Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Sahra Wagenknecht. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sahra Wagenknecht. Mostra tutti i post

03/01/2025

“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht. Quali insegnamenti per l’italia?

di Domenico Moro

“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.

Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.

A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.

Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.

L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.

Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.

La sinistra alla moda

Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.

Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.

Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia

A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.

Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.

L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.

Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.

La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.

Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.

In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.

Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.

L’immigrazione

Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.

In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.

Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.

A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.

Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.

Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.

Viviamo davvero nell’epoca delle destre?

Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.

Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.

Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.

Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.

Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.

Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.

Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.

La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.

L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.

Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.

La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.

Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]

Conclusioni

L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.

Note

[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.

Fonte

14/10/2024

L’enigma Wagenknecht

di Giovanni Iozzoli

Dopo le elezioni regionali del Brandeburgo, il partito di Sahra Wagenknecht (BSW) ha confermato di essere una presenza consolidata nel panorama politico tedesco. Il profilo stesso di questa aggregazione non autorizza la sua collocazione nel campo delle performance elettorali effimere o occasionali: le radici sociali sono solide e si collocano dentro un pezzo di storia della sinistra tedesca, con legami sindacali e territoriali radicati nel tempo. Non una forza d’opinione né, si presume, una meteora.

Per la sinistra “alternativa” europea, lo sviluppo impetuoso di questa ipotesi politica, nel cuore geografico ed economico del continente, pone mille interrogativi. Non a caso coincide con lo svuotamento repentino della Linke e la (sacrosanta e meritatissima) eclisse dei Verdi. Ciò che resiste dell’SPD va probabilmente letto dentro la dimensione residuale dei poteri amministrativi e di governo; niente di socialmente vivo e destinato a crescere.

Del resto tutte queste sinistre liberali (le vicende della guerra in Ucraina hanno purtroppo avvicinato anche la Linke a quel versante nefasto), sembrano destinate in qualche modo a diventare un elemento marginale o comunque minoritario delle società europee: approdo naturale per ceti urbani protetti, benestanti o élite acculturate che compiono scelte elettorali “di testa”. Perdere il contatto con le classi operaie, con le periferie, con la sofferenza sociale, orienta ineluttabilmente verso il “centro” anche le migliori intenzioni politiche. Come classificare, dunque, il partito di Sahra Wagenknecht che è un competitor della sinistra “ufficiale” ma anche un argine oggettivo al dilagare dell’AFD? Il rovello sta rovinando i sogni di molti progressisti perplessi.

L’avventura di BSW presenta alcune caratteristiche in comune con La France Insoummise: entrambe le formazioni nascono dalla crisi dei partiti della sinistra tradizionale; entrambe raccolgono consensi nelle periferie territoriali e sociali; entrambe presentano un forte profilo leaderistico. Entrambe non sembrano spaventate dall’accusa di “populismo” e attraversano volentieri il campo tematico che corrisponde a questo stigma perbenista. Le due esperienze si dividono sul tema guerra (intransigente la posizione anti Nato di BSW, mentre Melanchon ha dovuto cedere molto su quel terreno in fase di costruzione del programma elettorale del NFP), oltre che sulla spinosissima questione delle migrazioni.

Addentrarci in questa sede in una discussione su quest’ultimo tema sarebbe impresa impossibile. Il cantiere del dibattito dentro la sinistra sociale e di classe italiana su tali questioni non è stato ancora neanche allestito. Nessuno ha il coraggio di infilarci il naso, la testa e il cuore... Nessuno pare aver elaborato una visione complessiva né sembra avere voglia di farlo. Generalmente ci limitiamo a ripetere le giaculatorie cristiane sul dovere di accoglienza (sacrosanto) mentre la dimensione politica dirompente del tema migrazioni – sicuramente la questione del secolo, che sta incidendo più di qualsiasi altra sugli equilibri politici del nord del mondo – resta letteralmente al di fuori del nostro raggio di attenzione. Con i temi epocali siamo a disagio, mancano gli strumenti di analisi e anche il coraggio della presa di parola.

Il risultato è che qualsiasi cretino di destra – anche il salumiere sotto casa – è in grado di fare un suo discorso sull’immigrazione (conservativo, maligno o paranoico a seconda delle fonti di formazione della sua opinione) mentre a sinistra ci limitiamo a balbettare argomenti sconnessi, sempre difensivi, dando l’idea di intelligenze di corto raggio, che non hanno la minima idea di come affrontare la complessità e la crisi delle società tardo-liberali.

Dal basso della sua inanità politico e sociale, la sinistruccia dell’Italietta è però sempre pronta a sputare su tutto ciò che si muove: rossobrunismo è diventato ormai una categoria dell’animo. Sospetto rossobruno è chiunque si ponga delle domande su temi “sensibili” o controversi; chiunque non si allinei al “washingtonianamente corretto” dell’agenda globale; chiunque non si prefigga il compito di educare i popoli del mondo ai valori scintillanti della modernità liberale. Sono da etichettare come rossobruni in particolare tutti quelli che hanno ancora la capacità di parlare con i proletari: che significa ascoltare, comunicare e organizzare pezzi di società confusi, ostili, ormai refrattari ai ragionamenti collettivi. Le “sinistre” europee sembrano accontentarsi di occupare angolini rassicuranti e disdegnare qualsiasi contatto non solo con il salumiere xenofobo, ma anche con l’operaio preoccupato del prezzo a cui svende la sua forza-lavoro, dentro il nuovo selvaggio mercato del lavoro globale... Ma torniamo alle elezioni tedesche.

Non vivendo in Germania, la maggior parte di noi può informarsi solo attraverso le testimonianze dirette degli osservatori italiani e dei materiali tradotti e pubblicati. E quello si sta cercando di fare in queste settimane: acquisire punti di vista e rielaborarli. Le varianti di cui tener conto, del resto, sono tante, a partire dalle specificità regionali del voto tedesco. Ma cosa si riesce a ricavare, da una lettura generale degli elementi noti?

1) BSW dimostra la oggettiva capacità di aprire canali di dialogo dentro una società fortemente atomizzata. Non è una forza autoreferenziale. Non parla a se stessa. È riuscita a dialettizzarsi con pezzi di società e territorio che si sentono privi di rappresentanza politica.

2) Il suo target è la vasta platea sociale dei perdenti della modernità, che non significa i “poveri” ma larghe masse lavoratrici, a cavallo tra working class e ceto medio, che sentono di subire un arretramento sostanziale e irreversibile della loro condizione, retaggio consunto dei “trenta gloriosi”. La crisi di questi ceti è crisi del patto sociale fordista e dell’imperialismo unipolare a centralità anglosassone.

3) Dentro il concetto di “perdente” va compreso il disorientamento per una società che non riesce a gestire i flussi globali di uomini e capitali da cui è investita (da qui l’immigrazione vista come pericolo) e ha paura di trovarsi in prima linea nella guerra contro la Russia. Da questo punto di vista è una platea che invoca protezione sociale in tutti i sensi: dalla insicurezza quotidiana al terrore di ritrovarsi dentro l’incubo della guerra. Non possiamo dividere le ansie della gente in sane o non sane: la paura è paura e basta – le paure “percepite” sono una invenzione di psicologi e statistici. Si tratta di persone che guardano alle tecnologie con diffidenza, che si sentono ingannate, disorientate, sballottate, in preda ai programmi di centri di comando remoti e invisibili (e non hanno tutti i torti: nella sostanza è quella la loro vita).

4) Quindi non stiamo parlando degli “ultimi”, ma di ceti produttivi, pezzi di classe operaia attivi o in dismissione, segmenti anziani o giovani a bassa scolarizzazione, emarginati a causa delle scarse competenze professionali o da un’appartenenza territoriale penalizzante, ma comunque interni al dispositivo della produzione sociale. Si tratta di larghe masse – tendenzialmente maggioritarie – in libera uscita, culturalmente parlando. È come se la Germania stesse rivivendo un nuovo anno zero: risvegliandosi non più tra le macerie del dopoguerra, ma tra le crepe del modello tedesco e della sua supposta invincibilità. Recessione, chiusure di stabilimenti, continua contrazione del salario reale: e la sensazione di essere rappresentati da un ceto politico che non risponde più alle esigenze di protezione dell’interesse nazionale.

5) Questo humus di massa, non rievoca la drammatica temperie di Weimar – nessun caporaluccio austro-tedesco si intravede all’orizzonte della storia – ma apre comunque a scenari imprevedibili. I vecchi partiti non reggono, non orientano più la maggior parte della società, non rappresentano queste nuove inquietudini di massa. Anche l’evocazione antifascista non funziona più: chi vota AFD non coltiva revanchismo, semplicemente vuole esprimere nel modo più netto possibile la sua distanza dal ceto politico “europeista” e da tutte le sue scelte storiche. Sempre più cittadini europei – soprattutto ceti popolari – votano ormai per le forze identificate come “antisistemiche” – con tutta la fuffa e gli imbrogli che tale attribuzione si porta dietro. Sono isole sociali di livore di massa e di paure in parte reali in parte artificiosamente alimentate. In questa dinamica si possono rintracciare anche i segni di molte gravi rotture maturate durante la stagione dei lockdown, che erano rimaste sottotraccia e aspettavano l’occasione buona per saltare fuori. Voto di protesta, voto di rabbia, voto di stanchezza, voto di sfiducia: tutto si mescola in un calderone acido in cui però è indispensabile mettere le mani. Chi vuole tenersele linde e asettiche, sarà fuori dai giochi.

6) Del resto gli ambienti della sinistra “alternativa” sono pieni di persone di buona volontà che ormai hanno rinunciato a parlare anche coi vicini di casa o con i colleghi di lavoro. Militanti che esibiscono una qualche triste ortodossia, danno a tutti del fascista e non godono della fiducia neanche dei parenti stretti. È da questi ambienti che provengono le peggiori accuse rivolte a Sara Wagenknecht: xenofobia, nazionalismo e riproposizione di “banalità keynesiane”... Qualcuno ha pure scritto che nei programmi di BSW non si parla più di socialismo: sarebbe interessante capire quale forza politica della sinistra europea (al di sopra del 2,5%) cita il socialismo nei suoi programmi elettorali. Quanto alla xenofobia, è curioso che l’accusa provenga da partiti prevalentemente “bianchi e autoctoni”, mentre il gruppo dirigente di BSW è in massima parte composto da cognomi non tedeschi. Cosa che non garantisce di per sé ortodossia e purezza, ma rende perlomeno incongrua l’accusa di “odio verso gli stranieri”.

6) BSW si sta ponendo come unica alternativa praticabile in Germania, in questa fase storica, tra il mondo di Ursula e l’estrema destra liberista. Criticarla sulla base del livore ideologico, oltre che ridicolo è anche controproducente. Significa proprio spingere verso destra un bacino di voti e progettualità che non nascono in quell’alveo e non sembrano volerci finire. Il modello BSW è uno di quelli in cui si articolerà la sinistra europea nei prossimi anni, piaccia o non piaccia. Le cose non vanno come immaginiamo nelle nostre innocue fantasie idealistiche, fatte di iconografie rassicuranti e pugnetti chiusi. Con questo pezzo di realtà bisogna fare i conti: hic et nunc. Questo populismo di sinistra – di cui alcuni segmenti del Movimento 5 Stelle sono stati precursori proprio nel laboratorio Italia – è in grado di parlare con le persone semplici, con gli sfruttati, con i socialmente deboli. È una capacità di dialogo che la sinistra-sinistra non possiede più, a causa della sua insipienza, della sua pigrizia e del suo rifugiarsi in cause ultra-minoritarie, abbandonando i legami di massa e le culture popolari. In Germania – e ovunque se ne creeranno le condizioni – bisogna dialogare con queste esperienze ed evitare che esse finiscano assorbite in un “frontismo” di antifascismo perbenista e istituzionale; o che deraglino verso destra, deriva purtroppo sempre possibile.

Fonte

03/09/2024

Sahra la Rossa

La sinistra liberal e i giornali spazzatura che ripetono la propaganda della NATO la chiamano “rossobruna”; ma per i lavoratori, i disoccupati, i precari lei è die rote Sahra. Sara la Rossa!

Così la chiama il popolo dei quartieri popolari e delle periferie abbandonate, così la chiamano le famiglie della classe operaia.

Studiosa marxista, cresciuta nella DDR, Sahra Wagenknecht è uno dei quadri politici più carismatici della scena tedesca.

Dirigente giovanile del Partito Socialista Unificato, il suo idolo era Walter Ulbricht, leader della Repubblica Democratica Tedesca e fiduciario di Stalin, che nel 1953 sedò una rivolta fomentata dagli USA armando le milizie operaie e con l’aiuto dei carri armati sovietici.

Sahra visse la caduta del muro di Berlino come “Il momento più difficile che avesse mai affrontato”.

Dopo l’unificazione tedesca entrerà nella PDS all’interno della “Piattaforma comunista” iniziando la lotta contro l’opportunismo dei dirigenti che continuerà anche all’interno della Linke.

Nel suo primo discorso da Parlamentare dirà: “cinque anni fa è morto un Paese in cui c’era almeno un tentativo di costruire una società non guidata dal profitto. Oggi vediamo di nuovo il dominio del capitalismo. Per me questo è un chiaro passo indietro. La DDR è stata la Germania più pacifica, più sociale, più umana in ogni fase del suo sviluppo, a dispetto delle critiche specifiche che si possono muovere nei suoi confronti”.

Nel 2004 pubblicherà il libro “Aló Presidente: Hugo Chávez e il futuro del Venezuela” in cui prende a modello la Rivoluzione Bolivariana elogiando Chavez come “un grande Presidente che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per la giustizia e la dignità”.

In ogni occasione si schiererà sempre dalla parte di Cuba e difenderà appassionatamente Fidel Castro dicendo: “si è battuto per un mondo migliore, è un democratico in tutto e per tutto. Ha amato il suo popolo e il suo popolo ama lui”.

Amatissima dai militanti di base che la ribattezzeranno “la nuova Rosa Luxemburg” è al contempo odiatissima dal gruppo dirigente che tenterà in ogni modo di diffamarla, isolarla e umiliarla, arrivando perfino a interrompere il suo discorso durante il Congresso Nazionale del Partito il 28 Maggio del 2016, scagliandole una torta in faccia.

Attaccata per le sue posizioni filo-palestinesi e accusata dalla sinistra tedesca di non essere abbastanza filo-israeliana verrà infine espulsa dalla Linke per “antisemitismo” dopo essersi rifiutata di alzarsi in piedi ad applaudire l’ex premier israeliano Ehud Olmert in occasione del suo discorso al Bundestag.

Lei risponderà facendo uscire un libro dall’inequivocabile titolo: “Contro la sinistra liberale!”.

Dopo la sua espulsione la sinistra interna della Linke uscirà dal Partito aggregandosi intorno a lei e dando vita a un nuovo movimento dal nome “In Piedi!”, con un programma all’insegna della giustizia sociale, contro l’Unione Europea del liberismo sfrenato e della guerra, contro l’imperialismo statunitense e la NATO.

Oggi la sua coalizione veleggia oltre il 15% sorpassando i socialdemocratici e attestandosi come Terza forza politica, mentre Verdi e Linke non raggiungono neppure la soglia di sbarramento.

Viene strumentalmente accusata di essere “contro gli immigrati” ma ciò non è vero, le sue sono le stesse posizioni dei panafricanisti.

È molto critica con questo modello di immigrazione gestito dalle ONG che sradica i popoli generando dumping salariale, ricattabilità, e guerra tra poveri; a cui antepone una soluzione “alla sovietica”, con un grande piano di formazione di figure professionali e tecnici specializzati da parte dei Paesi Europei al fine di migliorare la situazione economica e sociale lì invece di sottrarli ai Paesi poveri attraverso l’immigrazione, che definisce come un’altra forma di saccheggio coloniale delle risorse umane ai danni dell’Africa.

Aggiungendo “il dibattito sull’aprire i confini è una carta da giocare per chi vuole forza lavoro a buon mercato – cioè per le grandi imprese. Non è un caso che le associazioni industriali cantino l’inno dell’immigrazione. Nessuno crede davvero che lo facciano per motivi umanitari. Si tratta di spietati interessi economici!”.

Negli ultimi mesi è uscita la sua biografia intitolata “Die Kommunistin” – La comunista – in cui si schiera frontalmente contro l’invio di armi e finanziamenti al regime di Kiev incolpando la Nato e gli USA per il conflitto in Ucraina.

Quando Zelensky è stato invitato a parlare al Parlamento Tedesco, Sahra e i suoi hanno dato vita a una rumorosa contestazione allontanandosi in modo dimostrativo e lasciando l’aula.

Sahra Wagenknecht in Germania ha colmato un vuoto politico ponendosi, da sinistra, in radicale contrapposizione sia alla sinistra padronale, liberal e guerrafondaia, sia alla destra affarista.

Nell’Italia delle occasioni perse la sinistra radicale ha preferito tapparsi gli occhi di fronte a chi, come Sahra, ne denunciava doppiezze, frivolezze e iniquità.

Bollando come rossobruno e fascista chi poneva quei temi all’interno del dibattito politico.

Il risultato è stato l’estinzione.

Fuori dalle istituzioni con cifre da prefisso telefonico e astensionismo da record, mentre nei quartieri popolari il 75% dei cittadini non vota più.

Fonte

01/07/2024

[Contributo al dibattito] - Le condizioni della Germania - Intervista a Sahra Wagenknecht

L’economia tedesca deve affrontare molteplici crisi convergenti, sia strutturali che congiunturali. L’impennata dei costi energetici dovuta alla guerra con la Russia; lo shock del costo della vita, con un’inflazione elevata, alti tassi d’interesse e salari reali in calo; l’austerità imposta dal freno costituzionale al debito, mentre i concorrenti americani puntano all’espansione fiscale; la transizione verde che colpirà settori chiave come l’industria automobilistica, l’acciaio e la chimica; e la trasformazione della Cina, uno dei più importanti partner commerciali della Germania, in un concorrente in settori come i veicoli elettrici. Può dirci innanzitutto quali sono le regioni più colpite dalla crisi?

C’è in corso una crisi generale, la più grave degli ultimi decenni, e la Germania si trova in una situazione peggiore di qualsiasi altra grande economia. Le più colpite sono le regioni industriali, finora spina dorsale del modello tedesco: la Grande Monaco, il Baden-Württemberg, il Reno-Neckar, la Ruhr. Durante la pandemia, il commercio al dettaglio e i servizi sono stati i più colpiti. Ma ora le nostre imprese del Mittelstand sono sottoposte a una forte pressione. Nel 2022 e 2023, le imprese industriali ad alta intensità energetica hanno subito un calo della produzione del 25%. È un dato senza precedenti. Hanno appena iniziato ad annunciare licenziamenti di massa. Queste piccole e medie imprese a conduzione familiare – molte delle quali specializzate in ingegneria o produttrici di macchine utensili, ricambi auto, apparecchiature elettriche – sono davvero importanti per la Germania. Sono perlopiù gestite dai proprietari o a conduzione familiare, quindi non sono quotate in borsa e spesso hanno un carattere piuttosto robusto.

Ma hanno una cultura aziendale propria, concentrata sul lungo termine, sulla prossima generazione, piuttosto che sui profitti trimestrali. Sono radicate nelle loro comunità locali, spesso effettuano scambi commerciali business-to-business. Vogliono trattenere i loro lavoratori, invece di sfruttare ogni scappatoia, come le grandi aziende, di cui anche noi siamo pieni.

Sono le imprese del Mittelstand a soffrire davvero nella crisi attuale. Con il perdurare dei prezzi elevati dell’energia, c’è il rischio concreto che i posti di lavoro nel settore manifatturiero vengano distrutti su larga scala. E quando l’industria se ne va, se ne va tutto: posti di lavoro dignitosamente retribuiti, potere d’acquisto, coesione della comunità. Basta guardare il Nord dell’Inghilterra o la deindustrializzazione dei Länder orientali. Il fatto che abbiamo questa solida base industriale significa che abbiamo ancora un numero relativamente alto di posti di lavoro ben retribuiti. Ma le imprese del Mittelstand sono sotto pressione da molto tempo. I politici tradizionali amano tessere le loro lodi, perché sono molto popolari in Germania: è una bella conquista aver mantenuto queste piccole aziende familiari altamente qualificate contro le pressioni delle acquisizioni aziendali e della globalizzazione. Aiutate in parte dall’euro a buon mercato e dal gas russo a basso prezzo, alcune di esse sono diventate i cosiddetti campioni nascosti e leader del mercato mondiale. Ma i governi tedeschi, spinti dal capitale globale, hanno inasprito le condizioni in cui operano. Questo fa parte della svolta neoliberista della coalizione rosso-verde di Gerhard Schröder all’inizio del millennio. Schröder ha abolito il vecchio modello delle banche locali che detenevano grandi blocchi di azioni di società locali; questo aveva almeno il vantaggio che la maggior parte delle azioni non erano scambiate liberamente, quindi non c’era la pressione sul valore degli azionisti da parte di gruppi finanziari o hedge fund per massimizzare i rendimenti. Schröder ha anche concesso un’esenzione dall’imposta sui profitti, per invogliare le banche a vendere le loro quote industriali: se non l’avesse fatto, il modello probabilmente non si sarebbe rotto.

Non voglio idealizzare il Mittelstand. Ci sono aziende a conduzione familiare che sfruttano duramente i propri dipendenti. Ma si tratta comunque di una cultura diversa da quella delle società quotate in borsa con investitori internazionali, prevalentemente istituzionali, interessati solo a inseguire rendimenti a due cifre. Lasciare che il Mittelstand venga distrutto sarebbe un vero e proprio errore politico, perché molti aspetti della crisi economica hanno le loro radici in decisioni politiche sbagliate – decisioni come la guerra con la Russia, come il modo in cui viene gestita la transizione verde, come l’atteggiamento antagonista nei confronti della Cina, tutte decisioni che vanno chiaramente contro gli interessi economici della Germania. Schröder era der Genosse der Bosse – il compagno dei padroni, come eravamo soliti chiamarlo – ma almeno guardava la situazione e capiva l’importanza di garantire il flusso di gas a prezzi accessibili nei gasdotti. L’attuale governo è passato al costo elevato del gas naturale liquefatto americano per ragioni puramente politiche. Tutti e tre i partiti della coalizione di governo – Spd, Fpd e Verdi – sono crollati nei sondaggi perché la gente è stufa del modo in cui il Paese viene governato.

Vorremmo esaminare queste decisioni politiche, una per una. In primo luogo, l’enorme aumento dei costi energetici tedeschi è una conseguenza diretta della guerra in Ucraina. Secondo lei, l’invasione russa poteva essere evitata? Si dice comunemente che sia stata guidata dal nazionalismo revanscista della Grande Russia, che poteva essere fermato solo con la forza delle armi.

La mia impressione è che Washington non abbia mai cercato di fermare l’invasione russa, se non con mezzi militari. Con l’Ucraina che si muoveva rapidamente verso l’adesione all’UE e alla NATO, doveva essere chiaro che era necessario un qualche tipo di regime di sicurezza concordato per rassicurare gli interessi di sicurezza nazionale dello Stato russo. Ma gli Stati Uniti hanno posto fine a tutti i trattati di controllo degli armamenti e alle misure di rafforzamento della fiducia nel 2020, e nell’inverno del 2021-22 l’amministrazione Biden ha rifiutato di parlare con la Russia del futuro status dell’Ucraina. Non c’è bisogno del “nazionalismo revanscista della Grande Russia” per spiegare perché la Russia abbia pensato di non poter più stare a guardare mentre l’Ucraina veniva trasformata in un’importante base della Nato.

La Germania è sottoposta a forti pressioni da parte degli Stati Uniti per ridurre i suoi legami economici con la Cina. Come vede questa relazione?

La situazione è un po’ più ambigua rispetto alla Russia. Il fatto che la Cina stia diventando un concorrente non è colpa della Germania, questo è chiaro. Ma se dovessimo tagliarci fuori dal mercato cinese, oltre a tagliarci fuori dall’energia a basso costo, in Germania si spegnerebbe davvero la luce. Ecco perché c’è una certa pressione, anche tra le grandi aziende, a non adottare una strategia isolazionista. In percentuale del PIL, esportiamo in Cina molto più di quanto non facciano gli Stati Uniti, quindi la nostra economia dipende molto di più da essa. Ma i Verdi sono stati fanatici su questo punto, così completamente asserviti agli Stati Uniti da adottare una posizione virulentemente anti-cinese. Baerbock, il ministro degli Esteri dei Verdi, ha commesso delle vere e proprie gaffe diplomatiche. In almeno un caso, nel Saarland, ha fatto scappare un importante investimento cinese con annessi posti di lavoro. Si tratta quindi di un nuovo preoccupante sviluppo. I cinesi possiedono molte aziende in Germania, che spesso vanno meglio di quelle rilevate dagli hedge fund americani. Di norma, i cinesi pianificano investimenti a lungo termine, non il tipo di pensiero trimestrale che caratterizza molte società finanziarie americane. Naturalmente vogliono ricavare un profitto, e anche le tecnologie non sono disinteressate; ma offrono anche posti di lavoro sicuri.

Questo è molto importante per la nostra economia. Non credo che Scholz abbia ancora deciso come posizionarsi. Anche l’Fdp sta manovrando, sotto la forte pressione delle imprese tedesche. Si sta svolgendo un dibattito parallelo sulle riserve valutarie congelate della Russia: se le esproprieranno, anche solo per gli interessi che maturano, invieranno un segnale inequivocabile alla Cina affinché eviti, se possibile, le riserve in euro. Alcune vengono già scambiate con l’oro. Gli Stati Uniti non stanno espropriando le riserve russe, per una buona ragione. Quindi, ancora una volta, sono solo gli europei a rendersi ridicoli. Stiamo rovinando le nostre prospettive economiche in modo che i cinesi possano – perché in realtà puntano a farlo – diventare comunque sempre più autosufficienti. Hanno ancora bisogno del commercio, ma forse tra vent’anni ne avranno meno bisogno di quanto noi ne avremo bisogno di loro.

Secondo Robert Habeck, ministro dell’Economia ed ex co-leader dei Verdi, la più grande sfida economica della Germania è la carenza di lavoratori, sia qualificati che non, con circa 700.000 posti vacanti. Dato l’invecchiamento della società, il governo stima che il Paese sarà privo di 7 milioni di lavoratori entro il 2035. Se la salute del capitalismo tedesco è una priorità per il vostro nuovo partito, questo non richiede un livello significativo di immigrazione?

Il sistema educativo tedesco è in uno stato miserevole. Il numero di giovani adulti senza titolo di studio è in continuo aumento dal 2015. Nel 2022, 2,86 milioni di persone tra i 20 e i 34 anni non avevano una qualifica formale, tra cui molte persone con un background migratorio. Ciò corrisponde a quasi un quinto di tutte le persone in questa fascia d’età. Ogni anno in Germania più di 50.000 studenti lasciano la scuola senza un diploma, con conseguenze drammatiche per loro stessi e per la società. Per loro, il dibattito sulla mancanza di lavoratori qualificati suona come una presa in giro. La nostra priorità è inserire queste persone nella formazione professionale.

Ciononostante è necessaria una certa immigrazione, data la situazione demografica della Germania. Ma deve essere gestita, in modo da tenere conto degli interessi di tutte le parti: i Paesi di origine, la popolazione del Paese di accoglienza e gli stessi immigrati. Per questo è necessaria una preparazione, che in questo momento non c’è. Non crediamo che un regime di immigrazione neoliberale, in cui tutti possono andare ovunque e poi devono in qualche modo cercare di adattarsi e sopravvivere, sia una buona idea. Dobbiamo accogliere le persone che vogliono lavorare e vivere nel nostro Paese e dovremmo imparare a farlo. Ma questo non deve portare a sconvolgere la vita di chi già vive qui e non deve sovraccaricare le risorse collettive, per le quali le persone hanno lavorato e pagato le tasse. Altrimenti, l’ascesa di una politica di destra nativista sarà inevitabile. In effetti, l’AfD nella sua forma attuale è in gran parte un’eredità di Angela Merkel. In Germania abbiamo una drammatica carenza di alloggi, soprattutto per le persone a basso reddito, e la qualità dell’istruzione nelle scuole pubbliche è diventata a tratti spaventosa. La nostra capacità di dare agli immigrati una possibilità di partecipazione paritaria alla nostra economia e società non è infinita. Riteniamo inoltre che sia molto meglio se le persone possono trovare istruzione e lavoro nei loro Paesi d’origine, e dovremmo sentirci obbligati ad aiutarli in questo, non da ultimo con un migliore accesso al capitale d’investimento e un regime commerciale equo, piuttosto che assorbire alcuni dei giovani più intraprendenti e talentuosi di quei Paesi nella nostra economia per colmare le nostre lacune demografiche. Dovremmo anche rimborsare ai Paesi di origine i costi di formazione dei lavoratori altamente qualificati che si trasferiscono in Germania, come i medici. E dovremmo affrontare il lato dell’immigrazione legato al traffico di esseri umani, le bande che guadagnano milioni aiutando a entrare in Europa persone che non hanno realmente bisogno di asilo.

Molti di coloro che potrebbero essere solidali con la Bsw temono che affermazioni come il suo commento dello scorso novembre sul vertice sulla politica migratoria a Berlino – “La Germania è sopraffatta, la Germania non ha più spazio” – contribuiscano a creare un’atmosfera xenofoba. Non è forse importante essere chiari nell’evitare qualsiasi suggestione di razzismo o xenofobia quando si discute di quale potrebbe essere una politica migratoria giusta?

Il razzismo va sempre combattuto, non solo evitato, ma combattuto. Ma indicare le reali carenze sociali – la domanda supera la capacità – non è xenofobo. Sono solo fatti. Per esempio, in Germania c’è una carenza di alloggi di 700.000 unità. Ci sono decine di migliaia di posti di lavoro nel campo dell’insegnamento non coperti. Naturalmente, l’arrivo improvviso di un gran numero di richiedenti asilo in fuga dalle guerre – un milione nel 2015, soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan; un milione dall’Ucraina nel 2022 – produce un’enorme impennata della domanda, che non viene soddisfatta da alcun aumento della capacità. Questo crea un’intensa competizione per le scarse risorse e alimenta la xenofobia. Non è giusto per i nuovi arrivati, ma non è giusto nemmeno per le famiglie tedesche che hanno bisogno di alloggi a prezzi accessibili, o i cui figli frequentano scuole in cui gli insegnanti sono completamente oberati perché metà della classe non parla tedesco. E questo sempre nelle aree residenziali più povere, dove la gente è già sotto stress.

Non è utile negare o sorvolare su questi problemi. È quello che hanno cercato di fare gli altri partiti e che alla fine ha semplicemente rafforzato l’AfD. La migrazione avverrà sempre in un mondo aperto e spesso può essere un arricchimento per entrambe le parti. Ma è essenziale che la sua portata non sfugga di mano e che le ondate migratorie improvvise siano tenute sotto controllo.

Lei dice che il razzismo deve essere combattuto, ma quando il manifesto del Parlamento europeo del Bsw dichiara che in Francia e in Germania ci sono “società parallele influenzate dall’Islam” in cui “i bambini crescono odiando la cultura occidentale”, questo suona come pura demonizzazione. Eppure, allo stesso tempo, la leadership e la rappresentanza parlamentare del Bsw è senza dubbio la più multiculturale per provenienza di qualsiasi partito tedesco. Come risponderebbe a questo?

Ci sono luoghi del genere in Germania, non così tanti come in Svezia o in Francia, ma si notano. Se si considerano le persone solo come fattori di produzione e la società solo come un’economia difesa da una forza di polizia, questo non deve preoccupare più di tanto. Vogliamo evitare una spirale di sfiducia e ostilità reciproca. Coloro che fanno parte del nostro gruppo e che hanno un cosiddetto “background multiculturale” conoscono entrambe le parti e hanno un interesse vitale per una società in cui tutte le persone possano vivere insieme in pace, libere dallo sfruttamento. Conoscono in prima persona la vacuità delle politiche neoliberali sull’immigrazione – le “frontiere aperte” sono esattamente questo – quando si tratta di mantenere le promesse. Le donne del nostro gruppo, in particolare, sono felici di vivere in un Paese che ha ampiamente superato il patriarcato e non vogliono che venga reintrodotto per vie traverse.

Lei ha citato le politiche di transizione verde come contrarie agli interessi economici della Germania. A cosa si riferiva?

L’approccio dei Verdi alla politica ambientale è economicamente punitivo per la maggior parte delle persone. Sono favorevoli a prezzi elevati per la CO2, rendendo i combustibili fossili più costosi per creare un incentivo ad abbandonarli. Questo può funzionare per le persone benestanti che possono permettersi di acquistare un’auto elettrica, ma se non si hanno molti soldi, significa solo che si sta peggio. I Verdi irradiano arroganza nei confronti dei più poveri e per questo sono odiati da gran parte della popolazione. L’AfD fa leva su questo: prospera sull’odio verso i Verdi, o meglio verso le politiche che i Verdi perseguono. Alla gente non piace sentirsi dire dai politici cosa mangiare, come parlare, come pensare. E i Verdi sono prototipici di questo atteggiamento missionario nel portare avanti la loro agenda pseudo-progressista. Certo, se potete permettervi un’auto elettrica, dovreste guidarne una. Ma non si dovrebbe credere di essere una persona migliore di chi guida una vecchia auto diesel di fascia media perché non può permettersi altro. Al giorno d’oggi, gli elettori dei Verdi tendono a essere molto benestanti – i più “economicamente soddisfatti”, secondo i sondaggi, anche più degli elettori del Fdp. Incarnano un senso di autocompiacimento, anche se fanno aumentare il costo della vita per le persone che faticano a tirare avanti: siamo i più virtuosi, perché possiamo permetterci di comprare cibo biologico. Possiamo permetterci una cargo bike. Possiamo permetterci di installare una pompa di calore. Possiamo permetterci tutto”.

Lei critica l’approccio dei Verdi, ma quali politiche ambientali perseguirebbe?

Politiche con cui la grande maggioranza delle persone nel nostro Paese possa convivere, economicamente e socialmente. Abbiamo bisogno di un’ampia offerta pubblica per le conseguenze immediate del cambiamento climatico, dalla pianificazione urbana alla silvicoltura, dall’agricoltura ai trasporti pubblici. Tutto ciò sarà costoso. Preferiamo la spesa pubblica per la mitigazione dei cambiamenti climatici rispetto, ad esempio, all’aumento del bilancio della cosiddetta “difesa” al 3% del PIL o più. Non possiamo pagare tutto in una volta. Abbiamo bisogno di pace con i nostri vicini per poter dichiarare guerra al “riscaldamento globale”. Distruggere l’industria automobilistica nazionale rendendo obbligatorie le auto elettriche solo per soddisfare alcuni standard arbitrari sulle emissioni non è ciò che sosteniamo. Nessuno di noi vivrà per vedere le temperature medie abbassarsi di nuovo, indipendentemente da quanto ridurremo le emissioni di carbonio. Per prima cosa, dotiamo le case degli anziani, gli ospedali e i centri di assistenza all’infanzia di aria condizionata a spese pubbliche, e rendiamo sicuri i luoghi vicini ai fiumi e ai torrenti contro le inondazioni. Assicuriamoci che i costi del perseguimento di ambiziose scadenze di riduzione delle emissioni non vengano imposti alla gente comune che già fatica a far quadrare i conti.

Anche la Germania è attualmente scossa da una crisi culturale per il massacro di oltre 30.000 palestinesi a Gaza da parte di Israele. Lei è uno dei pochi politici ad aver sfidato il divieto tedesco di criticare Israele e a essersi espresso contro la fornitura di armi da parte della Germania al governo di Netanyahu, insieme a Stati Uniti e Regno Unito. L’attuale offensiva culturale filo-sionista rappresenta l’opinione popolare in Germania?

Naturalmente in Germania c’è un background storico diverso, quindi è comprensibile e giusto che abbiamo un rapporto diverso con Israele rispetto ad altri Paesi. Non si può dimenticare che la Germania è stata l’artefice dell’Olocausto, non si deve mai dimenticare questo fatto. Ma questo non giustifica la fornitura di armi per i terribili crimini di guerra che si stanno verificando nella Striscia di Gaza. E se si guarda ai sondaggi di opinione, la maggioranza della popolazione non è d’accordo. La copertura mediatica è sempre selettiva, naturalmente, ma anche così è ovvio che la gente non può andarsene, che viene brutalmente bombardata. La gente muore di fame, le malattie dilagano, gli ospedali sono sotto attacco e disperatamente mal equipaggiati. Tutto questo è evidente, e sul campo in Germania ci sono sicuramente posizioni molto critiche. Ma in politica, chiunque esprima critiche viene immediatamente colpito con la clava dell’antisemitismo. Lo stesso vale nel discorso sociale e culturale, come nel caso della cerimonia di premiazione della Berlinale: nel momento in cui si criticano le azioni del governo israeliano – e naturalmente molti ebrei le criticano – si viene dipinti come antisemiti. E questo naturalmente intimorisce, perché chi vuole essere un antisemita?

Nell’ottobre 2021, molti pensavano che un governo a guida SPD avrebbe rappresentato una svolta a sinistra, dopo sedici anni di cancellierato della Merkel. Invece, la Germania si è spostata a destra. La “coalizione semaforo” ha aumentato il bilancio della difesa di 100 miliardi di euro. La politica estera tedesca ha preso una piega aggressivamente atlantista. La Zeitenwende di Scholz è stata una sorpresa per lei? E che ruolo hanno avuto i partner di coalizione dell’Spd nello spingerlo su questa strada?

Le tendenze sono presenti da tempo. L’Spd ha guidato la Germania nella guerra contro la Jugoslavia nel 1999, poi nell’occupazione militare dell’Afghanistan nel 2001. Schröder si è almeno opposto agli americani sull’invasione dell’Iraq, con un forte sostegno all’interno dell’Spd. Ma l’Spd ha perso completamente la sua vecchia personalità ed è diventata una sorta di partito della guerra. Ciò che spaventa è che c’è così poca opposizione all’interno del partito. I suoi attuali leader sono figure che in realtà non hanno alcuna posizione propria. Potrebbero far parte della Cdu-Csu o dei liberali. Ecco perché l’immagine pubblica dell’Spd è stata in gran parte distrutta. Non c’è più nulla di autentico. Non è più sinonimo di giustizia sociale – al contrario, il Paese è diventato sempre più ingiusto, il divario sociale è cresciuto e ci sono sempre più persone veramente povere o a rischio di povertà. E ha abbandonato del tutto la sua politica di distensione. Naturalmente, la Spd è spinta in questa direzione anche dai Verdi e dall’Fdp. I Verdi sono oggi il partito più falco della Germania – uno sviluppo notevole per un gruppo nato dalle grandi manifestazioni pacifiste degli anni Ottanta. Oggi sono i più grandi militaristi di tutti, spingendo sempre per l’esportazione di armi e l’aumento della spesa per la difesa. E questo non fa che rafforzare la tendenza all’interno dell’Spd.

La contrapposizione verso la Russia è stata guidata da questa dinamica. All’inizio sembrava che Scholz cedesse alle pressioni su alcune questioni, ma non su altre. Ad esempio, ha istituito un fondo speciale per l’Ucraina, ma non voleva essere coinvolto nel conflitto e inizialmente ha consegnato solo 5.000 elmetti. Ma poi la situazione è cambiata ed è emerso un modello. All’inizio Scholz esita. Poi viene attaccato da Friedrich Merz, leader dell’opposizione Cdu-Csu. Poi i suoi partner di coalizione, i Verdi e l’Fdp, aumentano la pressione. Infine, Scholz fa un discorso in cui annuncia che è stata superata un’altra linea rossa. Il dibattito si è spostato sui mezzi corazzati, poi sui carri armati, poi sui jet da combattimento. Scholz ha sempre detto “Nein” all’inizio, poi il no si è trasformato in un “Jein“, un “no-sì”, e poi a un certo punto in un “Ja”.

Ora si è arrivati al punto che i Paesi della Nato e l’Ucraina stanno spingendo affinché la Germania fornisca missili da crociera Taurus, in grado di attaccare obiettivi in territorio russo lontani dalla prima linea. Rappresentano l’escalation più pericolosa finora, perché sono chiaramente destinati a un uso offensivo contro obiettivi russi. Non sono sicuro che la consegna da parte della Germania sia effettivamente nell’interesse dell’America, perché il rischio è estremamente elevato. Se forniamo armi tedesche per distruggere obiettivi russi come il ponte di Kerch tra la Crimea e la terraferma, la Russia reagirà contro la Germania. Spero che questo significhi che non saranno fornite. Ma non si può essere sicuri, data la mancanza di spina dorsale e la tendenza al ripiegamento di Scholz. È difficile pensare a un cancelliere che abbia avuto un curriculum così misero. E anche l’intera coalizione: non c’è mai stato un governo in Germania così privo di vita, dopo appena due anni e mezzo di potere. E naturalmente la Cdu-Csu non è un’alternativa. Merz è ancora peggiore sulla questione della guerra e della pace, e anche sulle questioni economiche. La destra non ha una strategia, ma sarà la principale beneficiaria dei pessimi risultati del governo.

Forse l’intercettazione dei capi della Luftwaffe che discutevano se per i missili Taurus sarebbe stato necessario l’intervento della Germania sul terreno – e che ha rivelato che le truppe britanniche e francesi erano già attive in Ucraina, lanciando missili Storm Shadow e Scalp – ha messo in secondo piano la questione per il momento. Ma la strategia di Merz non è forse quella di virare a destra, per attirare gli elettori dell’AfD? Non ha avuto successo in questo senso?

Merz semplicemente non ha una posizione credibile sulla maggior parte delle questioni. L’AfD ha raccolto consensi su tre questioni: primo, l'immigrazione, cioè il numero di richiedenti asilo in Germania; secondo, le chiusure durante la pandemia; terzo, la guerra in Ucraina. Sui richiedenti asilo, Merz è molto eterogeneo. A volte fa l’AfD e sproloquia sui piccoli pascià, poi viene attaccato e si rimangia tutto. Ma ovviamente questa è stata l’eredità della Merkel, quindi la Cdu non è credibile da questo punto di vista. Lo stesso vale per la crisi del Covid: anche la Cdu-Csu era a favore delle serrate e delle vaccinazioni obbligatorie, e si è comportata male come tutti gli altri. Poi è arrivata la questione della pace, ed è questo che è così perfido in Germania. Prima che lanciassimo il Bsw, l’AfD era l’unico partito che si schierava coerentemente a favore di una soluzione negoziata e contro le forniture di armi all’Ucraina, una questione vitale per molti elettori dell’est. La Cdu-Csu voleva fornire ancora più armi e Die Linke era divisa sulla questione. Se si voleva un ritorno a una politica di distensione, se si volevano i negoziati, se non si voleva partecipare alla guerra con la fornitura di armi, non c’era nessun altro a cui rivolgersi. Per quanto riguarda Israele, ovviamente, l’AfD è determinata a fornire ancora più armi, perché è un partito anti-islamico e ovviamente approva le cose terribili che accadono in quel Paese. Questo è stato uno dei motivi principali per cui alla fine abbiamo deciso di fondare un nuovo partito, in modo che le persone legittimamente insoddisfatte del mainstream, ma che non sono estremisti di destra – e questo include una grande fetta di elettori dell’AfD – avessero un partito serio a cui rivolgersi.

Come paragonare l’attuale Cdu al partito di Helmut Kohl? È stato lui a calpestare la Grundgesetz per integrare i nuovi Länder.

La Cdu sotto Kohl ha sempre avuto una forte ala sociale, una forte ala operaia. Questo era ciò che Norbert Blüm e Heiner Geißler rappresentavano agli esordi. Si sono schierati a favore dei diritti sociali e della sicurezza sociale, il che ha reso la Cdu qualcosa di simile a un partito popolare. Ha sempre avuto un forte sostegno da parte dei lavoratori, dei cosiddetti “kleinen Leute”, persone normali con un reddito basso. Merz è a favore del capitalismo di BlackRock, non solo perché lavorava per BlackRock, ma perché rappresenta quel punto di vista in termini di economia politica. Vuole aumentare l’età pensionabile, il che significa un nuovo taglio alle pensioni. Vuole ridurre i sussidi sociali; dice che lo Stato sociale è troppo grande, deve essere smantellato. È contrario a un aumento del salario minimo, tutte cose che la Cdu era solita sostenere. Questo faceva parte della dottrina sociale cattolica, che aveva un posto nella Cdu. Si battevano per un capitalismo addomesticato, per un ordine economico che avesse una forte componente sociale, un forte stato sociale. Ed erano credibili, perché il vero attacco ai diritti sociali in Germania è avvenuto nel 2004 sotto Schröder e il governo dei Verdi. Quindi, è un po’ diverso dal Regno Unito. La Cdu ha effettivamente ritardato l’assalto neoliberista. Merz è una svolta per loro.

Può spiegare perché ha deciso di lasciare Die Linke, dopo tanti anni?

L’aspetto principale è che la stessa Die Linke è cambiata. Ora vuole essere più verde dei Verdi e copia il loro modello. La politica identitaria predomina e le questioni sociali sono state messe da parte. Die Linke aveva un discreto successo – nel 2009 aveva ottenuto il 12%, oltre 5 milioni di voti – ma nel 2021 era scesa sotto la soglia del 5%, con soli 2,2 milioni di voti. Questi discorsi privilegiati, se così posso chiamarli, sono popolari nei circoli accademici metropolitani, ma non sono popolari tra la gente comune che votava a sinistra. Li si allontana. Die Linke aveva un forte radicamento nella Germania orientale, ma lì la gente non può affrontare questi dibattiti sulla diversità, almeno nella lingua in cui vengono espressi; sono semplicemente alienanti per gli elettori che vogliono pensioni dignitose, salari dignitosi e, naturalmente, pari diritti. Siamo favorevoli a che tutti possano vivere e amare come desiderano. Ma c’è un tipo esagerato di politica identitaria in cui devi scusarti se parli di un argomento se non hai un background migratorio, o devi scusarti perché sei etero. Die Linke si è immersa in questo tipo di discorso e di conseguenza ha perso voti. Alcuni si sono spostati nel campo dei non votanti e altri a destra.

Non avevamo più la maggioranza nel partito perché l’ambiente che sosteneva Die Linke era cambiato. Era chiaro che non si poteva salvare. Un gruppo di noi si è detto: o continuiamo a guardare il partito affondare, o dobbiamo fare qualcosa. È importante che chi è insoddisfatto abbia un posto dove andare. Molte persone dicevano: “Non sappiamo più per chi votare, non vogliamo votare per l’AfD, ma non possiamo nemmeno votare per nessun altro”. Questa è stata la motivazione che ci ha spinto a dire: facciamo qualcosa per conto nostro e fondiamo un nuovo partito. Non tutti proveniamo da sinistra; siamo un po’ più di un revival di sinistra, per così dire. Abbiamo anche incorporato altre tradizioni in una certa misura. Nel mio libro, Die Selbstgerechten, l’ho definita “sinistra conservatrice”.nota2 In altre parole: socialmente e politicamente siamo di sinistra, ma in termini socio-culturali vogliamo incontrare le persone dove sono, non fare proselitismo su cose che rifiutano.

Quali insegnamenti, negativi o positivi, ha tratto dall’esperienza di Aufstehen, il movimento che ha lanciato nel 2018?

Alla sua fondazione, Aufstehen ha ottenuto una risposta travolgente, con oltre 170.000 persone interessate. Le aspettative erano enormi. Il mio più grande errore di allora è stato quello di non essermi preparata adeguatamente. Mi ero illusa che le strutture si sarebbero formate una volta iniziate; non appena ci fossero state molte persone, tutto avrebbe cominciato a funzionare. Ma presto è diventato chiaro che le strutture necessarie per un movimento funzionante – i Länder, le città, i comuni – non possono essere create da un giorno all’altro. Ci vogliono tempo e attenzione. Questa è stata una lezione importante per lo sviluppo del Bsw: nessuna persona può fondare un partito, ci vogliono buoni organizzatori, persone con esperienza e un team affidabile.

La Bsw è stata lanciata da un gruppo impressionante di parlamentari. Quali competenze hanno, quali sono le loro specializzazioni e le loro aree di impegno?

Il gruppo Bsw al Bundestag ha uno staff forte. Klaus Ernst, il vicepresidente, è un sindacalista esperto di ig-Metall, cofondatore e presidente del Wasg e poi di Die Linke. Alexander Ulrich è un altro sindacalista, anch’egli esperto politico di partito. Amira Mohamed Ali, che ha presieduto il gruppo parlamentare di Die Linke, ha lavorato come avvocato per una grande azienda prima di entrare in politica. Sevim Dağdelen è un esperto di politica estera con una vasta rete in Germania e nel mondo. Altri parlamentari del Bsw sono Christian Leye, Jessica Tatti, Żaklin Nastić, Ali Al Dailami e Andrej Hunko. Ci sono figure importanti anche al di fuori del Bundestag.

Qual è il programma della Bsw?

Il nostro documento fondativo ha quattro assi portanti. Il primo è una politica di buon senso economico. Sembra un concetto vago, ma si riferisce alla situazione in Germania, dove le politiche governative stanno distruggendo la nostra economia industriale. E se l’industria viene distrutta, la situazione è negativa anche per i lavoratori e per lo Stato sociale. Quindi: una politica energetica sensata, una politica industriale sensata, questa è la prima priorità.

Si tratta di una strategia economica alternativa basata sul lavoro, come quella sviluppata dalla sinistra britannica attorno a Tony Benn negli anni Settanta, o è concepita come una politica nazionale-industriale convenzionale?

In Germania non c’è mai stata la stessa coscienza di dentità operaia che c’era in Gran Bretagna negli anni ’70 e ’80, durante lo sciopero dei minatori, anche se oggi tutto quello non esiste più. La Repubblica Federale è sempre stata più una società borghese, in cui i lavoratori tendevano a vedersi come parte della classe media. Ciò che conta in Germania è il Mittelstand, il forte blocco di piccole imprese che possono opporsi alle grandi aziende. Questa opposizione è importante quanto la polarità tra capitale e lavoro. In Germania bisogna prenderla sul serio. Se ci si rivolge alle persone solo su base di classe, non si otterrà alcuna risposta. Ma se ci si rivolge a loro in quanto parte del settore della società che crea ricchezza, comprese le aziende gestite dai proprietari, in contrasto con le grandi imprese – i cui profitti vengono convogliati agli azionisti e ai dirigenti di alto livello, senza che quasi nulla vada ai lavoratori – questo colpisce nel segno. La gente capisce quello che dite, si identifica e si mobilita su questa base per difendersi. Non si trova la stessa opposizione nelle piccole imprese, perché spesso sono loro stesse in difficoltà. Non hanno il margine di manovra per aumentare i salari, dato che i prezzi bassi sono dettati dai grandi operatori. Ma so che la Germania è un po’ diversa da questo punto di vista, rispetto alla Francia, alla Gran Bretagna o ad altri Paesi. Quindi, una politica energetica e una politica industriale di buon senso inizierebbero a considerare le esigenze del Mittelstand, in modo da incoraggiare i proprietari e le loro famiglie a tenere duro piuttosto che vendere le loro aziende a qualche investitore finanziario.

Questo segnerebbe una distinzione con il tacito fondamento della politica governativa degli ultimi vent’anni, almeno, in cui – nonostante tutti i discorsi entusiastici sulla Mittelstand – la strategia di Merkel era chiaramente orientata alle grandi imprese e, con un po’ di ambientalismo, alle grandi città. Lo stesso vale ovviamente per l’Fdp e, in pratica, per i Verdi. Quindi, per lei, il confine più importante è la differenza tra capitale finanziario e capitale regionale o di medio livello?

Sì, ma come ho detto, non voglio nemmeno idealizzare questo aspetto. C’è sicuramente sfruttamento a tutti i livelli. Ma c’è comunque una differenza rispetto ad Amazon, ad esempio, o ad alcune società del Dax. Oggi, ad esempio, anche se l’economia si sta riducendo, le società del Dax stanno distribuendo più dividendi che mai. In alcuni casi, le società distribuiscono l’intero utile annuale, o anche di più. Da anni ormai, la Germania ha un rapporto di investimento molto basso, perché vengono versati molti soldi agli azionisti, a causa della pressione dei gruppi finanziari globali. In proporzione, le aziende del Mittelstand investono molto di più.

Quali sono gli altri punti del programma del Bsw?

Il secondo asse è la giustizia sociale. Questo punto è assolutamente centrale per noi. Anche quando l’economia andava bene, il settore dei bassi salari era in crescita, la povertà e le disuguaglianze sociali aumentavano. Uno Stato sociale forte è fondamentale. Il servizio sanitario tedesco è sottoposto a enormi tensioni. Si possono aspettare mesi prima di poter vedere uno specialista. Il personale infermieristico è terribilmente sovraccarico di lavoro e sottopagato – abbiamo sostenuto con forza il loro sciopero nel 2021. Anche il sistema scolastico sta fallendo. Come ho già detto, una percentuale considerevole di giovani che escono dalla Realschule o dalla Hauptschule non hanno le conoscenze elementari di base per essere assunti come apprendisti o tirocinanti. Inoltre, le infrastrutture tedesche stanno cadendo in rovina. Ci sono circa tremila ponti fatiscenti, che non vengono riparati e che prima o poi dovranno essere demoliti. La Deutsche Bahn, il servizio ferroviario, è perennemente in ritardo. L’amministrazione pubblica ha attrezzature obsolete. I politici tradizionali sono ben consapevoli di tutto questo, ma non fanno nulla al riguardo.

Il terzo asse è la pace. Ci opponiamo alla militarizzazione della politica estera tedesca, con un’escalation dei conflitti verso la guerra. Il nostro obiettivo è un nuovo ordine di sicurezza europeo, che dovrebbe includere la Russia nel lungo periodo. La pace e la sicurezza in Europa non possono essere garantite in modo stabile e duraturo se non si esclude il conflitto con la Russia, una potenza nucleare. Sosteniamo inoltre che l’Europa non dovrebbe lasciarsi trascinare in un conflitto tra Stati Uniti e Cina, ma dovrebbe perseguire i propri interessi attraverso partenariati commerciali ed energetici diversificati. Per quanto riguarda l’Ucraina, chiediamo un cessate il fuoco e negoziati di pace. La guerra è un sanguinoso conflitto per procura tra Stati Uniti e Russia. Ad oggi, non ci sono stati sforzi seri da parte dell’Occidente per porvi fine attraverso i negoziati. Le opportunità che esistevano sono state sprecate. Di conseguenza, la posizione negoziale dell’Ucraina si è notevolmente deteriorata. Comunque finisca questa guerra, lascerà all’Europa un Paese ferito, impoverito e spopolato. Ma almeno si potrà porre fine alle attuali sofferenze umane.

E il quarto asse?

Il quarto asse è la libertà di espressione. Qui c’è una pressione sempre più forte a conformarsi all’interno di uno spettro ristretto di opinioni ammissibili. Abbiamo parlato di Gaza, ma la questione va ben oltre. Il ministro degli Interni dell’Spd, Nancy Faeser, ha appena presentato un disegno di legge sulla “promozione della democrazia” che renderebbe reato la derisione del governo. Ci opponiamo, naturalmente, per motivi democratici. La Repubblica Federale ha una brutta tradizione, che germoglia sempre nuovi fiori. Non c’è bisogno di tornare indietro alla repressione degli anni ’70, al tentativo di bandire gli “estremisti di sinistra” dai posti di lavoro nel settore pubblico. Il ricorso alla coercizione ideologica è stato immediato durante la pandemia, e lo è ancora di più ora con l’Ucraina e Gaza.
Questi sono i quattro assi principali. Il nostro obiettivo generale è quello di catalizzare un nuovo inizio politico e garantire che il malcontento non vada alla deriva verso destra, come è successo negli ultimi anni.

Quali sono i programmi elettorali del Bsw per le prossime elezioni del Parlamento europeo e dei Länder? Quali coalizioni prenderete in considerazione nei Parlamenti dei Länder?

Per quanto riguarda le coalizioni, non dividiamo la pelliccia dell’orso prima che venga ucciso, come diciamo noi. Siamo sufficientemente distinti da tutti gli altri partiti per poter prendere in considerazione qualsiasi proposta essi vogliano fare sulle coalizioni, o su altre forme di partecipazione al governo come la tolleranza o le maggioranze flessibili. Per il momento vogliamo solo convincere il maggior numero possibile di cittadini che i loro interessi sono in buone mani con noi. In quanto nuovo partito, vogliamo ottenere un buon risultato alle elezioni europee, la nostra prima occasione per cercare di ottenere il sostegno per il nostro nuovo approccio alla politica. Chiederemo agli elettori che gli Stati membri democratici dell’UE siano i principali responsabili della gestione dei problemi delle società e delle economie europee, piuttosto che la burocrazia e la giurisprudenza di Bruxelles.

Per quanto riguarda la sua autodefinizione di “sinistra conservatrice”, lei ha parlato con calore della vecchia tradizione della Cdu, della sua dottrina sociale e del “capitalismo addomesticato”. Come differenzierebbe la Bsw dalla vecchia Cdu, se alleata, ad esempio, alla politica estera di Willy Brandt?

La Democrazia Cristiana del dopoguerra era conservatrice nel senso che non era neoliberista. La vecchia Cdu-Csu combinava un elemento conservatore e uno radical-liberale; il fatto che potesse farlo era dovuto all’immaginazione politica di un uomo come Konrad Adenauer, anche se qualcosa di simile esisteva anche in Italia e, in parte, in Francia. Il conservatorismo di allora significava proteggere la società dal vortice del progresso capitalistico, in contrapposizione all’adeguamento della società alle esigenze del capitalismo, come nel caso del (pseudo)conservatorismo neoliberale. Dal punto di vista della società, il neoliberismo è rivoluzionario, non conservatore. Oggi la Cdu, ora guidata da un personaggio come Merz, è riuscita a sradicare la vecchia concezione cristiano-democratica secondo cui l’economia deve servire la società e non viceversa. Anche la socialdemocrazia, la Spd di un tempo, aveva un elemento conservatore, con al centro la classe operaia piuttosto che la società nel suo complesso. Questo è finito quando la Terza Via nel Regno Unito e Schröder in Germania hanno consegnato il mercato del lavoro e l’economia a una marcatocrazia globalista-tecnocratica. Proprio come in politica estera, crediamo di avere il diritto di considerarci i legittimi eredi sia del “capitalismo addomesticato” del conservatorismo del dopoguerra sia del progressismo socialdemocratico, interno ed estero, dell’epoca di Brandt, Kreisky e Palme, applicato alle mutate circostanze politiche del nostro tempo.

A livello internazionale, quali forze nell’UE – o anche oltre – vede come potenziali alleati della Bsw?

Non sono la persona più adatta a cui fare domande su questo argomento, poiché la mia attenzione si concentra sulla politica interna. So che spesso dall’estero si ha una visione distorta di noi, e spero di non vedere gli altri Paesi in modo distorto. All’inizio avevamo stretti legami con La France Insoumise, ma non so come si siano sviluppati negli ultimi anni. Poi c’è stato il Movimento Cinque Stelle in Italia, che è un po’ diverso, ma anche lì ci sono alcune sovrapposizioni. In generale, saremmo sulla stessa lunghezza d’onda di qualsiasi partito di sinistra fortemente orientato alla giustizia sociale ma non invischiato in discorsi identitari.

Lei dice che i Die Linke sono diventati “più verdi dei Verdi”, emarginando le questioni sociali. Ma i Verdi stessi un tempo avevano un forte programma sociale, con una strategia industriale verde che aveva una forte componente sociale e, naturalmente, la smilitarizzazione dell’Europa. Secondo lei, cosa è successo negli anni ’90, quando hanno perso questa dimensione?

È stato lo stesso per molti ex partiti di sinistra. In parte la risposta è che l’ambiente di sostegno è cambiato. I partiti di sinistra erano tradizionalmente ancorati alla classe operaia, anche se erano guidati da intellettuali. Ma il loro elettorato è cambiato. Piketty lo spiega in dettaglio in Capitale e ideologia. Negli ultimi trent’anni si è espansa in modo massiccio una nuova classe professionale con istruzione universitaria, relativamente indenne dal neoliberismo perché dispone di un buon reddito e di una ricchezza patrimoniale in crescita, e non dipende necessariamente dallo Stato sociale. I giovani che sono cresciuti in questo ambiente non hanno mai conosciuto la paura o il disagio sociale, perché sono stati protetti fin dall’inizio. Questo è oggi l’ambiente principale dei Verdi, persone relativamente benestanti, preoccupate per il clima – il che depone a loro favore – ma che mirano a risolvere il problema attraverso decisioni individuali di consumo. Persone che non hanno mai dovuto fare a meno di qualcosa, che predicano la rinuncia a coloro per i quali la rinuncia fa parte della vita quotidiana.

Ma non è forse così anche per i partiti tradizionali? I Verdi, forse, in modo più drammatico rispetto a ciò che erano negli anni Ottanta. Ma la Cdu, come lei dice, ha abbandonato la sua componente sociale. L’Spd ha guidato la svolta neoliberista. C’è una causa più profonda di questo spostamento a destra, o verso il capitale finanziario o globale?

In primo luogo, come hanno analizzato molto bene sociologi come Andreas Reckwitz, abbiamo a che fare con un ambiente sociale forte e in crescita, che svolge un ruolo di primo piano nella formazione dell’opinione pubblica. È predominante nei media, nella politica, nelle grandi città dove si formano le opinioni. Non si tratta dei proprietari di grandi aziende – quello è un altro livello. Ma è un’influenza potente e modella gli attori di tutti i partiti politici. Qui a Berlino, tutti i politici si muovono all’interno di questo ambiente – la Cdu, la Spd – e ciò ha una forte influenza su di loro. I cosiddetti piccoli cittadini, quelli delle piccole città e dei paesi, senza laurea, hanno sempre meno accesso reale alla politica. Un tempo i partiti avevano un’ampia base, erano veri e propri partiti popolari: la Cdu attraverso le chiese, la Spd attraverso i sindacati. Ora tutto questo non c’è più. I partiti sono molto più piccoli e i loro candidati sono reclutati da una base più ristretta, di solito la classe media con istruzione universitaria. Spesso la loro esperienza si limita alla sala conferenze, al think tank, alla camera plenaria. Diventano deputati senza aver mai sperimentato il mondo al di là della vita politica professionale.

Con il Bsw, stiamo cercando di inserire nuove leve politiche che hanno lavorato in altri campi, in molti altri settori della società, per uscire il più possibile da questo ambiente. Ma il vecchio modello di partito popolare è tramontato, perché non esiste più la base per farlo.

Le chiediamo infine di parlare della sua formazione politica e personale. Quali sono, a suo avviso, le influenze più importanti sulla sua visione del mondo – esperienziali, intellettuali?

Ho letto molto nel corso della mia vita e ci sono state epifanie, quando ho iniziato a pensare in una nuova direzione. Ho studiato Goethe in modo approfondito e lì ho iniziato a pensare alla politica e alla società, alla convivenza umana e ai futuri possibili. Rosa Luxemburg è sempre stata una figura importante per me, in particolare le sue lettere; potevo identificarmi con lei. Thomas Mann, naturalmente, mi ha certamente influenzato e colpito. Quando ero giovane, lo scrittore e drammaturgo Peter Hacks è stato un importante interlocutore intellettuale. Marx mi ha influenzato molto e trovo ancora molto utile la sua analisi delle crisi capitalistiche e dei rapporti di proprietà. Non sono favorevole alla nazionalizzazione totale o alla pianificazione centrale, ma sono interessata a esplorare le terze opzioni, tra proprietà privata e proprietà statale, come le fondazioni o gli amministratori, per esempio, che impediscono a un’azienda di essere saccheggiata dagli azionisti; punti che ho discusso in Prosperità senza avidità.

Un’altra esperienza formativa è stata l’interazione con le persone durante gli eventi che organizziamo. È stata una decisione consapevole quella di andare in giro per il Paese, fare molti incontri e cogliere ogni occasione per parlare con le persone, per capire cosa le muove, come pensano e perché pensano in quel modo. È così importante non muoversi all’interno di una bolla, vedendo solo le persone che si conoscono già. Questo ha plasmato la mia politica e forse mi ha cambiato un po’. Credo che come politico non si debba pensare di capire tutto meglio degli elettori. C’è sempre una corrispondenza tra interessi e punti di vista, non uno a uno, ma spesso, se ci si pensa, si può capire perché le persone dicono le cose che fanno.

Come descriverebbe la sua traiettoria politica dagli anni ’90?

Sono in politica da ben trent’anni. Ho ricoperto posizioni chiave nel Spd e in Die Linke. Sono membro del Bundestag dal 2009 e sono stata co-presidente del gruppo parlamentare di Die Linke dal 2015 al 2019. Ma direi che sono rimasta fedele agli obiettivi per cui sono entrata in politica. Abbiamo bisogno di un sistema economico diverso che metta al centro le persone e non il profitto. Le condizioni di vita oggi possono essere umilianti; non è raro che gli anziani rovistino nei bidoni della spazzatura alla ricerca di bottiglie a rendere per sbarcare il lunario. Non voglio ignorare queste cose, voglio cambiare in meglio le loro condizioni di base. Sono spesso in viaggio e ovunque vada sento che ci sono molte persone che non si sentono più rappresentate da nessuno dei partiti. C’è un grande vuoto politico. Questo porta la gente ad arrabbiarsi: non è un bene per la democrazia. È tempo di costruire qualcosa di nuovo e di fare un intervento politico serio. Non voglio dovermi dire a un certo punto: c’è stata una finestra di opportunità in cui avreste potuto cambiare le cose e non l’avete fatto. Stiamo fondando il nostro nuovo partito affinché le politiche attuali, che stanno dividendo il nostro Paese e mettendo a rischio il suo futuro, possano essere superate, insieme all’incompetenza e all’arroganza della bolla di Berlino.

Note

1 Bündnis Sahra Wagenknecht: für Vernunft und Gerechtigkeit [Alleanza di Sahra Wagenknecht: per la ragione e la giustizia].

2 Sahra Wagenknecht, The Self-Righteous. Mein Gegenprogramm-fürGemeinsinn und Zusammenhalt [I Giusti di sé: il mio controprogramma per lo spirito comunitario e la coesione], Frankfurt 2021.

Fonte

09/01/2024

Nasce il partito della Wagenknecht, possibile terremoto politico in Germania

Lunedì 8 gennaio a Berlino è stato fondato a porte chiuse il nuovo partito: “Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigeit” (Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia).

La nuova formazione, BSW, prende il nome dalla 54enne deputata Sahra Wagenknecht, che è uscita, nell’ottobre scorso – insieme ad altri 9 eletti nel parlamento tedesco – dalle fila della Die Linke.

“É un giorno un po’ storico”, ha dichiarato la Wagenknecht, “in cui gettiamo le basi per un partito che ha il potenziale per cambiare radicalmente lo spettro dei partiti tedeschi”, riporta la versione on-line del quotidiano Tagesschau. “E soprattutto”, continua, “cambiare radicalmente la politica del nostro paese”.

Per ora non è stato esplicitato ulteriormente il programma del partito che verrà successivamente elaborato da qui alle elezioni federali del 2025, ma che si baserà sul manifesto fondatore dell’associazione omonima, i cui temi sono stati popolarizzati a più riprese nelle numerose interviste della sua leader in questi mesi.

Il 6 dicembre, ha cessato di esistere il gruppo parlamentare della Linke, in quanto non aveva più il numero minimo – 37 deputati – per essere considerato tale (erano 38 prima della fuoriuscita di ottobre), perdendo in questo modo alcune importanti prerogative e finanziamenti nello svolgimento nell’attività parlamentare, oltre alla presidenza della commissione “protezione per il clima e l’energia”.

Un duro colpo per la formazione che era entrata “per un soffio” in Parlamento, e che comunque si era assestata sotto la soglia di sbarramento del 5% dei votanti, e che ora i sondaggi danno ulteriormente in declino ed attorno al 3%.

Sahra Wagenknecht è stata dirigente prima del PDS – di fatto l’erede della SED della Germania Est nella Germania “unita” – e poi della Die Linke, in cui la SED era confluita, nonché attualmente una delle politiche più conosciute e popolari. anche grazie al ruolo di parlamentare che ha ricoperto dal 2009 fino ad oggi.

Stando ai sondaggi, sempre da prendere con le pinze, un elettore/elettrice su 5, le darebbe darebbe la propria preferenza alla “sua” formazione.

In un’interessante inchiesta della Die Zeit, compiuta su un campione di 7000 lettori del giornale che hanno espresso la propria predilezione per la Wagenknecht, l’autrice – Ann-Kristin Tlusty – ha affermato: «il nuovo partito della Wagenknecht sta creando il progetto che ha il potenziale per scuotere gli equilibri politici in Germania».

Come a fare la sintesi delle varie interviste raccolte dalla testata tedesca la giornalista conclude poi: «Wagenknecht è apprezzata da persone provenienti da percorsi di vita completamente diversi che si sentono alienati dal sistema democratico per diversi motivi».

Un arco di sentimenti di un corpo sociale piuttosto spappolato, aggiungiamo noi, che talvolta è un vero proprio ibrido formato da elementi eterogenei che non legano bene tra di loro, con una componente, se non reazionaria, quanto meno conservatrice – per ciò che concerne l’immigrazione ed i “diritti civil” in primis – ed una porzione più smaccatamente progressista per ciò che riguarda le garanzie sociali e la guerra.

Una parte della società generalmente in preda alla paura di fronte a cambiamenti drastici e accelerati percepiti – a torto o a ragione – come lesivi del proprio status.

Dopo la fondazione a porte chiuse, a cui hanno partecipato una quarantina di persone, c’è stata la conferenza stampa di circa due ore in cui sono intervenuti vari esponenti della nuova formazione che aspira, tra l’altro, a presentarsi alle elezioni europee a giugno e a quelle regionali che nell’autunno si svolgeranno in tre Land orientali: Turingia, Sassonia, e Brandeburgo.

La prima conferenza del Partito a livello federale si terrà a Berlino il prossimo 27 gennaio.

La formazione dovrebbe mantenere l’attuale nome fino alle elezioni politiche tedesche del 2025, per poi cambiare con uno che non includa quello della Wagenknecht.

La BSW aspira ad essere un’alternativa all’estrema destra della AFD, che i sondaggi danno come il partito con maggiori consensi a livello nazionale, dopo i conservatori della CDU/CSU, che guidano l’opposizione all’attuale coalizione governativa “semaforo” comprendente social-democratici, liberali e “verdi”.

La nuova formazione vuole cogliere quel vuoto di rappresentanza che si percepisce tra le classi subalterne – in particolare nella Germania Orientale – e reindirizzare i consensi di quella parte dell’elettorato che ha scelto nelle urne l’AFD come opzione anti-establishment, anche per un progressivo allontanamento della Linke rispetto a temi fondamentali: l’impoverimento crescente, lo lo smantellamento dello stato sociale, la mancanza di una adeguata politica industriale e di una tassazione realmente progressiva, nonché una politica governativa tedesca che ha definitivamente abbandonato la “distensione” – soprattutto verso Est – e sposato opzioni più belliciste.

La leadership della BSW sarà condivisa con Amira Mohamed Ali, mentre il segretario sarà il deputato Christin Leye e il suo vice, l’imprenditore e professore universitario Shervin Haghshend.

I due candidati alle europee saranno lo stimato analista finanziario Fabio de Masi, e l’ex sindaco di Düsseldorf, Thomas Geisel.

De Masi, 43enne, è stato euro-deputato, e prima deputato, sempre nelle file della Die Linke, e membro del sindacato dei servizi (Ver.Di).

A lungo a fianco della Wagenknecht, era già stato tra i fondatori del movimento “Aufstehen” nel 2018. Il deputato italo-tedesco d’Amburgo aveva rotto definitivamente con la Linke a metà settembre, dimettendosi, e usando parole molto aspre sul suo piuttosto seguito account di X (ex-Twitter).

«Non voglio più essere ritenuto responsabile del palese fallimento dei protagonisti di questo partito, che deludono una larga maggioranza della popolazione che ha bisogno di un partito impegnato in modo convincente sul fronte della giustizia sociale e della diplomazia».

Geisel, dal 2014 al 2020, è stato sindaco per la SPD

Come riporta Die Spiegel: «La Wagenknecht non vuole andare al Parlamento europeo e ha detto che non si presenterà nemmeno alle elezioni statali».

Inizialmente fondata come associazione – “L’Alleanza Sahra Wagenknecht” appunto – per preparare la fondazione del partito, ha raccolto un capitale di 1,4 milioni di euro attraverso le donazioni, la maggioranza delle quali (il 90% circa) piccoli contributi che solo in una dozzina di casi hanno superato la soglia dei 10 mila euro, secondo quanto riportato dal tesoriere Ralph Suikat.

Una cifra importante, cui adesso si affiancherà la vera e propria costruzione dell’organizzazione con un’adesione a cui all’inizio saranno ammessi non più di 450 membri, per costruire un primo zoccolo duro di attivisti in linea con gli indirizzi del manifesto fondatore e costantemente monitorato dai fondatori.

Giustizia sociale e indirizzo pacifista sembrano essere l’alfa e l’omega della sfida lanciata da questa nuova formazione, al netto di tutte le storture evidenti nell’affrontare alcuni temi (comunque rilevanti) per cui, anziché combatterle, viene assecondata la melassa “populista-conservatrice” di una parte non indifferente della società tedesca.

Certamente i prossimi mesi saranno fondamentali per capire se e come cambieranno realmente le geometrie politiche in Germania in vista delle europee, e quale indirizzo prevarrà.

Fonte