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03/10/2025

Germania - Qualcosa si muove. La “Linke” e il corteo del 27 settembre

Il genocidio dei palestinesi, da “grande rimosso” del dibattito pubblico, negli ultimi tempi ha conquistato gli onori delle cronache quotidiane, impegnando anche le agende internazionali di numerosi governi. Le grandi mobilitazioni sociali che stanno attraversando le nostre società, la solidarietà che sta arrivando al popolo palestinese dal basso occupano le pagine di giornali, talk show e le bacheche dei social network.

Ciò che fino a poco fa si tentava di catalogare come espressione di marginali frange di estremismi politici, oggi strappa l’attenzione dei giornalisti e dei politici anche più restii ad occuparsi del tema.

Lo sciopero del 22 settembre, indetto dall’USB, ha destabilizzato il quadro politico e istituzionale, spiazzando sindacati confederali e partiti dell’opposizione parlamentare, oltre che la maggioranza.

Lo sciopero, capitalizzando una diffusa indignazione tra le masse, da un lato ha “costretto” Landini a fare pubblica ammenda per le ultime iniziative della CGIL (https://tinyurl.com/h5m6y37p), dall’altro ha “costretto” il Governo italiano – anche alla luce degli attacchi israeliani nella notte tra il 23 e il 24 settembre – ad inviare una fregata della Marina militare al seguito delle navi della Global Sumud Flottilla battenti bandiera italiana, col seguente compito «… per un’eventuale attività di soccorso, di assistenza e di protezione alle persone che si sarebbero potute trovare in pericolo» nelle acque internazionali (parola del Ministro della Difesa Crosetto resa al Senato il 25 settembre: https://tinyurl.com/4ksyjuf5 ).

Mentre in Belgio il locale Partito del Lavoro da tempo è impegnato in un campagna per promuovere sanzioni severe contro Israele, denunciando il genocidio con grandi mobilitazioni di piazza; se in Inghilterra milioni di persone negli ultimi anni hanno manifestato su questi temi, tanto da eleggere un gruppo di parlamentari indipendenti proprio sulla base di una piattaforma programmatica che dedicava ampio spazio alla questione genocidiaria e alla solidarietà internazionalista al popolo palestinese; ancora, nel Regno Unito, si pensi alla recente iniziativa sostenuta da Jeremy Corbin con l’istituzione del “Gaza Tribunal”, una inchiesta dal basso sulla complicità del Regno Unito nel genocidio; se in Italia tante mobilitazioni locali, cocciutamente persistenti in questi anni, sono sfociate nella grande mobilitazione del 22 settembre scorso e in Spagna, solo per fare un esempio, la Vuelta è stata letteralmente “tormentata” dal boicottaggio della nazionale israeliana... la grande assente da questo scenario internazionale era la sinistra tedesca.

La “Linke”, che ha trovato rinnovato slancio anche elettorale negli ultimi mesi, grazie ad una piattaforma politica che ha messo al centro temi di stringente attualità legati alla questione abitativa, ai salari e all’occupazione, oltre che all’antifascismo, soprattutto contro l’AfD, “brillava” per il prolungato silenzio sulla questione israelo-palestinese.

In Germania il tema dell’antisemitismo condiziona l’intera agenda politica, generando vere e proprie ondate di “panico morale” e conseguenti pratiche repressive. Tale contesto è stato ricostruito con estrema precisione ed efficacia in un libriccino di Donatella Della Porta, “Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica”, edito da Altreconomia (2024).

Dopo il 7 ottobre 2023 i margini per la libertà di opinione in Germania si sono ristretti paurosamente, tanto da essere stati vietati slogan come “Palestina libera”, “Dal fiume al mare – Palestina sarà libera” o i simboli palestinesi come le keffiyeh, fino a proibire in via preventiva manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese (si v. D. Della Porta, op. cit., p. 23).

Della Porta parla di vera e propria “burocratizzazione delle politiche contro l’antisemitismo”, che “istituzionalizzano” come antisemite anche le critiche allo Stato di Israele o, ad es., le pratiche di boicottaggio non violento dei prodotti israeliani promosse dal BDS (ivi, pp. 43-44).

Questa estensione impropria e incontrollata dell’accezione di antisemitismo, che di fatto ingloba ogni declinazione dell’antisionismo, finisce per colpire soprattutto la sinistra diffusa, politica e intellettuale.

In questo clima di caccia alle streghe, nel quale paradossalmente opera con profitto l’AfD, che accusa di “antisemitismo” la sinistra e il mondo arabo, la “Linke” ha osservato un prolungato e colpevole silenzio. Navigando nella sua pagina web, si possono notare voci dedicate al lavoro, all’immigrazione, alla questione ambientale, alla lotta contro le destre, alla pace (questione russo-ucraina), agli alloggi, ma nessun riferimento al genocidio in terra palestinese.

La svolta forse è arrivata sabato scorso, 27 settembre. La “Linke”, sotto la pressione della base militante ed elettorale, unitamente ai rappresentanti delle comunità palestinesi, ma anche di ebrei tedeschi e israeliani e di numerose realtà associative, si è fatta promotrice di una grossa manifestazione che si è sviluppata lungo le strade di Berlino: oltre 100.000 presenze per chiedere lo stop immediato di tutte le esportazioni di armi verso Israele, sanzioni contro il suo governo e il riconoscimento dello Stato della Palestina.

“Der Spiegel” ricostruisce i momenti concitati nei quali Ines Schwerdtner, leader della “Linke”, sale sul palco, contestata da alcuni astanti per il prolungato silenzio osservato sul genocidio a Gaza. «Sono rimasta in silenzio per troppo tempo, è un genocidio» (https://tinyurl.com/mpf722d4). In altra parte del discorso, accusando il Cancelliere Friedrich Merz e il Ministro degli Esteri Johann Wadephul (entrambi delle CDU), proclama: «Loro la chiamano ragione di Stato, noi la chiamiamo complicità» (si v. l’articolo pubblicato dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”: https://tinyurl.com/yas7mf9n ).

Anche la “Die Zeit” (https://tinyurl.com/2469v93r) sottolinea le difficoltà di Ines ad essere accettata sul palco della manifestazione organizzata dal proprio partito. Il quotidiano tedesco sottolinea come l’aver utilizzato il termine “genocidio” l’abbia posta fuori dalla linea di partito, che rimane in attesa di una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia per potersi esprimete ufficialmente in tal senso.

Non è un caso che il co-presidente della “Linke” Jan van Aken, con un lungo passato in Israele, respinga l’accusa di genocidio. E d’altronde la capogruppo parlamentare della “Linke”, Heidi Reichinnek, balzata alle cronache politiche nell’ultimo anno, era assente al corteo. Anch’ella, in più occasioni – osserva la “Die Zeit” – si è rifiutata di fare ricorso al termine “genocidio”.

Nell’articolo vengono anche riportati alcuni recenti sondaggi condotti dalle agenzie Allensbach e Infratest a giugno, stando ai quali la maggioranza dei tedeschi ritiene che le azioni di Israele nella striscia di Gaza vadano “troppo oltre”, mentre il 73% ritiene che nell’accusa di genocidio ci sia “qualche fondamento”.

I Verdi e l’SPD hanno osservato un rigoroso silenzio sulle ragioni della manifestazione.

La “Tageszeitung” (https://tinyurl.com/5n73kp22) sottolinea, invece, l’attivismo di base della comunità palestinese: «i palestinesi che vivono in Germania non sono più rappresentati da avvocati, ma parlano per sé stessi, come hanno fatto alla manifestazione di Berlino. Stanno emergendo come soggetti politici seri e non sono più messi a tacere da un sospetto strumentale e generalizzato di antisemitismo».

Quello che viene fuori dalla manifestazione di Berlino, la più grande in Germania a sostegno del popolo palestinese, è una “eccedenza” delle masse rispetto ai partiti e ai sindacati; una capacità di spinta di cui le organizzazioni più istituzionalizzate, compresa la “Linke”, non possono continuare a non tenere conto.

La manifestazione ha rotto numerosi tabù anche terminologici, strappando spazi di libertà di espressione del dissenso e di critica politica contro la asfissiante legislazione teutonica.

Le prossime settimane ci aiuteranno a comprendere se il corteo del 27 settembre ha realmente comportato una svolta interna alla “Die Linke” o sia stata soltanto una manovra momentanea e strumentale per assecondare una piazza insoddisfatta, arrabbiata e indignata, anche contro il silenzio imposto dall’alto nel partito sul tema israelo-palestinese.

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27/03/2025

Germania - Ribolle Die Linke dopo il voto al Bundesrat

Il buon umore del Partito della Sinistra dopo il successo alle elezioni del Bundestag di febbraio sta svanendo. Sullo sfondo c’è il comportamento di voto di due Länder con partecipazione di governo della sinistra (Brema e Meclemburgo-Pomerania anteriore) al Bundesrat.

Dopo che martedì scorso il gruppo del Partito della Sinistra al Bundestag ha votato all’unanimità contro gli emendamenti alla Legge fondamentale ai fini dello storico riarmo della Repubblica Federale Tedesca, il Partito della Sinistra al Bundesrat ha votato venerdì nelle rispettive coalizioni per il progetto dell’Unione, SPD e Alleanza 90/Verdi.

La Gioventù di Sinistra di Berlino ha trovato parole chiare su questo in una dichiarazione pubblica di sabato. Invita i principali politici statali – Kristina Vogt e Claudia Bernhard (Brema), così come Simone Oldenburg e Jacqueline Bernhardt (MV) – a “dimettersi dai loro incarichi ministeriali e dimettersi dal Partito della Sinistra”.

Nella loro lettera, i giovani del partito a Berlino si sono espressi come “delusi, irritati e arrabbiati”. Il comportamento dei politici statali “non è degno di un partito democratico-socialista”.

In un’intervista rilasciata lunedì a Junge Welt, la Lega giovanile ha sottolineato l’importanza di un partito socialista che non fa “compromessi sulla militarizzazione della società”, riferendosi al coinvolgimento del governo tedesco nel genocidio in Palestina. Avevano ricevuto un feedback positivo sulla loro dichiarazione. “Ora tocca a Jan van Aken e Ines Schwerdtner, così come all’esecutivo del partito, dimostrare che le violazioni del programma antimilitarista del partito saranno condannate e che ne seguiranno delle conseguenze”, ha proseguito la Lega della gioventù di Berlino.

Sabato, la sezione giovanile di Berlino ha anche fatto riferimento alle dichiarazioni delle associazioni statali di Brema e Melclemburgo, che hanno citato la “responsabilità politica dello Stato” per giustificare il loro comportamento di voto e hanno sottolineato di aver preso nota delle loro critiche nei verbali. Le rispettive associazioni statali non hanno risposto a una richiesta di chiarimento di Junge Welt entro chiusura dell’edizione del giornale.

Secondo Maxi Kisters dell’associazione studentesca del partito, Die Linke-SDS, “la maggioranza assoluta del partito, fino all’esecutivo del partito incluso, ha una posizione chiara su questo tema”. Il membro del comitato esecutivo federale dell’SDS ha commentato lunedì a Junge Welt che condanna “l’approvazione da parte degli Stati, che hanno a lungo nutrito illusioni sul cambiamento attraverso la partecipazione del governo” e si aspetta che la leadership del partito “tragga conclusioni su questa strategia”. Non è solo nei giovani che ci sono brontolii. Un comunicato stampa dell’associazione distrettuale del Partito della Sinistra della Pomerania Anteriore-Rügen afferma che c’è una “grande mancanza di comprensione” e che bisogna trarne le conseguenze.

Anche prima del voto al Bundesrat, il partito era in fermento. Nel fine settimana prima del voto al Bundestag, i membri del Partito della Sinistra hanno pubblicato una dichiarazione antimilitarista.

Martedì ci sono stati “segnali” da Brema che l’approvazione del governo statale nel Bundesrat era considerata sicura. La resistenza si è poi diffusa. In una lettera aperta, i membri del partito hanno chiesto “un chiaro no” ai politici statali coinvolti, oltre 2.600 persone e oltre 60 sezioni del partito hanno firmato la petizione.

Lunedì, il Consiglio federale dei portavoce della Piattaforma comunista del Partito della Sinistra ha criticato aspramente il comportamento di voto: “Il comportamento di voto dei ministri e dei senatori di sinistra del Meclemburgo-Pomerania Occidentale e di Brema – nonostante una decisione contraria del consiglio – è una vergogna. C’è solo una spiegazione per questo: i funzionari in questione hanno in mente solo la propria carriera. A quanto pare al partito non gliene frega niente. E che si tratti di pace, evidentemente non l’hanno ancora capito intellettualmente, per dirla gentilmente”.

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24/03/2025

La sinistra tedesca si suicida al Bundesrat

di Yanis Varoufakis

Nel suo tentativo di diventare un partito “normale”, “accettabile”, Die Linke si è unito ai guerrafondai centristi radicali nella loro follia del riarmo.

Quella appena trascorsa è stata una settimana da libri di storia. Il parlamento tedesco ha modificato il freno costituzionale al debito per consentire spese militari illimitate, indipendentemente da quanto profondamente porteranno il bilancio federale in rosso. Nel frattempo, nessuna di questa generosità fiscale sarà destinata a investimenti in ospedali, istruzione, vigili del fuoco, asili nido, pensioni, tecnologie verdi, ecc.

In breve, quando si tratta di finanziare la vita, l’austerità resta sancita nella costituzione tedesca. Solo gli investimenti nella morte sono stati liberati dalla morsa costituzionale dell’austerità.

La ragione di fondo per questo cambiamento sconvolgente alla costituzione tedesca è semplice: i produttori di automobili tedeschi sono ormai troppo poco competitivi. Non riescono più a vendere con profitto le loro auto né in Germania né all’estero. Così, chiedono che lo Stato tedesco acquisti i carri armati che Rheinmetall produrrà sulle linee di assemblaggio inutilizzate della Volkswagen.

Per far sì che lo Stato paghi, era necessario aggirare il freno costituzionale al deficit. Sempre desiderosi di servire i loro padroni del Big Business, i partiti dei governi centristi permanenti si sono mobilitati per introdurre questo cinico cambiamento costituzionale, che annulla l’impegno della Germania del dopoguerra per la pace e il disarmo.

Per modificare la costituzione, i partiti centristi avevano bisogno di una maggioranza di due terzi in entrambe le camere del parlamento federale tedesco: il Bundestag (camera bassa) e il Bundesrat (camera alta), dove ogni stato federato è rappresentato in base alla sua dimensione e alla coalizione di governo statale. Sebbene i partiti centristi abbiano assicurato la loro maggioranza di due terzi nel Bundestag uscente, si sono trovati di fronte a un problema serio nel Bundesrat.

Die Linke, il “partito di sinistra”, che avevamo recentemente lodato per il buon risultato elettorale, aveva la possibilità di far sì che i governi statali di cui faceva parte (come parte di una coalizione locale) si astenessero nel voto del Bundesrat. Questo avrebbe bloccato l’emendamento costituzionale e inflitto un colpo mortale al ritorno insidioso del keynesismo militare.

Purtroppo, la leadership di Die Linke ha scelto di non usare il proprio potere, il proprio voto nel Bundesrat, per farlo. In breve, si sono uniti ai guerrafondai centristi radicali in questa pericolosa e costosissima follia del riarmo.

Gli elettori di Die Linke sono, giustamente, furiosi, e alcuni invocano persino la rottura delle coalizioni statali di cui il partito fa parte e l’espulsione dei funzionari coinvolti. Già il fallimento di Die Linke nel sollevarsi contro il genocidio in Palestina, e il successivo trattamento totalitario riservato dallo Stato tedesco a chi protesta contro quel genocidio, aveva compromesso la reputazione del partito agli occhi dei progressisti non solo in Germania, ma anche oltre confine.

Nulla distrugge l’integrità etica di un partito di sinistra più rapidamente di una leadership troppo desiderosa di essere “accettata” da un centro radicalizzato che si muove costantemente verso l’estrema destra xenofoba e guerrafondaia.

Era già abbastanza grave che i leader di Die Linke sentissero il bisogno di chiudere un occhio sul progetto genocida e di apartheid di Israele. Ora, questa settimana, hanno compiuto il passo successivo verso l’oblio politico: hanno usato i loro voti nel Bundesrat per sancire, per la prima volta dal 1945, il keynesismo militare nella costituzione tedesca.

Buonanotte, Die Linke. E buona fortuna.

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25/02/2025

[Contributo al dibattito] - Germania: dalla crisi economica a quella politica

di Domenico Moro

Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.

Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.

Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.

Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.

Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.

Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.

Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.

Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.

Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.

Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.

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24/02/2025

Germania in stallo, tra conservazione e reazione

Una toppa politica “moderata” sulla voragine della crisi tedesca. I risultati delle elezioni confermano quasi tutte le previsioni della vigilia. L’unica incertezza riguardava infatti se la vittoria dei democristiani di Cdu/Csu sarebbe stata tale da permettere il più classico dei governi di transizione – la Grosse Koalition insieme ai sedicenti socialdemocratici dell’Spd – oppure se si sarebbe reso necessario un “triangolo” includendo i Verdi (quelli guerrafondai di Baebock, peraltro).

Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.

Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.

Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.

L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.

Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.

Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.

Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...

La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).

Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.

Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.

Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.

La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.

Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).

Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.

L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...

Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.

Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.

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22/02/2025

[Contributo al dibattito] - Germania: AfD-Linke

Revanscismo e xenofobia in una Germania riunificata

Per capire la situazione politica tedesca, bisogna considerare che la Germania vive ancora una situazione politica dicotomica, situazione che si è venuta a creare con la caduta del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, quella dell’est, la DDR sotto la sfera sovietica, e la Germania dell’ovest costituita dalla Repubblica Federale democratica.

Uno sguardo retrospettivo alla Germania, al di là del secondo dopoguerra, mostra che i tedeschi della Repubblica Federale hanno preso coscienza con sgomento di ciò che è accaduto durante il Terzo Reich. Il senso profondo di colpa che li ha invasi ha condizionato lo sviluppo culturale e il senso di sé nazionale dei tedeschi occidentali al di là del secondo conflitto.

Almeno per due generazioni, nelle scuole di alcuni lander gli studenti sono stati coinvolti in dibattiti sul razzismo, hanno assistito ai documentari sui campi di sterminio e si è insegnato loro ad atteggiarsi con umiltà nei confronti dei cittadini della Francia e del Regno Unito, Paesi devastati dalla Germania. Nella messa in discussione dei presupposti ideologici del nazionalsocialismo tedesco, le nuove generazioni della Germania dell’Ovest si sono aperte all’Europa e al confronto con le altre culture.

La separazione delle due Germanie ha posto i tedeschi occidentali costantemente di fronte a due realtà, il totalitarismo del regime comunista [1] e le libertà democratiche proiettate nella dimensione europea. A questo bisogna aggiungere che, nella fase di ricostruzione, la Germania occidentale è diventata sul piano politico, il punto di approdo di milioni di rifugiati politici fuggiti dall’Est verso la libertà, e sul piano economico centro di richiamo di manodopera dai Paesi del bacino del Mediterraneo, come l’Italia, la Grecia e dai Paesi islamici come la Turchia (con una presenza massiccia di turchi), dai Paesi arabi e africani.

Questo flusso di popolazione straniera andava incontro alle esigenze della Germania ovest, impoverita sul piano demografico dalla terribile falcidia della popolazione nel periodo bellico, e sollecitata dall’enorme compito della ricostruzione.

La convivenza tra autoctoni e stranieri, prima della riunificazione, non era caratterizzata da atteggiamenti razzisti e xenofobi e, salvo episodi circoscritti di intolleranza, era generalmente pacifica, pur senza una disposizione all’apertura culturale e all’integrazione, nonostante il forte conservatorismo alimentato dal partito cristiano-sociale di Strauss.

Nella DDR il passaggio alla sfera sovietica aveva annullato le atrocità del passato nazista dei tedeschi, aprendoli ad un’identità politica, economica, culturale dell’era comunista.

La riunificazione ha posto i tedeschi dell’una e dell’altra parte, con identità separate, come appartenenti a due mondi culturali, politici, economici, profondamente diversi.

D’altra parte, le popolazioni tedesche della DDR, di fronte alle aspettative di libertà, di democrazia, di autorealizzazione, di pari opportunità e benessere, coltivate nella DDR, si sono trovate, dopo la riunificazione, di fronte ad una realtà alquanto diversa rispetto alle aspettative. Nonostante gli sforzi del governo di Kohl, per supportare economicamente i tedeschi dell’Est, e per adeguare strutture e servizi ai livelli occidentali, i tempi sono stati molto lunghi. [2]

Di fatto, nella DDR il crollo dell’economia comunista, la chiusura di fabbriche e stabilimenti, hanno provocato al tempo della riunificazione, disoccupazione e mancanza di reddito, a fronte di una ricchezza e di un consumismo, nello stesso tempo a portata di mano e irraggiungibile.

I tedeschi della Germania dell’Est hanno vissuto una condizione di frustrante dipendenza, unita al risentimento, per il modo autoritario e sbrigativo, con cui il Governo federale è intervenuto nel sistema socio-economico orientale. Nonostante l’euforia idealistica che ha suscitato la caduta del muro, la riunificazione delle due Germanie ha messo in contatto generazioni di tedeschi che non si conoscevano, né si riconoscevano.

Sebbene il tempo passato dalla caduta del muro sia superiore a quello in cui le due Germanie sono state separate, esistono ancora pregiudizi tra gli abitanti della ex DDR (definiti i Wessi) e quelli della Germania Federale (definiti gli Ossi) [3]. Un sondaggio condotto a Berlino sulla percezione degli abitanti dell’una e dell’altra parte ha dato questi risultati: “Il 34% dei tedeschi dell’Est considera quelli dell’Ovest (Ossi) arroganti e presuntuosi.

La metà degli orientali (Wessi) pensa che vi siano profonde differenze di mentalità con i loro connazionali dell’Ovest. Pensiero ricambiato dal 53% dei tedeschi occidentali; tuttavia il 62% degli abitanti è sicuro che “le differenze di mentalità tra Est e Ovest sono destinate prima o poi a sparire, proprio come il Muro”.

Con la riunificazione delle due Germanie, lo scenario è cambiato di colpo e la violenza xenofoba ha acquistato una dimensione eclatante, tanto da sollecitare la popolazione di origine straniera a indire grandi manifestazioni di protesta.

Con la riunificazione, a una ridondanza di popolazione autoctona (la popolazione delle due parti della Germania riunificata) per il mercato del lavoro, sia intellettuale che tecnico, ha fatto riscontro la consistente presenza di forza lavoro straniera. In particolare le seconde generazioni di immigrati si consideravano tedesche, e come tali reclamavano la cittadinanza e, quindi, parità di diritti. A questa popolazione, si sono aggiunti i flussi massicci dei rifugiati politici dalle regioni del Terzo Mondo e, soprattutto, dai Paesi dell’Est ex sovietico.

Per quanto riguarda l’atteggiamento dei tedeschi riunificati verso l’Europa e gli stranieri, un’indicazione ci viene dal comportamento politico. Nonostante Kohl, nel momento della riunificazione, abbia coniato lo slogan che “unità tedesca e unione europea sono le due facce della stessa medaglia”, dalla Germania sono arrivate indicazioni contraddittorie.

Già nell’aprile 1992 l’elettorato esprimeva contemporaneamente un voto contro l’unità europea e contro lo straniero. Per la prima volta nei Parlamenti dei due importantissimi Lander della Germania occidentale, quello di Baden Württemberg e quello dello Schleswig-Holstein, è entrato un numero consistente di rappresentanti di due partiti dell’estrema destra, dichiaratamente nazionalisti, xenofobi e antieuropei, il partito Republikaner, nel primo, e, nel secondo, la Deutsche Volksunion (Unione del popolo tedesco), più radicale e sciovinista dell’altro partito, e con un accento vagamente nazista.

Il cavallo di battaglia vincente dei partiti dell’estrema destra è stato lo slogan “fuori gli stranieri!”.

I partiti di destra della Germania occidentale non hanno avuto, però, una grande presa sui tedeschi della ex Germania sovietica, nei quali rimane comunque un’identità politica propria che si richiama alla DDR. Di fatto i tedeschi orientali hanno manifestato la loro delusione e il dissenso con una politica che ha espresso una diversità che guarda al passato, un passato che ancora persiste nonostante siano trascorsi 35 anni dalla riunificazione.

È nel territorio della ex DDR che è nato il partito della Alternative Für Deutschland, partito che alle elezioni del 2017 ha ottenuto un grande successo, che si è rafforzato con l’elezione del settembre del 2019 superando il 20% dei consensi, soprattutto nei Land orientali della Sassonia e del Brandeburgo.

Per capire l’ideologia politica dell’AFD sono indicative la biografia e l’identità politica dei suoi deputati eletti: negazionisti dell’Olocausto, sostenitori di tesi xenofobe, complottisti, ex collaboratori della polizia segreta della DDR, nostalgici del nazionalsocialismo.

C’è da temere un cambiamento radicale nella politica democratica tedesca? Nonostante i successi della destra, la democrazia tedesca si è mantenuta al potere finora senza eccessivi scossoni come accaduto con Angela Merkel che dal 2018 ha tenuto alto il vessillo democratico [4], riconfermandosi al governo sino al 2021.

L’aggressione russa in Ucraina; le sanzioni contro la Russia (con la fine del rifornimento di gas e delle componenti energetiche); il sostegno militare all’Ucraina; la necessità di un maggior contributo alla Nato e il cordone ombelicale con gli Stati Uniti; hanno determinato una crisi economica e politica nella UE che ha coinvolto la Germania, crisi che in Germania ha inciso sulla crescita esponenziale dell’AFD. Di fatto nella stessa UE la crisi ha comportato una crescita delle destre. Si pensi ai sette paesi europei con governi di destra (Finlandia, Ungheria, Austria, Italia, Svezia, Paesi Bassi, Slovacchia).

La rinascita della Linke

In Germania, alla crisi economica, si è aggiunta la crisi politica che ha portato il cancelliere Scholz (SPD, verdi, indipendenti), succeduto alla Merkel, ad indire nuove elezioni il 23/02/2025, per eleggere i rappresentanti del Bundestag.

La situazione di crisi politica ed economica ha rafforzato ed aumentato le adesioni dell’elettorato tedesco all’AFD, un elettorato influenzato dai messaggi social di Elon Musk a favore dell’AFD, dopo le elezioni di Trump a presidente USA. Una Presidenza, tesa ad una politica finalizzata allo smembramento della UE, secondo il principio del divide et impera.

L’ascesa dell’AFD è stata tale che il capo del partito CDU, Friedrich Merz, politicamente molto influente, si è alleato con AFD per far passare al Bundestag una mozione antimigranti (20/01/2025). Mozione respinta.

Rispetto al pericolo di una estrema destra vincente alle prossime elezioni tedesche, ecco che si eleva la voce di una giovane tedesca della Germania dell’Est e rinasce e prende corpo la Linke, lo storico partito della sinistra tedesca. È boom tra i giovani. Le previsioni di voto pongono la Linke al 9% dei voti (nel Dicembre 2024 le previsioni di voto erano al 3%).

La porta bandiera della Linke è Heidi Reichinnek, classe 1988, nata a Merseburg, in Sassonia. Spitzenkandidatin del Linke al Bundestag, la Reichinnek è intervenuta contro Merz alleatosi con AFD, per far passare una mozione contro gli immigrati: “Che lei si stia alleando con un partito fascista è una vergogna. Mi rivolgo a voi cristiano-democratici che sedete in Parlamento. Siete ancora in tempo per evitare un errore storico. Fate marcia indietro... Signor Friedrich Merz, non mi aspetto delle scuse, mi aspetto che si dimetta”. Gli applausi nell’emiciclo all’intervento di Heidi sono stati trasversali. Il video del discorso è stato cliccato oltre 30 milioni di volte.

Heidi Reichinnek appartiene alla generazione nata prima della caduta del muro, che ha visto ancora bambina quanti persero il lavoro nella Germania dell’Est. “Le difficoltà della transizione dopo la caduta del muro, mi hanno dato una carica di energia – dice in un’intervista – che ha origine con la mia socializzazione nella Germania dell’Est”.

La rinascita della Linke trae la forza dall’adesione entusiasta delle nuove generazioni: “Siamo noi il vero muro contro i nazisti”.

Fonte

Note di redazione

[1] Qui purtroppo l'autrice cade a piedi uniti nell'immaginario occidentale per cui tutto quello che esula dalla democrazia liberale e totalitario, quindi per definizione regressivo. Non esattamente la base analitica più feconda per tracciare i contorni della realtà che si osserva...

[2] Qui si è ai limiti della mistificazioni, la ricerca economica e sociale racconta una realtà molto diversa, ben sintetizzata dal titolo i un ottimo testo sulla questione: Anschluss di Vladimiro Giacché.

[3] È il contrario: i tedeschi dell'est sono gli Ossis, i tedeschi dell'ovest sono i Wessis.

[4] Un po' come dire che nel corso del secondo dopoguerra, in Italia, la permanenza al potere della DC per quasi 40 anni è stato garanzia di democrazia... opinabile a dir poco.

21/02/2025

Germania - La sorpresa delle elezioni potrebbe essere la Linke

Domenica in Germania si vota. Secondo lo studio “Gioventù in Germania 2025” sulle preferenze di voto dei giovani, l’ultra-destra AfD (20%) e la Sinistra (19%) sono attualmente considerati i partiti più popolari tra i nuovi elettori, e sono i due partiti che attualmente riscuotono particolare successo nella campagna elettorale sui social network. Non vanno male anche la presidente della BSW Sahra Wagenknecht e il presidente dell’FDP Christian Lindner che raggiungono milioni di persone attraverso le varie piattaforme.

Per le elezioni di domenica la BSW di Sara Wagenknecht elenca nove buoni motivi per invitare i tedeschi a votare il proprio partito. “I vecchi partiti hanno avuto la loro possibilità, ma hanno fallito: la disuguaglianza sociale sta aumentando, importanti industrie si stanno trasferendo, ingenti somme di denaro vengono spese per le armi e aumenta la minaccia della guerra, il problema delle migrazioni incontrollate è irrisolto e le nostre scuole, ospedali, strade e ferrovie sono in pessime condizioni” riporta la sintetica prefazione ai nove punti.

“La Sahra Wagenknecht Alliance (BSW) rappresenta un nuovo inizio. Se siete stanchi della stagnazione politica, ora è il momento di votare per una vera alternativa che possa finalmente far progredire di nuovo il nostro Paese!”.

Il partito BSW è uscito un bel po’ malconcio, dopo un lungo trend in crescita, dalla decisione di votare la legge sull’immigrazione irregolare. Il gruppo parlamentare si è diviso sul voto al Bundestag.

Ma è la Linke che sembra aver ha migliorato le proprie performance. Su Instagram e TikTok, la sinistra ha avviato una corsa al recupero.

Molto di questo è stato grazie alla giovane candidata di sinistra Heidi Reichinnek. I giornali tedeschi stanno titolando: “La nuova stella della sinistra che può cambiare l’esito del voto in Germania”. Mentre la Linke era data ancora tra il tre e il quattro per cento nella seconda metà di gennaio, ora è quasi ininterrottamente tra il sei e il sette per cento. Il rientro nel Bundestag sembra certo.

Pubblichiamo qui di seguito una intervista a Janis Ehling della Linke pubblicato dal quotidiano della sinistra alternativa tedesca Junge Welt.

*****

Nel Partito della Sinistra l’ingresso nel Bundestag è ormai considerato certo. Una conversazione con Janis Ehling

Nico Popp

Sembra un po’ che Die Linke sia la festa del momento. I sondaggi mostrano improvvisamente una tendenza al rialzo, numerosi nuovi membri si stanno unendo e ci sono quasi ogni giorno notizie di simpatia nei media su una rinascita del partito. Quanto è ottimista sul fatto che tutto questo porterà a un ingresso incontrastato nel Bundestag domenica?

Siamo molto ottimisti al riguardo. E nella situazione politica con questo spostamento sociale a destra, è anche incredibilmente importante che ci sia un tale segnale. Cosa ci rende fiduciosi: ogni giorno abbiamo ancora un nuovo record di membri. Ogni giorno, circa 1.000 persone si uniscono alla festa.

Qual è lo stato attuale delle iscrizioni?

Oggi siamo a più di 91.000. Ora dobbiamo ristampare le tessere associative per la seconda volta. Quindi abbiamo un bel po’ di problemi di flusso in questo momento. L’umore è euforico.

Su quali basi è cambiato l’umore nel partito? Se si parlava con i deputati dodici o 24 mesi fa, si parlava quasi all’unanimità di un clima apocalittico, di dimissioni in tutte le direzioni, di associazioni di quartiere che non riescono più a gestire le campagne elettorali e simili. Le cose sono cambiate da un giorno all’altro, per così dire?

In effetti, molti problemi si sono trasformati nel loro opposto. Se per molto tempo abbiamo dovuto lottare con il crollo delle strutture, ora dobbiamo far fronte a un assalto. Fondamentalmente, la metà degli attuali membri sono nuovi nel partito. Ma un altro fattore è che il partito lavora davvero insieme. Tutte le federazioni statali lavorano insieme, il gruppo del Bundestag e il partito mantengono stretti contatti. Riteniamo che se ci uniamo, possiamo anche stabilire questioni come il tetto massimo dell’affitto.

Da dove vengono i potenziali elettori che stanno facendo salire i voti nei sondaggi? Solo pochi mesi fa il partito nel Brandeburgo, un tempo roccaforte del PDS, ha ottenuto un catastrofico tre per cento alle elezioni statali. Nelle elezioni del Bundestag del 2021, quando è rimasto al di sotto del cinque per cento a livello nazionale, Die Linke ha comunque ottenuto l’8,5 per cento in Brandeburgo. Questi e altri ex elettori torneranno? O sono principalmente elettori che non hanno mai votato per Die Linke prima?

Valuteremo tutto questo dopo le elezioni. Ma sappiamo già che tra loro ci sono molti elettori di SPD e Verdi delusi dal governo semaforo. Scholz e Habeck sono sostanzialmente logori, non appaiono più come alternativa a Merz e alla CDU/CSU. E ho anche l’impressione che con la nostra campagna elettorale stiamo raggiungendo anche molti ex non votanti. E, naturalmente, gli elettori per la prima volta.

Quindi non contate sugli ex elettori?

Alcuni dei vecchi elettori torneranno sicuramente. Questo è già evidente. Ci contattano molte persone che non sentiamo da molto tempo. Ma il fattore decisivo nei sondaggi sono probabilmente i gruppi sopra citati.

Secondo quanto riferito, l’età media dei molti nuovi membri è inferiore ai 30 anni. Giusto?

Sì. A circa 29 anni.

Questo è sorprendentemente lontano dall’età media dei membri precedenti, soprattutto nell’est. Come sono distribuiti geograficamente questi ingressi? Ad esempio, l’ondata di persone che si uniscono all’Est si trova principalmente nelle città universitarie come Lipsia, Dresda, Jena e Berlino? O si svolge in modo relativamente uniforme altrove?

Le federazioni occidentali, in particolare, hanno quasi raddoppiato il loro numero di membri. Ma allo stesso tempo, stiamo registrando un numero incredibile di nuovi ingressi nell’est – per la prima volta in molti anni – e la linea di fondo è che abbiamo più nuovi ingressi che dimissioni. L’ultima volta che è successo è stato nel 2007 o nel 2008, cioè subito dopo la fondazione del partito. E anche le iscrizioni nelle città più piccole e nelle aree rurali giocano un ruolo qui.

Se si parla con i membri di lunga data, spesso affermano con evidente consenso che è in corso una sorta di sostituzione dei membri. E questo è regolarmente associato a riferimenti a implicazioni politiche. Di recente, un compagno di Amburgo ci ha scritto che stanno spingendo nel partito membri “che non mi sarei mai aspettato di far parte del nostro partito”, comprese “persone che sono a favore della consegna di armi”. I membri che la vedono in modo diverso vengono “derisi e soppressi”. Come lo percepisce? Questa ondata di nuovi arrivati è vista come una sfida politica?

È assolutamente chiaro che si tratta di una sfida. In termini di età media, il Partito della Sinistra è passato dall’essere uno dei partiti più vecchi a uno dei partiti più giovani. La mia impressione è che ci sia un movimento nel partito, e qualcosa del genere accade solo una volta ogni pochi decenni. Mi aspetto fermamente che questi nuovi membri portino anche un sacco di nuove posizioni. Ma non credo che questo si tradurrà in cambiamenti drammatici nella questione della pace. Abbiamo avuto il congresso del partito a Halle in ottobre, e almeno la metà dei delegati erano relativamente nuovi nel partito, cioè negli ultimi cinque anni. Ci sono state votazioni sull’argomento in cui non ci sono stati grandi cambiamenti.

Quali sono le cause politiche del vento favorevole che il partito sta avvertendo? Si tratta di una specifica condizione politica nella campagna elettorale o è principalmente dovuta a cambiamenti nell’approccio politico?

L’unità del partito è un fattore decisivo. Un altro fattore dopo il patto di Merz con l’AfD è ovviamente il nostro antifascismo. Ed è fondamentale concentrarsi sul contrasto tra alto e basso con il tema degli affitti e dell’inflazione. Questo non accade nelle campagne elettorali degli altri partiti. Vogliono solo parlare di migrazione. E questa è una distrazione dai problemi reali.

Il partito ha questi problemi da anni, anche se con accenti diversi. Cosa sta facendo l’attuale leadership del partito in modo diverso dalle leadership del partito degli anni passati?

È sempre una questione di credibilità. Se discuti solo come partito per anni e investi gran parte della tua energia nelle lotte interne, a un certo punto scomparirai. E ora due momenti si uniscono. Uno è il fallimento del governo semaforo, il cui accordo di coalizione relativamente progressista non ha raggiunto il popolo. In questa situazione, ora siamo visibili come un partito con una direzione unita che mette al primo posto le preoccupazioni del popolo. Nel 2017 e in seguito, il partito è stato sostanzialmente diviso in comitato esecutivo e gruppo parlamentare.

Lei sostiene che la causa della crisi del partito è stata la disputa interna al partito? E non la linea politica della leadership del partito? Ad esempio, nella campagna elettorale del Bundestag del 2021, quando l’SPD e i Verdi sono stati imposti come partner di minoranza.

In ogni caso, è un prerequisito per il successo che ora chiariamo le questioni internamente e concordiamo sulle questioni importanti.

Supponiamo che il partito si muova nel prossimo Bundestag: quali sfide politiche pensa che il partito dovrà affrontare nei prossimi mesi? Quali compiti si prefigge?

Molto dipende dal tipo di governo che si formerà. Se è sufficiente solo per la CDU/CSU, SPD e Verdi insieme, assisteremo a una sorta di continuazione del semaforo. In definitiva, questo rafforzerà ulteriormente il diritto. In un tale scenario, è molto chiaro per noi che dobbiamo essere l’opposizione sociale, che dobbiamo far sentire le nostre rivendicazioni. Se ci sarà un governo dell’Unione e dei Verdi, c’è da aspettarsi attacchi ai diritti dei lavoratori. E poi organizzeremo l’opposizione contro di essi.

A livello nazionale, molte persone di sinistra – in particolare i migranti di sinistra – sono preoccupate per la repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina. Recentemente, a Berlino, il sindaco è intervenuto personalmente contro un evento con la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese alla FU, e un evento a cui Albanese e il segretario generale di Amnesty International, Julia Duchrow, dovevano comparire, è stato appena rinviato sotto la pressione della polizia. Se la polizia non lo impedirà, si svolgerà con breve preavviso sotto l’egida di jW. Qual è la posizione del Partito della Sinistra su questi sviluppi?

Rifiutiamo questa criminalizzazione generalizzata del movimento di solidarietà con la Palestina.

Attualmente, un accordo tra Stati Uniti e Russia su un cessate il fuoco in Ucraina è apparentemente imminente. Nel dibattito tedesco, a questo si risponde spesso con richieste di un’accelerazione del riarmo. In che modo il suo partito si oppone a questo?

Questa corsa agli armamenti è completamente folle. Rifiutiamo chiaramente questi obiettivi del due, tre e cinque per cento. Questi soldi mancano negli asili nido, mancano nelle ferrovie, mancano nella ristrutturazione dell’industria. Per quanto riguarda i negoziati per un cessate il fuoco in Ucraina, stiamo assistendo al ritorno di un ‘Grande Gioco’ in cui Trump dice che Putin può avere questa o quella parte dell’Ucraina, e Putin potrebbe guardare dall’altra parte se Trump prendesse la Groenlandia o Panama.

Questo è uno sviluppo incredibilmente pericoloso. A nostro avviso, c’è un attore che dovrebbe essere coinvolto nei negoziati di pace, ed è l’ONU.

Venerdì scorso il Consiglio federale ha adottato una risoluzione sulla guerra in Ucraina, che batte il tamburo per le consegne di armi e la politica delle sanzioni. Gli stati del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Brema, in cui il suo partito fa parte del governo, si sono messi d’accordo. Perché?

Il partito rifiuta le consegne di armi. Credo che questo sia stato un voto puramente simbolico nell’anniversario dell’attacco russo. Siamo ora a un punto in cui si sta finalmente discutendo di un cessate il fuoco. E da anni chiediamo al governo tedesco di lanciare finalmente iniziative diplomatiche.

Questi voti non sono forse diretti proprio contro questa richiesta di iniziativa diplomatica?

Le nostre richieste politiche sono importanti e non ritengo che tali voti simbolici al Bundesrat siano decisivi.

Il suo principale candidato, Jan van Aken, ha descritto l’AfD e il BSW come partiti del Cremlino al congresso del partito a gennaio. Per molto tempo, la sinistra in Germania non ha avuto l’idea di rivolgere l’accusa di tradimento contro altri partiti per buone ragioni. Nella Repubblica federale di Germania, e anche prima, si trattava di una denuncia che veniva regolarmente dalla destra. Perché il co-presidente di Die Linke lo sta facendo ora?

Naturalmente, questa è una formulazione piuttosto esagerata. L’essenza di tutto ciò era che ci opponevamo inequivocabilmente a qualsiasi forma di imperialismo.

Al congresso del partito a Halle in ottobre, i delegati hanno forzato un voto di solidarietà con il cosiddetto Appello di Berlino contro lo stazionamento di missili a medio raggio statunitensi in Germania. Lei è intervenuto all’epoca e ha consigliato di rinunciare a questo voto, perché, per esempio, non avrebbe saputo cosa c’era in questo ricorso. Nel frattempo sei riuscito a familiarizzare con il contenuto?

Subito dopo la votazione. E ho visto che questa è una cosa sensata. I delegati ovviamente lo sapevano meglio di me.

Questo dispiegamento di missili gioca un ruolo significativo nella campagna elettorale del partito?

Fa parte della nostra strategia elettorale e del nostro programma elettorale che rifiutiamo questo stazionamento di missili.

Fonte

04/10/2024

Berlino - Manifestazione contro la guerra, migliaia in piazza

È stata grande la protesta contro la guerra e il riarmo auspicata dagli organizzatori. Quante persone abbiano preso parte alla manifestazione per la pace di giovedì a Berlino è una questione di interesse politico.

La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.

Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.

Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.

La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.

Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.

L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.

Fonte

09/01/2024

Nasce il partito della Wagenknecht, possibile terremoto politico in Germania

Lunedì 8 gennaio a Berlino è stato fondato a porte chiuse il nuovo partito: “Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigeit” (Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia).

La nuova formazione, BSW, prende il nome dalla 54enne deputata Sahra Wagenknecht, che è uscita, nell’ottobre scorso – insieme ad altri 9 eletti nel parlamento tedesco – dalle fila della Die Linke.

“É un giorno un po’ storico”, ha dichiarato la Wagenknecht, “in cui gettiamo le basi per un partito che ha il potenziale per cambiare radicalmente lo spettro dei partiti tedeschi”, riporta la versione on-line del quotidiano Tagesschau. “E soprattutto”, continua, “cambiare radicalmente la politica del nostro paese”.

Per ora non è stato esplicitato ulteriormente il programma del partito che verrà successivamente elaborato da qui alle elezioni federali del 2025, ma che si baserà sul manifesto fondatore dell’associazione omonima, i cui temi sono stati popolarizzati a più riprese nelle numerose interviste della sua leader in questi mesi.

Il 6 dicembre, ha cessato di esistere il gruppo parlamentare della Linke, in quanto non aveva più il numero minimo – 37 deputati – per essere considerato tale (erano 38 prima della fuoriuscita di ottobre), perdendo in questo modo alcune importanti prerogative e finanziamenti nello svolgimento nell’attività parlamentare, oltre alla presidenza della commissione “protezione per il clima e l’energia”.

Un duro colpo per la formazione che era entrata “per un soffio” in Parlamento, e che comunque si era assestata sotto la soglia di sbarramento del 5% dei votanti, e che ora i sondaggi danno ulteriormente in declino ed attorno al 3%.

Sahra Wagenknecht è stata dirigente prima del PDS – di fatto l’erede della SED della Germania Est nella Germania “unita” – e poi della Die Linke, in cui la SED era confluita, nonché attualmente una delle politiche più conosciute e popolari. anche grazie al ruolo di parlamentare che ha ricoperto dal 2009 fino ad oggi.

Stando ai sondaggi, sempre da prendere con le pinze, un elettore/elettrice su 5, le darebbe darebbe la propria preferenza alla “sua” formazione.

In un’interessante inchiesta della Die Zeit, compiuta su un campione di 7000 lettori del giornale che hanno espresso la propria predilezione per la Wagenknecht, l’autrice – Ann-Kristin Tlusty – ha affermato: «il nuovo partito della Wagenknecht sta creando il progetto che ha il potenziale per scuotere gli equilibri politici in Germania».

Come a fare la sintesi delle varie interviste raccolte dalla testata tedesca la giornalista conclude poi: «Wagenknecht è apprezzata da persone provenienti da percorsi di vita completamente diversi che si sentono alienati dal sistema democratico per diversi motivi».

Un arco di sentimenti di un corpo sociale piuttosto spappolato, aggiungiamo noi, che talvolta è un vero proprio ibrido formato da elementi eterogenei che non legano bene tra di loro, con una componente, se non reazionaria, quanto meno conservatrice – per ciò che concerne l’immigrazione ed i “diritti civil” in primis – ed una porzione più smaccatamente progressista per ciò che riguarda le garanzie sociali e la guerra.

Una parte della società generalmente in preda alla paura di fronte a cambiamenti drastici e accelerati percepiti – a torto o a ragione – come lesivi del proprio status.

Dopo la fondazione a porte chiuse, a cui hanno partecipato una quarantina di persone, c’è stata la conferenza stampa di circa due ore in cui sono intervenuti vari esponenti della nuova formazione che aspira, tra l’altro, a presentarsi alle elezioni europee a giugno e a quelle regionali che nell’autunno si svolgeranno in tre Land orientali: Turingia, Sassonia, e Brandeburgo.

La prima conferenza del Partito a livello federale si terrà a Berlino il prossimo 27 gennaio.

La formazione dovrebbe mantenere l’attuale nome fino alle elezioni politiche tedesche del 2025, per poi cambiare con uno che non includa quello della Wagenknecht.

La BSW aspira ad essere un’alternativa all’estrema destra della AFD, che i sondaggi danno come il partito con maggiori consensi a livello nazionale, dopo i conservatori della CDU/CSU, che guidano l’opposizione all’attuale coalizione governativa “semaforo” comprendente social-democratici, liberali e “verdi”.

La nuova formazione vuole cogliere quel vuoto di rappresentanza che si percepisce tra le classi subalterne – in particolare nella Germania Orientale – e reindirizzare i consensi di quella parte dell’elettorato che ha scelto nelle urne l’AFD come opzione anti-establishment, anche per un progressivo allontanamento della Linke rispetto a temi fondamentali: l’impoverimento crescente, lo lo smantellamento dello stato sociale, la mancanza di una adeguata politica industriale e di una tassazione realmente progressiva, nonché una politica governativa tedesca che ha definitivamente abbandonato la “distensione” – soprattutto verso Est – e sposato opzioni più belliciste.

La leadership della BSW sarà condivisa con Amira Mohamed Ali, mentre il segretario sarà il deputato Christin Leye e il suo vice, l’imprenditore e professore universitario Shervin Haghshend.

I due candidati alle europee saranno lo stimato analista finanziario Fabio de Masi, e l’ex sindaco di Düsseldorf, Thomas Geisel.

De Masi, 43enne, è stato euro-deputato, e prima deputato, sempre nelle file della Die Linke, e membro del sindacato dei servizi (Ver.Di).

A lungo a fianco della Wagenknecht, era già stato tra i fondatori del movimento “Aufstehen” nel 2018. Il deputato italo-tedesco d’Amburgo aveva rotto definitivamente con la Linke a metà settembre, dimettendosi, e usando parole molto aspre sul suo piuttosto seguito account di X (ex-Twitter).

«Non voglio più essere ritenuto responsabile del palese fallimento dei protagonisti di questo partito, che deludono una larga maggioranza della popolazione che ha bisogno di un partito impegnato in modo convincente sul fronte della giustizia sociale e della diplomazia».

Geisel, dal 2014 al 2020, è stato sindaco per la SPD

Come riporta Die Spiegel: «La Wagenknecht non vuole andare al Parlamento europeo e ha detto che non si presenterà nemmeno alle elezioni statali».

Inizialmente fondata come associazione – “L’Alleanza Sahra Wagenknecht” appunto – per preparare la fondazione del partito, ha raccolto un capitale di 1,4 milioni di euro attraverso le donazioni, la maggioranza delle quali (il 90% circa) piccoli contributi che solo in una dozzina di casi hanno superato la soglia dei 10 mila euro, secondo quanto riportato dal tesoriere Ralph Suikat.

Una cifra importante, cui adesso si affiancherà la vera e propria costruzione dell’organizzazione con un’adesione a cui all’inizio saranno ammessi non più di 450 membri, per costruire un primo zoccolo duro di attivisti in linea con gli indirizzi del manifesto fondatore e costantemente monitorato dai fondatori.

Giustizia sociale e indirizzo pacifista sembrano essere l’alfa e l’omega della sfida lanciata da questa nuova formazione, al netto di tutte le storture evidenti nell’affrontare alcuni temi (comunque rilevanti) per cui, anziché combatterle, viene assecondata la melassa “populista-conservatrice” di una parte non indifferente della società tedesca.

Certamente i prossimi mesi saranno fondamentali per capire se e come cambieranno realmente le geometrie politiche in Germania in vista delle europee, e quale indirizzo prevarrà.

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24/10/2023

Germania - Scissione nella Linke

Sahra Wagenknecht e altri nove parlamentari della Linke hanno annunciato le loro dimissioni dal Partito della Sinistra. “Abbiamo deciso di fondare un nuovo partito“, ha detto la Wagenknecht in una conferenza stampa a Berlino lunedì. A tale scopo è stata fondata l‘associazione “Alliance Sahra Wagenknecht – Per la ragione e la giustizia“.

Qui di seguito la lettera con cui è stata annunciata pubblicamente l’uscita dal partito.

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Perché lasciamo Die Linke

Cari membri del partito Die Linke,

abbiamo deciso di lasciare Die Linke e costruire un nuovo partito.

Questo passo non è stato facile per noi. Perché Die Linke è stata la nostra casa politica per anni o addirittura decenni. Qui abbiamo conosciuto altri attivisti, molti dei quali sono diventati compagni e alcuni sono diventati amici. Insieme a loro, abbiamo trascorso le serate e i fine settimana agli eventi di partito e abbiamo fatto turni extra durante le campagne elettorali.

È difficile per noi lasciarci tutto questo alle spalle, politicamente e personalmente. Se ci fosse stata una strada migliore, l’avremmo presa volentieri. Poiché ci sentiamo legati a molti di voi, vorremmo giustificare la nostra decisione.

I conflitti degli ultimi anni sono stati combattuti nel corso politico di Die Linke. più e più volte, abbiamo sostenuto che l’attenzione sbagliata e la mancanza di attenzione alla giustizia sociale e alla pace diluiscono il profilo del partito.

Più e più volte, abbiamo avvertito che l’attenzione per gli ambienti urbani, i giovani e gli attivisti allontana i nostri elettori tradizionali. Più e più volte abbiamo cercato di fermare il declino del partito cambiando il suo corso politico.

Non ci siamo riusciti e, di conseguenza, il partito ha avuto sempre meno successo tra gli elettori.

La storia di Die Linke dalle elezioni europee del 2019 è la storia di un fallimento politico. Le rispettive direzioni di partito e i funzionari che le sostenevano a livello statale erano determinati a non discutere criticamente questo fallimento in nessuna circostanza. Non se ne sono assunti la responsabilità, né ne hanno tratto conclusioni sostanziali.

Piuttosto, coloro che erano critici nei confronti del corso della leadership del partito sono stati identificati come i colpevoli dei risultati e sono stati sempre più emarginati.

In questo contesto, non vediamo più spazio per le nostre posizioni nel partito.

A titolo di esempio, vale la pena ricordare la “Rivolta per la Pace” del febbraio 2023.

È stata la più grande manifestazione per la pace degli ultimi 20 anni. Decine di migliaia di persone si radunarono davanti alla Porta di Brandeburgo. Anche se, e proprio perché circa la metà della popolazione rifiuta il corso militare del governo, l’intero establishment politico del paese ha attaccato e diffamato la manifestazione.

Invece di sostenerci in questo confronto, la direzione di partito di Die Linke si è schierata spalla a spalla con gli altri partiti: hanno accusato i promotori della manifestazione di essere “aperti a destra” e sono stati quindi la fonte di accuse contro di noi.

Gli spazi politici per noi nel partito sono diventati così piccoli che non ci adattiamo più con la schiena dritta. Sappiamo dalle nostre associazioni regionali che questo è ciò che molti membri di Die Linke sentono. Con il nuovo partito, vogliamo anche creare una nuova casa politica per loro.

Lo facciamo per convinzione interiore, perché un partito non è fine a se stesso. Ciò che ci spinge è che non vogliamo più accettare sviluppi politici come le politiche socialmente devastanti del semaforo (la coaliziome tra Spd, Verdi e Lberali, ndr) stanno costando a gran parte della popolazione reddito e la qualità della vita.

La politica estera tedesca è munizioni per le guerre invece di cercare soluzioni di pace. I conflitti si stanno intensificando a livello internazionale, l’incombente formazione di blocchi è una minaccia per la pace mondiale e porterà con sé enormi sconvolgimenti economici.

Allo stesso tempo, l’opposizione a questo sviluppo politico viene sempre più sanzionata e messa alla gogna nel dibattito pubblico. Ma la democrazia ha bisogno di diversità di opinioni e di dibattiti aperti.

L’incapacità del governo di affrontare le crisi del nostro tempo e il restringimento del corridoio di opinione accettato hanno portato l’AfD (Alternative fur Deutscheland, partito di destra, ndr) in cima ai consensi. Molte persone semplicemente non sanno più come articolare la loro protesta in nessun altro modo.

In questa situazione, Die Linke non appare più come un’opposizione chiaramente riconoscibile, ma come un ammorbidito “Sì, ma…”. Con questo corso, si è scesi al di sotto della soglia di percezione della popolazione. Al momento, tutto lascia presagire che non sarà più rappresentato nel prossimo Bundestag, mentre l’AfD è data dai sondaggi a oltre il 20 per cento.

Abbiamo la responsabilità di riprendere seriamente la lotta per la direzione della politica e per il futuro del nostro paese. A tal fine, vogliamo costruire una nuova forza politica, una voce democratica per la giustizia sociale, la pace, la ragione e la libertà.

Stiamo andando contro il nostro vecchio partito senza risentimento e senza pugnalate alle spalle. Il conflitto è chiuso per noi. Sappiamo che alcuni di voi hanno desiderato questo passo, altri rimarranno delusi e altri ancora aspetteranno di vedere come si svilupperanno le cose.

A tutti voi diciamo: vogliamo separarci come adulti. Una guerra delle due rose ci danneggerebbe tutti. Il Partito della Sinistra non è il nostro avversario politico.

Ai molti di voi con i quali abbiamo lavorato insieme in uno spirito di fiducia per molti anni, diciamo anche: siamo pronti per discutere e saremmo lieti di accogliervi nel nostro partito al momento opportuno.

Sahra Wagenknecht, Amira Mohamed Ali, Christian Leye, Lukas Schön, Jonas Christopher Höpken, Fadime Asci, Ali Al-Dailami, Sevim Dagdelen, John Lucas Dittrich, Klaus Ernst, Andrej Hunko, Zaklin Nastic, Amid Rabieh, Jessica Tatti, Alexander Ulrich, Sabine Zimmermann


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15/06/2023

La Linke mette fuori Sara Wagenknecht, ma si condanna alla residualità

Le dispute interne al partito della sinistra tedesca Die Linke si intensificano. Sabato, l’esecutivo del partito ha rotto formalmente con la deputata del Bundestag ed ex leader del gruppo parlamentare Sara Wagenknecht e le ha chiesto di “restituire” il suo mandato al Bundestag.

Come giustificazione, si fa riferimento agli “annunci pubblici” di Wagenknecht secondo cui “sta valutando la possibilità di fondare un partito concorrente”. Il futuro della Linke è un futuro senza Sara Wagenknecht. “Wagenknecht e tutti coloro che partecipano al progetto di un partito concorrente” sono invitati nella risoluzione a dimettersi dai loro mandati.

Venerdì scorso Sara Wagenknecht ha confermato di voler decidere su un possibile avvio entro la fine dell’anno. Ha chiarito mesi fa che non si sarebbe più candidata per il Partito della Sinistra. Durante il fine settimana, inizialmente non ha commentato pubblicamente la decisione del consiglio.

Il leader del partito Janine Wissler ha dichiarato sabato che il consiglio sta lottando per l’unità del partito e contro tutti i tentativi di dividerlo. Le opinioni di minoranza sarebbero rispettate. Tuttavia, ci si aspetta che “le decisioni democratiche del partito vengano prese sul serio e che vengano anche osservate”.

Ha accusato Wagenknecht di minacciare di fondare un nuovo partito per indirizzare il Partito della Sinistra su una strada diversa da quella che i comitati avevano deciso “democraticamente”.

La curiosa polemica sulla “unità del partito”, che fa della sua scissione una certezza, ha subito suscitato critiche nel fine settimana. La co-leader della fazione Amira Mohamed Ali ha definito la decisione “un grosso errore e indegno di un partito impegnato nella solidarietà e nella pluralità”.

Il membro del Bundestag Gesine Lötzsch ha voluto sapere perché il consiglio non ha chiesto a lei e agli altri due membri del parlamento eletti direttamente, Sören Pellmann e Gregor Gysi, il loro parere. Il membro del Bundestag Alexander Ulrich ha affermato che Wagenknecht non dovrebbe in nessun caso rinunciare al suo mandato.

Il suo collega parlamentare Sevim Dagdelen ha spiegato che “questo consiglio” non ha più nulla a che fare con il consenso di fondazione e il programma del partito; il corso conduce “in direzione di una setta insignificante”. In tal modo, il consiglio di amministrazione “ingrassa” allo stesso tempo l’AfD (il partito di destra Alternative for Deutschland in ascesa nei sondaggi, ndr)

Sembra plausibile che la dirigenza della Linke voglia principalmente attrarre elettori verdi “delusi” nel partito di sinistra e spera di diventare più attraente per questo ambiente espellendo ostentatamente Wagenknecht. Ma questo garantisce l’esistenza dei residui rimasti?

Non appena i sostenitori di Wagenknecht – e certamente molti altri compagni con loro – avranno lasciato il partito, esso sarà composto solo da due o tre correnti liberali di sinistra senza una base elettorale stabile, che non saranno in disaccordo su questioni fondamentali, ma lo saranno in termini di tradizione, gergo e abitudine su cui si distinguono.

Gestiranno la loro sinistra di governo, il “movimento di sinistra” o l’opportunismo identitario-politico l’uno contro l’altro o con l’altro e nel medio termine – purché tu abbia qualche mandato da offrire – cercheranno di ottenere un lavoro con i Verdi o l’SPD.

Il progetto Die Linke non sarebbe dovuto finire in una commedia del genere. Un programma centrista può essere utilizzato anche per politiche di opposizione a lungo termine.

Il fatto che il Partito della Sinistra stia per crollare è dovuto principalmente al fatto che è stato preso in mano da persone che rappresentano una posizione di governo moderata su tutte le questioni fondamentali, anche se non importa che i protagonisti lo facciano per calcolo o per svolgere il ruolo di utili idioti.

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09/06/2023

Germania - “Ultimatum” della Linke contro Sara Wagenknecht

Un rapporto su un presunto “ultimatum” del consiglio esecutivo di Die Linke al membro del parlamento Sahra Wagenknecht ha causato lunedi ulteriori tensioni nel partito già in difficoltà.

Il Taz (Tageszeitung, giornale della sinistra radical chic tedesca, ndr) ha riferito che la direzione del partito ha incontrato la direzione del gruppo parlamentare e Sara Wagenknecht il 25 maggio. Alla Wagenknecht è stato dato un ultimatum per dichiarare entro il 9 giugno se voleva rimanere o meno nel partito.

Il capo del partito Martin Schirdewan voleva solo confermare lunedì che c’era stata una conversazione con Wagenknecht. Poiché era stata concordata la riservatezza, non poteva dire nulla sul contenuto. Anche il leader della fazione Dietmar Bartsch ha confermato la conversazione, ma ha negato a Deutschlandfunk che ci fosse stato un ultimatum. “Non ci possono essere dubbi” su questo.

Secondo il Taz, il consiglio, che si riunirà nel fine settimana, vuole decidere i prossimi passi sulla base dell’eventuale riscontro di Wagenknecht. Se ciò è previsto, l’esecutivo del partito continuerà ad agire in modo affidabile secondo il copione dell’ala destra del partito.

La “Rete della sinistra progressista” aveva presentato solo nel fine settimana una mozione al congresso del partito, in cui all’esecutivo viene chiesto di “prendere decisioni” e presunti sforzi per fondare un partito concorrente a cui «opporsi risolutamente e senza compromessi».

Sara Wagenknecht non ha commentato l'”ultimatum”. Il membro del Bundestag di Bochum, Christian Leye, si è espresso criticando la leadership del partito.

In una situazione di crisi, con un governo “semaforo logoro” (la coalizione di governo tra Spd, Verdi e Liberali, ndr) e un AfD al 19 per cento, “l’opposizione di sinistra affonderebbe a un misero 4-5 per cento“.

Leye ha chiesto perché il consiglio non stesse lavorando a una “offerta politica” che “raggiungesse e convincesse nuovamente gli elettori“. Invece, la dirigenza del partito sta discutendo di ultimatum al personaggio politico più popolare della sinistra.

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27/05/2023

Germania. La guerra come spartiacque. “Il movimento per la pace, ampio ma non cieco”

Mentre il governo tedesco continua a intensificare la guerra in Ucraina, crescono le richieste di soluzioni diplomatiche. Il giornale tedesco Unsere Zeit ha intervistato il membro del parlamento Andrej Hunko (”Linke”) sugli attacchi contro il movimento per la pace, sul diffuso “maccartismo” e sulla questione se la “Linke” voglia ancora essere un partito per la pace. Una intervista molto interessante ed estremamente utile anche per il dibattito in Italia sul movimento contro la guerra.

UZ: Le consegne di armi hanno raggiunto un nuovo massimo la scorsa settimana, e ora seguiranno i jet da combattimento. La vite dell’escalation gira sempre più velocemente. Il movimento per la pace è vivo, ma non così forte come dovrebbe essere in questa situazione. Perché?

Andrej Hunko: Penso che l’invasione russa del 24 febbraio sia stata uno shock per ampie fasce del pubblico, me compreso. Naturalmente, questo ha avuto un impatto sul movimento per la pace. Ma più a lungo la guerra va avanti, più diventa chiaro che il nostro governo federale, l’UE e i paesi della NATO non stanno avviando alcuna iniziativa per porre fine a questa guerra.

Il governo federale ora conta praticamente su una vittoria militare ed è pronto a intensificare la guerra sempre di più. Tuttavia, la maggioranza della popolazione vuole iniziative diplomatiche. Ciò aumenta la necessità di portare in piazza questa richiesta di pace. L’abbiamo visto anche noi. L’azione più efficace è stata senza dubbio la manifestazione di Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer alla Porta di Brandeburgo. Potremmo discutere ora se ci fossero 30.000 o 50.000 persone (e c’erano), ma non è questo il punto. È stata una manifestazione massiccia nonostante il tempo davvero brutto. Allo stesso tempo, c’è stata la petizione che ha avuto grande successo. Ciò ha esercitato una reale pressione ed è diventato oggetto di dibattito pubblico diretto. E purtroppo anche bersaglio di denunce.

La diffamazione del movimento per la pace è aumentata enormemente. Questo a volte si estende ai circoli di sinistra e pacifisti. Poi si parla di forze di destra che presumibilmente c’erano. E se non trovi espliciti esponenti di destra, allora erano solo forze di “destra” o “teoria del complotto”, o “pensatori laterali”, che si sono sviluppati anche durante il periodo della pandemia di coronavirus. Vengono creati nuovi termini che sono totalmente sfocati. Contro l’accusa di essere un “troll di Putin” la definizione di terrorismo di Erdogan può essere vista come molto precisa. In questo modo puoi mettere a tacere qualsiasi opposizione.

UZ: Che ruolo giocano i media?

Andrej Hunko: Alcune forze nei media hanno interesse a diffamare il movimento per la pace. Puoi capirlo, quello è il loro lavoro. Ma svolgono un ruolo fatale. Alcuni mesi fa ho parlato a una manifestazione contro la guerra ad Aquisgrana al mercato e non c’erano simboli in evidenza: nessun simbolo, niente di niente. Da qualche parte sul bordo, tuttavia, apparentemente c’era un membro dell’AfD. Questo è stato poi spammato in un rapporto “specchio”, che è stato distribuito anche a livello internazionale. Il tenore dell’informazione era: “schieramento congiunto di Hunko e AfD”. Sulla Neus Deutscheland è stato persino aggiunto un filmato e poi è stato riferito che Hunko “ha condiviso il microfono con AfD”. Era semplicemente una bugia, non c’erano stati interventi in piazza. Tuttavia, è stata costruita questa impressione.

Un altro esempio sono i cosiddetti “fact checker”. Ricordo un “fact check” sul movimento per la pace sul “Tagesschau”. Tutto è stato gettato in una pentola. La manifestazione per la pace di Sahra Wagenknecht e Alice Schwarzer e poi un certo numero di persone che sono state ritratte come voci molto, molto pericolose: Daniele Ganser, Roger Waters, Gabriele Krone-Schmalz. Segue sempre lo stesso schema. Invece di avvalorare affermazioni concrete, vengono utilizzati termini vaghi, inquadrature e associazioni. Questo tipo di diffamazione non potrebbe resistere in nessun tribunale borghese. Non basta puntare il dito contro qualcuno e affermare: è divertente.

L’unico argomento è la guerra, che peraltro i nominati hanno condannato. Ma sottolineano che ha una storia e che il problema generale è diverso. Riguarda l’espansione verso est della NATO, il colpo di stato di Kiev nel 2014, la mancata attuazione degli accordi di Minsk II. Il ricordo di tutto questo dovrebbe scomparire dal discorso pubblico.

UZ: Che effetto ha su di te in concreto?

Andrej Hunko: A gennaio ho parlato a due manifestazioni ad Aquisgrana in cui manifestavo contro la fornitura di carri armati Leopard 2. Questi erano due gruppi che non collaborano tra loro. Le accuse appena menzionate, che sono rivolte contro alcune persone, qui hanno giocato un ruolo. I contenuti degli appelli non vengono affatto discussi, sebbene siano così simili che un gruppo potrebbe facilmente firmare l’altro. Questo è ovviamente un problema.

Io stesso vengo dal movimento contro Hartz IV. Le proteste del 2004 e del 2005 sono state il mio ingresso nella politica federale. A quel tempo c’erano anche forze di destra lì e le abbiamo respinte! Non siamo scappati da loro, li abbiamo isolati ed emarginati finché non hanno smesso di venire.

Ma non ci siamo concentrati su questo. La sinistra sociale è stata quindi in grado di assumere la guida di questo movimento. Alla fine ne emerse persino un nuovo partito di sinistra. È stato un successo storico che ha tenuto lontana la destra per 10-15 anni. Ciò è stato possibile solo perché abbiamo combattuto per l’egemonia. E oggi? Oggi si stanno inventando nuovi termini e settori della sinistra colgono questa opportunità per starne alla larga o addirittura protestare contro di essa. Questo è ciò che rende la resistenza sociale a questa guerra così incredibilmente difficile.

Un altro esempio: nel 2007 e nel 2009 ho organizzato treni speciali, ciascuno con 1.000 persone, per viaggiare da Aquisgrana alla manifestazione a Berlino contro la guerra in Afghanistan e contro il vertice della NATO a Strasburgo. Ed è stato un successo entrambe le volte. I treni erano pieni. Non abbiamo passato un minuto a chiederci se qualcuno che aveva fatto commenti divertenti da qualche parte prima potesse salire sul treno. Quella cultura, quel maccartismo, non esisteva. Oggi non sarebbe più possibile.

UZ: Dopo la “rivolta per la pace” la dirigenza del partito di “sinistra” ne ha preso le distanze. Die Linke è ancora un partito per la pace? Vuole essere un’altra cosa?

Andrej Hunko: Die Linke vuole essere l’ala sinistra dell’establishment. Si dice che anche l’invio di armi non sia così buono, ma poi chiedono sanzioni. Ampie sezioni del partito si sono allineate con la narrazione del governo federale, anche sull’importante questione della guerra economica, sebbene ciò sia in contrasto con la piattaforma elettorale. Tre settimane fa “Die Linke” ha approvato per la prima volta un’operazione militare. Si trattava principalmente di un’evacuazione dal Sudan. Ora questa evacuazione era già avvenuta e il governo federale aveva successivamente richiesto il dispiegamento di 1.600 soldati per continuare la missione. Questo è completamente assurdo. Un partito di sinistra non deve assumere queste posizioni!

Ovviamente nessuno è contrario a un’evacuazione, ma si trattava di un’importante operazione militare. L’evacuazione è stata solo il pretesto. Si fa sempre così: le operazioni militari si svolgono in un contesto al quale quasi nessuno può opporsi, per la distruzione di armi chimiche o per l’evacuazione dall’Afghanistan. Se leggi il testo dei mandati, questi titoli non hanno nulla a che fare con la situazione reale. Non si può essere d’accordo con questo. Alcuni si sono astenuti, ma la maggioranza del gruppo è stata favorevole.

Purtroppo, penso che questo sviluppo della “sinistra” sia inarrestabile. Sempre più associazioni statali sono ora a favore dell’invio di armi. Questo è un processo che alcuni potrebbero aspettarsi ancora più veloce. La conferenza del partito a Erfurt ha già tracciato la rotta in questa direzione.

Ma voglio chiarire che non è solo un problema di questo partito, è un problema di tutta la sinistra. Sono state adottate le narrazioni del governo. Si parla di “solidarietà con l’Ucraina”. Sì, ma la solidarietà con il popolo in Ucraina significa: negoziare! “Diritto all’autodifesa” è un altro termine che ha un forte impatto in un ambiente di sinistra. Un compagno di Cipro me lo ha chiesto di recente e ha detto: per favore, mandaci anche armi, così possiamo conquistare la parte settentrionale di Cipro, che è ancora occupata dalla Turchia. Bene, stanno lavorando con argomenti di pseudo-sinistra e molti si stanno ribaltando.

UZ: In questa situazione, come riuscire a rafforzare il movimento per la pace?

Andrej Hunko: Il mio lavoro internazionale mostra che c’è un estremo divario nord-sud. Nel Nord Europa, quasi tutti i partiti di sinistra rappresentati in parlamento si stanno muovendo verso la Nato. I partiti scandinavi sono per l’invio di armi, per le sanzioni, per la “solidarietà fino alla fine”. Allora ti senti a disagio per il militarismo, ma impari a conviverci. Quindi non tutti saranno come Toni Hofreiter, che pensa che tutto sia fantastico e ama essere l’esperto di carri armati. Più si va verso il sud dell’Europa, più cambia l’atteggiamento dei partiti di sinistra e della popolazione. Al di fuori dell’Europa poi non c’è quasi nessuno al mondo e fuori dalla NATO d’accordo con l’invio di armi o per la guerra economica mondiale.

È importante vederlo chiaramente. Dobbiamo affrontare il modo in cui il Sud del mondo vede questa guerra. Lì, questo conflitto è chiaramente visto come una guerra per procura tra NATO e Russia. Lì si ricordano le tante altre guerre che dovrebbero essere cancellate dalla nostra coscienza: la guerra in Jugoslavia, la guerra in Iraq, le guerre per il cambio di regime in Libia o in Siria. Le iniziative di pace internazionali devono essere sostenute. Dobbiamo capire perché Lula si comporta così e cosa propone la Cina con il piano in 12 punti. Non siamo una minoranza in tutto il mondo. Quindi tutto ciò che ti apre gli occhi è utile. Questo è un punto importante.

In secondo luogo, dovremmo evitare la diffamazione tra di noi e lavorare per superare questa divisione che esiste in molte città. Per molti di noi, questo va di pari passo con situazioni difficili, e non voglio negarlo affatto. Lo vivo anche sulla mia pelle quando parlo davanti alle “persone sbagliate”. Quello che ho detto allora non ha importanza. L’unica discussione è chi c’era. Ovviamente, deve essere stabilito anche un quadro per un ampio movimento per la pace. Il modo in cui questo può funzionare è diventato visibile a un pubblico di milioni di persone a Berlino durante la “Ribellione per la pace”. Tutto era rappresentato, dalla sinistra allo spettro borghese-conservatore. L’ala destra non aveva un posto rilevante lì. Il movimento per la pace deve essere ampio, ma non cieco.

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13/04/2023

Germania - La guerra lacera i rapporti nella sinistra tedesca

In occasione delle tradizionali Marce per la pace di Pasqua, in Germania la posizione sulla guerra in corso in Ucraina ha lacerato in molte città i rapporti dentro la sinistra tedesca, in particolare dentro la Linke. Sostenitori e detrattori delle manifestazioni contro la guerra ormai parlano linguaggi e sostengono contenuti e visioni divergenti. Qui di seguito una cronaca delle manifestazioni e delle polemiche raccolte dal giornale della sinistra alternativa tedesca Junge Welt.

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Con striscioni che recitavano “Pace, riscaldamento, pane invece di armi, guerra e morte” o “Previeni la terza guerra mondiale!”, durante le vacanze di Pasqua, in Germania migliaia di persone sono scese in piazza in molte località da Kiel a Passau per le tradizionali marce pasquali. Willi van Ooyen, portavoce della marcia di Pasqua, ha dichiarato al giornale della sinistra alternativa Junge Welt che “nonostante la diffamazione molto aggressiva contro il movimento per la pace in termini di portata e gravità, non è stato possibile impedire una mobilitazione”.

Con più di 120 campagne, marce, servizi di pace, dimostrazioni in bicicletta e raduni a livello nazionale, “la partecipazione è stata maggiore rispetto all’anno precedente”. I manifestanti pasquali non si sono lasciati distrarre da “dibattiti sulla demarcazione gonfiati dai media”, ma “si sono chiaramente opposti alla militarizzazione in corso e alla propaganda di guerra”.

Secondo gli organizzatori, solo a Berlino hanno partecipato circa 2.500 persone, circa 1.200 ad Hannover e diverse centinaia a Stoccarda, Monaco, Colonia, Magonza e Lipsia. Circa 80 persone hanno manifestato presso il sito del gruppo di armamenti Rheinmetall a Unterlüß, Bassa Sassonia.

Tra i relatori delle manifestazioni c’erano attivisti di iniziative e organizzazioni per la pace, rappresentanti di sindacati e chiese, ma anche del Partito della Sinistra (Linke) e dell’SPD. I contributi si sono concentrati sul rifiuto di consegne di armi all’Ucraina, sulla richiesta di iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra ucraina e sul no al riarmo delle forze armate tedesche.

Nell’appello per i tre giorni della marcia pasquale nella Reno/Ruhr, ad esempio, si diceva che il governo federale e l’UE dovevano compiere seri sforzi per “negoziati di pace senza precondizioni”.

A Lipsia, il co-organizzatore Torsten Schleip ha spiegato: “Per noi, un cessate il fuoco immediato e l’inizio dei negoziati sono la migliore alternativa a ulteriori esportazioni di armi e all’escalation fino al punto di uno scambio di colpi nucleari”. Il governo federale deve vietare e abolire le armi nucleari, dalle munizioni all’uranio e dalle mine antiuomo.

In alcune città, come Berlino, c’erano state in precedenza controversie tra il partito Die Linke e il movimento per la pace. Ad Amburgo, dove il “Forum per la comprensione internazionale e il disarmo globale” aveva convocato una manifestazione il lunedì di Pasqua, il Partito della Sinistra e il DGB per la prima volta non avevano mobilitato in occasione della marcia di Pasqua accusando il forum di relativizzare la responsabilità della Russia e di non smarcarsi sufficientemente dalla destra.

Anche a Brema la Linke ha preso le distanze. Il portavoce dello Stato Christoph Spehr ha accusato gli organizzatori della marcia di Pasqua di non mostrare solidarietà all’Ucraina. Ekkehard Lentz del Bremen Peace Forum ha risposto che Spehr si stava sottraendo alla responsabilità politica.

A Magdeburgo il consiglio comunale governato dalla Linke ha preso le distanze dalla marcia pasquale dell’iniziativa popolare “Offene Heide”, che si è svolta a Haldensleben, e ha chiesto indietro i 150 euro di sostegno originariamente approvati. L’accusa è stata quella di una “forte” o “prevista” “vicinanza a Putin” tra i relatori invitati e che, secondo il consiglio comunale, hanno dato il tono alla manifestazione.

A Berlino gli sviluppi dei giorni scorsi sembravano avviarsi a un confronto aperto: il 30 marzo la Linke e il VVN-BdA di Berlino avevano indetto una “manifestazione per la pace” per il sabato di Pasqua, nelle immediate vicinanze della tradizionale Marcia di Pasqua di Berlino. Questa manifestazione, vista nei fatti come alternativa e contromanifestazione rispetto alla marcia di Pasqua è stata annullata dal dirigente statale della Linke “per motivi organizzativi”.

Si è tenuto invece un evento della “solidarietà ucraina di sinistra” che è stato espressamente dichiarato come una contro-manifestazione per sostenere le consegne di armi e contro le richieste di un cessate il fuoco. Ma questo evento è stato apertamente sostenuto da settori della leadership della sinistra berlinese.

In questo contesto la marcia di Pasqua di Berlino si è resa vulnerabile aprendo l’alleanza organizzativa a soggetti del mondo no vax, alcuni dei quali hanno collegamenti con l’estrema destra. Gli organizzatori della marcia di Pasqua sottolineano che i compagni di strada sono individui verificati.

Ma questo è diventato un pretesto per la corrente, particolarmente forte nella Linke di Berlino, che non vuole avere nulla a che fare con le classiche rivendicazioni e dibattiti del movimento per la pace e cerca modi per distaccarsene o diffamarli in modo aggressivo.

L’accusa che la Marcia di Pasqua in quanto tale fosse “aperta a destra” è quasi perfetta come leva per l’ala di destra della Linke per attirare dalla sua parte anche le persone coinvolte nel dibattito sulla guerra in Ucraina, ma che finora non hanno rappresentato alcuna posizione di sinistra nel governo.

A febbraio, l’esecutivo della Linke di Berlino ha votato quasi all’unanimità per sostenere la manifestazione alla Porta di Brandeburgo che ha fatto seguito al “Manifesto per la pace”. Ma il consiglio della Linke ha rifiutato il sostegno ufficiale alla marcia di Pasqua di quest’anno con undici voti contro sette dopo un controverso dibattito in riferimento alla “partecipazione delle strutture di destra”. Tuttavia, la decisione afferma anche che non ci si oppone “esplicitamente alla partecipazione alla Marcia di Pasqua”.

Quattro membri dell’esecutivo distrettuale della Linke hanno criticato il mancato sostegno e la “diffamazione” della marcia di Pasqua. In un comunicato si parla di un “tentativo in atto sotto i nostri occhi per schiacciare il movimento pacifista”. Il comunicato afferma che “L’antifascismo è una cosa ovvia per noi. Tuttavia, ciò non significa che tutti coloro che sono delusi dalla politica della leadership della sinistra o dalla “politica di pace” possano essere descritti come di destra o apertamente di destra”.

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