso prezzo – diventa poi al distributore una incognita differenziatissima, ma univocamente verso l’alto.

Il governo Meloni, sull’argomento, ha dato il peggio di sé.

Prima Adolfo Urso, ministro, si diverte con la barzelletta “Il prezzo industriale della benzina depurato dalle accise è inferiore rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Spagna e Germania“. In cui mente due volte: a) il prezzo europeo del prodotto industriale varia di un’inezia irrilevante nei vari paesi e b) le accise dipendono dal governo, non dallo spirito santo.

Non pago, lo stesso Urso ha poi vantato le virtù invisibili della “misura risultata pienamente efficace che ha consentito, in un sistema di mercato, di contrastare la speculazione, dando piena trasparenza e quindi consapevolezza e capacità di scelta al consumatore“. Il “risultato pienamente efficace” sarebbero insomma i sedici giorni consecutivi di aumenti dall’inizio di agosto…

Fioccano gli esposti e gli interventi della Guardia di Finanza, ma intanto tutto resta com’è e se ne riparlerà come sempre a babbo morto. Ossia a ferie finite, quando l’orgia dei prezzi arbitrari dovrà rientrare. Se non altro per il rischio di restare senza clienti.

È una considerazione che vale soprattutto per stabilimenti e locali (ristoranti, bar, pub, ecc.), che mai come quest’anno sembrano posseduto dalla volontà di spremere all’inverosimile lo sfortunato che osa sedersi dalle loro parti.

Sarà anche questo certamente colpa del governo che, rinviando di un altro anno l’adeguamento alle normative di assegnazione delle concessioni stabilite dalla UE, ha di fatto segnalato ai “balneari” che dal prossimo anno le concessioni saranno più care e quindi li ha incentivati a “darsi da fare” per accumulare più grasso ora.

Ma è anche colpa della miopia macroecomica di questa piccolissima “imprenditoria”, che appare affascinata del “modello Briatore-Santanché” per cui la clientela “giusta” è solo quella che può pagare cifre folli per non vedersi al tavolo vicino un parvenu.

Dimenticando che i ricchi veri, in definitiva, sono molto pochi. E dunque rischiano in questo modo di vedersi rarefare la massa dei turisti. Ovvero quelli che “fanno Pil” (come si vede ogni volta che si ragiona sulle tasse, regolarmente evase dai pochi che dovrebbero pagare molto, ma obbligatorie “alla fonte” per i percettori del solo stipendio).

In conclusione: qualcuno di questi rapaci farà pure qualche buon affare quest’anno, ma lo pagherà caro nei prossimi. Come già si vede dalla riduzione delle presenze nelle località dove si è esagerato di più e, soprattutto, dalla riduzione degli “italiani in vacanza”.

Stretti tra salari bloccati, inflazione core crescente e speculazione da strozzini. E un governo di contafrottole loro complici…

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11/08/2023

Stellantis rimanda l’accordo sulla produzione italiana e mercanteggia sui sussidi

Il ministro delle imprese e del Made in Italy si era già sbilanciato sull’aver quasi chiuso l’accordo con Stellantis per un piano sulla produzione italiana. Ma all’incontro di due giorni fa il governo ha dovuto segnare un’ulteriore battuta d’arresto, con qualsiasi intesa rimandata al tavolo del 30 agosto.

La multinazionale nata dalla fusione tra Fiat e PSA ha fatto quasi 17 miliardi di utili nel 2022, ma ovviamente gioca a tirare la corda col dicastero che ha sede in Palazzo Piacentini. E il governo ha già sperimentato con le banche che è il grande capitale finanziario e industriale a comandare.

Sul piatto c’è un accordo di sistema che abbia come orizzonte il 2030 e la riconversione dell’automotive all’elettrico. In questo processo il governo vorrebbe che l’Italia contribuisse con la produzione di un milione di veicoli, ben 200 mila in più di quelli stimati per l’anno in corso.

Un portavoce di Stellantis ha detto che col ministro stanno “cercando di creare le condizioni per mantenere il ruolo di leader dell’Italia al centro della strategia” dell’azienda. Un eufemismo per dire che Urso deve prepararsi a sborsare più sussidi e garantire condizioni più favorevoli.

E nell’esecutivo sanno che funziona così nell’epoca del dominio del capitale multinazionale, e che dovranno piegare la testa se vorranno avere qualche possibilità di tamponare l’emorragia di posti di lavoro. Infatti, attraverso vari esuberi con uscite volontari, è stata già tagliata circa il 20% della forza-lavoro nel Belpaese.

Urso, consapevole del destino di desertificazione industriale a cui l’Italia è stata condannata da decenni di politiche di privatizzazioni e delocalizzazioni ha ricordato che “Stellantis è nata 3 anni fa. Chi era al governo allora cosa ha fatto? Cosa hanno fatto gli altri governi in 10 anni? Nulla”.

E non potevano fare nulla, essendo tutti partecipi di questa logica che vuole il pubblico al servizio del privato, con CGIL-CISL-UIL complici. In tutta questa storia, infatti, anche il conflitto sul posto di lavoro è sedato dalla Triplice, interessata solo a sedersi al tavolo delle trattative.

Se non sono in primis i sindacati a mettere in dubbio gli utili dell’azienda e a costruirsi la forza contrattuale per inceppare questo modello, di certo non sarà questo governo a farlo. Che dovrebbe, al contrario, mettere in campo un serio piano industriale fondato sul ritorno alla centralità del pubblico e dell’interesse collettivo.

Servirebbe anche a pianificare una reale transizione ecologica, che oggi è pensata unicamente nella cornice del salto di qualità competitivo del capitale su base continentale, rappresentato dalla UE. E dunque, in maniera subordinata ai profitti, ben lontana dalle concrete necessità imposte dalla crisi climatica.

In questo quadro lo stabilimento di Termoli nella riorganizzazione di tutta la filiera europea mantiene una certa importanza. Infatti, dovrebbe diventare la terza gigafactory della joint venture Automotive Cells Company (ACC), che unisce Stellantis, Mercedes-Benz e TotalEnergies.

Il governo Meloni, le cui logiche sono tutte interne a quelle di Bruxelles, dovrà decidere quanti costi di queste mire strategiche far pagare al paese, quando cederà a Stellantis. Ma i «campioni europei» non si possono toccare, a Roma dovrebbero averlo imparato ormai.

A meno che non si voglia esprimere un’alternativa di sistema che faccia gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari. Ma non è certo il caso di Meloni e compagnia.

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05/08/2023

L’inflazione rallenta, i prezzi no

L’inflazione rallenta, ma quando le persone vanno a fare la spesa non se accorgono affatto, al contrario. Rispetto a un anno fa l’aumento dei prezzi per il carrello della spesa è sempre a doppia cifra.

Le rilevazioni Istat segnalano un aumento del 10,4% a luglio rispetto al 10,5% di giugno. La frenata dunque è minima e nessuno la avverte, anche perché salari e pensioni non tengono il passo, né con l’inflazione né con l’aumento reale dei prezzi.

L’Istat afferma che l’indice generale dei prezzi è passato al +6% dal +6,4% del mese precedente. Dunque sarebbe tornato sui valori di aprile 2022; merito della discesa dei prezzi dell’energia che però non si riflette sul prezzo della benzina.

I prodotti alimentari, per la cura della casa e della persona continuano a vedere rincari a due cifre. La Coldiretti punta il dito contro benzina e gasolio che hanno un “effetto valanga” sui costi dei trasporti e fanno schizzare i prezzi della frutta (+13,9%) e della verdura (+20%) rispetto all’anno scorso.

In questi giorni si è aperta l’ennesima polemica. Alla vigilia dell’obbligo per i benzinai di esporre cartelli con i prezzi medi nazionali, le associazioni dei consumatori denunciano rincari della benzina straordinari nelle giornate più calde delle partenze estive, con listini fino a 2,5 euro al litro in autostrada.

Il garante Benedetto Mineo afferma che «Non ci sono speculazioni», ma sull’aumento della benzina farfuglia.

I rincari delle ultime due settimane sarebbero in linea con l’andamento dei mercati internazionali. E il ministro Urso chiede ai cittadini di segnalare i picchi straordinari sul sito del ministero qualora il prezzo alla pompa sia superiore a quello medio (che è al di sotto dei 2 euro).

Ma le accise sulla benzina non si toccano.

È stato convocato un vertice al ministero delle Imprese convocando grande distribuzione, associazioni di commercianti, produttori e consumatori per arrivare nel giro di pochi giorni al cosiddetto “patto anti-inflazione”.

“Con questo paniere calmierato di beni a largo consumo, (ma non quelli alimentari, ndr) soprattutto prodotti per l’infanzia e per l’igiene, pensiamo di dare il colpo decisivo all’inflazione riconducendola a livelli naturali”, ha detto Urso.

Ma le organizzazioni industriali della produzione hanno risposto nisba, mentre la grande distribuzione si è detta disponibile solo sui prezzi di alcuni beni.

Contro la doccia fredda dell’aumento dei prezzi il ministro propone il bagno schiuma a prezzi più contenuti. Indecente!

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13/04/2023

Il ministro Urso per le terre rare raggiungerebbe persino la Luna

A fine marzo, le parole che il ministro del Made in Italy ha pronunciato a conclusione della presentazione di uno studio dell’Osservatorio Nazionale Automotive hanno suscitato diverse domande. Adolfo Urso ha infatti detto che “sull’estrazione di terre rare l’Italia si sta muovendo in anticipo”.

Dopo che la Commissione Europea ha deciso di non bandire la produzione dei motori endotermici, pur sempre seguendo consolidate gerarchie europee, la sfida nel settore automobilistico rimane la transizione all’elettrico. Su di essa è però la Cina ad avere il primato, sia per quanto riguarda la ricerca e sviluppo sia per l’accesso a materie prime imprescindibili.

L’annuncio enfatico sulla reattività italiana nella filiera è pura propaganda, tanto più se è lo stesso Urso che, riguardo i giacimenti, dice a Repubblica che col ministro dell’Ambiente stanno aggiornando “una mappa che è ferma da oltre 30 anni”. La mappatura delle terre rare era infatti stata lasciata ai privati: un’altra “grande vittoria del libero mercato” sulla pianificazione pubblica...

Ad ogni modo, è interessante elencare le opportunità estrattive indicate dal ministro delle imprese «nazionali». Ha citato le stime di un tavolo di lavoro che ha individuato 15 dei 34 elementi critici nella penisola, a suo avviso con ulteriore potenziale da sfruttare attraverso fondi europei.

Ma è l’ottimismo, insieme alla pressappochismo di Urso, a confermarci che siamo nelle mani di una classe dirigente di passacarte. Il ministro dice infatti che siamo i “primi in Europa” per cobalto, oltre a inventarsi la presenza di litio in Liguria, scambiandolo col titanio con conseguente canzonatura pubblica de Il Secolo XIX, quotidiano storico di Genova.

Comunque, terre rare in Italia effettivamente esistono. Sono multinazionali australiane a portare avanti ricerche e progetti di estrazione nel nostro paese, in zone vergini ma anche guardando a siti ormai dismessi, ma che le nuove tecnologie e i nuovi interessi potrebbero far tornare a vivere.

Se in Liguria il litio non c’è, c’è però come detto il titanio: il giacimento di Pianpaludo è uno dei più grandi al mondo. Il colosso minerario Altamin sta affrontando alcune tensioni con i cittadini del Levante ligure, perché una grande area di circa 8 mila ettari è diventata di interesse per l’azienda per la possibile presenza sostanziosa di varie materie prime.

Vulcan Energy e l’impresa già citata stanno esplorando pozzi aperti nel corso degli anni Settanta, uno ad appena 20 km da Roma e altri in Campania, dove le acque analizzate hanno segnato 500 mg di litio per litro di soluzione. Che poi ce ne sia una quantità economicamente conveniente da estrarre è ancora da vedere.

Lo stesso vale per il Progetto Punta Corna, in Piemonte. Lì, dove sin dal XVIII secolo il cobalto era usato come pigmento, Altamin ha individuato aree promettenti, e ha dunque chiesto autorizzazioni anche per i distretti minerari storici del Monte Bianco e della Corchia in Toscana, effettivamente ricchi di rame, manganese e, appunto, cobalto.

Da qui ad affermare che siamo i primi nel continente per il minerale ce ne passa. E la maniera in cui il privato sta piegando il pubblico alle sue mire è preoccupante, come in molti altri settori: nel nuovo corso dei siti di Gorno, chiuse decenni fa e per le quali nell’attività di esplorazione sono coinvolti anche le università di Torino e Napoli.

Insomma, il governo italiano sembra voler raschiare il fondo – e sventrare diversi territori se necessario – per diventare un fulcro dell’economia delle automobili elettriche. La determinazione non manca, se parlando di alcune proteste Urso si è scomodato a citare Mao, dicendo che “la transizione non è un pranzo di gala”.

E del resto, a proposito di Cina, trovare terre rare è fondamentale nella competizione col Dragone, e il mondo occidentale le cerca persino sulla Luna con il progetto Artemis, in cui collaborano NASA e Agenzia Spaziale Europea, e in cui l’Italia è in prima fila. Appena prima di Pasqua proprio Urso ha partecipato a un convegno alla Sapienza, sul ruolo dell’Italia nella corsa allo spazio del terzo millennio.

Per raggiungere questi scopi, Urso ribadisce il mantra draghiano del «più stato per il mercato». “Configurare una politica industriale nel paese, che manca dallo smantellamento delle partecipazioni statali”, perché “con la caduta del Muro di Berlino si pensò che le forze di mercato da sole fossero sufficienti allo sviluppo industriale”, ma oggi non è così. Parole pronunciate da chi di certo non è un nostalgico dell’Unione Sovietica.

Appare evidente però che le idee del governo Meloni sono ancora poche e confuse, anche se ben incastonate dentro un cambio di passo delle politiche comunitarie. Il ministro italiano ha affermato che la UE, per evitare di diventare un “museo all’aria aperta per ricchi cinesi o americani”, deve emergere come “primo polo tecnologico e industriale” del mondo intero. La competizione inter-imperialistica è viva e vegeta.

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14/02/2023

Per Stellantis è sempre domenica

Questa mattina si è svolto presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy il tavolo convocato dal ministro Urso su Stellantis, tavolo in cui va dato atto al Governo di aver sollevato nel rapporto con l’azienda gli elementi giusti di discussione e preoccupazione.

Non è sfuggito a nessuno infatti, che il ministro ha chiesto conto all’azienda dell’utilizzo delle risorse pubbliche e del fatto che degli incentivi erogati dallo Stato a Stellantis (quasi 2 miliardi di euro) solo il 45% è stato destinato in Italia. È stata plateale e ferma la richiesta di rassicurazioni sul futuro degli stabilimenti nazionali e sulla filiera produttiva.

In un contesto complesso come quelle delle transizioni digitale ed ecologica, il Governo si interroga sul fatto che in questo momento Stellantis sta allineando, rispetto a queste transizioni, altri paesi e altri stabilimenti fuori dall’Italia, a scapito di quelli sul territorio nazionale.

Le risposte dell’azienda sono state nervose e generiche, un elenco infinito di progetti e prodotti che però contrastano fortemente col quadro occupazionale attuale e con la condizione dei lavoratori di tutto il gruppo. Il mantra di Stellantis alla fine è sempre lo stesso, rivendicato anche a questo tavolo: più incentivi per tutto.

Servono incentivi per il passaggio all’elettrico, servono incentivi al sostegno della domanda, servono incentivi per le infrastrutture, serve il supporto alla cancellazione della normativa Euro7, serve il sostegno al costo dell’energia e servono incentivi per il passaggio all’autoproduzione della stessa. Insomma, Stellantis vorrebbe che fosse sempre domenica.

USB, presente per la prima volta ad un confronto diretto con l’azienda in presenza del Governo, ha posto con forza alcuni elementi di riflessione e di rivendicazione.

È chiaro a tutti che sul piano strategico il Governo deve recuperare un pezzo di governance, esattamente come avvenuto in Francia, con un suo intervento diretto. Pur riconoscendo al ministro una discontinuità nell’interlocuzione con l’azienda, è evidente come oggi ci sia un condizionamento determinato dal peso di una fusione che ha spostato il baricentro decisionale tutto su PSA e quindi sulla Francia, col rischio che il nostro Paese venga lasciato ai margini sia produttivi che di innovazione tecnologica e di occupazione dentro al quadro delle due transizioni.

Al tavolo è necessario affrontare, all’interno del tema nuovi prodotti, soprattutto il tema occupazionale. Serve in sostanza capire in che modo le parole di Stellantis si traducono sul piano occupazionale e produttivo. Sappiamo perfettamente che oggi un nuovo prodotto, anche innovativo, corrisponde ad un minor numero di occupati e su questo vogliamo risposte.

USB ha posto l’esigenza della condizionalità degli incentivi e dell’intervento di Stato. Serve che la discussione al tavolo Stellantis prosegua nella certezza che l’intervento economico di Stato su investimenti progetti ed incentivi sia sancito anche con un accordo dove sia palese il ritorno e la verifica sull’impatto sociale ed occupazionale che questi determinano.

Per USB la garanzia dell’occupazione e la salvaguardia degli stabilimenti deve essere messa al primo posto, e questo l’azienda deve metterselo bene in testa.

USB Lavoro Privato Settore Industria

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29/12/2022

USB, Fiom e Uilm proclamano lo sciopero in Acciaierie d’Italia

“Il Governo cede ai ricatti di Arcelor Mittal e del suo ad Lucia Morselli”

Nonostante nella giornata odierna il mondo del lavoro e delle Istituzioni, all’unisono, abbiano inviato al Governo un messaggio forte e chiaro, ovvero di non erogare nessun ulteriore prestito pubblico in qualunque forma ad Arcelor Mittal, socio totalmente inaffidabile ed inadempiente, senza un preventivo riequilibrio della governance che, così come garantito dallo stesso Ministro delle Imprese e del Made in Italy in più circostanze, avrebbe dovuto prevedere l’ingresso di Invitalia in maggioranza, il CDM di stasera ha approvato il decreto legge recante “Misure urgenti per impianti di interesse strategico nazionale” confermando la volontà di erogare i 680 milioni, già stanziati, in modalità finanziamento soci, ripristinando vergognosamente perfino lo scudo penale ai gestori del sito.

In altre parole, il Governo Meloni si disinteressa completamente delle richieste di un intero territorio, dei lavoratori, dei cittadini, delle scriventi OO.SS., del Presidente della Regione Puglia, del Presidente della Provincia e dei sindaci dei comuni dell’area ionica, cedendo ai ricatti di un operatore privato che si permette quotidianamente di prendersi gioco delle piaghe della nostra comunità, compiendo solo sgradevoli bluff e azioni incostituzionali, garantendogli come se non bastasse, anche l’esimente penale per i propri comportamenti illeciti.

Il Ministro Urso, durante l’incontro ministeriale svoltosi in data 17 Novembre c.a., comunicò alle OO.SS. l’obiettivo di dover garantire la tutela dell’interesse generale, subordinando i finanziamenti pubblici ad un autorevole intervento dello Stato nella gestione di Acciaierie d’Italia.

Tale “autorevole” intervento si è trasformato in una resa incondizionata davanti ai privati e “l’interesse generale”, per il governo, coincide con quello predatorio e offensivo dell’attuale gestione societaria che porterà alla chiusura definitiva dello stabilimento, senza che ci sia stato alcun risanamento ambientale e cancellando di fatto l’esistenza di ventimila famiglie.

Le scriventi organizzazioni, pertanto, non solo confermano la mobilitazione prevista per il giorno 11 Gennaio p.v. e concordata con le Istituzioni locali e regionali, ma altresì proclamano:

SCIOPERO DALLE 23 DEL 10 GENNAIO ALLE 07 DEL 12 GENNAIO 2023

Entro domattina sarà divulgata la programmazione delle assemblee di tutti lavoratori, comprese quelle plenarie esterne per i lavoratori in cigs, i lavoratori ILVA in AS e degli appalti per condividere con i dipendenti le modalità organizzative della grande mobilitazione a Roma.

Le Segreterie di Fiom, Uilm e Usb unitamente alle Rsu non si renderanno complici di questo ennesimo scempio compiuto sulla pelle dei lavoratori e lo contrasteranno con tutta la propria determinazione.

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09/06/2022

Liste nere. Gabrielli nega, ma non convince

Come si dice in gergo, è stata “pestata una merda”. Era fin troppo visibile l’imbarazzo di politici e commentatori interventisti dopo la pubblicazione della “lista nera” di giornalisti, analisti, commentatori accusati di essere la “rete di Putin in Italia”.

È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.

Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.

Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.

Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.

In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.

Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.

Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.

In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.

Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.

Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.

Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.

Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.

Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.

Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?

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