Sul Corriere di ieri è comparso un editoriale del vicedirettore Federico Fubini, che denuncia il pericolo della fine dell’Unione Europea. Le cause sono individuate in Trump, Putin e nell’opposizione interna. In difesa dell’UE Fubini elenca tutta una serie di cifre che, a suo dire, dimostrano la validità del progetto europeo. Evidenzia i suoi primati, la sua forza economica e descrive le sue potenzialità.
Che l’UE abbia dei nemici esterni mi pare indubbio. Lo stesso attacco venuto dal Marocco, via Trump, ne è una prova. Diverso è il caso di Putin, ma non voglio addentrarmi su una questione molto complessa. Di fatto l’UE è in guerra con la Russia. Ha votato non so più quanti pacchetti di sanzioni, fornito armi all’Ucraina... difficile immaginare che la Russia non ci sia nemica.
Il resto dell’articolo presenta una lunga serie di allusioni più o meno esplicite ai nemici interni dell’UE che evidentemente non si accontentano delle belle cifre di Fubini, che proprio per questo afferma: “Mi chiedo a volte se non siamo semplicemente viziati. Diamo talmente per acquisite le conquiste degli ultimi 70 anni, che non pensiamo davvero di poterle perdere”.
“Viziati”, i critici dell’UE sono dei “viziati”. L’UE va benissimo, macina numeri grandiosi, ma ci sono dei viziati che non si accontentano e che evidentemente scaricano le loro frustrazioni sul bellissimo progetto europeo. Il sottotesto del passaggio finale (le “conquiste” degli anni Settanta) è che tutto quel benessere evidentemente fa male...
Ora, la principale ragione del fallimento dell’UE è proprio il fubinismo. È cioè il disprezzo verso ogni forma di critica. È la cecità di fronte al declino epocale del benessere. È la mistificazione degli effetti nefasti prodotti dalle privatizzazioni e dalla supremazia del capitale sul lavoro e sui lavoratori.
I numeri di Fubini sono in realtà numeri vuoti. Sono snocciolati come perle di verità per nascondere la crisi dei salari, l’involuzione della scuola, le continue frane nel sistema previdenziale e sanitario.
Occultano una crisi che non è poi solo economica ma è anche di senso, relativa cioè alle forme simboliche di condivisione dello spazio pubblico e collettivo. Le società europee sono sempre più disgregate, attraversate da impulsi e da egoismi che il principio della competizione capitalistica favorisce e alimenta.
Il neoliberismo dell’UE ha fallito in tutto. Ha fallito sul piano economico perché ha generato diseguaglianze allucinanti, di cui la stessa città del Corriere della Sera, cioè Milano, è uno dei suoi simboli.
Ha fallito sul piano culturale, perché ha promosso un’idea del mondo fondata su un tecnonichilismo individualista che produce frustrazione e violenza. E ha fallito anche sul piano politico perché con la sua ideologia della governance ha promosso la distruzione della mediazione politica, lo svuotamento dei parlamenti, la messa al bando di ogni pensiero non conforme.
Quella di Fubini è dunque solo propaganda stracarica di classismo, anzi di razzismo verso i larghi strati della popolazione che vedono ogni giorno eroso il loro benessere con la minaccia di gravi contraccolpi per le scellerate politiche militari che ci vedono contro la Russia e collusi con le guerre americane in medio oriente.
Ho creduto nel progetto europeo. Ricordo il dibattito in Rifondazione Comunista alla fine degli anni Novanta e devo dire che all’epoca mi schierai con gli europeisti. Mi sono sbagliato. Avevano ragione i critici che in Rifondazione prevedevano il disastro economico e ideologico che stiamo vivendo. Non so come se ne possa venire fuori.
Credo che l’unico punto di partenza sia un’operazione verità contro le distorsioni ideologiche dei vari Fubini e di tutti gli apprendisti stregoni che hanno propiziato il fallimento europeo. La propaganda non funziona più e il ricatto morale contro i “viziati” è oramai solo il segno dello squallore classista di chi vive fuori dal mondo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2026
I magnifici risultati della UE che crolla
18/01/2025
La scuola coloniale e classista di Valditara
Tuttavia, dato che lo stesso Valditara ha detto di voler aprire un dibattito sulla sua stesura, proviamo anche noi a formulare qualche osservazione.
Una premessa è però necessaria: ciascuna legge o decreto, per essere compresa, deve essere valutata nel contesto in cui nasce e quello attuale è di un governo che sta scientificamente lavorando per cancellare ogni traccia di egualitarismo dalla nostra società. Ne consegue che la scuola, che è stata per decenni una delle istituzioni in cui maggiormente si è avvertita la spinta egualitaria e che è destinata alla formazione dei giovani, è un obiettivo di specifica attenzione.
Ciò anche se, per quanto riguarda in particolare la scuola primaria, i movimenti democratici che vi si sono impegnati, hanno portato a un modello a cui si guarda anche dall’estero, per esempio in materia di inclusività dei disabili, fatto unico in Europa. Purtroppo oggi la scuola è andata in crisi, soprattutto per i mancati investimenti sociali, culturali ed economici e la risposta demagogica quanto inadeguata del governo è il ritorno alla scuola di “un tempo”, quella “seria”, autoritaria, che bocciava, con la cattedra sulla predella e dove s’imparavano le regole e le poesie a memoria da recitare in piedi sulla sedia il giorno di Natale per la gioia della famiglia. Naturalmente “tradizionale”...
Partiamo quindi dalla questione del latino, che, al di là del senso linguistico specifico, ha un preciso significato di classe. Il latino in sé non ha colpe, il problema è come è stato e come è usato e la sua collocazione nella scuola e nella società. Più in concreto, è certamente di classe l’esaltazione del latino come materia che sviluppa la logica, caratteristica peraltro non peculiare ma condivisa con altre discipline di studio e anche con molte attività di tipo pratico che sviluppano la conoscenza scientifica empirica.
Però il latino, a differenza di altro, è sempre stato studiato soprattutto nelle scuole destinate a formare le classi dirigenti borghesi, dunque il sottinteso è che solo queste possiederebbero logica e lungimiranza di fronte alle classi popolari “irrazionali e limitate”.
Peraltro, il latino materia opzionale, come nelle intenzioni del Ministro, già esisteva nella scuola media negli anni Sessanta ed era obbligatorio solo per poter accedere al liceo classico. Chi sceglieva di studiare il latino in genere proveniva quasi ovviamente dalle classi più ricche e privilegiate. Non è difficile pensare che questa situazione si ripeterà dal prossimo anno.
Allora proviamo a immaginare che qualche dirigente fantasioso decida di formare le sezioni della propria scuola in base alla scelta del latino. Avremmo immediatamente la creazione di due scuole diverse all’interno dello stesso istituto, con effetti segreganti e selettivi. Sarebbe la realizzazione del desiderio di molti genitori di estrazione borghese, soprattutto nelle grandi città, come ebbi modo di documentare qualche anno orsono proprio su Contropiano (Segregazione sociale ed etnica nella scuola: bacini d’utenza e biennio superiore unico).
Questa ed altre sono le trappole che si celano dietro alla questione del latino, che viene peraltro proposto da Valditara con una motivazione che fa inorridire gli esperti, cioè come rafforzamento dell’apprendimento della grammatica italiana e non in quanto accesso a una cultura storica, con un’impostazione nozionistica e riduttiva che sembra destinata a far odiare il latino dai giovani che lo sceglieranno.
Passiamo alla questione della storia, forse ancora più importante. Valditara vuole centrare l’insegnamento della storia sull’Italia, l’Europa e l’Occidente (intendendo con quest’ultimo termine assai vago gli USA, dove peraltro parlare di “occidente” non è cosa ben vista), evitando le “ideologie”.
Il problema è che, purtroppo, la scuola italiana ha sempre dato la priorità alla storia dell’Italia e dell’Europa e ciò che si dovrebbe fare è proprio il contrario, cioè aprirne l’insegnamento a quanto accaduto in tutto il mondo. Peraltro, ci chiediamo come si può studiare la storia europea senza considerare le connessioni del nostro continente con gli altri, le grandi migrazioni, le espansioni imperiali, il colonialismo.
Ancora più allucinante appare l’idea di insegnare la storia escludendo le “ideologie” cioè i movimenti di idee che ne hanno suscitato lo sviluppo. Non sarebbe più storia, bensì una melensa cronologia di eventi. In realtà si tratta di un’altra trappola reazionaria. Tutti coloro che predicano la morte delle ideologie e la loro espunzione dalla storia hanno in realtà un solo obiettivo: imporre celatamente la propria ideologia borghese e capitalista cancellando tutte le visioni di un mondo alternativo possibile.
La “centratura italica” di Valditara è, questa si, totalmente ideologica, in particolare in una società che è ormai multietnica e in cui nella scuola dell’obbligo, ma non solo, molte classi vedono la presenza persino maggioritaria di giovani di origine non italiana.
L’impostazione culturale disegnata dalle dichiarazioni di Valditara è quella di una scuola coloniale e classista. Coloniale perché pensata “solo per gli italiani” da generazioni e classista perché favorisce i ricchi e la visione culturale della borghesia, dove le due tendenze evidentemente s’intrecciano.
Inoltre, rinchiude anche gli italiani all’interno di un confine identitario surrettizio tra noi e gli “altri” che diviene, alla fine, un impoverente ghetto culturale. L’idea di scuola di Valditara va al contrario della storia, costruisce steccati identitari e culturali dove invece si dovrebbero aprire nuovi spazi di arricchimento e di scambio.
Quanto alla questione della lettura della Bibbia già dalla scuola primaria, molto è stato già scritto sui significati violenti, guerreschi e misogini contenuti in quel testo. Esiste però anche una questione formale.
A differenza di quanto riportato in questi giorni da molti quotidiani, in Italia non esistono ormai da più di vent’anni dei programmi d’insegnamento, bensì, in seguito all’autonomia scolastica, delle Indicazioni nazionali che tracciano un perimetro che le scuole seguono liberamente stilando un proprio Piano dell’Offerta Formativa. Appare quindi inusitato che il Ministero indichi uno specifico testo che dovrebbe essere letto nelle classi.
Inoltre, si tratta di un testo religioso, per cui è legittimo chiedersi se tutti gli/le insegnanti debbano adeguarsi a tale direttiva, essendo magari agnostici o atei. Egualmente, le famiglie che non desiderano un insegnamento religioso per i propri figli, hanno il legittimo diritto di opporsi. La Bibbia dunque resti al suo posto, semmai nelle ore di religione, per chi se ne avvale.
Vorrei terminare con un’osservazione relativa alla presunta volontà ministeriale di introdurre nella scuola primaria l’educazione musicale. Valditara dovrebbe sapere che già dal 1985 la scuola allora detta elementare prevede una materia specifica di “Educazione al suono e alla musica”, con un programma interessante e ancora oggi sostanzialmente valido.
Se quanto previsto dagli allora programmi per la scuola elementare non è stato realizzato o lo è stato solo parzialmente è perché i diversi governi che si sono succeduti non hanno mai destinato adeguati finanziamenti alla formazione degli /delle insegnanti né all’allestimento di aule di musica adeguate.
Non sembra che questo governo sia interessato a migliorare tale situazione, dati i ben noti tagli alla scuola, dunque ancora una volta il potenziamento della musica è millantato per ingannare l’opinione pubblica con una supposta ventata di “creatività artistica” come zuccherino finale da porre su un piatto assai difficile da digerire.
Fonte
15/01/2024
La scuola discriminatoria e classista di Galli della Loggia
Nella sua rubrica settimanale presente sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha scagliato una invettiva contro la scuola dell’inclusione. L’occasione gli è stata fornita da un libro appena uscito, La scuola esigente, Rubettino, scritto da Giorgio Ragazzini, esponente del «gruppo di Firenze» che per obiettivo ha «la rivalutazione del merito, della responsabilità, del rispetto delle regole come cornice indispensabile per la vita della scuola».
Ragazzini prende di mira quella che definisce la «scuola indulgente» che suona come carente, inadeguata, insufficiente, scarsa, fallimentare. Secondo l’autore negli ultimi decenni l’istituzione scolastica sarebbe stata travolta da una crisi profonda tanto da smarrire quella che definisce la «nostra eredità culturale». La conseguenza avrebbe portato gli alunni e gli studenti a non sapere più esprimersi, osservare e pensare. La causa di tutto ciò non sarebbe da addebitare a dinamiche più complesse e globali, come – per esempio – il salto tecnologico-cognitivo dovuto all’avvento della società digitale, della società dell’immagine, all’accesso simultaneo a input e informazioni che sovrastano la vecchia società della scrittura con tempi comunicativi velocissimi che interferiscono sulla concentrazione e l’attenzione e rappresentano una nuova sfida per l’educazione e l’insegnamento, ma a una crisi dell’educazione e dell’autorità.
Teorie pedagogiche fautrici di visioni eccessivamente lassiste – afferma Ragazzini – avrebbero prodotto questo disastro. La soluzione indicata è il ripristino dell’ordine, dell’autorità, dell’impegno e del merito, una pedagogia della caserma con docenti-sergenti che rinvia a slogan molto vecchi che celano l’odio presessantottino per la scuola di massa, per il diritto universale all’istruzione e allo studio in nome di un progetto altrettanto arcaico che rimanda alle società censitarie, dove la scuola non era per tutti.
Cogliendo al volo l’occasione fornitagli dai contenuti del testo, Galli della Loggia nella sua breve recensione attacca quello che chiama il «mito della inclusione» e che – lascia intendere – sarebbe solo una zavorra democratica che impedirebbe ai «normali», intesi come ottimi, migliori, i predestinati al successo nelle discipline del sapere, della politica, dell’economia e del governo, di avanzare celermente poiché costretti a convivere «anche con ragazzi disabili gravi con il loro insegnate personale di sostegno (perlopiù a digiuno di ogni nozione circa la loro disabilità), poi ragazzi con i Bes (Bisogni educativi speciali: dislessici, discografici, oggi cresciuti a vista d’occhio anche per insistenza delle famiglie)», senza dimenticare «sempre più numerosi, ragazzi stranieri incapaci di spiccicare una parola d’italiano». Il risultato – chiosa- «lo conosciamo».
Quello che noi certamente sappiamo – diversamente da della Loggia – è la forza e l’arricchimento di quelle società che hanno usufruito nella loro storia, anche tormentata, delle varie ondate migratorie. Ho vissuto per undici anni in Francia dove, nonostante la mia condizione di esiliato, sono riuscito terminare gli studi universitari e ho anche insegnato, per un breve periodo, in classi dove i cognomi di origine francese si contavano sulle dita di una mano, mischiati ad altri di origine polacca, portoghese, italiana, magrebina, africana, indocinese, caraibica. Senza che questo creasse problema. Non ci vuole molto, basta sfogliare gli organigrammi delle politica, dell’informazione e dell’economia francese per rendersene conto.
Quanto alla scuola dell’inclusione l’unico problema viene dal fatto che ce n’è ancora poca, per mancanza di risorse, di formazione, di investimenti, non troppa come sostiene Galli della Loggia fautore di una società dove non sarebbe mai esistito uno scienziato come Stephen Hawking.
Il limite è dato dalla resistenza di culture discriminatorie che si mostrano indifferenti o peggio ostili all’idea di un diritto allo studio universale, per tutti e per ciascuno (per altro previsto dal dettato costituzionale), dunque anche per gli alunni e le alunne che hanno bisogni speciali ma non per questo sono inferiori o diverse. Quanto ai Bes e Pdp, la loro crescita numerica è dovuta alle nuove conoscenze mediche e scientifiche in grado oggi di individuare dei deficit in passato ignorati o addirittura sanzionati; e chi vive il mondo della scuola sa bene come la classe docente deve spesso insistere con le famiglie che sovente non vogliono accettare le diagnosi dei loro figli perché percepiscono ancora i Pdp come degradanti.
Sono genitore di un bimbo con una grave disabilità che necessità di assistenza continuativa ad alta intensità, portatore di tracheo e peg e che accede a scuola con l’ausilio di personale infermieristico. La sua esperienza scolastica, giunta ormai all’ultimo anno di scuola primaria, è stata un successo dal punto di vista dell’inclusione e dell’istruzione. Supportato dall’insegnante di sostegno e da una insegnate di comunicazione aumentativa alternativa e lingua dei segni, che rappresentano un ausilio e una risorsa per l’intera classe che oggi «segna» in Lis perfettamente, senza che i programmi scolastici e l’insegnamento siano stati alterati o ritardati, mio figlio ha imparato a leggere e scrivere, conosce la geometria e fa operazioni aritmetiche.
La sua classe in questi anni, oltre a conoscere una nuova lingua, si è arricchita sul piano umano, sa riconoscere e rispettare l’altro che in apparenza sembra diverso, ha appreso la solidarietà, ha affinato la curiosità, ha abbattuto pregiudizi e stigma. Nuove persone crescono. Questa è la scuola dell’inclusione anche se quello che siamo riusciti ad ottenere per nostro figlio, grazie a ricorsi giudiziari, un presidio costante dei suoi diritti e incontri fortunati con docenti preparati, non vale ancora per tutti. Esistono diversità e discriminazioni profonde. L’inclusione benché sancita dalla costituzione e da un apparato di norme non trova applicazione uniforme e le parole di Galli della loggia, come i recenti tagli del governo Meloni sulla disabilità, ci fanno capire che nuovi ostacoli si palesano all’orizzonte, perché si fa avanti un fronte che senza vergogna teorizza il ritorno ad una società classista, discriminatoria e razzista.
Fonte
19/11/2023
Lo storico della «Genova bene» e il rivoluzionario che viene dal popolo
Mark Twain
Dolore e furore. Un libro pesante, una zavorra di 773 pagine, un elevato assortimento di referenze, citazioni, incontri.
Una «storia delle Brigate rosse» ripercorsa, esaminata, osservata nei dettagli dalla «freddezza dello sguardo dello storico». Così promette l’autore.
Sergio Luzzatto, oggi insegnante di Storia moderna nel Connecticut, ritorna a Genova.
Sbirciare l’adolescenza di un fantasma
«A decenni di distanza ho voluto riattraversare la mia città con lo sguardo dello storico di mestiere».
Non è nulla. Ritornare a Genova e raccontare le Brigate rosse attraverso la città che ne fu definita la «Capitale».
Ritracciare la storia di colui che ne fu il principale dirigente, Riccardo Dura.
Nome di battaglia Roberto, «la cui caduta sul campo, e in circostanze balistiche mai chiarite, lo ha consegnato alla leggenda aurea dei nostalgici» spiega lo storico, sfoggiando tutto il suo tatto già nel prologo della sua vasta opera.
Un’impresa che lui stesso definisce ‘una sfida’.
«La difficoltà di questa impresa storiografica mi hanno spinto a raccogliere la sfida. E a raccoglierla dietro motivazioni narrative, almeno altrettanto che dietro motivazioni archivistiche».
Un racconto che si intreccia con fonti storiche e per narrare nulla di meno che: la vita di un fantasma!
«Come raccontare il fantasma di Riccardo Dura? Come disegnare il ritratto di un terrorista – e che terrorista: i compagni lo chiamavano Pol Pot – senza potere contare su fonti che direttamente restituiscano qualcosa dell’animo suo, un sentimento, un’idea, un affetto?»
Lo storico si interroga, senza però neppure soffermarsi un solo istante sull’origine, tanto ripetuta da libri e stampa e nel corso degli anni, del soprannome attribuito a Roberto.
Un soprannome mai udito dai suoi compagni di lotta che lo scoprirono, stupiti, pubblicato su alcuni libri e giornali, dopo la sua morte.
Pol-Pot. Da dove viene?
Unicamente da alcune battute esibite da due collaboratori di giustizia.
Il professore Luzzatto non sempre dedica la dovuta diligenza alla verifica di malevoli, quanto impalpabili rumori. Ripete.
Tuttavia, esibisce fiero la sua collezione di documenti.
«Per fortuna abbondanti sono stati i rinvenimenti documentali che mi hanno permesso di intravvedere almeno il fantasma del terrorista prima del terrorista, Riccardo da giovane. E di sbirciare così, più che l’infanzia, l’adolescenza di un capo».
Raccontare un fantasma e sbirciarne l’adolescenza. Sbirciare.
Strano termine, soprattutto se accostato alla mole documentaria che tanto ipnotizza un lettore superficiale.
Strano termine, che però s’impone come evidenza non appena ci si addentra nelle fitte pagine dello «storico di mestiere» e si ci accorge che, sorprendentemente, abbandona, qui, ogni ormeggio metodologico per derivare nella palude astratta del soggettivo preconcetto.
L’autore mescola infatti, con destabilizzante disinvoltura, la ricostruzione dei fatti all’eco dei rumori.
Quanto alle testimonianze, le distilla senza mai perdere di vista il traguardo di partenza della sua tesi.
È talmente violento e appariscente il suo pregiudizio, da vietargli ogni distacco:
«Il semplice fatto che una persona come Dura ne sia stato il capo attesta – almeno ai miei occhi – i limiti storici della colonna genovese delle BR (...) In fin dei conti un gruppo povero sia di effettivi, sia d’intelligenza».
La sentenza appare già nell’introduzione. Senza appello.
A che cosa serve l’enorme raccolta documentale e testimoniale?
Impressionante. O meglio, sconcertante, quando si realizza il vero scopo al quale è stata destinata.
Un «pugno di spietati assassini» usciti dalle periferie umane
Sbirciare, spiare, guardare di nascosto e compiacersi in questo voyeurismo fino a scriverne un romanzo, poiché così si chiama.
Un romanzo dalla filosofia classista affermata.
Un elitismo sventolato come pregio e che distribuisce l’attributo di intelligente o di mediocre, talora in base al solo fatto che uno abbia o meno studiato il latino.
Un’addizione di sentenze, una cascata di disprezzo verso chi, in definitiva, non viene dalla Genova residenziale di Albaro [“i Parioli di Genova”, ndr] come il signor Luzzatto, che non manca un’occasione per sottolinearlo, ma dai sobborghi popolari della Valpolcevera.
Luoghi lontani e sconosciuti per un rampollo del liceo classico Andrea D’Oria, dove si concentra il fior fiore della «Genova bene» ed è con una punta di fierezza, perforante, che il nostro autore tiene proprio a farcelo sapere: io vengo da qui.
Un libro che si vuole ricerca e Storia, mentre è inflazionato da personali considerazioni, ma che dico: da sentenze assolute, dove gli ex militanti rivoluzionari vengono ormai additati, neppure più come terroristi, bensì proprio come «carnefici».
Dei «carnefici» usciti da un magma «di periferie umane», rafforza Luzzatto.
«Nella città capitale della grande industria pubblica, dove un’avanguardia marxista-leninista aveva lungamente sperato di conquistare il consenso della classe operaia per realizzare infine la rivoluzione comunista, i pochi regolari della colonna genovese delle Brigate Rosse non erano più altro che questo: un pugno di spietati assassini».
Per fortuna che nelle prime pagine del libro l’autore ha l’accortezza di puntualizzare: «Lo storico – si sa – non è un giudice».
Un pugno di spietati assassini, delle scorie di «periferie umane» talmente ignoranti da non essere neppure in grado di riuscire a partorire dei documenti interni senza l’ausilio di un qualche intellettuale che... sappia almeno scrivere.
Questo l’enunciato, questa l’intima convinzione del signor Luzzatto che avanza così sorretto da due inamovibili stampelle.
Una è la marginalità dei miserabili brigatisti, gente già oltre ogni confine di ogni società. Irrecuperabili.
L’altra, è la certezza che, qualsiasi cosa avessero mai fatto, questo branco di sotto-pezzenti, di lumpen, al di là di riuscire a commettere atti violenti non sarebbero stati capaci di immaginare nulla di più.
Obbligati dunque dalla loro ignoranza, avevano l’imperiosa necessità, per riuscire a diffondere dei semplici testi, dei pensieri, delle idee, di attingere alla farina del sacco d’altri.
Dei cervelli veri. Colti, raffinati, accademici, universitari.
I soliti cattivi maestri.
Un dogma assoluto che il nostro storico, contraddetto sia dai fatti che dai testimoni e dai protagonisti, si ostina in ogni modo ad affermare.
«Sia come sia, a me pare che»
Giudicate voi stessi: «Con Micaletto ho parlato anche della Risoluzione strategica delle BR datata febbraio 1978... Gli ho spiegato come mi sembrasse riconoscere in certi passi del documento, le spie ideologiche e linguistiche di un intervento di Senzani».
Basta una sola «spia ideologica» e Luzzatto s’illumina.
Giovanni Senzani è un professore, un criminologo, una persona colta, mica un immigrato del Sud scaraventato a lavorare come operaio nelle officine torinesi.
«Micaletto mi ha fatto notare di come i brigatisti rossi non avessero bisogno di un professore universitario per denunciare gli esiti perversi della strategia differenziata» nelle carceri.
Una risposta chiara da parte di chi fu membro dell’Esecutivo delle Brigate Rosse. Se non lo sa lui...
Eppure, la tranquilla evidenza, esposta dall’ex dirigente delle Brigate rosse, non soddisfa lo storico che non riesce a uscire dal suo ossessivo paradigma: Solo gli intellettuali, gli accademici, «les élites», possiedono la competenza necessaria per esprimersi, per scrivere ed elaborare testi, analisi, programmi.
Un impiegato massa, un operaio d’altoforno, un marinaio, un disoccupato... senza l’ausilio dei «maîtres à penser», nascosti dietro una cattedra, proprio come il nostro professore Luzzatto, sarebbero solo muti muscoli che, privi di ogni cervello, non riuscirebbero neppure a immaginare un volantino.
Questa la visione del mondo, ben esclusiva, dell’insegnante di Storia moderna che viene da Albaro. Ed è cosi che, quando si ritrova confrontato al naufragio di una sua ipotesi, inconsistente al confronto dei fatti e smentita dagli stessi protagonisti, dagli stessi attori, testardo, psico-rigido, insiste.
«Sia come sia, a me pare che almeno alcune pagine della risoluzione strategica corrispondano alla mano di Senzani».
Se lo dice lui...
Un «sia come sia» e un «a me pare che», sono divenuti un argomento per scrivere la Storia.
La prepotenza di un asinus in cathedra, ubriaco di saccente supponenza, sarebbe un argomento sufficiente per censurare ogni principio deontologico?
Per sottolineare ulteriormente la sua teoria, neppure originale, sui «cattivi maestri», il professore di Albaro giunge fino a scrivere:
«Se – arrivato al bivio – Riccardo Dura imboccò la strada della lotta armata, una quota di responsabilità va attribuita al maestro dei ’tutti’ di via Balbi: Gianfranco Faina. Va attribuita al professore di storia dei partiti politici...»
Va attribuita, ma da chi? E quale quota di responsabilità, come la si misura? Su quali basi, su quali argomenti, secondo quali criteri?
Il ritornello dei “cattivi maestri” si ripete all’infinito.
«Almeno in relazione al contesto genovese, mi sento ormai di affermare: a Genova intorno a un chirurgo come Sergio Adamoli, a uno storico come Gianfranco Faina, a un filologo come Enrico Fenzi, le parole sono diventate pietre».
E una volta terminato questo slancio lirico, quali sono i fatti che esibisce lo storico per illustrarci questa metamorfosi; parole diventate pietre e poi raccolte, trasformate a loro volta in piombo e sparate da «un pugno di spietati assassini». «Un gruppo povero sia di effettivi che di intelligenza», ma, visibilmente, talmente facilmente impressionabile da farsi soggiogare dal verbo di tre professori.
Dove sono gli argomenti che puntellano questa teoria, o più precisamente, questa certezza assoluta?
«In quel marinaio (Riccardo Dura) così fondamentalmente diverso dai suoi allievi di Lettere – meno colto, meno sciolto, meno integrato... – il professor Faina deve avere riconosciuto una risorsa preziosa.»
«Deve avere». Non c’è lo spazio neppure per il minimo spiraglio di un dubbio. L’astratto è sempre infallibile.
Gli occhiali di Frankenstein
Luzzatto non riesce proprio a concepire la storia della sinistra rivoluzionaria genovese, delle B.R., senza separarsi dalle lenti deformanti del film di Frankenstein. Una creatura mostruosa, nata dal cervello di uno scienziato pazzo, che però si ribella al suo creatore, affrancandosi da ogni principio per diventare unicamente... «un carnefice».
Peccato che l’ispirazione dello storico dovrebbe essere la ricerca dei fatti. La verifica delle informazioni. L’astinenza dal cliché, dal preconcetto.
Tutte qualità che disertano, pagina dopo pagina, il compiaciuto esercizio d’edonismo letterario che ci offre Luzzatto.
È infatti così difficile immaginare il percorso di un giovane rivoluzionario che, trovando nel collettivo spontaneamente aggregato all’università intorno a Gianfranco Faina, non ideologicamente dogmatico, dove riesce a convivere un dibattito fra ex emme-elle di Viva il Comunismo, ex di Lotta continua in rotta dopo la mancata solidarietà del gruppo ai militanti della XXII ottobre, resti di Potere Operaio, anarchici e futuri «autonomi»... è così difficile immaginare che «la risorsa preziosa», per Roberto, non fosse invece proprio questa?
Questo punto di riferimento collettivo, questa boccata d’ossigeno nel deserto genovese e che proprio per questo, il giovane rivoluzionario si sia avvicinato a questa fertile realtà, così rara, unica nella ristretta quanto timorosa estrema sinistra cittadina?
Ma come potrebbe mai giungere a tale evidente conclusione il nostro saccente professore d’Albaro che vive la storia delle Brigate rosse come una perpetua manipolazione da parte di colte, ma impazzite élites in cerca di ignorante materia umana da utilizzare?
Alla caccia di un cervello «culturalmente attrezzato»
Durante il sequestro Moro, ci racconta Luzzatto, «Moretti, che faceva la spola da Roma» si riuniva con gli altri «membri dell’Esecutivo, Micaletto, Azzolini e Bonisoli». Fino qui è Storia. Osserviamo ora in diretta come, l’improvvisa apparizione di un «forse» ci catapulta, senza alcun concreto sostegno possibile, nella nebbia della fantasia.
«Forse un qualche altro brigatista regolare o irregolare si sarebbe aggiunto al gruppo poiché culturalmente più attrezzato di loro per impiegare al meglio i materiali elaborati nel carcere del popolo.»
Metodico, lo storico non demorde. Gli basta un «forse» – e un «si sarebbe» – e come un disco rigato il ritornello riparte.
Non appena Luzzatto si accorge che nel suo casting la presenza di un accademico, di un intellettuale, di un cervello «culturalmente attrezzato» non è visibile, almeno in filigrana, si blocca e incredulo la cerca disperatamente.
Non la trova? La suggerisce lo stesso.
La prova che l’ottusità non sia solo un sintomo di scarsa erudizione l’abbiamo sotto gli occhi.
La diagnosi della psichiatra... a 50 anni di distanza!
Questo elitismo di casta non si limita solo a sottolineare la carenza «d’attrezzatura culturale», ma dilaga per ricoprire, nel caso di Roberto, l’intera superficie della sua descrizione.
Ecco infatti che si moltiplicano gli interventi per veicolare un’immagine che, nel suo complesso, raggiunge la parodia di un’addizione di difetti.
«Era un gregario, non l’ho mai sentito parlare», ricorda un vecchio di Lotta continua; e un altro «era represso e composto... ovviamente, non avendo un background di... scuola, di lettere, si esprimeva in modo assolutamente buono e corretto, ma, come dire?, non elaborava».
Non «elaborava» e... «ovviamente».
Che dire d’altro?
Il libro non fa neppure l’economia di una diagnosi psicoanalitica stabilita, a 50 anni di distanza, da una ex militante di Lotta continua, all’epoca giovane psichiatra e oggi membro del Violence Committee della international Psychoanalytic Association. Mica nulla, perbacco!
«Fu un periodo breve, non avrei mai voluto che Bruno (il suo compagno all’epoca) lo portasse in casa. Era ed è rimasto un ricordo scomodo. Mi sembrava ottuso e ostile.»
I ricordi della neolaureata, che ha vissuto visibilmente il brivido della moda rivoluzionaria facendo un breve passaggio a Lotta continua, che ha fatto medicina, che è giovane psichiatra, che viaggia fra Ferrara e Genova dove ritrova il suo compagno, medico anche lui, e che prova però, ancora oggi, il bisogno di manifestare il suo incondizionato rigetto al contatto di un ospite che... veniva dal popolo.
Le ragioni che la animano sono talmente profonde e generose da lasciare di stucco:
«Ero molto centrata sulle mie problematiche e non avevo interesse per qualcuno che mi sembrava così spiacevole pur nel suo silenzio.»
Riconosciamo senza dubbio la vocazione umanista della giovane dottoressa in psichiatria. La sua spontanea disponibilità verso il prossimo salta agli occhi.
Ma non illudiamoci, malgrado la superficialità sprezzante per quell’amico del suo compagno, per cui lei non nutriva alcun interesse, la dottoressa non rinuncia alla sua diagnosi. Una vera professionista.
«In queste mie sensazioni di allora mi pare, oggi, che si ripetesse un’esperienza di rifiuto ed umiliazione che deve avere accompagnato Riccardo Dura per tutta la vita. Oggi, nel mondo della psicoanalisi riconosciamo in queste esperienze le radici della violenza ed in particolare modo della violenza terroristica». Caspita!
Un «assoluto bisogno di carnefici»
Come non meravigliarsi di un’osservazione specialistica così penetrante, quando, appena qualche riga sopra, leggiamo l’inizio del suo contributo alla ricerca storica di Luzzatto. Comincia così: «Subito ho pensato di risponderle che non posso aiutarla perché, allora, era il 1973, non avevo conosciuto veramente Riccardo Dura».
Non lo ha conosciuto, neppure «veramente», e però non esita a giudicarlo. Nascosta dietro la parodia di uno scandaglio psicologico, riconosce addirittura in lui le radici della violenza.
Terroristica, of course!
Un abbagliante miscuglio fatto d’egoismo, di superficialità e perfida presunzione trasmettono la sostanza di questo narcisista personaggio, travestito adesso da psichiatra.
Il professor Luzzatto esulta: «Ecco dunque l’immagine di Dura che una giovane donna, oltreché giovane psichiatra, avrebbe conservato in memoria».
Poi, il narratore ripete «un ragazzo ottuso e ostile» e, aggiunge ... «dal viso quasi di pietra».
Il quadro che ne esce potrebbe figurare in un’esposizione dei lavori di Lombroso, accompagnato dal commento del nostro storico: «Roberto avrebbe aderito sempre più esattamente al cliché psicologico e sociologico del perdente radicale come serial killer politico».
E qui siamo proprio ridotti al cliché, immediatamente sfruttato per servire da impalcatura a un irreversibile giudizio: «A misura che le B.R. di Mario Moretti andranno perdendo ogni residua ambizione politica, per non esistere altrimenti che da organizzazione militare, proprio di capi come ‘Roberto’ sentiranno assoluto bisogno. Più che di teste pensanti, di braccia armate. Più che di agitatori, di carnefici».
Luzzatto spoglia così la storia delle Brigate rosse di ogni attributo politico, per designare l’organizzazione rivoluzionaria come una indefinita macchina militare, una catena di produzione di ... «carnefici».
Una maligna cecità dogmatica si impossessa del racconto.
Un giudizio che diventa leitmotiv e che, sorretto dalla sola ragione dell’inerzia, ripete, senza sosta: «Erano solo un pugno di spietati assassini».
Droga e sesso
Bisogna ben ammettere che un’indagine storica così approfondita non possa certo conoscere frontiere per un ricercatore così appassionato nello... sbirciare:
«Io non mi ricordo di una storia affettiva, o sessuale, sua, nel momento di Lotta continua. Dura era uno che non aveva la fidanzatina», racconta un ex leader allo storico che non dissimula minimamente il suo interesse per l’argomento:
«Tanto poco era il tipo da averla (la fidanzatina) che neppure i tentativi degli amici di procuragliela poterono mai andare a buon fine», racconta rallegrato Luzzatto.
Riproduce addirittura una testimonianza, rigorosamente anonima: «All’epoca capitava di chiedere alle compagne di ‘sacrificarsi’ per i compagni... Per amicizia con Riccardo Dura... chiesi a diverse compagne di andare a letto con lui, senza riuscirci».
Riassumiamo: una «faccia di pietra», un «serial killer politico», «un perdente radicale» che stimola solo totale rigetto da parte delle donne.
Brutto, cattivo e sfigato.
Oltre ad essere incapace di «elaborare», «ovviamente».
Ma non è ancora tutto. Manca ancora un elemento, davvero essenziale, per terminare questo affresco ricco di soli elogi.
E qui, grazie alle facoltà rigorose del nostro meticoloso ricercatore, accediamo all’universo della «possibilità» e della «probabilità». Addirittura delle due insieme e nella stessa frase!
«È possibile (o probabile) che in quel periodo Dura sia stato un consumatore di... stupefacenti».
La droga! Non dimentichiamo la droga. Deve ben fare la sua apparizione, accipicchia!
«Soltanto fumo?», si domanda lo storico.
«Probabilmente roba più pesante». Si risponde, sempre da solo.
E... su quali elementi motiva questo suo «probabilmente»?
Sul solo fatto che all’epoca in cui Roberto abitava in Valpolcevera, secondo la testimonianza di un farmacista della zona, sarebbe esistito un giro di sostanze oppiacee, regolarmente prescritte da medici compiacenti a «militanti dell’ultrasinistra».
E che c’entrava Roberto?
Ascoltiamo la risposta, precisa, che ci fornisce lo storico:
«Può ben essere che Dura fosse entrato in questo giro».
Il metodo è invariabile. «Può ben essere...».
A un certo punto l’ipotesi, la suggestione dell’autore, il suo desiderio di aggiungere «anche drogato» al ritratto che sta già tracciando, diviene irresistibile.
Come irresistibile sembra anche essere la curiosità per il rapporto col sesso anzi, più precisamente per i rapporti sessuali, veri, presunti o immaginati che vengono schizzati qua e là all’interno dell’opera di Luzzatto.
«Come si comportava Roberto da capo con una ragazza giovane e attraente?»
Lo storico pone la domanda a una ex militante della colonna genovese.
«Corretto, correttissimo. Senza neppure l’ombra di sottintesi. Tranne una volta a casa di lei», scrive l’autore, prima di citarla:
«Sono entrata per svegliarlo, e quello è stato l’unico momento in cui...» Il virgolettato si interrompe con tre puntini di sospensione. Poi il narratore continua.
«L’unico momento in cui lei abbia percepito fra loro una punta di disagio» e conclude... «La difficoltà di un vissuto non detto».
I fantasmi del professor Luzzatto non conoscono alcun freno.
Una lezione di deontologia all’interno di un interesse storico evidente.
Quando l’autore del libro (quasi) si vergogna
Non possiamo certo dire che non ci avesse prevenuto e fin dall’inizio della sua impresa, della sua sfida: «Raccontare un fantasma e sbirciarne l’adolescenza».
Esiste almeno un punto, in questo sterminato susseguirsi di pagine in cui l’autore sente il bisogno di scrivere la propria «quasi vergogna».
Vergogna, la parola viene pronunciata, almeno nell’epilogo.
Quando, sulla base dei soli rumori, sorretti dal poco e dal niente, provenienti dalla stessa fonte – il farmacista della Valpolcevera – quello che già serviva all’autore per alimentare il fantasma di un Roberto come possibile ex consumatore di «sostanze oppiacee», ecco che adesso, lo stesso farmacista, si avventura, ancora, in un inedito racconto. Ancora una volta, senza appoggiarsi ad alcuna sponda concreta, un rumore novello irrompe.
La nascita di una figlia di Roberto a qualche mese di distanza dalla sua morte nella strage di via Fracchia. Una bambina, che sarebbe nata da una relazione segreta, poiché la sua compagna all’epoca, anche lei militante delle Brigate rosse, non era incinta.
Su quali fondamenta si basa lo storico per illustrare questa notizia degna di un giornale scandalistico?
Su una sola testimonianza. Quella dello ‘speziale’.
Nell’autunno del 1980, qualche mese dopo strage del 28 marzo, il farmacista avrebbe ricevuto la visita, più che discreta, della madre di Roberto che, a «tu per tu», in assenza assoluta di testimoni, gli avrebbe chiesto aiuto per trovare un prete. Un prete disponibile a battezzare una bambina... misteriosa.
Certo che, chiedere aiuto a un farmacista per trovare un prete... bisogna proprio arrivarci!
Se mettiamo da parte il solito farmacista, unico testimone di un incontro, «a tu per tu» con una persona che oggi non c'è più, su quali altre fonti si basa Luzzatto?
Voci. «Che circolano, fra Murta e Bolzaneto... sono voci... non so se siano vere».
E perché non verificare, precisamente, prima di riportarle tali e quali?
A dire il vero, il professor Luzzatto ci ha provato.
Sbirciare nell’intimità delle persone è cosa che gli piace.
«Per qualche tempo sono stato determinato a cercarla», scrive.
Spiega anche il percorso che «avrebbe», notiamo il condizionale di circostanza, intrapreso per giungere a tal fine.
«Muovendo dai registri della parrocchia se mai fossi riuscito a consultarli; supponendo che la neonata non fosse stata registrata sotto il cognome di Dura, e contando di lavorare – per identificarla – sui nomi e cognomi della madre, del padrino, della madrina. Per qualche tempo ho coltivato questa idea di cui adesso quasi mi vergogno».
Una «quasi vergogna» dovuta, forse, unicamente al fatto che le ricerche che «avrebbe intrapreso», manteniamo il condizionale che non si sa mai... non lo avrebbero però condotto ad alcun risultato, ci permettiamo d’aggiungere.
Infine, una sola domanda ci rimane sulla punta della lingua: ma di che cosa non si vergogna, almeno quasi, il professor Luzzatto?
I rumori, gli schiamazzi, il vociare, i facili giudizi, le leggende, gli informatori anonimi, le allusioni, nutrono questo lungo romanzo.
Un romanzo che appare, spesso, come il frutto dell’eccitazione di un gazzettiere, anziché di una ricerca minuziosa guidata dallo «sguardo freddo dello storico».
Il resto è solo sfoggio di un’enorme mole di fonti per incantare gli occhi del lettore distratto.
Che si focalizzi a osservare il dito, distogliendo per sempre l’attenzione dalla Luna.
Questo il senso dell’impresa. Pardon, della ‘sfida’.
di Enrico Porsia, ex militante della colonna genovese delle Brigate rosse. Genova, novembre 2023.
Fonte
24/09/2023
La scuola deve davvero preparare al lavoro?
In questo modo sono state accomunate nello stesso disegno di legge due materie diverse tra loro, il cui filo conduttore comune può essere individuato solo nel progetto di andare verso un’istruzione classista e autoritaria ben coerente con i fondamenti ideologici fascisti della forza maggioritaria nell’attuale governo.
In questo articolo mi concentrerò solo sulla prima delle due questioni enunciate, cioè l’istruzione tecnologico-professionale, lasciando a un prossimo intervento la discussione della “valutazione del comportamento”.
Il disegno di legge del governo prevede una maxisperimentazione che coinvolgerà il 30% degli istituti tecnici e professionali già a partire dal prossimo anno scolastico 2024-2025. Tale sperimentazione è volta a costituire una “filiera formativa tecnologico-professionale” che prevede percorsi quadriennali integrati tra istruzione e formazione professionale.
Già dalla durata del percorso di studi emerge il carattere classista del disegno di legge, che riserva ai figli dei ricchi i percorsi dei licei quinquennali che danno accesso all’università che è invece negata a chi frequenta la cosiddetta filiera tecnico-professionale, destinata in linea di principio ai giovani delle classi popolari.
Una discriminazione molto forte poiché anticipa alla fine delle scuole medie la scelta sul percorso scolastico e formativo dei ragazzi che in caso di decisione verso la filiera tecnico professionale comporta l’esclusione da un futuro universitario.
Si comprende meglio, alla luce di questo dato, il ruolo degli insegnanti “orientatori” che dovrebbero essere presenti da quest’anno nelle scuole, ai quali sarà riservato anche il ruolo di limitare i sogni di promozione sociale dei giovani economicamente svantaggiati. In pratica, la selezione di classe sempre presente nella nostra scuola sarà resa istituzionale con l’esistenza di un percorso quinquennale riservato a chi può permetterselo e destinato alla formazione dei gruppi dirigenti e uno di serie B per chi sarà rapidamente inserito nel mondo del lavoro. Tutto ciò in barba al “merito” ormai iscritto nella dizione del Ministero un tempo della Pubblica Istruzione.
Passiamo a esaminare quale sarà il destino dei giovani una volta terminato il quadriennio tecnologico-professionale. Le possibilità sono due: sostenere un esame finale per ottenere un attestato che li avvii al lavoro, oppure, per chi ha ottenuto risultati migliori accedere alla formazione biennale presso l’ITS Academy, cioè la nuova denominazione degli Istituti Tecnici Superiori di cui abbiamo già discusso più volte su Contropiano.
Tutta la filiera tecnico-professionale sarà comunque concepita su base regionale e vedrà la partecipazione alla progettazione dell’istruzione dei privati, leggasi le imprese presenti sul territorio, fatto che già avviene per gli ITS Academy.
Inoltre, il disegno di legge riafferma la scelta di non destinare maggiori risorse pubbliche alla scuola (per le armi invece non ci sono limiti) ribadendo due volte che non ci dovranno essere costi aggiuntivi per la finanza pubblica per l’istituzione della filiera tecnologico-professionale.
Se fondi serviranno, si ricorrerà a finanziamenti privati su base locale che potranno anche prevedere la stipula di contratti di prestazione d’opera per attività d’insegnamento con “soggetti del mondo del lavoro e delle professioni”. Una strada peraltro già percorsa per gli ITS Academy, retti da fondazioni miste pubblico-privato, in cui la metà dei docenti è di provenienza aziendale. Quale sia il livello di impregnazione ideologica aziendalista e di sottomissione all’impresa trasmesso da tali docenti è facile da immaginare.
La precoce canalizzazione di alcuni percorsi scolastici verso il lavoro non rappresenta di per sé una novità, poiché è una scelta che fa parte delle direttive europee dalla metà degli anni novanta diventate un mantra sulla “scuola che deve formare al lavoro” e “che deve rispondere alle esigenze del mondo produttivo” ripetute sino a diventare un luogo comune di talk show e discorsi dei politici (oltre che dei frequentatori dei bar).
Tuttavia, non è per niente vero che nel nostro ordinamento sociale e costituzionale la scuola debba preparare al lavoro o peggio, come vedremo, a un determinato lavoro presso specifiche aziende.
La scuola in uno stato democratico come dovrebbe essere l’Italia ha il compito di formare e istruire i cittadini, pur nella diversità degli orientamenti di studio che tuttavia devono attagliarsi agli interessi e alle inclinazioni dei giovani e, non ai bisogni delle imprese. Deve essere una scuola che offre saperi umanistici, scientifici e tecnici, che apre a uno sguardo critico sul mondo in una condizione tendenzialmente egualitaria tra gli studenti e che per questo dà possibilità di promozione sociale ai giovani delle classi popolari non relegandoli da principio a ruoli subalterni.
Non c’è dubbio che in tempi di crisi economica e di alta disoccupazione giovanile, lo specchietto per le allodole di un lavoro sicuro possa attrarre l’attenzione di molte famiglie che temono per il futuro dei propri figli.
Purtroppo si tratta di una pericolosa trappola. Anzitutto, il cosiddetto “mercato del lavoro” è oggi imprevedibile cosi come sono difficilmente immaginabili gli scenari economici e produttivi a medio termine. Ciò che prevede il disegno di legge (e che è già praticato negli ITS Academy) è la preparazione dei giovani in base alle esigenze delle imprese di un certo territorio su base regionale o provinciale.
Per chiarire con un esempio: se in una provincia ci sono imprese che producono bulloni e in un’altra caciotte, la formazione dei giovani sarebbe incentrata su questo tipo di produzioni.
Tuttavia, è assai rischioso immaginare una formazione specifica per un certo tipo di produzione e se nel giro di qualche anno non si lavorassero, in quei luoghi, bulloni e caciotte a causa di un mutamento economico-produttivo, la scuola impostata su quelle esigenze diverrebbe anacronistica. In pratica, non si possono progettare delle istituzioni sulle esigenze immediate delle aziende di un territorio.
Più serio sarebbe certamente il percorso che si seguiva sino agli anni novanta, quando i giovani ricevevano dagli istituti tecnici una formazione non immediatamente finalizzata (che è l’unica vera formazione) e successivamente, dopo l’assunzione da parte di un’azienda, erano istruiti ai compiti specifici che vi avrebbero svolto.
Evidentemente, tale formazione interna rappresentava per le imprese un investimento sul giovane neoassunto, da cui avrebbero tratto profitto nel corso degli anni.
Oggi non è più così poiché la flessibilità e la precarizzazione dominanti nel mondo del lavoro non rendono più produttivo per le aziende formare giovani che resteranno al loro interno magari soltanto pochi mesi.
Questa situazione di precarietà occupazionale, che corrisponde a cambiamenti di filiere produttive, a delocalizzazione selvagge e a un mercato che non si regola affatto da sé come qualcuno crede, rende avventurista la costruzione di scuole ad hoc per un territorio.
Resta peraltro vero che nel mondo del lavoro le occupazioni di livello intermedio, a cui erano destinati un tempo i diplomati degli istituti tecnici, sono sempre meno disponibili a vantaggio di lavori a bassa qualificazione.
Ecco perché, in ogni caso, al di là della poco credibile propaganda ministeriale sull’alto livello delle “Academy” i percorsi scolastici sono e saranno sempre più incentrati sulle “competenze”, sorta di prontuario della flessibilità, a scapito dei saperi, quindi su percorsi poco qualificati che permetteranno alle imprese di utilizzare in modo flessibile e intercambiabile il “capitale umano” che esce dalle scuole.
Il progetto di Valditara, che riprende in forme peggiorative alcune idee già circolate in epoca morattiana è quindi un attacco mortale a qualunque pretesa di egualitarismo e distrugge definitivamente l’idea che la scuola possa essere luogo di emancipazione e di riscatto sociale.
C’è da sperare che da parte degli studenti giunga una risposta decisa e forte di opposizione a un progetto che riporterebbe indietro di decenni il sistema scolastico e il suo impianto istituzionale e culturale e anche la società italiana nel suo insieme, poiché non si deve mai dimenticare che la scuola, formando i cittadini, influenza anche le tendenze future della società.
Fonte
19/02/2023
Reddito di cittadinanza e diritto alla vita
La mia storia col Rdc è particolare, ma poco melodrammatica: non ho bocche da sfamare, a parte la mia, e non chiedo un posto in miniera perché tornare a casa con mani e schiena spaccate è “proletariamente poetico”. Ho 35 anni e tra 13 esami potrei essere medico. Sì, sono “grande”, ma non mi pare che la legge impedisca di fare l’università alla mia età: gli ultimi 10 esami li ho dati grazie al Rdc.
Non mi piace fare la vittima, per cui vi risparmio tutta la solfa biografica – papà morto, mamma malata psichiatrica, una relazione naufragata... – e gli anni di lavoro nero, sottopagato, che mi hanno fatto lasciare indietro gli studi.
Ma il Rdc ha ribaltato le cose: non più lasciare l’università per il lavoro, ma lasciare il lavoro sottopagato e in nero per studiare. Avere la possibilità di essere studente finalmente a tempo pieno, senza dover chiedere niente a nessuno, vivendo del mio poco senza lamentarmi. Mantenermi una casetta da 340 euro al mese e pagarmi le tasse universitarie con meno ansie.
Io m’ero illuso, prendendo il Reddito di cittadinanza, che le cose stessero finalmente andando come avrebbero dovuto: la comunità avrebbe dato a me un sostegno e io avrei restituito alla comunità il mio essere un bravo medico.
Adesso mi ritrovo a sentirmi come a 20 anni: nauseato e schifato da questo Paese e dal suo governo, e pure dal suo elettorato piccolo-borghese che osa chiamarmi fannullone e drogato, mentre io sto facendo fatica sui miei appunti di Cardiologia.
Noi oggi stiamo andando oltre l’idea che, per un povero, finire l’università è un capriccio o un lusso. C’è un salto di qualità nel linguaggio, col quale le solite idee padronali e regressive vengono espresse: i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa, i “choosy” della Fornero, gli “sfigati” di Martone...
Ma ora è anche peggio, perché i politici te lo dicono in faccia, senza eufemismi: “sì, il padrone comanda e il servo obbedisce. Vuoi diritti? Fatti padrone! Servire le pizze anche da laureato è giusto, perché il sacrificio è bello. Che questo sacrificio non ti porti da nessuna parte, pazienza. Lo hanno fatto i tuoi nonni, lo fai anche tu“.
E la fretta, la fretta con cui si sono avventati sul Rdc, senza imbastire alcuna alternativa. A dire: “intanto il sussidio lo perdi, parassita. I crampi della fame ti faranno venire voglia di lavorare”.
Se questo non è regresso, se non è inciviltà, cos’è esattamente? È giusto, accettabile, possibile che, a 13 esami dalla laurea in Medicina, debba farmi il problema di finire in mezzo alla strada o in un dormitorio per barboni? Lasciare la mia casa, mettermi a bussare alle case dei parenti come un pezzente… o, forse, finire a fare il magazziniere in un supermercato o il cameriere?
Nella speranza che in questo Paese in retromarcia possa trovare udienza e visibilità anche la storia di chi ha usato il Rdc come strumento di emancipazione.
Fonte
15/10/2022
Germania - La formazione tecnico professionale in un paese a capitalismo maturo
Nel mio caso si è trattato di una mobilità breve, di una settimana, in un istituto superiore della Germania.
Chiariamo subito che non c’è da farsi troppe illusioni sulle finalità di questi progetti: l’obiettivo è diffondere un certo modello di scuola, orientata agli interessi economici dell’imprenditoria europea e ad una politica socioculturale neoliberista, dove l’inglese è la principale lingua veicolare e le tematiche dei progetti (quanto meno per i docenti) hanno per lo più a che fare con le nuove tecnologie applicate alla didattica, con le discipline STEM, l’economia, la scuola-lavoro o con generiche buone pratiche, che per lo più sono volte al superamento della lezione frontale.
Non credo si possano trovare corsi o proposte di scambi sull’insegnamento delle lettere o della storia, qualcosa forse sugli insegnamenti umanistici, ma sempre in senso meramente metodologico e non di approfondimento contenutistico, secondo quel modello di scuola al servizio del mercato, di cui tanto si è parlato anche dalle colonne di questo giornale.
I progetti per i ragazzi possono essere più ampi, certo, ma sempre all’interno degli obiettivi UE: si parla, oltre che di tecnologie e STEM, di diritti umani, della cosiddetta cittadinanza attiva, delle competenze chiave europee, di una generica inclusione, ovvero di argomenti che, comunque li si legga, sono coperture didattiche per la costruzione di un modello di cittadino che accetti e subisca quanto il mercato unico europeo pretende: in termini di precarietà, necessità di emigrazione verso le aree dove è richiesta la tipologia di forza lavoro cui si afferisce, bassi salari e così via.
Ciò non toglie che queste mobilità siano anche occasioni interessanti di confronto con colleghi e studenti di tutto il continente e di partecipazione alla vita scolastica di altri paesi. La mia scuola negli anni ne ha organizzate in Spagna, Portogallo, Germania, Repubblica Ceca, Finlandia, Estonia, Svezia, per citarne solo alcune, quindi in paesi anche molto diversi tra loro, con differenti modelli scolastici.
La rilevanza dell’esperienza che ho appena fatto sta nella meta e nella tipologia di istruzione osservata: sono stata in una scuola del Nord della Germania ad indirizzo tecnico professionale, dove oltre all’istruzione professionale e tecnica, sono presenti quei percorsi che permettono, in un sistema scolastico diviso rigidamente in compartimenti stagni, con tratti schiettamente classisti come quello tedesco, di tornare da una scuola tecnica o professionale verso il percorso liceale e quindi verso l’accesso universitario.
Va ricordato infatti che in Germania a 12-13 anni vieni indirizzato verso il percorso che ti porterà all’Università o verso percorsi cui lo studio universitario è precluso, con una scelta molto precoce del proprio futuro.
Una scelta, a giudicare dalla composizione etnica delle classi che ho potuto osservare, che è sostanzialmente legata alla classe sociale di provenienza: pochi ragazzi di origine straniera nelle classi del Gymnasium, molti di più in quelle tecniche professionali, per capirci.
Sulla efficacia dei passaggi a un percorso scolastico di più alto livello, non c’è poi da farsi troppe illusioni, visto quanto affermano gli stessi colleghi con cui ho parlato: una buona parte degli studenti che tentano il passaggio alla fine non sosterrà l’Abitur, ovvero l’esame liceale che consente l’ingresso a tutte le Università, per sostenere l’esame devono raggiungere infatti una certa media voti.
Le parole sono state più o meno queste: se avessero avuto la forza di sostenere l’Abitur, non sarebbero in questa scuola. A quanto pare anche in Germania la scuola non è (se mai lo è stata) veicolo di mobilità sociale verso l’alto.
Ho potuto in sostanza osservare un sistema di istruzione tecnica e professionale che spesso viene preso a modello e a cui pretenderebbero di ispirarsi anche quello italiano dell’Alternanza Scuola Lavoro (oggi PCTO) e in generale quei modelli scolastici che vedono una stretta relazione tra scuola e contesti di lavoro.
Per una docente di un paese dove quest’anno sono morti ben tre ragazzi durante gli stage della Formazione Professionale regionale e il PCTO e dove da alcuni anni si procede a continue riforme dei percorsi professionali statali, con la possibilità sempre più ampia e solitamente riservata agli studenti in difficoltà, di passare gran parte del proprio tempo in azienda fin dal secondo anno di scuola superiore, e dove è stato perseguito un impoverimento costante delle discipline umanistiche da un lato e laboratoriali dall’altro (tanto poi vanno in azienda), questa è stata un’esperienza importante.
Non si può poi dimenticare che l’ultimo governo si è apprestato a una pesante riforma anche dell’istruzione tecnica (e nuovamente di quella professionale), con l’obiettivo di adeguarla alle richieste del mondo produttivo e che sulle scuole stanno piovendo centinaia di migliaia di euro del PNRR per digitalizzare la didattica e gli ambienti scolastici, mentre edifici e strutture cadono a pezzi e i ragazzi sono ammassati in aule troppo piccole.
Nella riforma voluta dal governo Draghi si esplicita peraltro la volontà di orientare la formazione tecnica e professionale con molta forza verso l’approccio per competenze, un approccio che secondo molti studiosi critici, tra cui mi permetto di ricordare Nico Hirtt e i suoi molteplici interventi a proposito, non fa che svuotare i saperi dei contenuti e la relazione didattica dello spirito critico, sostituendola con abilità e procedure, impreziosite da metodologie per così dire attive e in quanto tali migliori per assunto della lezione frontale tradizionale.
Sia chiaro, nessun docente fa o dovrebbe fare solo lezioni frontali. Stare in classe significa dialogo e la lezione deve vedere momenti di protagonismo e attività degli studenti, ma se non esiste un momento in cui c’è anche un passaggio di conoscenze da chi sa di più a chi sa di meno, su quali contenuti dovrebbero esercitarsi alla fin fine queste metodologie attive?
Quello che ho visto in Germania, un paese che risente di una grave carenza di lavoratori manuali, questione all’ordine del giorno delle agende politiche dei partiti, è un forte investimento sulla formazione tecnica professionale.
Un paese in cui la cosiddetta formazione duale (la formazione superiore di grado più basso possibile), che prevede tre anni in cui si va a scuola un giorno a settimana e quattro in azienda, è retribuita. Gli studenti ricevono un salario, basso all’inizio per gli standard tedeschi (tra i 500 euro e gli 800 mensili), che incrementa però di anno in anno e che solitamente, alla fine del percorso di istruzione, porta all’assunzione del giovane lavoratore.
Un paese che investe molto in formazione: nella scuola che ho visitato il Land aveva appena costruito una officina meccanica per auto da 1 milione e mezzo di euro ad uso didattico e un laboratorio di elettrotecnica per lavorare sui motori elettrici e ad idrogeno del valore di 250mila euro.
Nulla di simile è pensabile in Italia, se non coi fondi e nelle maglie del PNRR e della sua spinta a digitalizzare l’insegnamento, quindi, in ultima analisi, a superare il ruolo del docente e della scuola stessa.
L’interconnessione tra privato e pubblico è molto forte, tanto che la parte di istituto dedicata alle professioni sanitarie, ristrutturata di recente, è condivisa tra la scuola pubblica del Land e la scuola di formazione di una clinica privata.
Quanto le stanze di ospedale riprodotte nell’istituto, complete di servizi igienici e letti, le nursery, le sale per infermieri dotate di reale materiale sanitario sono frutto di questa collaborazione? Esisterebbero se la scuola fosse solo pubblica?
In sostanza quello che ho visto è un paese ad economia forte che investe nella formazione della propria forza lavoro a tutti i livelli. D’altronde è stato la locomotiva d’Europa fino ad oggi, anche perché è il paese che si è costruito un’Unione Europea funzionale ai propri interessi economici e alla propria espansione.
Un paese che investe in forza lavoro e nella sua formazione, anche perché può permettersi di farlo.
Un paese dove si muore meno sul lavoro, sicuramente, ma comunque si muore (soprattutto nell’edilizia): 397 morti su 83 milioni di abitanti nel 2018, rispetto ai 523 rilevati da Eurostat in Italia lo stesso anno, su 60 milioni di abitanti (e sappiamo che questi sono dati al ribasso).
Un paese che cerca una “convergenza virtuosa” tra interessi privati e pubblici, infatti molti dei ragazzi che avrebbero finito il Gymnasium quest’anno, avevano già optato per un percorso a metà tra tirocinio e università, qualcosa a cui sembrano ispirarsi i nostrani corsi ITS, oggi ITS Accademy, rivolti a quegli studenti delle scuole superiori che vogliono specializzarsi ma andare a lavorare abbastanza in fretta, durano infatti solo due anni e il secondo anno è quasi tutto di tirocinio. Peccato che il tirocinio, come l’alternanza e gli stage delle scuole superiori, non sia retribuito.
I temi degli ITS sono però decisi dal tessuto imprenditoriale regionale, ovvero dagli interessi, non sempre o forse quasi mai lungimiranti, del mercato.
Se dovessi riassumere in una sola espressione quello che in primo luogo mi sono portata a casa è la sensazione precisa dell’Europa a due velocità. Dunque in Germania si struttura un rapporto scuola-lavoro più rispettoso degli studenti e meno improntato allo sfruttamento, perché ci sono le risorse per farlo e forse anche perché si operano scelte politiche più lungimiranti; quello stesso rapporto non può che declinarsi in termini di sfruttamento in un paese PIGS che non ha la forza di costruire un rapporto tra imprese e scuola che veda la scuola al centro e che certo non ha un problema di carenza di lavoratori manuali e, dove deve supplire a eventuali carenze, lo fa sottopagando e tagliando sulla sicurezza.
Sul piano culturale, invece, il processo di attuazione della didattica per competenze è in Germania molto più avanzato rispetto all’Italia e quello che ho visto è un contesto di lezioni partecipate, che vedono gli studenti più al centro della relazione, sebbene, anche questo va detto, con modalità sempre identiche e standardizzate, che lasciano non poco perplessi (se il modo in cui ti attivi in una lezione è sempre lo stesso, non è che è meno noioso che ascoltare un docente parlare per un’ora: metti in atto sempre lo stesso comportamento, gli stessi prevedibili schemi, ora dopo ora), ma anche un contesto con un livello di contenuti per nulla esaltante, uno schematismo e una semplificazione concettuale che non incoraggiano.
Questo a fronte di un’alta professionalità e serietà dei docenti.
Il punto è il modello di scuola: è chiamare “spirito critico” discussioni così guidate da non lasciare particolare spazio al libero pensiero degli studenti.
Molti sono gli interrogativi che una esperienza come questa scatena: sulla Germania c’è da chiedersi se, a fronte della recessione tecnica, che colpirà anche la Germania questo inverno e della guerra che sta gettando l’intera Europa in difficoltà sempre maggiori, tutto questo investimento in istruzione continuerà ad esistere, perché si sa che nel sistema capitalistico si investe in formazione quando i profitti sono soddisfacenti, che questo accada quando non lo sono più, è tutt’altro che scontato.
Ma più in generale è necessario interrogarsi su cosa può essere la scuola in questo sistema capitalistico maturo, come viene chiamato; o ormai marcio, direi io.
Nei fatti, a seconda della forza che puoi mettere sul mercato come paese, avrai il sistema di formazione della forza lavoro che puoi “permetterti”, con buona pace del diritto all’istruzione e della libera scelta dei giovani.
La scuola non è mai stata e mai sarà un’isola a parte rispetto alla società e alle sue dinamiche sociali ed economiche, come si è illusa fosse invece tanta sinistra negli ultimi cinquant’anni, permettendo nei fatti che le migliori pratiche pedagogiche progressiste venissero usate a favore del mercato.
La pedagogia e la filosofia dell’educazione, poi, non possono che rispecchiare la logica della classe al potere, su questo è ora di smetterla di illudersi.
È necessario tornare ad un dibattito serio sul rapporto tra scuola e lavoro, scuola e società reale, sui contenuti dell’insegnamento, sul senso e la fatica dello studio, in un contesto capitalistico feroce e globale, senza illusioni appunto, ma consapevoli che la scuola è anche uno dei luoghi dove le contraddizioni del sistema possono emergere e dove un insegnante comunista deve combattere per farle emergere.
Fonte
15/08/2022
Francia - Il doppio standard sulla siccità
Contro questo doppio standard gli attivisti ecologici di Extinction Rebellion hanno riempito le buche di alcuni campi da golf con del cemento per protestare contro l’esenzione che consente di continuare a irrigare i prati, mentre in molti comuni i cittadini non possono consumare acqua in eccesso a causa della siccità. Il ministro dell’ecologia francese a inizio agosto ha portato il livello di allerta per la siccità da “allarme” a “crisi”. Ciò significa che l’acqua può essere destinata solo per ragioni di salute, sicurezza civile, alimentazione e usi sanitari. Tra la pratiche vietate c’è quella di innaffiare il prato di casa o lavare le auto, ma anche irrigare i campi coltivati, con enormi danni all’agricoltura.
“Per denunciare l’accaparramento dell’acqua da parte di questa industria di privilegiati, gli attivisti di una rete denominata “Action Kirikou” hanno sabotato i campi da golf di Vieille-Toulouse e Blagnac, chiudendo permanentemente le buche e danneggiando i prati”, lo riferisce su Instagram Extinction Rebellion della zona di Tolosa.
L’azione di protesta si è svolta al club Vieille-Toulouse e anche al corso Garonne des Sept Deniers. Extinction Rebellion Toulouse ha pubblicato una fotografia su Twitter che mostrava apparentemente una buca da golf piena di cemento e un cartello che diceva “Questa buca sta bevendo 277.000 litri. Bevi così tanto? #Stop Golf”.
In Francia, nonostante le restrizioni, ai gestori dei campi da golf resta consentito irrigare i prati, purché l’attività avvenga nelle ore notturne e sia ridotta al minimo indispensabile, che non deve superare il 30 per cento del volume di acqua normalmente utilizzato.
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10/08/2021
La storia d’Italia in un post
Appena presa la magistrale girò le contrade contadine per insegnare ai figli dei braccianti l’italiano e a far di conto.
Poi vennero la spensieratezza e la voglia di vivere degli anni '60. Cristiana e comunista, fondatrice di un gruppo cristiano, non capì i movimenti degli anni '70, non sapeva dove volevano andare a parare, lei, legata al Pci.
Poi venne l’eroina, e vide una generazione bruciata.
Non capì perché volessi iscrivermi a Bologna, lei voleva che andassi a Palermo, dai gesuiti, dove insegnano diplomazia. Lo capii solo molto tardi che aveva ragione.
Quando tornai a Crotone da Bologna spesso mi voleva a casa. Un giorno arrivai prima, lei stava ancora insegnando alle elementari. Arrivò nera, le chiesi cosa era successo. Mi disse: “Pasquale, l’Italia è finita con la riforma Berlinguer della scuola, faranno un assetto classista, i figli degli agiati saranno formati, gli altri asini”. Era il 1998.
Ebbi conferma che arretravamo di decenni. Venne la riforma Moratti e poi Gelmini. Ora Bianchi, con gli ITS, i figli della povera gente devono sapere, secondo lui, solo come funziona il tornio per i subfornitori, che si scordino i figli degli operai gli insegnamenti multidisciplinari.
Se c’è un segno classista in questo governo, è proprio lui, che lo ebbi relatore alla tesi di laurea. Leo Essen mi racconta che nella facoltà dove mi sono iscritto ormai l’80% delle lezioni sono fatte in inglese, l’italiano, che proviene dal greco e dal latino, gli fa schifo a sta gente.
Perché aiutano a capire da soli e quindi a essere sempre vigili nei confronti del potere. La fortuna mia è che ho avuto buoni maestri marxisti...
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04/08/2021
Giustizia: la controriforma di padroni, Ue e Marchese del Grillo
Questo giudizio però è netto: siamo di fronte ad una classica controriforma liberista, come tutte le “riforme” che da decenni vengono chieste o imposte al nostro paese nel nome del profitto, del mercato e degli affari.
Che lo scopo della legge sia economico prima che giuridico lo ha detto chiaramente la ministra della giustizia Cartabia. Che ha affermato che “ora arriveranno più investimenti esteri nel nostro paese”. Ma che c’entrano gli affari delle multinazionali con la giustizia?
C’entrano, c’entrano... Tanto è vero che Stati Uniti ed Unione Europea da anni stanno provando a realizzare il TTIP, cioè un trattato che garantisca una sostanziale franchigia giuridica per le multinazionali, che vogliono che ovunque sia applicata la loro legge, e non quelle dei paesi ove investono, o delocalizzano.
Se la nuova giustizia italiana, per vanto dello stesso governo, sarà ben accolta dai padroni del mondo, beh, state sicuri che è perché ne troveranno dei vantaggi. Per loro, non per noi.
D’altra parte è stata la stessa UE a legare la concessione degli aiuti del Recovery alla riforma della giustizia. E anche qui sorge spontanea la domanda: che c’entra la concessione di un prestito finanziario con la durata dei processi per disastro ambientale o strage sul lavoro?
Beh la connessione è così evidente, per quanto maliziosa, che non c’è bisogno di aggiungere altro.
La riforma Cartabia nasce dal mondo degli affari e non da quello del diritto. Non che le ragioni per cambiare la giustizia un Italia non ci siano. Ce ne sono eccome. Ne sanno qualcosa le persone normali che finiscono in un processo senza poter fruire del sostegno dei soldi e del potere.
Ma queste ragioni di vera giustizia sono totalmente ignorate dalla nuova legge, che invece si occupa della tutela di quei potenti, di cui – a volte, e non tanto spesso – l’azione della magistratura ha messo in discussione privilegi ed impunità.
È la cosiddetta “giustizia giusta” chiesta quarant’anni fa da Craxi, poi da Berlusconi e ora ritornata in campo con Renzi e Salvini. Sì, proprio quel capo leghista che quando sono imputati dei migranti usa dire: “buttate la chiave”.
Proprio Salvini ora s’improvvisa “garantista”. E non è in contraddizione, perché le sue garanzie per gli imputati si fermano nel perimetro della casta politica e di quella imprenditoriale.
Da quando una parte della magistratura, sull’onda delle lotte sociali, civili e democratiche degli anni Settanta, decise di credere davvero ai principi costituzionali di eguaglianza e cominciò a guardare in alto – dentro la classe dirigente, e non solo e sempre in basso come fino ad allora si era fatto – padroni e politici di palazzo si impegnarono a fermare l’intrusione della legge nei loro affari e nel loro potere.
Negli anni Ottanta cominciò la FIAT, come sempre avanguardia nelle restaurazioni sociali e politiche in Italia. Con gli Agnelli ed i loro manager denunciò lo strapotere di quelli che vennero definiti “pretori d’assalto”. Cioè quei magistrati che avevano cominciato ad applicare davvero lo Statuto dei lavoratori e a condannare quei padroni che lo violavano.
Poi vennero democristiani e craxiani a dire “basta con le interferenze dei giudici sulla vita politica”. Con tangentopoli persero, ma adesso hanno vinto, perché si sono messi nella scia della libertà d’impresa.
Questa è anche la ragione della sconfitta finale dei cinquestelle. Il loro “giustizialismo” non solo era incompatibile con la permanenza al governo, alternativa per essi improponibile, ma soprattutto era distorto e limitato.
I cinquestelle non hanno mai avuto nel loro bagaglio culturale la consapevolezza che la giustizia è prima di tutto una questione di eguaglianza e non di legalità.
Il padrone della FIAT ed il suo operaio non sono mai realmente eguali di fronte alla legge e la giustizia esiste solo se si attrezza per superare questa disuguaglianza di fatto. Lo dice l’articolo 3 della Costituzione, il più citato ed inapplicato della Repubblica.
Rifiutando ogni analisi sociale, e limitandosi alla ridicola dialettica tra “onesti” e “disonesti”, i cinquestelle hanno aperto la via alla restaurazione della giustizia per i ricchi e i potenti. La loro assurda pretesa di far durare quasi in eterno il processo, sia per chi avesse rubato al supermercato, sia per chi avesse violato le leggi sul lavoro e l’ambiente, ha prodotto il risultato esattamente opposto.
Ora chi ha i soldi per pagarsi avvocati di grido e potere per influire sulla opinione pubblica, potrà rallentare i processi e finire prescritto. Chi invece potrà permettersi solo l’avvocato d’ufficio, probabilmente finirà per subire tutti i gradi di giudizio.
Si ripristina così la più pura giustizia di classe, la riforma Cartabia è il jobsact della giustizia.
A correttivo del meccanismo salva-potenti dovrebbe stare poi il nuovo ruolo assunto dal Parlamento nell’amministrazione della legge. Spetterà infatti alle Camere definire quali siano i reati socialmente più urgenti e pericolosi, sui quali la magistratura dovrebbe concentrare il proprio impegno per evitare prescrizioni.
A parte che questo obbrobrio afferma il principio incostituzionale che sia la maggioranza di governo a stabilire cosa debbano fare i giudici, resta anche una obiezione concreta. Vi immaginate il Parlamento della Repubblica che vota una mozione ove si impegni la magistratura ad agire prioritariamente contro la violazione delle norme sulla sicurezza e la salute del lavoro? O contro i reati ambientali?
Io proprio no, ritengo ben più probabile che le camere chiedano ai giudici di darsi più da fare contro i migranti, i poveri, i ribelli.
Ci voleva l’Europa, come sempre, per aiutare le classi dirigenti economiche e politiche italiane ad ottenere ciò che facevano fatica ad imporre da sole. Ora, grazie anche al Recovery, padroni e politici potranno di nuovo ripetere la frase che più esprime la loro anima: “io sono io, e voi non siete un c...”
Il Marchese del Grillo è la vera fonte del diritto per Draghi, Cartabia e compagnia.
P.S. Naturalmente la feroce legislazione “antiterrorismo” che ci ha visti condannati dalla Corte internazionale dei diritti umani, e il cui uso ed abuso continua ancora, beh quella resta tutta e non si prescrive.
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La “giustizia di classe” della riforma Cartabia
Ed è facile accorgersi che gongolano le destre “garantiste”, ingoiano la polpetta avvelenata i grillini “giustizialisti”, blaterano senza dir nulla i piddini che tutto-va-ben-madama-la-marchesa.
Ammetterete che “destra” e “garantismo” sono due termini alquanto in contraddizione, storicamente un ossimoro. Dunque già questo fornisce un primo indizio piuttosto solido: la riforma è “garantista” con chi economicamente sta benone e “giustizialista” con tutti quelli che “stanno sotto”.
Più chiaro ancora è Massimo Villone, costituzionalista progressista: “è la rivincita di Tangentopoli”.
La chiave di volta, infatti, non è la vexata quaestio della “prescrizione”, che tanto ha appassionato (e distratto) il dibattito pubblico, ma la certificazione del dominio della “politica” sulla magistratura.
Il meccanismo individuato per raggiungere questo obiettivo è relativamente semplice: sarà il Parlamento (il governo, in realtà, anzi l’Unione Europea, che controlla strettamente gli esecutivi da diversi anni) a esercitare “un potere di indirizzo sull’attività della giustizia penale”, stabilendo quali tipologie di reato destano “allarme sociale” e quali invece possono essere lasciate in pace.
Inutile attendersi, a questo punto, che un magistrato o una Procura apra fascicoli sulla corruzione, sull’inquinamento, sulla strage sulenziosa che si consuma ogni giorno sul lavoro, ecc. Si occupassero solo di No Tav e di altri movimenti popolari, o comunque di reati “da poveri”, evitando con cura di metter naso nel business e nelle sue inevitabili ricadute.
È sicuramente questa la riforma che voleva l’Unione Europea, “turbata” da processi come quelli che hanno portato alla condanna dei vertici di Eternit o della ThyssenKrupp. Ci vuole un “ambiente favorevole agli investimenti e alle imprese”, che diamine!, non è che i vertici di una multinazionale possono star lì a preoccuparsi per il Guariniello di turno...
Questa chiave di volta sarà sicuramente al centro anche della riforma della “giustizia civile”, ossia delle cause che riguardano proprietà, depositi, patrimoni, risarcimenti, ecc. Per “velocizzare i tempi” delle cause (francamente allucinanti) si darà molto più spazio alle “procedure di conciliazione”, senza arrivare a una sentenza sulla base delle leggi esistenti.
Dove sta il vantaggio per le grandi imprese? Nel fatto che tutto potrà essere risolto nella mediazione reciproca, eliminando il “giudice terzo” ed il giudizio.
Quando poi la causa è tra un’istituzione finanziaria (banche, assicurazioni, ecc.) e singoli cittadini questa “procedura di conciliazione” sarà ancora più vantaggiosa (per l’istituzione). In pratica: “dovremmo darti 100.000 euro secondo legge e tabelle, ma te ne offriamo 50.000; se non li accetti, aspetti la sentenza e il rischio di morire prima che arrivi”.
La riforma Cartabia-Draghi è dunque un distillato di “giustizia di classe”, che punta a riorganizzare tutto il sistema giuridico a protezione degli interessi più forti economicamente.
Per i dettagli, ripetiamo, attendiamo analisi più puntuali. Perché il diavolo, si sa, si nasconde sempre da quelle parti, speci nei trucchi da azzeccagarbugli…
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09/07/2021
Concorso Coesione per il Sud: fallisce la riforma classista della PA
Le risorse erano state stanziate dal precedente governo nell’ultima finanziaria e rientravano nell’ambito del Pon Governance 2014-2020, con i fondi europei della coesione destinati alle regioni meno sviluppate.
I profili richiesti erano cinque (funzionario esperto tecnico, funzionario esperto in gestione, rendicontazione e controllo, funzionario esperto in progettazione e animazione territoriale, funzionario esperto amministrativo giuridico, funzionario esperto analista informatico) ed era possibile presentare domanda anche per più profili.
L’unico prerequisito per potersi iscrivere era avere una laurea: qualunque tipo andava bene per iscriversi a qualunque delle cinque categorie. Pertanto, alla chiusura del bando le candidature presentate sono state 99.357 da parte di 81.150 persone. I posti disponibili erano 2800, cioè meno del 3,5% di quanti avevo presentato domanda avrebbe vinto il concorso.
II bando era stato presentato come al solito in pompa magna dal Ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta che, dopo aver appreso i dati dei candidati, aveva annunciato con entusiasmo che tutto questo era testimonianza «della voglia di futuro dopo più di un anno di pandemia» e «della bontà della decisione di sbloccare i concorsi, digitalizzandoli e semplificandoli».
Il concorso coesione per il Sud sarebbe dovuto infatti essere il primo svolto con la formula “fast track”, ovvero con preselezione per titoli ed esperienze professionali, tutto in digitale e con un percorso che in cento giorni avrebbe dovuto portare dalla pubblicazione del bando all’assunzione (a tempo determinato, ça va sans dire).
Il tutto accompagnato dalla solita odiosa retorica del merito con i «nostri giovani e i nostri migliori talenti» che «potranno vedere nella PA un datore di lavoro attrattivo e diventare protagonisti di un ambizioso programma di cambiamento del Paese».
Vediamo come hanno resistito alla prova dei fatti queste parole.
Cinquanta giorni dopo la pubblicazione del bando erano disponibili gli elenchi degli ammessi che due settimane dopo avrebbero dovuto sostenere la prova. La preselezione per titoli, atta a selezionare «i migliori talenti», aveva escluso buona parte dei candidati, riducendoli a circa 11mila.
La bassissima partecipazione alle prove, in media inferiore al 65% e in alcune regioni addirittura inferiore al 50%, costringeva il ministero a correre ai ripari pubblicando un provvedimento di modifica del bando che «considerata la necessità di garantire i principi di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, tenuto conto dei tempi e dei costi necessari per lo svolgimento dei concorsi pubblici e dell’urgenza di attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza» riapriva il concorso e faceva accedere a sostenere la prova tutti gli esclusi in precedenza, ferme restando le prove già svolte dai selezionati del primo scaglione.
Per sicurezza, questa volta FormezPA si premurava di inviare una mail di convocazione a tutti i candidati, nel cui corpo chiedeva di confermare o meno (senza alcun vincolo) la propria partecipazione, temendo evidentemente una nuova diserzione di massa da parte chi, dopo aver sentito per mesi la storia dell’infallibile “governo dei migliori”, forse non si aspettava di essere richiamato in una così confusa e miserevole prima uscita.
Ma anche a questo giro le cose sono andate molto peggio del previsto. I candidati idonei sono risultati essere solo 821, meno di un terzo dei 2800 posti disponibili. Essendo stata fissata una soglia di punteggio minimo di idoneità ex ante, senza quindi tenere conto dell’andamento medio della prova, non sono previsti scorrimenti di graduatoria e perciò buona parte dei posti rimarrà vuota.
I proclami urlati di riforma e rilancio della PA vengono ricacciati in gola e al ministro Brunetta non resta che scaricare tutte le colpe sul precedente governo.
Contrariamente alla retorica degli ultimi mesi, i numeri degli iscritti testimoniano la voglia e la necessità diffusa di trovare un impiego, soprattutto da parte dei giovani (il 30% dei candidati aveva meno di trent’anni).
Non solo i concorsi vengono ancora banditi col contagocce, ma i criteri selettivi, tra la super-valutazione dei costosi master a scapito degli altri titoli di studio, il peso che viene dato all’esperienza lavorativa pregressa e le soglie di punteggio, rendono impossibile reclutare le unità di personale richieste che, è bene ribadirlo ancora, sarebbero comunque assunte con contratti a tempo determinato.
C’è poco da girarci intorno: questa riforma della PA, con il classismo di cui è intrisa, alla prima prova dei fatti si è rivelata subito fallimentare sotto tutti i punti di vista e difficilmente potrà migliorare.
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26/05/2021
L’impietoso verdetto della Corte dei Conti sull’università “di classe” in Italia
Analizzando parametri come finanziamento, composizione, modalità di erogazione della didattica, offerta formativa e ranking delle università italiane, i giudici contabili emettono un giudizio severissimo sia sull’incapacità del sistema di offrire sbocchi occupazionali adeguati ai laureati italiani, sia sulla fortissima selezione su base sociale introdotta nei fatti nell’accesso ai livelli di istruzione superiore.
La Corte dei Conti ha preso in esame di dati di 98 atenei, di cui 67 statali, 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione e di 31 Università non statali, di cui 11 telematiche.
La Corte sottolinea il mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi. Secondo la relazione su questo pesano, oltre a fattori culturali e sociali, il fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti.
Tale aspetto per la Corte dei Conti, richiede un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco.
La Corte dei Conti segnala con forza anche le profonde criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia, con particolare attenzione a quella del settore università: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea“, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici in seno ai suddetti organismi, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione“.
Infine, e non certo per importanza, la Corte dei Conti sottolinea come la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.
La conseguenza è che le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati a lasciare il Paese. L’incremento della fuga dei cervelli all’estero è stato impressionante: +41,8% rispetto al 2013.
Non solo. Le università, anche quelle pubbliche, troppo spesso “portano l’acqua con le orecchie” alle imprese private. Infatti è quasi raddoppiato il numero dei brevetti concessi e riconducibili alle attività di ricerca delle università italiane. Il problema è che questi brevetti, in moltissimi casi, vengono poi appropriati e commercializzati dalle imprese private e non dalle università.
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15/04/2021
Brunetta: nuovi concorsi pubblici, vecchia politica di classe
Pochi giorni fa è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale un decreto-legge, il d.l. 44/2021, che contiene, tra l’altro, norme in materia di concorsi pubblici. L’obiettivo dichiarato dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta è quello di sbloccare i concorsi pubblici, velocizzarli e farli svolgere in modalità il più possibile digitale. Fin qui, sembrerebbe non esserci nulla di male. In realtà, nelle pieghe della riforma è possibile rinvenire una traccia dell’impianto classista delle politiche di questo Governo e dell’ampia maggioranza che lo sostiene.
Ma vediamo cosa prevede la riforma. L’articolo 10 del decreto, quello dedicato, per l’appunto, alla disciplina dei concorsi pubblici, prevede la seguente articolazione delle fasi selettive dei concorsi per il reclutamento di personale non dirigenziale: 1) una preliminare fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti (diplomi, lauree, master) ai fini dell’ammissione alle successive prove; 2) l’espletamento di una sola prova scritta e 3) di una prova orale; 4) infine, eventualmente, la valutazione dell’esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, che può concorrere alla formazione del punteggio finale.
Vale la pena di specificare che sebbene il capo III del decreto-legge in questione, che contiene l’articolo 10, sia denominato “semplificazione delle procedure per i concorsi pubblici in ragione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19”, le modifiche in questione sono strutturali (si applicheranno, cioè, non solo fino al permanere dello stato di emergenza, ma anche dopo). È scritto nero su bianco nel dossier del Servizio Studi del Senato sul provvedimento e la stessa formulazione della norma non lascia spazio a dubbi.
La preselezione per titoli è un regalo ai ricchi
Il punto della riforma sul quale si stanno concentrando molte polemiche è quello dello sbarramento all’accesso per i concorsi non dirigenziali sulla base dei titoli di studio.
Cosa si intende, infatti, nella norma, per “valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”? Nient’altro che la possibilità di prevedere una fase di preselezione, quindi a monte dell’intero processo selettivo, basata solo ed esclusivamente sui titoli. In altre parole, sarà possibile, per quelle amministrazioni che decideranno di utilizzare questa facoltà, escludere una consistente parte dei candidati sin dall’inizio e senza che si sia svolta neppure una prova scritta.
Chiunque conosca, anche di sfuggita, il mondo (anzi, il business) dei master universitari capirà al volo dove si nasconda il classismo di questa proposta. È noto, infatti, che non tutti i laureati possono permettersi di pagare le salate quote d’iscrizione previste per i master. Inoltre, non tutti possono permettersi di rinviare di un anno l’ingresso nel mondo del lavoro. Prevedere un vantaggio così decisivo per chi possiede titoli post-laurea significa escludere automaticamente dai posti di lavoro pubblici non solo una buona parte dei giovani neolaureati, che non hanno, ovviamente, avuto il tempo di accumulare ulteriori titoli post-laurea (pensiamo al caso estremo, ma diffusissimo oggi, degli studenti lavoratori), ma anche quella enorme platea composta da disoccupati, magari laureati da qualche anno, che non hanno i mezzi economici per conseguire ulteriori titoli. Significa, quindi, che queste persone non arriveranno neanche a sedersi davanti a un test scritto, perché sarà loro impedita qualsiasi forma di partecipazione alle prove. Un’ingiustizia con la quale si calpesta ogni sacrosanto principio di uguaglianza sostanziale.
Si potrebbe dire che è troppo presto per gridare allo scandalo e che, nei fatti, tutto dipenderà da come queste indicazioni saranno accolte dalle amministrazioni che provvederanno, via via, a bandire i concorsi. Ebbene, non è stato necessario aspettare troppo per avere questo tipo di conferma. Il 6 aprile è stato pubblicato il bando per 2800 unità di personale a tempo determinato per l’attuazione dei progetti del Recovery Plan. Ebbene, questo concorso prevede una fase di valutazione titoli che porterà all’ammissione alla successiva prova scritta di un numero di candidati pari a tre volte il numero di posti messi a concorso. Ciò significa che non potranno accedere alle prove scritte più di 8400 persone (o, fatti salvi i candidati classificati ex aequo, poco più). Questo particolare concorso, inoltre, in virtù del comma 4 dell’articolo 10, prevede anche la valutazione, già in fase di preselezione, delle esperienze professionali (per gli altri concorsi, le esperienze professionali potranno essere fatte valere “soltanto” in sede di determinazione del punteggio finale).
Ma come si svolgerà la valutazione dei titoli? Per il voto di laurea verrà attribuito un punteggio pari, al massimo (per i 110/110 e i 110 e lode) a 0,10 punti. Per gli altri titoli saranno attribuiti i seguenti punteggi: 0,5 per la laurea specialistica o magistrale, 0,25 per ogni laurea ulteriore. La somma di questi punteggi potrà essere al massimo pari a 1.
Per la formazione post-laurea saranno attribuibili, invece, fino a 3 punti (0,5 punti e 1 punto per i master di I e II livello, 1,5 per diploma di specializzazione e dottorato di ricerca). Già questo passaggio tende a penalizzare fortemente i neolaureati e coloro che, dopo la laurea, non hanno potuto, per svariate ragioni, principalmente economiche, proseguire gli studi.
Come se non bastasse, come dicevamo, in questo particolare concorso le esperienze professionali maturate nella gestione o nell’assistenza tecnica relativa a progetti europei e nazionali di politica di coesione conteranno anche ai fini della preselezione e per un massimo di ben 6 punti: sei volte il massimo del punteggio previsto per la laurea e la laurea magistrale/specialistica. Una pietra tombale sulle speranze di qualsiasi neolaureato alla ricerca di lavoro: una diversa e minore pesatura dell’esperienza professionale consentirebbe di valorizzare comunque le competenze maturate senza, al contempo, escludere del tutto i giovani dalla selezione.
La riforma dei concorsi di Brunetta: altri aspetti disgustosi
Abbiamo visto che, nonostante la riforma sia stata pubblicizzata come un tentativo di sbloccare i concorsi pubblici in tempo di pandemia, i suoi effetti saranno duraturi, perché non è previsto un termine finale di operatività delle norme che regoleranno i concorsi pubblici. Come spesso è accaduto, le situazioni di emergenza vengono sfruttate per inserire nel nostro ordinamento modifiche di natura strutturale, che hanno l’obiettivo di favorire le classi dominanti a scapito dei lavoratori.
Questa riforma, inoltre, per quanto possa sembrare incredibile, si presenta con un sovrappiù di infamia. Le norme in questione, infatti, potranno essere applicate non solo ai concorsi che saranno banditi dalla data di entrata in vigore del decreto in poi, ma anche ai concorsi già banditi e per i quali non siano ancora state svolte attività. Potenzialmente, dunque, potremmo assistere a uno scenario nel quale migliaia di disoccupati, che da tempo stanno studiando per partecipare a un concorso pubblico al quale si sono già iscritti e per il quale, magari, hanno già versato la quota di partecipazione, potrebbero essere fatti fuori con un colpo di penna perché non si sono potuti permettere un master o un altro titolo di studio post-laurea.
Può essere utile ricordare che il padronato si è spesso scagliato contro il cosiddetto “valore legale del titolo di studio”. Attualmente, ai fini, ad esempio, di un concorso pubblico, una laurea in una determinata materia conseguita in un’università pubblica del Mezzogiorno e una laurea nella stessa materia conseguita alla Bocconi, con lo stesso voto, sono equivalenti dal punto di vista formale: non potranno dar luogo a un punteggio diverso ai fini della valutazione.
Ai padroni, gente che sogna percorsi formativi il cui unico metro di giudizio sia il mercato, questa equiparazione non piace. La ragione di questa contrarietà è evidente: se un povero Cristo riesce, grazie ai sacrifici della famiglia e nei ritagli di tempi dal lavoro, a prendere una laurea a pieni voti, e questa laurea è equiparata a quella di un’università privata esclusiva in cui bisogna sborsare decine di migliaia di euro, il vantaggio di essere facoltosi, almeno in questo campo, va a farsi benedire. Ed ecco spiegata la crociata, principalmente portata avanti soprattutto dal centrodestra e dai radicali, ma non estranea agli esponenti del PD, contro il valore legale del titolo di studio. Ed ecco, inoltre, spiegato il periodico shitstorming contro le università pubbliche e, in particolare, contro le università pubbliche del Sud.
Ebbene sembrerebbe paradossale, adesso, proporre di dare così tanto valore a dei titoli di studio, al punto tale da eliminare la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici per chi non ha un titolo post-laurea. In verità, la riforma è il proseguimento della battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio con altri mezzi: se non riusciamo ad abolire il valore legale dei titoli di studio tout court, allora almeno aboliamo quello dei poveracci. Come? È presto detto: in attesa di tempi migliori, aumentiamo il valore relativo dei titoli di studio che piacciono a noi e i morti di fame si tengano pure il loro 110 e lode, che farà una bellissima figura tra i quadri della casa di famiglia.
E ciò dimostra anche, in un rivolgimento tanto inatteso quanto farsesco, che il lavoro pubblico, tutto sommato, non fa così schifo come costoro vorrebbero dipingerlo. A patto che l’accesso sia facilitato per chi ha già abbondanti mezzi economici. Una visione per la quale lo studio universitario, mediato dalle regole di reclutamento nella pubblica amministrazione, non deve essere un ascensore sociale, ma uno strumento per calcificare e perpetuare le differenze di classe, accentuandone i caratteri ereditari.
Il nemico marcia insieme a te: postilla su Boeri e Perotti
A dimostrazione della complessità del discorso e dei variegati interessi in gioco, su Repubblica del 9 aprile è apparso un articolo, a firma di Tito Boeri e Roberto Perotti (entrambi professori alla Bocconi) che criticano aspramente la riforma Brunetta. Ciò potrebbe sembrare sorprendente: due esponenti di spicco di un’università privata che criticano una riforma che favorisce così spietatamente chi può permettersi un master universitario? A ben vedere, però, le critiche di Boeri e Perotti sono di tutt’altra natura rispetto a quelle che abbiamo evidenziato.
Di cosa si lamentano, infatti, i due accademici? Di certo non delle implicazioni classiste della riforma. Di questo non c’è alcuna traccia nel loro articolo. Il problema, per loro, è che prevedendo una valutazione dei titoli di servizio (cioè le esperienze professionali nella PA) nelle fasi successive della selezione, la riforma favorisce la stabilizzazione dei precari (ad esempio della scuola) e chiude le porte in faccia ai giovani. Della penalizzazione nei confronti di chi non può permettersi titoli di studio ulteriori rispetto alla laurea non c’è traccia.
Sia chiaro: la questione della stabilizzazione dei precari è senza dubbio di primaria importanza, ma contrapporla al dramma vissuto da centinaia di migliaia di giovani in cerca di un lavoro stabile è un ragionamento che trasuda miseria intellettuale e che ci propina una riedizione della disgustosa retorica padronale sul conflitto intergenerazionale. Il precariato è uno strumento di disciplina del lavoro che sta rovinando la vita di milioni di persone solo nel nostro Paese: dovrebbe essere eliminato con delle esplicite stabilizzazioni che pongano fine al ricatto implicito nei contratti di lavoro cosiddetti flessibili. Aizzare i giovani disoccupati contro i più anziani precari serve solo ad alimentare una guerra tra poveri utile a mantenere inalterato lo status quo, che è l’origine dei problemi sia dei giovani che dei precari. A tal proposito, proprio il Ministro Brunetta ha recentemente promesso con toni altisonanti “150.000 assunzioni all’anno nella Pubblica Amministrazione” come se fossero numeri elevati: sono briciole davanti alla carenza di organico della macchina statale, e sono meno di briciole davanti al dramma della disoccupazione, ed esattamente questo è il problema contro cui devono combattere, insieme, giovani e precari, contro l’austerità che impone la miseria della disoccupazione ai primi come una condanna e ai secondi come un ricatto.
E non è finita qui. Boeri e Perotti trovano anche il tempo di lamentarsi di quello che è un loro pallino: il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori pubblici del Mezzogiorno, che, a giudizio dei due, sarebbe troppo alto rispetto ai lavoratori del Nord. La riforma Brunetta, lamentano i due prof bocconiani, non risolverebbe un grave problema, quella della carenza di professori nel Settentrione, a causa del fatto che molti “insegnanti chiederanno di essere trasferiti al Sud dove il loro stipendio vale molto di più che al Nord, date le differenze nel costo della vita”. Una disparità che in passato hanno proposto di superare con uno strumento a loro molto gradito: le cosiddette gabbie salariali. Un ragionamento privo di qualsiasi fondamento, utile solo agli interessi dei padroni.
Giovani contro anziani, meridionali contro settentrionali, lavoratori contro disoccupati, garantiti contro precari. La retorica padronale si alimenta di contrapposizioni fittizie, volte a nascondere la natura del conflitto di classe e a dividere la classe dei lavoratori, dietro la retorica della scarsità delle risorse. Di fronte a questi continui attacchi, occorre tenere ben presente che soltanto restando uniti potremo opporci ai tentativi di calpestare i pochi diritti che ci sono rimasti e porre le basi per riacquistare ciò che ci è stato tolto. Ben sapendo che tutto si tiene, fuori da ogni falsa dicotomia, occorre rivendicare uguaglianza nell’accesso al lavoro e uguaglianza nell’accesso alla formazione.