Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/07/2026
Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.
«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.
«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».
Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».
I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.
A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.
Fonte
02/07/2026
Il lavoro è oltre il Muro. Decine di palestinesi uccisi dalla polizia
di Michele Giorgio
«Qui, non tanto tempo fa, eravamo contadini: coltivavamo cereali, olive, fichi e mandorle. L’acqua potabile ci arrivava dal pozzo di Shabtin, mentre quella piovana per l’irrigazione agricola la conservavamo nelle cisterne. Era una vita semplice, ma ci bastava. Poi è cambiato tutto».
Adel, un impiegato di mezza età di Deir Qadis, mentre ci accompagna a casa di Zakaria Qattusa, ucciso dalla polizia, ci racconta la trasformazione, nel giro di trent’anni, della vita in questo villaggio di tremila abitanti a ovest di Ramallah e a ridosso del Muro israeliano in Cisgiordania.
«Israele – aggiunge mentre bussa alla porta dei Qattusa – ha costruito tre colonie su centinaia di ettari di terre del villaggio (Modiin Illit, Nili e Naale, ndr) e, a causa del Muro, altri terreni agricoli non sono più accessibili. I contadini e i loro figli sono diventati muratori per le costruzioni israeliane. Dopo il 7 ottobre (2023) quei muratori non hanno più avuto il permesso di entrare in Israele. Ora sono senza lavoro e non hanno le terre dove tornare a fare i contadini».
Le parole del nostro accompagnatore ci descrivono il contesto necessario per l’incontro con Khaled Qattusa, fratello di Zakaria, ucciso lo scorso 12 maggio mentre a Ram, a nord di Gerusalemme, si arrampicava sul Muro nel tentativo di cercare un lavoro in Israele.
Khaled ci attende in compagnia della moglie e dei tre figli. «Il Muro, in quel punto, è alto 8-9 metri. Zakaria è salito fin lassù, poi, quando si preparava a scendere, un poliziotto gli ha sparato alla testa, uccidendolo. Poteva arrestarlo. Mio fratello era solo un essere umano che voleva procurare del cibo alla sua famiglia, invece ha scelto di ucciderlo», ci dice Khaled accarezzando i capelli del figlio più piccolo.
«La moglie di Zakaria è rimasta sola e dovrà crescere senza di lui i figli. La gente di Deir Qadis è generosa, cerca di aiutarla e altrettanto facciamo noi in famiglia. Ma anche io sono disoccupato: nel nostro villaggio gran parte dei manovali è senza lavoro da quasi tre anni».
Mai come ora la dipendenza totale dell’economia cisgiordana da quella israeliana, progettata e ottenuta dai governi dello Stato ebraico dal 1967 in poi, mostra i suoi pesanti risvolti politici e sociali nella vita di milioni di palestinesi sotto occupazione.
In Cisgiordania c’è disperazione. La revoca di circa 150mila permessi ai lavoratori pendolari palestinesi, come ritorsione per l’attacco di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023, si è accompagnata ad altre politiche punitive che hanno visto, tra le altre cose, il governo Netanyahu trattenere miliardi di dollari destinati all’Autorità nazionale palestinese.
L’Anp è in grado di versare ai suoi 200mila dipendenti solo una porzione minima dello stipendio: sanità e istruzione sono in ginocchio. Le chiusure intermittenti o permanenti di villaggi e città palestinesi, con centinaia di posti di blocco, cancelli e barriere, e la limitazione dei movimenti hanno inflitto un duro colpo a imprese e commercianti. Senza dimenticare che i raid incessanti dei coloni israeliani riducono l’accesso ai terreni agricoli per varie comunità palestinesi.
«L’economia della Cisgiordania è sull’orlo del collasso – avverte l’International Crisis Group in un rapporto diffuso il 16 giugno – Il governo israeliano ha imposto nuove sanzioni finanziarie e inasprito le restrizioni alla libertà di movimento. Queste misure hanno avuto un effetto devastante sull’economia palestinese, compromettendo i mezzi di sussistenza. Il costo della vita è aumentato, la disoccupazione è cresciuta e la povertà è più che raddoppiata».
Molti hanno venduto l’auto per sopravvivere. Altri una parte dei mobili di casa. Tante famiglie hanno accumulato debiti per migliaia di euro. «Mia moglie ha dovuto dare via gli oggetti d’oro che aveva ricevuto in dono per il nostro matrimonio. Ne avevamo bisogno, non sapevamo come andare avanti», ci dice Khaled Qattusa, aggiungendo che Zakaria viveva la stessa situazione.
«Un giorno mio fratello ci ha detto che avrebbe tentato di superare il Muro – racconta – Eravamo tutti contrari: la moglie, i figli, anche io. Non ha voluto ascoltarci, ha detto che era suo dovere sfamare la famiglia. È partito per Ram dopo aver preso accordi con qualcuno lì. Al tramonto, con una scala, è arrivato in cima; mentre si preparava a scendere dall’altra parte sono partiti gli spari ed è caduto colpito a morte».
La federazione generale dei sindacati palestinesi (Gfptu) riferisce che negli ultimi due anni e mezzo più di 50 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre cercavano di oltrepassare la barriera. «Con ogni probabilità sono molti di più, 100, forse 200, e centinaia i feriti. Ma tante vittime non sono state denunciate dalle famiglie che temono rappresaglie da parte delle autorità israeliane», dice al manifesto Assaf Adiv, direttore dell’associazione del lavoro Maan.
«L’ingresso illegale in Israele è per molti manovali della Cisgiordania una delle poche possibilità di garantirsi un reddito», aggiunge. La situazione si è aggravata a causa del ministro della sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir, che elogia l’impiego di munizioni vere «contro i clandestini palestinesi» da parte della polizia. Per lui sono tutti «terroristi».
A maggio, oltre a Zakaria, sono stati uccisi altri tre muratori che tentavano di oltrepassare la barriera. Non pochi palestinesi si sono specializzati nell’assistere, a pagamento, chi prova a superare il Muro. Costa mille shekel (circa 300 euro), ci riferiscono, attraversare nascosti in un’automobile o in un camion un posto di blocco militare israeliano.
Se si viene scoperti, il «clandestino» e l’autista del veicolo finiscono in carcere, talvolta per mesi. Al momento dell’arresto il pestaggio è quasi rituale, aggiunge la nostra fonte. Costa invece 100 shekel (circa 30 euro) l’uso della lunga scala che viene appoggiata al Muro da «qualcuno» pochi attimi prima del tentativo di oltrepassare la barriera. Altri cento shekel servono per la corda utilizzata per scendere.
Coloro che hanno successo vivono nascosti per giorni in città e villaggi palestinesi in Israele per evitare l’arresto. Altri percorrono zone desertiche a piedi per ore. Lavorando in nero, con paghe giornaliere ridotte, il più delle volte nella ristrutturazione di case private, dato che i grandi cantieri sono molto controllati, riescono a mettere da parte ogni mese 6-7mila shekel (circa 1.800 euro).
Somme quattro volte superiori rispetto alle opportunità oggi disponibili in Cisgiordania. Una famiglia può vivere un anno con quanto riesce a portare a casa un manovale dopo pochi mesi in Israele.
I tentativi, perciò, non accennano a diminuire. Si stima che attualmente 40mila palestinesi lavorino in Israele senza permesso. «Ne occorrerebbero molti di più e con pieni diritti. L’economia israeliana ne ha bisogno nelle costruzioni, dove i palestinesi sono più bravi dei migranti arrivati dall’Asia per sostituirli – spiega Assaf Adiv – Ma il governo Netanyahu ne fa un discorso ideologico: vuole colpire e punire in ogni modo i palestinesi, dal cittadino comune all’Anp».
Fonte
27/05/2026
Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione
Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.
Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.
Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.
Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.
Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.
L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.
Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.
I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.
Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.
Fonte
31/01/2026
Gaza - Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
Fonte
08/01/2026
Hamas sceglie i suoi leader: l’imperativo è evitare l’isolamento
Il movimento islamico è chiamato a scelte strategiche in un’enclave rasa al suolo. Venti anni dopo le elezioni Legislative, le ultime tenute nei Territori occupati palestinesi, vinte da Hamas – in modo trasparente e democratico – e due anni dopo l’offensiva israeliana che ha raso al suolo Gaza, il movimento islamico è impegnato in elezioni interne che, per la loro importanza, vanno ben oltre la scelta dei leader che sostituiranno Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e altri dirigenti uccisi da Israele nel 2024 e nel 2025.
Hamas, dopo aver preso il potere con la forza delle armi a Gaza nel 2007, costringendo alla fuga gran parte dei rivali del partito Fatah, ha costantemente mediato tra il ruolo di governo e quello di leadership della lotta armata, alternando nazionalismo e strategia militante. Un compromesso che ha gradualmente favorito l’ala militare e ridotto il potere decisionale del braccio politico del movimento.
Ad imprimere questa svolta fu soprattutto la decisione dei paesi occidentali di disconoscere l’esito elettorale del 2006 e di boicottare il governo di Hamas. Israele da parte sua arrestò quasi tutti i ministri e deputati del gruppo islamico in Cisgiordania e confinò nella Striscia gli altri dirigenti del movimento. Sviluppi che fecero apparire agli occhi di militanti e simpatizzanti come fallimentare la scelta di andare al governo attraverso il voto, aprendo la strada alla via militare.
Oggi Hamas fa i conti con una situazione sul terreno di eccezionale complessità. I due candidati alla leadership, Khaled Mashaal (già capo dell’ufficio politico) e Khalil Al Hayya (che ha guidato ad interim il movimento dopo l’uccisione di Yahya Sinwar) saranno chiamati ad affrontare sfide senza precedenti, come la rinuncia al governo di Gaza (peraltro già accettata) e il disarmo che pretendono Israele e Usa e che il movimento è disposto a considerare solo quando vedrà la luce lo Stato di Palestina.
Più di tutto Hamas è posto davanti alla catastrofica situazione di oltre due milioni di civili a Gaza vittime dei bombardamenti israeliani. Se da un lato gran parte degli abitanti punta il dito contro Netanyahu e i suoi ministri e sostiene l’idea della resistenza, dall’altro molti ritengono che con Hamas al potere la ricostruzione non comincerà mai alla luce del piano di Donald Trump e della guerra permanente di Israele a Gaza e nella regione.
«Per questo, se oggi si tenessero nuove elezioni (nei Territori occupati), Hamas non riceverebbe i consensi oceanici ottenuti 20 anni fa» ci dice l’analista Ghassan Khatib «in Cisgiordania gode di molti sostenitori ma a Gaza, dove il suo governo già prima del 7 ottobre non era acclamato, molti farebbero una scelta diversa. Non è una questione ideologica, ma di governo, legata all’idea di poter ricostruire Gaza».
Allo stesso tempo Hamas era e resta una forza compatta ed organizzata, come sottolineano gli stessi dirigenti politici e analisti israeliani. Gli attacchi aerei e di terra hanno decimato la struttura militare e politica, tuttavia, l’organizzazione ha mantenuto la presenza territoriale e la capacità di negoziare, come dimostra il suo ruolo nel cessate il fuoco e negli scambi tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi.
La perdita di un leader chiave come Ismail Haniyeh è stata compensata da figure emergenti. «I colpi subiti hanno anche fatto sorgere opportunità di riorganizzazione che in questa fase, chiunque diventerà il nuovo capo, presumibilmente sarà orientata al rafforzamento del movimento e a contenere i danni che non sono soltanto militari e politici», prevede Khatib.
La crisi finanziaria è ampia: con i flussi di entrate tradizionali interrotti e l’economia sotto assedio, il movimento fatica a garantire retribuzioni e assistenza sociale, condizioni che rischiano di minare l’amministrazione ombra che Hamas proverà a mettere in piedi alle spalle del cosiddetto «governo tecnico palestinese» contemplato dall’accordo di cessate il fuoco.
La direzione politica di Hamas si impegnerà anche per impedire un ulteriore limitazione delle sue capacità di cooperare con attori esterni – alla quale lavorano Israele, Usa, i governi europei e non pochi di quelli arabi – e per essere riconosciuta come interlocutrice legittima senza dover necessariamente cedere il passo o collaborare concretamente con la rivale (o nemica) Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Nel documento di 36 pagine diffuso il mese scorso dal titolo «Hamas non può essere isolato», il movimento islamico oltre a giustificare e spiegare il suo attacco del 7 ottobre, afferma di essere «una componente autentica e profondamente radicata della comunità palestinese». Aggiunge che «Hamas aderendo ai principi nazionali palestinesi, indirizza la propria resistenza esclusivamente contro l’occupazione... Isolare Hamas è un’illusione politica».
Fonte
19/12/2025
Gaza, cessate il fuoco sempre più fragile. La ricostruzione resta una ipotesi
A oltre due mesi dalla conclusione del cessate il fuoco tra Israele e Hamas – che solo formalmente ha messo fine a due anni di offensiva devastante di Tel Aviv nella Striscia di Gaza – regna una tensione profonda caratterizzata da promesse incompiute e da una realtà sul terreno che smentisce ogni retorica sulla fine del conflitto.
L’accordo fondato sul piano Trump in 20 punti e firmato a Sharm el Sheikh avrebbe dovuto segnare l’inizio di una transizione verso il ritiro delle forze di occupazione israeliane, la ricostruzione di Gaza e la fine reale delle ostilità. Prevede anche il disarmo di Hamas, la sua non partecipazione al governo futuro di Gaza e l’avvio di un meccanismo politico internazionale. Ma su molti di questi punti non c’è mai stata un’intesa piena. Pesano soprattutto le pressioni e le strategie di Israele che continua a lanciare raid ed attacchi su Gaza e non mostra segni di volersi ritirare completamente.
Lo scorso 9 ottobre Israele e Hamas hanno firmato un accordo limitato, circoscritto alla prima fase del piano Trump. Il cessate il fuoco ha consentito il rilascio di tutti i 20 ostaggi israeliani ancora in vita, la restituzione dei corpi di 27 ostaggi deceduti, con un corpo rimasto a Gaza, e la liberazione di circa duemila prigionieri palestinesi, 250 dei quali condannati all’ergastolo. Lo scambio ha previsto anche la restituzione dei corpi di palestinesi uccisi per ogni salma consegnata di ostaggi israeliani deceduti. Su questo piano, almeno formalmente, gli impegni sono stati rispettati, anche se con ritardi e tensioni.
Molto diversa è la situazione sul fronte umanitario. Nonostante gli accordi presi, Israele fa entrare a Gaza un numero di camion di aiuti inferiore a quanto concordato. Le agenzie umanitarie confermano che i flussi di assistenza sono ben al di sotto del fabbisogno reale e denunciano il blocco di beni essenziali. Il valico di Rafah, che avrebbe dovuto riaprire già nella prima fase del cessate il fuoco, resta chiuso, anche se Israele ha annunciato la sua “prossima” riapertura almeno in uscita verso l’Egitto.
Intanto Gaza continua a essere un territorio in rovina. Tra macerie e palazzi sventrati, i residenti recuperano sbarre di ferro dai resti degli edifici per costruire tende di fortuna. L’Unicef parla di un numero “incredibilmente alto” di bambini gravemente malnutriti, mentre le piogge intense di queste ultime settimane hanno allagato migliaia di tende, diffondendo liquami e rifiuti e aggravando una crisi sanitaria già drammatica.
Nonostante la tregua, il fuoco israeliano contro civili nei pressi della linea di demarcazione e durante operazioni che Tel Aviv definisce “mirate” contro Hamas ha ucciso circa 400 palestinesi. Da parte loro militanti di Hamas e di altre organizzazioni hanno compiuto alcuni attacchi contro le forze di occupazione, uccidendo almeno tre soldati.
Rimangono irrisolte le questioni più delicate. Una forza internazionale di stabilizzazione è prevista per garantire sicurezza e ordine, ma composizione, mandato e ruolo restano avvolti nell’incertezza. Ne hanno parlato gli Stati Uniti e decine di altri paesi a inizio settimana a Doha senza raggiungere risultati apprezzabili. Si è appreso anche di un possibile coinvolgimento di Indonesia e Pakistan. Israele però insiste affinché questa forza abbia il compito di disarmare Hamas, una missione che nessun paese pare disposto ad assumersi.
Anche il futuro politico di Gaza è sospeso. Il piano prevede un organismo tecnocratico palestinese, senza la partecipazione di Hamas, incaricato di governare nella fase di transizione. Non esistono però annunci ufficiali su tempi e modalità della sua formazione. L’Autorità Nazionale Palestinese dovrebbe poi subentrare, ma solo dopo riforme imposte da Usa e Israele, non meglio specificate. A supervisionare l’intero processo dovrebbe essere un cosiddetto Consiglio per la Pace presieduto da Trump, il cui annuncio è stato rinviato all’inizio del 2026 e la cui composizione resta poco chiara.
Il movimento islamista ha ribadito di non essere disposto a rinunciare alle armi senza la creazione di uno Stato palestinese. Il piano Trump lega ulteriori ritiri israeliani all’interno di Gaza proprio a questo passaggio, creando un circolo vizioso che alimenta lo stallo. Israele ha più volte avvertito che, in assenza di un disarmo concordato, potrebbe tornare all’offensiva militare che ha già raso al suolo gran parte di Gaza.
Molti pensano che l’attuale situazione sia destinata a congelarsi. A Gaza e in Cisgiordania ritengono che Israele non completerà mai il ritiro, impedirà una vera ricostruzione per mantenere la Striscia in uno stato di rovina permanente. Gli schieramenti militari e alcuni piani di costruzione suggeriscono una possibile divisione di fatto dell’enclave, con un’area sotto controllo diretto israeliano (zona gialla), dove Tel Aviv appoggia gruppi armati anti Hamas, e un’altra (area verde) controllata dal movimento islamista, priva di ricostruzione e servizi.
Le prospettive di accordo a lungo termine appaiono più remote che mai. La sfiducia reciproca ha raggiunto livelli senza precedenti e la soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) ormai è irrealizzabile di fronte alle politiche sul terreno di Israele, nonostante il crescente riconoscimento internazionale di uno Stato palestinese. Il piano Trump parla di autodeterminazione e sovranità come aspirazioni legittime del popolo palestinese, ma il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu le ha più volte escluse. Le elezioni in Israele sono previste per il 2026, ma non vi sono segnali che un eventuale nuovo governo sia disposto ad accettare l’indipendenza palestinese.
Fonte
18/11/2025
La rotta nascosta di Israele per l’«emigrazione volontaria» da Gaza
Sulla pagina Facebook dell’organizzazione Al Majid, con sedi a Gerusalemme e in Germania, è apparso questo avviso: «Attenzione abbiamo ricevuto segnalazioni di persone che si spacciano per rappresentanti dell’organizzazione. Si tratta di truffatori che non hanno alcun legame con noi». Parole che non hanno convinto nessuno. Resta forte il sospetto che questa opaca «organizzazione umanitaria» stia partecipando a un intricato sistema di intermediari che operano nell’ombra, di voli charter dall’aeroporto israeliano di Ramon nel Negev e di documenti non timbrati in uscita, per favorire la cosiddetta «emigrazione volontaria» dei palestinesi di Gaza, il progetto annunciato a inizio anno da Donald Trump, subito approvato dal premier israeliano Netanyahu e sostenuto da non pochi dei suoi ministri favorevoli a svuotare la Striscia della sua popolazione.
«Desideri viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarti» c’è scritto all’inizio del modulo di registrazione preparato dalla Al Majid e rivolto solo agli abitanti di Gaza, a chi vuole «fare un passo verso un futuro più sicuro per sé e per i tuoi figli», con l’organizzazione che deciderà la destinazione «più adatta dopo aver considerato sia gli aspetti umanitari che quelli logistici». Tutto ciò combacia con quanto hanno vissuto i 153 palestinesi arrivati a metà settimana in Sudafrica dopo un viaggio che nessuno di loro aveva compreso prima dell’imbarco. Il percorso seguito da questo gruppo, transitato attraverso il valico di Kerem Shalom e poi trasferito all’aeroporto di Ramon, illumina un meccanismo che è parte di un disegno più vasto. I gazawi partiti per Nairobi, all’arrivo sono stati trasferiti immediatamente su un aereo della Global Airways diretto a Johannesburg. È significativo che nessuno di loro avesse un timbro di uscita, biglietti di ritorno o documenti che certificassero il viaggio. Una condizione che ha portato inizialmente il Sudafrica, che pure è vicino ai palestinesi e a Gaza e che alla fine del 2023 ha richiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un procedimento contro Israele per il crimine di genocidio, a negar loro l’ingresso per ore e a lasciarli sull’aereo. L’intervento di Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria, e quello successivo del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa hanno permesso di evitare che la situazione degenerasse, fornendo alloggio e mediazione fino al rilascio dei visti temporanei. Imtiaz Sooliman, direttore di Gift of the Givers, ha riferito che i passeggeri hanno scoperto la destinazione solo durante il transito in Kenya. «Non si sa chi abbia noleggiato l’aereo, un primo volo con 176 palestinesi di Gaza era arrivato a Johannesburg a fine ottobre, seguendo esattamente la stessa procedura», ha raccontato.
L’Ambasciata palestinese in Sudafrica ha denunciato l’operato della Al Majid che ha descritto come «un’entità ingannevole che sfrutta la disperazione delle famiglie di Gaza». Un giudizio largamente condiviso tra i palestinesi. «Da qualche tempo organizzazioni come la Al Majid propongono agli abitanti della Striscia che hanno risparmi da parte il trasferimento lontano dalle macerie e dalle privazioni di Gaza. Il costo varia tra 2mila e 5mila dollari. Siamo convinti che dietro ci siano agenti dell’intelligence israeliana», spiega al manifesto Maher Kahlout, un giornalista di Gaza.
Il governo sudafricano ora sta indagando poiché vede in queste operazioni non incidenti isolati, bensì un piano per lo sradicamento su larga scala della popolazione di Gaza. Israele invece sostiene di «coordinarsi» con paesi ospitanti e che l’uscita dei cittadini di Gaza viene approvata solo se lo Stato di destinazione dà il proprio consenso. È una versione che mal si concilia con l’assenza dei timbri di uscita, con l’uso di charter di oscure compagnie aeree e con l’intervento della Al Majid, non registrata negli elenchi delle ong. Funzionari israeliani hanno fatto sapere che, dopo il favore espresso da Trump al «trasferimento» dei 2 milioni e 300mila abitanti di Gaza, il governo Netanyahu ha allentato le restrizioni all’uscita dei gazawi (a eccezione di quelli ritenuti vicini ad Hamas) e non solo di quelli ammalati o feriti che a piccoli gruppi ogni tanto già lascia passare per Kerem Shalom. Il risultato è stata l’approvazione del 95 percento delle richieste, un salto enorme rispetto alle politiche passate.
Due sono le vie principali delle partenze: l’aeroporto di Ramon o il valico di Allenby tra Cisgiordania e Giordania. Finora circa 7mila abitanti di Gaza sarebbero partiti passando per Kerem Shalom. Altre decine di migliaia sono uscite nei primi mesi dell’offensiva militare israeliana, attraversando il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto, fino a quando è rimasto aperto.
Fonte
10/10/2025
Il piano Trump per la Palestina è un progetto di dominio travestito da soluzione politica
Ma si guarda anche al futuro del piano di Donald Trump che nella sua seconda fase prevedere il disarmo di Hamas e una governance per Gaza supervisionata dal presidente Usa e altri esponenti stranieri, senza per questo garantire il diritto all’indipendenza e alla libertà dei palestinesi.
Trump peraltro ha messo a punto un piano per il futuro della Palestina in contraddizione aperta con la legalità internazionale e che sembra destinato a perpetuare, sotto altre forme, l’occupazione israeliana. Lo denuncia l’analista giordana Shahd Hammouri, della Kent Law School, esperta di leggi e convenzioni internazionali. L’abbiamo raggiunta telefonicamente in Gran Bretagna.
A Sharm el Sheikh è stato approvato l’accordo per l’attuazione della prima fase del piano Trump, con lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, e l’inizio del cessate il fuoco. Tutti, a cominciare dalla popolazione di Gaza, in queste ore celebrano la fine dell’offensiva militare israeliana, sebbene non sia garantita. Qual è la sua valutazione della sostanza dell’iniziativa americana?
Secondo il diritto internazionale, un accordo raggiunto sotto coercizione è nullo. Inoltre, alcune questioni possono essere oggetto di negoziato e altre no e il diritto palestinese all’autodeterminazione è inalienabile, non è negoziabile. Esso poggia su molti pilastri, tra cui quello di poter resistere finché l’occupazione israeliana non sarà terminata.
Quanto affermo è stato ribadito dalla giudice Hilary Charlesworth nella decisione della Corte internazionale di giustizia del 24 luglio sull’illegalità dell’occupazione israeliana della Palestina. Il piano inoltre non fa alcun riferimento a questioni centrali, come il diritto al ritorno per i profughi palestinesi.
La ricostruzione di Gaza e la sua governance sono assegnati dal piano Trump ad esecutivi guidati da stranieri...
I palestinesi reclamano la non ingerenza negli affari interni. La decisione su chi governa Gaza spetta solo al popolo palestinese. Nessun ente al mondo può determinarlo al posto loro, e questo è chiaramente sancito dal diritto internazionale. Il piano vuole introdurre una nuova forma di occupazione, diversa da quella israeliana ma pur sempre un’occupazione.
È ciò che da tempo gli studiosi palestinesi denunciano: la sostituzione del controllo diretto israeliano con quello americano. Viene proposto un sistema che ricorda l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq. Si tratterebbe di un organismo amministrativo che, secondo quanto si dice, verrebbe guidato da Trump e Tony Blair insieme a tecnocrati palestinesi.
Ma la presenza di palestinesi o arabi in un simile organismo non cambia la sua natura: rimane un’entità estranea e una forma di dominio esterno. È inaccettabile a qualunque livello. Ogni fase di transizione per i palestinesi deve essere gestita dai palestinesi stessi e nel loro interesse.
Eppure Hamas ha accettato questo piano insidioso per i palestinesi...
Hamas a mio avviso ha accettato solo i punti sui quali è effettivamente in grado di accordarsi, nel rispetto delle prerogative che detiene soltanto il popolo palestinese. Hamas sa che non ha l’autorità di decidere quale dovrà essere la futura forma di governo della Palestina. Non possiede tale autorità, al momento nessuno la possiede.
Questo significa che, per proteggere i diritti del popolo palestinese, bisogna innanzitutto difendere il diritto internazionale, in particolare il principio di autodeterminazione come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia.
Quanto allo scambio di prigionieri, bisogna ricordare che, se da un lato la presa di ostaggi è illegale, lo è altrettanto la detenzione dei circa diecimila prigionieri politici palestinesi, in base alla Terza Convenzione di Ginevra.
Più voci palestinesi affermano che siamo di fronte a una manovra volta a favorire i disegni di Netanyahu e del suo governo. È d’accordo?
Netanyahu deve alleggerire subito la pressione interna che lo sta opprimendo sulla questione degli ostaggi israeliani senza rinunciare all’occupazione e alla possibilità di un pieno controllo su Gaza. Inoltre, cerca un modo per evitare l’isolamento internazionale in cui si trova.
Bisogna considerare il momento in cui è emersa l’iniziativa americana: durante i lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in un contesto in cui cresceva il sostegno al riconoscimento dello Stato di Palestina, aumentava la pressione per un corridoio umanitario a Gaza e si registrava un forte slancio di solidarietà della classe lavoratrice in Europa.
Il piano Trump ha anche lo scopo di bloccare lo slancio verso il rafforzamento del diritto internazionale per imporre un progetto di dominio che si traveste da soluzione politica.
Fonte
14/02/2025
Cisgiordania - L’annessione a Israele comincia dai siti archeologici
L’annessione della Cisgiordania a Israele è cominciata. E il punto di partenza sono i siti archeologici palestinesi. È stato evidente ieri al Dan Hotel di Gerusalemme dove, nell’ambito della conferenza «Archeology and Site Conservation of Judea e Samaria», archeologi, docenti universitari, studiosi israeliani e stranieri e funzionari dell’Autorità israeliana per le antichità, si sono affannati, e lo stesso faranno oggi, a spiegare e raccontare millenni di patrimonio storico e archeologico di questa terra. Con un tratto comune: gli interventi e le immagini mostrate sullo schermo nella sala della conferenza hanno dato per scontata la piena «sovranità» dello Stato ebraico su tutti i siti della Cisgiordania che i partecipanti hanno chiamato «Giudea e Samaria», i nomi biblici abitualmente usati dalla destra israeliana per indicare questa porzione di Territori palestinesi occupati.
In linea con questo indirizzo, le colonie israeliane costruite dopo il 1967 in violazione delle risoluzioni internazionali, sono state presentate come comunità legittime di una storia antica. Un particolare accento ieri è stato messo sulla necessità di esplorare le colline a sud di Hebron, nella Cisgiordania meridionale. Sulle mappe non c’erano i nomi dei villaggi palestinesi a rischio di demolizione nella zona di Mesafer Yatta, dichiarata unilateralmente area di addestramento dall’esercito israeliano e dove l’11 febbraio sono state ridotte in macerie 11 abitazioni dichiarate «illegali». La distruzione completa rischia anche Susia. Sulle mappe mostrate dalla conferenza invece erano visibili i nomi degli insediamenti coloniali.
Nelle pause, tra un caffè e un biscotto, i partecipanti alla «Archeology and Site Conservation of Judea e Samaria» hanno continuato a discutere su come «preservare» il patrimonio archeologico di Israele includendo in esso i siti che, come stabiliscono gli Accordi di Oslo del 1993, si trovano nella Area B della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). La questione dei siti archeologici parte da lontano. Prima della nascita di Israele, era usata per accreditare le rivendicazioni del movimento sionista sulla Palestina. Importanti leader sionisti, come il celebre Moshe Dayan, si autoproclamarono “archeologi”. Poi sono venuti i coloni, che dopo il 1967 hanno utilizzato l’archeologia per attirare turisti, espropriare e controllare terre palestinesi in Cisgiordania, a Gaza (fino al 2005) e a Gerusalemme Est dove è sorta la Città di David nel quartiere palestinese di Silwan. Poi sono partiti i progetti di Shiloh, Susiya e Sebastia e molto di più. Sono circa 6mila i luoghi di interesse storico e archeologico in Cisgiordania, quasi tutti nelle Aree B e C (quest’ultima, il 60% del territorio, è stata assegnata dalle intese di Oslo, fino a un accordo definitivo da negoziare, al controllo militare israeliano).
Lo scorso luglio è giunto alla Knesset un disegno di legge con presunte finalità storiche e culturali presentato dal deputato del Likud, Amit Halevi, in via di approvazione, volto ad estendere la legge israeliana alla intera Cisgiordania in modo che oltre al Kamat, l’ufficiale di stato maggiore per l’archeologia, anche l’Autorità israeliana per le antichità diventi responsabile per i siti archeologici, anche nella Area B palestinese. «Queste parti sono piene di storia ebraica e non vi è alcun collegamento storico o di altro tipo con l’Autorità nazionale palestinese. Pertanto, la discussione sullo status delle aree di Giudea e Samaria non ha alcuna attinenza con la responsabilità di Israele per i reperti archeologici che appartengono al suo popolo», si afferma nei documenti allegati al disegno di legge di Halevi.
«Si tratta di una aperta violazione della IV Convenzione di Ginevra e dei diritti del popolo palestinese sul suo patrimonio storico e archeologico» dice al manifesto il professore Alon Arad, direttore di Emek Shaveh, una associazione che chiede la tutela della storia, della cultura e del patrimonio di palestinesi ed ebrei. «Il testo della legge gioca con le parole» spiega Arad «allo scopo di evitare condanne internazionali, Halevi indica la Cisgiordania come l’‘Area’ e punta all’allargamento territoriale delle competenze dell’Amministrazione civile israeliana (che cura per conto dell’esercito gli affari civili, ndr) nell’Area B e non più, come avviene oggi, solo nell’Area C».
Cosa accadrà sul terreno quando la legge sarà applicata al momento è prevedibile solo in parte. Arad sostiene che aprirà la strada «a espulsioni e demolizioni in centri abitati palestinesi». Le autorità israeliane, aggiunge, «con il pretesto di proteggere aree di interesse storico-archeologico potrebbero ordinare la distruzione delle case vicine ad esse e costringere gli abitanti ad andare via. Emek Shaveh per questo chiede il rispetto da parte di Israele della legge internazionale e delle decisioni della Corte internazionale di Giustizia».
A rischio sarà senza dubbio il villaggio di Sebastia e il suo parco archeologico, già oggetto di frequenti scorribande dei coloni degli insediamenti vicini che reclamano il controllo delle antichità ora sotto la supervisione dell’Anp. Di recente si sono registrati scontri e almeno un giovane palestinese è stato ucciso dal fuoco dei soldati giunti a proteggere i coloni. «Quello che accade a Sebastia è una ulteriore dimostrazione che il problema di fondo in questa regione è l’accaparramento delle risorse da parte del più forte, il tentativo di disumanizzare la comunità locale che non avrebbe la capacità di comprendere e conservare. Cancellare il legame dei palestinesi con il passato significa negare il loro diritto al futuro. Nel sito archeologico di Sebastia, come nelle librerie di Gerusalemme, evidentemente deve restare solo la narrazione del più forte, che non ha ragione e quindi si impone con la violenza», ci dice Carla Benelli, storica dell’arte che per anni ha collaborato con l’archeologo e architetto palestinese Osama Hamdan, scomparso un anno fa, che ha dedicato anni al recupero e alla valorizzazione di Sebastia e del suo eccezionale patrimonio storico.
Nella società civile palestinese l’allarme è forte, mentre l’Anp tace. L’Associazione palestinese di archeologia (Apa) condanna fermamente la convocazione della conferenza al Dan Hotel a Gerusalemme e l’uso delle parole Giudea e Samaria per indicare la Cisgiordania. «Questa terminologia ignora le realtà storiche e geografiche del nostro popolo in Cisgiordania e cerca di cancellare l’identità palestinese» afferma. Sottolinea che «I progetti di ricerca presentati alla conferenza si basano su scavi archeologici condotti nei Territori occupati, violando la Convenzione dell’Aja del 1954 e i suoi protocolli, nonché le Raccomandazioni di Nuova Delhi del 1956». Questi quadri giuridici, ricorda l’Apa, impongono alla potenza occupante «di proteggere i siti archeologici del popolo occupato e proibisce lo sfruttamento per scopi politici o ideologici». La conferenza a Gerusalemme, conclude, «costituisce una palese violazione del diritto internazionale e dell’etica accademica... Boicottarla rappresenta una posizione di principio contro la cancellazione del nostro patrimonio culturale e l’espropriazione del popolo palestinese».
Fonte
10/07/2024
Francia - La Sinistra tra la sfida del governo e le promesse elettorali da rispettare
Sullo sfondo c’è l’opinione pubblica francese frammentata come il mondo politico. La destra di Le Pen e Bardella è stata sconfitta ma non resterà a guardare, forte del suo progresso senza precedenti nell’Assemblea oltre che nelle strade del Paese. Ne abbiamo parlato con Caterina Bandini, sociologa e ricercatrice del CNR e dell’università di Nantes che vive e lavora a Parigi.
Fonte e podcast
02/11/2023
Nuovo massacro a Jabaliya, Biden farfuglia e invia marines
Le bombe hanno colpito il campo di Jabaliya per la seconda volta in due giorni, polverizzando gli edifici e uccidendo almeno 195 persone, secondo i dati diffusi dalle autorità locali.
Israele ha affermato invece che i suoi aerei da combattimento hanno effettuato l’attacco, prendendo di mira “un complesso di comando e controllo di Hamas” ed “eliminando” un numero indefinito di militanti. Ma come tutti sanno, le bombe da una tonnellata hanno molti poteri, ma non quello di distinguere tra bambini, donne, anziani e combattenti.
I miliziani di Hamas nel nord della Striscia hanno comunque lanciato missili anticarro, fatto esplodere ordigni esplosivi e lanciato granate contro le truppe di invasione.
I soccorritori stanno comunicando che sono morte “intere famiglie”. Israele infatti dichiara di aver colpito più di 11.000 obiettivi a Gaza dal 7 ottobre. Ed è chiarissimo che Hamas non può disporre di così tante postazioni.
Secondo il ministero della Sanità di Gaza, finora sono stati uccisi 8.796 abitanti di Gaza, soprattutto donne e bambini. Interi quartieri sono stati rasi al suolo.
Gli Stati Uniti – gli unici al momento che hanno una minima interlocuzione con i massacratori di Tel Aviv – non muovo un solo muscolo per convincere Netanyahu a stabilire quanto meno una “pausa umanitaria”.
Anzi, diverse fonti – tra cui il New York Times – convergono nel riferire che il Pentagono sta inviando in Israele diversi specialisti. Christopher P. Maier, un assistente segretario alla Difesa, ha candidamente ammesso la cosa: “Stiamo aiutando attivamente gli israeliani a fare una serie di cose“. Perché ad avviso della Casa Bianca il compito principale è quello di assistere nel lavoro per “identificare gli ostaggi, compresi gli ostaggi americani. È davvero nostra responsabilità farlo“.
Per la gioia dei pennivendoli occidentali, comunque, Joe Biden si è detto favorevole a una “pausa” per consentire ai “prigionieri” di lasciare l’enclave. Ma non viene creduto neanche dagli ebrei residenti negli Usa. A un evento di raccolta fondi per le prossime elezioni presidenziali, un membro del pubblico ha gridato: “Come tuo rabbino, ti chiedo di chiedere immediatamente un cessate il fuoco“.
Solo per fare bella figura in questa situazione Biden ha farfugliato “Penso che abbiamo bisogno di una pausa. Una pausa significa dare tempo per far uscire i prigionieri“. Ma se non costretto non avrebbe detto nulla.
E infatti subito dopo ha ridimensionato anche una frase così poco significativa. La Casa Bianca ha poi chiarito che per “prigionieri” il presidente si riferiva agli ostaggi del movimento islamista Hamas. Preferendo illustrare il ruolo “decisivo” del vecchio farfugliante: “Sono stato io a convincere Bibi (il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ndr) a chiedere un cessate il fuoco per far uscire i prigionieri. Sono stato io a parlare con Sissi (il presidente egiziano) per convincerlo ad “aprire la porta”, precisamente al valico di Rafah nel sud della Striscia di Gaza”.
La Casa Bianca finora si è però rifiutata di discutere un cessate il fuoco, ritenendo che questo farebbe il gioco di Hamas, ma ha chiesto “pause umanitarie” per consentire la consegna degli aiuti o effettuare evacuazioni. Insomma, il tempo di ricaricare le armi...
Qui di seguito, molto più realistica, la situazione sul campo, nella corrispondenza di Michele Giorgio da Gerusalemme.
A Jabaliya non si ferma il «crimine di guerra»
Michele Giorgio, Gerusalemme – il manifesto
Wafiq Abu Sido le sente ancora le bombe che esplodono a poche decine di metri da casa sua, a Beit Hanoun, nel nord di Gaza, abbandonata assieme a moglie e figli due settimane fa. «Non c’è più la nostra casa – racconta – (gli israeliani) l’hanno buttata giù con un missile, me l’ha detto un cugino scappato dopo di me. Non abbiamo più nulla».
Oltre a dover assicurarsi ogni giorno che i pochi aiuti umanitari disponibili garantiscano a lui e alla sua famiglia almeno cibo e acqua, Abu Sido, 47 anni, vive in condizioni igienico sanitarie a dir poco precarie assieme ad altre migliaia di sfollati in una scuola dell’Unrwa (Onu) a Rafah.
«Andiamo il meno possibile ai gabinetti, solo a vederli ci si ammala», dice lo sfollato palestinese. «Viviamo nella sporcizia, dormiamo su pavimenti calpestati da migliaia di persone, siamo ammassati in un’aula assieme ad una decine di famiglie. È un miracolo che i miei figli più piccoli non si siano ammalati».
Ma le malattie infettive si stanno diffondendo tra gli sfollati in linea con la previsione fatta giorni fa dall’Oms e da varie ong.
Era inevitabile di fronte a 670mila civili che dal nord si sono spostati a sud spinti dall’invasione di terra israeliana. La diarrea, specie nei bambini, è il risultato scontato della mancanza di acqua pulita e delle pessime condizioni igieniche.
Medici e infermieri provano a combatterla ma gli antibiotici scarseggiano e spesso non possono far altro che dare a chi sta male del paracetamolo. Servono i pannolini, li chiedono le mamme che devono cambiare i figli più piccoli sette-otto volte al giorno. Quelli disponibili non bastano.
Ci vorrebbero rifornimenti straordinari ma gli aiuti umanitari che entrano dal valico di Rafah, largamente insufficienti (appena 272 camion dall’inizio dell’offensiva) raramente li includono.
La Mezzaluna rossa è costretta a privilegiare l’acqua, i generi alimentari di base e soprattutto attrezzature e medicine salvavita per gli ospedali. Mancano anche gli assorbenti, tante donne di Gaza prendono farmaci per bloccare le mestruazioni. Non poche di loro hanno partorito in scuole e rifugi dell’Unrwa in condizioni indescrivibili e rischiando la morte.
Ieri dopo 26 giorni di guerra è stata concordata una breve apertura del valico di Rafah anche per le persone. Ciò ha consentito l’uscita di 81 palestinesi gravemente feriti portati in ospedali egiziani. Hanno potuto lasciare Gaza alcuni operatori umanitari stranieri e cittadini palestinesi con doppia cittadinanza.
Tra loro ci sono il capo missione della ong italiana CISS, Jacopo Intini, con la responsabile di area, Amal Khayal.
Dal 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas al sud di Israele (1400 morti e 240 presi in ostaggio), le bombe sganciate dagli F-16 e dai droni su Gaza, hanno ucciso 8.805 palestinesi, tra cui 3.650 bambini e 2.252 donne. 22mila i feriti. L’ha comunicato il ministero della sanità.
Disperse circa 2.000 persone, tra cui 1.100 bambini. In realtà si sa bene dove si trovi gran parte di quei dispersi. Sotto le macerie di migliaia di case, edifici e palazzi abbattuti dall’aviazione.
Per le autorità israeliane queste cifre sarebbero false, gonfiate ad arte dalla propaganda di Hamas e descrivono i civili palestinesi uccisi vittime di una presunta scelta del movimento islamico e di altre organizzazioni armate di usarli come «scudi umani».
Gli aerei, affermano, puntano solo ad Hamas e alla sua rete di gallerie sotterranee. Una narrazione che i palestinesi respingono con forza mentre le organizzazioni umanitarie denunciano che i raid hanno preso di mira aree densamente popolate.
Anche la Bbc conferma attacchi su zone residenziali, anche nel sud, analizzando dati su una serie di raid compiuti fra il 10 e il 25 ottobre in settori della Striscia suggeriti da Israele come potenziale rifugio per i civili.
Gli aerei ieri sono tornati a prendere di mira il campo profughi di Jabaliya già bombardato massicciamente martedì quando i soccorritori hanno estratto dalle macerie decine e decine di morti. Ieri altri uccisi nel rione Faluja. «Una nuova strage simile a quella di martedì», ripetono gli abitanti del campo profughi più grande di Gaza. Per le Nazioni Unite il bombardamento di Jabalia potrebbe configurarsi come crimine di guerra.
Intorno a Jabaliya e al capoluogo Gaza city si combatte una battaglia cruenta, spietata, che è costata la vita a molte decine di uomini delle Brigate Qassam, il braccio militare di Hamas, e di altre organizzazioni armate decise a resistere fino all’ultimo pur di fermare l’avanzata israeliana.
E riescono ad infliggere perdite alle truppe israeliane. In totale sono 16 i soldati morti nei combattimenti, nove dei quali quando il mezzo blindato sul quale si trovavano è stato centrato in pieno e distrutto da un razzo anticarro Kornet.
Perdite ammesse dal capo di stato maggiore Herzi Halevi, che parla di «prezzo pesante e doloroso» ma «necessario». Per il portavoce militare comunque «L’operazione di terra procede come previsto». Le forze israeliane, ha detto ieri, hanno sfondato la prima linea di difesa di Hamas grazie ad attacchi congiunti da terra, aria e mare.
In attesa del ritorno domani in Israele e Giordania del Segretario di stato Blinken, l’Amministrazione Usa continua a mandare rifornimenti di bombe alle forze armate israeliane che poi le scaricano su Gaza, accompagnate da appelli per l’aumento del flusso di aiuti umanitari ai civili che subiscono quei bombardamenti.
«La nostra aspettativa è che gli israeliani nel condurre questa campagna militare lo facciano nel pieno rispetto del diritto internazionale», ha proclamato convinto il portavoce del Dipartimento di Stato Matthew Miller che poi ha ammonito Israele dal tagliare di nuovo l’accesso a Internet per i palestinesi a Gaza.
In Cisgiordania si fa sempre più dura l’azione dell’esercito israeliano – nelle ultime ore uccisi altri tre palestinesi a Jenin e arrestato il capo di Fatah nella città – e sempre più pericolosa quella dei coloni. Ocha (Onu) denunciato che dal 7 ottobre a causa dei raid dell’esercito israeliano e degli attacchi dei coloni, sono stati sfollati più di 800 palestinesi.
Un colono e deputato israeliano, Tzvi Succot (Sionismo religioso), arrestato per l’incendio doloso di una moschea, ieri è stato nominato presidente della sottocommissione della Knesset che supervisiona la Cisgiordania occupata in questioni relative alla costruzione degli insediamenti e alla gestione dei posti di blocco.
Fonte
06/06/2017
Il conflitto israelo-palestinese, 50 anni dopo. Intervista a Michele Giorgio
Ciao Michele, buongiorno.
Buongiorno a voi.
Grazie della tua disponibilità, come sempre... Il titolo sembra già molto chiaro... Come nasce l’idea di scriverlo?
Innanzitutto vi ringrazio anche a nome di Chiara Cruciati perché ci date l’opportunità di parlare di questo libro. L’idea che abbiamo avuto è questa: scrivere un libro mettendo insieme, intrecciando, ricerca storica e naturalmente un’indagine giornalistica che parli di questi 50 anni dalla guerra dei Sei giorni del 1967, quindi dall’inizio dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est che – come tanti dovrebbero sapere – sono i territori in cui i palestinesi vorrebbero programmare il loro stato indipendente. Invece, a distanza di 50 anni, ci ritroviamo in una situazione dove i palestinesi non solo non controllano più il loro territorio storico ma, a quanto pare – e per questo parliamo di fallimento della soluzione dei due Stati – non riusciranno neanche a proclamare uno Stato sovrano, uno stato palestinese vero, indipendente, in questi territori che Israele ha occupato 50 anni fa. Naturalmente noi non facciamo una storia dei 50 anni dell’occupazione, perché probabilmente avremmo dovuto avere uno spazio immenso, scrivere libri, libri e libri per raccontare tutto questo. Noi semplicemente cerchiamo di spiegare quale è la situazione oggi nei territori palestinesi occupati, quale è la situazione anche in Israele, le dinamiche politiche che si sono sviluppate in questi ultimi anni e che sono particolarmente importanti per capire quello che accade soprattutto oggi, cercando di offrire però – parlando dell’oggi – anche una spiegazione, un racconto dei fatti più importanti, degli aspetti più decisivi di questi ultimi 50 anni. In modo che il lettore di questo libro possa avere un quadro che noi speriamo abbastanza completo, o sufficientemente completo, per capire quale è la situazione oggi e da quali radici è partita.
L’importanza di lavori divulgativi, giornalistici, del genere è fondamentale, perché la narrazione sulla vicenda della Palestina è stata tossica quanto mai negli ultimi anni... L’idea di avere una ricostruzione precisa, che contenga le informazioni fondamentali di quello che avviene, è importante. Tante volte, Michele, abbiamo parlato di come l’informazione mainstream comunichi in modo assolutamente strumentale e disonesto sulla questione palestinese. Mi sembra che negli ultimi anni sia ancora peggiorata. Di fatto è anche un po’ sparita la questione della Palestina...
Io credo che questo è il punto... E uno dei motivi che ci hanno spinto a scrivere questo libro, che è parte di un progetto editoriale più ampio. E’ proprio questo: il fatto che noi percepiamo – non solo in questi ultimi mesi, ma in questi ultimi anni – che la questione palestinese, il conflitto Israelo-palestinese, sta sparendo dalle cronache dell’informazione. Molte persone – lo scriviamo anche nell’introduzione – sono stanche, si dice spesso, quando si parla di Israele e palestinesi... “Ma quei popoli vogliono essere sempre in guerra e in lotta”... La gente è stanca di ascoltare le cose che riguardano i palestinesi, o che riguardano Israele, se non all’interno di un quadro più ampio e più internazionale, più occidentale, per i motivi che ben sappiamo, per quello che sta accadendo, a causa degli attentati, di Daesh, dell’Isis e via dicendo... Sta sparendo dalle cronache giornalistiche in Occidente... Ma purtroppo la questione palestinese sparisce anche all’interno del mondo arabo. C’è un crescente disinteresse da parte delle nazioni arabe verso le condizioni dei palestinesi, il fatto che questo popolo dopo decenni e decenni di lotta, rimane sostanzialmente privo di libertà, non riesce ad autodeterminarsi; e quindi di conseguenza anche delle trasformazioni che ci sono state in Medio Oriente in questi ultimi anni. In cui abbiamo visto che diversi paesi arabi, in particolare le monarchie sunnite del golfo, hanno manifestato un interesse crescente verso l’avvicinamento a Israele, l’avvicinamento agli Stati Uniti, persino maggiore di quello che c’è sempre stato; e quindi a metter da parte la situazione palestinese. Non è un caso, visto che non parliamo solo del libro ma di tutta la situazione... Proprio in questi giorni si discute molto del fatto che da parte di determinate capitali arabe, in particolare di quelle del golfo, ci sia oggi una particolare attenzione a mantenere buone relazioni con Israele, sebbene dietro le quinte. Perché il problema del Medio Oriente, secondo questi leader arabi, è l’Iran. L’Iran sarebbe un pericolo molto grande per queste monarchie, quindi il discorso settario, la divisione tra sunniti e sciiti è diventata prioritaria, mentre la questione palestinese è diventata marginale. Anzi, addirittura si dice che Trump, il presidente americano, stia portando avanti – d’altra parte è anche un po’ evidente – un’iniziativa con l’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, per cercare di convincere i palestinesi ad arrivare ad un accordo, evidentemente al ribasso, con Israele. E questa è una strategia che piace molto al governo israeliano. Tutto questo ovviamente determina un disinteresse crescente verso la questione palestinese e noi nel nostro libro, nel nostro piccolo, cerchiamo di lanciare proprio questo allarme; raccontando la situazione con un background storico. Ma cerchiamo di dire che qui ci si dimentica che la questione palestinese è stata e rimane, a nostro avviso, la madre di tutte le crisi nella regione mediorientale.
Tra l’altro nei giorni scorsi è filtrata anche la notizia di un progetto di aggressione ad Hezbollah in Libano, orchestrato anche dagli Stati Uniti, che rientra proprio in questa tua analisi. Il problema sarebbe l’Iran e i suoi alleati regionali... Però, Michele, a questo punto chi è che aiuta i palestinesi? Chi è che ha a cuore l’interesse della causa palestinese, visto che ormai stanno cambiando gli equilibri e il punto di vista, a livello sia regionale che globale?
Io credo nessuno, sostanzialmente. Perché i governi occidentali e arabi, o anche non occidentali e non arabi, come dicevo prima, mostrano un crescente disinteresse. Alcune cose procedono per inerzia. Quando l’Unione europea fa delle dichiarazioni che ribadiscono determinati principi, anche importanti, sulla questione israelo-palestinese in realtà sembra farlo più per una consuetudine e non per un reale impegno nella risoluzione di questo conflitto, o per garantire la realizzazione delle aspirazioni dei palestinesi alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione. Il dramma è proprio questo, che noi cerchiamo di evidenziare nel libro; cioè che a livello internazionale oramai c’è una non risposta alla domanda dei palestinesi di poter risolvere la loro questione. Probabilmente i palestinesi adesso fanno anche i conti con problemi interni, molto seri; sicuramente la divisione che c’è tra le due principali forze politiche palestinesi – Fatah del presidente Abu Mazen e il movimento islamico Hamas – si sta rivelando soprattutto in questi ultimi tempi molto molto dannosa e continua a dividere i palestinesi. I palestinesi stessi si rendono conto che c’è un disinteresse internazionale e che forse la chiave per la soluzione dei loro problemi deve tornare nelle loro mani. Affidarsi alla buona volontà che non c’è più, nella cosiddetta comunità internazionale, non serve a nulla e forse sono loro che devono ritrovare quella forza, quella volontà, quella determinazione, per poter riportare la loro questione sui tavoli delle diplomazie ed evitare che le grandi crisi che attraversano il Medio Oriente – mi riferisco soprattutto alla guerra in Siria, alle strategie delle petromonarchie sunnite, tutto quello che accade anche in Iraq, ecc – abbiano il sopravvento, non solo mediaticamente, sulla risoluzione della loro questione. La quale – non lo dimentichiamo – ormai riguarda 100 anni fa. Perché noi non dobbiamo mai sottovalutare il fatto che questa storia non è cominciata nemmeno 50 anni fa, come dice il titolo del nostro libro, ma addirittura 100 anni fa; quando appunto la Palestina, con la dichiarazione di Balfour, venne considerata dai britannici – che all’epoca erano una potenza di grandissima importanza mondiale – come il focolare domestico del popolo ebraico. Da lì è cominciata tutta una sequenza di eventi che ha realizzato le aspirazioni del popolo ebraico, del movimento sionista, ma ha lasciato a terra, e senza una terra – scusate il gioco di parole – tutto l’altro popolo.
Certo... Torniamo al libro Michele, intuiamo l’importanza di un lavoro del genere. Il libro ha una dedica, anzi ha tre dediche particolari...
Sì, assolutamente. E’ stato un nostro impegno quello di ricordare tre figure che, a nostro avviso, hanno segnato il racconto della questione palestinese e di questo conflitto israelo-palestinese e che, sempre a nostro avviso, non sono state valorizzate per quello che avrebbero meritato. Mi riferisco a Stefano Chiarini, che è stato un mio importante collega al manifesto – purtroppo è scomparso prematuramente 10 anni fa – che per tantissimi anni è stato il giornalista di riferimento non solo per l’interpretazione, per la lettura della questione palestinese, ma anche per leggere ciò che accade nella regione mediorientale. Poi un’altra dedica è sicuramente quella a Vittorio Arrigoni, un personaggio che anche in modo letterario, attraverso i suoi racconti, ha saputo riferire all’Italia – con successo tra l’altro perché aveva particolare seguito – la vita di Gaza, la vita della gente di Gaza, di questo piccolo territorio palestinese che è un’enorme prigione e che è sotto embargo, sotto blocco, sotto assedio da più di dieci anni, sia da parte di Israele che da parte dell’Egitto, i famosi “fratelli arabi”. L’altra dedica è, naturalmente, a Maurizio Musolino, un collega che io ho stimato tanto, ho apprezzato moltissimo, che aveva una lettura estremamente chiara e limpida delle vicende mediorientali e del conflitto israelo-palestinese. Anch’egli credo che sia stato poco valorizzato da tanti e invece avrebbe meritato sicuramente una maggiore attenzione.
Ci sono anche due bellissime foto di Tano D’Amico, come raccontate voi nella presentazione. Ci saranno iniziative di presentazione di questo libro, magari anche qui a Roma?
Sì. Naturalmente faremo delle presentazioni e la prima, inevitabilmente, è nella capitale, a Roma. L’appuntamento è il 16 giugno presso la libreria Assaggi di via degli Etruschi alle ore 18. Faremo questa prima presentazione e ci introdurrà Tommaso di Francesco, che è il nostro condirettore al manifesto, perché voi sapete che anche Chiara Cruciati lavora al manifesto...
Certo...
Tommaso è il nostro condirettore, famoso anche per aver seguito storicamente anche lui la questione israelo-palestinese. Ci presenterà e ci aiuterà a raccontare il nostro lavoro.
Bene, noi ci vedremo allora il 16 qui a Roma, Michele. Sarà un piacere anche salutarti di persona. Per il momento grazie, buon lavoro. In bocca al lupo per questo libro.
Grazie a voi e buon lavoro.
Fonte
11/07/2014
Una voce dal mattatoio di Gaza. Intervista a Michele Giorgio
Michele Giorgio, dal 1988 corrispondente de Il manifesto in Palestina e direttore di Nena News, è l'unico giornalista italiano presente nella Striscia di Gaza sotto i bombardamenti israeliani. Da Gaza resoconta quotidianamente l'ennesimo mattatoio scatenato dalle autorità di Israele contro la popolazione palestinese. Ieri, giovedi, è stato raggiunto telefonicamente da Radio Città Aperta. Qui di seguito l'audio dell'intervista.
ascolta qui l'intervista di Michele Giorgio a Radio Città Aperta
Fonte