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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2026

I magnifici risultati della UE che crolla

Sul Corriere di ieri è comparso un editoriale del vicedirettore Federico Fubini, che denuncia il pericolo della fine dell’Unione Europea. Le cause sono individuate in Trump, Putin e nell’opposizione interna. In difesa dell’UE Fubini elenca tutta una serie di cifre che, a suo dire, dimostrano la validità del progetto europeo. Evidenzia i suoi primati, la sua forza economica e descrive le sue potenzialità.

Che l’UE abbia dei nemici esterni mi pare indubbio. Lo stesso attacco venuto dal Marocco, via Trump, ne è una prova. Diverso è il caso di Putin, ma non voglio addentrarmi su una questione molto complessa. Di fatto l’UE è in guerra con la Russia. Ha votato non so più quanti pacchetti di sanzioni, fornito armi all’Ucraina... difficile immaginare che la Russia non ci sia nemica.

Il resto dell’articolo presenta una lunga serie di allusioni più o meno esplicite ai nemici interni dell’UE che evidentemente non si accontentano delle belle cifre di Fubini, che proprio per questo afferma: “Mi chiedo a volte se non siamo semplicemente viziati. Diamo talmente per acquisite le conquiste degli ultimi 70 anni, che non pensiamo davvero di poterle perdere”.

“Viziati”, i critici dell’UE sono dei “viziati”. L’UE va benissimo, macina numeri grandiosi, ma ci sono dei viziati che non si accontentano e che evidentemente scaricano le loro frustrazioni sul bellissimo progetto europeo. Il sottotesto del passaggio finale (le “conquiste” degli anni Settanta) è che tutto quel benessere evidentemente fa male...

Ora, la principale ragione del fallimento dell’UE è proprio il fubinismo. È cioè il disprezzo verso ogni forma di critica. È la cecità di fronte al declino epocale del benessere. È la mistificazione degli effetti nefasti prodotti dalle privatizzazioni e dalla supremazia del capitale sul lavoro e sui lavoratori.

I numeri di Fubini sono in realtà numeri vuoti. Sono snocciolati come perle di verità per nascondere la crisi dei salari, l’involuzione della scuola, le continue frane nel sistema previdenziale e sanitario.

Occultano una crisi che non è poi solo economica ma è anche di senso, relativa cioè alle forme simboliche di condivisione dello spazio pubblico e collettivo. Le società europee sono sempre più disgregate, attraversate da impulsi e da egoismi che il principio della competizione capitalistica favorisce e alimenta.

Il neoliberismo dell’UE ha fallito in tutto. Ha fallito sul piano economico perché ha generato diseguaglianze allucinanti, di cui la stessa città del Corriere della Sera, cioè Milano, è uno dei suoi simboli.

Ha fallito sul piano culturale, perché ha promosso un’idea del mondo fondata su un tecnonichilismo individualista che produce frustrazione e violenza. E ha fallito anche sul piano politico perché con la sua ideologia della governance ha promosso la distruzione della mediazione politica, lo svuotamento dei parlamenti, la messa al bando di ogni pensiero non conforme.

Quella di Fubini è dunque solo propaganda stracarica di classismo, anzi di razzismo verso i larghi strati della popolazione che vedono ogni giorno eroso il loro benessere con la minaccia di gravi contraccolpi per le scellerate politiche militari che ci vedono contro la Russia e collusi con le guerre americane in medio oriente.

Ho creduto nel progetto europeo. Ricordo il dibattito in Rifondazione Comunista alla fine degli anni Novanta e devo dire che all’epoca mi schierai con gli europeisti. Mi sono sbagliato. Avevano ragione i critici che in Rifondazione prevedevano il disastro economico e ideologico che stiamo vivendo. Non so come se ne possa venire fuori.

Credo che l’unico punto di partenza sia un’operazione verità contro le distorsioni ideologiche dei vari Fubini e di tutti gli apprendisti stregoni che hanno propiziato il fallimento europeo. La propaganda non funziona più e il ricatto morale contro i “viziati” è oramai solo il segno dello squallore classista di chi vive fuori dal mondo.

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23/05/2026

I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

Gli risponde l’omologo tedesco Boris Pistorius, in visita a Zaporož’e: obiettivo della Germania è imparare dall’esperienza ucraina nella guerra coi droni e capire come accelerare e migliorare l’efficienza della loro produzione. Berlino e Kiev sono ora «partner strategici», ha detto il bellicista teutonico; «Possiamo trarre profitto dall’esperienza ucraina… non smetteremo di fornirvi lo stesso livello di supporto che vi abbiamo garantito in tutti questi anni. Ma ora dobbiamo capire come accelerare e migliorare l’efficienza nella produzione di droni».

Detto così, apertamente: ormai non si finge nemmeno più di essere fuori dalla guerra. Altrettanto platealmente, Fëdorov elogia la Germania, che «è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina… Fornisce un supporto significativo nel settore della difesa aerea e delle forniture di artiglieria a lungo raggio, acquista droni ucraini per l’Ucraina e costruisce impianti di produzione congiunti».

E in un trasporto di comuni “ideali”, passati e presenti, Pistorius si sbraccia in un moto di orgoglio per il «mio Paese e il popolo tedesco, così prudente in materia di guerra e di esercito, data la nostra storia… abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone di oggi e delle generazioni future, quando si tratta di sicurezza e della minaccia rappresentata dalla Russia… la minaccia esiste… Dobbiamo riconoscerlo. Altrimenti, non saremo in grado di affrontare la sfida e portare a termine la nostra missione».

Quella, cioè, di incrementare l’industria di guerra in preparazione dello scontro con la Russia.

Già un mese fa, l’ex deputato della Rada Oleg Tsarëv aveva detto che Kiev al momento non ha problemi con armi e soldi, dato che l’Europa ha completamente sostituito i rifornimenti USA: «lo vediamo al fronte. Se ci fosse carenza, la situazione sarebbe diversa».

Dei 90 miliardi stanziati, 60 andranno nell’acquisto di armi e si farà di tutto perché metà del prestito venga erogata rapidamente; se prima si fornivano a Kiev carri armati e attrezzature costose e facilmente distrutte, ora i soldi vanno in armi adatte «a un nuovo e più efficace tipo di guerra… Hanno intenzione di inondare l’Ucraina di armi. Queste joint venture che stanno avviando… beh, noi siamo stati così precisi nel colpire la produzione in Ucraina, che l’hanno trasferita in Europa».

«Nulla costringerà l’Europa a negoziare con la Russia in questo momento» dice il sociologo di Donetsk Evghenij Kopat’ko; la macchina bellica «è già in moto. L’Europa sta riarmando e modernizzando l’industria della difesa. I soldi per una guerra con la Russia ci sono e, con la linea del fronte praticamente ferma, l’Ucraina ha risorse economiche e umane sufficienti per resistere a lungo… Al ritmo attuale delle operazioni militari, l’Europa ha fondi sufficienti per finanziare l’Ucraina per molti anni».

Così che, dato che le aziende occidentali non fanno mistero del loro coinvolgimento diretto nella guerra contro la Russia, dovrebbero diventare obiettivi legittimi per attacchi di rappresaglia, afferma il politologo Vladimir Kornilov.

È il momento, dice, di domandarci se stiamo combattendo solo contro l’Ucraina o contro tutti questi “gruppi Palantir”: dobbiamo avvertirli che «hanno oltrepassato il limite che avevamo indicato. I nostri leader avevano avvertito che colpire in profondità la Russia e usare armi occidentali, avrebbe rappresentato il superamento di una linea rossa. Hanno oltrepassato quella linea e stanno testando fin dove possano spingersi. Finora, a mio avviso, non c’è stata una risposta adeguata, ma dovrà essere data».

Il rappresentante russo presso la OSCE, Dmitrij Poljanskij afferma infatti che nella società russa cresce la richiesta di azioni decise in risposta al coinvolgimento dei paesi UE nei bombardamenti del territorio russo: «Gli europei esagerano… cercano di mettere alla prova la nostra determinazione, di capire a che punto reagiremo. È un gioco molto pericoloso… non è un videogioco, una simulazione, ma una situazione seria. Noi teniamo aperta la porta per una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ma nessuno vuole ascoltarci. Ora c’è una forte richiesta pubblica di un’azione decisa, per dimostrare che la Russia è pronta a combattere».

Dunque, dato che la UE ha da tempo oltrepassato tutte le linee rosse, una guerra con essa è solo questione di tempo: «consiglierei di non mettere alla prova la nostra pazienza e moderazione. Il fatto che la NATO sia ora direttamente coinvolta nella guerra contro la Russia, fornendo spazio aereo ai droni ucraini e localizzando la produzione di droni e altri mezzi bellici sul proprio territorio, ci avvicina pericolosamente a questo conflitto».

Proprio ieri, l’intelligence estera russa ha diffuso una notizia secondo cui Kiev starebbe apprestando una serie di attacchi in profondità al territorio russo, servendosi dello spazio aereo lettone; in sostanza, non si limiterebbe a utilizzare i corridoi aerei messi a disposizione dai paesi baltici, intenderebbe lanciare droni direttamente dal loro territorio.

Quindi, dice Poljanskiij, solo una vittoria militare russa potrà far rinsavire i politici occidentali, distaccati dalla realtà: «Ci sono due scenari possibili. Il primo è che schiacciamo militarmente l’Ucraina. Credo che questo sia uno scenario molto verosimile. L’altro, che al momento sembra molto improbabile, è che l’Occidente, e in particolare i paesi europei, rinsaviscano e si rendano conto di essersi spinti troppo oltre… tutte le misure adottate finora dall’Occidente sono state a spese della Russia, senza tenere conto delle sue preoccupazioni…

Non ci sono diplomatici da parte europea disposti a fare ciò per cui siamo stati addestrati: riunirci, cercare soluzioni e proporle alle nostre capitali. Quelli con cui ho a che fare sono solo dei propagandisti che si limitano a diffondere le informazioni che il loro governo cerca di diffondere ovunque».

È così che il professor Serghej Karaganov, Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa, in uno sterminato saggio pubblicato da La Russia nella politica globale, dal titolo “Guerra mondiale: la strada verso la vittoria”, afferma che una vera e propria guerra mondiale sia già iniziata e, da parte di Moskva, si tratti di adottare la conseguente strategia.

Il primo passo da compiere, dice, è la “siberizzazione” della Russia: il trasferimento del centro dello sviluppo ideologico, economico e politico nell’Asia russa. Dato che «l’Europa sta tornando “a se stessa” – fonte di guerre e altri problemi – uno spostamento verso Oriente e lo sviluppo della tecnologia militare sono necessari anche per ragioni strategico-militari… trasferendo alcune funzioni capitali alle città siberiane».

Questo, insieme a una modernizzazione delle politiche estera e della difesa; tanto più che «continuare con l’attuale mezza politica in Ucraina, che rischia di sfinire il paese, potrebbe minare la forza e lo spirito di rinascita della Russia».

Dunque, i colloqui per una tregua nello “spirito dell’Alaska” possono proseguire a livello tattico, ma «con la consapevolezza che la pace e lo sviluppo a lungo termine sono impossibili senza fermare il tentativo dell’Occidente di attuare una vendetta militare e politica storica».

In particolare, afferma lo storico, una conclusione vittoriosa dell’attuale conflitto in Ucraina, e ancor meno la prevenzione di un’escalation a livello termonucleare globale, è impossibile senza un significativo rafforzamento della politica di deterrenza nucleare: il potenziamento dei missili a medio e lungo raggio e di altri vettori «dovrebbe essere intensificato per dissuadere gli occidentali dal tentare di riconquistare la propria superiorità… Le armi nucleari, se impiegate in quantità ottimali e con la dottrina appropriata, rendono irraggiungibile la superiorità non nucleare e consentono di risparmiare risorse per le forze convenzionali.

I nostri “Burevestnik”, “Orešnik” e i sistemi di lancio ipersonici dovrebbero convincere il nemico della vacuità delle sue speranze di vittoria… L’obiettivo di potenziare e rendere più flessibili gli arsenali nucleari è ricordare a tutti che una grande potenza nucleare non può essere sconfitta attraverso una corsa agli armamenti non nucleari o una guerra convenzionale, nemmeno con i droni…

I potenziali avversari devono comprendere che una corsa agli armamenti è suicida per loro… La guerra coi droni, la guerra biologica e persino la guerra cognitivo-digitale devono essere prevenute e scoraggiate facendo sempre più affidamento su armi in grado di distruggere i responsabili di tali guerre».

È inoltre necessario accrescere la «credibilità della minaccia dell’uso di armi nucleari per risvegliare le società europee dal loro “parassitismo strategico”, ovvero dalla convinzione che la guerra non scoppierà, che “andrà tutto bene”. Bisogna restituire il senso di paura e di autoconservazione a coloro che hanno smarrito la strada e dimenticato le guerre e i crimini commessi dai loro paesi e popoli nei secoli passati».

Sono necessari diversi cambiamenti alla dottrina sull’uso delle armi nucleari. Affidarsi alla deterrenza nucleare è «essenziale per prevenire la guerra coi droni. La risposta deve essere devastante. Se, ad esempio, missili o droni venissero nuovamente lanciati dall’Ucraina e dai paesi limitrofi dopo possibili accordi di pace o persino una capitolazione, coloro che gestiscono i droni devono sapere che subiranno ritorsioni, anche nucleari».

È il momento di abbandonare l’assunto, che avvantaggia principalmente gli americani, secondo cui in una guerra nucleare «non ci possono essere vincitori e che l’uso di armi nucleari porterebbe inevitabilmente a un’escalation termonucleare globale. Dio non voglia che vengano usate armi nucleari. Persone innocenti moriranno e verrà distrutto il mito che ha salvato l’umanità, quello secondo cui l’uso di armi nucleari porterebbe a un Armageddon universale. Ma una guerra nucleare, soprattutto in un’Europa sovraffollata e moralmente debole, può essere vinta…

Ripeto: l’uso delle armi nucleari è un grave peccato. Ma, di fatto, astenersi dall’usarle non è meno grave, perché spiana la strada all’intensificarsi della guerra mondiale iniziata dall’Occidente… Dobbiamo vincere la guerra mondiale scatenata, indebolendo e respingendo i revanscisti… Alla Russia sono stati concessi vent’anni di pace. Ma ora siamo entrati in decenni di guerra e conflitto. Dobbiamo vincere, salvando noi stessi e l’umanità».

Nemmeno a farlo apposta, dal 19 al 21 maggio, sono in corso in Russia esercitazioni delle forze nucleari: vi sono impegnati circa 65.000 uomini e quasi ottomila mezzi delle forze missilistiche strategiche, flotte del Nord e del Pacifico, aviazione a lungo raggio.

Che importa; per i megafoni della guerra, attendati in via Solferino, importante è sbavare per «il giovane neoministro» che, nella Kiev nazigolpista, «toglie la giacca, indossa la felpa e diventa un manager» di «droni economici e sacrificabili»: al Corriere della Sera presentano davvero la guerra come fosse “un videogioco, una simulazione”.

D’altronde, da un secolo e mezzo sono avvezzi a glorificare guerre coloniali, fasciste e naziste. E quella dei banderisti non fa eccezione.

Fonte 

07/05/2026

Il vertice europeista in Armenia e le novelle naval’niane del Corriere

5 maggio. Se si ignorano le zotiche allucinazioni di quel fogliaccio milanese “uso a ubbedir” a fascisti di ieri e di oggi e che, mentre riesce a farneticare di «brutalismo sovietico» in un edificio di Erevan, sentenzia che l’Armenia «prova a fare la pace con Azerbaijan», rimane ben poco da constatare sul vertice della Commissione politica europea tenutosi il 4 maggio a Erevan, se non che la presenza praticamente di tutti i leader dei paesi europei e NATO aveva tra gli obiettivi primari quello di dar man forte al premier Nikol Pašinjan, in vista delle elezioni del 7 giugno.

Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.

Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.

La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.

Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.

L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».

Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».

Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».

D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».

La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».

Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.

E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.

E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.

Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.

Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.

Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».

In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.

A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.

Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».

Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».

Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.

Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.

Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.

Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».

Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è... 

Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.

Fonte

17/02/2026

Se la pace è una minaccia

À la guerre comme à la guerre! A Monaco, ancora una volta, l’Occidente ha calato la maschera affermando che la guerra è il suo modo di contrastare – o almeno provarci – un declino evidente, riscontrabile già dai dati economici e demografici.

Il problema ora è: la guerra a chi, insieme a chi, il come e il quando.

Una volta saltata la ferrea alleanza euro-atlantica tutte le variabili hanno assunto un peso diverso. Gli Stati Uniti trumpiani hanno rotto gli indugi e ragionano per conto proprio, l’Unione Europea si scopre inadatta ad agire in tempo reale in virtù di un assetto istituzionale tra il barocco e l’assembleare, dove ogni formichina può fermare ogni decisione. Ma la guerra non ammette esitazioni... 

Il resto del mondo guarda, registra la rinascita senza veli dell’antico spirito guerrafondaio e colonialista occidentale, si prepara a reagire contando su un assai diverso rapporto di forza rispetto al passato, ma anche consapevole che ogni contrasto frontale è un rischio. L’attacco al Venezuela, la boiata genocida e palazzinara del “Board of peace”, la preparazione dell’assalto all’Iran, l’agognato ritorno in Africa da parte di una Francia a pezzi... Ce n’è abbastanza per sciogliere eventuali dubbi sulle vere intenzioni dell’Occidente.

Se anche le dichiarazioni dei vari primi ministri fossero state un po’ più ambigue, ci ha pensato comunque il meno sveglio di tutti – il britannico Keir Starmer – a sintetizzare il “programma”. Parlando della possibile soluzione del conflitto in Ucraina, per ora voluta soltanto dagli Stati Uniti, interessati ad altri scenari, se n’è uscito affermando che “la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe”

Ma se la pace è una “minaccia” allora la guerra diventa una “necessità vitale”. Non ancora la “sola igiene del mondo” – come nelle follie futuriste del protofascismo italico – ma l’unica prospettiva a breve termine.

Il problema è, ripetiamo: la guerra a chi, insieme a chi, il come e il quando.

Avevamo notato subito che se si passa “da un mondo basato sui valori ad un mondo basato sugli interessi” le soluzioni proposte o imposte con la forza non saranno più “tendenzialmente universali” ma esplicitamente particolari. Gli interessi di un paese o di un’area del mondo saranno differenti o addirittura contrapposti quando si tratterà – come sta già avvenendo – di competere per risorse scarse o di cui si è privi. Dal petrolio alle terre rare, a quel che volete... 

Non che prima fosse molto diverso, ma il tutto avveniva sotto le apparenze di una “legalità internazionale” astratta, coincidente con la “comunità internazionale” di fatto identificata con l’area euro-atlantica e qualche paese periferico (Giappone, Australia, ecc.).

Gli occidentali – di ogni classe sociale – potevano insomma dormire tranquilli, godersi in prima serata lo spettacolo della guerra ridotta a war game, e accettare lo statu quo. Meglio servi – ma vivi – qui, che finire come i bombardati altrove... 

Il nuovo quadro strategico è ancora poco metabolizzato ma già sconvolgente. Per averne la dimensione basta guardare le prime reazioni del “baricentro mediatico” dell’establishment italiano: il Corriere della Sera.

Nell’arco di appena 24 ore due “approfondimenti” autorevoli (di Milena Gabanelli e del tuttologo Federico Fubini) hanno improvvisamente identificato due nuovi potenziali nemici che fino al giorno prima erano “alleati” senza se e senza ma: Stati Uniti e Germania (col Giappone di rincorsa).

La prima ha “scoperto” che il sistema dei pagamenti Swift, controllato da Washington, permette agli Usa di bloccare improvvisamente l’operatività su conti correnti e carte di credito di chiunque nel mondo. Era così da ottant’anni, ma meglio tardi che mai... 

L’occasione è stata offerta dalle “sanzioni individuali” che hanno colpito cinque giudici della Corte Penale Internazionale e la “reproba” Francesca Albanese, tutti “rei” di denunciare il genocidio dei palestinesi.

Al Corriere nessuno aveva avuto nulla da eccepire quando Trump aveva monarchicamente disposto quelle “sanzioni”, trovandole magari persino “motivate”, salvo poi accorgersi – magari a cavallo dell’offensiva sulla Groenlandia – che quella stessa paralisi può colpire anche... un giornalista del Corriere.

Da qui al desiderio di avere un “sistema alternativo”, europeo, è un attimo. La frammentazione dei canali di pagamento corrisponde così alla frammentazione degli interessi e del mercato mondiale. Non a caso russi e cinesi avevano provveduto già da tempo, nonostante i lazzi e le maledizioni di via Solferino.

Idem per Fubini, che vede ora con molta preoccupazione – e giustamente! – l’autonomizzazione della Germania rispetto alla stessa Unione Europea e secondo la ben nota logica trumpiana (“se ci state dietro, bene, altrimenti facciamo anche da soli”).

Il che, parlando di armamenti nucleari, non è esattamente tranquillizzante, specie calcolando che i neonazisti dell’AfD – peraltro benedetti dai trumpiani – saranno probabilmente in posizioni di governo nei prossimi anni.

Al dunque. Se “la pace è una minaccia” e “la guerra può essere con chiunque” (anche se al Corriere preferirebbero ancora che fosse contro la Russia, naturalmente), ragione imporrebbe che ci si fermasse prima di finire al di là delle colonne d’Ercole.

Ma il freno non c’è. Il terrore di perdere “la nostra posizione sul mondo” – di supremazia e diritto di rapina – impedisce persino di vedere che “la banda” di rapinatori ha perso coesione, unità di intenti e di interessi, accettazione dei ruoli. “Il capo” si autonomizza, i sottoposti europei restano a metà del guado, incerti tra il compattare i resti o cambiare la formazione.

Un gioco a occhi chiusi, alla spera-in-dio... Ma con l’atomica sul tavolo.

L’unica variabile che il Corriere e ogni establishment non può prendere in considerazione è che le classi e i popoli fin qui silenti, in Occidente, si risveglino dal coma farmacologico riscoprendo che i propri interessi non coincidono affatto – anzi! – con quelli della classe dirigente.

Lavorare a questo e fermare i folli è l’unica possibilità di evitare il disastro generale. Perché l’unica vera minaccia è naturalmente la guerra...

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10/02/2026

Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti

Tra domenica e oggi, sui due quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera sono stati pubblicati i risultati di due sondaggi in materia di ordine pubblico e restrizioni delle libertà democratiche.

Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.

Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.

Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).

Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.

Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.

Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.

Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.

Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.

La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.

Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.

Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.

Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.

Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.

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15/11/2025

Il Corrierone censura pure Lavrov. Che sorpresa...

Sarà una coincidenza sfortunata, ma proprio mentre l’Unione Europea decide di formare il “ministero della Verità” col compito di impedire qualsiasi pensiero contrastante con quello “unico”, due fatti – non opinioni – dimostrano che il nostro Paese è già molto avanti nell’adottare la “cultura” di questo macabro progettino.

Non solo in Italia – non in Russia o Cina – un giornalista può essere licenziato per aver posto una “domanda sbagliata” al portavoce di quella stessa Commissione Europea che sta gettando le base del “ministero”, ma addirittura il principale quotidiano nazionale (il Corriere della Sera) getta via un’intervista al ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, perché non gli piacciono le risposte.

AI lettori meno a conoscenza del lavoro giornalistico occorre solo chiarire due cose ovvie nel mestiere:
a) le interviste vengono chieste dai giornalisti per sapere cosa pensa l’intervistato, l’interlocutore può accettare oppure no;
b) quando si intervista “il nemico” per antonomasia si deve dare per scontato che le sue risposte non saranno quelle che avrebbe dato l’intervistatore. Fare il contrario – chiamare un giornalista per farsi intervistare – è cosa che avviene in Italia come negli Stati Uniti e, pensiamo, anche in Russia e altrove. Ma si chiama in un altro modo, non “giornalismo”.

Il Corriere ha mandato le domande a Lavrov e quello ha risposto. Segno che la testata è considerata importante, ancorché “nemica”. Di solito si si brinda al successo (avere un’esclusiva con Lavrov in piena guerra non capita tutti i giorni, come con Calenda o Bocchino), si ringrazia e si pubblica, correggendo soltanto eventuali refusi.

Invece a via Solferino hanno cestinato.

Solo degli illusi potevano sperare che la cosa sarebbe finita lì senza che il testo fosse fatto filtrare ad altri media. E così è stato. La versione integrale dell’intervista è stata tra l’altro pubblicata da Il Desk e ve la riproponiamo qui sotto.

La cosa peggiore è stata però la “risposta” della direzione del Corriere – senza firma... – al vocio che si è immediatamente alzato.

«Il ministero degli Esteri russo ha risposto alle domande inviate preliminarmente dal Corriere della Sera con un testo sterminato pieno di accuse e tesi propagandistiche. Alla nostra richiesta di poter svolgere una vera intervista con un contraddittorio e con la contestazione dei punti che ritenevamo andassero approfonditi il ministero ha opposto un rifiuto categorico».

Dobbiamo quindi tutti pensare che quelle domande inviate per canali ufficiali non fossero “un’intervista vera”, ma una sorta di prova generale per vedere se farne una oppure no. Curioso modo di procedere, che ci giunge davvero “nuovo”. Specie con il ministro degli Esteri di un qualsiasi paese in guerra, che di solito non può spendere il suo tempo in giochini da liceali.

Non è finita. La nota di via Solferino entra nel merito delle risposte – che non sono state pubblicate e quindi il lettore non conosce – eccependo che “contenevano anche molte affermazioni del tutto discutibili e dal chiaro intento propagandistico. Come, ad esempio, il passaggio sul «cruento colpo di Stato anticostituzionale a Kiev del febbraio 2014, organizzato dall’amministrazione Obama», oppure quello sul «regime di Kiev»”.

Affermazioni note, visto che da undici anni il Cremlino e mezzo mondo (tre quarti dell’umanità, diciamo) le ripete sempre nella stessa forma. Sarebbe stato sorprendente – un vero scoop – se fossero cambiate... 

Un giornale normale – non un gazzettiere di guerra – ha un modo semplice e consolidato di contestare le risposte che non piacciono: pubblica l’intervista e l’affianca con un commento corrosivo quanto vuole. Così i lettori hanno due versioni e possono decidere con la propria testa quale sembra più logica, coerente, attendibile, magari persino rispondente al vero.

Ma no, non si deve concedere nulla al “nemico”. E quindi vai con lo spadone suprematista: “Sono affermazioni che avrebbero richiesto l’inserimento di un ampio fact-checking e soprattutto di un contraddittorio”.

Evidentemente il Corriere non si considera un semplice soggetto “in contraddizione” con il ministro russo, ma un “tribunale supremo della verità” davanti cui il “reprobo” dovrebbe chinare la testa e fornire “la confessione”, chiamando testi ed “esperti” a sbugiardarne le affermazioni.

Ce lo immaginiamo un qualsiasi inviato del Corriere che ha per anni ha raccontato che “i russi combattono con le pale perché sono senza munizioni”, “usano le dita delle mani al posto delle baionette”, “sono costretti a riciclare i chip delle lavatrici per far volare i droni”, “stanno in trincea nella neve senza neanche i calzini”, interrompere Lavrov e chiamare un Puente per fargli dare il suo “check non propagandistico” sulle risposte... 

Per dire l’ultima. La risposta “anti-propagandistica” del Corriere si chiude con citazioni di Maurizio Lupi, Maria Elena Boschi, Raffaella Paita, ecc. Mancavano solo Picierno, Kuleba e Calenda... Ma sarà per la prossima volta.

Siamo in guerra, questo è evidente. La “libera informazione” non può perciò abitare nelle redazioni mainstream. Portare la “difesa della libertà” come motivazione del riarmo e del controllo totale dell’informazione è una bestialità infame che qualifica con precisione il regime in cui viviamo e i suoi protagonisti.

La domanda che abbiamo noi: ma quanta paura avete del “contraddittorio” alle vostre menzogne se vi scappa di nascondere anche quello che (dovreste saperlo per mestiere) proprio non si potrà tener nascosto? Se provate a mentire persino su questo, quanto è “attendibile” quello che scrivete?

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Risposte del ministro degli Esteri russo S.V Lavrov alle domande del quotidiano “Corriere della Sera

Domanda: Si dice che un nuovo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump a Budapest non abbia avuto luogo perché anche l’amministrazione americana si è resa conto che non eravate pronti per i colloqui sull’Ucraina. Cosa è andato storto dopo il vertice di Anchorage, che ha fatto sperare che sarebbe iniziato un vero processo di pace? Perché la Russia rimane fedele alle richieste formulate da Vladimir Putin nel giugno 2024 e su quali questioni potreste scendere a compromessi?

Sergey Lavrov: Le intese di Anchorage sono una pietra miliare importante sulla strada per trovare una pace a lungo termine in Ucraina, superando le conseguenze del sanguinoso colpo di Stato anticostituzionale a Kiev nel febbraio 2014 organizzato dall’amministrazione Obama. Si basano sulla realtà attuale e sono in stretta sintonia con le condizioni per una soluzione equa e sostenibile della crisi ucraina formulate dal presidente Vladimir Putin nel giugno 2024.

Abbiamo valutato che queste condizioni sono state ascoltate e percepite, anche pubblicamente, dall’amministrazione Trump, principalmente per quanto riguarda l’inaccettabilità di coinvolgere l’Ucraina nella NATO al fine di creare minacce militari strategiche alla Russia proprio ai suoi confini.

Washington ha anche ammesso apertamente che non sarebbe stato possibile ignorare la questione territoriale a seguito dei risultati dei referendum che si sono svolti in cinque regioni storiche del nostro paese, i cui residenti si sono espressi inequivocabilmente a favore dell’autodeterminazione dal regime di Kiev e per la riunificazione con la Russia.

È stato intorno al tema della sicurezza e delle realtà territoriali che è stato costruito il concetto americano, che il rappresentante speciale Stephen Whitkoff ha portato a Mosca una settimana prima del vertice in Alaska su istruzioni del presidente degli Stati Uniti e che, come il presidente Vladimir Putin ha detto al presidente Donald Trump ad Anchorage, abbiamo concordato di prendere come base, proponendo al contempo un passo concreto che avrebbe aperto la strada alla sua attuazione pratica.

Il leader americano ha detto che doveva consultarsi, ma anche dopo il suo incontro con gli alleati il giorno successivo a Washington, non abbiamo ricevuto una reazione alla nostra risposta positiva alle suddette proposte. Non c’è stata alcuna reazione durante il mio incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio a settembre a New York, quando gli ho ricordato che ce lo aspettavamo ancora.

Pochi giorni dopo, su richiesta di Donald Trump, ha avuto una conversazione telefonica con Vladimir Putin, e si è deciso di incontrarsi a Budapest, dopo aver preparato accuratamente il vertice in anticipo. Non c’era dubbio che stessimo parlando delle intese di Anchorage.

Un paio di giorni dopo, Rubio ed io abbiamo parlato al telefono, e poi Washington ha detto che dopo di essa non era necessario un incontro personale tra il Segretario di Stato americano e il Ministro degli Esteri russo per preparare un contatto di alto livello.

Non so da dove e da chi provenissero i rapporti sotto copertura al leader americano, dopo di che ha rinviato o annullato il vertice di Budapest. Ma vi ho delineato lo schema degli eventi basandomi rigorosamente sui fatti di cui sono responsabile. E non ho intenzione di rispondere alle false affermazioni sulla “riluttanza della Russia a negoziare” e sulla “rottura” dei risultati di Anchorage.

Siamo ancora pronti a tenere un secondo vertice russo-americano a Budapest, se davvero si basa sui risultati ben sviluppati in Alaska. Allo stesso tempo, la data non è stata determinata. I contatti russo-americani continuano.

Domanda: Le unità delle Forze Armate della Federazione Russa controllano attualmente meno territorio rispetto al 2022 dopo le prime settimane della cosiddetta operazione militare speciale. Se state vincendo davvero, perché non sferrate il colpo decisivo? Potete anche spiegare il motivo per cui non fornite informazioni ufficiali sulle vostre perdite?

Sergey Lavrov: L’Operazione Militare Speciale (SMO) non è una guerra per i territori, ma un’operazione per salvare la vita di milioni di persone che vivono su queste terre da secoli e che la giunta di Kiev vuole sterminare – legalmente vietando la loro storia, lingua e cultura, e fisicamente – con l’aiuto delle armi occidentali.

Un altro importante obiettivo del SMO è garantire in modo affidabile la sicurezza della Russia, per contrastare i piani della NATO e dell’UE di creare uno stato fantoccio ostile ai nostri confini occidentali.

A differenza degli occidentali, che hanno spazzato via interi isolati dalla faccia della terra, noi ci prendiamo cura delle persone, civili e militari. Le nostre forze armate agiscono in modo estremamente responsabile, sferrando attacchi ad alta precisione esclusivamente sulle strutture militari e sulle infrastrutture di trasporto ed energia che le forniscono.

Delle perdite sul campo di battaglia, di regola, non si parla pubblicamente. Dirò solo che quest’anno, durante il rimpatrio dei militari morti, la parte russa ha consegnato oltre novemila corpi di soldati delle forze armate ucraine. Abbiamo ricevuto 143 corpi dei nostri combattenti dall’Ucraina. Trai le tue conclusioni.

Domanda: La sua apparizione al vertice di Anchorage con un maglione con la scritta “URSS” ha sollevato molte domande. Alcuni hanno visto questo come una conferma del suo desiderio di ricreare lo spazio ex sovietico. Era un messaggio in codice o solo uno scherzo?

Sergey Lavrov: Sono orgoglioso del mio paese, dove sono nato e cresciuto. La Russia è il successore dell’URSS e la nostra civiltà nazionale ha una storia millenaria. Avere una maglietta con lo stemma dell’Impero Russo non significa che vogliamo farlo rivivere. Il presidente della Russia Vladimir Putin ha parlato in dettaglio della nostra storia e del nostro patriottismo. Non cercate segnali politici qui.

Domanda: Se uno degli obiettivi dell’operazione militare speciale era quello di riportare l’Ucraina nella sfera di influenza della Russia, come può sembrare dalle richieste di determinare il numero delle sue armi, non pensa che l’attuale conflitto armato dia a Kiev un ruolo internazionale sempre più distante da Mosca?

Sergey Lavrov: Gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati fissati dal presidente Vladimir Putin nel 2022 e sono ancora attuali. Non stiamo parlando di sfere di influenza, ma del ritorno dell’Ucraina a uno status neutrale, libero dal nucleare, rispettoso dei diritti umani e di tutte le minoranze nazionali. Stiamo cercando di ottenere il ritorno dell’Ucraina alle fonti sane e stabili della sua statualità.

Domanda: Anche gli Stati Uniti stanno inviando armi all’Ucraina, recentemente discutendo dei missili da crociera Tomahawk. Perché le vostre posizioni sulle politiche statunitensi ed europee differiscono?

Sergey Lavrov: La maggior parte delle capitali europee costituisce la “coalizione dei volenterosi”, che vuole che le ostilità in Ucraina durino il più a lungo possibile. Con i soldi dei contribuenti europei sponsorizzano il regime di Kiev, fornendo armi che uccidono civili nelle regioni russe e ucraine. Stanno sabotando qualsiasi sforzo di mantenimento della pace.

Allo stesso tempo, i nostri militari non distinguono da dove provengono le armi per le forze ucraine: dall’Europa o dagli Stati Uniti. Tutti gli obiettivi militari vengono immediatamente distrutti.

Domanda: È possibile riallacciare le relazioni con l’Europa? La sicurezza comune può diventare la base per migliorare le relazioni?

Sergey Lavrov: Lo scontro attuale non è una scelta della Russia. L’Europa ha già combattuto contro di noi sotto Napoleone e Hitler. Quando la frenesia russofoba sarà passata, saremo aperti ai contatti e a valutare prospettive di cooperazione leale.

Il sistema di sicurezza euro-atlantico pre-2022 è stato smantellato dagli occidentali. Il presidente Putin ha presentato un’iniziativa per una nuova architettura di sicurezza indivisibile in Eurasia, aperta a tutti gli Stati del continente.

Domanda: Il conflitto in Ucraina ha limitato la capacità della Russia di agire in altre aree, come il Medio Oriente?

Sergey Lavrov: Il mondo moderno non è ridotto a una minoranza occidentale. Le nostre relazioni con i paesi del Sud e dell’Est del mondo – oltre l’85% della popolazione mondiale – continuano ad espandersi. I nostri amici arabi apprezzano la partecipazione costruttiva della Russia agli sforzi di risoluzione dei conflitti in Medio Oriente.

Domanda: La dipendenza economica e militare della Russia dalla Cina è aumentata nel nuovo ordine multipolare?

Sergey Lavrov: Non stiamo “promuovendo” un ordine multipolare; esso sta oggettivamente prendendo forma attraverso la cooperazione, basata sugli interessi reciproci.

Le relazioni con la Cina non sono un’alleanza tradizionale. Non ci sono categorie di “leader” e “seguace”. La cooperazione russo-cinese apporta benefici pratici a entrambi i paesi, garantisce sicurezza globale e stabilità strategica.

Domanda: L’Italia è un paese ostile. A che livello sono le nostre relazioni bilaterali?

Sergey Lavrov: Per la Russia non ci sono paesi ostili, ma governi ostili. A causa della crisi a Roma, le relazioni russo-italiane sono nel peggior stato della storia del dopoguerra. Roma continua a fornire assistenza ai neonazisti di Kiev e a recidere legami culturali e contatti tra le società civili.

Molti cittadini italiani cercano comunque di capire le cause della tragedia ucraina. Una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Italia è possibile se Roma si muove verso il ripristino del dialogo basato sul rispetto reciproco.

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04/11/2025

“Libertà del mercato” o liberi dal bisogno

È abbastanza difficile – ne converrete – informare e spiegare l’evoluzione del mondo con un piccolo giornale tenuto su da forze molto limitate. Diventa perciò a volte utile, per sintetizzare al massimo quel che vogliamo mettere in luce, destrutturare analisi prodotte dall’informazione mainstream che fanno i conti con la brutale realtà della crisi occidentale in modo molto contorto, ma non riescono a cogliere – o cercano di nascondere – i nodi strutturali che producono i risultati negativi sotto i loro occhi.

Un nostro frequente bersaglio polemico è perciò Federico Fubini, uno dei molti vicedirettori del Corriere della Sera, con competenze economiche di stretta osservanza neoliberista ma spesso in uscita avventurosa verso materie che maneggia decisamente peggio.

Un caso clamoroso di inciampo nelle contraddizioni tra teoria liberale e pratiche imperiali lo ha quasi costretto, all’inizio del nuovo mandato di Trump, a dichiararsi improvvisamente – per disperazione – “antiamericano”, travolto dall’intreccio inestricabile di dazi, debito pubblico, stablecoin e minacce di ritiro dell’“ombrello atomico”.

Stavolta la sua newsletter è incentrata sulla “quasi recessione” in cui è incagliata l’economia italiana, contraddicendo la linea fin qui seguita dal Corriere, di sostanziale benedizione del governo Meloni nella misura in cui è obbediente fin nei dettagli minimi all’austerità imposta dall’Unione Europea.

È noto che il mantra governativo è “l’economia va bene grazie a noi”, e dunque rivelare che abbiamo invece sfiorato la recessione tecnica (due trimestri consecutivi con Pil negativo) significa smontare un pilastro chiave della “narrazione” meloniana e mettere perciò in dubbio il sostegno futuro.

Vero è che per notarlo occorre guardare con la lente di ingrandimento, perché i dati ufficiali segnalano un sostanziale “tasso zero” nella crescita e il segno meno vien fuori solo tenendo conto dell’inflazione. In parole semplici: l’economia negli ultimi sei mesi è rimasta ferma (“uno scostamento dello 0,000009%, un decimillesimo”), ma siccome i prezzi sono aumentati in misura maggiore, di fatto il valore reale della produzione totale è leggermente inferiore (meno merci prodotte, ma a prezzi più alti).

Nulla di veramente grave, certo. Ma avviene in un contesto in cui la popolazione invecchia e dunque diminuisce, l’industria viene smantellata e/o svenduta (ultimo caso importante la cessione di Iveco all’indiana Tata, che come al solito incamererà tecnologia e know how per poi chiudere gli stabilimenti), e la concorrenza – soprattutto cinese – aumenta.

Quello che giustamente angustia Fubini è vedere che il dibattito politico – nel governo e nella sedicente opposizione parlamentare – è totalmente concentrato su paccottiglia: “Da noi l’agenda politica è dominata da polemiche sulla riforma della magistratura e sugli audio della moglie dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano e come si è decisa eventuale ammenda al programma tivù che li ha trasmessi”.

Come si fa a non essere d’accordo? Soprattutto quando il paragone – è sempre l’occidentalissimo Fubini a parlare – va fatto con la Cina: “ieri sera il South China Morning Post puntava forte sulla scoperta di un gruppo di ricerca dell’Università di Pechino che potrebbe portare a produrre dei microchip per l’intelligenza artificiale mille volte più potenti di quelli dell’americana Nvidia. Altro punto in alto nell’agenda del quotidiano di Hong Kong: si lavora a data center da calare in mare per ridurre le loro emissioni e garantire il raffreddamento senza consumare acqua dolce dalle falde”.

Inevitabile la conclusione: “quale delle due classi dirigenti sembra più concentrata sul futuro del proprio Paese? E su quale dei due Paesi scommettereste in ottica futura, se guardaste da fuori?”

Non sperate che “il vice” liberal-liberista sia stato folgorato sulla via di Pechino; premette che “scambio subito la libertà italiana di parlare (anche) di sciocchezze all’infinito con la temibile serietà cinese”, però il dubbio che non si tratti di una crisi contingente, superabile, comincia a serpeggiare, anche nel linguaggio (la “serietà cinese” suscita qualche invidia, c’è poco da fare...).

Anche il paragone con le altre “cicale” europee (Spagna e Grecia) è impietoso: “stanno crescendo da quattro a sei volte più di noi, malgrado deficit pubblici più bassi”.

Il dubbio prende infine forma compiuta: “se la crisi è di modello – come quella della Germania – allora bisogna chiedersi quale modello abbia in mente chi governa per portare il Paese in un’altra direzione. La stessa domanda posta alle classi di governo in Cina o negli Stati Uniti avrebbe risposte chiare, benché magari non condivise. Ma l’Italia? Intanto, perché tutto questo avvenga occorrerebbe che chi governa accetti che c’è una crisi e che essa sia di modello: per ora non è così”.

Due ammissioni chiave:
a) la crisi è di “modello”, perché anche la locomotiva tedesca – che ha imposto il suo mercantilismo export oriented a tutta Europa – sta nelle stesse condizioni;
b) il governo Meloni non se ne è neanche accorto e si barcamena tirando avanti alla giornata, senza un’idea di Paese verso cui indirizzare gli sforzi.

Il povero Fubini è accecato dalle teorie liberiste e vede perciò in azione, addirittura come protagonista, un “capitalismo oligarchico di Stato. Pochi uomini d’affari privati godono di un rapporto privilegiato con la politica, che per loro sembra disposta a fare molto e magari forzare qualche regola: privatizzazioni di banche con vincitori graditi, decreto sul mercato dei capitali che privilegiano la posizione di alcuni soggetti, grandi appalti assegnati ad alcune imprese senza rinnovare le gare d’appalto o al contrario – se siete soggetti sgraditi – veri e propri veti extralegali alle vostre operazioni di mercato. Contro qualunque regola europea”

Diagnosi efficace, ancorché esercitata su un punto sopravvalutato, ma prescrizioni che aggravano la malattia. Il pensiero neoliberista è fatto così: davanti ad una “cura” che non funziona e che produce malessere, consiglia di aumentare la dose dello stesso medicinale (dimenticando che ogni farmaco è anche un veleno, e il dosaggio è questione delicata): ossia rafforzare l’obbedienza alle “regole europee”.

Mentre invece “il governo continua ad impegnarsi a privatizzare in futuro, ma ad allargare la sua presenza nelle imprese sul mercato: da ultimo anche il settore bancario, la gestione del risparmio e indirettamente il settore assicurativo” (frecciata polemica sulle recenti mosse Montepaschi-Mediobanca ed altre).

Il tutto riassunto poi nell’antico anatema: questo è “più Stato nel mercato”. Penitenziagite!

È veramente fantastico vedere come, in una ideologia “chiusa”, neanche la smentita opposta dalla realtà riesca a fare breccia. È chiaro che le forze politiche della maggioranza stanno agendo nel settore bancario-assicurativo per costruire un proprio “canale finanziario di riferimento”, utilizzando le residue golden share ancora esistenti (“abbiamo una banca!”, gridava qualcun altro prima di dedicarsi ad obiettivi minori, come i profumi al duty free), ma per quanto ignobile questo sia è assolutamente marginale rispetto alla crisi in cui il Paese è incagliato. Se anche avessero moderato gli appetiti, non sarebbe cambiato granché nel “modello”.

Se la evidente crisi italiana è di “sistema” – o di “modello” – ed il campione di quel sistema (la Germania) è altrettanto in crisi, logica vorrebbe che se ne traesse una conclusione rigorosa: è il modello (“ordoliberale”) che non funziona, e dunque è questo che va cambiato. E di questo bisognerebbe discutere... 

Oltretutto c’è l’esempio cinese, che sempre Fubini ha dovuto portare: “la quota di categorie di beni made in Italy che vengono prodotti anche in Cina sta rapidamente salendo. Le imprese nella Repubblica popolare coprono a costi minori e non di rado a contenuto tecnologico uguale o maggiore ormai la gran parte delle categorie di prodotto che caratterizzano il nostro Paese. Non è difficile prevedere che continuerà così”.

Se dalla Cina provengono ormai prodotti competitivi con i “nostri” per qualità oltre che per prezzo (ma quest’ultimo incide sempre meno, visto che i loro salari stanno raggiungendo quelli italiani a passi da gigante) è proprio perché laggiù c’è davvero “più Stato nel mercato” (non “più politici da sbarco che pasticciano con le quote azionarie delle partecipate”).

Ovvero maggiore attenzione – e spesa, che poi ritorna come guadagni moltiplicati – per l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture di base e di alta qualità: in generale molta attenzione alla definizione di obbiettivi e alle modalità per raggiungerli.

In parole antiche e modernissime: pianificazione e programmazione. Con grande libertà alle imprese pubbliche e private su come organizzarsi per raggiungere quegli obiettivi definiti politicamente, in modo che non confliggano con gli scopi anche extraeconomici – “di sistema” – di quel modello sociale.

Per chiudere con una battuta: se vuoi eliminare la povertà non puoi lasciare campo libero alle imprese private nell’eterna attesa che “qualche briciola cada dal tavolo”, non puoi “lasciar fare al mercato”. Perché quella massima libertà produce una concentrazione mai vista della ricchezza in poche mani e masse sterminate di disperati senza alcuna libertà, come si vede oggi in tutto il capitalismo euro-atlantico.

Insomma: bisogna scegliere tra “libertà del mercato” e “libertà dal bisogno”, ottenendo di conseguenza risultati opposti. Perché solo chi non è azzoppato dal bisogno può (è una possibilità, non una garanzia) essere davvero libero.

Una lezione che anche l’altro ex grande giornale mainstream, Repubblica, ha capito al contrario, come dimostra il titolo qui sotto...
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05/10/2025

La “libertà di stampa” si ferma davanti al genocidio

Tra i segnali più chiari del degrado morale, politico e deontologico del “sistema occidentale” c’è di sicuro l’asservimento esplicito dell’informazione.

Non soddisfatti di tacere da anni sulla strage di giornalisti a Gaza – quasi 280, più che nella Seconda Guerra Mondiale e in tutto il mondo – gli stessi media che stigmatizzano quel che Trump va facendo negli Usa (tra cui il licenziamento poi rientrato di Jimmy Kimmel, intrattenitore comico critico nei suoi confronti) censurano i propri stessi giornalisti impedendo loro di prendere qualsiasi posizione critica nei confronti di Israele.

Addirittura negando la pubblicazione sul proprio stesso giornale di una nota del Comitato di Redazione, organo sindacale fin qui libero di intervenire. È successo nel “liberal-democratico” Corriere della Sera, quello che quotidianamente dà lezioni su come dovrebbero opporsi le opposizioni di qualsiasi tipo. Sdraiandosi sotto i piedi del padrone di turno, vien da pensare... 

Il punto di non ritorno, nell’Occidente neoliberista, è stato superato. Ora si comincia a precipitare... 

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La direzione del Corriere della Sera ha negato la pubblicazione di un comunicato sindacale della rappresentanza dei giornalisti (cdr) che esprimeva sostegno alla mobilitazione in favore della popolazione palestinese ed esprimeva solidarietà ai componenti della Global Sumud Flotilla. La motivazione? A giudizio della vicedirettrice Fiorenza Sarzanini si trattava di un testo dal “contenuto politico” e non sindacale.

Una scelta censurata dalla Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato unitario dei giornalisti, che in una lettera indirizzata al direttore Luciano Fontana rileva che si tratta di una violazione dell’articolo 34 del contratto collettivo nazionale di categoria, in base al quale l’eventuale dissenso sull’opportunità della pubblicazione va risolto consultando il rappresentante dell’associazione regionale della stampa. Cosa che non è stata fatta.

Non solo: nella nota indirizzata a Fontana la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, ricorda che il direttore può valutare i comunicati sindacali solo per eventuali profili di responsabilità legale, non di opportunità politica. E una sentenza del Tribunale di Milano del 2003 ha qualificato il rifiuto di pubblicare i comunicati sindacali come comportamento antisindacale e in quanto tale sanzionabile sulla base dello Statuto dei lavoratori.

Da notare che il testo respinto al mittente dalla direzione – che non era stato discusso in assemblea – annunciava la scelta di continuare a lavorare, non aderendo allo sciopero, per “dare visibilità alle manifestazioni in corso, nate dal basso e senza precedenti nella storia recente” tutelando così il diritto dei cittadini ad essere informati.

Ad essere stata giudicata irricevibile al piano nobile di via Solferino è la prima parte, quella in cui il cdr eletto lo scorso giugno esprimeva appoggio agli attivisti che hanno tentato in queste ore di aprire un corridoio umanitario per Gaza.

Una posizione in netto contrasto con quella del governo Meloni, che ha criticato la missione – sostenendo che “non era per una questione umanitaria” – e irriso le mobilitazioni che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutte le città italiane dicendo che gli scioperanti volevano fare “il weekend lungo”.

Il Corriere ha invece dato atto della posizione della Fnsi, che in un comunicato si è detta “solidale con i componenti di Global Sumud Flotilla che hanno tentato di aprire un corridoio umanitario per Gaza” e “vicina al popolo palestinese, ostaggio di una tragica guerra scatenata dopo il massacro di civili israeliani avvenuto il 7 ottobre ad opera dei terroristi di Hamas”, ma ha annunciato di non aderire allo sciopero generale “per consentire a tutti i giornalisti di poter informare i cittadini e tenere acceso un faro su ciò che sta accadendo oggi a Gaza, in Israele, e anche in Italia” aggiungendo di “non poter cedere alle spinte, pur condivisibili, di essere parte di una protesta, abdicando al nostro ruolo di operatori dell’informazione”.

Il quotidiano milanese ne ha scritto però in un breve articolo, invece che pubblicare il documento federale come comunicato sindacale. Decisione da cui Costante si dice “sorpresa”: è un’altra violazione del contratto.

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03/09/2025

I fake del Corsera per continuare la guerra

Qualcuno se l’è anche chiesto: “com’è possibile che un giornale importante come il Corriere della Sera permetta a un suo giornalista di scrivere così tante sciocchezze?”

Si parlava nientepopodimeno che di Federico Fubini, vicedirettore del quotidiano di via Solferino, un tempo noto per gli articoli di economia. E dunque l’unica risposta possibile è stata “gliel’hanno chiesto, non permesso”.

In effetti, dopo tre anni e mezzo di guerra in cui ci siamo dovuti sorbire (citiamo a memoria, dimenticando molti altri esempi) “i russi che hanno finito le munizioni”, “vanno all’assalto con le pale”, “stanno in trincea nella neve ma senza calzini di lana” (memorabile scoop di Cecilia Sala prima di passare alle “mie prigioni” in Iran), “usano le dita negli occhi perché non hanno neanche le baionette” e altre perle del genere (ultimo “il mantello di Harry Potter” per spiegare la loro invisibilità agli ucraini)... leggere un pezzo intitolato Donne russe al fronte e 60 perdite umane a kmq nella guerra più hi-tech della storia: ecco perché l’Ucraina non sta perdendo (ma gli aiuti a Kiev devono cambiare) non dovrebbe essere una sorpresa.

L’elenco dei “dati” che dovrebbero convincere il lettore che la Russia, pur avanzando, in realtà sta perdendo la guerra è abbastanza datato. Crisi del reclutamento (gli analisti militari dicono il contrario), ergo donne carcerate liberate e stipendiate per andare al fronte (ma quante donne dovrebbero esserci nelle carceri per coprire l’assenza di centinaia di migliaia di presunti caduti?), “code estenuanti” per fare rifornimento di benzina (gli ucraini hanno attaccato alcune raffinerie, è vero, ma la maggior parte delle auto russe va a gasolio, e di questo Mosca ha un eccesso di produzione), cataste di morti per conquistare una frazioncina insignificante di territorio (“ogni chilometro quadrato di territorio ucraino sta costando a Mosca 60 perdite umane”)... 

Non abbiamo tempo né voglia di fare il debunking di ogni singola fesseria, magari impastata anche con dati reali per complicare i distinguo; sappiamo che è un lavoro inutile, anche perché siamo abituati a vedere che il giorno dopo ne verrà prodotta un’altra, magari che afferma il contrario, e nessuno si scuserà o fingerà di ricordare d’aver detto o scritto un fake.

La domanda è diventata perciò: “a che pro Fubini – o altri come lui – si profonde in uno sforzo titanico di questa portata?”

Tutto sta nella frase chiave del lungo pezzo: “neanche l’Ucraina sta perdendo – come a volte si sostiene – anzi può ancora umiliare il suo avversario e uscire dal conflitto libera e indipendente sull’80% del proprio territorio. Può ‘avere le carte’, direbbe Donald Trump”.

Il gioco retorico è davvero semplice. Tutto il mondo vede che l’esercito russo avanza, conquista lentamente territorio, l’esercito ucraino perde pezzi e vede crescere le diserzioni, i reclutatori/sequestratori vengo presi a pietrate nelle strade (e qualcuno persino a colpi di pala!), il presidente degli Stati Uniti (che qualche informazione più realistica dovrebbe averla, e senza cui la guerra non potrebbe andare avanti...) consiglia di chiuderla qui. 

Ma i vertici dell’Unione Europea vogliono che gli ucraini continuino a combattere, altrimenti sarebbero costretti a prendere atto che hanno sbagliato tutto e sciogliere la stessa UE.

Dunque un piccolo esercito di coraggiosi redattori e vicedirettori deve spendersi per rendere credibile l’incredibile: “l’Ucraina può ancora vincere!”. Ad un passo dagli asini che volano, insomma... 

Certo servirebbe più droni e più avanzati (ma “l’Europa”, ahilui, non ne produce), anche se quelli ucraini – garantisce Fubini – sono ottimi e comunque migliori di quelli russi (ancora una volta: e allora perché sono costretti ad arretrare?).

Ma è inutile, dicevamo, debunkare ogni fake. Una volta chiarito che si fanno i giornali per giustificare la continuazione della guerra, tutto ne discende. Anche l’evitare di comprarli.

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12/05/2025

Il Corriere e Rampini reinventano la seconda guerra mondiale

Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!

Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.

Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.

Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.

Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.

Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.

L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.

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16/04/2025

Il Corriere della Sera e la «nuova improvvisazione putiniana» per invadere l’Europa

Vorrebbero tanto scrivere “Armata Rossa”, così da associare, sul piano militare, l’esercito russo di oggi al “braccio armato” di quello che definivano “impero sovietico”. Questo, per un verso e, per l’altro, con una tale associazione, avrebbero un ulteriore pretesto per siglare una linea di continuità tra «l’attacco vile e barbaro» su Sumy, testimonianza delle «continue, orribili violenze russe» e la “calata dei cosacchi” in Europa di ottant’anni fa.

Il gioco sarebbe fatto: nel 1945 gli “alleati”, e solo loro, sconfissero la Germania nazista, mentre i “cosacchi” non fecero altro che “dilagare in Europa”.

Vorrebbero dunque scrivere “Armata Rossa”, ma si limitano a scrivere “Armata”: a buon intenditor, pensano quei ciarlatani, l’Armata rimane comunque e sempre quella dei cosacchi che abbeverano i cavalli a San Pietro e che oggi, coi raid missilistici, uccidono i civili ucraini e massacrano addirittura gli artisti che cercano «di portare l’Ucraina fuori dai confini».

Ma i “cosacchi del’Armata” non danno tregua: «Domenica è toccata a Sumy. Ieri a Kharkiv», lacrima sul Corriere della Sera il signor Paolo Mieli, che non ci sembra abbia speso tante lagrime sui civili del Donbass, che tutt’oggi rimangono vittime delle artiglierie di Kiev.

Ma, «A dispetto di una costante pioggia di missili sul suo Paese... Zelensky resiste. Incurante di chi gli suggerisce di accettare, per il suo bene ovviamente, una “pace ingiusta”».

Prode guerriero, che manda al macello diciottenni e sessantenni pur di continuare una guerra che poteva essere fermata nell’aprile del 2022. Il fatto che si sia proseguito nella mattanza – sia stata un’imposizione di Boris Johnson o una “decisione autonoma” di Kiev, stando alle contraddittorie dichiarazioni dell’allora capo delegazione ucraino a Istanbul, David Arakhamija, o che Macbeth-Boris si fosse fatto latore di un ordine della von der Leyen – cambia poco alla «ricostruzione storica disinvolta»: quella cioè del signor Mieli.

Che, in realtà, tra le varie ipocrite formule d’occasione, come quella secondo cui «Resiste, Zelensky, per sé, per il suo popolo» (quel popolo che viene accalappiato in strada a suon di manganelli e sbattuto in prima linea, quando non riesce a emigrare o dispone di soldi sufficienti a pagarsi l’esonero dalla ferma) spiattella anche la “rivelazione” che la “resistenza” ucraina serva a «dare all’Europa il tempo di armarsi in modo acconcio così da poter eventualmente reagire a qualche nuova improvvisazione putiniana».

Certo, serve proprio a quello, l’agognato «armarsi in modo acconcio»: a reagire all’invasione dell’Europa che avverrà tra cinque anni, o forse anche prima. È dunque tempo che «l’Europa, finalmente ricongiunta alla Gran Bretagna, faccia il proprio dovere nel prendere fin d’ora le giuste contromisure».

Mica la brama di profitti dei monopoli militar-industriali; mica la tenaglia reazionaria che si stringe sempre più al collo delle masse popolari, per toglier loro diritti sociali, economici, politici; no: bisogna «armarsi in modo acconcio» in modo da poter «reagire a qualche nuova improvvisazione putiniana».

Su questa strada, «La resistenza ucraina darà a quel che resta del mondo occidentale una consapevolezza nuova dei propri doveri», che sono quelli di armarsi per la guerra.

Nel frattempo, si auspica che «Giorgia Meloni trovi le parole giuste per non dissociarsi, al cospetto di Trump, da Ursula von der Leyen e, con lei, dall’Europa tutta (o quasi) che ha votato il suo piano di riarmo», a dispetto di un’Italia in cui, «più che nel resto d’Europa, l’armata dei “miti” dilaga a destra e a sinistra».

Fottuti “miti”, lavativi e codardi che non siete altro; anche se, ammette inconsapevolmente il signor Mieli, siete un’intera «armata».

Per fortuna, sospira lo “storico disinvolto”, la «parte più consistente del PD al Parlamento europeo (parte che in questa occasione ha preso il volto di Pina Picierno) lascia anch’esso sperare che non tutta la politica italiana si arrenda»: si arrenda, cioè, vigliaccamente di fronte al nemico, che oggi «ha preso il volto» dell’«autocrate del Cremlino».

Il cerchio delle «fandonie storiche disinvolte» del Corriere è così chiuso: non c’era bisogno di scomodare Sumy o Khar’kov – dio ce ne scampi dal ricordare i quasi dieci anni di bombardamenti nazigolpisti sulle città del Donbass, le bombe a grappolo su Stakhanov, Gorlovka, Jasinovataja, Lozovoe, Kalinovka, Logvinovo, Pervomajsk, i droni su Donetsk, Belgorod, Sudža... – per arrivare al nocciolo della questione: finirla con le “pretese assistenziali” delle masse popolari e dirottare tutto sulle armi; orientare le menti alla guerra e instillare nelle coscienze l’ineluttabilità della guerra, contrabbandando le proprie brame belliciste per le mire russe, asserendo che la «meta finale di Putin è ricostruire l’impero russo. Intende riprendersi anche i territori protetti dalla Nato, col rischio di fare esplodere la terza guerra mondiale».

Ecco chiuso il cerchio dei pruriti guerrafondai che da più di un secolo distinguono il Corriere della Sera: è da Mosca che arriva il pericolo di guerra mondiale; è dai russi e solo da essi che si spara deliberatamente sui civili e chissenefrega se gli stessi nazionalisti ucraini dicono il contrario: il 13 aprile, a Sumy, assicurano le “fonti” del Corriere, non c’erano che civili, poiché le cerimonie coi soldati ucraini, è vero che si svolgono, «ma in zone segrete e protette».

Esattamente il contrario di quanto denunciato dalle voci ucraine più ostili al Cremlino.

E se guerra deve essere, che si inviino dunque a Kiev le armi più micidiali, quelle finora tenute in serbo per tempi più “propizi”. Ecco allora che, secondo Die Welt, il primo paese che con ogni probabilità verrà visitato da Friedrich Merz in qualità di nuovo cancelliere tedesco, sarà proprio l’Ucraina, cui potrebbe portare “in dono” la fornitura di missili “Taurus”, con portata di 500 km.

Questo aiuterà i naizgolpisti di Kiev a «uscire dalla difensiva», assicura Merz e attaccare il ponte di Kerc, come del resto già teorizzato dall’ex comandante yankee in Europa Ben Hodges, secondo il quale l’elemento chiave nel conflitto in Ucraina è costituito dalla Crimea e la chiave per eliminare dai giochi la penisola, è mettere completamente fuori uso il ponte che collega Kerc alla terraferma.

A Bruxelles, ricorda PolitNavigator, il piano di Merz per i “Taurus” è già stato approvato, per bocca della lituana Kaja Kallas: «Dobbiamo fare di più, affinché l’Ucraina possa difendersi e i civili non debbano morire».

Ipocriti! Politici da cassetta e pennivendoli al loro servizio. Vogliono la guerra; fanno di tutto per scatenare la guerra e versano lacrime ipocrite sulla morte dei civili, che loro stessi affrettano ogni giorno di più.

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29/12/2024

I soldati del «dittatore Kim» in Russia già dal 2022? C’è da crederci...

«È morto in ospedale l’unico soldato nordcoreano catturato finora dagli ucraini, il fante che doveva servire a dimostrare il coinvolgimento del dittatore Kim al fianco di Putin» (Corriere della Sera, 28 dicembre 2024).

I media ucraini e sudcoreani hanno pubblicato una foto che avrebbe dovuto mostrare il primo prigioniero nordcoreano catturato dalle forze di Kiev nella regione di Kursk.

A dir poco curioso il fatto, testimoniato da Ukraina.ru, per cui la stessa foto fosse già apparsa online nel 2022. Così che si è dovuti ricorrere a un “correttivo” e, a distanza di ventiquattr’ore, l’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti di intelligence di Seoul, ha assicurato che l’uomo ritratto nella foto era morto per le ferite riportate.

E, ci tiene a specificare il Corriere, è «morto in ospedale», testimonianza concreta dello spirito “umanistico” dei soldati di Kiev, tutt’altro ceppo che non quei selvaggi discendenti di Rjurik, che abbattono direttamente sul posto i prigionieri feriti... par di vederli.

Dunque: niente testimone e non ci sarà più modo di assicurarsi della faccenda di prima mano. Peccato. Peccato soprattutto per le “fonti” sicure del Corriere della Sera; tanto più che nemmeno Kiev ha confermato ufficialmente la cattura o la morte di nessun militare (o civile) nordcoreano.

Non rimane quindi che basarsi sulle assicurazioni di Vladimir Zelenskij, che lo scorso 14 dicembre, scrivendo in lingua inglese sul suo canale Telegram, assicurava il mondo (e il Corriere) che «i russi hanno iniziato a utilizzare i soldati nordcoreani nelle loro offensive: in numero significativo», tanto che «ci sono già perdite notevoli in questa categoria».

Ovviamente, per pietà cristiana, il nazigolpista-capo evitava di pubblicare anche una sola foto dei presunti soldati nordcoreani uccisi; la caritatevole commiserazione ha impedito al “banderista pacifista” (solo nel 2019 e solo per racimolare voti) di mostrare i caduti nordcoreani, coi «volti bruciati per impedirne il riconoscimento» (Corriere). Tant’è.

Il 17 ottobre, Zelenskij aveva persino indicato in diecimila uomini il numero “esatto” di soldati nordcoreani che, a suo dire, dovevano combattere in Ucraina al fianco delle forze russe e, dopo di lui, il Segretario generale della NATO Mark Rutte aveva specificato che i militari del «dittatore Kim» venivano dislocati nella regione di Kursk per aiutare l’esercito russo a liberarne il territorio e che la cosa doveva «cessare immediatamente». Pena: cosa?

Come corollario, a inizio novembre, Kiev e Seoul accusavano Pyongyang di avere, a loro dire, inviato truppe in alcuni poligoni di addestramento nell’Estremo Oriente russo – Vladivostok, Ussurijsk, Khabarovsk e Blagoveshchensk – per poi essere trasferite nella zona di operazioni. Manco a dirlo, nessuna prova veniva presentata a sostegno di quelle affermazioni.

A questo punto, corre l’obbligo di informare il Corriere della Sera, che il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha trovato soldati nordcoreani né in Estremo Oriente, né nella zona di operazioni militari e ha specificato di non poter confermare le informazioni di Kiev e Seoul.

Più clemente (nei confronti degli italici pennivendoli) il Segretario di stato, Anthony Blinken che, pur non avendo visto nordcoreani, aveva detto di aspettarseli da un momento all’altro.

Più caustico (e, per parte nostra, siamo propensi a prestargli fede) era parso lo scorso 28 ottobre il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in occasione dei lanci di missili occidentali sulle regioni russe, secondo cui le isterie occidentali sul sostegno della RPDC alla Russia non sono altro che un «tentativo di giustificare retroattivamente» la presenza dei militari occidentali in Ucraina.

Tutto ciò, aveva detto Lavrov «è parte della guerra ibrida di NATO e UE contro il nostro Paese», dal momento che «senza l’aiuto di specialisti occidentali, senza dati di intelligence spaziale, di cui gli ucraini certamente non dispongono, senza specialisti nella programmazione delle missioni di volo, le truppe di Kiev non possono usare alcuna attrezzatura missilistica».

Ora che, a distanza di un paio di mesi, anche alcuni media occidentali, come Le Monde e Times, parlino apertamente di piani franco-britannici e polacchi per l’invio di mercenari (militari ufficialmente messi in congedo) ai confini ucraini, che dovrebbero entrare in campo già nelle prime settimane del 2025, ci permettiamo di avvertire i redattori del Corriere che, se intendono degnamente silenziare il contributo euro-atlantico in uomini alla “causa ucraina”, allora la canea sui «fantaccini» nordcoreani dovrà tornare a farsi più ululante; non due semplici righe, en passant, tra rimbrotti al «vice zar» Dmitrij Medvedev, ammonimenti sul «solito bluff di Putin» e lagnanze all’indirizzo del premier slovacco Robert Fitso per il suo tradimento “europeista”

Se bruciare i volti «per impedirne il riconoscimento» sembra pratica crudele e, per ciò stesso, perfettamente attribuibile, nella visione delle italiche redazioni, a quei semi-barbari che popolano le regioni iperboree a oriente del Tanai e fino ai margini estremo-orientali delle “terre conosciute”, quali sotterfugi si applicheranno ai civilissimi mercenari celti, franchi, burgundi del XXI secolo «per impedirne» l’identificazione, una volta caduti prigionieri dei feroci opricniki al servizio del novello “Zar”?

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19/12/2024

Zelenskij verso l’ammaina-bandiera, i giornalisti verso il manicomio

Cambia il regista, cambia il copione, l’attore si adegua. Se ne va Biden, sta per arrivare Trump (che ha figli sistemati in altri business, senza stipendi ucraini) e Zelenskij finalmente “scopre” quel che tutto il mondo ha capito da un pezzo: non può vincere la guerra, non può neanche recuperare un pezzetto del Donbass o della Crimea e – siccome non può pubblicamente dire che rinuncia ai territori che sono costati centinaia di migliaia di morti – si affida alla diplomazia futura.

A rendere decisamente meno “teatrale” il passaggio c’è sicuramente la situazione sul terreno, con l’esercito russo che avanza a velocità di crociera negli oblast russofoni e altrettanto fa nel Kursk, il pezzetto di territorio “invaso” dagli ucraini alla ricerca di un “contrappeso” da mettere sul tavolo dell’inevitabile trattativa.

Meglio fermarsi il prima possibile, insomma, piuttosto che attendere una situazione ancora peggiore. Come accade in tutte le guerre ormai perdute.

Cambia il copione, ma il nuovo testo non è ancora stato distribuito a tutta la troupe, sembra. E quindi c’è chi va avanti come prima, come gli ultimi soldati giapponesi nelle isole sperdute...

Certamente non è ancora arrivato ai media italiani, che da un lato ci ammanniscono la rivendicazione dell’attentato a Mosca contro il generale Kirillov come una “grande azione” contro un “obiettivo legittimo” (definizione del sedicente laburista Starmer, sempre più in bilico sulla poltrona da primo ministro britannico, ma patetico “guerriero indomabile” quando parla di Ucraina), dall’altro non sanno più che inventarsi per “condire” quel che avviene sul fronte militare, dove non c’è una buona notizia che sia una.

Tiene banco da mesi, ormai, il “mistero dei soldati nordcoreani”, che “certamente ci sono”, anzi “stanno combattendo” (a volte vengono dati nel Kursk, altre volte dalla parti di Pokrovsk, a 900 km di distanza) ma… non se trova uno da mostrare alle telecamere, né vivo né morto né prigioniero (gira da tempo una sola fotografia sfocata di un soldato dai tratti asiatici, come se la Russia non avesse popolazioni ai confini kazachi, azeri, uzbeki, cinesi, mongoli, ecc).

Per fugare il dubbio – o la certezza – che quella dei nordcoreani in Ucraina sia solo una delle tante panzane raccontate dai vertici di Kiev e megafonate dai media mainstream, a quelli del Corriere della Sera è venuta un’idea fulminante, nella sua semplicità: i soldati di Pyongyang ci sono, stanno combattendo, anzi muoiono a migliaia perché non conoscono le lingue, ma non ne viene fatto vedere neanche uno perché i mefistofelici russi “bruciano i loro volti per renderli irriconoscibili”. Che crudeltà verso così fedeli alleati…

Naturalmente per credere a questa ennesima variazione narrativa bisogna essere totalmente all’oscuro di cosa avviene in qualsiasi guerra (e magari non aver mai visto neanche un film di quel genere…).

In pratica ci viene detto che quando qualcuno dei tanti soldati coreani muore – tra un assalto a una trincea, un drone killer, un colpo di bazooka, in mezzo alla neve e ciabattando nel fango… – scatta un “cancellatore di volti” con la sua tanichetta di benzina che (sotto il fuoco ucraino, in mezzo al fango, ecc) corre a fare il suo terribile lavoro. Come se si stesse a sbianchettare un documento di testo seduti in redazione, no?

E questi “sbianchettatori di volti” sarebbe così bravi da non perdersi neanche un nordcoreano morto tra le migliaia di soldati russi e non che – secondo i bollettini stampa di Kiev – fanno la stessa fine ogni giorno.

Neanche il super-efficiente esercito ucraino – sempre stando alle note di quel ministero della difesa – riuscirebbe ad acchiapparne uno, né vivo né morto, prima che uno “sbianchettatore” compia la sua opera (rivelando con le fiamme anche la sua posizione, praticamente un suicida…).

Vabbè... Ormai lo abbiamo capito piuttosto bene che la “professionalità” del giornalismo mainstream è un ricordo di altri tempi, o un pregio di pochissimi e perciò notevoli inviati. Però anche come barzellettieri sono veramente arrivati alla frutta…

Ragazzi, se le sparate di così stupide i lettori finiranno con non credere più a nulla di quel che dite, neanche i risultati delle partite. Se non alzate il livello il direttore farà bene a licenziarvi...

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