Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/10/2024

Berlino - Manifestazione contro la guerra, migliaia in piazza

È stata grande la protesta contro la guerra e il riarmo auspicata dagli organizzatori. Quante persone abbiano preso parte alla manifestazione per la pace di giovedì a Berlino è una questione di interesse politico.

La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.

Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.

Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.

La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.

Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.

L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.

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04/05/2024

Germania - Nube tossica su Berlino, va a fuoco la fabbrica di armi per Kiev

Il primo messaggio lanciato poco dopo mezzogiorno su Nina – l’app della protezione civile per la gestione degli eventi catastrofici – restituisce il grado di allarme delle autorità federali: «Tenete le finestre chiuse. Non uscite di casa» è il consiglio-ordine impartito ieri a centinaia di migliaia di berlinesi residenti nei quartieri Ovest fra Spandau e Potsdam.

Segue la spiegazione dei vigili del fuoco, ancora più inquietante: «Sta bruciando un edificio che contiene sostanze chimiche tra cui acido solforico e cianuro di rame».

Nel cielo, visibile ormai in tutta la città, si allunga la gigantesca nube nera prodotta dall’incendio che non ha investito un normale «edificio» bensì la più nevralgica fabbrica di armi della Germania che corrisponde anche allo stabilimento oggi più importante per l’Ucraina.

Ad andare a fuoco nel rione Sud-Ovest di Lichterfelde, al confine con il Brandeburgo, sono nientemeno che i mega-capannoni del costruttore d’armi Diehl, produttore dei sofisticati sistemi di difesa aerea made in Germany tra cui il celebre Iris-T.

Sul posto a sirene spiegate oltre 190 mezzi dei vigili del fuoco, comprese le autopompe del vicino aeroporto internazionale Willy Brandt allertate dopo che nelle prime cinque ore di operazioni non è stato possibile spegnere le fiamme.

«Andremo avanti tutta la notte» confermano i pompieri mentre il furgone rilevatore di fumi tossici continua a battere le principali arterie e la municipalizzata dei trasporti devia le linee di metro e bus il più lontano possibile.

Nell’aria, insieme ai fumi nocivi, rimane sospesa la domanda politicamente non meno tossica, obbligata allo luce dello scenario di guerra come minimo contemporaneo all’incidente. Si tratta di un sabotaggio dei russi?

«Al momento non possiamo stabilire alcuna causa per l’incendio», taglia corto la nota ufficiale, guardandosi bene dal menzionare le decine di agenti dei servizi di intelligence tra cui spiccano il Bnd estero e il servizio militare Mad già al lavoro per vagliare l’ipotesi che fa tremare i polsi al ministro della Difesa Boris Pistorius quanto allo stato maggiore dell’esercito ucraino mai così appeso all’invio di missili anti-aerei.

L’unico dato incontrovertibile per adesso è che lo stabilimento Diehl di Berlino è distrutto. Nell’impossibilità tecnica di spegnere il rogo, i vigili del fuoco hanno lasciato bruciare i quattro piani della fabbrica fino al crollo delle strutture portanti.

Danno da milioni di euro per il costruttore di armamenti ma anche devastante colpo all’immagine del governo, in particolare del cancelliere Olaf Scholz il cui volto spicca nei cartelloni Spd per le Europee affissi in questi giorni (anche) nei quartieri avvolti dalla nube tossica con lo slogan: «Pace in sicurezza».

La rassicurante promessa sembra collimare assai poco con il report di Adrian Wentzel, portavoce dei vigili del fuoco di Berlino, indicante il rischio che ieri l’incendio abbia potuto formare «una nuvola di acido cianidrico», come del resto dimostrano le speciali tute produttive fatte indossare ai pompieri fin da subito.

In buona sostanza, al di là dell’eventuale dolo e dei danni materiali, il rogo della fabbrica del produttore dei missili Iris-T è comunque destinato a impattare sull’opinione pubblica tedesca già poco entusiasta del doppio record fatto registrare dal Paese divenuto ormai il primo partner di Kiev in Europa sia sotto il profilo economico che militare.

«Ringrazio la Germania per le nuove forniture, tra cui lo scudo aereo che salverà molte vite» diceva il presidente ucraino Volodymyr Zelensky appena tre mesi fa, salutando così l’imminente arrivo dei missili Diehl.

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30/05/2018

La marcia su Berlino

Erano in 70.000 semplici cittadini, personaggi della cultura, del mondo politico ed associativo a tentare di sbarrare la strada, domenica a Berlino, ai neofascisti dell’AfD. Eppure, malgrado l’enorme superiorità numerica, da un punto di vista antifascista la giornata non è stata un successo. Il populismo e lo svuotamento della democrazia con mezzi democratici operato dalla AfD non si ferma con i lustrini, la musica e le feste. Questa forma di protesta è una riedizione della «rivolta delle persone perbene» e serve in primo luogo a dare di sé stessi un’immagine cosmopolita, colorata e tollerante. Nulla da ridire, naturalmente: ballare è sempre meglio che marciare.

Impedire la marcia su Berlino dell’AfD e dei suoi 5.000 dimostranti grazie alle dimensioni della contromanifestazione sarebbe stato un successo. Ma non è avvenuto. Ciò è dipeso da una parte dall’autosufficienza dei contro-dimostranti in festa o dei festaioli della contro-manifestazione, che non hanno mai avuto la pretesa di affrontare fino in fondo l’AfD. D’altro canto è dipeso anche dalla strategia della sinistra, che ha tentato, senza successo, di organizzare dei blocchi. Era prevedibile che nel centro della città un blocco della strada non avrebbe funzionato. Singoli tentativi non sono falliti solo per l’uso della forza da parte della polizia, ma anche per la debolezza di chi li ha organizzati e per la sua incapacità di sviluppare ed adattare alle circostanze una strategia efficace.

Musica, canti e balli non bastano a sgomberare la piazza dai razzisti. Ci vuole la protesta che non ha timore dello scontro, quella che rende la vita più dura possibile all’AfD. Le occasioni non sono mancate, come su quel ponte della metropolitana di superficie dove il nero della AfD è vistosamente sbiadito o alla stazione centrale, quando i fascisti sono stati costretti a passare fra due ali di contro-dimostranti che gridavano la loro rabbia. Fra gli applausi degli antifascisti anche alcune bandiere tedesche sono state strappate dalle mani dei razzisti, finendo nella spazzatura.

La sinistra avrebbe dovuto approfittare di momenti del genere. Nella folla è possibile rendersi invisibili, realizzando azioni adatte a colpire direttamente l’AfD. Puntare solo sulla tolleranza e l’apertura non basta. Vivere una vita piena di bolle di sapone e di musica tecno è sicuramente meglio che farne a meno, ma non è sufficiente. E’ molto meglio se migliaia di razzisti decidono di non fare più nessuna manifestazione. Ma, perché questo avvenga, ci vuole ben altro.

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20/12/2016

Berlino. Camion sulla folla, 12 morti, catturato il killer

Fonte Ansa:

Un camion si è schiantato contro un affollato mercato di Natale a Berlino. I media riportano "diversi morti, almeno nove, e circa 50 feriti". Il camion ha invaso un marciapiede nei pressi della Chiesa del Ricordo. C'è stato un morto, come ha detto una portavoce dalla polizia. La chiesa è nel mezzo del Mercato natalizio situato in pieno centro della parte ovest della città. "Secondo informazioni della polizia, presumibilmente e' stato compiuto un attentato con un camion": lo scrive l'agenzia Dpa citando un portavoce della polizia.

Secondo la Zdf tedesca, una persona sospettata di essere il guidatore del camion sarebbe stato arrestato. Un secondo uomo che era sull'autocarro è morto nell'urto.

L'attentato è avvenuto nel mercatino di Natale nella Breitscheidplatz, ai piedi della Gedaechtniskirche, la "Chiesa del ricordo", uno dei simboli di Berlino. La piazza è nei pressi della stazione "Zoologischer Garten". Sono diversi i feriti a terra e di alcuni stand sono distrutti.

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09/12/2015

Russia. E' morto Nikolai Mikhailov, issò la bandiera rossa sul Reichstag


E' morto a San Pietroburgo l'ultimo militare russo rimasto in vita che partecipò alla presa del Reichstag a Berlino, nel maggio 1945. Si chiamava Nikolai Mikhailov Vielaliev e aveva 93 anni. Durante la Seconda Guerra mondiale il soldato era un tenente dell'Armata Rossa, del 756/0 reggimento, quello che dopo l'assalto riuscì ad entrare nel Parlamento tedesco. Il militare era nato nella regione di Tver, a nord di Mosca, da una famiglia di contadini. Dopo la guerra aveva continuato il servizio militare nella flotta dell'Oceano Pacifico e poi per 40 anni aveva lavorato nella fabbrica 'Bandiera rossa'. Fino all'ultimo giorno della sua vita ha dedicato il suo tempo al lavoro storico-patriottico con i più giovani. Il soldato sovietico che innalza materialmente la bandiera rossa sul Reichstag, immortalato in una fotografia entrata nella storia, fu Abdulkhakim Ismailov. Nel gruppo, insieme a lui, c'era anche il tenente Nikolai Mikhailov Vielaviev, morto oggi, l'ultimo sopravvissuto di quella pattuglia. A fotografare il tutto fu Evgenii Khaldei che, nel 1945, lavorava per l'agenzia sovietica ufficiale ,la famosa «Tass».

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08/11/2014

A Berlino che giorno est?

Mentre a Berlino si celebra il venticinquesimo anniversario della caduta del muro e si accendono luci bianche sul perimetro dove sorgeva, si può contribuire alle celebrazioni riflettendo con una narrazione musicale e storica, meno di comodo e sicuramente non allineata. Nonostante non faccia parte della storiografìa ufficiale, anche il rock fu arruolato durante la guerra fredda tra i due blocchi. Proprio la città di Berlino fu un terreno di scontro sonoro molto acceso che, ancora oggi, marca una divisione tra diversi modi di concepire il mondo.

L’apparato politico stigmatizzava il Rock ‘n’ Roll per sonorità e contenuti nonostante questo fosse molto apprezzato a livello popolare: la Libera Gioventù Tedesca (l’organizzazione giovanile nazionale) cercava infatti di portare avanti una politica di avvicinamento e di apertura nei confronti della musica rock. Rispetto alla vulgata del “grigiore ottuso”, nella Germania est degli anni sessanta erano attive centinaia di band rock, twist e beat come gli Sputniks e il Theo Schumann Combo che, come qualsiasi band italiana dell’epoca coverizzavano i Beatles: la casa discografica di Stato, la Amiga Plattenlabel, oltre a musica classica e folk di propaganda, pubblicò infatti anche dischi di giovani band orientate a generi anglosassoni. Ci fu persino il tentativo di inventare un ballo, “il Lipsi”, per contrastare (con movenze meno provocanti) l’egemonìa del ballo rock. È buffo constatare che si fa un gran parlare della “censura” nella Germania est anche dall’Italia in cui lacommissione di ascolto vigilava sui testi delle canzoni pop-rock limitandone la diffusione su radio e televisione.

Negli anni settanta al di là del muro nacquero inoltre diversi gruppi musicali tra cui anarchici e punk che, con le loro canzoni, criticavano la politica del Governo. La grande truffa del rock n’ roll che in Occidente aveva creato i Sex Pistols come prodotto per la ribellione giovanile e che in holidays in the sun aspettavano la “Communist call” davanti al filo spinato del muro, aveva i suoi epigoni nei Sandow orientali. Una scena vivace, mal tollerata dalla polizia segreta, che esprimeva un dissenso generazionale. Il fascino del sogno americano che nel rock era declinato in un trasgressivo sesso, droga e Rock ‘n’ roll non lasciò indifferenti i giovani della Repubblica Democratica Tedesca, ma li aiutò ad acutizzare il risentimento verso l’apparato repressivo, scolastico e politico del proprio Paese.

Al centro di questa storia c’è la testimonianza artistico-musicale di Iggy Pop e soprattutto di David Bowie che, perso nelle contraddizioni (e nelle perdizioni) della città divisa e grazie ad esse, concepì una trilogia di album indimenticabili. In poche parole: senza il Muro non ci sarebbe stata Heroes e non sarebbero state composte nemmeno Alexanderplatz di Franco Battiato, la derivativa Futura di Lucio Dalla e non ci sarebbe il suo aneddoto dell’incontro con Phil Collins al Checkpoint Charlie (quello vero, non la trappola per turisti attuale). Nel novero dei brani da muro c’è ovviamente anche la canzone il cui ritornello ha ispirato il titolo di questo articolo.

I giovani che iniziavano autonomamente a scendere in strada nell’89, in fin dei conti manifestavano per un socialismo dal volto umano, al grido di “wir sind das volk” (noi siamo il popolo), velocemente trasformato(si) in un più nefasto “wir sind ein volk” (noi siamo un popolo, dal sapore nazionalista): vestivano in modo non dissimile dai loro coetanei occidentali e abbondavano, nel look, di caratteristiche rock come capelli lunghi e giubbotti di pelle. Poco importa che il rock ‘n’ roll, nella sua essenza, fosse appunto una truffa, e che, come i ragazzi occidentali che sognano di diventare rock star e poi devono lavorare e mettere su famiglia carichi di rimpianti, i ragazzi orientali non abbiano infine trovato, a Berlino ovest, che la coca-cola, le banane e qualche cinema porno: la vendita di identificazioni e sogni, è stata una delle armi economico-politiche più azzeccate del capitalismo di matrice statunitense, che aveva come contraltare la meno affascinante giostra di carri armati dell’Urss. Gli stessi prodotti (alimentari e non) erano considerati di qualità peggiore a causa di un packaging meno coinvolgente e di pubblicità meno suadenti di quelle dell’ovest. Giovanni Lindo Ferretti aveva capito tutto questi nei suoi soggiorni berlinesi e, infatti, i CCCP Fedeli alla linea, nonostante schiere di fan che li considerano erroneamente una“band militante”, mescolavano la truffa del punk, con avanguardie artistiche e tutto il kitsch social-comunista che univa la sede del Sed di Pankow al Pci di Reggio Emilia.
 

Nel 1988 due concerti all’ombra del muro fecero la storia: nel giugno di quell’anno Michael Jackson si esibì a Berlino Ovest durante il tour di Bad presso il Reichstag a pochi metri dal muro. La Stasi entrò in allarme per le potenzialità sovversive dell’artista americano e della provocazione politica insita nel suo concerto. I servizi segreti temevano disordini tra la polizia e giovani attratti dalla musica del pifferaio magico ben udibile anche ad est e perciò avevano anche cercato di organizzare un “concerto alternativo” per allontanare i giovani dal muro; il diversivo non venne attuato e, come da copione, i giovani dell’est sfidarono i reparti antisommossa per avvicinarsi al muro e poter udire il concerto della quintessenza dello showbiz americano. Un mese dopo quel concerto, la Ddr fece tenere un concerto di Bruce Springsteen a Berlino Est. La guerra fredda fatta a suon di casse di amplificazione continuava: il regime voleva dimostrare la sua “apertura” alla musica dell’occidente anche se ufficialmente il concerto del boss era stato organizzato in solidarietà con il Nicaragua Sandinista sotto attacco dei Contras. Springsteen cercò di mantenere un profilo equidistante essendo lui un esponente di sinistra, critico con la politica americana, ma non simpatizzante di un socialismo autoritario: alcune sue esternazioni dal palco vennero prontamente censurate dai media del regime.

Nell’ottobre del 1989, al compimento dei quarant’anni della Repubblica, il Presidente Erich Honecker dichiarò che il muro sarebbe rimasto in piedi per altri cent’anni; sarebbe invece caduto poco dopo: sotto l’occhio impassibile delle truppe di frontiera i cittadini dell’est finalmente “liberi”. Furono accolti da caschi di banane (introvabili a Berlino est) e i marchi offerti dai “cugini” (il famoso Begrüßungsgeld) dell’ovest per dimostrare la bellezza del mondo libero e democratico. Se una parte della popolazione sperava che con la “libertà” avrebbero mantenuto le conquiste sociali, l’altra credeva davvero che finito il “comunismo” sarebbero stati tutti opulenti come all’ovest (o come avevano creduto guardando le televisioni occidentali). Nel maggio del 1990 avvennero invece diverse rivolte popolari perché le fabbriche chiudevano, il mercato immobiliare veniva liberalizzato e nei nuovi supermercati scintillanti, con l’inflazione galoppante, le donne tedesco-orientali non riuscivano più a fare la spesa. Tutte le posizioni dirigenziali, nelle amministrazioni, negli ospedali etc. vennero occupate dall’ovest, discriminando i cittadini dell’est. Era il costo della “riunificazione” un termine che oggi nel dibattito pubblico e tra le persone viene frequentemente sostituito con “annessione”, per valutare concretamente il periodo di cambiamento.

La città di Berlino cambiò rapidamente volto grazie all’afflusso di capitali e di una speculazione edilizia che ancora oggi non si vuole fermare, trasformando anche la popolazione stessa. L’epoca coincise dunque con la colonizzazione di un popolo e di un territorio, un sentimento che i nostrani Offlaga Disco Pax hanno ben riassunto in “Tatranky”: “…vedere la differenza a volte astratta tra un regime imposto con i carri armati ed uno imposto più sottilmente col Dollaro, il Marco, l’Euro…”. La capitale del Brandeburgo diventò fucina di artisti: i grandi nomi si buttarono subito sulle macerie del muro a sventolare bandiera bianca e a gonfiare il portafogli. Gli Scorpions con l’inno dell’anno 1991 (l’imbarazzante wind of change) fino al redivivo Roger Waters, mente imprenditoriale dei Pink Floyd, che senza i suoi compagni di avventura inscenò “the Wall” a Berlino per suggellare il cambiamento storico e lanciare Cd e Videocassetta dell’evento. In mezzo a questa parabola musicale ed ideologica si inserisce lo sfarzo esagerato degli Mtv Awards del 2009 aperti dal grande concerto degli U2 (altri immensi furbacchioni). Discorso a parte per la Techno che, dopo essere arrivata a Berlino Ovest dagli Stati Uniti, è stata il sound (elettronico) della riunificazione con cui ballavano (e si sballavano) insieme i giovani delle due Germanie nell’euforìa dei primi anni novanta; ovviamente prima che prendessero piede la love parade, l’assedio degli sponsor multinazionali e che la musica diventasse parte integrante di un brand cittadino che rende bene ancora oggi.

I vincitori scrivono la storia e quindi quarant’anni di storia di un esperimento politico alternativo al capitalismo vengono oggi riassunti quasi universalmente con: muro, grigiore e povertà, una narrazione scadente, ma che continua a funzionare. Anche i Bloc Party nella loro “Kreuzberg” non si spingono più in là del racconto di sentimenti contrapposti nella città dolente e divisa; gli Arcade Fire in “Surf City Eastern Block” raccontano, tanto per cambiare, del ragazzo che vuole scappare dalla dittatura per raggiungere sole, mare e surf. E intanto orde di turisti scansano le signore anziane che si trascinano su Karl Marx-Allee e si muovono verso le pietre del memoriale degli ebrei morti durante l’Olocausto, per farsi un selfie da postare su Instagram.
L’ironica e provocatoria “rifacciamo il muro di Berlino” composta da Francesco Baccini nel 1993, è uno dei pochi brani non-allineati che traduceva in musica gli umori di chi aveva toccato con mano gli “effetti collaterali” di questa nuova fase di libertà: ideologìa del mercato, diseguaglianze sociali e crescita del neonazismo: “certe cose sono tabù, tu le rompi e la maledizione ti prende e non ti molla più…ma forse siamo ancora in tempo anche se a qualcuno non piacerà…ragazzi prepariamo il cemento e muriamo la stupidità”.


Sembrava che questa storia fosse dunque politicamente chiusa e che l’epitaffio poetico stesse racchiuso nel finale di Goodbye Lenin quando il cosnomanuta Sigmund Jahn apre le frontiere della (fittizia) Repubblica Democratica Tedesca sulle note di “Auferstanden aus Ruinen”; eppure qualcosa non torna. Non è un problema di ostalgie da vendere sulle bancarelle: c’è una melodia che a nominarla sembra si faccia peccato. La fischiettano i sondaggi dove il 57% dei cittadini tedesco-orientali, con gradualità e motivazioni diverse, rimpiangono il passato; la canticchiano le statistiche che delineano una Germania ancora divisa su diseguaglianze, disoccupazione e stato sociale. La intonano i risultati elettorali che premiano i post-comunisti persino nel distretto di Lichtenberg dove gli hipster sono pochi e giganteggia il palazzo della (fu) Stasi. E il coro cresce fino a ritrovarsi un socialista alla presidenza della Turingia a soli venticinque anni dalla caduta del muro.

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12/08/2011

12 agosto 1961: quando Berlino fu divisa in due.

Accadde tutto all'improvviso, sembrava un film e divenne un incubo. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, i cittadini di Berlino assistettero increduli a dei lavori in corso che si sarebbero trasformati in una delle pagine più vergognose della storia d'Europa: il muro di Berlino. Tutto era iniziato con la caduta del nazismo. La città era stata divisa in quattro settori, controllati da Stati Uniti, Unione Sovietica (a cui era stato assegnato il settore più grande), Inghilterra e Francia. All'inizio, la divisione non comporta problemi ma con la guerra fredda tra Est e Ovest la possibilità di circolare liberamente da una zona all'altra si trasforma in qualcosa di sempre più complicato. Così, complessivamente, tra il 1949 e il 1961, 2,5 milioni di berlinesi passano da Est a Ovest. Un esodo che imbarazza le autorità orientali. Che fare? La soluzione, dittatoriale e dunque ottusa, è di impedire con l'unico mezzo possibile la fuga: costruire un muro, invalicabile per chiunque.

23 novembre 1961, la polizia di Berlino Ovest pattuglia il muro appena costurito. Sullo sfondo si vede un camion che trasporta il materiale usato per la costruzione.

E quella notte vede l'inizio del muro, anzi, del Muro. Filo spinato, cavalli di frisia, spuntoni, tutto viene utilizzato inizialmente. Con una velocità e un'improntitudine quasi miracolose, tutte le zone assegnate ai tedeschi dell'est vengono recintate. Poi, a partire dal giorno 15, arrivano i prefabbricati di pietra e cemento. Si inizia a costruire il vero muro. Fino ad allora, ogni giorno, 12.000 berlinesi da Ovest andavano a lavorare nella parte est e 53.000 facevano il percorso inverso. Ora, è tutto bloccato, o di qui o di là. E basta. Ma il muro è vivo, ben più di quanto appaia nella sua orribile architettura. Le foto dell'epoca mostrano soprattutto lo sconcerto di cittadini che si affacciano dai primi varchi in filo spinato od occhieggiano dai varchi di pezzi di muro per salutare amici e parenti. Sembra tutto fisso e definitivo, ma non lo è. Bernauerstrasse è la strada dove avvengono gli scempi maggiori, con case sventrate e famiglie sfrattate: là deve passare il muro e dunque nessuno può più abitarvi. E là muore la prima persona che tenta la fuga: è Ida Siekman, il 22 agosto, che cerca di saltare dal suo appartamento morendo al suolo dopo la caduta.


1970, una bambina davanti a una croce


Ma passati i primi giorni di sconcerto, paura e delusione, cominciano i tentativi di fuga, i più disperati e i più machiavellici e arditi, con la costruzione di tunnel sotterranei. Dal 1961 al 1989, per 28 anni, furono scavati 70 tunnel. Da uno di questi, lungo 130 metri, fuggirono in 57, sbucando in un panificio. Ma molti, troppi, perirono, nel tentativo di trovare la libertà: 239 persone in quasi trent'anni sono morte nel tentativo di fuggire, 3.221 arrestate dalla Stasi, la polizia segreta della Germania orientale. Tra i morti, Peter Fechter, muratore di 18 anni, nel 1962. È la 27esima vittima del muro ma resta nella memoria di tutti berlinesi. Checkpoint Charlie: poliziotti gli sparano mentre tenta la fuga, lui cade là, ferito in quel tratto di strada terra di nessuno. E nessuno farà nulla mentre muore dissanguato, tra urla strazianti che tutti sentono per circa un'ora. I cittadini a ovest implorano i soldati americani di fare qualcosa ma loro non possono muoversi. Così come i soldati dell'est. Tutti guardano, chi da una parte e chi da dall'altra, quel ragazzo che urla invano. Il muro è vivo perchè nel corso dgli anni viene rinforzato, "migliorato". In alto, sopra quei tre metri e mezzo, viene posto un tubo di amianto per far scivolare chi tenta di arrampicarsi (guarda le foto). E poi, oltre il muro, nella terra di nessuno, garitte, soldati con i cani, fari, allarmi sonori, fili elettrificati, reti metalliche. Evadere da Berlino Est è impossibile o quasi. Ma i tentativi non si fermeranno mai, fino al 9 novembre 1989, quando finalmente si pone fine a una divisione scellerata. I berlinesi premono sempre più perchè l'abbattimento di quella frontiera sia immediato e la Germania Est deve cedere. E cede, con l muro. È l'iinizio della fine non solo per la Germania Est, ma per il comunismo sovietico.

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