Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/10/2025
Odissea americana
“Arrivammo a Denver con l’indicatore del carburante quasi vuoto e l’Hudson che tossiva polvere da mille miglia di deserto. Era quel periodo selvaggio, sacro e folle in cui Dean e io eravamo inseparabili...”
La notizia è rimbalzata dall’America, ma non ha prodotto un grande clamore letterario. All’inizio si era parlato di un manoscritto inedito, poi dopo la cosa è stata ridimensionata a racconto breve – giusto un paio di cartelle su carta a rotolo da telescrivente. Stiamo parlando del ritrovamento recente di un dattiloscritto di Jack Kerouac, finito in un’asta pubblica al prezzo base di 8500 dollari. Niente di strano, anzi, sta capitando sempre più spesso che i ritrovamenti postumi riportino grandi autori in libreria. Ma in questo caso a destare curiosità è il luogo del ritrovamento: il manoscritto stava dentro un lotto di oggetti vari appartenuti a Paul Castellano, smaltiti probabilmente dopo lo sgombero di una proprietà di famiglia da parte di eredi, forse inconsapevoli del valore artistico che “The Guardian” definisce “very significant”.
Paul Castellano è stato uno degli ultimi boss riconosciuti del periodo d’oro di Cosa Nostra americana, prima che il ribelle e irriguardoso John Gotti mettesse fine alla sua carriera criminale, rompendo il tessuto di lealtà e omertà che aveva tenuto insieme le cinque famiglie di New York per decenni. Non pochi fanno coincidere la fine della epopea mafiosa negli States, proprio con l’omicidio di Paul Castellano, nel dicembre del 1985. Fu quel “golpe” messo in atto da John Gotti davanti allo Sparks Steak House di Manhattan, a far saltare la regola numero uno – il boss è sempre il boss. Dopo quella violazione salteranno tutte le remore e i pentimenti diventeranno all’ordine del giorno – lo stesso Gotti ne pagherà il prezzo morendo in galera 15 anni dopo quell’omicidio, condannato proprio grazie alla testimonianza chiave del suo uomo, Sammy Gravano.
Il manoscritto di Kerouac pare sia del 1956. Probabilmente si trattava di un primo spunto di quello che diventerà On the road, un libro ormai assurto al rango di monumentale stereotipo letterario, ma che alla sua pubblicazione irruppe sulla scena come opera di portata rivoluzionaria, in grado di segnare per sempre una grande stagione della letteratura mondiale. Usando un canone stilistico originale, Kerouac racconta l’ansia di vita della gioventù americana uscita disorientata dalla guerra, smarrita dentro la vastità dell’Impero vincitore, dove ogni conseguimento ma anche ogni paranoia distruttiva, sembrava effettivamente possibile. La poesia, le sostanze, la strada; oggi sembrano insopportabili luoghi comuni, allora rappresentarono uno squarcio sulla realtà e sull’utopia degli anni '50/'60. Un potente viaggio letterario ed esistenziale in bilico tra estasi e tedio nichilista.
Costantino Paul Castellano, che per vie misteriose divenne il proprietario di quel manoscritto, fu invece un figlio esemplare di Cosa Nostra. Suo padre era un macellaio del Bronx, mafioso e benestante. Sua sorella sposò Carlo Gambino, l’unico boss americano che finì i suoi giorni nel letto di casa, circondato dall’affetto della famiglia e della sua cerchia. Gambino non prese mai la cittadinanza americana. A lui si ispirò vagamente Mario Puzo, ma mentre Coppola e Marlon Brando disegnarono la figura epica, eroica e tragica di un boss al tramonto, Gambino amava presentarsi come un ometto insignificante, senza carisma; ispirato sempre da una certa idea “all’antica” di basso profilo, vestiva in modo dimesso e godeva fama di uomo saggio e morigerato. Paul Castellano ereditò alla sua morte il titolo di capo della omonima famiglia Gambino – e leader delle 5 famiglie – ma evidentemente non volle ripercorrere la biografia furba e dimessa dì suo cognato. Castellano aveva la faccia da mafioso, vestiva da boss e fu arrestato sui Monti Appalachi mentre partecipava a quell’incredibile summit ripreso in tanti film e in tanta letteratura di genere. Però coltivava il sogno di legalizzare se stesso e le sue attività entrando a testa alta nel business pulito dell’alimentaristica e del calcestruzzo. Un boss in transizione dunque, un uomo da giacca e cravatta – e anche queste sue aspirazioni legalitarie gli costeranno la vita.
Nel 1956 Jack Kerouac è ancora alla disperata ricerca di un’identità, di un riferimento, segnato dalla mancanza eterna di un “padre” – trasfigurata nella figura del suo Dean Moriarty, perennemente in cerca del suo vecchio lungo le vie desolate del Colorado, le banchine di San Francisco e le strade ferrate dell’Ovest. Dieci anni dopo la guerra Kerouac vive ancora con la nonna e non è apprezzato dagli editori. Paul invece sa benissimo chi è e cosa vuole dalla vita. Il corso della sua esistenza è segnato fin dall’infanzia, nella tronfia sicurezza dei vincenti, dei protetti. Non possono esserci due americani più diversi tra loro.
Jack si lascia affascinare dallo zen laico di Suzuki e prova a diventare un “vagabondo del Dharma”; se le vecchie certezze sono fragili, cerca nella vacuità buddista un senso al suo vuoto interiore, a quella sua dannata incapacità di aderire all’America e ai suoi miti pur amandola disperatamente. Paul invece, in quegli anni non ha problemi di identità. Se Jack è uno sradicato Paul è un treno saldamente installato sul suo binario: il quartiere, i soldi, una bella famiglia, una carriera importante in quella mafia italoamericana, che è una delle aziende emergenti dell’economia post-bellica. Anche lui ama l’America, ma sa come prenderla. Solo passati i 60 anni comincerà a sbandare. Diventerà un velleitario. Dimenticherà le sue radici. Diceva di lui Sammy Gravano: – il problema di Paul è che non era mai stato un gangster, non aveva mai rapinato nessuno, lui era un taglieggiatore, non aveva mai fatto la fame.
Paul Castellano era borghesia mafiosa. Come tutti i borghesi sognava l’emancipazione, la scalata, il perbenismo sociale. Cominciò a rompere con il suo ambiente, con la sua storia. Non frequentava l’ambiente criminale, timoroso di cimici e fotografi. Rimaneva chiuso nella sua lussuosa villa di Staten Island (vagamente ispirato a lui è il boss italo-americano che tratta con Denzel Washington in American Gangster); lasciava ai suoi luogotenenti la gestione di affari e territorio – la vita di strada, le rappresaglie, il potere armato. Non voleva più immischiarsi in fatti di sangue. Pensava tutto il giorno a come investire i proventi criminali nell’economia legale che poteva trasformarlo finalmente in un vero uomo d’affari, riconosciuto dalla comunità dei businessmen newyorkesi. Quando Aniello Dalla Croce, il suo braccio destro che tanti problemi gli aveva risolto, muore di cancro, Paul sceglie di non partecipare al suo funerale, per non dare argomenti ai giudici e alla legge Rico. È una rottura simbolica potente con la morale del suo mondo. Una esibizione pubblica di irriconoscenza. Il boss è solo, con le sue velleità. Il barbaro spaccone John Gotti, figlio di un miserabile muratore casertano, è pronto ad ammazzare Cesare ed ereditare il trono maledetto dei Gambino.
Jack, lo sradicato per eccellenza, trasformò il suo racconto di due paginette e mezza, ritrovate oggi, nel prologo del suo capolavoro. Visse i suoi giorni nel dolore e nell’incompiutezza: per il suo personaggio, Sal Paradise, erano combustibile poetico, ma per lui – nella vita vera – furono alcol, vomito, solitudine e delusione amorosa. Visse come era abituato a scrivere, in maniera rapsodica e casuale, su un rotolo bianco senza capo né coda. Jack e Paul condivisero solo una cosa: la frustrazione sessuale ed affettiva. Il primo fu un omosessuale represso e pieno di sensi di colpa; il secondo si innamorò, ormai anziano, della sua domestica centramericana, Gloria Olarte, che poi fu usata dall’FBI contro di lui. Per lei Big Pauly era disposto al divorzio – bestemmia estrema nell’etica del familismo mafioso. Forse sognavano entrambi, Paul e Jack, una seconda giovinezza, una seconda occasione che non riuscirono mai a cogliere – uno per la cirrosi epatica, l’altro per le pallottole. Lasciarono prematuramente la grande odissea americana che prima li esaltò e poi li fagocitò. In modo diverso recitarono un ruolo classico e tragico nell’immaginario collettivo statunitense – che resta un immaginario prevalentemente hollywoodiano, l’affresco di una nazione inseparabile, letteralmente, dal suo cinema e dai suoi libri: non ci sarebbe America senza un boss ammazzato – sulla sedia da barbiere o all’uscita di un ristorante di lusso – e non ci sarebbe America senza un poeta disperato e solo, con la testa piena di dharma e di rum.
Resta la domanda senza risposta – almeno io non ho l’ho trovata sui giornali che riportano la notizia: cosa diavolo ci faceva a casa del boss del Bronx Big Pauly Costantino Castellano quel racconto battuto a macchina su una Underwood oggi conservata al Beat Museum di San Francisco? Si può solo immaginare che gli eredi, chissà come e chissà quando, abbiano sgomberato il villone – 18 milioni di dollari, la più fastosa costruzione di Staten Island – e che da qualche cassetto siano saltate fuori quelle pagine. Ma erano consapevoli del suo valore? E soprattutto, ne era consapevole Paul Castellano? Quel materiale gli fu venduto da qualche collezionista dopo la morte di Kerouac, come si fa con un dipinto prezioso? Fu il pegno per un debito di gioco non pagato? E Big Pauly lesse mai quelle due pagine? Non era un gretto, le sue velleità di arrampicatore sociale forse lo avevano portato anche a qualche lettura impegnativa. Cosa poteva mai pensare il boss di quella scrittura compulsiva, di quella parabola laica di uomini perduti nella ricerca del succo della vita? Lui quell’essenza l’aveva trovata. Era un novello Gatsby, viveva tra ricchi e imprenditori, amava la sua ciquita Gloria. Non capiva perché mai uno scrittore di successo avesse sentito il desiderio di suicidarsi con la bottiglia. La vita era bella, piena di cose interessanti, di possibilità e poteri e sogni infiniti – e ascese vertiginose, con vista sulla baia e sul ponte Da Verrazzano. E un killer, più fulminante di ogni cirrosi epatica, appostato davanti allo Sparks Steak House di Manhattan, in un freddissimo dicembre del 1985.
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14/10/2024
L’enigma Wagenknecht
Dopo le elezioni regionali del Brandeburgo, il partito di Sahra Wagenknecht (BSW) ha confermato di essere una presenza consolidata nel panorama politico tedesco. Il profilo stesso di questa aggregazione non autorizza la sua collocazione nel campo delle performance elettorali effimere o occasionali: le radici sociali sono solide e si collocano dentro un pezzo di storia della sinistra tedesca, con legami sindacali e territoriali radicati nel tempo. Non una forza d’opinione né, si presume, una meteora.
Per la sinistra “alternativa” europea, lo sviluppo impetuoso di questa ipotesi politica, nel cuore geografico ed economico del continente, pone mille interrogativi. Non a caso coincide con lo svuotamento repentino della Linke e la (sacrosanta e meritatissima) eclisse dei Verdi. Ciò che resiste dell’SPD va probabilmente letto dentro la dimensione residuale dei poteri amministrativi e di governo; niente di socialmente vivo e destinato a crescere.
Del resto tutte queste sinistre liberali (le vicende della guerra in Ucraina hanno purtroppo avvicinato anche la Linke a quel versante nefasto), sembrano destinate in qualche modo a diventare un elemento marginale o comunque minoritario delle società europee: approdo naturale per ceti urbani protetti, benestanti o élite acculturate che compiono scelte elettorali “di testa”. Perdere il contatto con le classi operaie, con le periferie, con la sofferenza sociale, orienta ineluttabilmente verso il “centro” anche le migliori intenzioni politiche. Come classificare, dunque, il partito di Sahra Wagenknecht che è un competitor della sinistra “ufficiale” ma anche un argine oggettivo al dilagare dell’AFD? Il rovello sta rovinando i sogni di molti progressisti perplessi.
L’avventura di BSW presenta alcune caratteristiche in comune con La France Insoummise: entrambe le formazioni nascono dalla crisi dei partiti della sinistra tradizionale; entrambe raccolgono consensi nelle periferie territoriali e sociali; entrambe presentano un forte profilo leaderistico. Entrambe non sembrano spaventate dall’accusa di “populismo” e attraversano volentieri il campo tematico che corrisponde a questo stigma perbenista. Le due esperienze si dividono sul tema guerra (intransigente la posizione anti Nato di BSW, mentre Melanchon ha dovuto cedere molto su quel terreno in fase di costruzione del programma elettorale del NFP), oltre che sulla spinosissima questione delle migrazioni.
Addentrarci in questa sede in una discussione su quest’ultimo tema sarebbe impresa impossibile. Il cantiere del dibattito dentro la sinistra sociale e di classe italiana su tali questioni non è stato ancora neanche allestito. Nessuno ha il coraggio di infilarci il naso, la testa e il cuore... Nessuno pare aver elaborato una visione complessiva né sembra avere voglia di farlo. Generalmente ci limitiamo a ripetere le giaculatorie cristiane sul dovere di accoglienza (sacrosanto) mentre la dimensione politica dirompente del tema migrazioni – sicuramente la questione del secolo, che sta incidendo più di qualsiasi altra sugli equilibri politici del nord del mondo – resta letteralmente al di fuori del nostro raggio di attenzione. Con i temi epocali siamo a disagio, mancano gli strumenti di analisi e anche il coraggio della presa di parola.
Il risultato è che qualsiasi cretino di destra – anche il salumiere sotto casa – è in grado di fare un suo discorso sull’immigrazione (conservativo, maligno o paranoico a seconda delle fonti di formazione della sua opinione) mentre a sinistra ci limitiamo a balbettare argomenti sconnessi, sempre difensivi, dando l’idea di intelligenze di corto raggio, che non hanno la minima idea di come affrontare la complessità e la crisi delle società tardo-liberali.
Dal basso della sua inanità politico e sociale, la sinistruccia dell’Italietta è però sempre pronta a sputare su tutto ciò che si muove: rossobrunismo è diventato ormai una categoria dell’animo. Sospetto rossobruno è chiunque si ponga delle domande su temi “sensibili” o controversi; chiunque non si allinei al “washingtonianamente corretto” dell’agenda globale; chiunque non si prefigga il compito di educare i popoli del mondo ai valori scintillanti della modernità liberale. Sono da etichettare come rossobruni in particolare tutti quelli che hanno ancora la capacità di parlare con i proletari: che significa ascoltare, comunicare e organizzare pezzi di società confusi, ostili, ormai refrattari ai ragionamenti collettivi. Le “sinistre” europee sembrano accontentarsi di occupare angolini rassicuranti e disdegnare qualsiasi contatto non solo con il salumiere xenofobo, ma anche con l’operaio preoccupato del prezzo a cui svende la sua forza-lavoro, dentro il nuovo selvaggio mercato del lavoro globale... Ma torniamo alle elezioni tedesche.
Non vivendo in Germania, la maggior parte di noi può informarsi solo attraverso le testimonianze dirette degli osservatori italiani e dei materiali tradotti e pubblicati. E quello si sta cercando di fare in queste settimane: acquisire punti di vista e rielaborarli. Le varianti di cui tener conto, del resto, sono tante, a partire dalle specificità regionali del voto tedesco. Ma cosa si riesce a ricavare, da una lettura generale degli elementi noti?
1) BSW dimostra la oggettiva capacità di aprire canali di dialogo dentro una società fortemente atomizzata. Non è una forza autoreferenziale. Non parla a se stessa. È riuscita a dialettizzarsi con pezzi di società e territorio che si sentono privi di rappresentanza politica.
2) Il suo target è la vasta platea sociale dei perdenti della modernità, che non significa i “poveri” ma larghe masse lavoratrici, a cavallo tra working class e ceto medio, che sentono di subire un arretramento sostanziale e irreversibile della loro condizione, retaggio consunto dei “trenta gloriosi”. La crisi di questi ceti è crisi del patto sociale fordista e dell’imperialismo unipolare a centralità anglosassone.
3) Dentro il concetto di “perdente” va compreso il disorientamento per una società che non riesce a gestire i flussi globali di uomini e capitali da cui è investita (da qui l’immigrazione vista come pericolo) e ha paura di trovarsi in prima linea nella guerra contro la Russia. Da questo punto di vista è una platea che invoca protezione sociale in tutti i sensi: dalla insicurezza quotidiana al terrore di ritrovarsi dentro l’incubo della guerra. Non possiamo dividere le ansie della gente in sane o non sane: la paura è paura e basta – le paure “percepite” sono una invenzione di psicologi e statistici. Si tratta di persone che guardano alle tecnologie con diffidenza, che si sentono ingannate, disorientate, sballottate, in preda ai programmi di centri di comando remoti e invisibili (e non hanno tutti i torti: nella sostanza è quella la loro vita).
4) Quindi non stiamo parlando degli “ultimi”, ma di ceti produttivi, pezzi di classe operaia attivi o in dismissione, segmenti anziani o giovani a bassa scolarizzazione, emarginati a causa delle scarse competenze professionali o da un’appartenenza territoriale penalizzante, ma comunque interni al dispositivo della produzione sociale. Si tratta di larghe masse – tendenzialmente maggioritarie – in libera uscita, culturalmente parlando. È come se la Germania stesse rivivendo un nuovo anno zero: risvegliandosi non più tra le macerie del dopoguerra, ma tra le crepe del modello tedesco e della sua supposta invincibilità. Recessione, chiusure di stabilimenti, continua contrazione del salario reale: e la sensazione di essere rappresentati da un ceto politico che non risponde più alle esigenze di protezione dell’interesse nazionale.
5) Questo humus di massa, non rievoca la drammatica temperie di Weimar – nessun caporaluccio austro-tedesco si intravede all’orizzonte della storia – ma apre comunque a scenari imprevedibili. I vecchi partiti non reggono, non orientano più la maggior parte della società, non rappresentano queste nuove inquietudini di massa. Anche l’evocazione antifascista non funziona più: chi vota AFD non coltiva revanchismo, semplicemente vuole esprimere nel modo più netto possibile la sua distanza dal ceto politico “europeista” e da tutte le sue scelte storiche. Sempre più cittadini europei – soprattutto ceti popolari – votano ormai per le forze identificate come “antisistemiche” – con tutta la fuffa e gli imbrogli che tale attribuzione si porta dietro. Sono isole sociali di livore di massa e di paure in parte reali in parte artificiosamente alimentate. In questa dinamica si possono rintracciare anche i segni di molte gravi rotture maturate durante la stagione dei lockdown, che erano rimaste sottotraccia e aspettavano l’occasione buona per saltare fuori. Voto di protesta, voto di rabbia, voto di stanchezza, voto di sfiducia: tutto si mescola in un calderone acido in cui però è indispensabile mettere le mani. Chi vuole tenersele linde e asettiche, sarà fuori dai giochi.
6) Del resto gli ambienti della sinistra “alternativa” sono pieni di persone di buona volontà che ormai hanno rinunciato a parlare anche coi vicini di casa o con i colleghi di lavoro. Militanti che esibiscono una qualche triste ortodossia, danno a tutti del fascista e non godono della fiducia neanche dei parenti stretti. È da questi ambienti che provengono le peggiori accuse rivolte a Sara Wagenknecht: xenofobia, nazionalismo e riproposizione di “banalità keynesiane”... Qualcuno ha pure scritto che nei programmi di BSW non si parla più di socialismo: sarebbe interessante capire quale forza politica della sinistra europea (al di sopra del 2,5%) cita il socialismo nei suoi programmi elettorali. Quanto alla xenofobia, è curioso che l’accusa provenga da partiti prevalentemente “bianchi e autoctoni”, mentre il gruppo dirigente di BSW è in massima parte composto da cognomi non tedeschi. Cosa che non garantisce di per sé ortodossia e purezza, ma rende perlomeno incongrua l’accusa di “odio verso gli stranieri”.
6) BSW si sta ponendo come unica alternativa praticabile in Germania, in questa fase storica, tra il mondo di Ursula e l’estrema destra liberista. Criticarla sulla base del livore ideologico, oltre che ridicolo è anche controproducente. Significa proprio spingere verso destra un bacino di voti e progettualità che non nascono in quell’alveo e non sembrano volerci finire. Il modello BSW è uno di quelli in cui si articolerà la sinistra europea nei prossimi anni, piaccia o non piaccia. Le cose non vanno come immaginiamo nelle nostre innocue fantasie idealistiche, fatte di iconografie rassicuranti e pugnetti chiusi. Con questo pezzo di realtà bisogna fare i conti: hic et nunc. Questo populismo di sinistra – di cui alcuni segmenti del Movimento 5 Stelle sono stati precursori proprio nel laboratorio Italia – è in grado di parlare con le persone semplici, con gli sfruttati, con i socialmente deboli. È una capacità di dialogo che la sinistra-sinistra non possiede più, a causa della sua insipienza, della sua pigrizia e del suo rifugiarsi in cause ultra-minoritarie, abbandonando i legami di massa e le culture popolari. In Germania – e ovunque se ne creeranno le condizioni – bisogna dialogare con queste esperienze ed evitare che esse finiscano assorbite in un “frontismo” di antifascismo perbenista e istituzionale; o che deraglino verso destra, deriva purtroppo sempre possibile.
Fonte
12/05/2024
Solidarietà a Giovanni Iozzoli
Il giorno 7 maggio 2024 il Tribunale di Modena ha condannato Giovanni Iozzoli, scrittore, delegato sindacale e redattore di “Carmilla online”, al pagamento di circa 20.000 euro (tra risarcimento e spese legali) a favore dell’azienda Italpizza, colosso dell’export agroalimentare emiliano.
Italpizza si era sentita diffamata da un articolo di Iozzoli, pubblicato nel 2019, nel quale si raccontava della durissima vertenza sindacale che aveva costretto l’azienda, per diversi mesi, a un prolungato braccio di ferro con le sue maestranze. Al centro della vertenza il lavoro povero, precario, gli appalti interni e i contratti inadeguati: cioè l’eterna ricetta della “competitività” all’italiana.
Il racconto di quella lotta, prodotto da Iozzoli, ha portato a una denuncia per diffamazione aggravata da parte di Italpizza; il primo grado di giudizio si è concluso con la pesante condanna emessa ai danni di un cittadino non tutelato da alcun ordine professionale – reo solo di aver osato criticare le politiche occupazionali e le relazioni sindacali, promosse da un gigante industriale.
Questo esito rappresenta l’ennesimo tentativo di soffocare la visibilità del conflitto sociale e l’interesse collettivo, che senza critica e presa di parola risulterebbero fortemente compromessi. Sentenze come queste hanno un solo effetto: inibire il lavoro d’inchiesta, di denuncia pubblica e di produzione culturale, qualora tocchino gli interessi di quei potentati industriali e finanziari che oggi rivendicano mano libera o possibilità di condizionamento – non solo nell’azione economica, ma anche nel governo dei territori, nel controllo dell’opinione pubblica e alla lunga, a questo punto, nel lavoro culturale.
Chiediamo alle forze politiche, sindacali, associative, alle espressioni della società civile, dei movimenti e della cultura, una presa di posizione chiara in difesa della libertà di parola: esprimere solidarietà a Iozzoli, in questo momento, vuol dire difendere la libertà di tutti e di tutte.
Raccontare il conflitto, i bisogni negati e le ragioni del lavoro, è oggi un imperativo civile a cui non ci si può sottrarre.
Chiamiamo a un pronunciamento pubblico a sostegno di Giovanni e del diritto di espressione.
Questo il link per esprimere solidarietà a Giovanni
ATTENZIONE: NON SONO RICHIESTE DONAZIONI
NON SI RACCOLGONO FONDI CON QUESTA PETIZIONE
26/12/2018
L’altra faccia del “Made in Italy”
A proposito delle prime tre uscite – I terremotati (Manifestolibri, 2009), I buttasangue (Edizioni Artestampa, 2015) e La vita e la morte di Perzechella (Edizioni Artestampa, 2016) – avevamo parlato di “trilogia dello sradicamento”, mettendo in evidenza come i veri protagonisti delle sue opere potessero essere individuati nella crisi e nel senso di sradicamento che opprime i protagonisti. Una crisi economica, certo, ma anche una crisi dei rapporti umani e di senso che rende incomprensibile la realtà a cui si aggiunge l’angosciante sradicamento di personaggi che, accomunati da un analogo percorso migrante, si trovano del tutto incapaci di incidere su una realtà che li travolge prepotentemente. A tale trilogia si è poi aggiunto il recente Di notte nella provincia occidentale (Edizioni Artestampa, 2018), romanzo che per certi versi può essere aggiunto ai precedenti dando così luogo a una “tetralogia dello sradicamento” perché, in definitiva, anche in questo lavoro ritornano la crisi e lo sradicamento dei personaggi.
Nella nuova uscita editoriale Iozzoli cambia un po’ le carte in tavola: stavolta i protagonisti della vicenda reagiscono alla realtà che li sta stritolando e non si limitano a subirla. Dopo aver narrato nei due racconti brevi di Pastorale emiliana, sulla rivista Carmilla, in diretta con gli eventi, il riemergere del conflitto nel comparto lavorativo delle carni della provincia modenese, utilizzando un registro intriso di rabbia e acida ironia, Giovanni Iozzoli ha deciso di ricorrere al romanzo per raccontare quell’universo di sfruttamento che si nasconde dietro ai miti dell’Emilia rossa, delle eccellenze del Made in Italy e delle imprese locali di successo che hanno costruito la loro fortuna su accordi votati a garantire la pace sociale. In L’Alfasuin ad essere raccontato dall’autore è lo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi.
La narrazione è dunque ambientata nella provincia emiliana e qua si intrecciano una dinastia locale che ha raggiunto il successo economico nell’ambito del settore alimentare, una famiglia malavitosa che cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, decine di lavoratori giunti dai quattro angoli del mondo per lavorare e garantirsi una vita meno agra di quella vissuta in patria.
La ditta attorno alla quale si muovono i diversi attori è l’Alfasuin – nome di finzione –, storica azienda modenese di trasformazione delle carni suine che detta legge su di un territorio fondato sul maiale e sulla pace sociale. Un sistema di governo dal passato glorioso, celebrato come emblema del Made in Italy ed esibito come un fiore all’occhiello di cui andare fieri. Improvvisamente le cose sembrano essere cambiate e il presente si è fatto confuso e indecifrabile: “Lungo l’arco di vent’anni i protagonisti si agitano frenetici dentro un modello e un mondo che si va sgretolando. Dalla retorica dell’eccellenza italiana, emerge una crudissima realtà: il vero preziosissimo maiale di cui non si butta via niente è il lavoro vivo, sempre più spremuto, sfruttato e impoverito”.
Lo scopo del libro è quello di trasporre in forma narrativa “una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento”, afferma l’autore, e per farlo ha fatto ricorso “a forzature storiche e cronologiche, intrecciando nel tempo e nello spazio del medesimo racconto, contesti e personaggi che in realtà hanno avuto sviluppi autonomi”.
Il paese in cui è ambientato il racconto non esiste, ma esistono il distretto carni modenese ed i paesi che ne fanno da cornice. La dinastia dei prosciuttai milionari, al pari della famiglia dei mafiosetti in cerca di rispettabilità pubblica, sono soltanto invenzioni letterarie, ma si rifanno ad una realtà del territorio non tanto diversa. Infine, “il personaggio Abdallah è ispirato dalla figura del povero Abd el Salaam Ahmed El Danf, lavoratore ucciso a Piacenza il 14 settembre 2016, in circostanze drammaticamente analoghe a quelle raccontate nel secondo capitolo (pur senza evocarne la biografia personale e la sua storia specifica, custodite dalla memoria della sua famiglia e dei compagni che lo conobbero). In queste pagine c’è il tentativo di scattare una drammatica foto ricordo, a un pezzo dolente e torbido della storia dell’industria e del lavoro italiani”.
Insomma, come dicevamo, in questo ultimo romanzo di Iozzoli alla crisi, al senso di smarrimento e allo sradicamento alcuni protagonisti reagiscono e, come sta accadendo da qualche tempo fuori dalle pagine del romanzo, nella reale Pianura Padana, gli schiavi decidono di alzare la testa e alla crisi rispondono con la rivolta. Ed è grazie a costoro che “il marcio è venuto a galla e non si potrà mai più nascondere, dietro le vetrine ingioiellate dell’eccellenza agroalimentare italiana”.
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