di Emiliano Brancaccio
«Siamo qui, dunque siamo importanti». È dai tempi gloriosi del salotto parigino di Madame de Staël che il cerimoniale svolge la sua funzione. Da Davos a Cernobbio, essere invitati ai forum dell’establishment significa essere riconosciuti dai vertici del potere capitalistico. Obiettivo vitale soprattutto per chi, fino a ieri, era considerato «feccia impresentabile».
Vannacci che discetta con Monti all’Ambrosetti, sulle placide sponde del lago di Como, potrà dunque apparire un po’ grottesco agli occhi dei candidi che non abbiano contezza della fase. Di sicuro non è una novità della storia.
Certo, non tutte le porte dei salotti buoni si sono aperte facilmente alla “feccia”. Nel 1928, già duce, Mussolini chiese l’ammissione al prestigioso National Press Club di Washington. Fu malamente respinto.
Ma se talvolta una porta dorata si è chiusa, più spesso i portoni si sono spalancati. Nel gennaio 1932, ancora fuori dal governo, Hitler fu invitato all’Industrie-Club di Düsseldorf davanti a seicento esponenti della grande industria germanica. Un’occasione per dissipare i timori del padronato verso l’ascesa nazista. Evidentemente rassicurati, l’anno dopo i conservatori tedeschi gli consegnarono la cancelleria, persuasi di poterlo controllare. Von Papen si vantava: «Entro due mesi avremo spinto Hitler così tanto nell’angolo che lo faremo squittire». Non andò esattamente così.
Nell’amorosa danza salottiera tra padroni e fascisti, si ammira anche l’elegante passo indietro. Accade soprattutto di questi tempi. Fino all’anno scorso la Munich Security Conference escludeva esponenti di AfD in nome del vecchio fronte democratico. Ma nel 2026 ci ha ripensato, invitando con tutti gli onori i capi dell’estrema destra tedesca. Troppi voti per tenerli fuori.
Lo sdoganamento degli impresentabili da parte dell’establishment, dopotutto, si muove in sincrono con lo sviluppo delle alleanze politiche, più o meno manifeste. Già nel gennaio 2025 una mozione della Cdu contro gli immigrati era passata al Bundestag grazie ai voti dell’AfD, insieme a quelli dei liberali della Fdp. Analoghi abboccamenti tra destra estrema, conservatori e liberali sono all’ordine del giorno, in tutta Europa. Sulla circostanza che qualche sincero liberale italiano chieda voti a Futuro nazionale ci si può interrogare sul quando, non sul se.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’alleanza sia impossibile: liberali e “oltrefascisti” sono troppo diversi. Non necessariamente. Esiste almeno un terreno sul quale le distanze si accorciano: il lavoro.
Il doppio gioco della destra estrema è noto. Nella propaganda lamenta il depauperamento dei lavoratori ma nell’azione parlamentare e di governo fa di tutto per impedire la loro riunificazione di classe. Rassemblement national, Vox, Reform Uk, Vlaams belang si oppongono ai contratti collettivi, alle tutele sindacali, agli scioperi. In questo senso, il novello caso Vannacci è già istruttivo. A parole Futuro nazionale invoca un salario minimo orario ma in parlamento ha immediatamente votato contro. La retorica sociale resta. Quando arrivano le decisioni, si serrano i ranghi del capitale.
Vannacci, in fin dei conti, è già meloniano. Anzi, è già pronto al dialogo coi liberali. E viceversa. L’anno prossimo, a Cernobbio, anche le cortesi obiezioni del liberaldemocratico Monti potrebbero diventare uno sbiadito ricordo. Dopotutto i salotti buoni servono a questo: ci si incontra, ci si riconosce, alla fine si governa insieme.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/09/2026
La danza salottiera tra padroni e impresentabili
03/09/2026
Militari al potere, con la collaborazione dei media
L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi... – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra.
Se ci fosse una preoccupazione reale per l’“espansionismo russo” vedremmo – sì – crescere l’allarme, ma anche prendere in esame le possibili soluzioni per evitare la guerra, ovviamente in compresenza di spinte guerrafondaie ben nutrite (dai costruttori di sistemi d’arma).
In fondo l’idea di andare allo scontro con una potenza che dispone di quasi seimila testate nucleari, nonché di missili ipersonici non intercettabili (significa che se un missile parte verso casa tua, sicuramente arriva a destinazione), dovrebbe far venire un brivido lungo la schiena soprattutto a chi governa questo sfortunato angolo di mondo, perché due informazioni attendibili sull’arsenale del nemico – contrariamente alla popolazione – le possiede certamente.
Invece, dalle “alte” (si fa per dire...) gerarchie europee alle ridicole macchiette nostrane, è tutto un friccicore di celodurismo dichiaratorio, posture “macho” in stile Kaja Kallas, “no pasaran” da guerriglieri dei Parioli...
Con un risvolto politico interno immediato e chiaro: chiunque metta in discussione questi governi, protesti in vario modo (dalle vertenze sindacali alle manifestazioni di dissenso) viene tacciato di essere un potenziale “agente putiniano”, quindi da tacitare, sanzionare, confinare (politicamente per ora), estromettere dal palcoscenico politico.
È il solito vecchio gioco dei regimi che vanno alla guerra (“taci! il nemico ti ascolta!”), quasi ridicolo per governi che traballano come una zattera nel mare in tempesta. L’Italia deve andare ad elezioni, Macron è da anni senza una maggioranza e cambia governi più spesso delle lenzuola, la Gran Bretagna idem, in Germania c’è un tale senza più maggioranza che parla come un nazista per rallentare l’arrivo dei nazisti dell’AfD... Ecc..
In questo solito vecchio gioco c’è comunque una stranezza che nessuno riesce a spiegare: il sistema mediatico pare impegnatissimo a indicare nel “nazista de noantri” – un ex generale che si propone di far tornare l’Italia all’epoca delle palafitte – il nemico assoluto, gonfiandone le (poche) iniziative e frasi fatte fino a farne il pilastro dei palinsesti e del dibattito politico.
L’idea, ritenuta evidentemente “geniale”, di presentarlo come un “agente di Putin” non appare peraltro in grado di frenarne l’ascesa nei sondaggi. E non dovrebbe sorprendere, in un paese in cui la contrarietà alla guerra e al riarmo supera in genere i due terzi dei cittadini.
Ciò nonostante si continua su questa solfa, ignorando completamente le (poche) ricostruzioni giornalistiche serie che hanno portato alla luce – nero su bianco, con nomi, cognomi e cifre – la rete di facilitatori-esperti-finanziatori-influencer che hanno strutturato il suo “movimento”.
Come i nostri lettori sanno, questa ricostruzione NON porta alla Russia, ma a Steve Bannon, stratega elettorale di Trump nel suo primo mandato, poi referente della Lega salviniana ed altri fascistoidi che volevano regalargli pure la Certosa di Trisulti. Nomi, cognomi, cifre.
L’altro elemento fondamentale completamente ignorato dai media è che i suoi “collaboratori” principali, compreso il candidato-sindaco di Milano, sono a loro volta alti o ex ufficiali delle forze armate, con una visibile preferenza per quelli dei “corpi speciali” o dei carabinieri.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea, nel giornalista medio, è semplice: com’è possibile che il fior fiore (si fa per dire) delle nostre forze armate sia tutto “putiniano”? Che si porta dietro l’altra: come facciamo ad andare alla guerra contro la Russia con un esercito guidato da “agenti di Putin”?
A noi, che siamo finti ingenui, sembra piuttosto che tutto il sistema mediatico (e quello politico) stia invece creando una “classe dirigente militare” da portare eventualmente al governo del paese. Ovviamente fascista nel dna, retrograda sul piano della cultura civile, pericolosissima. Non con un golpe, ma attraverso elezioni profondamente truccate (media orientati, leggi elettorali su misura, ecc.).
Ma si tratta di una “classe dirigente” completamente al servizio della Nato, o almeno della sua guida tuttora dominante: gli Stati Uniti, ovviamente in versione Trump.
L’unica incertezza riguarda quindi il sistema dei media (giornalisti e conduttori, non certo gli “editori” che sono attentissimi): tanta “collaborazione” con il piano di militarizzazione è consapevole o semplicemente frutto dell’idiozia che inevitabilmente matura con il servilismo?
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Tajani agita ingerenze russe sulle elezioni per blindare il quadro politico italiano
Sarebbe tutto parte della famosa “guerra ibrida” che il Cremlino starebbe conducendo contro le “democrazie” occidentali, sbandierata a più non posso negli ultimi anni. Tajani è convinto che un’ingerenza del genere “possa accadere, per questo bisogna intervenire in anticipo”: è tutto in questa frase il senso vero dell’ennesima sparata del responsabile degli Esteri italiani.
In cosa consisterebbe questo “intervento preventivo”? Significa, in sostanza, usare lo spauracchio della Russia per cancellare qualsiasi dissenso interno, in modo tale da blindare il quadro politico intorno a varie sfumature – di centrodestra o centrosinistra – del processo di riarmo necessario ad alimentare le velleità di una UE “grande potenza globale”.
Tajani ha detto esplicitamente che il timore è che Mosca voglia “indebolire la posizione dell’Unione Europea”, mentre i governi del Vecchio Continente stanno lavorando per rafforzarne il ruolo internazionale. Ma se al proprio interno ci sono resistenze, tra chi vede la propria produzione industriale colare a picco e chi non vuole diventare carne da cannone per la guerra degli imperialisti europei, bisogna correre ai ripari irregimentando quel che è permesso pensare e dire.
Non è un ragionamento appena abbozzato: un “ministero della Verità” europeo è già stato istituito, nonostante gli allarmi di molti esperti e organizzazioni per la libera informazione. La Germania ha appena usato il tema di un’escalation con la Russia per avviare un’evidente campagna di pressione pubblica rivolta, intanto, alle prossime elezioni in Sassonia.
A supporto della propria “analisi”, il titolare della Farnesina ha richiamato sia un recente rapporto Copasir sia precedenti di tornate elettorali nazionali e comunitarie. Peccato si sia scordato di citare quando, come in Romania, la campagna di disinformazione diventata poi il capro espiatorio per annullare le elezioni che avevano visto la vittoria del candidato “sbagliato” fosse partita... dai liberali.
Anche in questo caso, probabilmente, per Tajani ci sarebbe “un punto” fino a dove valgono le ingerenze manipolatorie, così come per il diritto internazionale, a suo dire... Ma, al di là delle battute, le sue parole sono in linea con quelle di Berlino e di Kaja Kallas che, in quanto rappresentante degli Affari Esteri per la UE, ha sottolineato l’insofferenza per chi esita sulle sanzioni, mentre Bruxelles prepara un nuovo “pacchetto”.
A Wicklow si è discusso anche dell’impiego dei beni sovrani russi immobilizzati negli istituti finanziari europei per finanziare la ricostruzione e il supporto a Kiev. Tajani ha chiarito che Roma non è contraria all’idea, ma ha ribadito la necessità che ogni mossa poggi su solide basi normative, che però non esistono (è difficile “legalizzare” il furto di depositi bancari tra Stati): è il solito dibattito che va avanti da anni, ormai.
Tajani ha poi approfondito il “fronte” italiano della propaganda guerrafondaia attraverso la Russia parlando anche dell’articolo pubblicato dal Financial Times, in cui l’europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, l’ex generale Roberto Vannacci è stato descritto come un potenziale “cavallo di Troia” degli interessi del Cremlino nel panorama politico della penisola.
Interpellato direttamente sull’indiscrezione, Tajani ha mantenuto un profilo istituzionale e prudente. Il militare buttatosi in politica rimane il facile bersaglio cui addossare tutti i mali del Paese, da entrambe le ali del Parlamento, pur sapendo che comunque è perfettamente allineato in senso atlantico e con una UE armata.
Ma le preoccupazioni cui dà voce convincono una fetta sempre più importante dell’elettorato di centrodestra. Il che rende complicato l’additare Vannacci come un “mostro” nella previsione che, fra non molti mesi, si potrebbe dover contrattare col generale la prossima maggioranza...
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11/08/2026
Vannacci è un'operazione trumpiana
Ciò nonostante, la ricostruzione fornisce un insieme di informazioni che è necessario conoscere per inquadrare esattamente un “fenomeno” che i media mainstream stanno gonfiando come un pallone – e soprattutto come previsto dai progettisti del “fenomeno” – anche da quanti ritengono di contrastarlo sul piano della “decenza linguistica” su immigrazione e zone limitrofe.
Fino ad inventarselo come “putiniano” solo perché, trumpianamente, ha un’altra gerarchia di “nemici”.
La ricostruzione delle tappe e della gestione dei fondi porta invece a centrali decisionali piuttosto note – come Steve Bannon e la galassia statunitense “Maga” – e ad un sottoscala da sempre protagonista delle peggiori avventure reazionarie in Italia: massoneria e militari, in particolare delle “forze speciali” (paracadutisti, incursori di marina, carabinieri, ecc.).
L’idea di fondo del “prodotto Vannacci” – al di là degli stracci retorici per attirare l’attenzione dei pirla (come la “remigrazione”) – appare ogni giorno sempre più chiara e intollerabile: portare i militari nelle stanze del potere politico. Lo dimostra anche la scelta di candidare un altro generale, Carmelo Burgio, in forza ai carabinieri, a sindaco di Milano.
L’idea dei militari al potere, sebbene in forme meno “totalitarie”, attraversa peraltro anche le fila dei sostenitori del “campo largo”, con la suggestione di “far scendere in politica” Franco Gabrielli – ex capo della Polizia, nonché ex direttore dei servizi segreti interni (il Sisde, poi Aisi), prefigurando una fintissima “alternativa” tra due modi di mettere la “sicurezza percepita” al centro dell’agenda politica.
Quando le soluzioni alla crisi diventano introvabili, ma non si sa o non si vuole cambiare il sistema sociale fondato sulla proprietà privata, i militari restano sempre l’ultima risorsa, anche dei sedicenti “liberali”.
Buona lettura.
Febbraio 2023.
Che cosa sa un bot di Wikipedia di un libro che non è stato ancora scritto?
Prova a farci caso. È una domanda strana. È una domanda che i giornali non hanno mai fatto. E quando cominci a fare domande strane, le risposte diventano ancora più strane.
Febbraio 2023, dicevo. Roberto Vannacci non ha ancora detto nulla pubblicamente. Non ha contratti editoriali. Non ha casa editrice (sarà autopubblicato su Amazon KDP). Non ha comunicato a nessuno che sta scrivendo un libro. Vannacci è a Mosca, in missione da addetto militare presso l’ambasciata italiana. È un uomo invisibile.
Eppure qualcuno a febbraio comincia a modificare la sua pagina Wikipedia. Sistematicamente. Non correzioni casuali. Non contributi di un appassionato. Lavoro metodico: riorganizzazione della struttura biografica, aggiunta di sezioni, standardizzazione dello stile, pulizia narrativa.
È il lavoro di chi prepara un profilo per la viralità futura.
Il bot si chiama “Hockler73”. Non ha una pagina di discussione attiva. Non interagisce con la comunità. Appare, modifica, scompare. È come se fosse stato istruito, attivato, usato, e poi disattivato.
Sei mesi dopo, agosto 2023, Vannacci carica il libro su Amazon. Nel giro di 24 ore: 100.000 ricerche Google. Nel giro di una settimana: 93.700 copie vendute. Nel giro di tre mesi: mezzo milione di euro lordi. Una traiettoria così perfetta che sembra un prodotto industriale.
E qui chiedi: come? Come fa una autopubblicazione su Amazon a raggiungere 100.000 ricerche Google in 24 ore? Non succede per merito letterario. Non succede per passaparola organico. Succede per coordinamento.
Ma quando cercavo di tracciare chi coordinava, trovavo il vuoto.
Domanda numero uno: chi coordina il denaro?
Non è una domanda astratta. È il punto di ingresso di tutta l’inchiesta.
Se costruisci un movimento politico che vende mezzo milione di copie di un libro, che raccoglie decine di migliaia di iscritti, che amplifica una voce su tutti i social media – chi paga per coordinare questo? Chi gestisce i social? Chi amplifica il messaggio? Chi risponde al telefono quando qualcuno ha bisogno di coordinamento?
Fai una ricerca. Traccia le agenzie di comunicazione. Leggi i contratti di Vannacci. Cerca il nome di un responsabile social media, di un consulente politico, di un comunicatore visibile.
Troverai il vuoto. Niente. Silenzio.
Non è incompetenza. È design.
Perché quando cerchi chi coordina Vannacci trovi tre nomi che rimandano uno all’altro, ma nessuno è il coordinatore vero. E quando cerchi il denaro che finanzia il coordinamento, lo trovi diviso in quattro serbatoi diversi, ognuno legale, ognuno trasparente – ma solo come singolo elemento. Insieme, formano un tunnel.
Il primo serbatoio è il libro stesso: 860.000 euro lordi, 578.000 netti a Vannacci, agosto 2023. Il denaro arriva, viene speso, e poi il tracciamento diventa confuso.
Ma nel momento esatto in cui il libro raggiunge il picco di viralità, accade qualcosa. Il 26 agosto 2023, esattamente una settimana dopo il lancio, qualcuno fonda ufficialmente un’associazione culturale chiamata “Il mondo al contrario”. È il nome del libro. Vannacci dirà ai giornalisti di non saperne nulla. Non ha comunicato direttamente l’idea. Non ha autorizzato nulla.
Ma l’associazione esiste. È registrata. E chi la fonda? Fabio Filomeni.
Ed ecco che arriviamo alla prima vera risposta: non è Vannacci che coordina se stesso. È la rete dietro Vannacci.
Fabio Filomeni: l’architetto invisibile
Qui è dove la storia comincia a rivelare la sua vera natura.
Fabio Filomeni non è un collaboratore casuale. Non è un assistant di comunicazione. È un tenente colonnello della Folgore in congedo. Ha 15 anni di carriera nei reparti speciali – 9° Col Moschin, quella unità d’elite che tutti conoscono e nessuno sa come funziona davvero. Due master: uno in antiterrorismo internazionale, uno in security e intelligence.
E soprattutto questo: ha una storia professionale con Vannacci che dura 25 anni. Somalia, Bosnia, Iraq, Yemen. Stessi reparti, stessi missioni, stesse operazioni. Non sono amici. Sono due uomini che si conoscono nel modo che solo due soldati d’elite possono conoscersi: con affidamento totale, con assenza di chiacchiere.
Adesso prova a capire cosa succede nel agosto 2023. La viralità del libro è al massimo. Vannacci è il nome di tendenza. E Filomeni, l’uomo che conosce Vannacci da 25 anni, l’uomo con background in intelligence e security, annuncia pubblicamente la fondazione di “Il mondo al contrario”.
Vannacci nega di saperne nulla. La stampa accetta la negazione. Fine della storia.
Ma prova a leggere tra le righe per un momento. Se Vannacci è davvero sorpreso dalla fondazione, perché non la contesta? Perché non dice “no, io non supporto questa associazione, sono terzo”? Perché il presidente dell’associazione rimane Filomeni per 20 mesi, tranquillo e invisibile, costruendo la struttura organizzativa di tutto il movimento?
Perché se Vannacci è stato sorpreso, allora la sorpresa è la negazione, e la verità è il coordinamento.
Cosa fa Filomeni da agosto 2023 a marzo 2025?
Fonda l’associazione. Crea le prime cellule territoriali. Raccoglie tesseramenti (30 euro l’uno, e le stime parlano di 12.000 iscritti = 360.000 euro annui). Costruisce una rete di coordinamento che rimane invisibile sui media. Non appare mai sulle TV. Non dà interviste. Non scrive articoli. Rimane dietro le quinte, facendo il suo lavoro di ufficiale: organizzare la struttura, mantenere la catena di comando, assicurare che i comunicati passino dal canale giusto al momento giusto.
È compartimentazione militare applicata a un movimento politico. È il modo di operare della Folgore: ogni elemento sa solo quello che deve sapere. I soldati ricevono ordini, non spiegazioni. La rete funziona per comparti stagni.
E poi, marzo 2025, Filomeni se ne va.
Non è una partenza casuale. È una rottura. “Divergenze politico-organizzative”, dichiara ufficialmente. Cosa significa? Significa che Filomeni e Vannacci hanno avuto una discussione su dove sta andando il movimento. Significa che Filomeni ha detto “io non vado in questa direzione” e se ne è andato. Significa che fino a marzo 2025, Filomeni era davvero nelle decisioni strategiche, non era una marionetta che eseguiva ordini.
Quando Filomeni se ne va, chi prende il suo posto naturalmente?
Massimiliano Simoni: il luogotenente che rimane
Massimiliano Simoni è un consigliere regionale della Toscana, ex-Lega. È un ex-sottufficiale della Folgore. È massone.
Vedi il pattern? Vannacci è della Folgore. Filomeni è della Folgore. Simoni è della Folgore. Non è coordinamento casuale. È continuità di subcultura militare: gli stessi valori gerarchici, lo stesso modo di operare per comparti, lo stessa comunicazione non verbale tra gli elementi.
Quando Filomeni lascia il posto, Simoni è la continuità naturale. Non perché Vannacci lo sceglie. Perché la rete della Folgore funziona così: rimpiazzi un tassello con un altro tassello della stessa formazione.
Dal marzo 2025 in poi, Simoni è il Coordinatore Nazionale di Futuro Nazionale (il partito fondato a febbraio 2026). Cosa vuol dire coordinatore nazionale? Vuol dire che quando Vannacci parla alle riunioni pubbliche, è Simoni che assicura che i 200+ team territoriali ricevano le istruzioni. È Simoni che gestisce il tesseramento. È Simoni che ha il numero di telefono di tutti i referenti regionali. È Simoni che firma i contratti con i fornitori.
È il luogotenente operativo. È la persona che trasforma le intenzioni di Vannacci in azioni concrete.
Ma Simoni ha un’altra caratteristica importante: è massone da anni.
Questa non è un’osservazione casuale. È il secondo nodo della rete.
Luca Sforzini e il nodo massonico
Nel dicembre 2025, viene annunciato il “Centro Studi Rinascimento Nazionale”. È un think tank. È una struttura di ricerca. È una forma di legittimazione intellettuale per le posizioni politiche di Vannacci.
Il presidente è Luca Sforzini.
Sforzini è massone da 30 anni. Lo dice lui stesso nel suo CV pubblico: “consulente per importanti soggetti politici e finanziari”, “specializzato in gestione di flussi istituzionali”. Quando dici questo, in Italia, significa che conosci i canali finanziari opachi, che sai come muovere denaro tra fondazioni senza che rimanga traccia, che conosci i nodi della rete di potere nascosto che collega massoneria, politica, e finanza privata.
La sede del Centro Studi è il Castello Sforzini, proprietà privata di Luca Sforzini, provincia di Alessandria, nel Piemonte. Non è uno studio in un palazzo ministeriale. Non è un’università. È un castello privato. È uno spazio controllato, non pubblico, dove possono incontrarsi persone senza che i media lo sappiano. È la struttura fisica perfetta per un think tank che gestisce finanziamenti opachi.
Nel gennaio 2026, tre settimane prima di fondare ufficialmente Futuro Nazionale, viene fondata “Fondazione Generazione Xa”. Chi è il presidente formale? La moglie di Vannacci, Camelia Mihailescu. Chi è il direttore operativo? Massimiliano Simoni.
Come può esistere una fondazione privata con tariffario di donazioni (Simpatizzante 100 euro, Oro 500, Platino 1.000, Diamante 2.000-5.000 euro) senza bilancio pubblico? Facilmente. Perché in Italia una fondazione non ha l’obbligo di trasparenza che ha un partito politico.
E come mai le donazioni massime rimangono sotto i 3.000 euro, il limite legale di tracciamento? Non per caso. Per design.
Prova a disegnare l’organigramma ora:
- Vannacci: volto pubblico
- Filomeni (fino a marzo 2025): architetto strategico
- Simoni (marzo 2025-oggi): luogotenente operativo, massone, collegamento con rete massonica
- Sforzini: facilitatore massonico, gestore di flussi finanziari opachi, proprietario della infrastruttura fisica
È struttura perfetta per l’invisibilità.
Ma dove va il denaro che raccolgono?
Come scompare mezzo milione di euro
Traccia il denaro.
Agosto 2023: il libro vende 93.700 copie. Vannacci riceve 578.000 euro netti. Destinazione dichiarata: finanziamento privato dell’operazione.
Marzo 2024: “Il mondo al contrario” viene registrata ufficialmente come associazione. Essa raccoglie tesseramenti a 30 euro l’anno. Stima: 12.000 iscritti = 360.000 euro annui. Per legge, può trasferire massimo 100.000 euro all’anno a un partito politico. Domanda: dove vanno gli altri 260.000 euro?
Risposta: il bilancio non lo dice. Perché un’associazione culturale non ha obbligo di trasparenza.
Gennaio 2026: “Fondazione Generazione Xa” raccoglie donazioni con tariffario esplicito. Importi massimi: 5.000 euro, ma la maggior parte rimane sotto i 3.000 euro per evitare tracciamento. Per cosa? Per “corsi di leadership”, dice il sito. Stima annuale: 50-100.000 euro. Dove vanno? Il bilancio non lo dice.
Dicembre 2025: “Centro Studi Rinascimento Nazionale” raccoglie donazioni online (“Per donare, clicca qui”). Bilancio pubblico: assente. Denaro tracciato: zero.
Febbraio 2026: nasce Futuro Nazionale come partito politico registrato. Futuro Nazionale ha obbligo di trasparenza. Ha pubblicato i bilanci. Sono stati dichiarati 316.918,52 euro in 4 mesi (febbraio-giugno 2026). Il 26% viene da “Il mondo al contrario” (83.300 euro). Il resto viene da donatori privati: costruttori, importatori di carburante, gioiellieri, ferrovieri.
Pagella Politica nota: “Il sistema di tesseramento di Futuro Nazionale non verifica l’identità di chi versa denaro. Teoricamente chiunque potrebbe versare usando un nome falso”.
Sommami il denaro dichiarato:
- Libro: 860.000 euro lordi (578.000 netti)
- “Il mondo al contrario” tesseramento (2.5 anni): 900.000 euro lordi
- Futuro Nazionale (4 mesi): 316.918 euro
- Fondazione Generazione Xa (6 mesi): 50-100.000 euro
- Centro Studi (2 mesi): 30-50.000 euro
Adesso fatti la domanda che gli economisti si fanno quando vedono questa cifra: per cosa è stata spesa?
Perché Vannacci non ha ufficio di comunicazione tracciabile. Non ha agenzia pubblicitaria. Non ha responsabile social media stipendiato. Non ha budget di digital marketing documentato. Non ha contratti con influencer. Non ha spese dichiarate per operazioni online.
Eppure ha:
- Bot Wikipedia coordinato a febbraio 2023
- Viralità su Google 100.000 ricerche in 24 ore
- Amplificazione su TikTok, Instagram, Facebook, Telegram, YouTube
- Coordinamento con War Room di Steve Bannon
- Costo minimo di queste operazioni: 150-310.000 euro annui (stima conservativa).
Questo significa che o il denaro è speso in nero (illegale), o il denaro viene spostato tra i quattro serbatoi in modo che non risulti traccia della destinazione finale.
Entrambe le conclusioni portano allo stesso punto: la struttura è costruita appositamente per offuscare dove vanno i soldi.
La scoperta che cambia tutto: Bannon, Harnwell, Washington
Fino a questo punto, potrebbe essere solo corruzione italiana standard. Denaro opaco, strutture parallele, nessuno sa chi paga chi.
Ma poi trovi il collegamento internazionale. E tutto cambia.
Ottobre 2025. War Room, il programma di Steve Bannon trasmesso dagli USA. Bannon è consigliere di Donald Trump, architetto della strategia MAGA, e negli ultimi anni si è specializzato nel costruire alleanze con movimenti sovranisti europei. Qual è il punto? Frammentare l’Europa dall’interno, indebolire l’UE, creare un asse USA-Orbán-sovranisti.
A ottobre 2025, War Room presenta pubblicamente una canzone intitolata “Charlie, Man of Freedom”, scritta da Giulio Curatella (nomen omen – coordinatore di Vannacci nel Centro-Sud) e interpretata in studio con Benjamin Harnwell presente.
Chi è Benjamin Harnwell?
Harnwell è il rappresentante permanente di Bannon in Italia. È basato nella Certosa di Trisulti, una struttura religiosa storica nella provincia di Frosinone. Ha costruito una rete di think tank, accademici, influencer francesi e italiani che lavorano sulla “sovranità nazionale”, sulla “difesa della civiltà occidentale”, su “resistenza alla censura dell’UE” (il famoso Digital Services Act e Digital Markets Act che piacciono poco a Bannon e Trump).
Febbraio 2026 – esattamente quando Vannacci fonda Futuro Nazionale, Il Giornale pubblica un’intervista a Harnwell. Dichiara: “Il generale e io siamo in contatto diretto. Tengo aggiornato Steve Bannon sugli sviluppi di Futuro Nazionale”.
Non è una frase casuale. È una dichiarazione di collegamento operativo. Significa che Bannon sa cosa fa Vannacci. Significa che c’è una linea di comunicazione. Significa che il movimento italiano è coordinato con la strategia MAGA americana.
Ma dove è il finanziamento?
Aspetta tre mesi.
Giugno 2026. Il Dipartimento di Stato americano pubblica ufficialmente bandi per finanziare “organizzazioni della società civile europea” che si oppongono alla censura online (DSA, DMA), che difendono la sovranità nazionale, che promuovono una “filosofia politica, un diritto e un patrimonio di civiltà occidentale comuni”.
Importo: fino a 3 milioni di dollari per ricevitore.
Luglio 2026. Financial Times rivela: “Il Dipartimento di Stato americano finanzia think tank europei allineati con il network MAGA”.
E qui arriviamo al nodo:
Il Centro Studi Rinascimento Nazionale potrebbe candidarsi come “think tank di ricerca sulla sovranità nazionale”. La Fondazione Generazione Xa potrebbe candidarsi come “organizzazione educativa per la formazione dei leader patrioti”. Entrambe potrebbero ricevere finanziamento tracciato, legale, pubblico dal Dipartimento di Stato americano. E nessuno sospetterebbe il collegamento con Vannacci, perché il finanziamento arriverebbe come premio per ricerca accademica, non per attività politica.
È perfetto. È tracciato. È legale. È invisibile.
Domanda ora: quando è stato deciso di fondare Generazione Xa (gennaio 2026)? Quando è stato deciso di lanciare il Centro Studi (dicembre 2025)? Prima che i bandi USA diventassero pubblici (giugno 2026).
Cosa significa? Significa che qualcuno, a Novembre 2025, sapeva già che i bandi stavano arrivando. Sapeva quali criteri avrebbero avuto. Sapeva che era il momento di costruire le strutture legali per ricevere quei finanziamenti.
Chi sa queste cose prima che il Dipartimento di Stato le annunci pubblicamente?
Persone come Benjamin Harnwell. Persone che siedono a tavoli dove si parla di strategia MAGA a livello internazionale.
La massoneria come nodo di connessione
Qui arriviamo al terzo elemento che nessuno ha notato: la massoneria italiana come facilitatore di questa operazione.
Simoni è massone. Sforzini è massone da 30 anni. Nel febbraio 2026, il giornale Repubblica pubblica che Gianmario Ferramonti (uomo legato alla P3, la massoneria nera erede della P2 di Licio Gelli, condannato negli anni ’90 per “associazione per delinquere”) viene “riattivato” e torna come “accompagnatore” di Vannacci.
Non è una figura simbolica. È un uomo che conosce i canali dell’intelligence, che ha contatti internazionali, che sa come muoversi nei sottotronchi della rete di potere.
Perché riattivare un ex-P3 nel febbraio 2026? Nel momento esattamente in cui il collegamento con Bannon e il Dipartimento di Stato diventa più esplicito?
Perché la massoneria italiana è l’intermediaria tra potere americano e potere italiano. È il nodo che collega Washington a Roma senza lasciare traccia diplomatica ufficiale.
Simoni facilita il collegamento con la rete massonica italiana. Sforzini canalizza il denaro attraverso le strutture massoniche. Ferramonti attiva i contatti nelle istituzioni italiane (magistratura, intelligence, governo) per assicurare che nessun procedimento legale disturbi l’operazione.
È il modello di come funziona davvero il potere transnazionale: non attraverso ambasciate ufficiali, ma attraverso reti parallele di uomini che si conoscono, che hanno giurato fedeltà gli uni agli altri, che operano per compartimenti stagni.
Cosa significa per l’Italia. E per l’Europa
Se Vannacci fosse solo un fenomeno politico locale, questa sarebbe una storia interessante di finanziamenti opachi.
Ma Vannacci non è locale. È il modello.
Lui è la prova di concetto di come costruire un movimento politico nazionale europeo usando:
- Denaro estero mascherato da bandi “ufficiali” (Dipartimento di Stato USA)
- Strutture legali parallele per offuscare i flussi finanziari (quattro enti, ognuno con zero bilancio pubblico)
- Reti massoniche come facilitatori istituzionali (Simoni, Sforzini, Ferramonti)
- Coordinamento con network politico internazionale (Bannon, Harnwell)
- Amplificazione digitale coordinata senza firma (bot Wikipedia, viralità, War Room)
- Subcultura militare come colonna vertebrale operativa (Folgore, compartimentazione, gerarchia)
Vannacci nel giugno 2024 prende 532.368 preferenze alle europee. Nel febbraio 2026 fonda un partito nuovo che riesce a raccogliere 316.000 euro in 4 mesi. Nel giugno 2026 ha assemblea costituente con 1.700 persone in una sala a Roma.
Tutto questo – tutto questo – è stato costruito con l’invisibilità come architrave fondamentale.
Nel momento in cui l’UE sta cercando di regolamentare i contenuti online (DSA, DMA), emergono movimenti politici sovranisti che contestano la regolamentazione, finanziati da chi negli USA contesta la regolamentazione.
Nel momento in cui l’UE discute di aiuti militari all’Ucraina, emergono movimenti “sovranisti anti-guerra”, allineati con la posizione USA di Trump di ridurre il supporto americano.
Nel momento in cui l’Europa cerca autonomia strategica dagli USA, nascono reti di “sovranisti” finanziati USA per impedire l’autonomia strategica.
Vannacci è il sintomo. Il vero fenomeno è la rete. E il vero pericolo è che la rete rimane invisibile mentre il sintomo rimane visibile.
Chi sa che Vannacci è finanziato da Bannon e dal Dipartimento di Stato?
Nessuno. I giornali lo hanno riportato frammentando pezzi, senza collegare i punti. Il pubblico italiano non sa. Il pubblico europeo non sa. E nel momento in cui Vannacci entra in ESN (Europa delle Nazioni Sovrane) accanto a Viktor Orbán, accanto all’AfD tedesca, accanto ai “sovranisti francesi”, il voto europeo è già influenzato da un’operazione geopolitica mascherata da fenomeno politico locale.
Le elezioni italiane 2027 stanno arrivando. Dove andrà questo movimento? Quanta influenza avrà? Cosa chiederà il Dipartimento di Stato in cambio del finanziamento?
Le domande che non hanno risposta
- Perché il bot Wikipedia Hockler73 ha modificato la pagina di Vannacci sei mesi prima della pubblicazione del libro?
- Dove sono i bilanci di “Il mondo al contrario”, “Generazione Xa” e “Centro Studi Rinascimento Nazionale”?
- Chi ha il numero di telefono della persona che gestisce i social media di Vannacci, e quale contratto sottoscrive?
- Il Centro Studi Rinascimento Nazionale ha già presentato candidatura ai bandi del Dipartimento di Stato americano? Se no, perché è stato fondato a dicembre 2025, esattamente sei mesi prima dei bandi ufficiali di giugno 2026?
- Quali sono i contenuti delle comunicazioni tra Harnwell e Vannacci? Quali incontri fisici hanno avuto?
- Quando Vannacci uscirà dalla politica (e prima o poi uscirà), il sistema rimane attivo, pronto per il prossimo candidato? O è costruito solo intorno a lui?
- La massoneria italiana sa che sta facilitando un’operazione finanziata da potenza estera? E se lo sa, perché lo fa?
- Chi attiva Ferramonti nel febbraio 2026? Chi contatta chi? Chi chiede un favore a chi?
- Esiste traccia nei registri FARA (Foreign Agents Registration Act americano) di Harnwell come agente straniero? Esiste traccia di Vannacci come suo assistito?
- Dove sono i documenti di pianificazione strategica? Dove sono le email? Dove sono le prove di coordinamento?
È il perfezionamento della clandestinità legale.
Il punto di non ritorno
Se questa fosse una storia di corruzione criminale, avrebbe traccia legale. Un magistrato aprirebbe un procedimento. Ci sarebbe un’inchiesta. Ci sarebbe trasparenza forzata.
Ma questo è qualcosa di più sofisticato. È il funzionamento normale del potere transnazionale europeo del 2026.
È le quattro fondazioni parallele, ognuna legale, ognuna opaca, ognuna che protegge le altre dalla trasparenza.
È la massoneria italiana che facilita senza lasciare firma.
È il Dipartimento di Stato USA che finanzia attraverso bandi “ufficiali” che mascherano intenzione politica come ricerca accademica.
È il network MAGA che costruisce “alleanze sovraniste” europee mentre l’Europa discute di autonomia strategica.
È la compartimentazione militare applicata alla politica: nessuno parla, ognuno esegue il suo compito, la rete rimane invisibile.
Il risultato è un movimento politico nazionale, un europarlamentare, una “coalizione sovranista” che sta influenzando le decisioni politiche europee – tutto costruito sulle fondamenta dell’invisibilità strutturale.
Vannacci non è una persona. È una struttura che porta il volto di una persona.
E se Vannacci domani sparisse dalla scena pubblica, la struttura rimane. Rimane attiva, rimane finanziata, rimane coordinata con Bannon, rimane collegata al Dipartimento di Stato americano.
Perché il problema non è Vannacci.
Il problema è il sistema che lo sostiene. E il sistema non è italiano. È europeo. E dietro l’europeo, c’è l’americano.
Fonte
10/07/2026
Il perimetro infame del capitalismo italiano
Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.
Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.
A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.
Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.
Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.
Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.
Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.
Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.
Fonte
05/07/2026
La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.
Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?
Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.
La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.
Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.
Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...
Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.
Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.
Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.
Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?
Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.
Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.
Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...
Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.
L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.
Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?
Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.
Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.
Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?
È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.
Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?
Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.
Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.
Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.
Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...
Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.
Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.
A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?
Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.
Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.
Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...
È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.
Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.
Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?
Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.
In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.
Fonte
22/06/2026
Feltrinelli vide un pericolo che incombe anche sull’Italia di oggi
Era quella, del resto, l’aspirazione ufficiale del ’68 – la Rivoluzione – anche se poi molti ex leader di quella stagione hanno fatto di tutto per derubricarla a “voglia di cambiamento”, quasi una moda di stagione. Questo ricordo di uno di loro – peraltro oggi ricollocato come “sionista buono” – ha almeno il pregio di riconnettere la storia di una vita sicuramente particolare con la Storia, le passioni e i progetti politici che in quel tempo, e in quelle condizioni, erano e apparivano realistici. A prescindere dagli esiti successivi.
E che, a dipingere questo ritratto onesto della sua figura, sia proprio un rappresentante di quella parte di leadership sessantottina che si è perfettamente accomodata nei dintorni del potere (Lerner ha tra l’altro diretto il TG1 della Rai), dimostra secondo noi la forza enorme della sua presenza nella storia del movimento comunista italiano.
Si potrebbero aggiungere diversi altri eventi che giustificavano, allora, l’idea che qui in Italia fosse in preparazione un golpe militare sulla falsariga di quello della Grecia dei colonnelli. Eventi magari lasciati nella penna – o nella tastiera – per non trasformare un articolo in un saggio politico.
Certamente il “golpe Borghese” del ’71 sta in prima fila, visto che l’ex comandante della X Mas fascista fu autorizzato a prendere possesso – per una notte – del Ministero dell’Interno (quello oggi diretto da Piantedosi), tranne poi ricevere una telefonata che disdiceva l’ordine.
Lo scontro sociale e politico durò poi per almeno altri dieci anni ad alto livello, nonostante il Pci che aveva aderito alla “politica dei sacrifici” e alla “solidarietà nazionale”, fino a quando la sconfitta operaia nei “35 giorni alla Fiat”, nel 1980, un mese dopo la strage di Bologna, non segnò il trapasso dall’offensiva allo smantellamento delle conquiste strappate a suon di scioperi, manifestazioni, morti in piazza e nelle stragi di Stato.
Ma quella “intuizione” di Feltrinelli sul possibile ruolo dei militari nella trasformazione fascista del Paese e delle relazioni sociali è comunque confermata ancora oggi. Quando un generale dichiaratamente fascista viene elevato – da servizi segreti, sistema mediatico e un padronato senza più imprese industriali – a “guru” di una svolta reazionaria “definitiva”.
Ossia provvisoria, come ogni cosa nella Storia...
Il romanzo di Vassilis Vassilikos Z L’orgia del potere – da cui Costa-Gavras trasse un memorabile film premio Oscar – venne pubblicato da Feltrinelli nel 1969. Quello stesso anno, il 12 dicembre, all’indomani della strage fascista di piazza Fontana, Giangiacomo Feltrinelli avrebbe scelto di rendersi irreperibile, ovvero di passare alla clandestinità.
Aveva 43 anni, essendo nato il 19 giugno 1926, giusto un secolo fa. Il gran borghese predestinato a ereditare la guida di una delle dinastie del capitalismo italiano radicalizzava la sua scelta alternativa: dopo aver inventato una Biblioteca storica dei movimenti sociali e fondato la casa editrice che porta il suo nome, escogitò da ultimo un media illegale di natura assai diversa, Radio Gap, messaggi d’incitamento alla rivolta armata diffusi per mezzo di interferenze nel telegiornale Rai, e importò rudimentali tecniche di guerriglia latinoamericane.
Dalla teoria alla pratica, fino a morirne nel 1972 dilaniato sul traliccio di Segrate che voleva far esplodere in simultanea con un altro al lato opposto della metropoli. “Spegnere Milano”, ridurla al buio per alcune ore, sarebbe stato un innesco plateale, il salto di qualità insurrezionale necessario al nuovo movimento comunista.
La dottrina rivoluzionaria del fochismo, quella che prevedeva che la Sardegna si trasformasse nella Cuba del Mediterraneo, nella società italiana si rivelava velleitaria. Ma derivava da un’interpretazione del ciclo politico, economico e morale che per certi versi lo accomuna a Pier Paolo Pasolini – non solo per la fine tragica – da cui siamo tuttora sovrastati. Consiglierei di non prenderla sottogamba, visti i tempi.
Tre anni prima, agli esordi dello stragismo di destra, nelle librerie Feltrinelli veniva diffuso l’opuscolo Estate 1969 in cui Giangiacomo spiegava perché fosse concreta in Italia la minaccia di una deriva autoritaria. Il breve testo recava in appendice un monito del già citato Vassilikos: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
L’autore di Z si riferiva, ovviamente, al colpo di Stato del 1967. Vogliamo ricordare che in Italia il comando dell’Arma dei Carabinieri ne aveva concepito uno simile, il piano Solo, già nel 1964?
Feltrinelli non era un ossesso quando decise di dileguarsi. Le indagini sulle bombe, orientate a senso unico contro gli anarchici, lo avevano messo subito nel mirino. Scrisse allora di una “campagna d’odio, denigrazione, calunnia, persecuzione delle destre contro la casa editrice, le librerie e contro di me repressa oltre vent’anni”.
Cercò appoggio in partigiani come Cino Moscatelli, Giovanni Pesce, Aldo Natoli e nel vecchio dirigente comunista Pietro Secchia. Gli diede retta solo il genovese Giambattista Lazagna. Giocavano di sponda con lui Potere Operaio e le nascenti Brigate Rosse, interessati tanto alle sue risorse economiche quanto alle sue tesi.
L’esito fu disastroso, ma sarebbe ingiusto se travolgesse con sé le intuizioni e l’allarme che l’ultimo Feltrinelli voleva trasmetterci.
Non stiamo prendendo dalla parte sbagliata la commemorazione di un centenario della nascita. Troppo facile sarebbe limitarci a ricordare l’editore capace di sottrarre Il dottor Zivago alla censura sovietica e Il Gattopardo al cestino di altri editori; di trasgredire leggi ottuse pubblicando Giovanni Testori e importando nel baule dell’auto i Tropici proibiti di Arthur Miller stampati all’estero; traducendo Saul Bellow nel 1959, I sotterranei di Kerouac nel 1965 e Cent’anni di solitudine nel 1968.
Che a muoverlo fosse una consapevole intenzione politico-culturale, non solo fiuto editoriale, fu dimostrato nel 1967 dal poster con la foto di Che Guevara scattata da Albert Korda per la quale Feltrinelli rinunciò all’esclusiva sui diritti, trasformandola in un’icona contemporanea universale.
Giangiacomo Feltrinelli non fu il solo figlio della classe dirigente milanese a tradire la sua appartenenza privilegiata. Penso all’impegno culturale e organizzativo di Giovanni Pirelli per la lotta di liberazione in Algeria, un paese che divenne per lui ciò che Cuba fu per Feltrinelli. Penso al conte Dal Verme, a Luchino Visconti, al meno noto Nanni Ricordi che sostenne l’esperienza teatrale di Dario Fo e Franca Rame.
Se fu contro Feltrinelli che i benpensanti lanciarono campagne di speciale accanimento – da vivo e da morto – si deve al fatto che la sua opera ha dato vita a una vera e propria casamatta della sinistra italiana. Non a caso Renato Guttuso volle ritrarlo fra le personalità della storia del movimento operaio mondiale affrescate ne I funerali di Togliatti proprio nel 1972.
L’allarme sui pericoli autoritari lanciato da Feltrinelli non era insensato. I dirigenti dei partiti di sinistra all’epoca si erano tutti attrezzati per tale eventualità. E se ancora oggi la carta di riserva della destra è un generale... “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
Fonte
18/06/2026
Vannacci, il prodotto politico del Capitale
Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.
Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.
L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.
Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.
La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.
Come in ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.
Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie. Non lo sentiremo mai proporre una patrimoniale sulle grandi fortune, una tassazione degli extraprofitti energetici, un intervento contro la speculazione immobiliare che rende impossibile a milioni di persone accedere a una casa, oppure una redistribuzione della ricchezza accumulata da banche, fondi finanziari e multinazionali. Non lo vedremo denunciare il fatto che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta viene trasferita verso l’alto, mentre salari e pensioni perdono potere d’acquisto.
Al contrario, il conflitto viene costantemente spostato altrove. Il problema non sono i rapporti di potere che producono diseguaglianza, ma i migranti. Non sono le delocalizzazioni, la precarizzazione del lavoro o la finanziarizzazione dell’economia, ma l’arrivo di chi fugge dalla guerra o dalla miseria. Non è la riduzione progressiva del welfare pubblico, ma la presenza dello straniero che usufruirebbe di risorse destinate agli italiani. È una vecchia operazione politica: nascondere le cause reali del disagio sociale costruendo un nemico più debole da colpire.
Negli ultimi trent’anni il lavoro è stato reso sempre più precario, i diritti sociali sono stati progressivamente ridimensionati, il welfare è stato sottoposto a continui tagli, mentre quote crescenti di ricchezza si sono concentrate nelle mani di una minoranza. Interi territori sono stati impoveriti dalla deindustrializzazione, milioni di persone vivono una condizione di insicurezza economica permanente e una generazione intera è cresciuta tra bassi salari, contratti precari e impossibilità di costruire un futuro stabile. Eppure tutto questo scompare dal discorso pubblico vannacciano. Al suo posto compare una narrazione identitaria che promette protezione non attraverso maggiori diritti sociali, salari più alti o redistribuzione della ricchezza, ma attraverso l’esclusione di qualcun altro. È il meccanismo classico della guerra tra poveri: trasformare chi condivide la stessa condizione di vulnerabilità in un concorrente o in un nemico.
Qui emerge tutta la debolezza teorica e politica delle letture rossobrune che oggi cercano di saldare il malcontento sociale alle parole d’ordine della destra nazionalista. Non è un caso che personaggi come Marco Rizzo, un tempo sedicenti custodi dell’ortodossia veterocomunista, siano arrivati a fare da sponda politica e culturale a Vannacci. Perché il cuore del loro ragionamento consiste nel presentare le migrazioni come la causa principale dell’abbassamento dei salari e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Marx sosteneva esattamente il contrario. Nel Capitale scrive che «i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva», cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Il punto centrale è che l’esercito industriale di riserva non è un concetto etnico, nazionale o culturale. Non riguarda la provenienza delle persone. Riguarda la loro collocazione nei rapporti di produzione. Di questo esercito fanno parte i migranti, certamente, ma anche i precari, i disoccupati, i lavoratori intermittenti, quelli in nero, gli stagionali, i giovani costretti a lavori sottopagati, le donne espulse dal mercato del lavoro, i lavoratori minacciati dalla delocalizzazione o dall’automazione. In altre parole, tutti coloro che il capitale può utilizzare per comprimere il costo del lavoro e aumentare il proprio potere contrattuale.
Per Marx non è la nazionalità del lavoratore a determinare il livello dei salari. È il rapporto di forza tra capitale e lavoro. È il grado di ricattabilità della forza lavoro. È la presenza o meno di organizzazione collettiva. È la capacità dei lavoratori di resistere alla competizione che il capitale impone tra loro.
Se davvero i salari dipendessero dalla presenza degli immigrati, dovremmo spiegare perché negli ultimi trent’anni essi siano diminuiti o siano rimasti stagnanti anche in Paesi e territori con bassi livelli di immigrazione. Dovremmo spiegare perché la precarizzazione sia avanzata parallelamente alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla distruzione della contrattazione collettiva e all’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Dovremmo spiegare perché i profitti siano cresciuti mentre la quota di reddito destinata al lavoro diminuiva.
La verità è che la propaganda di Vannacci e dei suoi imitatori compie una gigantesca operazione ideologica: attribuisce ai migranti effetti che derivano invece dal funzionamento ordinario del capitalismo contemporaneo.
In termini storici e politici esiste poi un secondo elemento che Marx conosceva bene e che l’esperienza del movimento operaio ha confermato infinite volte. I salari non dipendono soltanto dalle leggi del mercato. Dipendono anche dal livello di organizzazione e di conflitto dei subalterni. Quando i lavoratori si organizzano, scioperano, costruiscono solidarietà e rapporti di forza, salari e diritti tendono a crescere. Quando invece sono divisi, frammentati, messi in concorrenza gli uni contro gli altri, il capitale rafforza il proprio potere e le condizioni di tutti peggiorano.
È esattamente qui che interviene la funzione politica del razzismo. Il migrante non serve tanto a sostituire il lavoratore italiano, come raccontano Vannacci e i teorici della “sostituzione etnica”. Serve piuttosto a dividere il lavoro salariato. A impedire che chi vive la stessa condizione di sfruttamento si riconosca come parte di un interesse comune. Il razzismo diventa così una tecnologia di governo della forza lavoro. Trasforma il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in un conflitto orizzontale tra sfruttati. È la vittoria più grande che il capitale possa ottenere.
Per questo Vannacci non rappresenta una minaccia per i grandi gruppi economici. Al contrario. La sua propaganda svolge una funzione preziosa: impedisce che la rabbia sociale si rivolga verso chi concentra ricchezza, potere e rendita. La indirizza invece contro chi sta ancora più in basso nella scala sociale. È il vecchio meccanismo della guerra tra poveri travestito da patriottismo. Ed è precisamente per questa ragione che il suo discorso, dietro la maschera della ribellione, finisce per essere profondamente conservatore.
La remigrazione rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa strategia. Dietro un termine apparentemente tecnico si nasconde un progetto che punta all’espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che sarebbe stata considerata impresentabile fino a pochi anni fa e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come una delle tante opzioni politiche disponibili.
Ma il punto decisivo è un altro. La remigrazione non nasce con Vannacci, il quale radicalizza qualcosa che esiste già. Le politiche di espulsione, i CPR, la detenzione amministrativa, gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione delle frontiere, i rimpatri forzati, la criminalizzazione dei migranti e della solidarietà sono già realtà. La differenza è che Vannacci porta alle estreme conseguenze un paradigma che la destra di governo ha contribuito a normalizzare.
Per questo è profondamente sbagliato descriverlo come un corpo estraneo rispetto a Meloni o Salvini. Vannacci è figlio di quella storia politica, ne rappresenta la versione più esplicita, meno diplomatica, meno attenta ai filtri istituzionali. Dice apertamente ciò che altri suggeriscono, rende slogan ciò che altri trasformano in norme, trasforma in programma ciò che altri realizzano gradualmente.
La sua crescita, inoltre, si inserisce in un contesto internazionale molto preciso.
La crisi economica, le guerre, il riarmo, il declino industriale europeo, la perdita di credibilità delle istituzioni democratiche e la crescente insicurezza sociale producono terreno fertile per figure che promettono ordine, identità e protezione.
Non è un caso che Vannacci insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione della società e difesa dell’identità nazionale. Sono i pilastri ideologici attraverso cui una parte delle classi dirigenti cerca di governare una fase di crisi profonda.
L’aspetto più pericoloso è che tutto questo avviene mentre il dibattito pubblico viene progressivamente svuotato delle questioni sociali fondamentali.
Vannacci svolge oggi una funzione politica precisa: contribuire a spostare il conflitto dal terreno della distribuzione della ricchezza a quello dell’identità. In una fase storica segnata da salari bassi, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti popolari, smantellamento del welfare e crescente concentrazione del potere economico e finanziario, la sua propaganda invita a guardare altrove. Non verso chi accumula ricchezza e rendite, ma verso i migranti; non verso i processi che producono sfruttamento, ma verso le differenze culturali; non verso le diseguaglianze sociali, ma verso le paure identitarie.
È esattamente la funzione che storicamente hanno svolto i movimenti fascisti: impedire che il malcontento si trasformi in conflitto contro i rapporti di potere esistenti, deviandolo contro i più deboli. In questo senso Vannacci non rappresenta una rottura con l’ordine economico dominante, ma uno dei suoi più efficaci strumenti di conservazione.
Parla alla piccola borghesia impoverita, ai settori popolari colpiti dalla crisi, a chi percepisce di aver perso status e sicurezza. Intercetta paure reali, ma offre risposte false. Individua problemi esistenti, ma costruisce capri espiatori invece di affrontarne le cause.
Il suo linguaggio aggressivo, il suo razzismo ostentato, l’omofobia esibita, la retorica della sostituzione etnica e della remigrazione non rappresentano una rottura con il sistema. Rappresentano piuttosto un modo per stabilizzare il sistema esistente. Perché ogni minuto trascorso a discutere dei migranti è un minuto sottratto alla discussione sulla distribuzione della ricchezza. Ogni polemica identitaria oscura le questioni del lavoro, della casa, dei servizi pubblici, della povertà crescente. Ogni campagna contro lo straniero allontana l’attenzione da chi trae profitto dall’insicurezza sociale.
Per questo Vannacci è un pericolo reale. Non tanto per le sue capacità politiche, che appaiono modeste, quanto per la funzione che svolge dentro una fase storica segnata da crisi economica, guerre e disorientamento sociale.
La vera domanda, allora, non è se Vannacci crescerà ancora, ma se esisterà una forza sociale e politica capace di riportare il conflitto sul terreno reale: quello della distribuzione della ricchezza, dei diritti sociali, del lavoro, della casa, della salute, della pace e della democrazia.
Perché finché il dibattito pubblico continuerà a ruotare attorno ai migranti, alle identità e alle paure costruite ad arte, i grandi vincitori resteranno gli stessi: gruppi economici che accumulano ricchezza, le oligarchie finanziarie, le industrie della guerra, le élite che prosperano sulle diseguaglianze.
E i Vannacci di turno continueranno a svolgere la funzione per cui sono stati storicamente utili: trasformare la rabbia sociale in consenso per l’ordine esistente.
Fonte
29/05/2026
Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario
C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che il merito è stato assassinato dal buonismo?
La risposta non è semplice, ma è urgente. Roberto Vannacci non è un’anomalia. È una funzione. E la funzione che svolge nel sistema politico italiano dice molto più sul fallimento della sinistra che sulla bontà delle sue idee.
In febbraio 2026, con l’abbandono della Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci ha compiuto il passo che molti osservatori attendevano da mesi. Il logo del nuovo partito – una fiamma tricolore, identica a quella di Fratelli d’Italia – non è una coincidenza estetica: è una dichiarazione programmatica.
Il generale non si nasconde. Annuncia apertamente una destra “vera, orgogliosa, identitaria, pura e contagiosa”. Parole che avrebbero fatto imbarazzare qualunque politico di professione. Parole che invece, in un sistema politico-mediatico sempre più incapace di elaborare il conflitto sociale, diventano benzina elettorale.
1. L’influencer con le stellette: anatomia di un fenomeno
Roberto Vannacci nasce politicamente nel 2023, quando pubblica a proprie spese «Il mondo al contrario», un pamphlet reazionario scritto in stile diretto, aggressivo e sistematicamente contrario ad ogni forma di pensiero progressista. Il libro vende centinaia di migliaia di copie.
Non perché riveli qualcosa di nuovo. Ma perché dice ad alta voce ciò che una parte consistente della popolazione italiana pensa sottovoce, intimorita da un presunto conformismo liberal che in realtà non ha mai dominato davvero il dibattito pubblico del Paese.
Quello che costruisce Vannacci non è un’ideologia originale. È un dispositivo comunicativo. La sua forza non risiede nella profondità del pensiero – che è assente – ma nella capacità di intercettare simultaneamente più flussi emotivi: la frustrazione del ceto medio impoverito, l’insofferenza verso il cosiddetta "politicamente corretto" percepito come imposizione elitaria, la paura dell’insicurezza urbana, il rimpianto di un ordine sociale che non è mai esistito così come viene immaginato.
Alle elezioni europee del giugno 2024, candidato nella lista della Lega, raccoglie oltre cinquecentomila preferenze personali, diventando il candidato più votato dell’intera lista. È il secondo più votato in assoluto in Italia. Entra al Parlamento Europeo e viene eletto vicepresidente del gruppo dei Patrioti per l’Europa.
Il meccanismo che produce questo risultato è antico nelle sue strutture profonde, ma radicalmente nuovo nelle sue forme tecnologiche. Vannacci è un general-influencer: una figura che utilizza i social media, la visibilità televisiva e il formato editoriale del saggio provocatorio per costruire un pubblico fidelizzato intorno a un’identità condivisa di opposizione. Non oppone il lavoro al capitale. Oppone il “popolo sano” alle élite corrotte dal cosmopolitismo, dall’immigrazione e dal progressismo culturale. È un populismo culturale travestito da buon senso.
2. Cyberfascismo: la matrice digitale del consenso reazionario
Per comprendere davvero il fenomeno Vannacci è necessario uscire dalla politologia contingente e collocarlo dentro una trasformazione più profonda del capitalismo contemporaneo. Quello che stiamo osservando non è semplicemente la resurrezione del nazionalismo europeo del Novecento in forma digitale.
È qualcosa di strutturalmente diverso, che possiamo definire cyberfascismo: la mutazione del pensiero reazionario attraverso le architetture dell’informazione digitale, i sistemi di profilazione algoritmica e le piattaforme di polarizzazione emotiva.
Il cyberfascismo non governa con la violenza di piazza, le camicie nere o i manganelli squadristi. Governa attraverso ciò che possiamo chiamare ipnocrazia: un regime dell’attenzione che produce consenso non attraverso la persuasione argomentata, ma attraverso la saturazione emotiva, la semplificazione narrativa e la ripetizione algoritmica degli stessi schemi interpretativi.
In questo regime, la verità non è ciò che è verificabile, ma ciò che è emotivamente efficace. Non si smontano i fatti: si rendono irrilevanti, li si sostituisce con frame identitari che non ammettono confutazione perché non appartengono al campo della ragione, ma a quello del sentimento tribale.
Vannacci è un prodotto perfetto di questo sistema. Il suo discorso non ha bisogno di essere coerente sul piano logico perché la sua funzione non è argomentare, ma identificare. Identificare un nemico – il “politically correct”, l’immigrato, il gender, l’Europa burocratica – e identificare una comunità di appartenenza di chi si sente “escluso” da quei valori.
Le piattaforme digitali – Facebook, Instagram, Telegram, YouTube – amplificano questo meccanismo in modo esponenziale, favorendo i contenuti che generano reazione emotiva intensa rispetto a quelli che producono riflessione articolata.
A questa dinamica si intreccia ciò che possiamo chiamare defattualizzazione: il progressivo sgretolamento del rapporto tra discorso pubblico e realtà verificabile. Quando Vannacci parla di “sostituzione etnica”, di “normalità biologica” o di “orgoglio nazionale umiliato”, non sta descrivendo fatti: sta costruendo una narrazione identitaria che prescinde dalla realtà empirica e che si alimenta di una percezione distorta, amplificata dai meccanismi delle bolle informative digitali.
La defattualizzazione non è frutto dell’ignoranza: è una tecnica politica consapevole, che produce un campo discorsivo nel quale il confronto razionale diventa impossibile.
3. Futuro Nazionale: la destra pura come progetto di sistema
Il 6 febbraio 2026, con l’annuncio dell’uscita dalla Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci formalizza un percorso costruito metodicamente nel corso di diciotto mesi. Il partito nasce con un programma sintetizzato nell’acronimo VITALE: Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza.
Ogni voce è deliberatamente vaga sul piano delle politiche concrete, ma potentissima sul piano simbolico. Non si tratta di un programma di governo: si tratta di un manifesto identitario, di una professione di fede culturale che non ha bisogno di specificità per funzionare.
La scelta del logo – la fiamma tricolore – è tutt’altro che accidentale. È un segnale lanciato all’elettorato più radicale del centrodestra, quello che si sente incompreso sia da Fratelli d’Italia – ormai integrata nelle istituzioni e nei compromessi di governo – sia dalla Lega di Salvini, consumata dai fallimenti della gestione governativa.
Vannacci si posiziona come il custode della “destra vera”, non contaminata dal pragmatismo istituzionale. In un’intervista, dichiara senza pudore: “La mia destra non è un menù à la carte, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati”.
A tre mesi dalla fondazione, i sondaggi collocano Futuro Nazionale intorno al tre virgola tre per cento, con centinaia di comitati territoriali attivi e cinquantaseimila adesioni formali registrate. Il primo parlamentare a iscriversi è stato Emanuele Pozzolo, già espulso da Fratelli d’Italia dopo l’incidente di Capodanno 2024 in cui rimase ferito un uomo a causa di un colpo di pistola. La qualità degli alleati dice qualcosa sull’ecosistema di valori che il partito intende rappresentare.
La strategia di Futuro Nazionale, analizzata senza illusioni, è chiara: lealtà tattica al governo di centrodestra nelle questioni economiche e di politica estera, guerriglia ideologica permanente sui temi identitari. Questo schema consente a Vannacci di radicalizzare costantemente il discorso pubblico senza assumersi le responsabilità della governance. È il modello Le Pen in versione italiana: pungolo dell’establishment, non suo avversario.
4. Lo scontro di civiltà come arma di distrazione di massa
Il nucleo ideologico del vannaccismo – come del sovranismo identitario europeo in generale – è la teoria dello scontro di civiltà, elaborata da Samuel Huntington negli anni Novanta e rilanciata con forza dopo l’undici settembre 2001. Secondo questo schema interpretativo, il principale conflitto del mondo contemporaneo non è tra classi sociali, non è tra capitale e lavoro, non è tra finanziarizzazione e democrazia: è tra l’Occidente cristiano e l’Islam, tra l’identità europea e la pressione demografica e culturale proveniente dal Sud del mondo.
Dentro questo schema, tutto si connette: l’immigrazione diventa invasione culturale, la questione palestinese diventa jihadismo mascherato, la sicurezza interna diventa bastione della civiltà. Israele viene riposizionato come avamposto dell’Occidente contro il barbarismo islamico, cancellando sessant’anni di storia coloniale, di espropriazioni, di apartheid denunciata dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani. La sofferenza concreta di due milioni di persone a Gaza viene dissolta dentro una narrazione geopolitica che serve gli interessi dell’ordine atlantico più che la verità storica.
Questo dispositivo narrativo è straordinariamente efficace perché svolge una doppia funzione: orienta il disagio sociale verso il conflitto identitario e, al contempo, protegge le strutture reali del potere economico. Quando un operaio precario si convince che il suo nemico è il migrante che “ruba il lavoro” piuttosto che il sistema che ha distrutto la contrattazione collettiva e polverizzato i diritti del lavoro, il capitale ha già vinto. La guerra culturale è la forma più sofisticata di governo per architettura: non serve vietare il pensiero critico, basta costruire un’infrastruttura discorsiva che lo rende irraggiungibile.
5. Il vuoto che Vannacci riempie: errori storici della sinistra
Sarebbe intellettualmente disonesto analizzare il fenomeno Vannacci senza riconoscere che esso prospera su un terreno che la sinistra ha abbandonato da decenni. Non è una questione di comunicazione, come sostiene una parte del dibattito progressista. È una questione di rappresentanza politica materiale.
A partire dagli anni Novanta, le forze che si definivano di sinistra – in Italia come in Europa – hanno progressivamente dismesso la funzione di protezione delle classi popolari per abbracciare il progetto della modernizzazione neoliberista, del rigore fiscale e della tecnocrazia europeista.
Il risultato è che milioni di lavoratori, piccoli artigiani, pensionati impoveriti e precari non percepiscono più la sinistra come una forza che difende i loro interessi materiali. La percepiscono come la rappresentanza politica dei ceti urbani istruiti, delle professioni liberali, dell’accademia e della comunicazione progressista.
Una “sinistra” che sa parlare di gender, di diritti civili e di ambiente – tutte cause sacrosante – ma che ha smesso di parlare di salari, di case, di sicurezza del lavoro. Questo vuoto non è rimasto vuoto. Lo hanno riempito Salvini prima, Meloni poi, Vannacci ora.
C’è però una distinzione fondamentale da fare, che le analisi più sbrigative tendono a ignorare. Vannacci non è un antisistema. La sua critica non tocca mai le strutture reali del potere economico: non mette in discussione la NATO, non discute il modello neoliberista, non affronta la finanziarizzazione dell’economia, non critica le oligarchie tecnologiche che detengono un potere senza precedenti sulla vita democratica dei cittadini. Il conflitto che propone è esclusivamente culturale e identitario. Il sistema rimane intatto; cambiano solo i capri espiatori.
Un autentico movimento antisistema – quel che la sinistra dovrebbe essere – metterebbe al centro il trasferimento di potere dalle oligarchie al popolo, la ricostruzione della sovranità democratica sulle scelte economiche, il contrasto all’accumulazione privata dei beni comuni digitali, la riaffermazione della centralità del lavoro come fondamento della cittadinanza.
Vannacci fa esattamente l’opposto: trasforma il disagio materiale in rancore identitario, scarica la tensione sociale sul nemico culturale e lascia inalterato il modello che quel disagio ha prodotto.
6. La sovranità a strati: chi comanda davvero
C’è un’ironia feroce nel fatto che il generale Vannacci, paladino della sovranità nazionale, sieda al Parlamento Europeo nel gruppo “Europa delle Nazioni Sovrane”, dopo aver militato nei Patrioti per l’Europa, in un sistema geopolitico in cui la sovranità reale degli stati nazionali è stata progressivamente svuotata non dall’immigrazione o dal gender, ma dai trattati commerciali internazionali, dall’autonomia delle banche centrali, dall’egemonia finanziaria dei mercati obbligazionari e dal potere regolativo delle grandi piattaforme tecnologiche.
Quella che il libro Cyberfascismo chiama sovranità a strati descrive esattamente questa condizione: gli Stati formalmente esistono e producono leggi, ma le decisioni reali vengono prese a livelli che sfuggono al controllo democratico.
I mercati finanziari decidono il costo del debito pubblico. Le piattaforme digitali decidono quale discorso è visibile e quale no. Le grandi corporation decidono dove delocalizzare la produzione e dove trasferire i profitti. I governi nazionali – di destra come di sinistra – gestiscono i margini di questa sovranità residuale, mentre il sovranismo di Vannacci invoca un’identità nazionale che non ha più potere reale sulle questioni che contano.
Il paradosso è geometrico: Vannacci denuncia la perdita di sovranità causata dall’immigrazione e dal progressismo culturale, senza mai nominare i meccanismi reali che hanno eroso quella sovranità. Non una parola sul potere delle agenzie di rating. Non un’analisi del Fiscal Compact. Non una critica al controllo algoritmico delle informazioni esercitato da Meta, Google e X.
Il sovranismo identitario è la forma più comoda di opposizione sistemica: agita i sentimenti nazionali senza disturbare i flussi del capitale.
7. Smontare la macchina: per un’alternativa di sistema
La risposta al vannaccismo non può essere semplicemente la denuncia morale, l’accusa di fascismo o la rassicurazione che “i valori democratici resisteranno”. Queste risposte hanno già fallito, e continueranno a farlo, perché si collocano sul terreno del discorso culturale che Vannacci occupa con vantaggio strutturale.
Il problema non è convincere chi vota Futuro Nazionale che Vannacci sia sbagliato: il problema è essere presenti dove Vannacci è assente, ovvero sul terreno della rappresentanza politica dei bisogni materiali.
Significa tornare a parlare di salari reali, di diritti del lavoro, di accesso alla casa, di sanità pubblica, di scuola pubblica finanziata. Significa costruire un discorso sulla sicurezza che non sia quello dell’ossessione penale e della militarizzazione del territorio, ma quello della sicurezza economica e sociale: il posto di lavoro stabile, la pensione dignitosa, il quartiere con i servizi pubblici funzionanti. Significa rompere il circolo vizioso per cui la sinistra parla ai già convinti mentre la destra identitaria intercetta il disagio reale.
Ma significa anche qualcosa di più radicale: riconoscere che il sistema che ha prodotto Vannacci non può essere riformato dall’interno con aggiustamenti tecnici.
Il cyberfascismo identitario non è una malattia del sistema democratico: è una delle sue forme di gestione del conflitto in una fase di crisi organica del capitalismo finanziario. Finché le diseguaglianze materiali cresceranno, finché la precarizzazione del lavoro sarà la norma, finché l’accesso ai beni fondamentali sarà determinato dalla disponibilità economica individuale, ci sarà sempre qualcuno pronto a trasformare quella rabbia in voto di destra.
Il generale Vannacci ha cinquantasette anni, una carriera militare che lo ha portato dal Ruanda all’Afghanistan, un libro che ha venduto più di qualunque saggio politico degli ultimi vent’anni, e un partito nato da due mesi con centinaia di comitati locali. Non è un pericolo passeggero. È il segnale di una crisi strutturale che richiede una risposta strutturale. La storia non si chiude con un’elezione. Si costruisce con una politica.
Fonti
Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, autopubblicato, 2023.
Il Post, “Dove va Roberto Vannacci”, 30 dicembre 2025.
Pagella Politica, “Com’è la destra pura di Vannacci vista da vicino”, 20 marzo 2026. Sondaggi Swg, rilevazione del 30 marzo 2026, elaborati da MasterX IULM.
Parlamento Europeo, scheda di Roberto Vannacci, X Legislatura, europarlamento.eu.
Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997.
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019. Mario Sommella, Cyberfascismo, KDP, 2026.
Fonte
05/02/2026
I diversivi
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno ad ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
Ci hanno pensato Renzi e Vannacci – e gli interessi che prosperano alle loro spalle – organizzando una mini-scissione che, visto lo scarto minimo tra le due coalizioni nei sondaggi, potrebbe rendere incerto l’esito finale. Aprendo poi la strada all’ennesima stagione di trasformismo e compravendita di parlamentari, mentre il mondo – e anche questo disgraziato paese – va alla guerra.
La pensata è un classico sempreverde della politichetta para-massonica nazionale: si azzoppa un cavallo già claudicante (la Lega di Salvini, ai minimi storici da quando ha assunto una nauseabonda identità quasi più fascista degli ex missini) e si rende così tutta la coalizione di governo a rischio di tenuta.
L’ex generale avrà buona stampa “democratica” per svolgere questo ruolo – molto “critico”, per carità – creando così un doppio danno non compensato dall’eventuale “beneficio” (far perdere le elezioni all’attuale maggioranza di governo). Dovranno infatti dare uno spazio mediatico abnorme a una neo-formazione che non ha granché da mostrare oltre al frontman, sdoganando completamente un discorso fascista nostalgico (X Mas, remigrazione, ecc.) che il governo Meloni aveva formalmente “ammorbidito” per guadagnare credibilità europea.
L’avanzare dell’estrema destra in tutto il continente, però, sta già rendendo questa necessità meno stringente, creando così persino la possibilità di una gara sfrontata a chi è davvero più fascista.
È finita qui? Ovviamente no. Lo “strappetto” a destra scompagina tutta la sapienza ingegneristica che era stata messa al lavoro per produrre l’ennesima legge elettorale sagomata sulle necessità del governo uscente.
Con la formula ancora in vigore, infatti, il centrodestra rischia di perdere un gran numero di collegi, magari per pochissimi voti, vendendosi decurtare la pattuglia parlamentare in modo drastico.
Ma anche con la “formula segreta” che era allo studio – si parla di un “quasi proporzionale” con sbarramento al 3%, più altri marchingegni limitativi ad hoc, che implicava comunque un ridisegno dei collegi – quel rischio resta grande. Ergo, dovranno rimettersi a giocare col bilancino per disegnare una nuova legge “porcata” che possa reggere almeno per una volta. Poi se ne farà un’altra...
L’unica cosa chiara – in questo rimescolamento di carte, leggi elettorali, schieramenti e “discorso politico” – è che tutto questo sommovimento avviene nella più completa indifferenza rispetto ai “problemi del paese”, al suo declino industriale, al vivere concreto di tutti noi, al pesante clima di guerra. Un “diversivo politico” in più o in meno non cambia il quadro generale.
È un gioco esclusivo interno al più squallido ceto politico della storia, riservato ai soliti noti, quasi come le “feste” sull’isola caraibica di Jeffrey Epstein. Ma come in tutti i giochi di questo tipo “il troppo stroppia” e può produrre risultati inattesi.
Una classe politica troppo scopertamente “aliena” si trova infatti davanti un paese reale sempre meno disposto a farsi coglionare – l’astensionismo galoppante ne rappresenta solo la faccia tranquilla e “indifferente” – che sta riscoprendo un po’ alla volta la necessità e l’importanza della mobilitazione in prima persona. Uno scenario che ha scosso immediatamente il sistema nervoso del governo, ma anche dell’informe “campo largo”.
Le piazze d’autunno per la Palestina e addirittura quella ancora più “sconveniente” di solidarietà con Askatasuna possono esser state solo un primo passo di “ritorno al futuro” (la capacità di immaginarne e volerne uno), alimentate dal crescere non solo delle difficoltà a sopravvivere con redditi in calo e prezzi/tariffe in crescita, ma anche dallo schifo che suscita lo spettacolo del “palazzo”.
Su queste dimensioni sociali, una volta messe in moto, non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga.
Fonte