di Emiliano Brancaccio
«Siamo qui, dunque siamo importanti». È dai tempi gloriosi del salotto parigino di Madame de Staël che il cerimoniale svolge la sua funzione. Da Davos a Cernobbio, essere invitati ai forum dell’establishment significa essere riconosciuti dai vertici del potere capitalistico. Obiettivo vitale soprattutto per chi, fino a ieri, era considerato «feccia impresentabile».
Vannacci che discetta con Monti all’Ambrosetti, sulle placide sponde del lago di Como, potrà dunque apparire un po’ grottesco agli occhi dei candidi che non abbiano contezza della fase. Di sicuro non è una novità della storia.
Certo, non tutte le porte dei salotti buoni si sono aperte facilmente alla “feccia”. Nel 1928, già duce, Mussolini chiese l’ammissione al prestigioso National Press Club di Washington. Fu malamente respinto.
Ma se talvolta una porta dorata si è chiusa, più spesso i portoni si sono spalancati. Nel gennaio 1932, ancora fuori dal governo, Hitler fu invitato all’Industrie-Club di Düsseldorf davanti a seicento esponenti della grande industria germanica. Un’occasione per dissipare i timori del padronato verso l’ascesa nazista. Evidentemente rassicurati, l’anno dopo i conservatori tedeschi gli consegnarono la cancelleria, persuasi di poterlo controllare. Von Papen si vantava: «Entro due mesi avremo spinto Hitler così tanto nell’angolo che lo faremo squittire». Non andò esattamente così.
Nell’amorosa danza salottiera tra padroni e fascisti, si ammira anche l’elegante passo indietro. Accade soprattutto di questi tempi. Fino all’anno scorso la Munich Security Conference escludeva esponenti di AfD in nome del vecchio fronte democratico. Ma nel 2026 ci ha ripensato, invitando con tutti gli onori i capi dell’estrema destra tedesca. Troppi voti per tenerli fuori.
Lo sdoganamento degli impresentabili da parte dell’establishment, dopotutto, si muove in sincrono con lo sviluppo delle alleanze politiche, più o meno manifeste. Già nel gennaio 2025 una mozione della Cdu contro gli immigrati era passata al Bundestag grazie ai voti dell’AfD, insieme a quelli dei liberali della Fdp. Analoghi abboccamenti tra destra estrema, conservatori e liberali sono all’ordine del giorno, in tutta Europa. Sulla circostanza che qualche sincero liberale italiano chieda voti a Futuro nazionale ci si può interrogare sul quando, non sul se.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’alleanza sia impossibile: liberali e “oltrefascisti” sono troppo diversi. Non necessariamente. Esiste almeno un terreno sul quale le distanze si accorciano: il lavoro.
Il doppio gioco della destra estrema è noto. Nella propaganda lamenta il depauperamento dei lavoratori ma nell’azione parlamentare e di governo fa di tutto per impedire la loro riunificazione di classe. Rassemblement national, Vox, Reform Uk, Vlaams belang si oppongono ai contratti collettivi, alle tutele sindacali, agli scioperi. In questo senso, il novello caso Vannacci è già istruttivo. A parole Futuro nazionale invoca un salario minimo orario ma in parlamento ha immediatamente votato contro. La retorica sociale resta. Quando arrivano le decisioni, si serrano i ranghi del capitale.
Vannacci, in fin dei conti, è già meloniano. Anzi, è già pronto al dialogo coi liberali. E viceversa. L’anno prossimo, a Cernobbio, anche le cortesi obiezioni del liberaldemocratico Monti potrebbero diventare uno sbiadito ricordo. Dopotutto i salotti buoni servono a questo: ci si incontra, ci si riconosce, alla fine si governa insieme.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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