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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2026

Vannacci, il prodotto politico del Capitale

Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.

Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.

L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.

Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.

La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.

Come in ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.

Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie. Non lo sentiremo mai proporre una patrimoniale sulle grandi fortune, una tassazione degli extraprofitti energetici, un intervento contro la speculazione immobiliare che rende impossibile a milioni di persone accedere a una casa, oppure una redistribuzione della ricchezza accumulata da banche, fondi finanziari e multinazionali. Non lo vedremo denunciare il fatto che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta viene trasferita verso l’alto, mentre salari e pensioni perdono potere d’acquisto.

Al contrario, il conflitto viene costantemente spostato altrove. Il problema non sono i rapporti di potere che producono diseguaglianza, ma i migranti. Non sono le delocalizzazioni, la precarizzazione del lavoro o la finanziarizzazione dell’economia, ma l’arrivo di chi fugge dalla guerra o dalla miseria. Non è la riduzione progressiva del welfare pubblico, ma la presenza dello straniero che usufruirebbe di risorse destinate agli italiani. È una vecchia operazione politica: nascondere le cause reali del disagio sociale costruendo un nemico più debole da colpire.

Negli ultimi trent’anni il lavoro è stato reso sempre più precario, i diritti sociali sono stati progressivamente ridimensionati, il welfare è stato sottoposto a continui tagli, mentre quote crescenti di ricchezza si sono concentrate nelle mani di una minoranza. Interi territori sono stati impoveriti dalla deindustrializzazione, milioni di persone vivono una condizione di insicurezza economica permanente e una generazione intera è cresciuta tra bassi salari, contratti precari e impossibilità di costruire un futuro stabile. Eppure tutto questo scompare dal discorso pubblico vannacciano. Al suo posto compare una narrazione identitaria che promette protezione non attraverso maggiori diritti sociali, salari più alti o redistribuzione della ricchezza, ma attraverso l’esclusione di qualcun altro. È il meccanismo classico della guerra tra poveri: trasformare chi condivide la stessa condizione di vulnerabilità in un concorrente o in un nemico.

Qui emerge tutta la debolezza teorica e politica delle letture rossobrune che oggi cercano di saldare il malcontento sociale alle parole d’ordine della destra nazionalista. Non è un caso che personaggi come Marco Rizzo, un tempo sedicenti custodi dell’ortodossia veterocomunista, siano arrivati a fare da sponda politica e culturale a Vannacci. Perché il cuore del loro ragionamento consiste nel presentare le migrazioni come la causa principale dell’abbassamento dei salari e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Marx sosteneva esattamente il contrario. Nel Capitale scrive che «i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva», cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Il punto centrale è che l’esercito industriale di riserva non è un concetto etnico, nazionale o culturale. Non riguarda la provenienza delle persone. Riguarda la loro collocazione nei rapporti di produzione. Di questo esercito fanno parte i migranti, certamente, ma anche i precari, i disoccupati, i lavoratori intermittenti, quelli in nero, gli stagionali, i giovani costretti a lavori sottopagati, le donne espulse dal mercato del lavoro, i lavoratori minacciati dalla delocalizzazione o dall’automazione. In altre parole, tutti coloro che il capitale può utilizzare per comprimere il costo del lavoro e aumentare il proprio potere contrattuale.

Per Marx non è la nazionalità del lavoratore a determinare il livello dei salari. È il rapporto di forza tra capitale e lavoro. È il grado di ricattabilità della forza lavoro. È la presenza o meno di organizzazione collettiva. È la capacità dei lavoratori di resistere alla competizione che il capitale impone tra loro.

Se davvero i salari dipendessero dalla presenza degli immigrati, dovremmo spiegare perché negli ultimi trent’anni essi siano diminuiti o siano rimasti stagnanti anche in Paesi e territori con bassi livelli di immigrazione. Dovremmo spiegare perché la precarizzazione sia avanzata parallelamente alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla distruzione della contrattazione collettiva e all’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Dovremmo spiegare perché i profitti siano cresciuti mentre la quota di reddito destinata al lavoro diminuiva.

La verità è che la propaganda di Vannacci e dei suoi imitatori compie una gigantesca operazione ideologica: attribuisce ai migranti effetti che derivano invece dal funzionamento ordinario del capitalismo contemporaneo.

In termini storici e politici esiste poi un secondo elemento che Marx conosceva bene e che l’esperienza del movimento operaio ha confermato infinite volte. I salari non dipendono soltanto dalle leggi del mercato. Dipendono anche dal livello di organizzazione e di conflitto dei subalterni. Quando i lavoratori si organizzano, scioperano, costruiscono solidarietà e rapporti di forza, salari e diritti tendono a crescere. Quando invece sono divisi, frammentati, messi in concorrenza gli uni contro gli altri, il capitale rafforza il proprio potere e le condizioni di tutti peggiorano.

È esattamente qui che interviene la funzione politica del razzismo. Il migrante non serve tanto a sostituire il lavoratore italiano, come raccontano Vannacci e i teorici della “sostituzione etnica”. Serve piuttosto a dividere il lavoro salariato. A impedire che chi vive la stessa condizione di sfruttamento si riconosca come parte di un interesse comune. Il razzismo diventa così una tecnologia di governo della forza lavoro. Trasforma il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in un conflitto orizzontale tra sfruttati. È la vittoria più grande che il capitale possa ottenere.

Per questo Vannacci non rappresenta una minaccia per i grandi gruppi economici. Al contrario. La sua propaganda svolge una funzione preziosa: impedisce che la rabbia sociale si rivolga verso chi concentra ricchezza, potere e rendita. La indirizza invece contro chi sta ancora più in basso nella scala sociale. È il vecchio meccanismo della guerra tra poveri travestito da patriottismo. Ed è precisamente per questa ragione che il suo discorso, dietro la maschera della ribellione, finisce per essere profondamente conservatore.

La remigrazione rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa strategia. Dietro un termine apparentemente tecnico si nasconde un progetto che punta all’espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che sarebbe stata considerata impresentabile fino a pochi anni fa e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come una delle tante opzioni politiche disponibili.

Ma il punto decisivo è un altro. La remigrazione non nasce con Vannacci, il quale radicalizza qualcosa che esiste già. Le politiche di espulsione, i CPR, la detenzione amministrativa, gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione delle frontiere, i rimpatri forzati, la criminalizzazione dei migranti e della solidarietà sono già realtà. La differenza è che Vannacci porta alle estreme conseguenze un paradigma che la destra di governo ha contribuito a normalizzare.

Per questo è profondamente sbagliato descriverlo come un corpo estraneo rispetto a Meloni o Salvini. Vannacci è figlio di quella storia politica, ne rappresenta la versione più esplicita, meno diplomatica, meno attenta ai filtri istituzionali. Dice apertamente ciò che altri suggeriscono, rende slogan ciò che altri trasformano in norme, trasforma in programma ciò che altri realizzano gradualmente.

La sua crescita, inoltre, si inserisce in un contesto internazionale molto preciso.

La crisi economica, le guerre, il riarmo, il declino industriale europeo, la perdita di credibilità delle istituzioni democratiche e la crescente insicurezza sociale producono terreno fertile per figure che promettono ordine, identità e protezione.

Non è un caso che Vannacci insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione della società e difesa dell’identità nazionale. Sono i pilastri ideologici attraverso cui una parte delle classi dirigenti cerca di governare una fase di crisi profonda.

L’aspetto più pericoloso è che tutto questo avviene mentre il dibattito pubblico viene progressivamente svuotato delle questioni sociali fondamentali.

Vannacci svolge oggi una funzione politica precisa: contribuire a spostare il conflitto dal terreno della distribuzione della ricchezza a quello dell’identità. In una fase storica segnata da salari bassi, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti popolari, smantellamento del welfare e crescente concentrazione del potere economico e finanziario, la sua propaganda invita a guardare altrove. Non verso chi accumula ricchezza e rendite, ma verso i migranti; non verso i processi che producono sfruttamento, ma verso le differenze culturali; non verso le diseguaglianze sociali, ma verso le paure identitarie.

È esattamente la funzione che storicamente hanno svolto i movimenti fascisti: impedire che il malcontento si trasformi in conflitto contro i rapporti di potere esistenti, deviandolo contro i più deboli. In questo senso Vannacci non rappresenta una rottura con l’ordine economico dominante, ma uno dei suoi più efficaci strumenti di conservazione.

Parla alla piccola borghesia impoverita, ai settori popolari colpiti dalla crisi, a chi percepisce di aver perso status e sicurezza. Intercetta paure reali, ma offre risposte false. Individua problemi esistenti, ma costruisce capri espiatori invece di affrontarne le cause.

Il suo linguaggio aggressivo, il suo razzismo ostentato, l’omofobia esibita, la retorica della sostituzione etnica e della remigrazione non rappresentano una rottura con il sistema. Rappresentano piuttosto un modo per stabilizzare il sistema esistente. Perché ogni minuto trascorso a discutere dei migranti è un minuto sottratto alla discussione sulla distribuzione della ricchezza. Ogni polemica identitaria oscura le questioni del lavoro, della casa, dei servizi pubblici, della povertà crescente. Ogni campagna contro lo straniero allontana l’attenzione da chi trae profitto dall’insicurezza sociale.

Per questo Vannacci è un pericolo reale. Non tanto per le sue capacità politiche, che appaiono modeste, quanto per la funzione che svolge dentro una fase storica segnata da crisi economica, guerre e disorientamento sociale.

La vera domanda, allora, non è se Vannacci crescerà ancora, ma se esisterà una forza sociale e politica capace di riportare il conflitto sul terreno reale: quello della distribuzione della ricchezza, dei diritti sociali, del lavoro, della casa, della salute, della pace e della democrazia.

Perché finché il dibattito pubblico continuerà a ruotare attorno ai migranti, alle identità e alle paure costruite ad arte, i grandi vincitori resteranno gli stessi: gruppi economici che accumulano ricchezza, le oligarchie finanziarie, le industrie della guerra, le élite che prosperano sulle diseguaglianze.

E i Vannacci di turno continueranno a svolgere la funzione per cui sono stati storicamente utili: trasformare la rabbia sociale in consenso per l’ordine esistente.

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27/05/2026

Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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