Ha fatto notizia, la settimana scorsa, il passeggero finito sulla black list di RyanAir perché, in un diverbio, ha apostrofato lo steward con una parola volgare. Ora il 59enne, Carlo Chiaravalloti, di Buccinasco (Milano) ha annunciato una azione legale per togliere il divieto di volare, inflittogli dal vettore.
Speriamo che lo faccia per davvero. Perché sarebbe ora che la magistratura indaghi sulla totale impunibilità e discrezionalità di cui godono le linee aeree nel decidere chi rifiutare per sempre sui propri voli, per motivi anche insignificanti e senza la possibilità di ricorrere presso le compagnie stesse.
Un sistema tirannico che non può che prestarsi ad arbitri e ad abusi.
La UILtrasporti ha sempre difeso le liste nere invocando, proprio come RyanAir nel commentare il caso del sig. Chiaravalloti, la necessità di escludere “le persone potenzialmente pericolose“, per garantire la sicurezza degli altri passeggeri.
Invece si ha l’impressione che le aziende si preoccupano, in realtà, soprattutto dei loro profitti: cercare di capire i problemi particolari dei clienti – e di escogitare soluzioni adeguate – costa tempo e quindi danaro. Non vogliono saperne. I passeggeri devono essere soldatini ubbidienti, pagare e seguire gli ordini. Punto.
Infatti, quale sarebbe la “potenziale pericolosità” rappresentata dall’imprenditore (!) lombardo che, per motivi medici, doveva rifare pipì prima della discesa dell’aereo, anche se lo steward aveva già pulito il bagno? Nei fatti ha ottenuto ragione grazie alla sua insistenza, senza portare alcun pregiudizio per il volo. Ma poi è finito sulla “lista nera” lo stesso, a causa della sua insistenza.
E quale sarebbe la “potenziale pericolosità” posta in essere da chi scrive, finita sulla lista nera della Ryan anche lei lo scorso 30 gennaio?
Io avevo insistito, al check in, sul mio diritto di portare un certo trolley a bordo di un volo Fuerteventura-Bergamo Orio al Serio. Eccedeva di 2 cm, ma ho informato gli impiegati di una sentenza del tribunale di Madrid (no. 373/2019) che aveva condannato proprio Ryanair per un caso simile, in quanto chiedere il supplemento per una minuscola eccedenza violava l’articolo 97 della legge spagnola sui trasporti.
La mia argomentazione non ha fatto breccia e quindi ho dovuto accettare di pagare il supplemento... per scoprire poi che dagli impiegati non lo accettavano più in quanto avevo fatto loro “perdere” troppo tempo.
In pratica, il mio contestare aveva creato un pericolo reale – non per il volo, ma per i profitti aziendali, basati su imbarchi e sbarchi con zero inceppi. Ed io ero diventata un inceppo.
Essendo il volo l’ultimo della serata, ho dovuto poi pagare un albergo per pernottare e un biglietto aereo a prezzo pieno con una compagnia diversa l’indomani: per me un salasso. E non parlo dello stress mentale e fisico, dovuto all’arrogante e sprezzante trattamento degli impiegati davanti ad una donna sola in un aeroporto che chiudeva di notte.
La mia contestazione legale avrebbe costituito, dunque, una “potenziale pericolosità“? Quando mai! Il rifiuto d’imbarco è legittimo nei confronti di chiunque ponga un reale pericolo al volo, ma non per punire chi chiede il rispetto di una legge vigente nel paese in cui opera una linea aerea.
Purtroppo, con certi vettori niente da fare. Devi essere, come dicevo, un soldatino pronto a credere, ubbidire e... pagare senza fiatare e senza discutere. Altrimenti, se apri bocca, diventi una minaccia per la sicurezza del volo e finisci sulla lista nera, senza giustificazione né appello.
Questa prepotenza delle linee aeree, quelle low cost in particolare, deve finire. Speriamo in un intervento chiarificatore da parte della magistratura.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/04/2023
25/02/2023
Guerra in Ucraina - Kiev minaccia anche gli “alleati tiepidi”
Da due giorni il governo ucraino ha inserito Silvio Berlusconi nella lista nera dei nemici dell’Ucraina redatta dal «Центр Миротворец» Centro “Peacemaker”.
E finire in quella lista può avere conseguenze sinistre. Almeno 180 persone schedate sono state uccise.
Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino cosi MINACCIA l’ex cavaliere, azionista di rilievo del governo in carica:
«Se non sei più attuale, è meglio non commentare poiché non riesci a capire neppure gli effetti che certe vicende possono avere SULLA SICUREZZA DELL’ITALIA».
A me interessa poco della vita e della salute del Caimano e, non essendo mai stato un sovranista, non mi preoccupano gli attacchi alla “sicurezza nazionale”.
Prendo atto che il governo ucraino è passato, dalla “richiesta” di aiuto, al tentativo di estorsione con minacce.
E prendo atto che il governo “più fascista e più patriottico” del dopoguerra, non riesce nemmeno a pretendere il rispetto dei suoi amici e beneficati.
La Giorgia non si illuda, nel fronte di guerra su cui è schierata, a lei non spetta il ruolo di generalissima ma quello ben più modesto di badante.
Messa lì per nascondere le incontinenze dei suoi alleati interni e cambiare il pannolone ai suoi amici esterni.
Fonte
E finire in quella lista può avere conseguenze sinistre. Almeno 180 persone schedate sono state uccise.
Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino cosi MINACCIA l’ex cavaliere, azionista di rilievo del governo in carica:
«Se non sei più attuale, è meglio non commentare poiché non riesci a capire neppure gli effetti che certe vicende possono avere SULLA SICUREZZA DELL’ITALIA».
A me interessa poco della vita e della salute del Caimano e, non essendo mai stato un sovranista, non mi preoccupano gli attacchi alla “sicurezza nazionale”.
Prendo atto che il governo ucraino è passato, dalla “richiesta” di aiuto, al tentativo di estorsione con minacce.
E prendo atto che il governo “più fascista e più patriottico” del dopoguerra, non riesce nemmeno a pretendere il rispetto dei suoi amici e beneficati.
La Giorgia non si illuda, nel fronte di guerra su cui è schierata, a lei non spetta il ruolo di generalissima ma quello ben più modesto di badante.
Messa lì per nascondere le incontinenze dei suoi alleati interni e cambiare il pannolone ai suoi amici esterni.
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18/11/2022
L’Ucraina mette sulla “lista nera” anche la prof. Donatella Di Cesare
Il cosiddetto Centro anti-disinformazione di Kiev che lavora per il Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina ha messo sulla sua particolarissima ed estesissima “lista nera” la filosofa Donatella Di Cesare, docente all’università La Sapienza di Roma, accusandola di “diffondere narrazioni identiche a quelle russe sui media occidentali, coprendosi con le immagini di un “europeo purosangue” e di un “intellettuale“. In particolare la prof. Di Cesare viene accusata di aver contestato le sanzioni per le conseguenze che producono sull’economia e la società italiana e l’inerzia delle istituzioni europee sul piano diplomatico.
La prof. Di Cesare è spesso ospite di talk show televisivi ed ha espresso sempre molto chiaramente le proprie posizioni contro la guerra.
“Dalle autorità europee abbiamo sentito e continuiamo a sentire soltanto minacce di ulteriori sanzioni. Io sin dall’inizio ho sempre detto che la strada delle sanzioni non era quella giusta e continuo a pensarlo. Certo è che queste restrizioni hanno colpito alcuni ceti della popolazione russa ma nessuno dice quali. Ebbene si tratta soprattutto di quelli che hanno il passaporto e si muovono, in altre parole quelli più abbienti mentre hanno avuto poco effetto su tutti gli altri” – aveva affermato la Di Cesare in una intervista – “Al contrario, come detto già tante volte, queste sanzioni sono un boomerang per noi europei e per questo è sconcertante che l’Unione europea persegua ostinatamente su questa strada politica che è sbagliata, controproducente e che sta diventando un suicidio soprattutto per i Paesi più esposti tra cui c’è l’Italia. A parer mio è evidente una miopia strategica da parte delle autorità europee che temo avrà effetti devastanti”.
Sarebbe doveroso che la Farnesina chiedesse conto alle autorità di Kiev di questa lista nera nella quale, da anni, vengono messi all’indice pubblicamente e dettagliatamente cittadini italiani. Se lo avesse fatto qualsiasi altro paese diverso dalla cerchia degli alleati intoccabili (Usa, Israele) ci sarebbe stata da tempo una formale protesta diplomatica. La totale indulgenza verso la fascistizzazione dell’Ucraina sta riproducendo un mostro, nel cuore dell’Europa.
Alla professoressa Di Cesare, così come agli altri cittadini italiani finiti sulla “lista nera” degli apparati ucraini, va la nostra solidarietà.
Fonte
La prof. Di Cesare è spesso ospite di talk show televisivi ed ha espresso sempre molto chiaramente le proprie posizioni contro la guerra.
“Dalle autorità europee abbiamo sentito e continuiamo a sentire soltanto minacce di ulteriori sanzioni. Io sin dall’inizio ho sempre detto che la strada delle sanzioni non era quella giusta e continuo a pensarlo. Certo è che queste restrizioni hanno colpito alcuni ceti della popolazione russa ma nessuno dice quali. Ebbene si tratta soprattutto di quelli che hanno il passaporto e si muovono, in altre parole quelli più abbienti mentre hanno avuto poco effetto su tutti gli altri” – aveva affermato la Di Cesare in una intervista – “Al contrario, come detto già tante volte, queste sanzioni sono un boomerang per noi europei e per questo è sconcertante che l’Unione europea persegua ostinatamente su questa strada politica che è sbagliata, controproducente e che sta diventando un suicidio soprattutto per i Paesi più esposti tra cui c’è l’Italia. A parer mio è evidente una miopia strategica da parte delle autorità europee che temo avrà effetti devastanti”.
Sarebbe doveroso che la Farnesina chiedesse conto alle autorità di Kiev di questa lista nera nella quale, da anni, vengono messi all’indice pubblicamente e dettagliatamente cittadini italiani. Se lo avesse fatto qualsiasi altro paese diverso dalla cerchia degli alleati intoccabili (Usa, Israele) ci sarebbe stata da tempo una formale protesta diplomatica. La totale indulgenza verso la fascistizzazione dell’Ucraina sta riproducendo un mostro, nel cuore dell’Europa.
Alla professoressa Di Cesare, così come agli altri cittadini italiani finiti sulla “lista nera” degli apparati ucraini, va la nostra solidarietà.
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19/06/2022
Interrogazione parlamentare su liste nere Corriere della Sera/Servizi segreti
Sulla inquietante vicenda dei report dei servizi di intelligence pubblicati con tanto di fotografie dal Corriere della Sera che indicano una “lista nera” di commentatori e analisti ritenuti “filorussi” in Italia, sta calando una cappa di silenzio. Assordante.
Eppure è ormai appurato che i dossier dei servizi di intelligence con la lista dei proscritti sono quattro e ne è stato reso noto solo uno. Gli altri li conoscono solo il Corriere della Sera, i membri del Tavolo coordinato dal Dipartimento Informazioni per la Sicurezza e il Copasir.
Al contrario riteniamo che su questa vicenda occorra non mollare la presa perché ne va delle libertà politiche in un paese che si è andato sempre declinando come una “democratura”, accentuata dal clima di guerra.
Due interrogazioni sono state presentate in parlamento, una in Senato (di cui ha dato notizia l’AntiDiplomatico) presentata dal nuovo gruppo Cal-Alternativa-Pc-Idv, l’altra alla Camera, presentata dai deputati di Alternativa, a prima firma Pino Cabras (commissione esteri della Camera). Particolare significativo: le due interrogazioni chiamano in causa e chiedono risposte al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
Qui di seguito il testo delle interrogazioni.
Fonte
Eppure è ormai appurato che i dossier dei servizi di intelligence con la lista dei proscritti sono quattro e ne è stato reso noto solo uno. Gli altri li conoscono solo il Corriere della Sera, i membri del Tavolo coordinato dal Dipartimento Informazioni per la Sicurezza e il Copasir.
Al contrario riteniamo che su questa vicenda occorra non mollare la presa perché ne va delle libertà politiche in un paese che si è andato sempre declinando come una “democratura”, accentuata dal clima di guerra.
Due interrogazioni sono state presentate in parlamento, una in Senato (di cui ha dato notizia l’AntiDiplomatico) presentata dal nuovo gruppo Cal-Alternativa-Pc-Idv, l’altra alla Camera, presentata dai deputati di Alternativa, a prima firma Pino Cabras (commissione esteri della Camera). Particolare significativo: le due interrogazioni chiamano in causa e chiedono risposte al Presidente del Consiglio Mario Draghi.
Qui di seguito il testo delle interrogazioni.
Al Presidente del Consiglio dei Ministri – per sapere – premesso che:Rimaniamo in attesa delle risposte di Draghi, le domande a questo punto sono state poste, in via ufficiale e nelle sedi dovute.
il Corriere della Sera ha pubblicato in data 5 giugno un articolo diffamante dal titolo “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”, corredato da foto segnaletiche, su giornalisti, accademici, liberi professionisti e politici che secondo il giornale sarebbero inseriti in un rapporto riguardante la sicurezza nazionale;
il presidente del Copasir in un’intervista a Il Foglio ha confermato l’esistenza del rapporto classificato, argomentando che a suo avviso la macchina di disinformazione russa sarebbe attiva da almeno 10 anni nel nostro Paese;
il sottosegretario Gabrielli ha poi divulgato il dossier dal titolo ”Hybrid Bulletin. Speciale disinformazione nel conflitto russo-ucraino, 15 aprile-15 maggio”, il quale sarebbe stato elaborato dal Dis, in collaborazione con Aise, Aisi, Maeci, Ministero dell’interno, Ministero della difesa e Ufficio del Consigliere militare;
nel rapporto ci sarebbero solo 3 dei 9 nomi che il Corriere avrebbe associato al report dei servizi segreti e non vi si trova traccia delle motivazioni alla base della raccolta di informazioni;
lo stesso sottosegretario avrebbe ammesso l’esistenza di altri 3 precedenti rapporti ad oggi ancora secretati;
le autrici dell’articolo del Corriere, Guerzoni e Sarzanini, avrebbero confermato di aver ricavato tutti i nomi dai 4 rapporti prodotti dalla nostra intelligence;
nell’articolo viene riportato il nome dell’ex presidente della Commissione Affari Esteri, sen. Petrocelli, e se la notizia venisse confermata sarebbe particolarmente allarmante che un parlamentare sia oggetto dell’attività di controllo;
a memoria storica, tale lista di proscrizione non trova precedenti nella nostra storia e rischia di rappresentare una delle pagine più buie della Repubblica per come finora l’abbiamo conosciuta;
la lista viola apertamente l’articolo 21 della Costituzione ed è una deviazione dal corretto uso dei servizi segreti, i quali utilizzano i propri poteri per indagare su cittadini che hanno liberamente espresso le proprie opinioni. Una dinamica che ricorda il Maccartismo degli Stati Uniti negli anni ’50 e che l’Italia ha sempre etichettato in maniera negativa, nel pieno rispetto dei principi fondanti della nostra storia repubblicana;
il “reato” commesso da coloro che sarebbero stati definiti “putiniani d’Italia” sarebbe quello di voler dare una visione oggettiva degli episodi che stanno caratterizzando la guerra in Ucraina, evidenziando errori che tutte le parti in causa stanno commettendo;
a fronte di un particolare accanimento nei confronti di coloro che sono ritenuti influenzabili da una potenza straniera come la Federazione Russa, non si fanno le opportune analisi delle notizie in arrivo dal fronte ucraino, spesso manipolate per influenzare anche la nostra politica, come ammesso pubblicamente dal commissario dei diritti umani dell’Ucraina, Lyudmyla Denisova;
lo stesso “Corriere della Sera” in un articolo dell’8 giugno 2022 avrebbe pubblicato sondaggi Ipsos, i quali evidenziano che “sono oltre 4 rispondenti su 10 a giudicare i media italiani come troppo sbilanciati nei confronti dell’Ucraina e solo un quarto giudica oggettiva la nostra informazione”;
quale sia la posizione del Governo su un episodio che sospende la libertà di espressione nel nostro Paese;
con quale mandato parti del Governo stiano raccogliendo informazioni su cittadini italiani e quali siano le finalità delle sue indagini;
come sia possibile che una testata giornalistica sia in possesso di un documento definito “classificato” dal Governo e di chi sarebbe la responsabilità di una simile fuga di notizie atta a screditare una pacifica e democratica opposizione.”
Fonte
09/06/2022
Liste nere. Gabrielli nega, ma non convince
Come si dice in gergo, è stata “pestata una merda”. Era fin troppo visibile l’imbarazzo di politici e commentatori interventisti dopo la pubblicazione della “lista nera” di giornalisti, analisti, commentatori accusati di essere la “rete di Putin in Italia”.
È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.
Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.
Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.
Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.
Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.
Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.
In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.
Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.
Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.
Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.
Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.
Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.
Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?
Fonte
È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.
Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.
Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.
Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.
Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.
Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.
In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.
Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.
Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.
Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.
Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.
Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.
Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?
Fonte
06/06/2022
Liste nere, sistema infetto
Due testate interventiste e di potere come Corriere della Sera e Open hanno reso pubblica, suonando la grancassa, la “lista nera” elaborata dai servizi segreti italiani su richiesta del Copasir.
Nella lista compaiono studiosi, giornalisti, analisti che, secondo i servizi, sarebbero il megafono in Italia della propaganda russa. Non mancano le “foto segnaletiche”, per facilitare semmai qualche manesco tifoso dei “kantiani di Azov”.
Si può dire tranquillamente che hanno fatto in modo sicuramente più “professionale” quel lavoro sporco fatto “privatamente” da Fabrizio Rondolino...
In questa lista troviamo giornalisti e analisti come Alberto Fazolo, Maurizio Vezzosi, Manlio Dinucci, che spesso abbiamo ospitato – e siamo onorati d’averlo fatto – sulle pagine del nostro giornale.
Curiosamente al Corriere della Sera e alla succursale di Open sfugge un dettaglio: nessuna delle persone indicate nella “lista nera” occupa posti di rilievo nelle redazioni dei giornali o delle televisioni. Perché possa essere dunque qualificata come una “rete di propaganda”, insomma, vengono meno i presupposti fondamentali.
Qualche sporadica presenza televisiva non garantisce certamente il “volume di fuoco” adeguato a contrastare la propaganda Nato e interventista, che può contare su tutti i Tg, su tutti i corrispondenti dal teatro di guerra, su praticamente tutto il Parlamento.
I servizi segreti, il Copasir e i media di regime hanno dovuto quindi ripiegare su un altro terreno: l’influenza nella rete e sui social network.
L’informazione che sfugge al controllo e agli input palesi, che gravano sulle redazioni di giornali e telegiornali, è diventata il demone da abbattere. Anche perché la maggioranza della popolazione continua a ripudiare gli argomenti degli interventisti e dei guerrafondai e a volere la pace.
A tale scopo sguinzagliano non sole le “barbe finte” dei servizi segreti, ma non esitano nemmeno ad assumere a contratto qualche giovane disponibile e spocchioso che si incarica di inseguire, criminalizzare e contrastare sulla rete e i social le notizie che – a loro insindacabile avviso – sono propaganda russa.
Qualche volta costoro hanno anche scritto e chiamato il nostro giornale. Siamo felici di averli mandati a quel paese.
Ad esempio la notizia delle armi italiane, con tanto di bolla di accompagnamento trovate a Mariupol. I “servizi” affermano che circolava strumentalmente da marzo perché era previsto un dibattito parlamentare. Noi l’abbiamo pubblicata in aprile, verificando però che fino ad allora nessun giornale aveva dato questa notizia, che pure era “cicciosa”. Solo il giorno dopo La Repubblica ha fatto un articolo piuttosto imbarazzato e ridimensionante.
Rinnovando la nostra stima per Alberto Fazolo, Maurizio Vezzosi e Manlio Dinucci (non abbiamo e non vogliamo avere niente a che fare, ovviamente, con leghisti e simili), intendiamo continuare a batterci per fornire ai nostri lettori un punto di vista e informazioni sulla guerra che non fanno sconti a nessuno.
Quasi ogni giorno andiamo in cerca delle notizie sulle agenzie occidentali e su quelle russe, facciamo la tara, escludiamo quelle apertamente propagandistiche, verifichiamo fin quando e dove è possibile, qualche volta “toppiamo”, altre ci prendiamo.
Non si pretenda da noi di essere obiettivi. Come diceva lo scomparso Stefano Chiarini, “non esiste il giornalismo obiettivo, esiste il giornalismo onesto”.
E poi siamo parte in causa. Siamo schierati apertamente contro la guerra e ne chiediamo la cessazione più rapidamente possibile; siamo contrari all’invio di armi italiane all’Ucraina, l’aumento delle spese militari, la desueta e ormai insopportabile adesione dell’Italia alla Nato.
Fonte
Nella lista compaiono studiosi, giornalisti, analisti che, secondo i servizi, sarebbero il megafono in Italia della propaganda russa. Non mancano le “foto segnaletiche”, per facilitare semmai qualche manesco tifoso dei “kantiani di Azov”.
Si può dire tranquillamente che hanno fatto in modo sicuramente più “professionale” quel lavoro sporco fatto “privatamente” da Fabrizio Rondolino...
In questa lista troviamo giornalisti e analisti come Alberto Fazolo, Maurizio Vezzosi, Manlio Dinucci, che spesso abbiamo ospitato – e siamo onorati d’averlo fatto – sulle pagine del nostro giornale.
Curiosamente al Corriere della Sera e alla succursale di Open sfugge un dettaglio: nessuna delle persone indicate nella “lista nera” occupa posti di rilievo nelle redazioni dei giornali o delle televisioni. Perché possa essere dunque qualificata come una “rete di propaganda”, insomma, vengono meno i presupposti fondamentali.
Qualche sporadica presenza televisiva non garantisce certamente il “volume di fuoco” adeguato a contrastare la propaganda Nato e interventista, che può contare su tutti i Tg, su tutti i corrispondenti dal teatro di guerra, su praticamente tutto il Parlamento.
I servizi segreti, il Copasir e i media di regime hanno dovuto quindi ripiegare su un altro terreno: l’influenza nella rete e sui social network.
L’informazione che sfugge al controllo e agli input palesi, che gravano sulle redazioni di giornali e telegiornali, è diventata il demone da abbattere. Anche perché la maggioranza della popolazione continua a ripudiare gli argomenti degli interventisti e dei guerrafondai e a volere la pace.
A tale scopo sguinzagliano non sole le “barbe finte” dei servizi segreti, ma non esitano nemmeno ad assumere a contratto qualche giovane disponibile e spocchioso che si incarica di inseguire, criminalizzare e contrastare sulla rete e i social le notizie che – a loro insindacabile avviso – sono propaganda russa.
Qualche volta costoro hanno anche scritto e chiamato il nostro giornale. Siamo felici di averli mandati a quel paese.
Ad esempio la notizia delle armi italiane, con tanto di bolla di accompagnamento trovate a Mariupol. I “servizi” affermano che circolava strumentalmente da marzo perché era previsto un dibattito parlamentare. Noi l’abbiamo pubblicata in aprile, verificando però che fino ad allora nessun giornale aveva dato questa notizia, che pure era “cicciosa”. Solo il giorno dopo La Repubblica ha fatto un articolo piuttosto imbarazzato e ridimensionante.
Rinnovando la nostra stima per Alberto Fazolo, Maurizio Vezzosi e Manlio Dinucci (non abbiamo e non vogliamo avere niente a che fare, ovviamente, con leghisti e simili), intendiamo continuare a batterci per fornire ai nostri lettori un punto di vista e informazioni sulla guerra che non fanno sconti a nessuno.
Quasi ogni giorno andiamo in cerca delle notizie sulle agenzie occidentali e su quelle russe, facciamo la tara, escludiamo quelle apertamente propagandistiche, verifichiamo fin quando e dove è possibile, qualche volta “toppiamo”, altre ci prendiamo.
Non si pretenda da noi di essere obiettivi. Come diceva lo scomparso Stefano Chiarini, “non esiste il giornalismo obiettivo, esiste il giornalismo onesto”.
E poi siamo parte in causa. Siamo schierati apertamente contro la guerra e ne chiediamo la cessazione più rapidamente possibile; siamo contrari all’invio di armi italiane all’Ucraina, l’aumento delle spese militari, la desueta e ormai insopportabile adesione dell’Italia alla Nato.
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