Abbiamo un governo di “trecartisti”, come quelli che infinocchiano i turisti con le tre campanelle per le strade del centro.
Durante la conferenza stampa dedicata alla manovra di bilancio per il 2027, la premier Giorgia Meloni ha annunciato la proroga del provvedimento che fornisce la copertura all’invio di nuovi aiuti militari all’Ucraina per il prossimo anno. Il problema è il “come” stata confermata questa proroga.
La conferma della “furbata” è arrivata nel documento pubblicato dal governo dopo la riunione a Palazzo Chigi, nella quale è scritto che: “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, ha deliberato la proroga, per dodici mesi, dello stato di emergenza già dichiarato per intervento all’estero in conseguenza del perdurare degli accadimenti in atto nel territorio dell’Ucraina”, si legge nel documento.
Ma per trovare queste asfittiche quattro righe – titolate anonimamente “Stati di emergenza” e che consentono l’invio delle armi all’Ucraina – dovrete andare a spulciare il documento della Presidenza del Consiglio tra il capitolo dedicato a “Valutazione e armonizzazione di interventi pubblici” fino alla Regione Molise, e il capitolo sul “Piano Nazionale contro la tratta degli esseri umani”.
In quel capitolo in pratica ci sono gli interventi sulla frana di Niscemi, alluvioni, incendi e l’invio di armamenti all’Ucraina tutti nello stesso decreto, come se fossero la medesima materia.
“Tra l’altro in Consiglio dei Ministri, tra i mille provvedimenti che abbiamo approvato, c’era anche la proroga dello stato di emergenza che consente di mandare gli aiuti all’Ucraina. Quindi mi sento abbastanza serena del fatto che il governo che ha avuto su questo una posizione chiara possa andare avanti” ha dichiarato con nonchalance la Meloni, come se l’invio delle armi all’Ucraina fosse un semplice dettaglio.
E il dettaglio è sfuggito a molti dei giornalisti presenti, così come in Parlamento, in altre occasioni, è sfuggito a molti deputati e senatori dell’opposizione.
È infatti l’ennesima volta che il governo ricorre ai trucchi in materia di scelte che impegnano militarmente il paese all’estero, evitando un dibattito parlamentare nel quale le contraddizioni con la Lega potrebbero creare incidenti di percorso.
Era accaduto anche di recente per l’invio di militari e armamenti italiani in Arabia Saudita e Kuwait “derogando” dall’apposito decreto sulle missioni militari all’estero e che deve essere votato dal Parlamento.
In quel caso il ministero della Difesa non aveva esplicitato l’avvio di una nuova missione militare all’estero ma aveva infilato la “deroga” nelle pieghe del decreto contando sulla “distrazione” dei parlamentari sui dettagli. L’invio di soldati e armi nei paesi del Golfo appariva infatti come applicazione/estensione di una missione militare già in corso.
Non solo. Era accaduto anche nel caso della messa a disposizione delle basi militari in Italia per gli aerei statunitensi che sono andati a bombardare l’Iran. Il governo aveva negato qualsiasi coinvolgimento ma la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, fece emergere che ben 5000 voli militari Usa erano transitati o partiti dalle base militari USA/Nato sul territorio italiano. Colto con “il sorcio in bocca” il governo si è trincerato dietro gli automatismi imposti dai trattati bilaterali con gli Stati Uniti che regolano l’uso delle basi.
Siamo dunque in presenza di un governo di imbroglioni, il problema e che lo sono anche su materie delicate e pericolose come gli impegni militari all’estero.
Se hanno già fatto questa roba adesso, figuratevi cosa potrebbero fare nel calcolo delle spese militari o in caso di conflitto. Devono andare a casa, con ignominia.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2026
26/10/2026
Il classismo da salotto di Scurati: dai “guerrieri d’Europa” al disprezzo della rabbia degli oppressi
Non c’è luogo migliore dello studio televisivo di Propaganda Live su La7 – il salotto buono per eccellenza della sinistra autoassolutoria, quella che trasforma la crisi sociale in intrattenimento rassicurante – per misurare l’abisso che ormai separa la produzione intellettuale “progressista” mass-mediatica dalla vita della maggioranza della popolazione italiana.
Ospite della trasmissione di Diego Bianchi, Antonio Scurati ci ha regalato un’altra delle sue performance oserei direi ormai leggendarie, a tal punto dissociata dalla realtà del paese che persino Zoro è rimasto in un silenzio imbarazzato. Ha fatto una battuta a cui nessuno ha riso, una di quelle che valgono più di un trattato sociologico: l’ironia sprezzante sui manifestanti che, nel pieno delle proteste, entrano in una libreria Feltrinelli e ne escono a mani vuote perché non hanno trovato nulla di loro interesse.
Il sottotesto è tanto banale quanto reazionario: quella che scende in strada, che esprime rabbia nei centri storici del consumo blindato, è una “plebe” ignorante, talmente estranea alla “cultura” da non sapere nemmeno cosa farsene di un libro, neppure quando si tratta di saccheggiare uno scaffale.
È il vecchio, intramontabile snobismo di classe travestito da ironia intellettuale: si irride la mancanza di doppia laurea e dottorato degli strati subalterni per non dover mai fare i conti con le cause strutturali della loro rabbia, dalla devastazione della scuola pubblica alla precarietà esistenziale, fino all’esclusione sociale delle periferie.
E in questo modo si fa anche ricadere sul singolo la “colpa” di non essersi formato sulla Divina Commedia o di non saper nulla di teoria delle stringhe, mentre invece sono proprio i meccanismi istituzionali modellati dalle asimmetrie di potere tra padroni e oppressi che sono costruiti per mantenere escluse e marginali ampie fette di quella “eccedenza sociale” di cui il capitale non sa che farsene.
Gramsci, nel primo numero dell’Ordine Nuovo, diceva “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, ma non l’ha mai presa come una responsabilità individuale, quanto piuttosto come uno strumento per ribaltare i rapporti di forza vigenti e costruire un mondo su misura della classe operaia.
E infatti aggiungeva poi: “agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. L’invocazione è rivolta agli altri, ma il soggetto del perché istruirsi, agitarsi e organizzarsi è collettivo, è “noi”. Gramsci era “organico” (perdonate il prestito da un concetto più articolato) a quei diseredati che oggi Scurati tratta con altezzosità.
Non è difficile immaginare che le parole di Scurati provengano, anch’esse, proprio dalla sua posizione di classe: per chi vede i propri volumi esposti in pila accanto alle casse, chiunque varchi la soglia della libreria senza il portafoglio in mano o senza la riverenza del consumatore istruito non è un soggetto sociale (e forse, presto, politico, organizzato) da comprendere, ma un barbaro da sbeffeggiare.
A rendere ancora più indigesta l’uscita del vincitore del Premio Strega (dov’è arrivata la letteratura italiana...) è la sua perfetta coerenza con una visione del mondo profondamente paternalista, classista, razzializzata, che offre un perfetto assist alla retorica “remigratoria” dei post-fascisti al governo. Un atteggiamento intellettuale che era già emerso in altri monologhi.
Parliamo infatti dello stesso scrittore che, pretendendo di tessere l’elogio dei migranti in chiave antirazzista, li aveva già ridotti a una massa di disperati la cui funzione sociale è quella di svolgere i lavori più infimi, peggio pagati, “sporchi” che, secondo le invenzioni della destra, gli italiani non vogliono più fare.
In questo tipo di narrazione il lavoratore straniero o di seconda generazione viene accettato, difeso e persino compatito solo a una condizione precisa: che resti inchiodato al proprio posto nella divisione internazionale e interna del lavoro. Finché consegna pacchi a cottimo, raccoglie pomodori nelle campagne, pulisce i bagni o assiste gli anziani in silenzio, l’immigrato “illitterato” è da difendere.
Ma nel momento esatto in cui i figli di quegli stessi sfruttati, insieme ai giovani precari delle periferie metropolitane, rifiutano il destino di invisibilità che la classe dominante gli ha cucito addosso, la benevolenza evapora in un istante, lasciando il posto al disgusto aristocratico verso la “plebaglia” che di un libro non sa che farsene. Sarà perché i pochi soldi che ha li usa per mangiare invece che per comprare un romanzo di Scurati.
Viene da chiedersi se Scurati, il grande intellettuale, abbia mai letto Frantz Fanon e “I dannati della terra”, uno dei capisaldi del pensiero decoloniale. Perché al di là della gara a chi condanna o meno le “violenze” (ma una vetrina può essere paragonata o valere più di un essere umano?), c’è chi ha problematizzato accademicamente l’opera di irregimentazione e “spegnimento” sociale fatta attraverso la “morale della non-violenza”, valida solo per gli oppressi, e in particolare proprio quelli delle aree metropolitane.
Detto in termini più quotidiani, il compianto fisico Angelo Baracca, nel suo ultimo messaggio prima di andarsene, ci aveva già detto cosa ne pensava della non-violenza in maniera provocatoria, ovvero che “non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.
Ma senza chiedere a Scurati di viaggiare lungo il fiume Congo, il vero nodo sul tavolo dovrebbe essere chiaro anche allo scrittore: milioni di persone sono state marginalizzate, ogni rappresentanza politica o sociale che non fosse quella del “migrante-risorsa”, ribadita proprio da Scurati, è stata scientificamente cancellata o criminalizzata, e quando il dissenso ha rotto i propri argini la classe dominante ha, da una parte, inasprito la politica securitaria, dall’altra, ha adottato la strategia della provocazione che, per fortuna, è fallita lo scorso fine settimana.
Eppure, appena un anno e mezzo fa, dalle colonne de La Repubblica Scurati invocava il ritorno dei “guerrieri d’Europa”, con la guerra che era diventata una sorta di tabù per le “democrazie” europee (forse era troppo chino sullo scrittoio per accorgersi dei crimini commessi in Somalia, dei bombardamenti su Belgrado, dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, dello smembramento della Libia...), mentre era necessario recuperare un po’ di quello spirito bellicista che venne poi rappresentato in Piazza del Popolo sotto la bandiera dell’UE.
Questi “guerrieri d’Europa” dovranno saccheggiare le biblioteche, come hanno fatto gli israeliani con i 70 mila libri trafugati dalle case e istituzioni dei palestinesi costretti alla fuga durante la Nakba per ricevere l’approvazione di Scurati? È sicuro il grande scrittore che i guerrieri di cui parlava un anno e mezzo fa fossero tutti laureati all’Alma Mater, alla Sapienza o alla Cattolica?
Una cosa è certa: per Scurati, quando il saccheggiatore illitterato indossa un’uniforme e marcia sotto le insegne della “civiltà europea”, è un guerriero da cui prendere esempio. Ma se indossa una felpa e ad essere derubata non è una popolazione solita vivere all’equatore ma il negozio di Gucci sotto casa, osando addirittura uscire a mani vuote da una libreria, allora la sua protesta deve essere delegittimata come un’azione mossa da ignoranza.
Scuserete il sarcasmo ma è per mostrare il cortocircuito di queste espressioni intellettuali così povere e poco adatte alla complessità della società. La battuta fatta a Propaganda Live non è dunque un semplice scivolone di cattivo gusto. È il sintomo del suprematismo europeo che sta funestando il nostro futuro, promettendoci che saremo grandi guerrieri, ma senza pane.
Scurati è uno dei suoi cantori, che da tempo hanno sostituito alla critica sociale il disprezzo verso i settori popolari. Personaggetti sempre pronti a commuoversi per gli ultimi finché restano braccia da lavoro a basso costo, sempre pronti a evocare gli elmetti quando lo richiede l’agenda di Bruxelles, irriducibilmente schierati a difesa delle vetrine e non delle persone.
Fonte
Ospite della trasmissione di Diego Bianchi, Antonio Scurati ci ha regalato un’altra delle sue performance oserei direi ormai leggendarie, a tal punto dissociata dalla realtà del paese che persino Zoro è rimasto in un silenzio imbarazzato. Ha fatto una battuta a cui nessuno ha riso, una di quelle che valgono più di un trattato sociologico: l’ironia sprezzante sui manifestanti che, nel pieno delle proteste, entrano in una libreria Feltrinelli e ne escono a mani vuote perché non hanno trovato nulla di loro interesse.
Il sottotesto è tanto banale quanto reazionario: quella che scende in strada, che esprime rabbia nei centri storici del consumo blindato, è una “plebe” ignorante, talmente estranea alla “cultura” da non sapere nemmeno cosa farsene di un libro, neppure quando si tratta di saccheggiare uno scaffale.
È il vecchio, intramontabile snobismo di classe travestito da ironia intellettuale: si irride la mancanza di doppia laurea e dottorato degli strati subalterni per non dover mai fare i conti con le cause strutturali della loro rabbia, dalla devastazione della scuola pubblica alla precarietà esistenziale, fino all’esclusione sociale delle periferie.
E in questo modo si fa anche ricadere sul singolo la “colpa” di non essersi formato sulla Divina Commedia o di non saper nulla di teoria delle stringhe, mentre invece sono proprio i meccanismi istituzionali modellati dalle asimmetrie di potere tra padroni e oppressi che sono costruiti per mantenere escluse e marginali ampie fette di quella “eccedenza sociale” di cui il capitale non sa che farsene.
Gramsci, nel primo numero dell’Ordine Nuovo, diceva “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, ma non l’ha mai presa come una responsabilità individuale, quanto piuttosto come uno strumento per ribaltare i rapporti di forza vigenti e costruire un mondo su misura della classe operaia.
E infatti aggiungeva poi: “agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. L’invocazione è rivolta agli altri, ma il soggetto del perché istruirsi, agitarsi e organizzarsi è collettivo, è “noi”. Gramsci era “organico” (perdonate il prestito da un concetto più articolato) a quei diseredati che oggi Scurati tratta con altezzosità.
Non è difficile immaginare che le parole di Scurati provengano, anch’esse, proprio dalla sua posizione di classe: per chi vede i propri volumi esposti in pila accanto alle casse, chiunque varchi la soglia della libreria senza il portafoglio in mano o senza la riverenza del consumatore istruito non è un soggetto sociale (e forse, presto, politico, organizzato) da comprendere, ma un barbaro da sbeffeggiare.
A rendere ancora più indigesta l’uscita del vincitore del Premio Strega (dov’è arrivata la letteratura italiana...) è la sua perfetta coerenza con una visione del mondo profondamente paternalista, classista, razzializzata, che offre un perfetto assist alla retorica “remigratoria” dei post-fascisti al governo. Un atteggiamento intellettuale che era già emerso in altri monologhi.
Parliamo infatti dello stesso scrittore che, pretendendo di tessere l’elogio dei migranti in chiave antirazzista, li aveva già ridotti a una massa di disperati la cui funzione sociale è quella di svolgere i lavori più infimi, peggio pagati, “sporchi” che, secondo le invenzioni della destra, gli italiani non vogliono più fare.
In questo tipo di narrazione il lavoratore straniero o di seconda generazione viene accettato, difeso e persino compatito solo a una condizione precisa: che resti inchiodato al proprio posto nella divisione internazionale e interna del lavoro. Finché consegna pacchi a cottimo, raccoglie pomodori nelle campagne, pulisce i bagni o assiste gli anziani in silenzio, l’immigrato “illitterato” è da difendere.
Ma nel momento esatto in cui i figli di quegli stessi sfruttati, insieme ai giovani precari delle periferie metropolitane, rifiutano il destino di invisibilità che la classe dominante gli ha cucito addosso, la benevolenza evapora in un istante, lasciando il posto al disgusto aristocratico verso la “plebaglia” che di un libro non sa che farsene. Sarà perché i pochi soldi che ha li usa per mangiare invece che per comprare un romanzo di Scurati.
Viene da chiedersi se Scurati, il grande intellettuale, abbia mai letto Frantz Fanon e “I dannati della terra”, uno dei capisaldi del pensiero decoloniale. Perché al di là della gara a chi condanna o meno le “violenze” (ma una vetrina può essere paragonata o valere più di un essere umano?), c’è chi ha problematizzato accademicamente l’opera di irregimentazione e “spegnimento” sociale fatta attraverso la “morale della non-violenza”, valida solo per gli oppressi, e in particolare proprio quelli delle aree metropolitane.
Detto in termini più quotidiani, il compianto fisico Angelo Baracca, nel suo ultimo messaggio prima di andarsene, ci aveva già detto cosa ne pensava della non-violenza in maniera provocatoria, ovvero che “non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.
Ma senza chiedere a Scurati di viaggiare lungo il fiume Congo, il vero nodo sul tavolo dovrebbe essere chiaro anche allo scrittore: milioni di persone sono state marginalizzate, ogni rappresentanza politica o sociale che non fosse quella del “migrante-risorsa”, ribadita proprio da Scurati, è stata scientificamente cancellata o criminalizzata, e quando il dissenso ha rotto i propri argini la classe dominante ha, da una parte, inasprito la politica securitaria, dall’altra, ha adottato la strategia della provocazione che, per fortuna, è fallita lo scorso fine settimana.
Eppure, appena un anno e mezzo fa, dalle colonne de La Repubblica Scurati invocava il ritorno dei “guerrieri d’Europa”, con la guerra che era diventata una sorta di tabù per le “democrazie” europee (forse era troppo chino sullo scrittoio per accorgersi dei crimini commessi in Somalia, dei bombardamenti su Belgrado, dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, dello smembramento della Libia...), mentre era necessario recuperare un po’ di quello spirito bellicista che venne poi rappresentato in Piazza del Popolo sotto la bandiera dell’UE.
Questi “guerrieri d’Europa” dovranno saccheggiare le biblioteche, come hanno fatto gli israeliani con i 70 mila libri trafugati dalle case e istituzioni dei palestinesi costretti alla fuga durante la Nakba per ricevere l’approvazione di Scurati? È sicuro il grande scrittore che i guerrieri di cui parlava un anno e mezzo fa fossero tutti laureati all’Alma Mater, alla Sapienza o alla Cattolica?
Una cosa è certa: per Scurati, quando il saccheggiatore illitterato indossa un’uniforme e marcia sotto le insegne della “civiltà europea”, è un guerriero da cui prendere esempio. Ma se indossa una felpa e ad essere derubata non è una popolazione solita vivere all’equatore ma il negozio di Gucci sotto casa, osando addirittura uscire a mani vuote da una libreria, allora la sua protesta deve essere delegittimata come un’azione mossa da ignoranza.
Scuserete il sarcasmo ma è per mostrare il cortocircuito di queste espressioni intellettuali così povere e poco adatte alla complessità della società. La battuta fatta a Propaganda Live non è dunque un semplice scivolone di cattivo gusto. È il sintomo del suprematismo europeo che sta funestando il nostro futuro, promettendoci che saremo grandi guerrieri, ma senza pane.
Scurati è uno dei suoi cantori, che da tempo hanno sostituito alla critica sociale il disprezzo verso i settori popolari. Personaggetti sempre pronti a commuoversi per gli ultimi finché restano braccia da lavoro a basso costo, sempre pronti a evocare gli elmetti quando lo richiede l’agenda di Bruxelles, irriducibilmente schierati a difesa delle vetrine e non delle persone.
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09/10/2026
Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati
“Perché lavorare se a 67 anni lo Stato offre una rendita pari a quella che si matura con un reddito da 25 mila euro?” si chiede un certo Alberto Brambilla sul Corriere della Sera del 6 ottobre scorso su un articolo dal titolo “Pensioni perché è sbagliato aumentare le minime | così ci sarà sempre meno futuro per i giovani” che apre un nuovo ulteriore capitolo su un fronte tanto caro all’orda ultraliberista: quello della guerra fra poveri.
Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?
Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.
Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).
Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.
Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.
La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...
Fonte
Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?
Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.
Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).
Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.
Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.
La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...
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26/09/2026
Figure torbide intorno alle rivelazioni su Netanyahu informato in anticipo del 7 ottobre
Gli attori di questo scenario sono i seguenti: il dirigente di Hamas Yhaya Sinwar, ucciso a Gaza dagli israeliani a ottobre del 2024; un ex ministro palestinese dell’ANP Abu Zaida; un losco ex dirigente di Al Fatah, Mohammed Dahlan (foto a sinistra) oggi a libro paga degli Emirati Arabi Uniti; infine un agente superiore dello Shin Bet israeliano.
I colloqui tra questi soggetti sono alla base delle rivelazioni di Haaretz secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito, prima del 7 ottobre, che fosse in preparazione una grossa operazione palestinese da Gaza, ma decise di non alzare il livello di sicurezza.
Una tesi che ha una sua plausibilità, ma non spazza certo via il torbido che circonda molti dei personaggi indicati come protagonisti di questa vicenda.
Uno di questi in particolare, Mohammed Dahlan, è l’essenza dell’ambizione personale, del doppio e triplogiochismo e del tradimento nel campo palestinese.
L’altro è Abu Zaida (nella foto a sinistra) la cui stretta collaborazione con Mohammed Dahlan è un capitolo fondamentale della sua carriera politica. Per anni, Abu Zaida è stato considerato una figura di spicco associata al campo di Dahlan, rivale politico del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas.
Nel 2014, è stato estromesso da Fatah insieme ad altre figure di spicco dello stesso giro. Oltre al suo rapporto con Dahlan, Abu Zaida aveva anche legami con alcune figure interne ad Hamas.
Secondo quanto riportato dall’inchiesta pubblicata da Haaretz, proprio l’ex ministro palestinese Abu Zaida ha ammesso di aver fatto da mediatore tra Ghazi Hamad, delegato dal dirigente di Hamas Yahya Sinwar alle trattative, e gli agenti dello Shin Bet israeliano.
Abu Zaida veniva utilizzato come tramite per consentire a Israele di evitare colloqui diretti con Hamas. Secondo Haaretz le parti si incontravano spesso nella stessa stanza, aggiungendo che tutti i partecipanti parlavano fluentemente l’ebraico. Obiettivo dei negoziati era uno scambio tra alcuni ostaggi israeliani a Gaza e i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Il giornalista di Haaretz, Shlomi Eldar, in un suo post di venerdì scorso, ha affermato che Abu Zaida non voleva essere identificato nel suo articolo di 10 giorni fa e quindi aveva concordato di fare riferimento a lui in base al colore dei suoi occhi. Da qui lo pseudonimo di “Occhi di carbone”, un accorgimento dovuto al fatto che, al contrario, Abu Zaida ha degli occhi chiari facilmente individuabili.
Secondo quanto riferito da Haaretz, i negoziati che coinvolgevano Abu Zaida si sono svolti per diversi mesi all’inizio del 2023, finché Sinwar non si è stancato della mancanza di progressi.
A questo punto, Sinwar si è avvicinato ad Abu Zaida dicendogli di informare Israele che: “Se non faranno progressi con i negoziati, sto preparando una sorpresa enorme per loro. Ci sarà uno zilzal”, riporta Shlomi Eldar citando Sinwar, usando una parola araba che sta a significare “terremoto”.
Nel suo precedente articolo, Shlomi Eldar ha scritto che Occhi di Carbone aveva poi trasmesso il messaggio a un alto consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti, descritto come un palestinese in esilio ad Abu Dhabi e si ritiene che si tratti proprio di Mohammad Dahlan, ex dirigente di Al Fatah, per un periodo capo dell’intelligence dell’Autorità Palestinese a Gaza, ampiamente screditato, da molti palestinesi considerato un traditore e passato al servizio degli Emirati Arabi Uniti.
Come abbiamo visto, lo stesso Abu Zaida fa parte della “fazione dissidente” di Fatah guidata da Dahlan.
Dopo aver ricevuto l’avvertimento da Occhi di Carbone (ossia Abu Zaida), il consigliere del presidente degli Emirati – quindi Dahlan – ha chiesto al mediatore di incontrare nuovamente Sinwar per verificare la serietà della minaccia di quest’ultimo. Un simile incontro si è tenuto a metà settembre 2023, durante il quale Sinwar ha ripetuto la minaccia e ha chiesto a Occhi di Carbone di riferirla “parola per parola”.
Stando a quanto riportato da Haaretz, Mohammed Dahlan informò quindi dell’avvertimento il suo superiore, lo sceicco degli Emirati Mohammed bin Zayed e, il 15 settembre 2023, Occhi di Carbone comunicò anche allo Shin Bet il messaggio di Sinwar. E lo Shin Bet afferma di aver riferito il tutto a Netanyahu.
Rimane ancora il mistero di una telefonata diretta tra lo sceicco bin Zayed (Emirati Arabi Uniti) con Netanyahu per avere conferma che avesse ricevuto le informazioni ottenute dai propri uomini. I primi confermano, il secondo smentisce.
Haaretz ha ipotizzato che l’esitazione di Netanyahu potesse derivare dal timore di raggiungere un accordo con Hamas e dalla conseguente reazione negativa dei membri più fanatici del suo governo, mentre i funzionari dello Shin Bet che gestivano i colloqui hanno affermato che il primo ministro avrebbe espresso preoccupazione per eventuali fughe di notizie ai media.
È bene sapere che Abu Zaida/Occhi di Carbone è riuscito ad uscire vivo da Gaza e vive attualmente a Il Cairo, secondo il Times of Israel sono anni che parla sistematicamente con i giornalisti israeliani.
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