Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati
Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?
Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.
Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).
Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.
Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.
La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...
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07/10/2026
Chi governa Berlino?
Questo successo non ha nulla di misterioso. Si basa su un lavoro di fondo. Durante la campagna, migliaia di volontari di Die Linke hanno battuto i quartieri. Porta dopo porta. Palazzo dopo palazzo. Si sale, si scende, si risale. Niente belle brochure sotto il braccio, solo una domanda: cosa impedisce alla gente di dormire?
Per centinaia di migliaia di berlinesi, la risposta salta agli occhi, e fa male: l’affitto. Quella busta che cade nella cassetta delle lettere ogni mese. Quella certezza che una parte sempre più grande dello stipendio finisce dritta sul conto di un padrone di casa anonimo.
Die Linke vuole affitti accessibili, spezzare il potere dei giganti immobiliari quotati in Borsa e far finalmente rispettare il referendum. Nel 2021, più di un milione di berlinesi aveva votato per la socializzazione dei grandi parchi immobiliari privati.
Sul tema della casa, nessun altro partito ispira tanta fiducia ai berlinesi. I numeri parlano da soli: all’indomani del voto, il 37% di tutti i berlinesi ritiene che sia Die Linke ad avere le soluzioni migliori per abitare a un prezzo accessibile.
L’establishment contrattacca: il grande ribaltamento del dibattito
Die Linke ha vinto sul concreto: la casa, gli affitti, la proprietà. Ma in un batter d’occhio, la stampa e i salotti televisivi non ne parlano quasi più. Da un giorno all’altro, il dibattito politico ruota attorno ad accuse di antisemitismo.
Attorno alla Rote Hilfe, un’organizzazione di solidarietà di sinistra che fornisce sostegno legale a militanti e detenuti. Attorno a presunti legami con “clan” criminali. Attorno all’idea che parti del partito uscirebbero dal quadro democratico accettabile. Nei media, la questione non è più come far scendere gli affitti, ma se Die Linke sia «semplicemente in grado di governare».
È il grande ribaltamento. Non si parla più degli affitti inaccessibili, dell’onnipotenza dei gruppi immobiliari, della crisi abitativa. Si parla della legittimità del partito che ha vinto le elezioni proprio su quei temi. Nel frattempo, dietro le quinte, l’establishment federale si adopera per rendere giuridicamente impossibile qualsiasi socializzazione dei giganti immobiliari, la famosa Vergesellschaftung. Anche se l’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca la consente in linea di principio.
Quello a cui assistiamo è una controffensiva organizzata dei blocchi di potere economici e politici in carica. Aprono diversi fronti contemporaneamente: economico, giuridico, politico e ideologico. Passiamo in rassegna le nove forze che si sono schierate in ordine di battaglia contro Die Linke a Berlino.
1. Il capitale immobiliare
Lo scontro più frontale oppone Die Linke al capitale immobiliare. Il partito vuole espropriare i gruppi immobiliari a scopo di lucro che possiedono più di tremila alloggi. Nella città sono interessati più di 200.000 alloggi. In prima linea: Vonovia, il più grande gruppo immobiliare d’Europa, che da sola detiene 138.000 appartamenti a Berlino.
Il 21 settembre, all’indomani del voto, il BFW Berlin-Brandenburg, la lobby dei promotori privati, lancia il segnale d’allarme. Denuncia «un ritorno indietro in materia di politica abitativa». L’espropriazione frenerebbe le costruzioni. Il capitale privato fuggirebbe.
La BBU, la federazione dei locatori di Berlino-Brandeburgo, è a sua volta sul piede di guerra. Sui giornali Handelsblatt, Die Welt, Die Zeit e Tagesspiegel, agita lo spettro di «massicci rischi di disinvestimento». In breve: se si minaccia anche solo minimamente il suo modello di proprietà e di profitto, la lobby immobiliare scende immediatamente in campo.
È la lotta di classe nella sua forma più materiale. Die Linke vuole passare il potere dei grandi proprietari immobiliari verso gli inquilini e la proprietà pubblica. Il settore immobiliare vuole mantenere il regno della proprietà privata, delle rendite locative e dei ritorni sugli investimenti.
La posta in gioco è quanto mai concreta: a chi appartengono gli alloggi, chi incassa gli affitti, dove vanno i soldi pubblici, e chi ha il diritto di deciderne?
2. Il capitale finanziario
Chi dice immobiliare dice banche. Lo stesso 21 settembre, Die Deutsche Kreditwirtschaft, la potente federazione del settore bancario tedesco, lancia un avvertimento ufficiale. Socializzare gli alloggi farebbe fuggire il capitale privato. Complicherebbe il finanziamento immobiliare. Farebbe lievitare i premi di rischio. E poiché l’ipocrisia non ha limiti, «ridurrebbe i mezzi disponibili per l’istruzione e la politica sociale».
Come se le banche tedesche si fossero mai preoccupate di questo genere di cose negli ultimi decenni.
I mercati reagiscono all’istante. Il titolo di Vonovia subisce un colpo e arretra dell’1,7% controcorrente rispetto al mercato, raggiungendo il livello più basso da giugno 2023. Anche Deutsche Wohnen ne risente. Perché? Perché per questi signori, un alloggio a Berlino non è un luogo dove si vive, dove si ama, dove si crescono i figli. Per il grande capitale, gli alloggi sono veicoli di investimento e garanzie che permettono in cambio di fare montagne di debiti.
Togliete questi alloggi dal mercato privato, e non colpirete solo il padrone di casa, ma anche il gestore di fondi, il banchiere e lo speculatore: tutto l’ecosistema parassitario di Francoforte. Anche questa è lotta di classe.
3. Il grande padronato berlinese
Il capitale berlinese tradizionale si era trincerato ben prima del voto. Le quattro grandi organizzazioni padronali, la Camera di commercio (IHK Berlin), la Camera delle arti e mestieri, la VBKI e l’UVB, avevano serrato i ranghi nella loro “Wahlarena der Berliner Wirtschaft”. In questo forum elettorale comune, i principali partiti venivano a difendere il loro programma economico davanti al padronato organizzato.
Il loro lobbismo non si ferma la sera delle elezioni. Dopo la vittoria di Die Linke, il presidente della VBKI, Harald Christ, monta sul suo cavallo di battaglia. Il suo messaggio? «Chi vuole espropriare la proprietà privata in questa città gioca con il nostro futuro».
La VBKI è uno dei circoli più esclusivi della Berlino degli affari, di quelli che vivono più dei redditi delle loro proprietà e del lavoro altrui che del proprio lavoro. Per Harald Christ, che non è mai stato eletto a nulla, un partito «che non si distacca chiaramente dall’antisemitismo» non dovrebbe nemmeno governare.
Le due linee d’attacco dell’establishment convergono perfettamente qui. Da un lato, la difesa della sacrosanta proprietà privata. Dall’altro, il ricatto morale. Die Linke deve essere trattata da paria finché non si piega a tutte le esigenze dell’establishment.
4. L’industria degli armamenti
Secondo fronte economico: l’industria degli armamenti. I militaristi sognano di fare di Berlino un crocevia dell’industria bellica. Die Linke non vuole. Nessuna espansione dell’industria militare in città. Nessuna propaganda militare per le strade. Nessun reclutatore dell’esercito nelle scuole.
È bestemmiare in piena messa del militarismo tedesco. Avido di nuovi contratti miliardari, il complesso militare-industriale vuole fare della Regione Berlino-Brandeburgo un polo della difesa e dell’aeronautica. La ministra dell’Economia del Land del Brandeburgo, Martina Klement, ha già avvertito che il suo Land «andrà da solo se necessario» se Berlino bloccherà i suoi progetti. Punta il dito contro l’ostilità di Die Linke verso la Rüstungsindustrie, l’industria degli armamenti.
Anche questa è lotta di classe: Berlino diventerà un ingranaggio dell’economia di guerra in pieno sviluppo, o le farà da argine?
5. Lo Stato federale e il veto istituzionale
La pressione non viene solo dalle banche, dai promotori e dalle lobby. Interi pezzi dell’apparato statale entrano direttamente nella danza.
Che Die Linke non debba in nessun caso guidare la formazione del governo berlinese, sembra essere stato deciso prima ancora della chiusura dei seggi. Il 20 settembre, pochi minuti dopo le 18, a urne appena chiuse, il cancelliere Friedrich Merz pronuncia un discorso dal messaggio limpido: mantenere la rotta, qualunque cosa dicano gli elettori.
Il giorno dopo, Merz annuncia di voler accelerare una legge federale contro la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari. La sua coalizione si era già accordata sul principio, ma con la vittoria di Die Linke, la questione diventa improvvisamente urgente.
Bisogna, secondo Merz, rassicurare gli investitori internazionali: in Germania, la proprietà privata è al sicuro e non si espropria alla leggera. Che questo messaggio venga da Merz non è banale. Prima del suo ritorno in politica, ha presieduto dal 2016 al 2020 il consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di BlackRock, uno dei più potenti gestori di asset al mondo.
Tutto ruota attorno all’articolo 15 della Legge fondamentale. Dal 1949, prevede nero su bianco che il suolo, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono, per legge, essere trasferiti alla proprietà collettiva o ad altre forme di economia collettiva, dietro indennizzo fissato dalla legge. Questo articolo non è mai stato applicato. Tutta la battaglia di Berlino è sapere se potrà esserlo, per la prima volta, contro i grandi gruppi immobiliari.
Altri responsabili non sono da meno. Il presidente del Consiglio bavarese Markus Söder (CSU) minaccia di rimettere in discussione i trasferimenti finanziari verso Berlino se la città virerà troppo a sinistra. La Baviera è uno dei Länder più ricchi e uno dei principali contributori netti alla redistribuzione tra i Länder. La Baviera è ricca, la Baviera paga. Quindi Söder vuole dettare a Berlino come votare. Una pericolosa «lega-nordizzazione» del federalismo tedesco: la regione ricca che si compra la democrazia della regione povera.
Anche alcuni ministri si intromettono, servendosi della loro funzione ufficiale. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha usato l’account Instagram del suo ministero per attaccare Die Linke sulle espropriazioni, l’antisemitismo e presunti legami con la criminalità organizzata. Die Linke ha agito le vie legali invocando il dovere di neutralità delle istituzioni pubbliche.
Persino la giustizia si invita nel dibattito. In piena polemica su presunti contatti tra Die Linke e “clan” criminali, la procuratrice generale di Berlino, Margarete Koppers, ha avvertito che le reti criminali cercano deliberatamente di avvicinare i responsabili politici. Non ha accusato Die Linke per nome, ma il suo intervento ha dato un peso istituzionale supplementare all’immagine che si stava fabbricando attorno al vincitore delle elezioni.
Merz e il suo vice-cancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil (SPD), sanno benissimo cosa è in gioco: se la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari riesce a Berlino, l’idea potrebbe farsi strada altrove, nell’automotive, nell’energia o in altri settori strategici.
È proprio questo precedente che bisogna uccidere sul nascere. Una vittoria elettorale di Die Linke non deve assolutamente scuotere l’ordine della proprietà, e ancor meno diventare un esempio che appiccherebbe il fuoco ad altre lotte sociali.
6. La polizia e l’apparato di sicurezza
Sesta linea di pressione: l’apparato di polizia. Dopo le elezioni, alcuni sindacati di polizia berlinesi hanno avvertito che un governo guidato da Die Linke rischierebbe di indebolire la polizia limando i suoi poteri, i suoi mezzi di sorveglianza e di repressione. La Gewerkschaft der Polizei (GdP) è andata oltre, avvertendo SPD e Verdi che «la sicurezza di questa città è in gioco». Ha persino lasciato intendere che agenti potrebbero lasciare Berlino per altri Länder.
La minaccia ha presto preso una piega molto concreta. I governi CDU del Baden-Württemberg e del Brandeburgo hanno apertamente invitato i poliziotti berlinesi a fare i bagagli, collegando esplicitamente la loro campagna di reclutamento alla prospettiva di un governo guidato da Die Linke.
È una pressione organizzata, un ricatto in piena regola da parte di alcuni sindacati di polizia e di governi regionali conservatori: adottate la nostra visione della polizia e della sicurezza, o svuoteremo i ranghi della vostra polizia.
7. L’ambasciata d’Israele
E poi c’è l’elefante nella stanza: la campagna sull’antisemitismo. Il 26 settembre, l’ARD, il grande network pubblico radiotelevisivo tedesco, constatava che la polemica sull’antisemitismo aveva «eclissato tutti gli altri temi dalla vittoria elettorale».
In linea di principio, un ambasciatore non deve immischiarsi direttamente nella vita politica del paese che lo ospita. Ciò non ha impedito all’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, di denunciare, dopo la vittoria di Die Linke, una «minaccia esistenziale immediata» per la comunità ebraica a Berlino. Fedele sostenitore di Netanyahu e fustigatore della Corte penale internazionale, Prosor accusa parti di Die Linke di «antisemitismo sfrenato» e di ostilità verso Israele.
Quasi nello stesso momento, Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, interpellava direttamente SPD e Verdi: chiunque aiuti Die Linke a entrare al Rotes Rathaus, il municipio rosso di Berlino, mette secondo lui in pericolo la coesione sociale e la comunità ebraica.
Nel SPD e nei Verdi, questa pressione israeliana trova un’eco. L’eletto SPD Martin Hikel giudica impossibile cooperare con un partito che, secondo lui, «tollera dichiarazioni antisemite». L’antisemitismo e la difesa di Israele sono ormai al centro delle prime discussioni tra Die Linke, il SPD e i Verdi. L’intervento israeliano pesa così direttamente sul clima in cui si negozia il futuro governo berlinese.
Dietro tutto ciò si delinea un intreccio strategico più ampio. Nonostante il genocidio a Gaza, la Germania e Israele rafforzano la loro cooperazione militare-industriale. Quest’anno, il produttore di armi israeliano Elbit Systems ha firmato nuovi accordi strategici con, tra gli altri, TKMS e Diehl Defence, in particolare per sistemi d’arma navali e droni destinati alla Bundeswehr. Elbit conta di aprire fino a otto nuovi siti in Germania negli anni a venire.
La battaglia attorno a Israele ha quindi anch’essa una dimensione materiale. Non si tratta solo di Gaza, dell’apartheid e del colonialismo di insediamento israeliano, ma anche di un intreccio militare e industriale sempre più stretto. In questo contesto, l’etichetta «antisemita» assume una carica politica del tutto particolare quando la si appiccica alle forze che si oppongono al governo israeliano, al riarmo tedesco o a questa crescente cooperazione militare-industriale.
8. ELNET: la rete di lobbying internazionale
Oltre all’ambasciata, esiste tutta un’infrastruttura di lobbying. E una cosa colpisce: ogni volta che una sinistra sfonda nelle urne, l’antisemitismo torna al centro del dibattito.
In Gran Bretagna, tre grandi quotidiani hanno affermato all’unisono, nel 2018, che un governo guidato da Jeremy Corbyn avrebbe rappresentato una «minaccia esistenziale» per la comunità ebraica. Bisognava delegittimare Corbyn perché rompeva con il consenso su Israele, sosteneva apertamente la causa palestinese e difendeva un programma socio-economico in rottura frontale con l’establishment britannico. L’accusa di antisemitismo è diventata un’arma in una battaglia più ampia: dichiararlo inabile al potere.
Stesso scenario in Francia. Nel 2024, Yonathan Arfi, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF), dichiarava che «La France Insoumise non ha posto al governo». Motivo invocato, anche qui: l’«antisemitismo».
In realtà, era la critica del genocidio a Gaza da parte della sinistra a essere presa di mira. Prima delle recenti elezioni municipali, il servizio francese di vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere Viginum ha persino portato alla luce una vasta campagna di disinformazione israeliana, orchestrata dall’oscuro ufficio Blackcore. Siti falsi, profili falsi, notizie false, bot dopati con l’IA: i candidati LFI sono stati sistematicamente infangati.
A Berlino, gli sguardi si rivolgono soprattutto verso ELNET Deutschland, un’organizzazione di lobbying che vuole stringere i legami tra Israele e l’Europa. Il finanziamento di questa impresa proviene principalmente dagli Stati Uniti. In un solo anno, l’ufficio tedesco ha ricevuto più di un milione di euro da ELNET US.
ELNET ha finanziato viaggi in Israele per almeno 51 deputati del Bundestag. Poco prima delle elezioni berlinesi, ha fatto venire sei ufficiali delle Tsahal nella capitale per incontrare responsabili politici, la Bundeswehr e i media. ELNET è così un anello chiave tra i circoli di sicurezza israeliani e l’establishment politico tedesco, con mezzi considerevoli e un accesso diretto ai decisori.
Nel dibattito politico berlinese attuale, questa infrastruttura contribuisce a creare un clima politico in cui l’atteggiamento verso Israele è sempre più usato come criterio per determinare chi può o non può governare.
9. Gli Stati Uniti
Resta l’ingerenza americana. Nella loro National Security Strategy ufficiale, gli Stati Uniti non fanno mistero del loro sostegno attivo alle forze di estrema destra e nazionaliste in Europa, dal Rassemblement national in Francia all’AfD in Germania. Per Trump, un’Europa simile presenta un doppio vantaggio: alleati più vicini a Washington, e un’Unione europea divisa, incapace di affermarsi come potenza autonoma.
Negli ultimi anni, pesi massimi americani, da Elon Musk a Donald Trump passando per JD Vance, Marco Rubio e l’ex ambasciatore Richard Grenell, si sono apertamente immischiati nella politica tedesca, il più delle volte per offrire all’AfD legittimità e spazio politico.
Quando l’AfD ha sfondato in Sassonia-Anhalt, Trump, Musk e Grenell erano in prima fila ad applaudire. Trump ha salutato pubblicamente il risultato, Musk ha scritto «Gut gemacht!» e Grenell ha parlato di «una grande vittoria e di un giorno nuovo per la Germania». Succedeva appena due settimane prima delle elezioni berlinesi.
Allo stesso tempo, l’ambasciata americana in Germania ha sbloccato quest’estate circa 400.000 dollari per organizzazioni della società civile, in particolare per progetti di lotta contro l’antisemitismo («countering antisemitism»). Fondi diplomatici per pesare sull’agenda politica interna. Su istruzione di Washington, le ambasciate americane in Europa alimentano la caccia alle streghe contro la sinistra, mentre mettono il piede nella staffa all’estrema destra.
Un’ammissione di debolezza
Sommate tutte queste forze, banche, gruppi immobiliari, padronato, industria degli armamenti, giustizia, governo federale, ambasciate, capitale internazionale, e vedrete cosa si sta giocando davvero a Berlino. Diverse frazioni della classe dominante, ciascuna con i propri interessi, fanno blocco non appena si toccano i rapporti di proprietà e di potere.
Il primo fronte è materiale. Il capitale immobiliare difende i suoi affitti e il suo patrimonio fondiario, le banche i loro crediti e le loro garanzie, gli investitori i loro rendimenti, l’industria degli armamenti i suoi contratti miliardari e i suoi ordini pubblici. I loro interessi divergono, ma convergono su un punto: Die Linke non deve toccare la presa del capitale privato sulla casa, sull’investimento e sul denaro pubblico.
Il secondo fronte è politico e ideologico. Non appena questi interessi materiali sono minacciati, il dibattito scivola verso l’antisemitismo, l’estremismo, la Rote Hilfe e presunti legami con i clan criminali. Non si tratta più solo di bloccare riforme concrete. Si tratta di spingere Die Linke fuori dal campo politico accettabile.
Ma siamo onesti: questa campagna di calunnie disperata è soprattutto una formidabile ammissione di debolezza. Le élite trascinano Die Linke nel fango per mancanza di argomenti. Nessuno può guardare i berlinesi negli occhi e dire loro che una topaia a 1.500 euro al mese è normale. La crisi abitativa non è una posizione estremista. È il quotidiano dell’immensa maggioranza della popolazione, compresi molti elettori del SPD, dei Verdi e della destra.
Poiché non può vincere quel dibattito, l’establishment tenta di imporne un altro. Le cortine fumogene si susseguono: «Antisemitismo!» «Clan!» «Islamisti!» «Rote Hilfe!» Meno si risponde alla questione sociale, più si grida sulla presunta incapacità di Die Linke di governare.
Il vero estremismo non è un partito che organizza gli inquilini. Il vero estremismo è una società in cui milioni di persone sono cacciate dalla loro città perché una manciata di avvoltoi reclama il suo rendimento. Il vero estremismo è un sistema che riduce la casa alla speculazione e la guerra a un business.
Die Linke ha vinto la battaglia sulla questione fondamentale: a chi appartiene Berlino? Chi fissa le regole, chi controlla gli immobili e a chi deve servire la città? La risposta dei berlinesi è stata chiara. La violenza della controffensiva mostra quanto il campo avverso comprenda bene cosa è in gioco.
Questa polarizzazione non deve spaventare nessuno. È semplicemente il rumore della lotta di classe: i poteri economici difendono i loro beni e il loro capitale, i poteri dello Stato tentano di blindare il perimetro entro cui un risultato elettorale ha il diritto di cambiare qualcosa.
Un profumo di panico aleggia nei circoli del potere. Non è il momento di mettersi sulla difensiva né di arretrare. È il momento, più che mai, di appoggiarsi alla popolazione e mobilitarsi. Perché è proprio qui che si gioca la questione decisiva: chi forma realmente la maggioranza a Berlino, e chi ha il potere di sbarrargli la strada?
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06/10/2026
Rifiuti umani
Ma come possiamo definire una sedicente “civiltà” che tratta gli esseri umani, ossia i propri stessi membri, come sacchi di rifiuti da smaltire clandestinamente?
In quel di Caivano – dove il neofascismo governante ha preteso di presentarsi come “lo Stato” addirittura con un decreto apposito – un operaio di 61 anni, Salvatore Calignano, appena caduto da un tetto o da un’impalcatura, è stato buttato sul ciglio di una strada quando era ancora vivo. Solo dopo, con tutta calma, e con una chiamata anonima, sono stati allertati i soccorsi.
Non è il primo caso. Tutti ricordano quello di Satnam Singh, bracciante indiano assunto in nero a Borgo Santa Maria, in provincia di Latina, che due anni fa fu agganciato da un macchinario che gli schiacciò le gambe e staccò un braccio. Anche lui fu abbandonato ancora vivo per strada, davanti alla casa dove abitava, insieme al braccio amputato. Ovviamente morì dissanguato.
Potremmo fare altri esempi, perché specie l’agricoltura e l’edilizia non mancano di produrre incidenti evitabilissimi, con lavoratori quasi sempre in nero, in condizioni da piantagione di cotone dell’800.
Due punti fanno una linea, molti punti disegnano una figura. Orrenda, ma che va guardata in faccia.
I pezzi di merda razzisti liquidarono alla svelta il caso di Satman Singh perché “un indiano in più o in meno, cosa vuoi che cambi”. Salvatore era però indubitabilmente “italiano, cristiano, padre”, come ama ripetersi una certa presidente del consiglio.
Segno certo che “gli imprenditori” di questo disgraziato Paese non sono affatto razzisti. Ammazzano chiunque, qualsiasi sia il colore della pelle, la fede religiosa, lo status anagrafico, il passaporto in tasca. Il loro unico faro sono i soldi, l’unico diritto in cui si riconoscono è quello all’impunità.
E dunque per loro un cadavere, o anche un lavoratore ferito, in una condizione lavorativa illegale (per assenza di contratto e di misure di sicurezza”), è uno scarto da smaltire aumma-aumma, tossico come quelli che sversa nei torrenti o nei fossi.
Questo ridurre l’uomo a spazzatura, quando non serve più (non può più lavorare e produrre), non è la malattia di qualche bastardo particolarmente infame, che intende di arricchirsi in qualsiasi modo e senza mai pagare dazio.
È la cifra sotterranea ma autentica di un sistema di vita. È la logica del “fondo avvoltoio” che sfratta un anziano – a Madrid come a Roma, a Parigi come a Berlino – perché gli affitti brevi del turismo di massa garantiscono entrate più alte.
È la logica degli Stati nell’era dell’austerità, che tagliano le pensioni future, allungano l’età lavorativa, non adeguano all’inflazione i trattamenti già in atto. Condannando ad una vita più corta e più stentata milioni di ex lavoratori.
È la logica dell’Ice a caccia di “stranieri da riemigrare” a forza, separando se capita madri, padri e figli minori.
È la logica di Israele a Gaza e in Libano, appena rivestita di suprematismo razziale e promesse bibliche, ma egualmente fondata sulla riduzione dell’essere umano a rifiuto di cui liberarsi al più presto.
È la logica che vede la guerra come soluzione per tutti i problemi insieme, perché riduce la complessità eliminando interi pezzi di mondo. Una visione lunga zero centimetri, che neanche si è accorta del fatto che le masse giovanili da gettare nel tritacarne del dio Marte oggi non ci sono più, striminzite dal gelo demografico, a dimostrazione visibile che i salari oggi disponibili sono al di sotto della soglia di riproduzione della forza lavoro.
Ma chi considera gli umani come risorsa da spremere fin quando non diventano scarti da far sparire non può immaginare altro futuro che per sé. “Finché non ne resterà soltanto uno”, diceva un film...
Questo è l’Occidente alla fine della fase neoliberista. Questo è “il giardino” di cui parlava Borrell. Praticamente un cimitero...
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20/09/2026
Santa Caterina delle armi
La Beretta è una fabbrica che esporta armi in tutto il mondo. Oggi i movimenti pacifisti giustamente pongono la necessità della riconversione civile dell’industria militare. Invece con il riarmo NATO e UE sta avvenendo esattamente il contrario, è l’industria di pace che viene riconvertita in strumento di guerra. Ovviamente la Beretta, multinazionale familiare sempre più potente a Brescia e in Italia, va a nozze con la politica guerrafondaia che dilaga. Così la Festa Patronale a Gardone diventa Festa di Stato.
Le Frecce tricolori percorrono l’azzurro della Valtrompia, mentre Giorgia Meloni scende dall’alto dei cieli e atterra in elicottero militare a Gardone per omaggiare la famiglia Beretta e dare testimonianza dell’imperialismo straccione che anima il governo.
È la festa di chi vuole innalzare al 5% del PIL la spesa per le armi, ed è festa grande per la famiglia Beretta. Il 5% non è più soltanto uno slogan: al vertice NATO dell’Aja del giugno 2025 i governi alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa annuale per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% ad altre spese connesse a difesa e sicurezza.
Una vecchia canzone operaia – “Santa Caterina dei Pastai” – prendeva in giro una festa aziendale organizzata dal padrone di una fabbrichetta, festa poi pagata dagli stessi operai con una trattenuta sulla busta paga.
La Festa di Stato per la Beretta non la pagano direttamente gli operai dell’azienda, ma la paghiamo tutti noi. Perché i soldi in più per le armi sono soldi in meno per la sanità, la scuola e i servizi sociali. Perché se Beretta esporta più armi, vuol dire che ci sono più guerre nel Mondo.
E qui viene da chiedersi che cosa abbia fatto davvero, in questi quasi quattro anni, il governo guidato da Giorgia Meloni sul piano economico-sociale. L’ opposizione dei salotti televisivi racconta spesso una Meloni che non avrebbe fatto quasi nulla. Non è vero. Ha fatto un sacco di cose, e tutte in una determinata direzione, quella auspicata da gente come i Beretta.
Il 4 settembre 2026 il governo Meloni ha trionfalmente celebrato il primato di longevità di un esecutivo non solo della storia della Repubblica, ma anche dell’intera storia dell’Italia unita (dal 1861 ad oggi), ove si eccettui quello di Mussolini Duce degli Italiani, da lei considerato del resto uno dei più grandi statisti di tutti i tempi e quindi ineguagliabile.
E allora guardiamo alle battaglie che il governo ha combattuto. Il centrosinistra aveva presentato in Parlamento un disegno di legge per l’introduzione di un salario minimo legale di 9 euro lordi l’ora. Proposta, peraltro, molto cauta. Ma il governo ha immediatamente alzato le barricate e scelto una strada diversa, affidandosi alla “valorizzazione della contrattazione collettiva” e al principio della “retribuzione proporzionata e sufficiente”. Cioè – all’atto pratico – se CGILCISLUIL firmano un rinnovo contrattuale di categoria che preveda una retribuzione a 6 euro lordi l’ora, quello diventa il “salario giusto”.
Anche sui congedi parentali il confronto è istruttivo. Le proposte parlamentari dell’opposizione chiedevano un rafforzamento della tutela per entrambi i genitori a parità di retribuzione; il governo ha solo aumentato l’indennità per alcuni periodi di congedo, arrivando nel 2024 a due mesi indennizzati all’80% in determinate condizioni, mentre la misura in generale resta comunque regolata entro i limiti di prima.
E quanto alla sicurezza nei luoghi di lavoro la legge delega del 2023 ha previsto espressamente la “semplificazione, il coordinamento e la programmazione dei controlli sulle imprese”, cioè, tanto per dirne una, preavvisi con settimane di anticipo agli “imprenditori” prima delle ispezioni nelle aziende. Di introduzione del reato di omicidio sul posto di lavoro neanche a parlarne, ovviamente.
Tutto questo per tacere del reddito di cittadinanza abolito e della legge Fornero addirittura peggiorata.
Poi c’è il grande capitolo del riarmo. Mentre si discuteva di salari, servizi e condizioni di lavoro, l’Italia partecipava alla scelta NATO di portare – come abbiamo detto – la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035.
A questo punto allora vale la pena guardare anche a chi ha contribuito economicamente alla crescita del partito della Presidente del Consiglio.
Nei soli anni 2022 e 2023 Fratelli d’Italia ha ricevuto complessivamente 8.207.582 euro di “erogazioni liberali” da persone fisiche e persone giuridiche (imprese e aziende): 4.225.614 euro nel 2022 e 3.981.968 euro nel 2023. Una cifra mostruosa.
Sono gli anni della conquista del potere da parte dei postfascisti e del consolidamento del governo Meloni. Il dato resta lì, nero su bianco: in due anni, oltre otto milioni di euro arrivati al partito da privati, imprese e aziende che attendevano evidentemente che Meloni facesse le cose che abbiamo descritto sopra. E Meloni le ha fatte tutte, comprese le strette repressive contro manifestazioni e proteste.
No, uno Stato che rispetti l’articolo 11 della Costituzione non dovrebbe spendere risorse pubbliche per festeggiare un’azienda di armi, per di più privata.
A Gardone invece hanno fatto Santa Caterina delle Armi.
E viene da pensare che, mentre i lavoratori invocano invano salari dignitosi, maggiori diritti e maggiore sicurezza, mentre la sanità e la scuola aspettano risorse, l’industria degli armamenti può contare su un’altra prospettiva: quella di un enorme aumento della spesa militare.
Allora, guardando ai milioni raccolti da Fratelli d’Italia negli anni decisivi 2022-2023 viene spontanea una domanda: se questo era ciò che i finanziatori si aspettavano dalla politica di Giorgia Meloni, quanto è costato e quanto ha reso il loro investimento? Senza dubbio chi l’ha pagata ha fatto un ottimo affare.
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08/09/2026
La danza salottiera tra padroni e impresentabili
di Emiliano Brancaccio
«Siamo qui, dunque siamo importanti». È dai tempi gloriosi del salotto parigino di Madame de Staël che il cerimoniale svolge la sua funzione. Da Davos a Cernobbio, essere invitati ai forum dell’establishment significa essere riconosciuti dai vertici del potere capitalistico. Obiettivo vitale soprattutto per chi, fino a ieri, era considerato «feccia impresentabile».
Vannacci che discetta con Monti all’Ambrosetti, sulle placide sponde del lago di Como, potrà dunque apparire un po’ grottesco agli occhi dei candidi che non abbiano contezza della fase. Di sicuro non è una novità della storia.
Certo, non tutte le porte dei salotti buoni si sono aperte facilmente alla “feccia”. Nel 1928, già duce, Mussolini chiese l’ammissione al prestigioso National Press Club di Washington. Fu malamente respinto.
Ma se talvolta una porta dorata si è chiusa, più spesso i portoni si sono spalancati. Nel gennaio 1932, ancora fuori dal governo, Hitler fu invitato all’Industrie-Club di Düsseldorf davanti a seicento esponenti della grande industria germanica. Un’occasione per dissipare i timori del padronato verso l’ascesa nazista. Evidentemente rassicurati, l’anno dopo i conservatori tedeschi gli consegnarono la cancelleria, persuasi di poterlo controllare. Von Papen si vantava: «Entro due mesi avremo spinto Hitler così tanto nell’angolo che lo faremo squittire». Non andò esattamente così.
Nell’amorosa danza salottiera tra padroni e fascisti, si ammira anche l’elegante passo indietro. Accade soprattutto di questi tempi. Fino all’anno scorso la Munich Security Conference escludeva esponenti di AfD in nome del vecchio fronte democratico. Ma nel 2026 ci ha ripensato, invitando con tutti gli onori i capi dell’estrema destra tedesca. Troppi voti per tenerli fuori.
Lo sdoganamento degli impresentabili da parte dell’establishment, dopotutto, si muove in sincrono con lo sviluppo delle alleanze politiche, più o meno manifeste. Già nel gennaio 2025 una mozione della Cdu contro gli immigrati era passata al Bundestag grazie ai voti dell’AfD, insieme a quelli dei liberali della Fdp. Analoghi abboccamenti tra destra estrema, conservatori e liberali sono all’ordine del giorno, in tutta Europa. Sulla circostanza che qualche sincero liberale italiano chieda voti a Futuro nazionale ci si può interrogare sul quando, non sul se.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’alleanza sia impossibile: liberali e “oltrefascisti” sono troppo diversi. Non necessariamente. Esiste almeno un terreno sul quale le distanze si accorciano: il lavoro.
Il doppio gioco della destra estrema è noto. Nella propaganda lamenta il depauperamento dei lavoratori ma nell’azione parlamentare e di governo fa di tutto per impedire la loro riunificazione di classe. Rassemblement national, Vox, Reform Uk, Vlaams belang si oppongono ai contratti collettivi, alle tutele sindacali, agli scioperi. In questo senso, il novello caso Vannacci è già istruttivo. A parole Futuro nazionale invoca un salario minimo orario ma in parlamento ha immediatamente votato contro. La retorica sociale resta. Quando arrivano le decisioni, si serrano i ranghi del capitale.
Vannacci, in fin dei conti, è già meloniano. Anzi, è già pronto al dialogo coi liberali. E viceversa. L’anno prossimo, a Cernobbio, anche le cortesi obiezioni del liberaldemocratico Monti potrebbero diventare uno sbiadito ricordo. Dopotutto i salotti buoni servono a questo: ci si incontra, ci si riconosce, alla fine si governa insieme.
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10/07/2026
Il perimetro infame del capitalismo italiano
Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.
Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.
A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.
Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.
Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.
Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.
Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.
Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.
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20/06/2026
CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni
di Giorgio Cremaschi
Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.
Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.
Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.
Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.
Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.
Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.
È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.
Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.
Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.
Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.
Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.
L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.
È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.
Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.
Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.
Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.
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06/05/2026
Da istituti tecnici a centri di addestramento per gli schiavi del terzo millennio
Con una legge delega, a sorpresa, senza un minimo di consultazione delle sigle sindacali di categoria e di docenti e dirigenti scolastici, il governaccio di centro-destra, che in disastri non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori di centro sinistra, manda a segno un colpo che verrà avvertito soprattutto dalle famiglie con disagio economico: la riforma degli istituti tecnici.
La riforma prevede fin dal 2026/27, ad iscrizioni già avvenute, la riduzione di un anno del corso di studi degli istituti tecnici, con un taglio significativo delle ore di italiano e geografia economica e l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro.
Ma il bello arriva dopo: per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro, gli studenti dovranno integrare il percorso con altri due anni A PAGAMENTO, in funzione del reddito e della capienza dei fondi pubblici, presso gli ITS.
Gli ITS, per chi non lo sapesse, sono delle fondazioni a cui con soldi pubblici lo stato ha delegato sotto il governo Draghi nella passata legislatura, il compito di addestrare i ragazzi usciti dagli istituti di istruzione secondaria di secondo grado al lavoro in aziende del territorio. Questi istituti infatti hanno un consiglio di amministrazione in cui la parte del leone la fanno le aziende che danno l’indirizzo alla formazione o meglio all’addestramento da impartire.
Un regalone a Confindustria che si avvantaggia del fatto che i costi della formazione al lavoro in azienda vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi. Quindi Confindustria decide nel proprio esclusivo interesse come addestrare le proprie nuove reclute, senza pagare per la formazione.
Socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Come docenti hanno titolo ad insegnarvi quelli che insegnano pure negli istituti tecnici e professionali nonché persone non formate come docenti provenienti dalle stesse aziende.
Quindi appare scontato un dato: i ragazzi che usciranno dalla nuova riforma 4+2 non saranno più preparati di quelli che oggi escono dagli istituti tecnici, perché le ore che perdono per l’alternanza in più e l’anno che perdono di scuola gratuita vanno abbondantemente a compensare quello che acquisiscono nei due anni gestiti direttamente dalle imprese.
In più perderanno ore in quelle discipline formative (italiano e geografia economica) che danno un’impostazione minimamente critica e di respiro generale alla formazione tecnica che appunto si trasforma in addestramento al lavoro in azienda.
Ma c’è di più! In un periodo come quello in cui stiamo vivendo in cui le tecniche di produzione cambiano alla velocità della luce, i ragazzi usciti dagli ITS in capo a due o tre anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove reclute con formazione aggiornata e costretti a pagare nuovamente per acquisire nuova formazione. Oltretutto quella formazione può avere un suo senso solo se legata alle aziende del territorio, difficilmente potrà essere fatta valere in altri luoghi.
Quindi chi la conseguirà sarà un precario a vita, costretto ad una formazione continua e sotto il giogo di padroni locali, a pagamento, salvo che l’azienda non chiuda o modifichi completamente la produzione. In quel caso colui che avrà scelto di essere addestrato da schiavo, non avrà più modo di riciclarsi.
Diciamo che questa riforma è semplicemente SCANDALOSA!
E chiunque avesse da spezzare una lancia a favore di questo governo rispetto al precedente deve prendere atto che questo governo altro non è se non la CONTINUAZIONE di quello precedente.
Infatti la stessa Forza Italia che ha perorato la costituzione degli ITS, ora attraverso Valditara, l’estensore della riforma universitaria del 2010, quella della Gelmini, per intenderci, oggi ci propina questo bel pacchetto tutto incluso in cui paghi per diventare schiavo a vita dei signorotti locali.
Ovviamente le materie umanistiche saranno le più sacrificate: per fare lo schiavo non hai bisogno di usare il cervello, bastano le mani.
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05/05/2026
La truffa del salario giusto
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
04/05/2026
Decreto lavoro o decreto imprese?
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.
Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.
Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.
Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.
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